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"Inflazione balzo al 3,1%. Oggi aumenta il gas. Salari italiani in ribasso", di Marco Ventimiglia

Un autunno caldo, caldissimo, ed il perdurare del sole sui cieli italiani questa volta non c’entra nulla. Ad arroventare l’atmosfera, purtroppo, sono le crescenti e manifeste difficoltà economiche che rendono la vita difficile, se non improba, a milioni di persone. Il termometro del tutto sono gli indici, come quello relativo all’inflazione, comunicato ieri dall’Istat ed in drammatico aumento, fino a livelli che non si toccavano da tre anni. Ed altri numeri pesantissimi sono quelli illustrati dalla Cgil in uno studio il cui titolo è già tutto un programma: “Salari, il decennio perduto”. Un’indagine che quantifica in oltre cinquemila euro il potere d’acquisto perduto dai lavoratori dipendenti dal 2000 ad oggi. EFFETTO IVA SOLO PARZIALE Cominciamo dal caro vita, il cui andamento se è già preoccupante limitandosi al raffronto numerico, lo diventa ancor di più accompagnandolo con un paio di semplici ragionamenti. L’indice dei prezzi al consumo nel mese di settembre è aumentato dello 0,1% rispetto ad agosto e, soprattutto, del 3,1% rispetto ad un anno prima( dal2,8% di agosto).Equi subentra una prima considerazione, peraltro, effettuata direttamente dall’Istat quando avverte che la sua stima provvisoria incorpora solo parzialmente gli effetti dell’aumento dell’Iva, dal 20 al 21%. Come dire che già nel mese appena cominciato le cose potrebbero andar peggio. Un esempio sono le tariffe del gas, con il metano che anche a causa dell’aumento dell’Iva subisce proprio oggi un rincaro del 5,5%, pari ad un aggravio di 61 euro per una famiglia media. Resta comunque il fatto che un incremento del 3,1% rappresenta il livello più alto dell’inflazione dal mese di ottobre del 2008. Non manca, come prassi di queste rilevazioni, un’analisi più approfondita dell’andamento dei prezzi. La cosiddetta inflazione di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, sale anch’essa considerevolmente, al 2,5%, con un’accelerazione di tre decimi di punto rispetto ad agosto. Ed ancora, la crescita tendenziale dei prezzi dei beni sale al 3,3% (era al 2,9% ad agosto) mentre quella dei prezzi dei servizi si porta al 2,7% dal 2,5% del mese precedente. Se si guarda ai vari settori, gli incrementi congiunturali più consistenti riguardano i servizi ricettivi e di ristorazione (+1,2%) e l’istruzione (+1%),ma anche l’abbigliamento e calzature (+0,8%) e i prodotti alimentari (+0,3% su agosto). Rispetto a un anno fa, gli incrementi più consistenti hanno invece riguardato i trasporti (+6,7% a fronte del +3,1% complessivo)ma anche la divisione abitazione acqua, elettricità e combustibili (+5,2% su settembre 2010) mentre i prodotti alimentari limitano l’incremento tendenziale al 2,3%. L’unico comparto che vede i prezzi scendere è quello delle comunicazioni con un -0,3% su agosto e un -1,6% su settembre 2010. Insomma, un’autentica e generale impennata del costo della vita, il cui impatto è ancor più drammatico considerando il momento nel quale arriva. Non siamo, infatti, in un periodo di vacche grasse con consumi frenetici che spingono al rialzo i prezzi. Al contrario, l’inflazione aumenta nonostante il Paese sia in stagnazione se non in recessione, colpendo dunque lavoratori con stipendi fermi, nonché persone disoccupate o in cassa integrazione. QUESTIONE IRRISOLTA E veniamo allo studio presentato ieri da Agostino Megale, segretario generale Fisac Cgil. «Lo scorso anno – ha ricordato il dirigente sindacale – l’analisi si concentrava sulla dinamica dei salari nel bel mezzo della crisi. Oggi, a due anni dall’irruzione della crisi nell’economia reale del nostro Paese, il Rapporto si concentra sulle perdite accumulate nelle retribuzioni e, più in generale, nell’economia italiana».Con risultati, aggiungiamo noi, che lasciano poco spazio all’immaginazione. Megale ha sottolineato come il raffronto della dinamica delle retribuzioni lorde e nette con l’inflazione effettiva, ripropone con forza l’irrisolta questione salariale. In particolare, dal 2000 al 2011, si è verificata una perdita cumulata di potere d’acquisto dei salari lordi di 2.929 euro che, sommata alla mancata restituzione del fiscal drag, si traduce in 5.304 euro in meno per ogni lavoratore dipendente. Ma a spaventare è anche il raffronto con le altre nazioni. Nel periodo 2000-2010, a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni lorde italiane sono cresciute solo del 2,1% rispetto alla crescita reale delle retribuzioni lorde dei lavoratori inglesi del 17,40%, francesi (11,1%) e americani (4,5%). Con il paradosso che in Italia, sempre a parità di potere d’acquisto, nonostante una dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto più sostenuta, le retribuzioni risultano all’ultimo posto della classifica Ocse 2010.❖

L’Unità 01.10.11

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“Occupazione, debole recupero. Resta l’emergenza per i giovani”, di Giuseppe Vittori

