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PD: "Confronto subito con imprese e forze sociali"

Marcegaglia presenta “Progetto imprese per l’Italia”. Bersani: “Alcuni punti vanno in direzione delle nostre proposte, come quella sul fisco”. Letta: “E’ chiaro che non è l’attuale governo ad essere in grado di affrontare le priorità”. “Con le imprese siamo pronti a confrontarci già nei prossimi giorni con il nostro progetto”, ha detto il Segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante la riunione con i segretari provinciali del partito, in risposta al “Progetto delle imprese per l’Italia”, presentato dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. “Alcuni dei punti che hanno esposto oggi, a partire da quello sul fisco, vanno nella stessa direzione di quanto abbiamo presentato anche nei nostri emendamenti”.

“Bene il manifesto delle imprese. E’ un testo in larga parte condivisibile che indica obiettivi ambiziosi e parte da una giusta analisi dei problemi dell’Italia e delle risorse a cui attingere per ripartire”: Così il vicesegretario del PD Enrico Letta. “E’ chiaro – ha continuato – che non è l’attuale governo ad essere in grado di affrontare quelle priorità. Noi siamo pronti al confronto e alla sinergia con la volontà riformatrice che quel manifesto esprime”.

Anche per Stefano Fassina, responsabile economico del PD, “il ‘Progetto delle imprese per l’Italia’ è un ottimo contributo per portare i problemi veri del nostro Paese al centro dell’agenda politica e parlamentare. Innanzitutto, per consapevolezza della gravità della situazione: non c’è più tempo da perdere nell’area euro per accelerare una gestione comune della politica economica; non c’è più tempo da perdere in Italia. Il nostro Paese non può andare avanti con un governo senza timone e senza progetto – ha ribadito Fassina – senza attenzione ai lavoratori ed alle imprese italiane, costretto ad attuare manovre dettate da umilianti diktat delle Bce. In secondo luogo, è un ottimo contributo – ha aggiunto – per le proposte in larga misura condivisibili dal PD che da anni le ha presentate ad una maggioranza parlamentare indisponibile ad uscire dal terreno populista e propagandista. Tuttavia, è evidente a tutti in Italia e fuori, anche agli autori del Progetto presentato oggi, che il primo e principale ostacolo da rimuovere per avviare una strategia per lo sviluppo sostenibile è il governo Berlusconi, sempre più parte del problema che parte della soluzione”.

Ha affermato il senatore del PD Tiziano Treu, vicepresidente della Commissione Lavoro: “La rete delle imprese chiede chiaramente che si esca senza indugio dalla politica economica perpetrata in questi anni dal governo Berlusconi, caratterizzata da preoccupanti tratti recessivi, aumento della pressione fiscale, tagli agli investimenti per le infrastrutture e per l’innovazione e depressione dei consumi. Attraverso la presentazione di proposte di legge, ordini del giorno, emendamenti e altri testi parlamentari – ha voluto ribadire l’esponente democratico – il PD ha già dimostrato di condividere punti importanti del Manifesto: la riforma fiscale perchè siano tutti a pagare e non solo i dipendenti e i pensionati; le liberalizzazioni, avviate già con il governo Prodi e poi bruscamente interrotte da Berlusconi; gli investimenti sulle infrastrutture, promesse da più di dieci anni e mai attuate, oggi ancor più necessari dato il fallimento della Legge obiettivo; una riforma delle pensioni, o meglio del welfare, complessiva, che tenga sì conto dell’allungamento della vita ma che dia anche maggiore centralità al ruolo delle donne e alle loro esigenze per conciliare i tempi del lavoro con quelli della cura della famiglia”.

“Il PD è pronto al confronto – ha dichiarato anche Treu -, anche con questo governo. Ma il rifiuto o il tentennamento ad agire subito su queste linee guida sarebbe molto rischioso perché aumenterebbe la distanza già abissale tra il governo e il Paese, acuirebbe le contraddizioni già presenti all’interno della maggioranza e alimenterebbe ancora la protesta sociale”.

