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Napolitano, amare la Costituzione e rafforzare la cultura della legalità

«La Costituzione va amata e consolidata». Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Sindaco di Marzabotto, Romano Franchi, in occasione della celebrazione dell’anniversario dell’eccidio.

«È un dovere per noi tutti – scrive Napolitano – perpetuare il ricordo di coloro che, combattendo nelle fila della Resistenza, restituirono all’Italia il bene supremo della libertà e della dignità nazionale. A loro si deve se l’Assemblea costituente potè approvare, grazie alla convergenza di forze politiche diverse, la nostra Carta fondamentale, in cui sono enunciati i valori e i principi fondamentali cui si ispirarono quanti, sacrificando se stessi e la propria vita hanno consegnato alle generazioni successive una repubblica nuova e libera: spetta a ciascuno di noi, in nome di quegli stessi principi, continuare ad amarla e consolidarla. In questo spirito e nel ricordo delle vittime dell’eccidio, rinnovo a tutti i familiari ed ai partecipanti alla cerimonia il mio commosso, partecipe saluto».

Ai finanziari dice: «Diffondere a cultura della legalità»
Il capo dello Stato ha anche inviato un messaggio al Presidente dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia, gen. di c.a. Giovanni Verdicchio, in occasione del XVIII raduno nazionale. Nel messaggio il presidente esprime il suo «deferente omaggio al labaro dell’associazione, custode delle più antiche tradizioni militari del corpo e simbolo del patrimonio di valori che unisce tutti i finanzieri in servizio e in congedo. L’odierna manifestazione, organizzata in Puglia in occasione delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, assume un particolare significato nella riaffermazione dei principi che hanno ispirato il Risorgimento e il processo di unificazione nazionale e concorre a diffondere, specialmente nelle giovani generazioni, la cultura della legalità e il ripudio di ogni forma di sopraffazione e di violenza. L’opera meritoria compiuta dal sodalizio in molteplici settori della società civile costituisce prezioso contributo al benessere della collettività ed esempio di cittadinanza attiva e responsabile. Con questi sentimenti di stima e considerazione, giunga a tutti i convenuti il mio apprezzamento, unitamente all’augurio più caloroso per il pieno successo dell’evento».

da www.ilsole24ore.it

"Welfare, diritti sociali, utilità sociale. Solo parole, o un imperativo costituzionale ancora vincolante per il legislatore?", di Giovanna De Minico *

Welfare, diritti sociali, utilità sociale. Solo parole, o un imperativo costituzionale ancora vincolante per il legislatore?
La dimensione solidaristica della nostra Repubblica, impegnata a compensare le diverse fortune iniziali delle persone, operava ora come limite alla ricerca egoistica del profitto (articolo 41 della Costituzione), ora come fine ultimo dell’uguaglianza sostanziale (articolo 3). Si pensi ai sussidi ai ragazzi capaci nello studio ma privi di mezzi per provvedervi o agli incentivi all’imprenditore per consentire ai lavoratori un’esistenza dignitosa.
Esempi significativi di welfare che rischiano di diventare archeologia giuridica in seguito al disegno di legge di revisione costituzionale (AC 4144), che prevede la soppressione dell’utilità sociale, valvola compensativa della lucratività con le istanze sociali. Pertanto, la sua eliminazione farebbe arretrare le domande sociali rispetto alle aspettative di profitto dell’imprenditore. Questo disegno di legge giace presso la prima Commissione della Camera. I rischi per il welfare provengono, però, anche da altra fonte: precisamente, dall’annunciato disegno di revisione degli articoli 53, 81 e 119 della Costituzione. Questo atto, in nome della prevalenza del diritto europeo su quello interno, introduce rispettivamente l’obbligo del pareggio di bilancio e il divieto di ricorso al debito pubblico.
Le due affermazioni vanno spiegate insieme, come insieme sono state introdotte. Pareggio significa che se sono previste uscite per 100 dalle casse dello Stato, devono parimenti essere previste entrate per 100. Indebitamento significa invece che per coprire una spesa di 100 lo Stato non può più farsi prestare i soldi dai risparmiatori: se facesse questo, coprirebbe nell’immediato la spesa, ma nel suo bilancio quel prestito, figurando tra le poste passive, altererebbe l’equilibrio.
Entrambe le regole vengono dall’Europa, dal Consiglio Europeo del 24-25 marzo? Questa affermazione è vera solo in parte. L’atto europeo prescrive sì il pareggio di bilancio, ma non anche il mezzo per conseguirlo. Spetterà dunque ai singoli Stati decidere il da farsi. E cioè se intervenire sulle entrate, aumentandole, o sulle uscite, contenendole. Se si optasse per queste ultime, poi, si potrà ancora scegliere le voci della spesa in esubero da tagliare. Quindi, la cura dimagrante potrebbe colpire la politica nei suoi costi impropri o l’amministrazione pubblica nelle sue croniche inefficienze o infine il debito pubblico, cioè il prestito accordato dai cittadini allo Stato. Il nostro Governo ha scelto proprio quest’ultimo rimedio come via esclusiva e peraltro a percorrenza obbligatoria per le maggioranze politiche future, quale effetto del suo inserimento nell’articolo 81 della Costituzione. È opportuno però chiarire che non si tratta di un’operazione calata da Bruxelles, ma di una precisa scelta di politica di Governo, della cui costituzionalità è ragionevole dubitare, dato l’effetto preclusivo sull’indirizzo politico delle maggioranze future e la sua incompatibilità con il welfare. Se fino a oggi i diritti sociali si sostenevano economicamente anche con il ricorso al debito, il nuovo articolo 81 condizionerà l’uguaglianza sostanziale non solo alle disponibilità economiche, ma alla provenienza di quei soldi, non più generabili dai prestiti degli investitori allo Stato.
Ci auguriamo che Governo e Parlamento ripensino l’endiadi pareggio-indebitamento, considerando che proprio il documento europeo chiede che accanto al contenimento della spesa, comunque conseguito, lo Stato debba realizzare misure per la crescita sociale, cioè le stesse che in sede costituzionale vorremmo precluderci.
Giova ricordare che già la Commissione D’Alema, nel proporre modifiche all’articolo 81 della Costituzione, aveva introdotto il vincolo del pareggio unitamente al raffreddamento del debito pubblico, ma, al tempo stesso, aveva contemplato il ricorso in deroga a quest’ultimo, non solo rispetto a situazioni eccezionali, ma anche a vantaggio delle spese in investimenti strutturali. Delle due deroghe, la revisione in atto prevede solo la prima, e una diversa seconda, identificata «nelle fasi avverse del ciclo economico», peraltro rimesse alla sola individuazione del Governo, e non delle Camere a maggioranza qualificata. La riforma dell’articolo 81 dunque dice troppo perché sceglie un’unica via per far quadrare i conti: l’azzeramento del debito pubblico. E dice poco perché non contempla tra le deroghe le necessità sociali, cioè gli investimenti strutturali, dando un’attuazione socialmente aggressiva al documento europeo.