Ventotto giovani su cento sono disoccupati. Il dato è preoccupante perché segna un leggero aumento rispetto al precedente e perché i lavoratori più giovani non sembrano beneficiare affatto né del lieve calo del tasso di disoccupazione registrato nel secondo trimestre 2011, né del lieve incremento del tasso di occupazione registrato in agosto quando si è avuto +0,1% rispetto a luglio e +0,8% rispetto a un anno prima. Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi canta vittoria e sembra accontentarsi di pochi decimali di crescita dovuti peraltro – spiegano dall’Istat – al lavoro flessibile e alla manodopera straniera cioè alla regolarizzazione di lavoro esistente e non alla creazione di nuova occupazione. SEMPRE PIÙ FLESSIBILI Nel dettaglio: ad agosto 2011gli occupati erano23 milioni e 3mila unità, in aumento dello 0,1% rispetto a luglio ma in calo di 587mila unità rispetto al picco degli occupati raggiunto ad aprile 2008, cioè prima dello scoppiare della crisi. La crescita riguarda la sola componente maschile. Nel confronto con lo stesso mese del 2010 l’occupazione aumenta dello 0,8% (191mila unità). Il tasso di occupazione si attesta al 57%, in aumento dello 0,1% nel confronto con luglio e di 0,3 punti rispetto ad agosto 2010. Il numero dei disoccupati, pari a 1 milione e 965mila, diminuisce dell’1,8% (-36mila unità) rispetto a luglio. La flessione riguarda sia la componente maschile sia quella femminile. Su base annua il numero di disoccupati diminuisce del 4% (-83mila unità). Quanto al tasso di disoccupazione, si attesta al 7,9%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a luglio e di 0,4 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 27,6%, con un aumento congiunturale di 0,1 punti percentuali. Cambia, peggiorando, la composizione dei senza lavoro con quasi il 53% che lo cerca da oltre un anno: sono i disoccupati di lunga durata, aumentati di quasi 5 punti (dal 48,1% del secondo trimestre 2010 al 52,9% del secondo trimestre 2011). «La capacità propulsiva del mercato è lenta», continua l’Istat. A fronte di un aumento dei lavoratori dipendenti dello 0,8% si riduce il numero dei contratti a tempo indeterminato (-0,1%) mentre cresce il numero di quelli a termine (+6,8% pari a 149mila). «Buone notizie», per il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. «Siamo consapevoli – dice – di dover accompagnare ed accelerare questo processo incoraggiando gli investimenti, il ritorno al lavoro dei cassaintegrati, la nuova occupazione di qualità», aggiunge. «Il ministro sbaglia ad essere così soddisfatto – replica Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil – con questo trend torneremo ai livelli pre crisi solo nel 2014-2015». Inoltre «i disoccupati da più di un anno sono oltre la metà del totale; finiscono i periodi di indennità di disoccupazione restando senza alcuna tutela e il governo non fa niente. Ma non parlava anche di questo la famosa lettera della Bce?». L’ottimismo del ministro appare fuori luogo anche al deputato Pd Cesare Damiano chenon vede «un’inversione di tendenza strutturale». Che infatti non c’è.❖

