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"La Repubblica del Presidente", di Ilvo Diamanti

Giorgio Napolitano non era mai stato così duro nei confronti della Lega Nord, prima. Ne aveva, anzi, sostenuto le rivendicazioni principali. In tema di federalismo ma anche di fisco e burocrazia. La Lega, d´altra parte, aveva offerto al Presidente una sponda utile, nella maggioranza, in occasione dei ricorrenti conflitti con il Premier, alla continua ricerca di vie di fuga dai propri guai giudiziari.
Ieri questo rapporto si è spezzato, in modo difficilmente recuperabile. Perché la condanna di Napolitano ha colpito i miti e i riti dell´identità leghista, proprio nel momento in cui vengono rilanciati. La secessione, ma, soprattutto, il “popolo padano”. Liquidato insieme alla manifestazione di Pontida. Un “prato”, dove si alzano le grida di “una certa parte di elettori”.
Un intervento così esplicito si spiega con il drammatico momento che attraversa il Paese. E con il ruolo assunto da Napolitano, soprattutto nell´ultimo anno. Il garante e il portabandiera – tricolore – dell´Unità. Nazionale e Politica.
Non molti avrebbero scommesso sul successo delle celebrazioni in occasione del 150enario dell´Unità d´Italia. D´altronde, l´Italia è un Paese di paesi, Regioni, città. Imprese e famiglie. Gli italiani. Orgogliosi del patrimonio artistico, della cucina, del paesaggio, delle tradizioni locali. Molto meno delle istituzioni. Per nulla della politica. La Lega ne aveva approfittato per rilanciare la Padania e la secessione. I miti fondativi. Ma anche per rispondere alla disaffezione degli elettori e dei militanti. Insoddisfatti della “Lega di governo” saldamente insediata a Roma. Delusi dagli esiti della riforma federalista, frustrata dalla pesante perdita di risorse e, quindi, di autonomia dei governi locali.
Tuttavia, le celebrazioni del 150enario hanno reso visibile e, anzi, amplificato il sentimento nazionale. Mentre le minacce leghiste hanno contribuito a rinsaldarlo ulteriormente. Facendo emergere, anzi, significative divisioni nella stessa Lega. Visto che la maggioranza dei suoi elettori si sente “italiana” assai più che “padana”. Come, d´altra parte, alcuni importanti dirigenti leghisti del Lombardo-Veneto. Per esempio: il sindaco di Verona, Tosi, e il vice-sindaco di Treviso, Gentilini.
Giorgio Napolitano ha, così, impersonato l´Unità nazionale e ne ha alimentato il sentimento, girando per l´Italia. Ne ha tratto, a sua volta, legittimazione e consenso. Oggi è la figura istituzionale che gode di maggiore fiducia tra gli italiani. Senza paragone, visto che oltre l´80% esprime grande stima nei suoi riguardi. Per questo ha deciso di rompere ogni indugio e ogni prudenza tattica. Proprio oggi. Mentre le celebrazioni del 150enario si avviano alla conclusione. Per delegittimare ogni accenno alla secessione e alla Padania. E sancire il valore condiviso dell´Unità nazionale, in modo indiscutibile. Tuttavia, l´intervento di Napolitano ha, indubbiamente, anche un significato politico.
In primo luogo, come ha scritto ieri Ezio Mauro, perché costringe la Lega a uscire dall´ambiguità. Un partito di governo, che occupa ruoli di prioritaria importanza nelle istituzioni nazionali e locali: non può sostenere apertamente la secessione. L´inesistenza della Nazione italiana, in nome di altre Nazioni – inesistenti. Per proprie ragioni politiche. Deve, altrimenti, trarne le conseguenze. “Uscire dalla legalità costituzionale”. E anzitutto dal governo.
In secondo luogo, l´intervento di Napolitano riflette la preoccupazione – e una certa angoscia – nei confronti di questa crisi. Economica, finanziaria, sociale. E, ancora: istituzionale e politica. Una crisi di legittimità e di rappresentanza, che investe la classe politica e soprattutto il governo.
Con pesanti e pericolose conseguenze, sul piano economico e finanziario internazionale. Visto che la sfiducia dei mercati è, in gran parte, prodotta dalla incredibilità del nostro governo e del suo leader. Con pesanti e pericolose conseguenze anche sul piano interno, nel rapporto con la società civile. Non è un caso che l´intervento di Napolitano venga all´indomani delle aperte critiche espresse dalle associazioni imprenditoriali e dalla Cei. Nello stesso giorno in cui i promotori del referendum contro l´attuale sistema elettorale annunciavano che le firme avevano superato un milione e duecentomila. Ben oltre le previsioni più ottimistiche. Segnale inequivocabile, come ha sottolineato il Presidente, della sfiducia dei cittadini verso questo sistema elettorale, che «produce» un Parlamento e una classe politica «irresponsabili». Senza collegamento con il territorio e con gli elettori. Da ciò l´auspicio a favore di una nuova e diversa legge elettorale, che faciliti «il ritorno della fiducia nelle istituzioni».
Difficile non trarre le implicazioni “politiche” di queste considerazioni “politiche”.
Il Presidente, infatti, teme il protrarsi ulteriore di una crisi ormai degenerata, ma che non trova sbocco. A causa di un sistema politico paralizzato e di un governo isolato e diviso. Troppo debole per governare, ma anche per cadere. Di un Parlamento a sua volta troppo debole per far cadere il governo. Di istituzioni delegittimate e sfiduciate dai cittadini. Napolitano. Spinge, da tempo, per una soluzione rapida. Ma teme una consultazione elettorale troppo ravvicinata. Perché avverrebbe in un clima avvelenato, che potrebbe produrre ulteriori lacerazioni nel tessuto civile. Mettere a rischio la stessa democrazia. Perché, inoltre, si svolgerebbe con questa legge elettorale, messa in mora dal referendum. Scomunicata da Napolitano, avversata da molti esponenti politici – di opposizione ma anche di governo. Il Presidente dell´Unità nazionale: vorrebbe un governo di Unità nazionale. Composto da tecnici autorevoli, sostenuta da una larga maggioranza – politicamente trasversale – del Parlamento. Guidato da una figura di prestigio, sopra le parti. Un governo a termine, per scrivere una nuova legge elettorale. Per restituire credibilità alle istituzioni e all´Italia. Presso i governi e i mercati internazionali. Presso i cittadini.
Giorgio Napolitano, in nome dell´Unità nazionale, agisce come il Capo di una Repubblica presidenziale – di fatto. Per evitare il decomporsi di questa Repubblica preterintenzionale. Prima che sia troppo tardi.

