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"Perché la disoccupazione mondiale crea pantano morale e speranza", di Giulio Sapelli

I dati sulla disoccupazione diffusi all’inizio del 2011 dall’Istituto internazionale del lavoro erano preoccupanti (210 milioni), ma si inserivano in una visione ottimistica dell’andamento ciclico dell’economia mondiale. I disoccupati nel mondo, nel pieno della crisi, sono aumentati — in meno di sei mesi — di oltre 8 milioni.
Quello che però conta è che ora essi si presentano in gran parte sotto l’aspetto di disoccupazione strutturale di lunga durata, ossia una condizione sociale destinata a modellare sotto il suo peso le stesse forme morali delle società mondiali. E questo va al di là del numero dei disoccupati Paese per Paese.

Mi spiego. Se si guarda al rapporto tra disoccupati di lungo periodo e disoccupati in generale, si vedrà che la Spagna, con il numero di disoccupati più alto in Europa — il 21,2% — ha una percentuale di disoccupazione strutturale di lungo periodo — il 40% — che è minore del 47% della Germania, che pure è una delle nazioni che ha abbastanza resistito all’avvento della disoccupazione totale, facendo registrare un tasso del 7%. Questo peso specifico della disoccupazione strutturale segnala una divisione profondissima che può crearsi nelle carni stesse delle società al di là dei tassi di crescita: questo è il punto fondamentale. Gli ultimi rimangono sempre ultimi. Quando, poi, dilaga la disoccupazione giovanile, essa viene formando delle «isole sociali» che si autoriproducono e imprigionano i soggetti in un habitus morale impermeabile rispetto ai valori del lavoro e della speranza. Un fenomeno che si presenta in forme drammatiche in primo luogo nelle nazioni a capitalismo avanzato, ossia post o neoindustriale. Il 41,7% della disoccupazione tra i 15 e i 24 anni in Spagna si accompagna, sempre nella stessa fascia di età, al 27,9 dell’Irlanda e al 27,8 dell’Italia, al 23,3 della Francia, al 19,5 del Regno Unito, al 10,1 della Germania. Se guardiamo oltre l’Europa, ecco gli Usa con il 18,4 e il Brasile (che pure continua a essere un’economia in crescita) con 16,1 e il triste, stagnante, Giappone con il 9,3%. Gli Usa sono esemplari a questo riguardo. Anche Wall Street è stata invasa da disoccupati, lavoratori e sindacalisti: è l’inizio di un movimento che si svilupperà con effetti imprevedibili.

Se si vuole avere un’idea di quale sia la situazione nei Paesi emergenti dei nuovi continenti di cui tanto si decanta la crescita, basterà guardare il Sud Africa, che pure è soggetto a una tenuta economica spettacolosa in questi ultimi anni, ma che registra una disoccupazione giovanile del 50,5%. È noto a tutti che questo dato è esemplificativo di una realtà che riguarda l’India come la Cina e molti Paesi dell’Africa Nera e ha una specifica versione in Egitto, Tunisia, Marocco, Siria, financo Israele.

La spinta del sistema economico mondiale di creare occupazione sembra essersi esaurita. Se guardiamo alla forza lavoro globale, planetaria, il rapporto esistente su scala mondiale tra coloro che sono occupati a tempo pieno — 40% — e coloro che invece hanno creato occupazione da sé, ossia coloro che sono definiti self employed full time — 31% — è significativo: la stragrande maggioranza del self help lavorativo è relegato in occupazioni misere, precarie, umilianti e prossime alla condizione d’indigenza, come è dimostrato da tutte le analisi esistenti in proposito. Esso rappresenta in larga misura uno strumento che i poveri hanno nelle loro mani per auto-organizzare la loro vita e sfuggire alla marginalità (i fiori della speranza).

Su tutto spicca, infatti, il dato allarmante del 7% della popolazione disoccupata rispetto alla forza lavoro globale. Se non vi fossero il self help e il part-time (che incide per il 22% degli occupati mondiali), i dati sarebbero molto più drammatici di quanto non siano. Se poniamo a confronto i dati con quelli della disuguaglianza sociale, infine, ben si comprende come questa situazione abbia generato ciò che io chiamo la scomparsa del senso di giustizia. Se consideriamo la disuguaglianza in base al reddito percepito indicando con l’indice zero la completa uguaglianza e con l’indice 1 la completa disuguaglianza, i risultati sono sconcertanti: Francia, Germania, Irlanda, Spagna si attestano tutte attorno al valore 3, mentre Giappone, Italia, Gran Bretagna lo superano abbondantemente, lasciando aperta la via agli Usa con circa il 3,8 e al Messico con il 4,8. Ma ciò non solleva alcuna rivolta morale degna di questo nome, anzi: più personalmente s’incarna la disuguaglianza, più si è socialmente premiati.

La disoccupazione si rivela in tal modo una sorta di pantano morale in cui ci si abitua a vivere. E dal pantano non cresce il grano. Possono, però, spuntare i fiori: quelli della speranza. Nonostante tutto.