L’Unità 01.10.11

"Il clan del cavaliere", di Massimo L. Salvadori

Tra poco più di tre mesi si chiuderà il centocinquantesimo dell´unità d´Italia. Chissà che lo stellone della Repubblica non faccia al Paese il grande regalo di chiudere l´anno delle celebrazioni con la caduta dell´infausto governo dell´uomo che, screditatosi per i motivi più squallidi come mai accaduto ad alcun Presidente del Consiglio nella nostra storia, ha avuto l´arroganza di autoproclamarsi con il plauso dei suoi fedeli il maggiore statista dal 1945 in poi.
Quest´uomo non lo vuole più una crescente maggioranza degli italiani, non il mondo dell´imprenditoria che pure lo aveva acclamato come il suo beniamino, non il mondo del lavoro e neppure – nonostante la gratitudine per i tanti privilegi economici e le posizioni retrive assunte in materia di diritti civili – la Chiesa romana, che con Bagnasco ha fatto finalmente sentire una tagliente voce critica. Sulla scena internazionale poi quest´uomo è oggetto della palese freddezza dei suoi partner e dall´ironia e del disprezzo di molti tra i più prestigiosi e influenti organi di stampa dell´Occidente. Piace solo più a Putin. Sennonché egli ha preso a prestito e continuamente ripete proprio la parola d´ordine che Borrelli aveva lanciato per fini opposti ai suoi: resistere, resistere, resistere. E con lui resistono i Letta, gli Alfano, i Cicchitto, i Lupi, i Gasparri e gli altri del Popolo detto delle libertà, la squallida banda dei vari Scilipoti approdati alla greppia del plutocrate e il fido Bossi, che, salito sulla scena agitando il cappio ai corrotti, è diventato l´impavido protettore della spelonca dei ladroni.
E il proposito del Cavaliere di resistere a tutto e tutti è complementare a quello di cacciare o quanto meno ridurre a una comparsa chi non lo osanni e non gli si pieghi. Ieri il caso Fini, oggi il caso Tremonti. Quale sia la sua motivazione l´ha palesata Berlusconi stesso. Il suo imperativo suona: non voglio cedere ai giudici che congiurano contro di me, non voglio finire in galera o seguire la sorte di Craxi e perciò non mollo certo il potere che è la mia principale difesa e può ancora assicurarmi il processo lungo, consentirmi di allungare i miei processi fino alla prescrizione, e così via.
Si può ben capire la logica personale che spinge Berlusconi a restare sordo agli interessi del Paese, persino a quelli della sua parte politica in crescente affanno e ad aver orecchi e occhi solo per i propri. Ma a questo punto una domanda si impone: perché i suoi famigli continuano a remare disperatamente con lui nonostante la loro barca faccia ormai chiaramente acqua? Perché si riducono – salvo le ancor poche eccezioni di “prudenti” e “previdenti” come Formigoni e Alemanno che incominciano a mettere le mani avanti – alla parte di ciechi “zeloti”? La spiegazione è nella coscienza che la caduta del loro capo-benefattore è la loro caduta.
Ho detto che sembrano nuovi zeloti. Sembrano sì, ma non lo sono. Non ne hanno la spina dorsale. Lasciamo tempo al tempo, che speriamo sia il più breve, e lo vedremo. Sono infatti essenzialmente uomini di un padrone. Possiamo essere certi che questi resistenti si muoveranno in due tempi: fino a quando riterranno che il governo possa restare in piedi faranno quadrato intorno al Cavaliere, ma quando questi sarà costretto a lasciare il potere, allora eccome che lasceranno la sua barca, cercando le vie della salvezza in un fuggi-fuggi trasformistico. Forse, e lo speriamo, i più compromessi e irrecuperabili ci lasceranno le penne, ma tanti altri si butteranno alla disperata ricerca di ripari e di ripescaggi. I clienti non hanno la stoffa dei martiri. Assumere le proprie responsabilità e portarne il peso non è una loro virtù.
Ciò che per ora favorisce l´estrema difesa del bunker del rais è la persistente debolezza strategica delle opposizioni, la quale si manifesta, ci pare, soprattutto in due aspetti. L´uno è che esse persistono nel lanciare al Paese messaggi non rassicuranti su come affrontare il dopo-Berlusconi. Gli interrogativi sulle alleanze per costruire un´alternativa di governo non ricevono se non risposte che fanno oscillare il pendolo in diverse direzioni. L´altro è che la ripetuta richiesta a Berlusconi di “fare un passo indietro” prima che la sua maggioranza si disgreghi obbedendo a un sussulto di senso di responsabilità suona irrealistica dal momento che questi dice e ridice che quel passo non vuole in alcun modo fare.
L´isolamento del Cavaliere dalle forze economiche e sociali del paese sta avvenendo a ritmi sempre più rapidi; e la sua incapacità di governare ha toccato l´apice. Orbene, per il vantaggio stesso delle forze di opposizione occorre che la crisi del governo, quando arriverà, trovi la sua naturale conclusione nella sede sua propria, in Parlamento: come prova provata di una bancarotta politica. Qualsiasi ipotetica altra via – che oltretutto non si capisce quale potrebbe mai essere – gioverebbe unicamente a creare uno stato di confusione politica e istituzionale.
Un´ultima considerazione. Quando l´uomo di Arcore avrà liberato il campo, una lezione il popolo italiano non dovrebbe più dimenticare, e cioè che affidare le sue sorti ad un plutocrate in grado di avvelenare il clima politico e civile e di alterare l´equilibrio dei poteri grazie all´uso malavitoso della propria immensa ricchezza, è per un paese un´estrema sciagura.

La Repubblica 01.10.11

"Se serve più di un anno per una mammografia", di Michele Bocci

Ci vuole pazienza oppure ci vogliono i soldi. Chi si sente prospettare un´attesa di un anno per una prestazione sanitaria ha solo queste due armi per ricacciare indietro rabbia e frustrazione. Ogni giorno a migliaia di italiani capita di dover ricorrere alle proprie risorse mentali e materiali per non crollare di fronte a quanto prospettato dalla loro Asl.Sei mesi per una risonanza a Bari, quasi tre mesi per una tac al Civico di Palermo, sempre sei mesi per una semplice ecografia a Roma ma anche a Bologna, dove ci vogliono anche 300 giorni per una visita allergologica. Questa specialità soffre ovunque: 9 mesi a Firenze, un po´ meno ma sempre tanto a Torino. A far segnare l´attesa record, succede così da anni, è la mammografia, quella asintomatica, che al policlinico di Bari fissano tra qualcosa come 400 giorni. Forse la lista più lunga d´Italia.
Ma non sono solo i grandi numeri a colpire. A Cagliari, per un esame banale come l´elettrocardiogramma chiedono ai cittadini 35 giorni di pazienza, a Palermo addirittura 60. Nessun sistema sanitario regionale (come dimostra la nostra tabella) può sentirsi escluso dal problema delle liste di attesa. Tutti soffrono in certi settori e finiscono per far registrare dati che si rivelano più virtuali che reali. Chi ha la prescrizione per una visita o un esame infatti non sta certo ad aspettare mesi. Si informa sui prezzi e finisce per rivolgersi al privato, che lo aspetta a braccia aperte e gli assicura la prestazione in un paio di giorni. Succede anche per la libera professione intramoenia, quella svolta dai medici dipendenti del servizio sanitario nazionale in strutture pubbliche o convenzionate.
Perché i tempi d´attesa nel nostro paese invece di migliorare peggiorano? I fattori sono tanti e disegnano una materia inestricabile da anni, malgrado i tentativi di riforma. Calo di risorse, problemi organizzativi, sprechi e scarsa collaborazione tra medici, ma anche consumismo sanitario sempre più accentuato.