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Il “Progetto delle imprese per l’Italia” punta a rafforzare il pressing sul governo con una posizione unica di industriali, banche, pmi, coop, assicurazioni.

Il manifesto delle imprese per salvare l’Italia si basa su cinque punti. riforma fiscale per abbassare le tasse su lavoratori e imprese, con la disponibilità ad accettare una patrimoniale; infrastrutture; privatizzazioni; liberalizzazioni; pensioni.

www.partitodemocratico.it

"Amari Inganni", di Michele Ainis

In Italia capita che l’ovvio suoni come una bestemmia in chiesa. O perlomeno nella chiesa in cui dice messa la politica, certa politica. Quella che a sua volta contrabbanda come verità lapalissiane il diritto a battersi per il libero Stato di Padania (Bossi) o le virtù mirabolanti d’una legge elettorale definita addirittura Porcellum. Ha fatto male il capo dello Stato a smascherare questo doppio inganno? No, ha fatto bene: a lungo andare il silenzio si trasforma in connivenza.

Costituzione alla mano, l’inganno vale innanzitutto per la presunta secessione del presunto popolo padano. Perché l’Italia è «indivisibile», dice l’articolo 5; e quindi l’unità del nostro territorio rappresenta un limite assoluto alla revisione costituzionale. Significa che non possiamo cambiare la Costituzione per dividere il Paese in due come una mela, nemmeno usando le procedure dettate dalla Costituzione. A meno che non decidessimo di gettare nel cestino dei rifiuti l’intera Carta del 1947, sostituendovi delle cartoline, tante quanti gli staterelli che precedettero l’Unità. Ma allora servirebbe una guerra, una rivoluzione. E soprattutto servirebbe il responso della storia, l’unica che può trasformare il bandito in un eroe, il criminale politico in un padre della Patria, come diceva Vezio Crisafulli.

Ma fin qui la Lega ha sparato soltanto proiettili verbali, ed è assai dubbio che alla prova dei fatti troverebbe qualche soldatino. Meglio così, naturalmente. Tuttavia le parole pesano, specie quando s’avvalgono del mantello del diritto. C’è un principio di sovranità popolare, affermano in coro gli esponenti della Lega: conta o non conta l’articolo 1? Certo che sì, ma la sovranità s’esercita «nelle forme e nei limiti» della Costituzione, stabilisce quella stessa norma. E infatti l’articolo 5 pone un limite testuale. Vabbé, allora c’è il principio di autodeterminazione dei popoli, aggiunge la Lega volgendo gli occhi al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Peccato che nel nostro caso l’autodeterminazione non c’entri un fico secco. Perché quest’ultimo principio vincola i governi stranieri a liberare i territori occupati con la forza, tanto che ispirò l’intero processo di decolonizzazione. Ma né la Lombardia né il Veneto sono colonie dell’Italia. Se lo fossero, i ministri della Repubblica italiana Bossi, Maroni e Calderoli sarebbero i colonizzatori.

E c’è poi il secondo guaio su cui ieri ha puntato l’indice Napolitano: la legge elettorale. Sempre ieri, il comitato promotore ha depositato in Cassazione un milione e 200 mila firme per l’abrogazione del Porcellum. In un paio di mesi, senza tv e senza quattrini, una sorta di miracolo. Ma forse è un miracolo il nostro risveglio collettivo, dopo un decennio passato a spiare la politica dal buco della serratura. Perché gli italiani stanno ritrovando la voglia di far politica in prima persona, senza delegarla. Perché attraverso il cambiamento delle regole del gioco vogliono cambiare pure i giocatori. Logori e acciaccati. E non solo al governo.