Il Corriere della Sera 03.10.11

"Nel cantiere della riforma al lavoro docenti e genitori", di Marco Rossi Doria

Abbiamo raccolto, in questo avvio di anno, le voci dalle scuole. E non abbiamo sentito solo lamentele. Anzi, sta prendendo forma la convinzione che la scuola è una cosa importantissima e che per salvarla va cambiata da subito, come si può. Per questo quando chiedi in giro, a Sud come a Nord, a docenti, genitori, ragazzi, dirigenti, esperti, nessuno nega i limiti della scuola. E anche i suoi fallimenti, il primo dei quali è la perdita di un quinto dei ragazzi – quasi un terzo nelle aree più povere del Paese. Insomma sta forse finendo il lungo tempo nel quale i docenti lavoravano con abnegazione ma chi criticava la scuola era percepito come nemico della sua funzione pubblica e l’autocensura impediva di parlare di quel che va cambiato. Beninteso: oggi chiunque faccia scuola – che voti a destra o a sinistra – si indigna per i tagli che mortificano il proprio operare, tagli sconosciuti negli altri paesi – un dato questo che è incontestabile in quanto siamo al ventinovesimo posto su 34 paesi Ocse per gli investimenti in istruzione. Ma, al contempo, cresce la persuasione che si possono fare delle concrete cose utili «e che noi – noi che la scuola la facciamo – sappiamo pure quali possono essere, anche con relativamente poco denaro in più e combattendo gli sprechi». Così, abbiamo potuto raccogliere indicazioni preziose per un suo nuovo governo: un’agenda utile per chiunque vorrà governare questo Paese nella fase di rinascita che prima o poi dovrà esserci.

Mettere in sicurezza e rendere più belle le scuole, con investimenti che tra l’altro incentivano la crescita, come propone il presidente Obama. Dedicare energie «per ragionare e pattuire con i genitori, mettendo ciascuno la sua competenza ma d’accordo» – come ci ha ricordato Piteropolli Charmet. Perché il patto implicito tra adulti che presiede all’educare non c’è più e la scuola è il luogo dove è possibile riformularlo in modo esplicito. Estendere a tutte le scuole le ore di progettazione e riflessione comune tra docenti, come si fa da decenni nella scuola primaria, una cosa che più di ogni altra ha creato formazione continua e rafforzato la cooperazione tra chi insegna e che tutte le ricerche dicono che è condizione decisiva per la tenuta educativa e il miglioramento della didattica. Fermare i tagli al numero dei docenti e dare un organico funzionale alle scuole in modo da favorire le indispensabili flessibilità di uso del tempo e degli spazi dato che la scuola non può più essere rigidamente standardizzata ma deve coniugare il lavoro comune di tutti i ragazzi con l’attenzione alle debolezze e alle forze di ciascuno.

Sì, un organico che vada oltre l’oracattedra, che permetta di estendere le esperienze che superano la corrispondenza rigida tra classe e aula, sostenendo in modo diverso anche la grande tradizione italiana dell’inclusione dei ragazzi disabili e in difficoltà – che viene ammirata in tutto il mondo ma che ha bisogno di nuova linfa, come ci ha detto Andrea Gavosto.

Favorire tutte le azioni, già in atto, che mettono insieme apprendimento formale e informale, on line e in laboratorio. E che coniugano il fuori e il dentro scuola grazie a esperienze significative, che sono un antidoto all’isolamento, alla tv peggiore, ai modelli che tutti – dal mondo laico alla Cei – riconoscono come anti-educativi. E che avvicinano vita e scuola. Al tempo stesso tornare a dare priorità assoluta alla cura precoce delle competenze irrinunciabili a partire da parlare, leggere, e scrivere. Come ripete Clotilde Pontecorvo, citando John Dewey: aumentare scuole materne e nidi e dare solide basi presto. Il che vuol dire dare più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato, a partire da Mezzogiorno e periferie povere, creando vere e proprie zone di educazione prioritaria nella aree di massima concentrazione della dispersione scolastica.

Sono queste le cose che abbiamo ascoltato. E non come idee da «tradurre in pratica». Al contrario: come pratiche già operanti, come cantiere imperfetto certamente ma già in azione nonostante gli stipendi bassi, le scuole prive di manutenzione, il perdurare dello scandalo del precariato, l’assenza di investimenti per la formazione dei docenti e le classi affollate. Idee nate nel lavoro quotidiano, frutto di una passione civile di tipo operativo e di un’affezione al proprio mestiere, che sono cose diffuse tra i docenti italiani. Idee da tradurre in politiche pubbliche: non libro dei sogni, cose possibili e sostenibili anche in tempo di crisi. E non l’ennesima riforma della riforma della riforma ché, francamente, non se ne può più. E’ questo semplice ma decisivo cambiamento di prospettiva che sta diventando possibile. Ed è tempo che la politica – che i leader dei partiti – si mettano in posizione di ascolto e di rispetto verso tutto questo.

La Stampa 03.10.11

"Il lavoro domestico è soltanto un hobby", di Bruno Gambarotta

Sono finiti i bei tempi, quando c’era un solo tipo di famiglia e un solo tipo di cittadino italiano! Era un gioco da ragazzi allora compilare il questionario per il censimento. Adesso come ti muovi sbagli o perdi un pezzo per strada. Sono mutati pressoché tutti i ruoli, ma quello di suocero/a non solo permane ma si allarga. Infatti è «suocero/a dell’intestatario dell’alloggio anche il genitore (o coniuge del genitore) del convivente dell’intestatario». Perciò se io sono gay e convivo con il mio partner a casa di mio padre e della sua nuova moglie, lei, le piaccia o meno, è la suocera del mio compagno. Alla domanda sullo stato civile «devono rispondere tutte quelle persone che hanno contratto almeno un matrimonio. In caso di più matrimoni indicare la data dell’ultimo». (E’ impossibile ricordarseli tutti). Il censimento si propone di scattare un’istantanea dell’Italia il giorno 9 ottobre 2011. A quella data «le persone coniugate che non vivono più con il proprio coniuge devono barrare separato di fatto se è a causa di uno stato di crisi della coppia ma coniugato/a se la lontananza dal coniuge è dettata da motivi di necessità». E se la necessità della lontananza è dovuta al bisogno di mettersi al riparo da una coltellata del coniuge che ha scoperto un tradimento?