Meno soldi e macchine poco utilizzate o vecchie
Per avere un´idea delle unità di misura in cui ci muoviamo, bisogna aver presente che nel nostro Paese ogni anno si fa più di un accertamento diagnostico per ogni cittadino, in tutto circa 70 milioni, di cui almeno 30 sono radiografie tradizionali. Le visite specialistiche sono più del doppio: 150 milioni. Numeri impressionanti che aumentano costantemente, anche del 7% nel caso delle risonanze, circa 2 milioni ogni dodici mesi. Come risponde il nostro sistema sanitario alla crescita della richiesta dei cittadini? Non bene, almeno dal punto di vista di attrezzature e personale. Secondo una ricerca della Sirm, la società italiana di radiologia medica, nel nostro paese, il 34% della strumentazione ad alto contenuto tecnologico ha più di 8 anni di età (il 50% nelle Marche, nel Molise e in Calabria il 40 in Puglia e Basilicata e Liguria). Per quella di profilo tecnologico basso il dato delle apparecchiature vecchie, questa volta con più di 10 anni, sale al 44% (il 64% in Calabria). In più tac, risonanze ed ecografie sono sotto utilizzate. «Secondo la nostra ricerca non lavorano al loro massimo, cioè almeno 66 ore la settimana a macchina – spiega Franco Vimercati, radiologo presidente della Federazione italiana società medico scientifiche – Perché questo avvenga ci vorrebbero 600 radiologi in più dedicati a quelle prestazioni nel pubblico». Le apparecchiature fanno così in media il 15% del lavoro in meno.
Non sarà facile risolvere questi problemi molto rapidamente. Il sistema sanitario è in gravi difficoltà economiche, con una riduzione dell´incremento del fondo destinato alle Regioni ormai continua. «Il peggio deve arrivare – dice Massimo Cozza, responsabile di Cgil medici – Aspettiamo altri tagli. Sostituire i colleghi che vanno in pensione sarà sempre più difficile e vedremo le liste di attesa aumentare ancora». Ma chi ci guadagna se le attese si allungano?

Il business privato
Chi si trova davanti ad un´attesa troppo lunga si rivolge al privato. «Siamo un´ancora di salvezza, soprattutto oggi che la situazione nel pubblico sta peggiorando». Vittorio Cavaceppi è presidente dell´Anisap, l´Associazione nazionale delle istituzioni sanitarie private, che raccoglie un terzo delle 3mila aziende che fanno visite ed esami nelle Regioni italiane. In certi casi lavorano in convenzione, e si fanno pagare dalle Asl per ridurre le attese, in altri sono sul mercato privato, e i soldi arrivano dai cittadini. «Ma spesso facciamo sconti per andare incontro alle persone. Certo, la nostra attività privata cresce in periodi di difficoltà per il pubblico come questo. Un dato dell´aumento del nostro lavoro? E´ impossibile darlo, perché ogni Regione ha la sua storia».
Una parte dei guadagni per i tempi di attesa troppo lunghi nel pubblico rientra nello stesso sistema sanitario nazionale, attraverso l´intramoenia, cioè le prestazioni libero professionali svolte nelle Asl dai dipendenti fuori orario di servizio. Il fenomeno riguarda soprattutto le visite ma anche la diagnostica e non è sospinto solo dalle attese. Con questo sistema infatti ci si può scegliere il professionista, così molti lo usano perché vogliono essere visti da un determinato medico. Certo, quando si parla di attese molto lunghe la possibilità di fissare una visita a pagamento nel giro di due giorni appare un´ingiustizia. Secondo una recente ricerca dell´associazione Assotutela per fare un ecocolordoppler dei tronchi sovra-aortici al San Camillo di Roma ci vogliono circa 270 giorni. Chi paga ne aspetta 2. Non è un´eccezione, succede un po´ ovunque. La libera professione è in crescita costante: nel 2001 gli italiani spendevano 700 milioni all´anno, nel 2009 quasi il doppio: 1,3 miliardi, una cifra secondo le stime che ha continuato a salire anche l´anno dopo. Circa il 14% di quei soldi resta in tasca alle Asl il resto va ai professionisti. Spesso il cittadino si sente proporre l´alternativa dell´intramoenia dallo stesso addetto che gli ha appena comunicato l´attesa nel pubblico. Eppure è vietato, i due percorsi dovrebbero essere separati.