Repubblica 2.10.11

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«Il Paese cresca insieme o non cresce», di Dino Pesole

Se la vera sfida da affrontare con coraggio e determinazione è quella della crescita, vi è una condizione assoluta da rispettare: non esiste l’ipotesi che il Paese viaggi a più velocità, con il Nord che corre e il Sud che arranca. «O si cresce insieme oppure non si cresce», osserva il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano rispondendo a chi gli chiede se lo sviluppo dell’Italia possa prescindere da quel che accade nel Sud del Paese.
Giornata fitta di incontri, quella di Napolitano in visita nella sua città. Il tema della bassa crescita, già al centro di molti dei suoi più recenti interventi pubblici, tra cui quello dello scorso 9 settembre a Palermo, ritorna con forza sia in mattinata nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico alla facoltà di Ingegneria, sia in serata a Nisida nell’incontro con i giovani dell’istituto di riabilitazione penale minorile.
Lo sviluppo è la condizione indispensabile per offrire un futuro ai giovani. «Questo – osserva Napolitano – è il principale impegno di chiunque abbia responsabilità pubbliche». Se non si ha questo obiettivo, «non si è degni di guidare il Paese». Attenzione poi a non cadere in un eccesso di antipolitica. «Si impreca molto contro la politica, ma la politica siamo tutti noi». E il compito principale della politica – ribadisce nella Basilica di San Gennaro extra moenia – è dare una speranza ai giovani. Si commuove il presidente quando prende la parola per ricordare a tutti che in un momento difficile come quello che sta attraversando il Paese «i ragazzi ci danno la speranza e noi abbiamo il dovere di dargliela».
Vi sono dei fondati motivi per cui oggi un giovane dovrebbe credere nello Stato? La domanda di un giovane dell’istituto penitenziario minorile di Nisida è impegnativa. Napolitano risponde con una mini-lezione di educazione civica: lo Stato siamo tutti noi, appartiene a tutti. Non è solo Parlamento o istituzioni locali, ma un insieme la cui funzione fondamentale «è tenere unito il Paese». Ed è questa la funzione precipua del Capo dello Stato.
Dopo il fermo richiamo di due giorni fa sulle ipotesi secessioniste della Lega, Napolitano torna sul tema per ribadire che divisa l’Italia finirebbe ai margini «dell’Europa e del mondo moderno». Si continua a porre in discussione il valore fondante del l’unità raggiunta 150 anni fa? Per Napolitano la questione non sussiste. «Immaginate solo cosa sarebbero diventati sette staterelli divisi?» Resta da colmare il «persistente fossato» tra Nord e Sud, ed è questa la sfida più impegnativa. Le spinte federaliste sono pienamente compatibili con la salvaguardia dell’unità nazionale, a patto che sia ispirate a principi di solidarietà e perequazione. Non si cresce divisi, ribadisce, per ricordare a tutti che il Sud è una risorsa.
Lo accolgono con calore i giovani che a Nisida stanno cercando attraverso la riabilitazione di costruirsi un futuro. Napolitano ha già visitato la struttura quando era presidente della Camera, ascolta con attenzione le domande e risponde senza sottrarsi anche su questioni che coinvolgono direttamente il suo ruolo. «È faticoso fare il presidente della Repubblica?», gli viene chiesto. «Se tutti i pomeriggi fossero come questo non lo sarebbe affatto». Non taglia solo nastri e inaugura mostre o firma leggi. È alle prese con «vicende molto complicate» che richiedono il massimo di equilibrio. E così, quando a livello politico si registra «il massimo del disaccordo» su buona parte delle questioni al centro del dibattito, dalla giustizia alle ricette per uscire dalla crisi e far crescere il Paese, proprio al presidente della Repubblica si chiede di vigilare e di rappresentare con il suo ruolo l’unità della nazione. «Cerco di restare assolutamente imparziale rispetto ai partiti e alle posizioni politiche».

CRESCITA E COESIONE
L’appello per lo sviluppo
Il presidente Napolitano, nel corso della sua visita a Napoli, è tornato sul tema della crescita. Lo sviluppo è la condizione indispensabile per offrire un futuro ai giovani: «Questo – ha osservato – è il principale impegno di chiunque abbia responsabilità pubbliche». Se non si ha questo obiettivo, «non si è degni di guidare il Paese».
L’unità
Dopo il fermo richiamo di due giorni fa sulle ipotesi secessioniste avanzate dalla Lega, il presidente Napolitano è tornato sul tema per ribadire che divisa l’Italia finirebbe ai margini «dell’Europa e del mondo moderno». «Immaginate solo cosa sarebbero diventati sette staterelli divisi?» ha poi detto.
Le spinte federaliste
Per Napolitano Resta da colmare il «persistente fossato» tra Nord e Sud, ed è questa la sfida più impegnativa. Le spinte federaliste vengono considerate dal presidente pienamente compatibili con la salvaguardia dell’unità nazionale, a patto che sia ispirate a principi di solidarietà e perequazione.

da www.ilsole24ore.com

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«”L´Italia deve crescere nell´unità” Napolitano insiste, la Lega attacca», di Umberto Rosso
Calderoli: autodeterminazione. Amnistia, no del Quirinale. La difesa di Schifani e Fini Di Pietro: Bossi eversivo non può fare il ministro

«Questo paese o cresce tutto insieme, nord e sud, oppure non cresce». Eccola la replica di Giorgio Napolitano alle bordate di Lega e anche del Pdl, che sparano sul capo dello Stato accusato di entrata a gamba tesa per l´altolà al «popolo padano» che non esiste. «Io – dice il presidente della Repubblica – cerco di rimanere imparziale davanti ai diversi partiti e alle forze politiche». Aggiunge e precisa: «In alcuni paesi i capi di Stato tagliano solo nastri. In Italia non è così, devo seguire vicende difficili cercando di rimanere imparziale». Non si fa trascinare nel teatrino del botta e risposta, niente polemiche a tu per tu mentre lo scontro resta alto, ma il presidente della Repubblica nella seconda giornata della sua visita a Napoli «conferma» la linea dura anti-secessione rilanciando appunto un forte appello all´unità del paese: «Se non ci fosse stata quella riunificazione dell´Italia, oggi saremmo ai margini dell´Europa». Lo spiega al cardinale Sepe e ai ragazzi del volontariato – «la politica siamo tutti noi» – nella basilica di San Gennaro nel cuore del rione Sanità dove parte la standing ovation quando il presidente si commuove quasi alle lacrime richiamando «il dovere di dare la speranza a voi giovani».
Lo ripete più tardi ad altri giovanissimi, dentro il carcere minorile di Nisida, che al capo dello Stato consegnano la speranza di un futuro fuori da qui. Il sogno dell´amnistia. «Le carceri sovraffollate sono una vergogna per il nostro paese. Non da essere umani, Ma per l´amnistia i partiti non sono concordi, e quindi non so se ci siano le condizioni». Però, suggerisce il presidente della Repubblica, «non bisogna affidare solo a quella ipotesi la soluzione al problema delle carceri che scoppiano». Anche ai ragazzi di Nisida parla dell´unità d´Italia e «vale» ancora come risposta al centrodestra all´attacco del Quirinale. «C´è un fossato che divide a tutt´oggi il Nord e il Sud, va colmato. Bisogna correggere la rotta». I fan del secessionismo sono serviti un´altra volta. «Il Mezzogiorno è cambiato ma siamo lontani da un´Italia con uguali condizioni, opportunità e diritti goduti. Questo è rimasto l´anello debole nella costruzione dell´Italia, dobbiamo modificarlo».
A Roma, la Lega insiste. Il ministro Maroni non vuole polemizzare direttamente col capo dello Stato, «vale quel che ha scritto la Padania», che in prima pagina rivendica l´esistenza della Padania ma esclude che cambino in peggio i rapporti con il Colle. L´altro ministro, Calderoli, invoca «l´autodeterminazione dei popoli». Un uso bizzarro del principio sul quale, per la verità, Napolitano aveva ironizzato ancora prima dell´uscita del ministro della Semplificazione, «che fanno, si appellano all´Onu? Ridicolo». I due presidenti delle Camere si schierano col capo dello Stato, Schifani condivide, la Padania non esiste, «ma dalla Lega solo molto colore, niente atti di secessione in questi anni». Fini: Napolitano ha interpretato i sentimenti della stragrande maggioranza della popolazione contro le pulsioni leghiste a spaccare il nostro paese. E Di Pietro vorrebbe dal capo dello Stato una richiesta a Berlusconi per cacciare Bossi dal governo, «un ministro delle Riforme secessionista non può restare nell´esecutivo».
Per tutti, rispondendo alla domanda di uno dei ragazzi di Nisida, il monito del presidente: «Bisogna far vivere la Costituzione con una spinta forte anche dal basso. I principi enunciati non bastano a realizzarne gli ideali». Le cose scritte nella Costituzione sono belle e giuste ma segnano la strada. Come per l´articolo 3 sull´uguaglianza, «non è solo con quei paragrafi che si realizzeranno quegli ideali. Dobbiamo farli vivere».