Il concetto di convivenza è declinato in almeno tre modalità differenti: la prima si rifà a due persone, anche del medesimo sesso, strette da un legame affettivo e che vivono insieme; la seconda al caso in cui due o più famiglie coabitino nello stesso alloggio e qui la si può dichiarare tale «solo in assenza di vincoli parentali o affettivi fra le famiglie coabitanti». Fra le due famiglie che vivono sotto lo stesso tetto possono esserci rapporti di simpatia, di amicizia, o di odio e intolleranza reciproca, purché in assenza di vincoli. Il terzo caso si rifà alla convivenza fra persone che vivono fuori della famiglia, con una lunga casistica, che va dagli istituti penitenziari alle navi da crociera. Il 9 ottobre cercate di non essere né in prigione né in crociera. E cercate per una volta di stare a casa vostra, rimandate le visite ad amici in un alloggio diverso dal vostro abituale, altrimenti, se non volete mentire, dovete compilare anche il lato B del foglio di famiglia. Piuttosto vedetevi al bar o al ristorante.

Fra i dati richiesti c’è anche la data e il luogo di nascita ma «deve essere specificata la sigla della provincia a cui appartiene il Comune di nascita alla data del Censimento». Ma le province non erano state abolite? Un anziano nato in Sardegna quando sull’isola c’erano solo tre province deve fare una ricerca su Internet per scoprire in quale delle otto attuali è finito il suo Comune di nascita. Con il censimento sapremo anche quanti sono nel nostro Paese gli immigrati e gli stranieri. Questi ultimi «devono specificare il nome dello Stato estero di cui sono cittadini in caratteri latini e in italiano» (non in latino). Esiste il nome italiano di tutti gli Stati del mondo? In compenso devono riferirsi allo Stato secondo i confini del 9 ottobre 2011 e non dell’anno in cui sono nati, e anche questo è un problema non da poco. Quanto alla sezione dei titoli di studio chi barra la casella 01 (Nessun titolo di studio e non so leggere e scrivere) deve affermarlo «in riferimento alla propria lingua madre». E’ il caso di un plurilaureato arrivato in Italia da bambino e che ha dimenticato la lingua in cui aveva cominciato a parlare.

Il questionario certifica che in Italia sono cambiati molti parametri della vita sociale, ma per fortuna alcune certezze resistono, soprattutto intorno alla definizione di cos’è il lavoro: «Per lavoro si intende qualsiasi attività» e, due righe dopo, «Non devono essere considerate le ore impiegate per lavori casalinghi». Sia chiaro una volta per tutte che il lavoro domestico è solo un hobby, per questo lo lasciamo volentieri alle donne.

La Stampa 03.10.11

"Napolitano: Costituzione da consolidare", di Umberto Rosso

La Costituzione va «amata». E va «consolidata». Giorgio Napolitano invia un messaggio al sindaco di Marzabotto, nell´anniversario dell´eccidio nazifascista, e nel ricordo c´è però anche una lezione che vale per l´oggi. Soprattutto perché la polemica del centrodestra contro il Colle va avanti. Il giornale della Lega, la Padania, chiama alla rivolta la base del Carroccio («migliaia di messaggi contro il presidente della Repubblica che nega la storia») ma il fronte interno si spacca. Dopo l´ex sindaco di Treviso Gentilini, è il sindaco di Verona Tosi in un´intervista all´Unità a dar ragione al capo dello Stato: «Quando dice che la Costituzione impedisce la secessione dice la verità, se no crolla tutto, si va alla guerra civile. Non può essere il nostro obiettivo. La nostra via maestra resta il federalismo».
Napolitano dunque, rievocando la strage di Marzabotto, ricorda che dalla Resistenza è nata la nostra Costituzione. Ovvero, quei valori e i principi fondamentali «cui si ispirarono quanti, sacrificando se stessi e la propria vita, hanno consegnato alle generazioni successive una Repubblica nuova e libera». Si deve a loro se l´Assemblea costituente poté approvare, grazie alla convergenza di forze politiche diverse, appunto quella nostra carta fondamentale. Ma è un bene da difendere, torna ancora una volta a mettere in guardia in Napolitano, come ha fatto con l´altolà alla secessione lanciato da Napoli. Una Carta perciò che «spetta a ciascuno di noi, in nome di quegli stessi principi, continuare ad amare e consolidare». Invitando anche (e lo fa nel messaggio inviato alla festa dei Finanzieri) a «difendere e diffondere la cultura della legalità».
La difesa dell´unità nazionale e l´affondo del presidente della Repubblica contro la Padania sono per il segretario della Cgil Susanna Camusso «quasi una banale verità» ma diventano «una verità straordinaria perché in questo paese si è superato l´assurdo e non viene dato senso alle cose che vengono dette». E´ assurdo infatti, denuncia il leader del sindacato, che «sia esista o sia esistito un popolo padano, la storia mostra che questo paese ha un´origine molto meridionale». Rosy Bindi è d´accordo con il capo dello Stato anche su un altro monito lanciato da Napoli. «Ha detto bene Napolitano, spiegando che la politica siamo tutti noi e nessuno si può tirare fuori». E contro Bossi scende in campo l´Udc, che con Antonio De Poli chiede: «Si dimetta da ministro o faccia un passo indietro sulla secessione». «Che Tosi e Gentilini abbiano posizioni diverse rispetto ai vertici del partito dimostra che quella della secessione è una gigantesca bufala leghista».