*Professoressa di Diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli

da www.ilsole24ore.com

"L’Inps va in rosso. Le pensioni salvate dai precari", di Enrico Marro

L’Inps va in rosso: quest’anno spenderà 283 miliardi di euro e chiuderà con un deficit d’esercizio di 2,9 miliardi contro una previsione di un attivo di 365 milioni. I conti sono tenuti in piedi dai precari, dalle entrate per le gestioni temporanee e dai lavoratori dipendenti che con i datori di lavoro versano all’Istituto il 33% della retribuzione lorda. I conti sono, invece, penalizzati dai fondi speciali e da quelli degli autonomi. In calo gli assegni erogati nei primi 8 mesi del 2011 rispetto al 2010.

La crisi morde, anche per i conti dell’Inps. Secondo l’assestamento del bilancio 2011, varato dal presidente Antonio Mastrapasqua e ora all’esame del Consiglio di indirizzo e vigilanza, quest’anno l’ente di previdenza, che spenderà per pensioni e prestazioni varie 283 miliardi di euro, chiuderà con un deficit d’esercizio di 2,9 miliardi contro una previsione di un attivo di 365 milioni contenuta nel budget originario e contro un deficit di 1,3 miliardi nel 2010.

Si tratta del secondo esercizio in rosso, dopo che dal 2000 al 2009 i risultati erano sempre stati positivi — ricorda la relazione del collegio dei sindaci. Finirà in disavanzo anche la gestione finanziaria di competenza: 343 milioni contro un attivo di 1,2 miliardi del preventivo. Resiste solo un esiguo avanzo di parte corrente: 100 milioni (contro 1,6 miliardi previsti)

La variazione del risultato economico di esercizio negativa di 3,2 miliardi rispetto alle previsioni riflette la svalutazione dei crediti contributivi e il peggioramento dei conti delle diverse gestioni previdenziali. E la nota di assestamento non tiene neppure conto della revisione del Pil appena decisa dal governo per il 2001: dall’1,1 allo 0,7% che probabilmente avrà un impatto negativo sulle entrate contributive dell’Inps, anche se gli ultimi dati, riferiti ai primi otto mesi dell’anno, segnalano incassi superiori dell’1,4% rispetto a quanto preventivato.

Passando alle singole gestioni, il comparto dei lavoratori dipendenti chiuderà sì in attivo, ma solo di 1,5 miliardi contro i 3,4 miliardi previsti. Un buon risultato comunque, tenendo conto che sarà conseguito nonostante i fondi speciali (Trasporti, Elettrici, Telefonici e dirigenti d’azienda ex Inpdai), che segneranno un rosso complessivo di ben 7,8 miliardi. Al saldo finale positivo del comparto concorre infatti l’attivo dei dipendenti al netto di questi fondi speciali (7,3 miliardi) e quello delle prestazioni temporanee (assegni familiari, malattia, cassa integrazione, in avanzo di 2,1 miliardi).

Male anche le gestioni dei lavoratori autonomi, tutte in deficit crescente: 3,5 miliardi quella dei coltivatori diretti; 5,6 miliardi quella degli artigiani; un miliardo e mezzo quella dei commercianti. In totale più di 10 miliardi e mezzo di disavanzo. Va benissimo invece il fondo dei parasubordinati (collaboratori, consulenti, amministratori) che chiuderà in attivo di 7,2 miliardi, anche perché, a fronte dei contributi incassati da circa 1,7 milioni di lavoratori, le pensioni in pagamento sono pochissime.

Schematizzando, si può concludere che i conti dell’Inps sono tenuti — per ora — in piedi dai lavoratori precari, dalle entrate per le gestioni temporanee, che anche qui sono sempre molto superiori alle uscite, e dai lavoratori dipendenti che insieme con i loro datori di lavoro versano all’Istituto il 33% della retribuzione lorda. I conti sono invece zavorrati da una serie di pesanti eredità: dai fondi speciali a quelli dei lavoratori autonomi. Tutti questi hanno alcune caratteristiche in comune: hanno visto un progressivo peggioramento del rapporto tra lavoratori attivi (che versano i contributi) e pensionati (che ricevono gli assegni) e poi continuano a pagare pensioni molto generose in rapporto ai contributi versati (artigiani e commercianti, per esempio, pagano ora il 20-21%, ma fino a pochi anni fa stavano intorno al 14-15%).

Tanto per avere un’idea, dai dati dell’assestamento di bilancio si ricava che i coltivatori diretti verseranno nel 2011 all’Inps in media 2 mila euro all’anno, gli artigiani e i commercianti circa 4 mila, mentre i lavoratori dipendenti e le loro aziende 9.854 euro a testa. Se si guarda all’importo medio delle pensioni corrisposte dagli stessi fondi le differenze non sono però così forti: 11.612 euro all’anno per i lavoratori dipendenti, 10.252 euro per gli artigiani, 9.427 per i commercianti, 8.089 euro per i coltivatori. Le pensioni a carico dei fondi speciali sono invece molto più elevate, sia perché hanno alle spalle retribuzioni più alte sia perché i sistemi di calcolo, in passato, erano qui particolarmente generosi. Così, gli ex dirigenti d’azienda prendono in media 49.860 euro all’anno e assegni importanti sono corrisposti anche dai fondi dei telefonici (25.862 euro), degli elettrici (24.940) e dei trasporti (20.671).

da Il Corriere della Sera

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“Nuove pensioni in calo del 19% nel 2011”, di Angelo Lupoli