da la Repubblica del 2.10.2011

"Fenomenologia di Bossi Né lingua, né popolo, la Padania è un’invenzione", di Giuliano Procacci

L’analisi: Giuliano Procacci, scomparso tre anni fa, esaminò in un saggio del 2004 il programma leghista e dimostrò come l’idea di una nazione padana non abbia alcun fondamento. «C’è un uso disinvolto della storia che produce solo una certa evanescenza»

Quali interessi economici e quali pulsioni costituiscano il sostrato sul quale si è sviluppato il movimento leghista è cosa che chiunque sia vissuto in Italia settentrionale o ne conosca la realtà non fatica a comprendere. Sin dall’infanzia mi sono sentito ripetere che i meridionali erano degli scansafatiche che vivono alle spalle degli operosi settentrionali e che la burocrazia romana era inefficiente e parassitaria. Il fatto sta che tali discorsi si facevano in famiglia o nelle osterie e non, come accade ora, nelle piazze e in Parlamento. Su questa base consuetudinaria si è sviluppato un movimento politico che rivendica una propria identità sino a reclamare l’indipendenza per la sua terra e la sua patria, la Padania.
Ma di quale terra e di quale patria si tratta? E anzitutto quale è il suo ambito geografico e quali sono i suoi confini? Nella «dichiarazione di indipendenza e sovranità» del 15 settembre 1996 resa dai «popoli della Padania convenuti sul grande fiume Po» si legge che «noi apparteniamo ad un’area storica, la Padania, che sotto il profilo socio-economico è fortemente integrata al suo interno pur nella riconosciuta e rispettata diversità dei popoli che la compongono». Fin qui siamo nell’indistinto. Una qualche precisazione geografica la troviamo però nell’enfatico proemio della dichiarazione. Vi si dice infatti che i «popoli» in questione provengono dalle seguenti regioni elencate in ordine alfabetico: l’Emilia, il Friuli, la Liguria, la Lombardia, le Marche, il Piemonte, la Romagna, il Sudtirol-Alto Adige, la Toscana, il Trentino, l’Umbria, la Valle d’Aosta, il Veneto e la Venezia Giulia.
Questo stesso elenco troviamo nella Costituzione transitoria del settembre 1996
e nella Costituzione dell’Unione federale della Padania approvata nel luglio 1998 dal Parlamento padano riunito a Chignolo Po, con la sola differenza che nella prima non si parla più di «popoli», ma di «regioni» e nella seconda di «nazioni», ciascuna delle quali peraltro costituita da più «popoli» cui è riconosciuto il diritto di aderire o meno all’Unione ed eventualmente di recederne mediante referendum. (…)
Da un punto di vista strettamente geografico, sia pure con ampi margini di approssimazione, la denominazione Padania potrebbe anche avere un senso. Ovviamente però non bastano un territorio, dei confini e un fiume per trasformare una «espressione geografica » in una nazione o anche soltanto in una comunità di «popoli». Ci vogliono dei requisiti in primo luogo quello di una lingua. Questa lingua notoriamente esiste, ma essa ha il difetto di essere quella stessa che è parlata nella “penisola” al di sotto della linea gotica, una lingua imposta dai conquistatori stranieri, in una parola “italiana”. «Lo stato italiano – leggiamo infatti nella citata dichiarazione del settembre ’96 – ha deliberatamente tentato di sopprimere le lingue e le identità culturali dei popoli della Padania attraverso la colonizzazione del sistema pubblico di istruzione».
Ma quali sono queste lingue? Come i «popoli» o le «nazioni» che costituiscono la Padania, esse sono numerose. La rivista della Libera Compagnia Padana – associazione costituitasi nel 1995 per promuovere l’identità padana – pubblica sulle sue pagine articoli in insubre, ligure, ladino, orobico, occitano, emiliano, piemontese e friulano. È evidente però che quel che può fare una pubblicazione parrocchiale e mirata a un pubblico selezionato, non lo può fare un giornale che aspiri a una tiratura ampia e tanto meno un partito politico. Accade così che i documenti ufficiali della Lega Nord e la sua stampa siano redatti in italiano e che una buona metà degli articoli pubblicati dagli stessi “Quaderni padani” siano in “toscano”, per non voler dire italiano. Esiste invece una molteplicità di dialetti che presentano notevoli varianti anche tra zone contigue. Ammetterlo sarebbe imbarazzante ma altrettanto sarebbe il negarlo. Per uscire da questa impasse si ricorre perciò all’espediente di ribattezzare i dialetti in «lingue locali». Diremo perciò che le poesie del Porta non sono in dialetto milanese, ma in una imprecisata “lingua locale”.
Non resta allora che scavare alla ricerca di glorie passate e di simboli in quel «condiviso patrimonio di valori, di cultura, di storia». Tra le glorie passate il posto d’onore spetta con tutta evidenza al giuramento con il quale a Pontida i Comuni aderenti alla Lega lombarda si impegnarono a combattere contro il Barbarossa e tra i simboli esso spetta al Carroccio. Siamo tutti testimoni dell’uso e dell’abuso che viene fatto dell’uno e dell’altro. Si tratta, come è noto, di un topos di origine risorgimentale e carducciana del quale Bossi non ha esitato ad appropriarsi declinandolo e distorcendolo in versione federalista o secessionista. La storia recita infatti che Alberto da Giussano e i Comuni lombardi non combattevano contro Roma, il cui Papa sosteneva anzi la loro lotta, ma contro un sovrano straniero. In quest’ottica la battaglia e la vittoria di Legnano sono parte integrante del patrimonio delle glorie nazionali (…)
Per dare un qualche fondamento a questo sgangherato e dilettantesco revisionismo taluni difensori della padanità non rifuggono dal far propri gli argomenti della polemica antisabauda, se non filoborbonica, di certa pubblicistica meridionalista. Capita così che in testa a una lista di letture consigliate per una vacanza “padana” figuri il libro di Carlo Alianello La conquista del Sud, in buona parte dedicato all’esaltazione dell’eroismo dei Borboni assediati a Gaeta e alla rivalutazione del brigantaggio. Immagino lo sgomento del lettore padano quando si imbatterà in un passo in cui si afferma che i soldi della Cassa del Mezzogiorno finiscono per rifluire tutti «nel cerchio delle Alpi tra la Dora e il Mincio. E aggiungiamoci il Po».
In conclusione, solo un uso disinvolto della storia può consentire la costruzione di un’ipotetica identità padana: la Padania, intesa come un’entità etnicamente e culturalmente omogenea, non è mai esistita. Ma come spiegare allora la sia pur limitata forza di suggestione e attrazione che questo flatus vocis esercita? Penso che abbia ragione Alberto Battaggia quando osserva che «tuttavia la Padania, entrata nella koinè massmediologica, ha iniziato ad esistere, la secessione non appare più una follia, ma un disegno strategico» e anche quando rileva che «il capolavoro politico della Lega sta forse proprio qui, nell’aver saputo costruire un immaginario politico nazionalistico senza potere poggiare su solidi presupposti obiettivi». Per parte mia direi che, per quanto ciò possa apparire paradossale, è proprio l’evanescenza ed inesistenza della Padania a conferirle credibilità. Qualsiasi altra denominazione avrebbe urtato radicate suscettibilità cittadine e regionali. Un veneziano non può riconoscersi in una patria che si definisca lombarda o celtica e un milanese con secoli di orgoglio cittadino alle spalle non si riconoscerà in alcuna Insubria né un torinese in alcuna Occitania piemontese. Tutti invece possono riconoscersi in una sorta di limbo, di luogo virtuale quale è appunto la Padania. Nelle nebbie della valle del dio Po tutte le vacche sono grigie. Occorre però anche dire che se questa indeterminatezza e questa evanescenza valgono a render ragione dell’iniziale forza di attrazione del messaggio leghista, esse costituiscono anche la base della sua inconsistenza e debolezza. Una volta dissoltesi le nebbie, si scopre infatti che le vacche non sono tutte eguali, che i dialetti non sono lingue e che ogni piccola patria è diversa dalle altre. Al regionalismo subentrano i municipalismi e i campanilismi. Il meccanismo scissionistico che ne aveva favorito il successo si ritorce contro coloro che l’avevano avviato.