La Repubblica 03.10.11

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“Nella Lega sale il vento anti-premier e a Brescia vince un uomo di Maroni”, di Rodolfo Sala

E due. Dopo la Val Camonica, i leghisti con il maldipancia si prendono anche Brescia. Maroniani, certo: come il nuovo segretario eletto ieri dal congresso provinciale con 257 voti contro i 174 raccattati dallo schieramento avverso (e nel direttivo finisce 13 a 6). Il vincitore è Fabio Rolfi, 34 anni, vicesindaco a Brescia. Lo sconfitto è un suo coetaneo: Mattia Capitanio consigliere comunale a Torbole Casaglia. Non è una vittoria da poco, per gli equilibri interni al movimento: in questa provincia il Carroccio conta 106 sezioni e oltre 1.500 militanti. Capitanio era sponsorizzato dal Trota, il figlio del Capo, e dai cerchisti stretti attorno a Bossi. Un´altra batosta, per loro, dopo quella ricevuta una decina di giorni fa in quella Val Camonica dove Renzo era stato candidato alle ultime elezioni regionali, sollevando pesanti malumori nella base. Che al congresso ha criticato apertamente Monica Rizzi, assessore al Pirellone e grande sponsor di Bossi junior, e si è comportata di conseguenza: 110 a 41, ha vinto una altro maroniano, Enzo Antonini.
Ieri, all´auditorium Balestrieri di Brescia, il secondo round. Decisamente più importante del primo, se non altro per il numero di iscritti. Congresso a porte chiuse, entrano solo i delegati: così hanno deciso perché l´aria è decisamente frizzante ed è meglio non spiattellare davanti ai giornalisti i panni sporchi di famiglia. Ma ci vuole poco per capire che aria tira, basta ascoltare quel che dice un notabile come l´ex senatore Francesco Tirelli, tifoso di Rolfi: «Nella Lega qualcuno sa che cosa vuole, qualcuno non lo sa e qualcuno fa finta di non saperlo; noi nei sondaggi stiamo calando perché Berlusconi provoca un effetto traino al contrario: è ora di dire che se gli alleati sono funzionali al nostro disegno bene, altrimenti bisogna andare via».
Alle due del pomeriggio, quando il verdetto è chiaro, il nuovo segretario si concede al taccuino: «Il momento è difficile, nelle sezioni c´è grande disorientamento perché stiamo al governo e i risultati non arrivano». La targa di maroniano Rolfi non la rifiuta affatto, anche quando dice che «oggi ha vinto la Lega, siamo tutti bossiani». Però a lui piace tanto l´Umberto del ‘94, «sono entrato nella Lega quando Bossi ha fatto cadere il primo governo Berlusconi». All´uomo del Viminale, un peana: «Grande ministro, ha portato consensi alla Lega e al governo, ha saputo far crescere una nuova classe di amministratori». Però qualcosa accomuna, in questo congresso: i pesanti attacchi a Napolitano, che «nega la Padania e non può essere il nostro presidente», è l´urlo di quasi tutti i delegati che intervengono. Ma tra i vincitori questo è un modo per propiziare un ritorno al passato (torna prepotente l´espressione «indipendentismo»), che poi significa in buona sostanza farla finita con un ciclo governativo contrassegnato da rospi da ingoiare e da risultati vicino alla zero. «Mi auguro – spiega il sindaco di Dello Ettore Monaco prima di infilare la scheda nell´urna – che adesso si passi dagli slogan ai fatti; nella Lega si parla troppo di potere e poco di filosofia federalista».
Domenica prossima tocca a Varese, anche la culla del Carroccio va a congresso. E lì votano big come Bossi, Maroni, Reguzzoni, Giorgetti. Un delegato di Brescia vorrebbe che anche lì «le cose fossero chiare», in nome di quell´«esercizio della democrazia» che sta galvanizzando una parte consistente del movimento, incurante – e forse sofferente – delle voci sulla pax di convenienza siglata tra maroniani e cerchisti. Ma non è detto. Sulla carta ci sono tre candidati, uno è della Lega «di famiglia» gli altri due non sono maroniani puri, ed è per questo che tra i fedelissimi del ministro dell´Interno gira una voce: «Meglio appoggiare uno che non è proprio dei nostri, piuttosto che far prevalere gli altri». Chissà, forse è anche vero che “Bobo” non vuole stravincere, per non tirare troppo la corda in un momento obiettivamente difficile per la Lega. In ogni caso vale l´invito a evitare «fughe in avanti», come quella del sindaco di Macherio uscito allo scoperto troppo presto con una lettera pubblica ultra-critica nei confronti dei vertici del Carroccio. «Non era ancora il momento – spiega un altro delegato maroniano – bisogna fare un passo alla volta». Ma di pazienza a questa base ribollente ne è rimasta pochina.