Il Sud resta sempre indietro
Il Censis ha fatto di recente una rilevazione senza un grande valore scientifico ma piuttosto significativa. Ha calcolato l´attesa media sopportata dai cittadini italiani prima di ottenere la prestazione sanitaria. Il risultato è 50 giorni, quasi due mesi. La nostra rilevazione svela alcuni dati inaspettati, come il peggioramento del sistema sanitario emiliano che si desume dai dati del sito di Cup 2000. Va detto che a Bologna quando ci sono attese molto lunghe o è impossibile prenotare gli addetti si segnano il nome dell´utente e lo richiamano quando si libera un posto (le cosiddette agende di garanzia). Anche a Firenze, per alcune prestazioni ci sono attese lunghissime ma in Toscana ci sono attività, come alcune visite specialistiche, tenute ormai sotto controllo da anni. Al Sud accanto a liste di attesa molto lunghe se ne trovano di assai contenute. Secondo Tonino D´Angelo, segretario di Cittadinanzattiva Puglia, bisogna leggere in modo critico i dati. «Fidiamoci di quelli alti – dice – Quelli bassi non ci rivelano un miglioramento come trend. Il fatto è che talvolta si avviano progetti speciali, con investimenti economici che abbassano le attese per un po´. Poi ricominciano a crescere». Ci sono poi quelle che sembrano delle eccezioni. Secondo la Asl di Napoli, la città sarebbe una delle migliori dal punto di vista delle attese. Smentisce nettamente i dati la Cittadinanzattiva locale. «La nostra sanità è malata di attese – dice Carlo Caramelli, responsabile dell´associazione in Campania – Riceviamo tante segnalazioni per attese lunghissime. Il problema è che le liste non sono pubbliche, non si trovano online come previste dalla legge. Inoltre ce ne sono ancora molte di bloccate e non abbiamo un Cup. Così sono cancellati diritti dei pazienti come l´equità. La Regione dovrebbe pagare multe salate per non avviare questi servizi».

Centri di prenotazione incompiuti
Che quello dei tempi d´attesa sia un problema all´ordine del giorno al ministero e nelle Regioni non c´è dubbio. Del resto secondo una recente ricerca del Censis, per il 70% dei cittadini la prima cosa da migliorare nel sistema sanitario pubblico sono le attese. I risultati dell´impegno istituzionale lasciano a desiderare. Il ministro Ferruccio Fazio ha predisposto un piano nazionale di governo delle attese che prevede tra l´altro la fissazione dei tempi massimi entro cui devono essere assicurate certe prestazioni, la creazione di classi di priorità, la gestione degli accessi attraverso i Cup, i centri unici di prenotazione che permettono di conoscere i tempi di tutte le strutture della propria zona. Sempre secondo il Censis i Cup non sono ancora abbastanza diffusi, li usa circa il 35% di chi prenota al Nord, il 31 al Centro e intorno al 20 nelle isole e al Sud. Negli altri casi ci si reca agli sportelli degli ospedali o si telefona direttamente ai reparti, e non si può sapere quale struttura nella propria zona assicuri prima la prestazione. Cittadinanzattiva-Tribunale diritti del malato nel suo rapporto dell´Osservatorio sul federalismo in sanità fa notare come i tetti massimi di attesa siano previsti nelle varie Regioni su numeri diversi di prestazioni: dalle 125 del Piemonte alle 33 della Calabria. Anche per la trasparenza le cose non vanno bene. L´Agenas, l´agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ha rilevato come poco più della metà delle aziende sanitarie, il 57% riporti i tempi di attesa sul proprio sito web e solo 7 Regioni hanno il 100% delle Asl con i dati online. Ma cosa succederebbe se tutti i Cup entrassero a regime, se ci fosse più personale, le macchine fossero moderne e funzionassero al 100% delle loro possibilità?

Domanda sempre in crescita
Il tema delle liste di attesa è reso ancora più complesso da un aspetto particolare. Se anche il sistema dell´offerta fosse perfetto, cosa ancora molto lontana nel nostro paese, secondo molti i tempi potrebbero non migliorare. «L´offerta in sanità genera la domanda – spiega Vimercati – Purtroppo in Italia c´è un forte consumismo sanitario, cioè richiesta di visite ed esami che non servono». Giovanni Monchiero della Fiaso, la federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere, insiste sul tema delle domande improprie: «Molto spesso quegli esami non servono. Basta citare un dato. I casi di contenzioso per presunto errore clinico da ritardata diagnosi sono lo 0,01% del totale. Vuol dire che le prestazioni inderogabili vengono fatte in tempi certi e adeguati».
Il caso della risonanza magnetica è emblematico. Si tratta forse dell´unica prestazione che ha tempi di attesa lunghi in tutte le Regioni. L´invecchiamento della popolazione ha fatto aumentare il numero di richieste ma hanno lo stesso effetto le prescrizioni non appropriate. Ha studiato il fenomeno la Regione Toscana, scoprendo che la richiesta di questo tipo di risonanze cresce quasi del 7% all´anno. Che succede? Molto spesso si prescrivono risonanze che non servono. Un settantenne con il dolore al ginocchio non ha bisogno di questo esame perché il suo dottore scopra che ha l´artrosi e decida la terapia, basta una lastra. «In quel caso la risonanza è stata inutile a meno che l´esame non serva per programmare un intervento già deciso – dice ancora Vimercati – Il problema riguarda soprattutto i medici. Devono smettere di fare i passacarte mandando i cittadini a fare gli esami senza visitarli. Finiamola di affidarci solo alle macchine». La querelle tra specialisti e camici bianchi che stanno sul territorio è aperta da tempo. «È vero, c´è un eccesso professionale – spiega Giacomo Milillo della Fimmg, la Federazione dei medici di famiglia – Noi e i radiologi dovremmo riunirci e scrivere regole comuni. Ad oggi però, visto che le attese sono lunghe, finisce che il medico di famiglia classifica tutte le richieste come urgenti e il sistema si ingolfa ancora di più».