Da Niccolò Machiavelli allo studio degli italiani
Il testo che pubblichiamo in questa pagina è uscito sul numero di gennaio 2004 della rivista mensile «La lettera», diretta da Roberto Gualtieri e Claudio Mancini.
Giuliano Procacci, allievo di Federico Chabod, morì tre anni fa, esattamente il 2 ottobre del 2008. È stato uno dei più grandi storici italiani. Studioso di Machiavelli, si è occupato del carattere degli italiani ed è autore, tra l’altro, della «Storia degli italiani» pubblicato da Laterza e della «Storia del XX secolo». La sua analisi sulla Padania è contenuta anche nel volume «Carte di identità», Editore Carocci.

da L’Unità

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«Il padano non è un popolo», di Antonio Cassese

Ha forse torto Giorgio Napolitano a dimenticare il «diritto universale dei popoli all´autodeterminazione», come ha detto l´onorevole Roberto Calderoli? No, è Calderoli che ha torto quando rivendica quel diritto per il così detto popolo padano. Né la Costituzione italiana, né il diritto internazionale conferiscono l´autodeterminazione agli abitanti della Padania.
La nostra Costituzione è chiarissima. L´articolo 5 proclama che la Repubblica è una e indivisibile, anche se attenta alle esigenze dell´autonomia e del decentramento. E infatti neanche l´Alto Adige, una regione con una forte minoranza linguistica, e i cui leader politici avevano invocato per anni la secessione, l´ha ottenuta, perché contraria alla nostra Carta costituzionale.
Ma nemmeno il diritto internazionale, ancora impregnato delle idee lanciate nel 1914-15 dal presidente statunitense Wilson e da Lenin, riconosce alcun diritto al “popolo padano”. Attualmente il diritto internazionale accorda l´autodeterminazione “esterna”, e cioè il diritto all´indipendenza eventualmente raggiungibile attraverso la secessione, solo a tre categorie di “popoli”: (1) quelli coloniali; (2) quelli sottoposti a dominio straniero o ad occupazione militare (come il popolo palestinese o quello del Sahara ex spagnolo sottoposto all´occupazione del Marocco); (3) ai gruppi “etnico-razziali-religiosi” discriminati così gravemente a livello politico e sociale dalle autorità centrali da non essere in alcun modo rappresentati nelle assise di governo (è quel che succedeva alla maggioranza di colore in Sudafrica all´epoca dell´apartheid).
Ora, è chiaro che il “popolo padano” potrebbe tutt´al più ricadere nella terza categoria. Ma così non è, per due ragioni. Ove anche quel “popolo” costituisse una minoranza etnico-razziale–religiosa, il che non è, è un fatto che non solo non è discriminato politicamente e socialmente ma che ha addirittura tre ministri al governo. Per una ragione simile qualche anno fa la Corte Suprema del Canada negò l´autodeterminazione al Québec – che pure costituisce una minoranza linguistico-religiosa – appunto perché quella minoranza non era affatto discriminata a livello politico centrale.
Ma la ragione determinante è che la Padania è solo un´entità geografica, anche se ha le sue tradizioni e ha dato vita ad un partito politico. Quindi, parlare per essa di autodeterminazione e secessione è parlare a vanvera. Ovviamente Calderoli nemmeno potrebbe invocare il diritto all´autodeterminazione “interna”, che è il diritto universale ad un sistema rappresentativo, pluripartitico e democratico: sistema questo che è già pienamente operante in Italia.
Sarebbe opportuno che si smettesse di inquinare il discorso politico con fumose ed inconsistenti chimere, che creano aberranti aspirazioni, distraendo dai tanti gravi problemi che affliggono l´Italia. E forse sarebbe utile che alcuni nostri politici si leggessero qualche manuale elementare di diritto costituzionale e internazionale.

da la Repubblica 2.10.11

«Ascoltiamo quell'urlo in piazza», di Francesco Guerrera *

Una ragazza bionda urla, disperata, mentre due poliziotti la buttano sul ruvido asfalto newyorchese ed un terzo prepara le manette.
Il momento – catturato da un fotografo del Daily News questa settimana – non è una delle solite scene di piccola criminalità che punteggiano la vita quotidiana di New York.
Il «reato» della giovane era quello di aver protestato contro Wall Street – la stradina di Manhattan che per lei e centinaia di altri manifestanti contiene tutti i mali del capitalismo moderno.
L’urlo muto della foto, che ricorda il famoso dipinto di Munch, sta riecheggiando in altre piazze del mondo.

Dagli indignados madrileni che hanno occupato Puerta del Sol alle barricate sanguinose dei disoccupati greci, fino alla violenza cieca e truffaldina dei saccheggiatori di Londra, la crisi economica sta alienando e marginalizzando una parte della popolazione mondiale.
Le proteste europee sono forse meno epocali della «primavera araba» che ha ribaltato i regimi di Tunisia, Egitto e Libia e meno aggressivi dei metodi Gandiani di Anna Hazare – il guru anti-corruzione indiano.