La Repubblica 03.10.11

"Una generazione abbandonata. La vera priorità è recuperarla", di Bruno Ugolini

C’è qualcosa di stupefacente nelle parole (e nel le mancate scelte) del governo in carica. Mentre l’Italia rischia di precipitare nella bancarotta ci si ostina a non dire la verità al Paese, a diffondere ventate di ottimismo rassicurante. È successo nelle ultime ore quando il ministro del welfare, Maurizio Sacconi, commentava, come un’importante notizia positiva, gli ultimi dati forniti dall’Istat sull’andamento dell’occupazione. C’è da rimanere trasecolati visto che quelle cifre gridavano, ad esempio, di una crescente emergenza precari. Il tasso di disoccupazione giovanile, secondo i dati in questo caso avvalora- ti dall’Eurostat, è tornato ad aumentare passando dal 27,5% al 27,6%. Lo stesso lieve aumento del numero dei lavoratori occupati che tanto esaltava il ministro (uno 0,8% pari a 191 mila unità dall’agosto 2010) era dovuto al fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi ingressi nel mondo del lavoro era data da 106 mila nuovi rapporti precari. Il posto fisso e una certa sicurezza di poter godere di diritti e tutele, sono diventati una chimera. Il centrodestra emana decreti per distruggere lo Statuto dei lavoratori (l’articolo 8 appena emanato ) mentre alimenta la possibilità di reclutare con circa 40 possibili modi diversi, a basso prezzo e senza alcun Statuto, centinaia di migliaia di giovani (sei milioni e mezzo secondo lo studioso Luciano Gallino). C’è in questa fotografia che racconta di una generazione lasciata allo sbando, un particolare ancora più inquietante che riguarda il mezzogiorno d’Italia. Qui il tasso di inattività dei giovani dai 15 ai 24 anni sale infatti dal 71,6% del terzo trimestre del2010 al 73,8 per cento. Mentre lo Svimez considera l’industria meridionale a rischio di estinzione. Nelle aziende manifatturiere del Sud si concentra il 60% delle perdite di lavoro determinate dalla crisi. Dei 533mila posti di lavoro persi in Italia tra il 2008 e il 2010, ben 281mila sono nel Mezzogiorno. E così riprende la fuga, quella conosciuta in altre epoche: negli ultimi dieci anni (2000-2009) dal Sud sono emigrati 600 mila lavoratori. E lo Svimez prevede che nei prossimi vent’anni, quasi un giovane su quattro lascerà quei territori. Ecco perché lascia sbalorditi la cantilena facilona del governo. Sarebbe necessario correre ai ripari, dare davvero prime risposte alle richieste per misure atte a favorire una ripresa produttiva, ad arrestare il ricorso al precariato. Cioè a forme di lavoro che non aiutano lo sviluppo, frantumano la coesione sociale, producono disperazioni e ribellismi prima o poi destinati a scoppiare. I sindacati attorno al tema dell’emergenza precari hanno fatto poco. Un po’ per la difficoltà nel rintracciare, organizzare, rappresenta-re donne e uomini che spesso lavorano in solitudine e spesso non cercano un rapporto con le organizzazioni presenti nel mondo del lavoro. Un po’ perché si è presi dai problemi quotidiani che coinvolgono moltitudini di presunti «posti fissi». La stessa Cgil ha faticato e fatica a organizzare iniziative pur lodevoli come quelle dei «giovani non più disposti a tutto». Ha pesato nel cuore del sindacato, come ha rammentato ieri la stessa Susanna Camusso, una linea tesa a inseguire un’ipotesi di abolizione immediata della legge 30 (quella che ha moltiplicato le forme contrattuali) voluta dal centrodestra. Sono stati disdegna- ti obiettivi anche parziali ma inseriti in un disegno di stabilità , come aveva cercato di costruire il governo Prodi, soprattutto attraverso l’operato del ministro del Lavoro Damiano. Ora l’importante è riprendere l’impegno ponendo al centro delle manifestazioni e delle iniziative che si annunciano non solo la condizione di chi ha un lavoro ma che rischia di vederlo scomparire oppure di chi vede minacciati i propri diritti. Occorre mettere in primo piano anche la condizione ancor più drammatica del popolo dei precari, quella che abbiamo visto ieri sera così drammaticamente rap- presentata nella trasmissione «Presa Diretta» a cura di Riccardo Iacona su Rai 3. È una lotta che negli ultimi tempi ha acquisito crescenti consensi. È possibile citare le parole (purtroppo non inserite nella famosa lettera segreta della Bce) di Mario Draghi. Aveva sostenuto il Governatore della Banca d’Italia che senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, «si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità». Così come sarebbe necessario rievocare il messaggio spedito di recente ad Ancona da Papa Benedetto XVI, allorché incitava a superare «l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione».Con l’avvertenza della necessità di un nuovo modello di sviluppo capace di porre al centro l’uomo, soprattutto chi ha meno, chi è disagiato. Sono prese di posizioni, appelli, inviti che dovrebbero far riflettere. Anche il popolo dei precari rischia di essere attratto dalle sirene dell’antipolitica. E non ha i mezzi necessari per comprare intere pagine di giornali onde far sentire la propria voce, le proprie proposte. ❖

L’Unità 03.10.11

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«Precari, abbiamo sbagliato tutti È ora di dare loro un contratto», di Giulia Gentile