La Repubblica 30.09.11

Il CNSU boccia la bozza di Regolamento del Dottorato di Ricerca

Ieri giovedì 29 settembre, il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) ha bocciato la bozza di Regolamento del Dottorato di Ricerca. Il CNSU ha infatti votato all’unanimità il parere sfavorevole presentato da Valentina Maisto, rappresentante dei dottorandi e socia ADI.
Dalla pubblicazione della prima bozza del provvedimento (20 settembre), l’ADI ha segnalato una serie di criticità del testo, sottolineando sin dall’inizio il problema – non risolto dal Regolamento – del dottorato senza borsa.
Nella mattinata di oggi l’ADI, sempre tramite la dottoressa Maisto, ha inviato al Presidente del CUN Prof. Lenzi la richiesta di tener conto delle valutazioni dell’associazione e del CNSU nel corso dell’analisi del provvedimento che proprio il CUN è chiamato a realizzare.
Nella valutazione dell’ADI si riconoscono i meriti dell’attuale bozza di Regolamento: legare la possibilità di istituire corsi di dottorato alla effettiva capacità degli atenei di documentare elevati standard di ricerca e al possesso di strutture, strumenti e risorse idonee; conservare la maggiorazione della borsa di dottorato in caso di permanenza all’estero; tutelare il diritto alla maternità delle dottorande; prevedere un sia pur minimo livello di rappresentanza.
Al contempo, però, si identificano dei limiti fondamentali che minano l’impianto complessivo del Regolamento e che devono essere superati perché la valutazione diventi positiva:
– il mancato superamento del dottorato senza borsa, condizione che riguarda più di un terzo dei dottorandi italiani con gravi ripercussioni sulla qualità della loro ricerca e del loro percorso formativo;
– la mancata eliminazione delle tasse di iscrizione al dottorato (attualmente a carico dei dottorandi senza borsa), che non comporterebbe alcun costo per lo Stato e avrebbe conseguenze sostenibili per i singoli atenei;
– la previsione di almeno sei borse di dottorato come requisito minimo per l’istituzione di un corso di dottorato: si tratta di un limite troppo elevato, che potrebbe comportare la scomparsa di corsi di rilevante interesse soprattutto in quei settori di ricerca di base in cui la possibilità di reperire risorse esterne è minore. Riteniamo comunque ragionevole che tale limite non sia inferiore a tre;
– insufficiente definizione del rapporto fra dottorati e imprese: non sono infatti indicati i parametri di selezione delle imprese, i requisiti che queste devono possedere, gli oneri a loro carico;  un eccessivo peso attribuito all’ANVUR, che altera la natura profonda dell’Agenzia attraverso un procedimento eccessivamente burocratizzato.

ADI – Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani – 30 settembre 2011

Università, Pd: 1 Mld per Atenei Sud? Boccata d’ossigeno ma siamo ancora ad annunci

“Il miliardo a disposizione delle università del Sud potrà forse rappresentare una boccata d’ossigeno anche se per il momento è poco più che un annuncio. E’ ancora sotto gli occhi di tutti quanto accaduto con il miliardo di fondi Fas destinati all’edilizia scolastica nel 2008 e assegnati dal Cipe con una prima delibera il 6 marzo 2009. Ad oggi sono solo 31 su 1.706 le scuole che hanno potuto siglare la convenzione per poter utilizzare quei fondi. E’ la dimostrazione che la politica degli annunci è come le bugie, ha le gambe corte”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

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“Università, in arrivo 1 miliardo di euro per gli atenei del Sud”, di Flavia Amabile

Arriva una «boccata di ossigeno» per gli atenei del Mezzogiorno: più di un miliardo di euro per le infrastrutture e per finanziare i Poli di eccellenza. L’annuncio è stato dato stamani a Palazzo Chigi dai ministri dell’istruzione, Mariastella Gelmini e degli affari regionali, Raffaele Fitto, subito dopo la riunione del Cipe che ha dato il via libera al programma di investimenti. Le risorse provengono dal Piano per il Sud. «Un piano di interventi di straordinaria valenza – ha sottolineato il ministro Gelmini – che servirà per rafforzare l’edilizia universitaria e valorizzare le eccellenze»: 150 milioni di euro, infatti, andranno a finanziare i tre Poli di eccellenza di Calabria/Sicilia, Campania e Puglia; gli altri 850 saranno destinati a infrastrutture universitarie quali laboratori didattici e di ricerca, biblioteche, mense, attrezzature tecnologiche e informatiche, residenze studentesche, ristrutturazioni e nuove costruzioni di edifici universitari.

A far la parte del «leone», per questa seconda tranche di finanziamenti, sono la Puglia e la Sardegna, a cui vanno rispettivamente 315 e 301 milioni di euro; quasi 5 milioni di euro vanno all’Abruzzo, 22 milioni alla Basilicata, quasi 64 milioni alla Calabria, circa 68,5 milioni alla Campania e 88 milioni alla Sicilia. Il totale è quindi di 864 milioni di euro, che uniti ai 150 milioni per i tre poli integrati di ricerca, alta formazione e innovazione, fanno esattamente un miliardo e 14 milioni di euro. «Se a questo aggiungiamo la possibilità di utilizzare il bando per 400 milioni per potenziare le infrastrutture della ricerca, arriviamo a 1 miliardo e 400 milioni complessivi» ha aggiunto Gelmini.