Ma qualcosa in comune tra le varie proteste c’è ed è la sfiducia nella capacità dell’establishment politico ed economico di risolvere i gravi problemi attuali – dal prezzo del pane in Egitto al posto di lavoro in Spagna.
Quando sono andato a Zuccotti Park, il parco a pochi metri dal sito del World Trade Center che è diventato il quartier generale dei dimostranti newyorchesi, non ho trovato una rivoluzione in fieri.

Certo, i ragazzi con cui ho parlato, studenti, attori senza lavoro, camerieri a tempo perso, mi hanno schernito per la mia «uniforme» – venendo dall’ufficio, non ho avuto tempo di togliermi giacca e cravatta – e attaccato le banche e «gli speculatori».

Ma i loro sogni, desideri e preoccupazioni erano molto «capitalisti». Quando gli ho detto che ero un giornalista finanziario, le domande più frequenti sono state: «Ma secondo te, l’economia americana migliorerà? Ed il mercato delle case quando riprende?».
Che, tradotte dal linguaggio delle proteste, vogliono dire: «Ma secondo te, un lavoro lo troverò quando finisco l’università? E ce la farò a guadagnare abbastanza per comprarmi casa?» – due interrogativi che nel «Capitale» di Marx proprio non si trovano.

L’assenza d’impeti rivoluzionari radicali, però, non vuol dire che l’élite politica e finanziaria, sia in America che in Europa, si possa permettere di ignorare il dissenso di porzioni della società civile. Il problema per i governanti sulle due sponde dell’Atlantico, è che la congiuntura è talmente cupa che le misure da prendere non faranno altro che esacerbare le sperequazioni sociali ed economiche.

Partiamo dall’America. Dopo decenni di vita spericolata – al di sopra dei propri mezzi pagata dalla cocaina del credito pubblico e privato – l’ultima superpotenza sta barcollando sotto il peso dei suoi debiti. I repubblicani e democratici su questo almeno sono d’accordo: la posizione fiscale attuale è insostenibile. La baruffa è ovviamente sul come risolverla. I repubblicani – ansiosi di riprendersi la Presidenza nel 2012 e tirati a destra da un Tea Party sempre più fondamentalista – parlano di tagli radicali al Welfare state: la sanità e le pensioni che costano migliaia di miliardi di dollari l’anno. I democratici vogliono tagliare meno e tassare di più, soprattutto i ricchi. Non a caso l’ultima salva del presidente Obama è stata un’imposta sui ricconi ispirata dal fatto che il miliardario Warren Buffett ha detto che lui paga meno tasse della sua segretaria.

Le ricette variano ma il risultato sarà lo stesso. Come mi ha detto un alto funzionario della Federal Reserve questa settimana: «Staremo peggio prima di stare meglio».
Le proposte repubblicane per ridurre il deficit sarebbero senz’altro più efficaci di azioni demagogiche quali la «tassa Buffett», ma hanno il difetto enorme di mettere ancora più pressione sulle classi povere.
In una nazione come gli Stati Uniti, dove l’un per cento della popolazione controlla più di un quinto della ricchezza del Paese e il 15 per cento della gente vive sotto la soglia di povertà, politiche che aumentano la diseguaglianza potrebbero avere gravi conseguenze sociali. Quando ho chiesto ad un alto funzionario dell’Fbi come mai, secondo lui, la durissima recessione del 2007-2009 non avesse portato a conflitti sociali, la risposta mi ha sorpreso. «Due parole» ha detto: «Barack Obama». A suo avviso, l’elezione storica di un presidente di colore ha placato le minoranze etniche ed le altre classi sociali che hanno sofferto di più durante la contrazione economica.
È una tesi difficile dimostrare – ed impossibile da articolare in un’America che non ha ancora sconfitto il razzismo – ma che vale la pena tenere in mente in questo periodo così turbolento.

In Europa, la situazione è diversa ma non meno grave. Il consenso di economisti e mercati è che il vecchio continente ha bisogno di una dose da cavallo di austerità per uscire dalla crisi. La lista dei rimedi è ben nota: tagli alla spesa pubblica e alle pensioni; allungamento della settimana lavorativa; lotta all’evasione fiscale e così via.

Tutto ottimo in teoria. Molto meno in pratica. I programmi di austerità hanno due, colossali, svantaggi: sono indigesti a politici ed elettori; e soffocano l’economia nel breve termine.
Magari è pure giusto tagliare le pensioni-baby dei dipendenti statali e costringere i dentisti greci a pagare le tasse. Il problema è che nessuno si fa togliere quello che ha avuto per anni senza lottare. (vedi: «barricate greche»). E, visto che, come si dice in America, «i tacchini non sono in favore del pranzo di Natale» è praticamente impossibile per un governo lanciare misure così impopolari a meno che non sia costretto (vedi: «George Papandreou»).

Ma anche se ci fosse la volontà politica, il risultato immediato di misure di austerità è un calo della crescita economica. Il motivo è semplice: se tutti stringono la cinghia allo stesso tempo, non rimane più nessuno a comprare beni e servizi. Un’economia anemica, a sua volta, aumenta il malcontento e le disparità finanziarie.
Se i governi vogliono evitare che la crisi economica inneschi conflagrazioni sociali, dovranno prestare più attenzione alle urla che provengono dalle piazze e dalle strade.

*Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del Wall Street Journal a New York.

da www.lastampa.it

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Usa, in piazza contro Wall Street. Arrestati centinaia di “indignados”

Circa 500 manifestanti del movimento “Occupy Wall Street” (gli “indignados” americani) sono stati arrestati ieri sera a New York per aver bloccato per alcune ore il ponte di Brooklyn. I disordini sono cominciati quando i manifestanti hanno iniziato a marciare lungo la carreggiata del ponte, abbandonando i marciapiedi laterali, bloccando così il traffico automobilistico. La polizia ha riferito di aver ammonito ripetutamente i manifestanti a rimanere sui marciapiedi, ma invano, ed è stata pertanto costretta ad intervenire.
Molti manifestanti hanno invece affermato che di fatto la polizia ha teso loro una trappola, dopo averli scortati verso il ponte solo per poterli circondare e intrappolare con una rete di plastica arancione e procedere agli arresti. «I poliziotti sono rimasti a guardarci senza fare nulla, quasi guidandoci sulla carreggiata del ponte», ha affermato Jesse Myerson, un portavoce del movimento Occupy Wall Street. In serata, poco dopo le 20 ora locale, il ponte è stato riaperto al traffico, sia automobilistico che pedonale, dopo essere stato chiuso per diverse ore.
La marcia verso Brooklyn era stata annunciata dal movimento Occupy Wall Street, giunto ormai alla sua seconda settimana di protesta ininterrotta con un presidio nello Zuccotti Park, nel distretto finanziario di Manhattan. Al grido di «non ce ne staremo in silenzio e non ci faremo intimidire», il sito dei manifestanti, www.occupywallst.org, aveva chiamato i manifestanti oggi a riunirsi per questa nuova iniziativa, a cui hanno aderito studenti, insegnanti, organizzazioni sindacali, veterani, disoccupati, famiglie, gente comune che si dice stanca dello strapotere della finanza. La settimana scorsa, il primo tentativo di marcia di protesta verso la Quinta strada era finito con la carica da parte della polizia e con decine di arresti.