«È chiaro che abbiamo sbagliato qualcosa, se gran parte del lavoro oggi è precario. Per anni l’obietti vo del sindacato è stato abolire la legge 30 del 2003. Invece, forse, avremmo dovuto pensare a contrattualizzare chi aveva una forma di lavoro flessibile. Abbiamo pensato: risponderemo loro quando cancelleremo la legge. Ma intanto il tempo è passato, i precari sono aumentati, e non si è fatto che dare risposta ai soliti».
Fa autocritica sulle politiche messe in campo dai sindacati per tutelare gli «atipici». E ammette che, se il futuro delle donne nel nostro Paese deve passa re attraverso un «rigoroso cambio di linguaggio», il numero uno del sindacato italiano più «pesante», la Cgil, può essere chiamato «se gretaria generale». Davanti ad una platea di almeno duemila persone che alle due di pomeriggio sfidano un sole quasi agostano, Susanna Camusso, invitata a Ferrara per l’ultima giornata del festival di Internazionale, risponde alle domande dei corrispondenti di Libération, ElMundoe Tageszeitung sulla «generazione mille euro» che in Italia raggiunge vette pari a due milioni e mezzo di (ormai ex) giovani.
Sul maxischermo montato sul palco di piazza Municipio scorrono i volti di ragazzi intervistati nei giorni del festival, che ragionano sulla propria condizione di lavoro. E quando viene chiesto loro cosa direbbero alla segretaria generale della Cgil, rispondono: «Anche gli atipici devono rientrare nella contrattazione». Mentre una ricerc trice trentanovenne sorride alla telecamera e chiede: «Noi donne dobbiamo cambiare sesso?».A trasformare l’Italia in un Paese da dove i cervelli fuggono, e che Eric Joz sef di Libération definisce «quello con il tasso di precarizzazione più alto d’Europa», per Camusso ha contribuito un «atteggiamento culturale nei confronti di istruzione e scuola che ha trovato il suo esecuto re materiale nella ministra Maria Stella Gelmini». Ma se siamo arrivati ad un mercato fatto di «quarantasei tipi diversi di rapporti di lavoro, che significa non avere di fatto un rapporto di lavoro ma un menù alla carta», le responsabilità vanno rintracciate anche negli «errori di politica e sindacati». «Abbiamo pensato che quello dei contratti a termine, e dei co.co. co. fosse un fenomeno marginale e facilmente riassorbibile ragiona la segretaria -. Invece, purtroppo, questa è diventata la condizione di vita prevalente per un’intera generazione».
Che fare allora per rispondere ai tanti sms inviati dal pubblico ad un numero ad hoc, che chiedono a Susanna Camusso di potersi lasciare alle spalle anni di precarietà? «A 35 anni ho messo da parte l’idea di fare un figlio scrive, ad esempio, una ragazza -: posso sperare che almeno il mio fratello minore vivrà in una situazione migliore?». Mentre un altro messaggio propone «un salario orario minimo, per evitare di lavorare tutto il giorno tutti i giorni per 600 euro al mese». Il «salario minimo garantito non risolve il problema ragiona Camusso -: perché le norme per il riconoscimento e la retribuzione delle mansioni ci sono». Ma vengono sistematicamente bypassate. Occorre, allora, «cambiare le leggi». E, contemporaneamente, «lavorare alla contrattualizzazione dei precari, rendere i precari visi bili. E lottare perché non si assottigli ancora la loro possibilità di difendersi».
«MANIFESTO» E DINTORNI Susanna Camusso sull’oggi vede cose buone e cose meno buone. Non risparmia una stoccata al governo Berlusconi («manca l’interlocutore con cui fare un “patto sociale”. E questo, di interlocutore, prima se ne va e meglio è»). Sul «Manifesto» del le imprese guarda la parte del bicchiere mezzo pieno: «Occorre distinguere il valore simbolico dei gesti, che sono coerenti con il messaggio di discontinuità che in questi giorni viene da tutti i soggetti sociali, dai contenuti». Nel merito comunque la Confindustria «non è sufficiente mente coraggiosa sul tema dell’imposta patrimoniale», e propone soluzioni alla crisi «ancora troppo permeate da una logica» che in realtà la crisi se l’è portata con sé. A partire dall’idea di una «costante riduzione del perimetro dello Stato a scapito dei servizi» e dalla perenne richiesta di «innalzamento dell’età pensiona bile, quando poi negli ultimi anni le imprese non hanno fatto che sollecitare incentivi al pensionamento». Infine, Della Valle. Per Camusso «parte dal presupposto sbagliato che tutti i politici siano uguali, e che tutta la responsabilità della situazione sia della politica». «Invece aggiunge anche la classe dirigente di questo Paese ha le sue responsabili tà, come nel caso della finanziarizzazione dell’industria». «La logica dell’ antipolitica è preoccupante, perché rappresenta un terribile viatico all’ avventura autoritaria», conclude la segreteria Cgil