Effetto del gradino sull´anzianità e del rinvio della decorrenza. Inps: la riforma funziona. Ha inciso soprattutto la finestra che sposta di 12 mesi il pensionamento

ROMA – Il 2011 ha segnato la svolta: nei primi otto mesi le nuove pensioni sono crollate del 19,3% passando da quasi 258 mila a poco più di 208 mila. L´effetto “benefico”, secondo l´Inps che ha diffuso i dati, dipende dagli interventi introdotti con la manovra 2010: l´età minima per la pensione di anzianità (a 60 anni per i dipendenti e 61 per gli autonomi) e della cosiddetta “finestra mobile” (12 mesi di rinvio della decorrenza dal momento del raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia e di anzianità, 18 per gli autonomi). «Le riforme – ha commentato il presidente dell´Inps, Antonio Mastrapasqua – hanno funzionato».
La “finestra mobile” ha prodotto i suoi effetti soprattutto per le pensioni di vecchiaia, passate dalle 115.812 dei primi 8 mesi del 2010 a 87.894 nello stesso periodo del 2011, con un calo del 24,1%. Leggermente inferiore il calo per le anzianità scese del 15,4% passando dalle 142.128 del 2010 alle 120.240 del 2011. Del resto nel 2010 per l´uscita dal lavoro con l´età di vecchiaia erano disponibili nell´anno quattro finestre e quindi l´attesa per l´uscita per i dipendenti si aggirava tra i 3 e i 6 mesi (a seconda della data di nascita) invece dei 12 attuali.
Considerando le tipologie di lavoratori la “finestra mobile” ha funzionato in particolare per i dipendenti: nei primi otto mesi del 2011 sono usciti con una pensione di vecchiaia solo in 43.221 a fronte dei 68.070 dei primi otto mesi del 2010 (-36,5%) mentre per i coltivatori diretti, artigiani e commercianti i cali sono stati molto meno consistenti (per i commercianti sono state solo 1.000 in meno, tra le 19.829 dei primi 8 mesi 2010 a 18.852 dei primi otto mesi 2011).
La diminuzione complessiva (da 257.940 a 208.134 pensioni totali in 8 mesi) è stata superiore anche alle previsioni fissate dall´Inps per il periodo a 226.692. Le pensioni di anzianità nel complesso nei primi 8 mesi dell´anno sono state 120.240 (a fronte di 123.240 previste). Le pensioni di anzianità dei dipendenti sono state 80.681 a fronte di 90.894 dei primi otto mesi del 2010 ma di più di quanto previsto dall´Inps per il periodo (63.650).
Naturalmente i dati Inps tengono conto solo dei lavoratori del settore privato. Un calo dovrebbe registrarsi poi anche per le donne del settore pubblico che da quest´anno vanno in pensione di vecchiaia con 61 anni di età (e ancor di più l´anno prossimo quando potranno uscire dal lavoro per vecchiaia solo a 65 anni).
Il presidente dell´Inps ha spiegato all´Ansa che sul calo delle pensioni complessivo ha inciso l´effetto finestre piuttosto che l´inasprimento dei requisiti per l´anzianità. «E in questi dati – ha precisato Mastrapasqua – non c´è ancora l´effetto della misura che innalza l´età collegandola all´aspettativa di vita (la misura partirà nel 2013) né quella sull´aumento dell´età per chi ha almeno 40 anni di contributi (che partirà nel 2012 con un mese per poi arrivare a tre nel 2014)».

da la Repubblica.it

«L'Italia cambi timoniere per salvarsi», di Romano Prodi

Prima dell`inizio delle ferie estive avevo scritto, con una certa sorpresa per molti, che in presenza di foltissime tensioni economiche e finanziarie della zona Euro, una crisi di governo sarebbe stata inopportuna. Mi sembrava infatti pericoloso restare senza un timoniere nel mezzo della tempesta, tenuto conto dell`incapacità di decisione dei governi europei e di una speculazione determinata a colpire con sempre maggiore violenza i mercati più deboli. Poi è arrivato agosto. La speculazione e le incertezze politiche sono aumentate di intensità e, in aggiunta, le previsioni e i dati sulla crescita sono stati ovunque corretti al ribasso. Il deterioramento della situazione e il peggioramento delle previsioni hanno toccato in particolar modo l`Italia, che si trova ora al fondo delle classifiche mondiali. Di fronte a questo stato di fatto la reazione del governo italiano non è stata, sotto alcun aspetto, all`altezza della situazione. Le successive manovre economiche si sono distinte per la loro insufficienza, frammentarietà e contraddittorietà. Proposte di aumenti fiscali si