da www.lastampa.it

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“Obama il pessimista. Il presidente Usa: «Rielezione difficile per la crisi economica»”

L’ottimismo di Barack Obama è finito. «L’economia sta uscendo da una recessione mondiale. La mia rielezione sarà dura», ha ammesso il presidente degli Stati Uniti nel corso di una cena elettorale in una casa privata di Georgetown, a Washington. E anche se mancano ancora 14 mesi alle elezioni, Obama ha ammesso che rimanere alla Casa Bianca non sarà facile.
«L’unico modo per essere rieletto è fare in modo che tutti voi vi impegnate a questo scopo. Spero che siate pronti a un anno di duro lavoro», ha aggiunto il presidente americano dopo aver lanciato pesanti accuse ai Repubblicani.
ATTACCO AI REPUBBLICANI. «Vogliono abrogare le leggi a difesa dell’ambiente, ridurre al minimo l’operato del governo e, soprattutto, permettere alle forze più potenti del nostro Paese di scriversi da sole le regole», ha denunciato l’inquilino della Casa Bianca.
Poi, Obama ha fatto un breve bilancio degli obiettivi raggiunti durante la sua presidenza: «In due anni e mezzo alla Casa Bianca abbiamo fatto molte riforme, da quella sanitaria a quella scolastica, e molti passi avanti sull’uguaglianza salariale».
«Ciò che non siamo ancora riusciti a fare è cambiare Washington. Per questo la gente ha perso, fiducia e confidenza», ha concluso il presidente degli Usa.
«ECONOMIA INDEBOLITA». Pochi giorni prima, durante il suo tour per promuovere il pacchetto di aiuti in 450 miliardi di dollari, Obama aveva rilasciato un’intervista altrettanto pessimista a una rete affiliata alla Nbc, confidando al moderatore di temere un peggioramento delle opportunità per le nuove generazioni americane. «Il nostro è un grande, grande Paese, che però è diventato un po’ soft. Negli ultimi due decenni non abbiamo avuto il vantaggio competitivo di cui avevamo bisogno. Ora dobbiamo rimetterci in carreggiata», ha affermato il numero uno della Casa Bianca.
Secondo il quale, tuttavia, le migliori università, i migliori scienziati e il sistema economico più dinamico al mondo si trovano ancora ancora negli Usa.
Criticato per l’uccisione di al Awlaki, l’erede di bin Laden
Dopo l’uccisione dell’imam Anwar al Awlaki in Yemen, su Obama sono piovute molte le critiche, incluse quelle dei repubblicani. Il più duro del Grand Old Party è stato Ron Paul, candidato alla nomination repubblicana per le presidenziali del 2012, secondo il quale l’operazione del drone della Cia non è stata il «modo giusto per gestire i problemi degli Usa».
«Al Awlaki era nato qui, era un cittadino americano. Non è mai stato processato o incriminato. Nessuno sa se abbia mai ucciso qualcuno. È triste che gli statunitensi accettino ciecamente che qualcuno possa essere assassinato in questo modo», ha commentato Paul.
LA CAUSA DEL PADRE DI AL AWLAKI. Sul suo sito, la American civil liberties union (Aclu) ha ricordato che, nel 2010, aveva avviato una causa legale per conto del padre dell’imam, per «sfidare la presunta autorità del governo di compiere omicidi mirati di cittadini americani, lontano da zone dove sono in corso conflitti armati».
«Queste uccisioni violano la Costituzione e la legge internazionale», ha proseguito l’Aclu, «il caso è stato poi archiviato da un giudice federale, lo scorso dicembre».
IL MEMORANDUM DEL GOVERNO. Secondo il Washington Post, il Dipartimento della giustizia degli Usa ha stilato un memorandum segreto per autorizzare l’uccisione di al Awlaki. Il documento, hanno sostenuto fonti confidenziali del governo, è stato il frutto di un’analisi di insigni giuristi sui problemi che avrebbe comportato colpire un cittadino americano. Nessuno, in merito, avrebbe espresso dissenso sulla legittimità della morte del terrorista.
AL QAEDA RIVENDICA ATTENTATI. All’indomani dell’operazione della Cia, al Qaeda nella penisola arabica ha rivendicato una serie di operazioni nel sud dello Yemen, senza mai menzionare però l’uccisione di uno dei suoi leader.
Nel comunicato, pubblicato nel giorno dell’annuncio di al Awlaki, identificato come il «capo delle operazioni esterne» di Al Qaida nella Penisola arabica, sono stati rivendicati alcuni attacchi compiuti a settembre nel sud della regione, tra i quali quello al quartiere generale della polizia a Zinjibar, in cui sono morti 130 agenti.

Sabato, 01 Ottobre 2011 da http://www.lettera43.it

"Bambini a pane e acqua perché i genitori non pagano la retta: dopo il Veneto la pratica arriva in Piemonte e Lombardia" di Gianni Trovati

Non bastava il caso di Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, che l’anno scorso era salito alla ribalta della polemica nazionale per la decisione del sindaco di lasciare a pane e acqua a scuola i figli delle famiglie non in regola con il pagamento della retta. L’idea di bambini che sbocconcellano un pezzo di pane mentre il compagno di banco mangia pastasciutta, hamburger e insalata aveva mobilitato i partiti di opposizione alla Giunta leghista, la Caritas, i consumatori.

Con scarso successo, perché in questi giorni l’idea è tornata in auge a Galliate, 15mila abitanti alle porte di Novara, dove per combattere la morosità e l’evasione il sindaco Davide Ferrari ha deciso di mettere in pratica lo stesso sistema. Anche qui, polemica (per ora solo locale) con l’opposizione alla Giunta di centrodestra, con tanto di grida del consigliere comunale dell’Idv che viene allontanato dall’Aula del consiglio per «intemperanze».

Più che politica, però, la questione è di buon senso, perché nessuno schieramento può dirsi immune dal vizietto del rigore a danno dei bambini invece che degli adulti non paganti. Lo sanno per esempio a Cesate, in provincia di Milano, dove il Comune di centrosinistra ha deciso che i figli dei morosi hanno diritto solo a un panino e un succo di frutta. Senza sforzarsi di capire se l’acqua è di destra e il succo di frutta di sinistra, c’è solo da notare che sono almeno una decina i casi (noti) di gruppi di bambini messi a dieta forzata dal sindaco perché i genitori non hanno voluto o potuto pagare la retta della mensa (intorno a Milano è accaduto anche a Pessano e Concorezzo, per esempio).

I propugnatori di questo sistema rivendicano l’efficacia del meccanismo anti-evasione. A Montecchio Maggiore il Comune ha appena fatto i conti e ha scoperto che quest’anno il tasso di mancati pagamenti è crollato e praticamente tutti i 651 bambini iscritti alla refezione hanno i conti in regola. L’anno scorso, in realtà, il servizio era offerto a 800 bambini ma le defezioni, ha assicurato l’assessore al Bilancio al Giornale di Vicenza, sono dovute a «motivi familiari».