Il Corriere della Sera 01.10.11

"Un fossato tra il Paese e il governo", di Luigi La Spina

Ancora una volta, la grande sensibilità ed esperienza politica del Capo dello Stato ha individuato il problema più grave dell’Italia d’oggi: il distacco e la profonda sfiducia dei cittadini nei confronti di chi li governa. Così va intesa la sollecitazione di Giorgio Napolitano a una riforma elettorale che restituisca al popolo il giudizio sui propri rappresentanti alle Camere e tolga alle segreterie dei partiti il potere assoluto di nominarli in Parlamento. Ma anche la sua nuova, durissima condanna di chi, di fronte ai veri problemi del nostro mondo globalizzato, favoleggia soluzioni fuori dalla realtà, come quella della secessione padana.

Quest’estate che sembra non voler più finire ha acuito l’impressione dell’assoluta solitudine degli italiani rispetto alla loro classe politica. Preoccupati per la sorte dei loro risparmi, per il futuro dei loro figli, per il clima di disorientamento che si diffonde, tra annunci di imminenti catastrofi e rassicurazioni assai poco credibili, avvertono la sconcertante sordità del loro governo e la desolante impotenza della loro opposizione.

La sensazione è quella di un Paese abbandonato a se stesso, aggrappato alla speranza che la tutela interessata dei partner europei basti a salvarlo e la supplenza di autorevolezza e di credibilità del Presidente della Repubblica sia sufficiente per preservarne l’onore internazionale.

Berlusconi, i suoi ministri e la sua coalizione partitica paiono racchiusi come in un bunker di totale isolamento rispetto a quello che avviene fuori dal perimetro della Roma politica. Questa specie di autismo governativo viene rafforzato ogni volta che, con il voto palese, le Camere ribadiscono, con puntualità sistematica, la quota di una sempiterna maggioranza. Una maggioranza che sfida con successo le accuse di connivenze mafiose nei confronti di uno dei suoi ministri, di corruzione nei riguardi di un suo rappresentante, stretto collaboratore del titolare dell’Economia, e che sostiene, a colpi di fiducia, i provvedimenti del suo governo.

Vittorie che irridono i patetici tentativi dell’opposizione di ottenere un ribaltone parlamentare, aggravandone le divisioni ed esasperando i suoi caratteri litigiosi e inconcludenti. Ma che hanno soprattutto l’effetto di autorizzare la chiusura di ogni ascolto agli umori dell’opinione pubblica, con la ripetizione di quello che è ormai diventato un «mantra» autoassolutorio: «Finché i numeri alle Camere lo confortano, il governo ha sempre ragione».

La più significativa conferma di questo fossato che si sta scavando tra il Paese e il governo è venuta ancora ieri, quando si sono registrate le stizzite repliche di alcuni esponenti della maggioranza al piano per la crescita proposto dalla Confindustria e da altre rappresentanze imprenditoriali. Le proposte della Marcegaglia, certo, possono e debbono essere discusse ed è naturale che suscitino consensi e dissensi. Quello che ha colpito, però, è il distacco che si è creato con un mondo, quello delle forze produttive della nostra società, che, per anni, ha costituito uno dei punti di riferimento del berlusconismo nel nostro Paese. Quanto è lontano l’entusiastico consenso di quell’assemblea confindustriale di Vicenza, nel 2006, che elesse l’attuale presidente del Consiglio suo paladino, dal secco ultimatum intimato dalla Marcegaglia al governo. Ma quanto è lontano, soprattutto, l’atteggiamento risentito e quasi sprezzante verso il presidente degli industriali italiani da parte di un ministro come Sacconi, da sempre beniamino di ogni platea confindustriale.

Ecco perché sembra davvero che il fortino in cui si è chiuso il governo, nella sua orgogliosa autosufficienza parlamentare, abbia sollevato tutti i ponti levatoi. Anche quelli con i suoi tradizionali alleati e scambi pericolosamente la garanzia della sua esistenza con l’efficacia della sua azione. Dentro quelle mura si agitano duelli personali e politici, come quelli che combattono Tremonti e Berlusconi. Si sentono echi di battaglie infinite, come quelle tra la magistratura e il presidente del Consiglio. Risuonano nomi di donne e voci di allegri festini. Si percepiscono persino felpati avvertimenti, come quelli inviati dalla Chiesa italiana nei confronti di un certo «costume», chiamiamolo così, politico. Fuori, oltre il fossato, stanno gli italiani, osservatori smarriti di lotte furiose, ma lontanissime dalle loro più urgenti preoccupazioni. La sera, le tv, moderni cantastorie, raccontano le solite favole. Ma ormai non incantano più.