sono susseguite in modo confuso e, nella maggior parte dei casi, sono state cambiate non solo in conseguenza della reazione delle categorie interessate ma anche per effetto di interessi contrapposti nell`ambito della coalizione di governo. Anche lasciando da parte i danni di tali comportamenti sulle quotazioni azionarie delle nostre imprese, questi eventi hanno provocato un enorme imprevisto e ingiustificato aumento dello «spread» dei nostri titoli pubblici rispetto al parametro di riferimento, che è il cosiddetto «Bund» tedesco. Per un paese con un debito pari al 120% del PIL come è il caso italiano, una differenza di 3-4 punti nel tasso di interesse si trasforma in peso insostenibile. Anche se la durata media del nostro debito è intorno ai 6-7 anni, ogni volta in cui il Tesoro è obbligato a rinnovare una quota di questo debito, il crescente costo degli interessi diventa una corda al collo che strozza la nostra economia. Anche una severa manovra di aggiustamento delle finanze pubbliche sarebbe infatti vanificata dall`aumento degli interessi sul debito pubblico. Una delle motivazioni più forti della nostra volontà di entrare nell`Euro era stata infatti quella dell`abbassamento di tassi di interesse sia a carico dello Stato che dei debitori privati. Ricordo a questo proposito come fosse stata accolta con sufficienza (e in molti casi con derisione) la previsione, poi puntualmente avveratasi, di una diminuzione al di sotto del 5% dei tassi per l`acquisto dell`abitazione in conseguenza dell`entrata dell`Italia nell`Euro. Questo stato di grazia è durato non un giorno ma otto anni. Poi è arrivata la crisi finanziaria, quindi il caso greco ha messo in rilievo che le economie europee non sono tutte uguali e i tassi dei diversi paesi, senza una politica europea, hanno cominciato a divergere. Ben pochi tuttavia pensavano che l`Italia sarebbe stata la vittima più illustre di questa tempesta e nessuna pensava che il nostro «spread» potesse superare anche quello della Spagna, paese economicamente più debole, soprattutto per la sua struttura economica dominata dall`edilizia e quindi più esposta alla crisi rispetto agli altri. Su tutto questo sono arrivate le nostre incertezze e le nostre liti di agosto con la quotidiana disputa fra il Presidente del Consiglio e il ministro dell`Economia e fra quest`ultimo e tutti gli altri ministri. Il che ha prodotto un ulteriore drammatico deterioramento dell`immagine dei nostri vertici governativi. Questa cacofonia, unita a comportamenti personali del tutto singolari, ha provocato, all`interno del paese, il distacco dall`esecutivo di molti dei pilastri che lo avevano sostenuto, a partire dalle associazioni di piccoli imprenditori e della Confindustria e ad un raffreddamento di quella parte delle gerarchle ecclesiastiche e di quei sindacati che, finora, avevano sostenuto il governo. Il giudizio negativo è ancora peggiore all`estero dove, a livello di classe dirigente, non vi è più fiducia che vengano prese le decisioni necessario mentre, a livello popolare, l`Italia è oggetto di ironia, scherno e derisione. I media di tutto il mondo ci considerano come una realtà imbarazzante mentre la gente comune si chiede come si possa essere giunti a questo punto e come l`Italia possa essere caduta così in basso. Questa domanda viene insistentemente posta non solo in Europa ma in tutto il mondo, negli Stati Uniti, in Asia e in Africa. È un giudizio ormai universalmente condiviso, che pesa ancora di più di quello delle agenzie di rating perché umilia l`anima più profonda del Paese proprio quando, in occasione del 150 anniversario dell`Unità, l`Italia sta riflettendo sulla sua storia e sta cercando di ritrovare un suo ruolo e una sua missione nel mondo globalizzato. Non è difficile misurare il danno che tutto questo procura al nostro Paese e soprattutto alle giovani generazioni che non vi vedono più né una base economica né un`identità etica e culturale a cui riferirsi. Dopo la drammatica estate che abbiamo passato bisogna perciò giungere alla conclusione che, pur navigando in un mare in tempesta, qualsiasi nuovo timoniere è meglio di quello esistente e che il rischio di un cambiamento è certamente preferibile alla certezza che la nostra nave vada a schiantarsi contro gli scogli.