«Si tratta della seconda fase di attuazione del Piano per il Sud, dopo quella di agosto per le infrastrutture», ha sottolineato Fitto, che ha ringraziato i presidenti delle Regioni per la loro «collaborazione». E i diretti interessati hanno apprezzato, sia quelli di destra che di sinistra, dal pugliese Nichi Vendola al lucano Vito De Filippo al calabrese Giuseppe Scopelliti. Soddisfatti anche i rettori: «Una risposta significativa alle particolari e spesso drammatiche questioni finanziarie delle Università del sud del Paese» ha commentato il presidente della Crui (Conferenza dei rettori), Marco Mancini. «Si rafforza in questa maniera – ha aggiunto – vista la natura dei finanziamenti, la sinergia virtuosa fra Università, Enti di Ricerca, Regioni e singoli territori. Un’ulteriore prova dell’importanza strategica che la ricerca, delle universit… in modo particolare, rappresenta per lo sviluppo e per il nostro futuro». Qualche polemica solo da alcuni esponenti dell’opposizione a livello nazionale.

«Il Piano per il Sud è una chimera» ha detto il deputato finiano Luigi Muro, mentre Manuela Ghizzoni del Pd ha ricordato «quanto accaduto con il miliardo di fondi Fas destinati all’edilizia scolastica nel 2008 e assegnati dal Cipe con una prima delibera il 6 marzo 2009: a oggi sono solo 31 su 1.706 le scuole che hanno potuto siglare la convenzione per poter utilizzare quei fondi. È la dimostrazione che la politica degli annunci è come le bugie, ha le gambe corte».

La Stampa 01.10.11

"L'Iva sale dell'1%, i Prezzi anche del 7%", di Corinna De Cesare

Il 17 settembre è scattato, per effetto della manovra, l’aumento dell’Iva. Sono passati dal 20 al 21% i detersivi, i giocattoli, le tv ma anche auto, moto, abbigliamento, scarpe, computer, vino, cioccolata, calzature e una serie di altri servizi. E da un giorno all’altro sono aumentati i prezzi. Dell’1%, penserà il più ingenuo. Non proprio. L’effetto dell’operazione, scattata per rimpinguare le casse dello Stato tra i 4 e i 5 miliardi l’anno, sta diventando un po’ più complessa. Soprattutto per i consumatori.

Le associazioni lo avevano annunciato: il rischio è un aumento indiscriminato dei prezzi. Tant’è. La benzina è subito volata a 1,7 euro al litro (per poi ripiegare: ieri oscillava tra 1,63 e 1,64 euro), le sigarette sono aumentate in media del 4%, con punte del 15% per il tabacco trinciato. Ma non solo. L’Adoc, l’associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori, ha preso carta e penna e con l’aiuto dei suoi volontari, ha monitorato alcuni negozi in tutta Italia prima e dopo l’innalzamento dell’aliquota. Il risultato? Oggi per fare un corso in piscina potremmo spendere al mese il 5,4% in più e per l’aperitivo con gli amici, aumenti del 3,2%. Certo, si tratta solo di un campione e alcuni prezzi (come nel caso degli aperitivi) sono solo una media di quelli rilevati sul territorio nazionale (nessuno ha mai pagato per un happy hour 7,75 euro). Ma dai risultati finali si ha un’idea di quanto, l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto, stia impattando sui nostri acquisti.

Il Codacons poi fa notare: «Se l’Iva passa dal 20 al 21%, non significa che un bene che prima veniva 1 euro ora passa a 1,01 euro. Bisogna scorporare e considerare il prezzo del bene senza Iva, e su quello applicare l’Iva maggiore al 21%». Giusto. Lo abbiamo fatto, ma anche così i conti non tornano. Lo dimostrano, oltre ai calcoli (nella tabella sopra) le decine e decine di segnalazioni arrivate proprio all’associazione presieduta da Carlo Rienzi. Simile a questa: «Stamattina al solito bar, la tazzina di espresso — scrive un consumatore di Roma — mi è stata fatta pagare 0,90 euro contro gli ottanta centesimi pre-Iva. È una truffa».

Un caso tutto particolare è quello dei cd musicali, un mercato che con l’avvento della musica digitale è sempre più in crisi. Innumerevoli gli appelli degli artisti che negli anni passati hanno implorato di far scendere l’aliquota Iva sui cd dal 20 al 4%. Al danno, oggi, si aggiunge la beffa. «A questo punto auspichiamo una decisione sotto il 5% a livello comunitario» commenta Enzo Mazza, presidente della Fimi (Federazione industria musicale italiana). Nel frattempo i prezzi dei cd, anziché scendere per contrastare il fenomeno del download (illegale) e della pirateria, sono saliti. Nei negozi monitorati dall’associazione, al netto delle offerte e delle promozioni, sono passati da 19,40 euro a 20,90 euro. Con un incremento lontano da quell’uno per cento. E vediamo perché: il prezzo medio dei cd prima del 17 settembre, era di 19,40 euro. Scorporando l’Iva si arriva a un prezzo base di 16,16 euro. Applicando l’Iva al 21%, il risultato è di 19,55 euro. Eppure il prezzo finale al consumatore è di 20,90 euro. Il 7,7% in più se confrontiamo il prezzo prima e dopo l’aumento dell’imposta. Il 6,9% in più se confrontiamo il prezzo del cd per come doveva essere con l’Iva al 21% (19,55 euro) e com’è invece oggi (20,90 euro). «Questo non aiuta né il commercio né i consumatori — aggiunge Carlo Pileri, presidente dell’Adoc —, che in alcuni casi rinunciano all’acquisto. Senza parlare delle sigarette, una vera e propria speculazione di Stato. E a parlare è un non fumatore: a fronte dell’aumento dell’Iva sono stati alzate anche le accise per un totale di 15-20 centesimi a pacchetto». E poi ci sono le autostrade. A sollevare il caso è stata questa volta Altroconsumo: «I pedaggi autostradali — spiegano dall’associazione — sono una delle categorie di servizi interessati dal recente aumento dell’Iva. Nulla di strano, quindi, se sono state adeguate le tariffe. Peccato che sia stato fatto per scaglioni di 10 centesimi e non applicando matematicamente l’1% in più come previsto dalla manovra finanziaria. Cosa significa? Che a Como, ad esempio il pedaggio è passato da 1,90 euro a 2,00 euro, con un incremento reale del 5,26%».