La Stampa 01.10.11

"Ricercatori, l'Italia si ostina a non adottare criteri europei", di Fulvio Esposito* ed Enrico Alleva**

A quattro anni dalla prima approvazione del suo regolamento da parte del secondo governo Prodi, l’Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca (Anvur, auspicata da anni dalla commissione lincea per la ricerca presieduta dal noto fisico Giorgio Parisi) sta faticosamente cercando di muovere i primi passi, all’ultimo piano del Miur di Piazzale Kennedy. E fra i suoi innumerevoli compiti, l’unico – purtroppo- che stimola attenzione e dibattito nel mondo rumoreggiante dell’università e ricerca sembra al momento solo quello delle regole per accedere ai «posti fissi» di professore universitario. Il dibattito, divenuto ormai una contrapposizione quasi-ideologica fra fazioni, è fra chi, come forse la dirigenza Anvur sostiene che per valutare l’idoneità dei candidati a ricoprire la posizione di professore associato o ordinario si debba far ricorso a parametri quantitativi (peraltro largamente usati a livello internazionale) e chi sostiene l’inadeguatezza o addirittura, specialmente per alcune aree del sapere, l’inapplicabilità di tali parametri. Quotidiani importanti ne van facendo materia di editoriale. Ancora una volta, il sistema italiano dell’ università e della ricerca si ostina a ignorare quello che avviene all’ interno dell’Unione Europea, della quale – almeno per ora – siamo parte e non necessariamente passiva né disgregante. La Commissione Europea nel luglio scorso ha varato il documento «Verso un quadro comune delle carriere della ricerca» (consultabile al link http://ec.europa. eu/euraxess/index.cfm/ jobs/index), approvato all’unanimità dai rappresentanti dei 27 Paesi dell’Unione e da quelli «associati » come Svizzera, Israele, Turchia ecc., presenta una griglia di valutazione assolutamente indipendente dall’area disciplinare e per ognuno dei 4 livelli individuati – riconducibili ai nostri di dottorando, ricercatore, associato e ordinario – elenca le competenze necessarie (quelli che noi chiameremmo «requisiti di ammissione») e le competenze auspicabili ma non vincolanti (quelle che servono per comporre «graduatorie»: chi ne ha di più, sta più avanti). L’adozione di questa griglia avrebbe tagliato le gambe a obiezioni, più o meno bizzarre o strumentali, che rischiano invece di vanificare il lodevole sforzo dell’Anvur: imponendo – com’è sempre accaduto finora – eccezioni e riserve indiane che, alla fine, potrebbero continuare ad avvolgere il mondo dell’università e della ricerca:in unanotte nella quale i gatti, come si sa, sono tutti grigi. Invece di captare con procedure selettive trasparenti giovani talentuosi e strutturare docenti professionalmente omogenei al resto d’Europa.

*Fulvio Esposito – Rettore Università di Camerino
**Enrico Alleva – Socio Corr Accademia Lincei