A Galliate il sindaco invita sulla propria pagina Facebook a «dirla tutta», e spiega di «aver scoperto gente con tre cellulari che non si faceva trovare sapendo di avere 600 euro di debito», o addirittura di aver ricevuto «una persona venuta a chiedere aiuti perché non aveva soldi per pagare le bollette tra cui l’abbonamento a Sky». Certo, il campionario delle «colpe dei padri», in un Paese in cui l’evasione fiscale rimane una pandemia a tutti i livelli, è ricco, ma già i Greci (quelli antichi) avevano capito che queste non devono «ricadere sui figli». Una via alternativa per i Comuni ci sarebbe, e passerebbe attraverso controlli serrati e attività di riscossione efficaci. A meno che, mentre la manovra estiva chiama i sindaci a collaborare contro l’evasione fiscale attraverso una rete sempre più fitta di incroci telematici di banche dati, si finisca per scoprire che il mezzo più efficace è quello di tagliare i viveri ai figli degli evasori.

da ilsole24ore.it

Scuola: Ghizzoni (Pd), ci sono altri dati occultati dal Miur: forse per evitare altre brutte figure?

“La decisione del ministero dell’Istruzione di non comunicare i dati su promossi e bocciati nell’ultimo anno scolastico è un’altra trovata dell’ormai ex portavoce del ministro Gelmini, ancora purtroppo direttore generale del Miur. Pare che la scelta sia dovuta all’imbarazzo di comunicare la flessione in percentuale dei bocciati: giustificazione bislacca poiché il dato dimostrerebbe al contrario che i nostri studenti migliorano, ma il ministro continua purtroppo a confondere il rigore con le bocciature. Lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd della commissione Cultura della Camera.
“La notizia ci fa presumere, inoltre, che – prosegue Ghizzoni – ci sia sempre Zennaro dietro all’occultamento illecito dei dati statistici dell’istruzione perpetrato negli ultimi tre anni: in particolare, non sono più pubblicati sul sito, come invece è sempre accaduto, i dati sugli orari scolastici settimanali. In altre parole da tre anni ignoriamo esattamente quante siano le classi a tempo pieno, quante quelle a 30 e a 24 ore, novità introdotta dalla Gelmini nel 2009-2010 con il ritorno al famigerato maestro unico. Questi sono dati statistici che devono essere comunicati dalle scuole e resi noti dal ministero. Forse che Zennaro ha consigliato di tenerli nascosti perchè solo lo 0,5 % delle classi è a 24 ore, come si apprende dalla relazione della Corte dei Conti ? Un dato che rappresenta davvero – conclude Ghizzoni – la bocciatura epocale del maestro unico voluta dal ministro Gelmini.”

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“Il ministero mantiene segreti i dati su promossi e bocciati”, di Lorenzo Salvia

L’idea dell’ex portavoce: la severità può sembrare in calo. Il nuovo anno scolastico è cominciato da venti giorni ma non sappiamo ancora come è andato quello passato. Non conosciamo, cioè, quanti sono stati i promossi e i bocciati, dalle elementari fino all’esame di maturità. Di solito quelle tabelle vengono rese pubbliche durante l’estate, intorno alla metà di agosto, in ogni caso prima che la campanella torni a suonare con il rientro di settembre. Una consuetudine, una regola di trasparenza, un obbligo di legge. Come mai quest’anno non sappiamo nulla?

Le tabelle sono pronte da settimane ma sono rimaste chiuse nei cassetti del ministero dell’Istruzione. Sulla decisione ha pesato moltissimo il no di Massimo Zennaro, l’ex portavoce di Mariastella Gelmini che si è dimesso dopo l’incredibile comunicato sul tunnel svizzero-abruzzese ma che al ministero è rimasto sulla poltrona di direttore e adesso fa pure il consulente di Barbara Berlusconi. Una scelta, quella di non rendere pubblici i dati, che ha creato imbarazzo fra gli stessi dirigenti del ministero, costretti ad accampare scuse ed allargare le braccia davanti alle ripetute richieste dei giornalisti. E che aveva fatto venire qualche dubbio alla stessa Gelmini che alla fine ha però accettato la scelta del suo portavoce. Dopo l’addio di Zennaro, è probabile che le tabelle vengano presto pubblicate. Ma perché sono rimaste per quasi due mesi nel cassetto, neanche fossero piani militari top secret?

Il punto è che l’anno scorso c’è stato un calo nella percentuale delle bocciature. Una flessione minima, dello zero virgola. Ma sufficiente per non poter parlare di «conferma della linea del rigore», uno dei cavalli di battaglia del ministro Gelmini e soprattutto uno dei chiodi fissi nella strategia di comunicazione del suo ex portavoce. È stata proprio la paura che i dati venissero usati per attaccare il ministro a spingere Zennaro a chiudere quei fogli in un cassetto. Legittimo che un portavoce protegga il suo ministro dalle polemiche, in fondo è il suo mestiere. Ma per far questo è arrivato ad oscurare dati che vanno resi pubblici. Anche perché il «valore politico» dei quadri di fine anno è tutto da dimostrare. A decidere chi bocciare e chi promuovere non è il ministro e tanto meno il suo portavoce, ma quegli 800 mila insegnanti che ogni giorno entrano in classe, fanno lezione, interrogano, mettono i voti. E magari non pensano alla linea del rigore ma vogliono solo capire se un ragazzo è preparato oppure no.

Anche di questo il ministro e il suo ex portavoce hanno discusso nel loro ultimo incontro, mercoledì sera, quando hanno firmato la separazione consensuale. Adesso Zennaro lavora pure per Barbara Berlusconi, la figlia del presidente del consiglio, una consulenza per curare la sua immagine nel campo della cultura. Lo farà a titolo gratuito, almeno fino a quando resterà responsabile della direzione per lo studente al ministero, contratto in scadenza poco prima della fine della legislatura. Ieri, dopo l’addio per la gaffe sul tunnel, diversi parlamentari avevano chiesto le sue dimissioni anche dall’incarico di direttore. Adesso che è venuta fuori la storia del lavoro per la figlia del premier, anche al ministero molti si chiedono se sia opportuno che resti ancora lì.

Il Corriere della Sera 01.10.11

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Dati sui bocciati. L’ex-portavoce precisa e il Corriere replica

Il Corriere della sera ha scritto ieri che i dati dei bocciati e dei promossi, la cui pubblicazione sarebbe obbligatoria per legge, non sono stati resi noti sul sito del ministero per decisione del Direttore Generale della Comunicazione presso il Miur, Massimo Zennaro (già portavoce del ministro), per il timore che il lieve decremento di bocciati registrato quest’anno potesse compromettere la linea di rigore voluta dalla Gelmini.
Il Direttore Zennaro ha inviato al quotidiano di Via Solferino questa nota di precisazione: “In merito all’articolo “Il ministero mantiene segreti i dati sui promossi e bocciati” (Corriere di ieri), preciso che “Non esiste alcun obbligo di legge a cui è tenuto il ministero dell’istruzione in merito alla pubblicazione dei dati sulla valutazione degli alunni. Il Miur è semplicemente tenuto a comunicarli all’Istat; non si sono quindi verificate violazioni di legge”.