da il Mattino del 2 ottobre 2011

«Siamo entrati nel dopo Einstein?», di Marco Cattaneo *

Il risultato coinvolgerebbe tre delle più importanti idee del XX secolo: la relatività speciale di Einstein, la teoria dei campi elettromagnetici e quella elettrodebole. Come cambierebbe la fisica se si andasse più veloce della luce

L´esperimento del Cern è finito in prima pagina su tutti i giornali del mondo: se davvero il neutrino fosse più veloce della luce si aprirebbe una nuova era. Non solo per la comunità degli studiosi. Tre delle idee più importanti del XX secolo dovrebbero essere riviste: tra queste la relatività speciale. In attesa di conferme dai fisici, vediamo cosa succede quando la scienza cambia paradigma

Fino alla fine dell´Ottocento i fisici erano convinti che lo spazio fosse pervaso di un mezzo invisibile attraverso il quale si propagava la luce: l´etere luminifero. La sua esistenza era necessaria per conciliare le leggi della fisica, e in particolare il principio di relatività galileiano con le equazioni di Maxwell che descrivono il legame tra il campo elettrico e il campo magnetico, da cui emergono le onde elettromagnetiche, che comprendono la luce visibile. Così, nell´ultimo quarto del secolo, fiorirono gli esperimenti per verificare la natura dell´etere. E nel 1887 Albert Abraham Michelson ed Edward Morley misero a punto un sofisticato strumento per misurare l´esistenza del “vento d´etere”.
econdo le congetture dell´epoca, infatti, il misterioso mezzo avrebbe dovuto influenzare la velocità di qualunque cosa vi fosse stata immersa, compresa la luce. Michelson e Morley suddivisero dunque un fascio di luce in due fasci che percorrevano cammini perpendicolari, per studiarne l´interferenza nel punto in cui convergevano nuovamente su uno schermo, ma il loro ingegnoso trucco portò a un esito allarmante: la velocità della luce sembrava indipendente dalla direzione, e perciò non ci sarebbe stato nessun etere a trasportarne le onde.
Ripetuto in laboratori diversi e con differenti modalità fino al 1906, l´esperimento di Michelson e Morley sarebbe stato definito, più avanti nel Novecento, “il più riuscito esperimento fallito della storia della scienza”. Ma la sua realizzazione spalancò le porte all´elaborazione delle trasformazioni di Poincaré e Lorentz prima e, in ultimo, alla teoria speciale della relatività di Albert Einstein.
Questa lunga premessa per dire che, pur con importanti differenze sotto il profilo epistemologico e storico, se i risultati ottenuti con il rivelatore Opera sul fascio di neutrini in viaggio tra il CERN e il Gran Sasso fossero validati e confermati da altri esperimenti analoghi, saremmo davanti a un evento di quelli che la scienza produce una volta per secolo, o giù di lì. Il condizionale è indispensabile, perché in fisica una conferma è la realizzazione di un esperimento indipendente da cui emergono i medesimi risultati.
Perché i neutrini superluminali diventino davvero una svolta epocale per la fisica del XXI secolo, dunque, occorre che si realizzino tre condizioni. La prima è che i dati resi pubblici dalla collaborazione Opera reggano ad analisi indipendenti. I risultati sulla velocità dei neutrini sono espressi in forma statistica, e la loro affidabilità dipende dal margine di errore intorno ai tempi misurati. Se fosse più rilevante di quanto indicato, allora i neutrini potrebbero avere una velocità compatibile con quella della luce nel vuoto, o anche leggermente inferiore.
La seconda condizione è la verifica dei risultati da parte di esperimenti indipendenti. Non è un caso se l´esperimento di Michelson e Morley fu ripetuto in condizioni diverse e in laboratori diversi per quasi vent´anni, prima di abbandonare l´idea dell´etere. Così pure il risultato ottenuto tra il Cern di Ginevra e i laboratori del Gran Sasso dell´INFN occorre sia replicato da altri. Negli Stati Uniti sono già in corso misurazioni della velocità di un fascio controllato di neutrini all´esperimento MINOS, e in Giappone l´esperimento K2K potrebbe fornire ulteriori dati indipendenti. Ci vorranno mesi perché possano essere disponibili i primi dati da questi laboratori, ma da lì potrebbero venire le prime conferme del fenomeno.
Infine, se la velocità superluminale dei neutrini sarà confermata, occorrerà inserire questo sorprendente risultato sperimentale in un quadro coerente. Che, naturalmente, non cancellerà Einstein e la relatività speciale, ma permetterà di estendere la portata delle leggi fisiche a un fenomeno nuovo e inaspettato. Il risultato di Opera coinvolgerebbe infatti tre delle più prolifiche teorie del XX secolo. La relatività speciale infatti, è consistente con la teoria dei campi elettromagnetici proprio in quel valore della velocità della luce nel vuoto che fino a oggi è considerato un limite universale. E la teoria dei campi elettromagnetici è unificata alla teoria delle interazioni deboli, quelle in cui si producono i neutrini, dalla teoria elettrodebole, la cui verifica valse il premio Nobel a Carlo Rubbia. Tra le molte ipotesi che sono già state avanzate, l´esistenza del fenomeno potrebbe significare che esiste un limite di energia oltre il quale particelle come i neutrini, prive di carica elettrica e di massa minuscola, che interagiscono molto debolmente con la materia, possono violare la velocità della luce nel vuoto.
Sono già al lavoro anche gli specialisti della gravità quantistica, ovvero i teorici che da più di mezzo secolo tentano di riconciliare le due grandi rivoluzioni del Novecento, la meccanica quantistica e la relatività, in una descrizione coerente della gravità, la forza più appariscente eppure più enigmatica del cosmo. Perché questo risultato potrebbe avere a che fare con una struttura discreta dello spazio-tempo che è stata ipotizzata proprio nell´ambito della gravità quantistica. E, naturalmente, non poteva mancare la schiera dei teorici delle stringhe. In questo complesso edificio matematico, infatti, si potrebbe annidare la spiegazione del fenomeno, ipotizzando che i neutrini possano arrivare in anticipo “prendendo una scorciatoia” nelle dimensioni extra dell´universo.
Per il momento siamo sul terreno delle ipotesi più ardite, ma comunque vada l´esperimento della collaborazione Opera ha già prodotto due risultati di rilievo. Il primo è sotto gli occhi di tutti. La comunicazione pubblica dei risultati sta permettendo a noi comuni mortali di gettare uno sguardo nei processi della scienza. Nel dibattito, anche aspro, si scontrano posizioni a volte inconciliabili, ma sempre fondate sull´osservazione dei fenomeni. E, soprattutto, senza alcun equivoco, anche gli scontri più duri – come quelli che videro protagonisti Einstein e Niels Bohr sulla natura della teoria dei quanti – sono sempre volti a un obiettivo comune: il progresso nella conoscenza delle leggi di natura. Per questo la scienza è la più straordinaria impresa collettiva dell´umanità.
Il secondo è forse più materia per addetti ai lavori. Dopo decenni, infatti, un risultato inatteso, ottenuto con quella serendipity che spesso accompagna le grandi rivoluzioni scientifiche (la misurazione della velocità dei neutrini non era l´obiettivo primario dell´esperimento), spinge i fisici di tutto il mondo a ripensare i fondamenti di una materia che negli ultimi decenni pareva un po´ stagnante, tra la celebrazione del modello standard della fisica delle particelle e le astrusità matematiche della teoria delle stringhe. Da tutto questo potrà forse emergere una nuova fisica, che non cancellerà certo i risultati acquisiti nell´ultimo secolo e mezzo, grazie ai quali esiste molta della nostra tecnologia di uso quotidiano, ma spingerà un po´ più in là gli orizzonti della nostra conoscenza. O forse no, se il lungo processo di validazione non darà conferma di questi risultati preliminari. Ma soltanto con i tempi della scienza sapremo se Opera sarà stato l´esperimento di Michelson e Morley del XXI secolo.

*L´autore è direttore de “Le Scienze”

Repubblica 2.10.11

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«Quando la scienza ha fatto una rivoluzione (culturale)», di Piergiorgio Odifreddi