L’Unità 01.10.11

"La coscienza dello Stato", di Ezio Mauro

Ieri Giorgio Napolitano ha rotto un pezzo dell´incantesimo che blocca il Paese in questa lunga agonia del berlusconismo. Spazzando via false credenze, mitologie e leggende politiche che pure hanno imprigionato e condizionato l´attività di questo governo, il Capo dello Stato ha detto chiaramente quel che la politica (anche di opposizione) non riesce a spiegare: non esiste un popolo padano, pensare ad uno Stato lombardo-veneto che competa nella sfida della globalizzazione mondiale è semplicemente grottesco, e una via democratica alla secessione è fuori dalla realtà.
Dopo queste parole, vivere nella finzione non sarà più possibile. Ci vuole coraggio istituzionale – quindi responsabilità – nel pronunciarle, perché l´Italia politica ha accettato per anni che crescesse dentro la cultura della destra berlusconiana questa leggenda nera della secessione possibile, della Padania immaginaria, fino alla buffonata delle false sedi ministeriali al Nord, col ritratto di Bossi appeso ai muri. Oggi, semplicemente e finalmente, lo Stato dimostra di avere coscienza e nozione di sé, e dice di essere uno e indivisibile, frutto di una vicenda nazionale e di una storia riconosciuta.
È una frustata alla politica, Lega, governo e maggioranza in primo luogo: ma anche all´opposizione.

Napolitano infatti denuncia la rottura del rapporto tra eletti ed elettori, come se la politica si sentisse irresponsabile. E proprio nel giorno in cui le firme per il referendum abrogativo hanno raggiunto un milione e duecentomila, chiama in causa per questo il Porcellum: voluto e votato da Berlusconi e dalla Lega, colpevole di aver spostato la scelta dei parlamentari nelle mani dei capi-partito, spezzando il collegamento tra i cittadini e i loro rappresentanti. Per questo il Presidente chiede espressamente una nuova legge elettorale per ripristinare la fiducia nelle istituzioni.
Guai se le parole del Quirinale restassero inascoltate, al punto in cui è giunta la disaffezione dei cittadini verso il sistema politico-istituzionale. È un invito a dire la verità, a farla finita con gli inganni, a restituire la parola ai cittadini, a “cambiare aria” nel Palazzo. Se accadrà, anche la finzione di governo che si arrocca a Palazzo Chigi avrà vita breve.

La Repubblica 01.10.11

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Calderoli: “Il presidente è saggio ma dimentica il diritto dei popoli”, di ANNALISA CUZZOCREA

C´è chi si affida a un sillogismo, «io sono padano, perciò la Padania esiste». Chi invoca esempi recenti, anche se non proprio edificanti, come la secessione del Sudan del Sud. Chi definisce il Capo dello Stato «amico degli immigrati», chi gli dice che «non ha mai lavorato perché ha sempre fatto il comunista». La reazione della Lega davanti alle parole di Giorgio Napolitano sulla Padania che non c´è è rabbiosa, a tratti scomposta: alcuni dirigenti, i capigruppo, i presidenti di regione, cercano di non esagerare, di non divaricare ancora di più la frattura sempre più evidente fra il partito di Bossi e il Capo dello Stato. I falchi però affondano i colpi, Calderoli è molto duro, la Padania parla di minacce, e la radio dei lumbard amplifica gli sfoghi della base. «Vogliono far saltare il governo, ma devono stare attenti perché così rischia di saltare tutto», è il ragionamento che prevale in queste ore a via Bellerio.
«Il presidente è sempre molto saggio, ma fa finta di dimenticare il diritto universalmente riconosciuto dell´autodeterminazione dei popoli», dice Roberto Calderoli. Poi, per smentire la parole di Napolitano sulla secessione «impossibile per via democratica», il ministro della Semplificazione aggiunge: «La Lega da oltre vent´anni è garanzia di democrazia». Il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni – incappato già la settimana scorsa in una polemica col Quirinale – sostiene di voler mantenere fede al principio di «non commentare le parole del Colle, soprattutto quando non le condivido». Il presidente dei senatori Bricolo ricorda che «in democrazia ognuno è libero di pensarla come crede, e questo vale anche per chi si riconosce nella Padania». Roberto Cota, governatore del Piemonte, spiega: «Napolitano sa benissimo che la Lega da oltre vent´anni ha le sue idee».
Ben più accese le reazioni degli europarlamentari Mario Borghezio, Matteo Salvini, Francesco Speroni. «La velata minaccia ai militanti indipendentisti ci lascia tranquilli perché in Padania ci sono migliaia di patrioti che considerano la libertà il bene più importante e non si fanno spaventare», annuncia Borghezio «a titolo personale». Per Salvini: «Il lombardo-veneto ha una storia più antica di quella della Repubblica italiana. Mio figlio fa la terza elementare e studia queste cose. Manderò una copia del libro a Napolitano, così si aggiorna». Speroni ricorda invece come «non più di pochi giorni fa nel mondo c´è stata un´ennesima secessione, quella del Sud Sudan», e rimanda, per stare in Europa, alla separazione tra Slovacchia e Repubblica Ceca. Stesso riferimento di Piergiorgio Stiffoni, senatore della Lega, che aggiunge: «Né io né Napolitano scriveremo la storia della secessione perché è ancora in divenire e siamo vecchi». Arrabbiati anche i sindaci: «Il ruolo del Capo dello Stato è quello di ascoltare le richieste e le esigenze di tutto il popolo, e non soltanto di chi fa comodo alla politica», dice Giuseppe Prevedini da Caravaggio, provincia di Bergamo.
Infine, Radio Padania. Il conduttore si sfoga: «Che noi non si esista non è una scoperta. Lui preferisce gli immigrati, gli extracomunitari, quelli sono il suo popolo». Poi lascia i microfoni aperti: «Diceva che non esistevano neanche le foibe, cosa volete aspettarvi da uno che era amico di Tito», lamenta un ascoltatore. E Beatrice, da Varese, chiama per chiedere: «Quel bell´elemento che non ha mai lavorato perché ha sempre fatto il comunista, ma non si vergogna a dire quelle cose ai suoi fratelli napoletani, a quei beduini che vivono in mezzo alla camorra e all´immondizia?».