L’Unità 03.10.11

"Il pericolo del doppio populismo", di Nadia Urbinati

Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell´aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni. Uomini e donne ordinari sono da una parte della barricata; i guardiani dei loro rappresentanti dall´altra. Contestazioni e rivolte di cittadini democratici che si sono trovati poveri in poche settimane, senza casa da un giorno all´altro, o semplicemente esasperati per non essere ascoltati dai loro governi e parlamenti.
È lecito e legittimo prendersela con chi mostra la faccia del potere politico, poiché il diritto di voto fa proprio questo: indica con nome e cognome chi deve occuparsi degli interessi generali e pretende che per grandi linee li faccia. Chi promette lavoro e crescita, chi promette “felicità” e benessere non può impunemente operare in modo da creare l´opposto. Dunque, se le sostanziali responsabilità del declino del sogno occidentale sono invisibili all´occhio dell´opinione, è giustificato che la contestazione prenda di mira le seconde file del potere, coloro che siedono nei parlamenti e nei governi nazionali, poiché ad essi è stata demandata con decisione autorevole e sovrana la funzione di occuparsi degli interessi generali della società.
Le contestazioni sono una denuncia della rottura di rappresentatività, della scollatura tra il dentro e il fuori delle istituzioni. Ecco allora che al popolo dei populismi di destra si viene ad affiancare un nuovo popolo, quello dei movimenti sociali dal basso. Il primo si unifica sotto un leader senza spesso avvedersi che si tratta di un affabulatore o di un furbo manipolatore; il secondo si unifica attraverso le parole via Internet e telefonia, e genera una nuova forma di populismo dal basso e senza leader, che si fa network e fa rimbalzare ai quattro capi del paese e del globo il grido contro la democrazia elettorale. Questo populismo orizzontale, contrariamente a quello che nel Bel Paese si appella al videocratico Silvio Berlusconi o all´etnocentrico Umberto Bossi, è fatto di un popolo non allineato, che non vuole bandiere di partito e si ribella contro una classe politica che in suo nome fa quel che vuole e lo tradisce; che non accetta più di farsi rappresentare da essa o dai partiti in generale, che infine è insofferente verso, appunto, le istituzioni della democrazia rappresentativa. Questo fenomeno, molto preoccupante per sè, lo è ancora di più se lo si proietta nello scenario del dopo-Berlusconi.
Il “popolo populista” manovrato dai leader non è lo stesso di quello che chiede di essere ascoltato. Come spiega molto bene Alessandro Lanni in un libro in uscita su questi temi, se c´è qualcosa che questi “popoli” hanno in comune è questo: sia che il processo operi dall´alto sia che operi dal basso, sia che operi attraverso la verticalità della televisione o l´orizzontalità della rete, comunque si assiste a un processo di rimozione del filtro della rappresentanza e della mediazione dei partiti. Si assiste cioè al vacillare delle forme indirette di democrazia anche se la contestazione avviene da due punti di vista diversi e, anzi, opposti, come sono appunto il populismo mediatico e il populismo auto-interpellante della rete.
Uno dei problemi che con più forza emergono da queste forme spontanee di autorappresentanza è senza dubbio quello relativo al destino e al mutamento di scopo dei partiti, i quali hanno perso la loro centralità e si sono svuotati del loro ruolo di collegamento tra società civile e società politica, per diventare via via solo parlamentari e necessariamente ripiegati su se stessi. La difesa a tutti i costi di sé come eletti (anche di quelli che sono in odor di mafia, come la vicenda del salvataggio del ministro Romano ha mostrato a tutto il mondo), del proprio status personale e famigliare, pare essere la funzione dei partiti. Lo svuotamento di legittimità dei partiti è radicale. Le conseguenze sono da temere grandemente.
La paralisi progettuale, idoleogica ed etica dei partiti si riflette nell´irresponsabile comportamento dei loro deputati. Il termine “irresponsabilità” è da leggersi qui in senso tecnico: si riferisce a rappresentanti il cui potere è derivato e dipendente e che però decidono di ignorare questo fatto, per le ragioni le più svariate, ma in generale per godere abusivamente del privilegio della decisione irresponsabile che il libero mandato dà loro. Irresponsabilità come categoria etica dunque, che dovrebbe ma non riesce più ad essere contenuta dalla funzione punitiva delle elezioni proprio perché i partiti hanno solo presenza parlamentare. Le ragioni del perché ciò avvenga sono diverse; ne segnalo una: perché chi è eletto può permettersi di agire senza interessarsi dell´opinione di chi lo ha eletto in quanto sa che il diritto di voto è impotente. Si assiste così alla trasformazione dei parlamenti in assemblee di oligarchie elette. Il meccanismo elettorale è in questo caso importantissimo; esso può rendere l´elezione semplicemente una ratifica di nomine decise altrove (come è in Italia con l´attuale legge elettorale) oppure può essere un deterrente capace di stimolare un potere responsabile, di rendere non conveniente fare come se gli elettori non esistessero. È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l´unico movimento rappresentativo dell´opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni.

