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Chi umilia le donne non può governare il Paese

Le Donne del PD tornano a chiedere a gran voce le dimmissioni del premier, perché “chi umilia le donne non può governare”. Mobilitazione delle democratiche contro la recessione civile ed economica del Paese. Agostini, Finocchiaro e Bindi: “Colpita ovunque la dignità femminile. Le donne devono essere il motore del cambiamento”. “Chi umilia le donne non può governare il Paese, Berlusconi dimettiti!”, lo hanno scritto in una cartolina le donne del Partito democratico, da tempo mobilitate contro questo governo e la regressione culturale, sociale ed economica in cui sta trascinando il Paese, cartolina che sarà distribuita in tutta Italia e con la quale si chiederà ancora a Berlusconi di lasciare palazzo Chigi. Lo stesso concetto è stato ribadito oggi ad una conferenza stampa alla Camera da Roberta Agostini, portavoce della Conferenza nazionale delle Donne del PD, Rosy Bindi, presidente nazionale dell’Assemblea del Partito e Anna Finocchiaro, presidente dei senatori democratici, insieme a tante deputate, senatrici, responsabili di settore e amministratrici del PD.

“È stata indetta la conferenza stampa – ha spiegato Agostini – proprio per raccontare il lavoro fin’ora svolto dalle donne democratiche, sintetizzato nelle proposte del PD e per illustrare il programma di mobilitazione delle donne nelle prossime settimane in moltissime città, nelle piazze, nei mercati, a partire da oggi fino alla grande manifestazione nazionale del prossimo 5 novembre, organizzata dal PD, passando per il forum delle amministratrici democratiche fissato a Orvieto il 21 e 22 ottobre. Si protesta, unite, contro le ripercussioni negative della manovra economica di un governo che colpisce la vita e la dignità delle donne e la risorsa economica che rappresentano. Il rischio di un arretramento – ha spiegato Agostini – è ormai purtroppo serio e tangibile.

Serve una scossa che deve in primo luogo arrivare dalle donne italiane, da quella parte del Paese che studia, lavora, si fa carico delle responsabilità familiari e cerca di costruire la propria strada con fatica ed impegno. Le donne – ha osservato – hanno molti buoni motivi per chiedere le dimissioni di questo governo. Avevamo una decina di fondi per le politiche sociali ad esempio, che sono stati quasi interamente azzerati e per questo riteniamo importantissimo proteggere il welfare locale e nazionale”.

La campagna di mobilitazione delle donne del PD è infatti corredata da un pacchetto di controproposte in tema di welfare da tradursi in una proposta di legge di iniziativa popolare, su cui già è stata stesa una bozza. Il pacchetto di proposte sul welfare delle democratiche prevede: un piano straordinario di asili nido; la tutela della maternità, indipendentemente della condizione di lavoro; il congedo di paternità obbligatorio, per condividere le responsabilità; sostegno al lavoro femminile anche con ‘incentivi e sgravi fiscali’; più politiche sociale per l’assistenza ad anziani, malati e disabili, perché le donne non debbano essere costrette a scegliere tra lavoro e famiglia. Infine, reintrodurre la norma contro le dimissioni in bianco, eliminata da questo governo.

“La dignità è diventata una questione nazionale”, ha detto Anna Finocchiaro.”La favola bella del partito delle libertà che doveva far salire l’Italia sul treno della modernità, l’ha invece portata nel Medio Evo. Le donne pagano di più la crisi. Una crisi usata dal governo per mettere in atto politiche dissuasive dal lavoro mentre si profila una vera e propria questione sulla dignità, che non riguarda più solo l’immagine delle donne, gravemente compromessa dal presidente del Consiglio, ma tutta l’Italia. Siamo di fronte a un esecutivo ormai sfiduciato su ogni fronte – ha affermato Finocchiaro – che quotidianamente, anziché governare, aggiunge danni al Paese e ne strozza le grandi potenzialità. Ma l’Italia si sta risvegliando e le donne, la cui dignità è colpita ovunque, possono essere il motore di questo cambiamento”.

“Le donne devono precedere il cammino di ricostruzione del Paese proprio perchè sono quelle che hanno subito di più”, ha aggiunto la presidente Rosy Bindi che ha rilanciato invece le proposte intorno alle quali si può profilare un’uscita dalla crisi senza tagliare il welfare, ma riformandolo. “Le ultime due manovre sono il sigillo di una strategia che ha colpito i diritti e la dignità delle donne che pagheranno un prezzo di fatto doppio e insopportabile con i tagli ai servizi essenziali: l’allungamento punitivo dell’età pensionabile; l’azzeramento delle politiche per la famiglia e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Non si può pensare di uscire in modo positivo da questa drammatica crisi emarginando, come sta facendo il governo Berlusconi, la forza e la creatività delle donne, un capitale fondamentale per la ricostruzione del Paese. Non possiamo affrontare la crisi economica senza riprendere in mano un percorso democratico e civile, ha ammonito in fine Bindi. “Noi donne non dobbiamo essere timorose, dobbiamo fare la nostra parte, avere coraggio, rompere qualche timidezza. E le nostre proposte prova che si può uscire dalla crisi non tagliando, ma riformando il welfare. Però serve il coraggio di fare le riforme”.