«Un arrotondamento disciplinato dal decreto interministeriale 10440/28/133 del 12 novembre 2001, del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e del Ministero dell’Economia e delle Finanze» fanno sapere da Autostrade per l’Italia. «In pratica, su una cifra da uno a dieci — spiegano — se l’incremento dell’Iva fa arrivare la tariffa a quattro, si arrotonda per difetto (zero). Ma se l’incremento fa arrivare il pedaggio a sei, si arrotonda per eccesso (dieci)». E così ci sono caselli dove l’aumento dell’Iva non ha fatto registrare alcun tipo di incremento (ad esempio Lainate) e altri dove invece il pedaggio è aumentato per eccesso. I comaschi si rassegnino.

Qualche giorno fa è intervenuto sull’argomento anche Mr Prezzi, Roberto Sambuco che ha avviato, in coordinamento con la Guardia di Finanza e gli uffici del Mise, delle azioni di verifica e ispezione. Oltre a un tavolo anti-speculazione. Subito sono seguiti i commenti sarcastici del Codacons: «Mister Prezzi si è svegliato dal letargo in cui sembrava essere caduto — ha detto Rienzi —. Peccato però che i controlli di cui parla andavano realizzati molti giorni fa, ossia ancor prima dell’entrata in vigore dell’aumento». Dall’altra parte, quella delle aziende, c’è chi ha deciso di farsi carico dell’aumento senza alzare i prezzi dei cartellini. Zara, Esselunga, Benetton, solo per citarne alcuni, assorbiranno l’incremento dell’imposta senza riversarla sui consumatori. Almeno per ora.

Il Corriere della Sera 30.09.11

Tutto previsto, riparte la “macchina del fango”

Davide Baruffi: “Eravamo certi che a settembre i giornali di Berlusconi avrebbero scatenato una campagna di stampa che avrebbe messo al centro il Pd modenese”. Il segretario provinciale del Pd, Davide Baruffi, commenta la vicenda dell’ex-sindaco di Sassuolo Gian Paolo Salami, così come viene riportata sull’ultimo numero del settimanale Panorama. Ecco la sua nota.
«Come ebbi modo di dire quasi due mesi fa – sono dichiarazioni piuttosto puntuali, riportate in vario modo dalla stampa locale di quel giorno – eravamo certi che entro il mese di settembre i giornali di proprietà di Berlusconi avrebbero scatenato una campagna di stampa che, partendo dall’inchiesta sull’area Falk di Sesto S. Giovanni, avrebbe messo al centro il Pd modenese quale destinatario di tangenti, attraverso il sistema cooperativo. Dissi allora che non di complotto si trattava, ma di un attacco premeditato di una parte politica, il Pdl, orchestrato attraverso i potenti mezzi di informazione di cui dispone il capo del Governo, ai danni del nostro partito.

L’ennesima aggressione all’avversario attraverso l’ormai nota macchina del fango: di questo stiamo parlando. Il mandante, come sempre, è il capo del Governo; esecutore materiale, in prima battuta, il settimanale Panorama, di proprietà di Berlusconi; cui farà seguito, possiamo immaginare, il solito fuoco di copertura delle altre testate di sua proprietà o di quelle controllate in modo militare; la tecnica utilizzata è sempre la stessa: si parte da una vicenda complessa e da lì, attraverso notizie artatamente collegate, si costruisce un teorema corroborato da fatti veri e fatti falsi, deduzioni funamboliche, sottintesi mai esplicitati.

Le supposizioni e i fatti riportati da Panorama nell’articolo odierno non toccano in alcun modo il Pd, risalendo agli inizi del decennio scorso, quando ancora il nostro partito doveva essere pensato e costruito. Quello cui stiamo assistendo è un volgare attacco politico, teso a infangare l’immagine del Pd. L’obiettivo del mandante è chiaro: dimostrare che nel centrosinistra, come nel centrodestra, si ruba; che a sinistra, come a destra, esiste un diffuso sistema di malaffare che lega in modo opaco la politica ad interessi economici attraverso una cricca di persone che, a sinistra come a destra, opera in modo illecito.

Il nostro compito non sarà solo quello di smontare questo falso teorema e di mettere al riparo il Pd e il suo buon nome da ogni accostamento con la cricca vera (che alberga altrove e serve altri interessi politici e altri interessi economici). Sarà anche quello di denunciare come questa operazione di discredito generale della politica sia funzionale ad una destra che, ripetendo “sono tutti uguali”, spera di annacquare le proprie responsabilità politiche e morali».