La repubblica 03.10.11

"La tentazione di Silvio: una lista per l´antipolitica", di Claudio Tito

«Così non vinciamo. Il Pdl sembra già un partito vecchio. Serve un nuovo contenitore capace di convogliare l´antipolitica». L´idea che il 2012 sia l´anno delle elezioni anticipate sta aprendo una breccia anche a palazzo Chigi. Silvio Berlusconi se ne sta facendo una ragione. E un fattore determinante è rappresentato dal referendum elettorale. Che in primavera potrebbe scardinare il sistema di potere su cui è stato costruito negli ultimi cinque anni il centrodestra. Anche perché il suo principale alleato, la Lega, non può accettare una riforma elettorale che danneggi i piccoli e medi partiti.
E così sulla scrivania del Cavaliere è improvvisamente comparso un dossier che aveva ostentatamente archiviato. Una cartellina dal titolo asettico: “Campagna elettorale”. La procedura è già stata messa in moto. Gli studi delle agenzie di sondaggi e i focus group hanno già prodotto i primi risultati. Con una parola chiave che ritorna come un refrain in ogni documento: “Antipolitica”. Il premier sa che l´umore del Paese sembra replicare quello del ´94. Le firme raccolte per cancellare il “Porcellum” ne sono un segnale. Ma anche il manifesto di Diego Della Valle – per il presidente del consiglio – costituisce un chiaro indicatore di tendenza. Come 17 anni fa, allora, vuole provare a cavalcare la medesima onda per uscire dall´angolo. Usare l´”antipolitica” e in qualche modo ritornare a Forza Italia. Un nuovo “predellino” insomma che in un attimo dissolva la creatura partorita solo tre anni fa: ossia il Popolo delle libertà. «Ci vorrebbe un movimento leggero, senza strutture. Qualcosa che assomigli ai Tea party americani – ragiona il Cavaliere con i suoi fedelissimi -. Un soggetto capace di cogliere il vento». Basti pensare agli ultimi cartelloni 3×6 piazzati nelle strade di tutto il Paese: “Dai FORZA all´ITALIA, iscriviti al Pdl”. Con le parole “Forza Italia” in bella vista. Per il capo del governo, dunque, le liturgie partitiche – a cominciare dalla convention degli eletti che si è svolta sabato scorso a Milano – sembrano un bagaglio troppo pesante. Gli organismi dirigenti, le tessere, le sezioni. Un assetto che poco si attaglia alla bufera che soffia contro i partiti. Anche perché il Cavaliere è consapevole della premessa da cui partono tutte le ricerche demoscopiche: la sua immagine è profondamente appannata. E per ricostruirla «serve un cambio di marcia, una rivoluzione. O perdiamo tutto».
Non solo. Nel week-end – prima del pranzo di ieri sul lago Maggiore con i figli – il capo del governo ha tracciato con il gruppo ristretto dei suoi collaboratori la possibile “election strategy”. La Corte costituzionale dovrebbe decidere sulla costituzionalità del referendum intorno al 20 gennaio. A quel punto ogni finestra può diventare utile per una crisi di governo. «Anche perché i peones, i Responsabili – è il suo ragionamento – sanno che possono tornare in parlamento solo con il Porcellum. Qualsiasi altra legge elettorale li taglierà fuori». Non a caso dentro il Pdl le idee sulla riforma elettorale sono piuttosto confuse. L´ipotesi di costruire un sistema sulla base dei collegi del Senato e con “mini-liste” di tre candidati non convince tutto il partito. E men che meno la Lega. «Se vogliono danneggiarci con la riforma elettorale – ha avvertito Roberto Maroni – noi ci difenderemo». Ed è per questo che il ministro degli Interni minaccia il ricorso al voto referendario. Il Carroccio vive il confronto sul Porcellum come un´«estorsione» e preferisce di gran lunga il voto anticipato ad aprile. Una “estorsione” che sta condizionando anche lo scontro interno incrinando la tregua che lo stesso Maroni e Roberto Calderoli aveva siglato in vista della stagione congressuale del Carroccio. Molti, nel partito di Bossi, ricordano il tentativo effettuato da Bettino Craxi nel 1991 di introdurre una soglia di sbarramento (del 5 per cento) in tutte le circoscrizioni proprio per tagliare le formazioni minori. E temono che quel tentativo possa rinnovarsi nel campo del Pdl. Per di più le critiche del Quirinale alla “Padania” sono state lette dallo stato maggiore lumbard proprio come una «via libera ad attaccare la Lega».
«Le parole di Napolitano – si è sfogato il Senatur – sono l´ultimo tentativo di dar vita a un governo tecnico. Colpiscono noi per colpire Silvio». Un sospetto che coltiva anche il premier. Non a caso da giorni ripete ossessivamente: «Dobbiamo resistere fino a Natale, poi si vedrà. Da dicembre in poi, sono possibili le elezioni e un altro governo non ha alcuna chance di nascere». E a quel punto l´inquilino di Palazzo Chigi proverà a giocare la carta dell´”antipolitica”.
Una strada però che rischia di provocare una guerra di “secessione” dentro il Pdl. La componente ex democristiana ed ex An, infatti, è già pronta ad alzare le barricate contro il “partito di plastica”. Uomini come Roberto Formigoni, Gianni Alemanno, e Beppe Pisanu sono decisi comunque a lavorare per un “Nuovo centro”, una sorta di Ppe, con l´Udc di Casini e la base cattolica che attraverso il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, ha fatto sentire la sua voce. «Se vuole – diceva nei giorni scorsi il governatore lombardo – Silvio può farsi una sua lista. Ma noi non possiamo più starci». E del resto, anche il segretario Pdl, Angelino Alfano, spinge per dar vita ad un Ppe italiano fondendo il suo partito con l´Udc di Casini. «Solo così del resto – dicono esplicitamente gli avversari di Alfano nel Pdl – può aspirare a fare il candidato premier». Ma anche il “delfino” del Cavaliere sa che solo se si vota nella prossima primavera può convincere il leader centrista ad accettare un´alleanza prospettandogli la pole position per il Quirinale nel 2013. Una circostanza di cui è consapevole anche Berlusconi: «Se non glielo diciamo subito, Pier preferirà andare a sinistra». Ma, è il suo interrogativo, «davvero può essere conveniente costruire un´alleanza che non posso controllare al 100%?». Per questo il progetto di una lista “leggera” che assecondi l´”antipolitica” sta avendo la meglio a palazzo Grazioli.

La Repubblica 03.10.11