L’annuncio del Cern della velocità superluminale dei neutrini ha scatenato accese discussioni sulle possibili conseguenze epistemologiche dell´ormai famoso esperimento. In particolare, si è ripetuto fino alla noia che, se il risultato venisse confermato, ci troveremmo di fronte alla necessità di un “cambio di paradigma”: un´espressione riempie la bocca e che allude alle opinioni filosofiche espresse da Thomas Kuhn cinquant´anni fa, nel suo libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche. In due parole, l´idea di Kuhn è che una teoria scientifica costituisca un paradigma, appunto, che stabilisce le regole del gioco temporaneamente condivise dalla comunità scientifica.
Queste regole sono accettate fino a quando qualcosa di gravemente anomalo, come appunto potrebbe essere l´esperimento del Cern, interviene a mettere in dubbio la visione del mondo proposta dal paradigma. Se l´anomalia non rientra nei ranghi, finisce per provocare una rivoluzione che abbatte l´ancient régime e instaura un nuovo ordine, nella forma di un nuovo paradigma.
L´idea di Kuhn è diventata a sua volta un paradigma filosofico, e ai postmoderni non è parso vero di potersene appropriare per proporre una visione relativistica della scienza. Le verità scientifiche, essi sostengono, non sarebbero altro che “costrutti sociali” relativi a un determinato paradigma, buoni fin tanto che questo rimane in vigore, ma da buttare e sostituire con altri allo scoppio della prossima rivoluzione.
Ma le “rivoluzioni” riguardano soprattutto le conseguenze filosofiche e culturali delle grandi scoperte scientifiche, assai più della scienza in sé, che procede piuttosto per accumulazione. Prendiamo ad esempio la teoria di Aristotele del moto, da cui Kuhn era partito per costruire il suo modello. Secondo la sua visione, il nuovo paradigma instaurato da Galileo ne avrebbe fatto piazza pulita, e oggi la leggi aristoteliche non sarebbe altro che reperti archeologici.
In realtà, Aristotele e Galileo descrivevano semplicemente situazioni diverse: il moto nell´atmosfera il primo, e nel vuoto il secondo. E´ ovvio, dunque, che trovassero risultati diversi. Ma se si aggiunge l´attrito dell´aria nelle formule di Galileo, si ritrovano esattamente le formule di Aristotele! Chi fosse interessato può vedere i dettagli nel libro di Andrea Frova e Mariapiera Maranzana Parola di Galileo.
L´altro esempio canonico di supposto cambiamento di paradigma è quello al quale Kuhn dedicò il suo primo libro, La rivoluzione copernicana. Come non pensare, a prima vista, che il sistema geocentrico di Tolomeo fosse da buttare, una volta che Copernico aveva riscoperto quello eliocentrico anticipato da Aristarco? Ma, ancora una volta, i due scienziati descrivevano situazioni diverse: il moto dei pianeti osservato dalla Terra il primo, e dal Sole il secondo.
E, se si vuole descrivere nel sistema di Copernico il moto dei pianeti osservato dalla Terra, si riottene il sistema di Tolomeo. Anzi, basta leggere Copernico per accorgersi che egli ricavò appunto il proprio sistema da quello, scoprendone la vera essenza: che metà del sistema tolemaico descriveva semplicemente il moto dei pianeti attorno al Sole, e l´altra metà proiettava il moto della Terra attorno al Sole. Ma certo la scoperta che la terra (e dunque l´uomo) non fossero più al centro dell´universo e l´idea galileiana che “il libro della natura” fosse scritto nella lingua della matematica ebbero conseguenze così radicali per le concezioni filosofiche, culturali, e anche religiose dell´epoca, da provocare, come si sa, la condanna di quelle teorie da parte della Chiesa di Roma. Chi fosse interessato, può vedere i dettagli nel mio libro Hai vinto Galileo!
Nel Novecento, l´esempio più tipico di supposto cambiamento di paradigma è stato il passaggio dalla meccanica classica di Newton a quella relativistica di Einstein, che ha modificato, se non proprio rivoluzionato, la visione tradizionale del rapporto fra lo spazio e il tempo. Inutile ripetere, a questo punto, che di nuovo si tratta di descrizioni di situazioni diverse: moti a velocità trascurabile rispetto a quella della luce in un caso, e a velocità paragonabili ad essa nell´altro. E, di nuovo, le formule di Einstein si riducono a quelle di Newton, quando si tenga conto di questo.
D´altronde, se non fosse così, non si continuerebbe a insegnare Newton nei dipartimenti di fisica e ingegneria, e lo si relegherebbe in quelli di storia. Per lo stesso motivo, si continua a insegnare Pitagora ed Euclide nei corsi di matematica, anche dopo Cartesio e Hilbert. O Aristotele nei corsi di logica, anche dopo Boole. Dunque, non aspettiamoci che i neutrini pensionino Einstein: se non sono una bufala, getteranno paradossalmente una “luce” nuova sui suoi risultati, e forse cambieranno, ancora una volta, il nostro modo di vedere il mondo.

Repubblica 2.10.11

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“Salerno-Reggio, neutrini in coda” di Michele Serra

Dopo aver scoperto che non esiste il tunnel tra la Svizzera e il Gran Sasso, la Gelmini si è detta ancora più orgogliosa: “Vuol dire che le particelle hanno ottenuto il loro fantastico record percorrendo impervie salite e pericolose discese”

Verifiche. Saranno necessarie accurate verifiche, perché a causa dei ripetuti tagli governativi i ricercatori italiani hanno dovuto calcolare a mano la velocità dei neutrini, utilizzando dieci bloc-notes a quadretti, otto lapis e un temperamatite. “Abbiamo dovuto portarci da casa tutto l’occorrente, compresi i neutrini”, recita un duro comunicato degli scienziati dell’Istituto nazionale per la fisica nucleare. Nella relazione finale si sottolinea il doppio risultato dell’esperimento: “Stabilire che la velocità dei neutrini è nettamente superiore a quella della luce, e che la nostra busta paga è nettamente inferiore a quella di un elettricista”. Precedenti tentativi erano falliti perché la gigantesca fionda messa a disposizione da uno sponsor privato (il Cirque du Soleil) per lanciare i neutrini non poteva essere azionata da scienziati ormai indeboliti dagli stenti.

I retroscena. Emergono anche altri retroscena dello storico esperimento. Pare che l’obiettivo originario dei ricercatori del Gran Sasso fosse un altro: volevano verificare se, aggregati in enormi quantità, i neutrini fossero commestibili, per potersi finalmente sfamare. Secondo voci incontrollate un giovane stagista, introducendosi di nascosto nell’acceleratore di particelle, avrebbe tentato di trasformarlo in un enorme tostapane. La temperatura altissima e le urla degli altri ricercatori, eccitati dall’odore di carne arrostita, avrebbero spaventato i neutrini spingendoli alla fuga e permettendo loro di raggiungere la spettacolare velocità rilevata. Forte del suo successo, il Cern intende chiedere al governo italiano di poter estendere gli esperimenti dai neutrini ai tacchini, purché forniti dal ministero. La comunità scientifica internazionale dubita che i tacchini, pure se fortemente motivati, possano raggiungere la stessa velocità, ma conoscendo la situazione economica della ricerca italiana si è detta disposta a chiudere un occhio.

I dubbi. Pare che un esperimento identico, ma su un tracciato diverso, abbia dato risultati molto difformi da quelli del Cern. Sulla Salerno-Reggio Calabria i neutrini sarebbero rimasti incolonnati per ore, procedendo a una velocità media di poco inferiore a quella di una mucca. Anche i cinesi vantano il successo dei loro ricercatori, ma pare che la loro relazione presenti non poche zone d’ombra: sembra copiata parola per parola da quella italiana e parla di un esperimento effettuato in una località poco nota della Cina, detta Glan Sasso. La Confcommercio italiana denuncia, comunque, la qualità modesta e il prezzo bassissimo, due centesimi al quintale, dei neutrini cinesi.
Punti sul vivo, anche i francesi vantano i risultati della loro ricerca. “Oltre il neutrino, oltre la particella più infinitesimale”, dice il ministro della Ricerca scientifica, Guy de Bouillon, “noi sappiamo che esistono frontiere ancora inesplorate”. Pare che gli scienziati stiano lavorando sulle esalazioni del camembert come possibile innesco della fissione nucleare.