La Repubblica 01.10.11

Disabili, monito Ue:«In Italia non c’è parità di trattamento», di Toni Jop

Come i bambini. L’Unione europea li sgrida, e loro acqua in bocca, muti come pesci. Così nessuno sapeva, grazie ai ministri di questo governo, che l’Europa ha avviato nei nostri confronti una procedura di infrazione perché dice che non facciamo nulla per garantire i diritti dei disabili nei luoghi di lavoro.
ACCUSE PRECISE Sull’accusa comunitaria al governo si è attivata la Cgil, e ora ecco per Berlusconi e soci un’altra grana da curare. Per noi italiani, invece, l’ennesima pessima figura di fronte al mondo in un campo, tra l’altro, in cui, per nostra virtù, ce la siamo cavata molto bene negli ultimi quarant’anni. «La Repubblica italiana, non imponendo a tutti i datori di lavoro l’obbligo di prevedere soluzioni ragionevoli applicabili a tutti i disabili è venuta meno all’obbligo di recepire correttamente e completamente l’articolo… che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro »: così recita il testo della reprimenda data alle stampe sulla Gazzetta ufficiale della Ue tra la fine di luglio e i primi di agosto, pochi giorni prima che il consiglio dei ministri approvasse la manovra “arricchita” con il famigerato articolo 9, quello che consente alle aziende di collocare i disabili in un’ unica soluzione.

LIBERTÀ DI «CONCENTRARE» Traducendo, significa che per le aziende esiste libertà di concentrare i disabili e di creare dei ghetti a loro uso e consumo. Riprende così fiato un’ottica concentrazionaria che la cultura italiana aveva battuto negli anni Settanta, abolendo – soli in Europa – la classi differenziali, a scuola, e regolando con equilibrio imposto dalla dignità di tutti i lavoratori, disabili soprattutto, le pulsioni discriminatorie delle aziende. Negli anni Settanta, la Fiat, per esempio, era libera di impaccare Centinaia di portatori di disabilità nei reparti “più opportuni”, le carrozzerie, una sorta di classe differenziale tenuta insieme da una certa violenza discriminatoria. «È lì che vuol tornare il governo di Berlusconi – commenta Nina Daita, responsabile nazionale dell’ ufficio politiche per le disabilità -. a quella violenza, piegando la storia di questo paese. E sai come ci siamo accorti che l’Ue aveva avviato la procedura di infrazione? Ce l’hanno fatto notare in Germania, durante una conferenza…».