Si tratta, come si vede, di una precisazione relativa ai presunti obblighi di legge circa la pubblicazione di dati che non interviene, però, sulle ragioni della mancata pubblicazione.

Questa la replica del giornalista Lorenzo Salvia del Corriere: “Il dottor Zennaro conferma i contenuti dell’articolo: i dati sono stati oscurati, cosa mai avvenuta in passato. E, fino al momento della scrittura del pezzo, non risultavano trasmessi nemmeno all’Istat.”

da TuttoScuola 03.10.11

1.210.406 firme

Il referendum contro il Porcellum totalizza numeri da record Il referendum contro il Porcellum totalizza numeri da record: 1.210.406 firme. Nella storia delle consultazioni referendarie ha fatto meglio solo la campagna del 1993, quando vennero raccolte 1.370mila firme, ma nel doppio del tempo. «Un trionfo», commenta l’ex premier Romano Prodi, che, accompagnato da Parisi, è stato fra i primi a firmare, in comune a Bologna. Partito in salita nel cuore del caldo agostano, con poche risorse, poco tempo e molto ottimismo della volontà, il referendum è passato in un mese e mezzo dalla speranza di arrivare almeno a 560mila firme a qualcosa di più del raddoppio: «Un miracolo popolare», dice il presidente del comitato Andrea Morrone.
A Santi Apostoli esultano: «Questa cifra è lo specchio della rabbia e della speranza dei cittadini, che hanno così sottoscritto una domanda – dice Parisi – chi deve dare risposte è bene che le dia, sono sei anni che le aspettiamo».

da Europa Quotidiano

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“Il Pd fa i conti con la valanga”, di Rudy Francesco Calvo
A destra, intanto, si spera nella bocciatura della Consulta. O nelle dimissioni di Berlusconi…
Quelle depositate ieri in Cassazione sono 1.210.406 firme che precipitano anche sul dibattito interno al Partito democratico. Il quadro più impietoso, ma probabilmente il più realistico, lo ha dipinto ieri Pierluigi Castagnetti: «Il Pd ha aiutato in due modi il raggiungimento del numero delle firme: con i banchetti messi alle sue feste e con la sua posizione ufficiale ambigua, che ha fatto arrabbiare i suoi elettori e li ha spinti ad andare a firmare ai banchetti». Lunedì, in direzione, Pier Luigi Bersani non potrà ignorare il tema: lo dice Castagnetti, lo pensano in molti. «Non ci ho messo il cappello, ma i banchetti per raccogliere le firme sì», ha detto ieri il segretario dem. Che si è dimostrato anche piccato con i referendari: «Prima dell’estate avevamo ricevuto molti ringraziamenti e mi aspettavo che, avendo raccolto centinaia di migliaia di firme, arrivassero uguali ringraziamenti».
Resta il fatto che oltre al cappello, lui non ci ha messo nemmeno la firma. E Mario Barbi ricorda anche «le decisioni contrarie (ai quesiti, ndr) assunte pressoché all’unanimità dalla direzione del 19 luglio, in conformità alle indicazioni del segretario». Rosy Bindi prova a chiudere la questione: «I partiti non promuovono i referendum, presentano i disegni di legge in parlamento». In linea con l’idea di un partito che, come dice Bersani, «sappia dare la mano alla società e stia nel suo». Ma se il percorso referendario proseguirà, il Pd difficilmente potrà fare una scelta diversa dallo schierarsi a favore del Sì.
A opporsi a un ritorno al Mattarellum sono le frange più proporzionaliste del Pd, dai dalemiani a buona parte degli ex popolari (ma Franceschini ha firmato e sostenuto il referendum).
Fuori dai denti, non manca tra questi chi ammette di preferire perfino il Porcellum, magari senza il premio di maggioranza, al sistema che uscirebbe dai quesiti. Ma il naufragio dell’altro tentativo referendario promosso da Stefano Passigli e le parole pronunciate ieri da Napolitano (quasi un endorsement a favore dei collegi uninominali) sembrano chiudere definitivamente questa porta.
Oltre al merito del sistema che uscirebbe dai quesiti depositati ieri (e sui quali pende ancora la sentenza della Consulta), al Nazareno è prevalso il timore di lasciarsi travolgere da un’ondata di movimentismo popolare, considerato troppo simile all’antipolitica. A opporsi a questa lettura è il veltroniano Salvatore Vassallo: «Ne avevamo avuto la sensazione netta stando dietro ai banchetti: il referendum contro il Porcellum ha offerto uno sbocco alla rabbia e a una domanda di cambiamento simile, per motivazioni e intensità, a quella che sostenne il referendum del 1993».
Una domanda di partecipazione, quindi, che è tutta politica e che semmai solo se non è opportunamente intercettata rischia di indirizzarsi contro i partiti. Lo sottolinea chiaramente Romano Prodi: «È un trionfo ed è il segno di un grande desiderio di cambiamento e di farla finita con una legge elettorale che ha umiliato i cittadini ».
A incrociare il tema referendario è anche la questione delle alleanze. L’attivismo di Vendola e Di Pietro (quest’ultimo ha già annunciato per la prossima settimana la presentazione delle firme per un altro quesito, relativo alla cancellazione delle province) rischia di restringere lo spazio del Pd a sinistra. Ma è soprattutto con l’Udc che si gioca la partita principale. I centristi ieri hanno ribadito il loro no al Mattarellum.
«Non ci piace quel tipo di legge – ha tagliato corto il segretario Lorenzo Cesa – significherebbe tornare indietro di qualche anno e ridare spazio a tante piccole formazioni che in questo momento porterebbero solo confusione».

da Europa Quotidiano 01.10.11

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Referendum legge elettorale
Depositate più di un milione e duecentomila firme in Cassazione. PD: “Non ci abbiamo messo il cappello, ma i banchetti sì”

“Non ci abbiamo messo il cappello, ma i banchetti per raccogliere le firme sì”. Così il Segretario del PD Pier Luigi Bersani ha commentato, durante una riunione con i segretari provinciali del Partito, l’ottimo risultato della raccolta di firme per il referendum ‘anti-porcellum’, depositate oggi.

Palloncini rosa con il disegno di un maialino e duecento scatoloni. Così si sono presentati i comitati promotori che hanno depositato all’ufficio centrale elettorale della Suprema Corte di Cassazione, più di un milione e duecento mila firme contro l’attuale legge elettorale cosiddetta ‘Porcellum’.

I rappresentanti dei comitati, ora dovranno redigere all’ufficio centrale elettorale un verbale per il deposito delle firme.
L’ufficio centrale si dovrà pronunciare sulla validità delle firme e sulla proponibilità dei quesiti entro il 15 dicembre.

“Uno straordinario risultato della democrazia. Un risultato che indica con chiarezza la volontà dei cittadini italiani e che premia l’intelligenza e la determinazione di chi ha appoggiato questa campagna referendaria”, ha detto Ermete Realacci, responsabile green economy del PD.

Ricordiamo che il Partito Democratico ha una propria proposta di Legge Elettorale, presentata dal Gruppo PD a Montecitorio.

da www.partitodemocratico.it