Il ministro. In una visita al Gran Sasso, il ministro Gelmini ha chiesto di poter conoscere i neutrini protagonisti dell’esperimento, per scusarsi direttamente con loro della sua recente gaffe: credeva che Ginevra e il Gran Sasso fossero collegate da un tunnel. “Ho così involontariamente sottovalutato la fatica dei nostri neutrini”, ha dichiarato il ministro, “che hanno ottenuto il loro fantastico record percorrendo anche salite impervie e discese pericolose”. Il ministro ha proposto di superare le passate incomprensioni con il sorriso e di organizzare un nuovo passaggio dei neutrini, con il patrocinio del governo, sullo stesso tratto già percorso con successo, tra due ali di folla in festa e uno striscione tricolore all’arrivo.

L’Espresso 01.03.11

"La difficile coesione sugli interessi comuni", di Giuliano Amato

E’ segno dei tempi che si legga una lettera della Banca centrale europea al nostro Governo come un messaggio dell`Oracolo di Delfi, dal quale apprendere la strada che dobbiamo imboccare per la nostra salvezza. Ed è segno degli stessi tempi che venga dalle imprese un “progetto per l`Italia”, articolato in cinque proposte per fare finalmente ripartire la crescita. Gli italiani hanno capito che stringere la cinghia è essenziale per porre un argine robusto alla crescita del nostro debito e per farlo anzi scendere una buona volta al di sotto dei livelli di guardia. Ma hanno anche capito che senza crescita rischiarne di trasformare la cura intrapresa in una sorta di calvario verso l`anoressia, raggiunta la quale il debito sarà ancora alto e noi non avremo più ne forze ne risorse per abbatterlo.
Si rischia, in una situazione del genere, di creare nel Paese un clima psicologico opposto a quello che serve per rendere condivisa l`austerità alla quale comunque esso è chiamato: se tanto devo morire, perché devo morire digiuno? Di qui l`attenzione con cui vengono accolte le proposte per crescere in una fase nella quale le turbolenze della vita politica ne distraggono i protagonisti da questi temi cruciali e li rendono a dir poco più deboli di quanto servirebbe nel farsi loro portatori dell`agenda che ci vuole per l`Italia.
Di qui l`apprezzamento che merita la passione con la quale in questi mesi Emma Marcegaglia si è dedicata più di altri al sostegno della crescita e alla raccolta di idee e di consensi per realizzarla, riempiendo così un vuoto, che, come accennavo, era addirittura controproducente lasciare scoperto. Detto questo, se davvero sull`agenda ci sono finalmente i progetti che possono portare non all`anoressia, ma allo sviluppo sano ed equilibrato dell`Italia, cerchiamo di essere ben consapevoli dei fattori su cui più dobbiamo far leva per realizzarli, senza esaurire la nostra discussione sulla maggiore o minore bontà di singole proposte. Già vedo l`attenzione concentrarsi sulla patrimoniale come fonte più o meno appropriata per “coprire” una minore tassazione sulle imprese e sul lavoro. Non perdiamo trent`anni in una nuova guerra di religione. Se lo si affronta senza tabù e senza toni barricaderi, questo è un tema di non difficile soluzione, sempreché un simile spostamento del carico fiscale sia congegnato in modo da concorrere effettivamente allo sviluppo. Non ci fermiamo qui però. Il catalogo delle cose da fare è importante, ma ancora più importante è poi realizzarle davvero ed è qui che cade di solito l`asino italiano. Poche volte ho visto spiegato il nostro problema con la chiarezza con cui lo ha fatto il 29 scorso il professor Soumitra Dutta, presentando a Roma a Unindustria il suo Global Innovation Index, che colloca i diversi Paesi del mondo in una unica classifica, basata congiuntamente sui fattori di innovazione di cui essi dispongono e sull`innovazione, che, utilizzando tali fattori, sanno produrre. Ebbene, che cos`è che colpisce dell`Italia? Certo colpisce la posizione, che ci spiace vedere così bassa: 35 nel mondo e 22 in Europa (e meno male che c`è stato l`allargamento). Ma colpisce di più un`altra circostanza e cioè che nella disponibilità di fattori innovativi – si tratti di fattori istituzionali, del sistema di istruzione, del nostro personale e della nostra capacità di ricerca, delle comunicazioni e delle istituzioni finanziarie e bancarie – saremmo in classifica ben più alti. Dove scendiamo drammaticamente è nella innovazione che poi in concreto produciamo. In poche parole, mentre per la Germania lo scostamento fra gli input e gli output di innovazione è minimo, il nostro è molto elevato, il più elevato nel gruppo dei Paesi ad alto-medio reddito in cui siamo collocati. Ed eccolo qua, al di sopra di tutto, il problema italiano: l`enorme tasso di dispersione nel raccogliere i risultati di ciò che facciamo e nel realizzare in concreto le riforme che magari approviamo. Non è un problema solo nostro, la Grecia (e non ci dispiaccia il paragone) è nella stessa condizione ed è anche per questo che la cura a cui è oggi assoggettata genera solo recessione. Quando si tratta infatti di ridurre pensioni e stipendi, una volta deliberata la legge che lo prevede, la riduzione avviene. Quando si tratta di riforme che vanno gestite, le leggi si accumulano, ma la gestione non c`è. E nulla cambia. Sono tante le ragioni a cui risale una così grave e diffusa criticità e investono la conformazione dei nostri apparati pubblici, la preparazione che diamo al personale che li incarna, i labirinti del contenzioso in cui si perdono le decisioni pubbliche (e le opere che dovrebbero venirne). Ma ce n`è una che è prima e al di sopra di tutte ed è la nostra difficoltà a generare coesione attorno ai nostri interessi comuni e compenetrazione nei ruoli a cui ciascuno dovrebbe assolvere per realizzarli. A noi italiani sembrerà ridicolo, ma in Giappone, quando la Toyota iniziò a lavorare senza magazzino e con il “just in time”, il traffico veniva fermato per consentire ai camion con i materiali di arrivare ai suoi stabilimenti in tempo per non interrompere la produzione neppure un minuto. Ed in Corea il traffico si è arrivati a rallentarlo all`alba, per consentire ai giovani impegnati nella stagione degli esami di riposare tranquilli. E noi? Noi in una larga parte del Paese non riusciamo a organizzare neanche la raccolta differenziata e anche per questo viviamo circondati da discariche puzzolenti, lontani le mille miglia da quel ciclo dei rifiuti, che è un business profittevole e una fonte di energia. Noi siamo i più ricchi al mondo di quei beni culturali, che possono restituire sino a due euro e mezzo per ogni euro speso su di loro. Ma non riusciamo né a spendere i pur esigui stanziamenti loro destinati, né a orientare i flussi turistici in modo da valorizzare il più possibile del patrimonio di cui disponiamo. Noi produciamo molti risultati di ricerca. Ma sono altri a brevettarli e a lucrare sul nostro investimento. Pensavo a tutto questo l`altro giorno mentre ascoltavo il professor Dutta. E coglievo finalmente in tutta la sua pienezza il senso di quella coesione e di quel saper lavorare insieme, che è essenziale all`innovazione non meno dei computer e di cui altri sa dare prova, mentre noi oggi ne siamo così sprovvisti. Dico oggi, perché non è vero che è una lacuna dovuta al nostro “carattere”. Tutti diventano individualisti e chiusi all`interesse comune, se è questo ciò a cui li si educa e li si incita. Ma in tanti momenti della nostra storia abbiamo dimostrato di essere ben altro. Ce la ricordiamo la costruzione dell`autostrada del Sole? Serve molto Emma Marcegaglia per spingerci a questo, ma non può bastare. È la politica che deve iniettare nel Paese l`impegno e la fiducia nell`impresa comune a cui tutti ci dovrebbe chiamare. Sarebbe proprio qui il suo valore aggiunto.