QUEL CHE DICE LA LEGGE Non tutti sanno che le aziende sono obbligate dalla legge ad assumere un numero certo di disabili calcolato sulle quantità del personale: un disabile per un organico che va da 15 a 35 dipendenti, due per 50 e così via. Poi, le commissioni provinciali e regionali si incaricavano di trattare con le aziende, evitando da un lato che le assunzioni premiassero alcuni territori sugli altri e dall’altro che i nuovi assunti fossero ghettizzati.

LA LEGGE DELLA GIUNGLA Meccanismo saltato, si torna nella giungla. Da due anni, il collocamento dei disabili è sceso del 38%, gli iscritti alle liste sono quasi ottocentomila e gli stanziamenti del governo per il settore sono scesi da 40 milioni di euro ai due milioni e mezzo del 2012. Un disastro. «Io sono furibonda, – è sempre Daita che parla – le famiglie sono a pezzi, morse da un’inquietudine che non reggono più. Stiamo scivolando verso un regime crudele e ingiusto che si prepara a rimettere in servizio attrezzi infami come la compassione, l’elemosina. Mentre si spendono3 miliardi di euro per rimediare la truffa delle quote latte». RIGUARDA MOLTI Eppure i disabili in Italia sono tre milioni: cosa convincerà questo governo a dar loro enormemente meno di quel che pagano per le quote latte? Misteri padani. «Intanto, questo paese sta perdendo la sua anima – dice Nina Daita – eravamo un modello, ci guardavano come fossimo un modello, stiamo tornando a Dickens».

L’Unità 01.10.11

"E' il momento di segnali forti", di Tito Boeri

Sono bastate alcune sedute di borsa positive e il voto dei parlamenti finlandese e tedesco, favorevoli ad aumentare le garanzie al fondo salva-stati, per togliere alla politica italiana ogni percezione dell´emergenza. Il pacchetto di misure sulla crescita, quello che, per intenderci, avrebbe dovuto essere varato a inizio luglio contestualmente alla manovra e che era stato poi annunciato per il Consiglio dei ministri di questa settimana, verrà invece presentato fra 15 giorni. Dato che sarà scritto a più mani (il ministro Tremonti è stato di fatto commissariato dai suoi colleghi), presumibile che i tempi slitteranno ulteriormente. Nel frattempo si attivano nuovi tavoli tecnici e si tiene ancora in sospeso la nomina del successore di Draghi a via Nazionale. Tutti questi rinvii non spaventerebbero se si fosse davvero allentata la crisi del debito e se questi tempi più lunghi fossero il preludio di riforme coraggiose e lungimiranti. Purtroppo non è così.
Lo spread è tornato ai livelli di prima dell´approvazione della Finanziaria e non c´è nessun piano di salvataggio alle porte per paesi della dimensione di Italia e Spagna. Il piano di cui si è fantasticato a inizio settimana come esito degli incontri di Washington, semplicemente non esiste a detta di tutti coloro che hanno partecipato ai meeting. L´unica novità è la proposta francese di permettere al fondo salva-Stati già oggi esistente (quello che, per intenderci, vive solo sulle garanzie senza avere ancora un capitale versato) di indebitarsi come una banca, operando a leva, il che gli permetterebbe di concedere prestiti (o comprare titoli di stato) anche fino a dieci volte il capitale. Ma prima che questo avvenga bisogna che il fondo sia effettivamente dotato di un capitale proprio e le sue prerogative vengano estese. Inoltre la sola voce di un possibile finanziamento a leva ha fatto lievitare in modo consistente lo spread sui titoli che il fondo ha emesso per finanziare i prestiti a Grecia e Portogallo e sarebbe in vista un downgrading del fondo con perdita della tripla A. A quanto pare, i miracoli della moltiplicazione dei pani e dei pesci non sono terreni.
Quanto all´utilità della “pausa di riflessione” che il nostro governo si è ulteriormente concesso, l´impressione è che serva solo a reperire risorse per finanziare “spesa per lo sviluppo”, mediante interventi straordinari come vendite di immobili, condoni o nuove tasse, come se la manovra estiva non avesse già portato la pressione fiscale al 45 per cento e le entrate sul pil al 50 per cento. Nessun accenno alle riforme a costo zero, quelle che non richiedono il prelievo di un solo euro dalle casse dello Stato. Neanche all´opposizione sembrano essere prese in considerazione. Ecco una collezione di citazioni di politici del centro-sinistra: «Con l´austerità cieca delle politiche di bilancio, la crescita è impossibile per un lungo periodo», poco possono le mitiche “riforme strutturali””, «sì, d´accordo con le liberalizzazioni, ma se non ci sono soldi, non c´è sviluppo».
Liberi questi politici di non credere alle riforme a costo zero. Se ne sono fatte così poche in Italia, che i benefici tratti da questi interventi in termini di maggiore occupazione e salari e prezzi più bassi, possono essere loro sfuggiti, anche quando le riforme portavano il nome dell´attuale segretario del Pd. Ma vorremmo che almeno tenessero conto del fatto che i rischi di una nuova recessione sono oggi in gran parte legati a un problema di accesso al credito. Sono aumentati del 10 per cento in agosto sia i costi dei mutui sulla casa che i tassi medi praticati alle imprese, pur in un contesto di tassi interbancari calanti, nell´attesa di un ribasso del tasso della Bce. Questo è un segno inequivocabile del fatto che le banche, di fronte alla pesantissima svalutazione dei loro patrimoni associata alla perdita di valore dei titoli di stato che hanno in portafoglio, stanno tagliando fortemente i finanziamenti a imprese e famiglie. La prima cosa da fare per lo sviluppo del Paese è dunque evitare un “credit crunch”. Dato che il problema è legato alla crisi del debito pubblico, non c´è mai stato legame così stretto tra credibilità del consolidamento fiscale e sviluppo. Ogni euro di spesa pubblica improduttiva risparmiato servirà ad evitare che alle imprese e alle famiglie venga chiuso il rubinetto del credito. Mentre ogni segnale dato ai mercati di un ritorno alla spesa facile, ogni allontanamento ulteriore dall´obiettivo del bilancio in pareggio (secondo le stime del Fondo monetario, non ce la faremo entro il 2013), rende più stringente la stretta creditizia.
Bene hanno fatto perciò le associazioni dei datori di lavoro a chiedere al governo interventi immediati e a proporre, nel loro Manifesto, liberalizzazioni importanti e misure di contenimento della spesa pubblica. Meglio ancora se avessero dato il buon esempio proponendo un significativo sfoltimento dell´intricato e costoso sistema di incentivi alle imprese, almeno finché la loro efficacia non sarà attentamente valutata. Singolare anche che in un documento firmato anche dall´Abi non si affronti il problema dell´accesso al credito da parte soprattutto delle piccole imprese. Mentre si chiede, nero su bianco, una “tassa patrimoniale”, un termine che può spaventare molti investitori: dato che si tratterebbe di un´imposta ordinaria, destinata a durare nel tempo, perché non proporre esplicitamente di reintrodurre l´Ici sulla prima casa per ridurre le tasse sul lavoro?
C´è bisogno in questo momento di segnali forti, in grado di invertire le aspettative dei mercati. Eccone uno, anch´esso, a costo zero: si fissi una data certa per le elezioni e, in cambio di questo impegno a votare in tempi relativamente brevi, si ottenga dall´opposizione il sostegno a non più di due o tre misure per la crescita di cui condividere la responsabilità di fronte agli elettori. È anche in virtù di un accordo di questo tipo che la Spagna, che a inizio estate era considerata più a rischio dell´Italia, oggi viene ritenuta dai mercati molto più affidabile del nostro Paese. Purtroppo sembra da noi lontano anni… neutrini.

La Repubblica 01.10.11