da Il Sole 24 Ore

"Centrosinistra 10 punti avanti. Pd al 27-28%, Pdl al 26. Terzo polo decisivo", di Renato Mannheimer

Ormai, la maggioranza relativa degli italiani auspica che si vada subito alle elezioni anticipate. Secondo gli ultimi studi, questa soluzione è auspicata dal 44% dei cittadini, compresa una quota, seppure contenuta, di elettori del centrodestra. Ma quale potrebbe essere l’esito di queste consultazioni se, per ipotesi, si votasse domenica prossima? Quasi tutti gli istituti di ricerca hanno divulgato di recente dati sulle intenzioni di voto. Questi ultimi non sembrano mutati granché nelle ultime settimane, salvo variazioni minime, spesso irrilevanti (uno spostamento dello 0,5% tra un sondaggio e l’altro può essere puramente casuale).
Tra gli altri, appare mantenere bene il proprio consenso il Pd, con un seguito pari al 27-28%: un dato ancora inferiore a quello ottenuto alle ultime Politiche (33%), ma che supera quello delle Europee che si svolsero un anno dopo (26%). Sull’altro fronte, il Pdl continua a subire un lieve ma costante calo di voti virtuali e si attesta oggi poco sopra il 26%: circa 10 punti meno del risultato delle Politiche e delle Europee, segno della crisi che, specie in queste settimane, attraversa il partito del Cavaliere. La Lega è una delle poche forze che rimane stabile rispetto al passato: il suo consenso è infatti da molto tempo collocabile tra il 9 e il 10% (grossomodo il risultato delle Europee), senza che la crescente disaffezione verso il governo rilevabile anche nell’elettorato di centrodestra (e, specialmente, in quello della Lega) abbia minato significativamente il suo seguito elettorale.
Nell’insieme, il complesso delle forze di centrosinistra sopravanza di gran lunga (all’incirca di 10 punti, anche senza considerare Grillo) quello dei partiti di governo. Solo se questi ultimi riuscissero a realizzare una alleanza con le forze di centro (che superano il 10%), potrebbero competere con il centrosinistra e, forse, anche in questo caso, soccomberebbero. Se poi, viceversa, Udc, Fli e Api si coalizzassero, anche solo in parte, con tutti o alcuni dei partiti di centrosinistra, la supremazia di questi ultimi verrebbe ancora più rafforzata. Ancora una volta, dunque, la posizione delle forze di centro — e le possibili alleanze — risultano determinanti per il risultato.
Ma si tratta di un quadro puramente teorico. Per almeno due motivi. Anzitutto, la percentuale di indecisi rimane assai elevata, e le esperienze degli ultimi anni hanno mostrato come la campagna elettorale sia cruciale nel formare le opinioni di molti e, talvolta, anche a cambiare la decisione di quanti oggi dichiarano di avere già maturato una scelta. Infine, specie nel momento in cui c’è una crescente sfiducia verso il governo, ma anche verso l’opposizione e la politica in generale, l’eventuale discesa in campo di qualche leader capace di «accendere» l’elettorato può far mutare l’opinione a una quota significativa di cittadini.
Il secondo motivo per cui i dati attuali rappresentano un’ipotesi puramente teorica è che è ancora incerto il sistema elettorale che sarà in vigore. Come si sa, il «Porcellum» è sgradito a molti e, non a caso, il referendum volto a cancellarlo ha raccolto un numero ampio di firme. D’altra parte questa pare essere la volontà di una quota crescente di popolazione. Anche nei sondaggi più recenti si incrementa infatti fortemente la percentuale che ritiene una priorità («da fare subito») la riforma elettorale: oggi è la maggioranza assoluta (51% a fronte del 36% di un anno fa).
Malgrado questi limiti, i dati sulle intenzioni di voto mostrano la condizione di grande difficoltà vissuta oggi dal centrodestra. Alfano ha detto di recente che la coalizione di governo potrebbe prevalere anche nella prossima competizione elettorale: alla luce dei sondaggi attuali, la strada da percorrere è ancora molta.

da il Corriere della Sera 2.10.11