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

"Garagnani insiste«Il 25 aprile servì solo ai comunisti». Pd: unì gli italiani", di Tony Jop

«Il 25 aprile – piaccia o meno – è stata una data che ha diviso la società italiana»: così ha spiegato ieri in aula il deputato del Pdl Fabio Garagnani. Ha voluto precisare perché pochi istanti prima Emanuele Fiano, Pd, aveva lamentato il placet concesso dal governo al progetto di spostare la festa grande del paese dal 25 aprile, la vittoria della Resistenza sul nazifascismo, al 18 aprile ’48, giorno della vittoria della Dc, la prima. E siccome quel progetto porta la firma di Garagnani, ecco il bisogno di rendere espliciti i motivi (moventi?) di quell’ orientamento storicamente revisionista. Garagnani sostiene che il tempo è venuto, che dopo tanti anni si può riflettere senza reticenze su quel che è stato, in particolare sul senso di una ricorrenza che, secondo lui ma non solo, maschera da troppi inverni una forzatura: quella data, obietta, ha diviso la società italiana. Preciso: come la legge si ostina a dividere le brave persone da chi delinque, così il 25 aprile insiste a separare quanti hanno gioito per la fine della guerra, per la sconfitta delle armate nere, per la Liberazione del paese da un regime di terrore e di sangue in cui il diritto era carta straccia e gli ebrei un pacco da consegnare ai lager, da chi, invece, si è rammaricato per questa conclusione di una pagina di storiche sofferenze collettive. Il principio di Garagnani non fa una grinza sotto il profilo della logica: occorre trovare una data che, invece di separare i nostalgici nazifascisti dagli antifascisti, riporti pace e fraternità nella società italiana. Ma soprattutto verità, poiché sempre secondo il deputato pidiellino che ha incassato gli applausi dei leghisti mentre parlava, il 25 aprile è vittima di una «strumentalizzazione» ad opera del Pci.
Il paese affonda, Berlusconi festeggia con miss Montenegro la latitanza di Lavitola ma in Parlamento il Pdl tenta di riscrivere la storia, attaccando il Pci. «La strumentalizzazione – analizza Garagnani con l’implacabilità di un bisturi – è servita al Partito comunista a legittimarsi all’interno del sistema politico italiano e a darsi una patente di democraticità». Verrebbe da chiedere allo specchio magico di questa Italia, dove sarebbe finita se non avesse trovato nell’immensa base comunista il primo e più coraggioso difensore dell’ ordine democratico, ma pazienza. Chiediamoci invece dove va a parare questa deriva. Punta ad individuare una data che inchiodi il Pci e i suoi subdoli tentativi di strumentalizzare la storia, ad una sconfitta. Cioé: se si vuole davvero festeggiare la liberazione del paese, conviene agganciarsi alla liberazione del paese dal Pci. E quel diciotto aprile del ’48 pare fatto apposta. Perfetto per chi – il Pdl del Trentino, incoraggiato da Gasparri e non smentito da Alfano nel frattempo, decide di celebrare il 150esimo dell’Unità d’Italia organizzando una gita nella Repubblica di Salò, tanto per rinverdire luoghi e situazioni che hanno saputo unire il paese. Non hanno ancora compreso che hanno perso la guerra.

L’Unità 30.09.11

"Il portavoce della Gelmini si dimette", da lastampa.it

Le dimissioni di Zennaro seguono alle polemiche innescate da un comunicato del ministero sull’esperimento del Cern sui neutrini. Massimo Zennaro ha deciso di dare le dimissioni, ma continerà a svolgere l’incarico di direttore generale del Miur. Alla fine il «tunnel» Cern-Gran Sasso ha colpito. Massimo Zennaro, portavoce del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ha annunciato questa mattina le dimissioni dal suo incarico con una decisione che lui stesso ha definito «irrevocabile», senza però entrare nel merito delle motivazioni. Zennaro, tuttavia, continuerà a svolgere il suo ruolo di direttore generale per lo Studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione sempre del ministero dell’Istruzione, che ricopre dal 2009. Decisione criticata dal Pd, ma anche da alcuni esponenti di maggioranza. La scelta di rinunciare al ruolo di portavoce viene definita come «personale», ma arriva al termine di una settimana non facile per la comunicazione istituzione di Viale Trastevere, dopo le polemiche sull’ormai famoso tunnel «Cern-Gran Sasso», oggetto di critiche, anche feroci, verso il ministro, ospitate soprattutto sul web e nei blog.

Una responsabilità, quella di Zennaro, che non sarebbe direttamente ascrivibile a lui, ma che evidentemente è di tipo oggettivo. Tutto nasce venerdì scorso, quando il mondo intero apprende che un esperimento del Cern ha fatto registrare per la prima volta il superamento della velocità della luce da parte di un fascio di neutrini, «record» registrato dai laboratori che si trovano nelle profondità del Gran Sasso. Nel comunicato di congratulazioni del ministro Gelmini, era presente un riferimento, evidentemente errato, alla costruzione di un ipotetico tunnel Svizzera-Abruzzo e all’investimento milionario del Miur, in realtà finalizzato agli esperimenti. Più veloci della luce, anche in questo caso, le polemiche ospitate soprattutto su internet, dove apparivano anche improbabili cartine della penisola con il tracciato del percorso e falsi reportage giornalisti dal tunnel. «Una polemica assolutamente strumentale» e «ridicola», aveva replicato sabato il Miur, ma le polemiche contro il ministro Gelmini si erano moltiplicate e oggi è arrivata la decisione di Zennaro. Pronte le reazioni dell’opposizione e degli studenti. «Le dimissioni del portavoce del ministro Gelmini – ha detto Manuela Ghizzoni (Pd) sono un atto dovuto, appare però quantomeno stupefacente che Zennaro manterrà l’incarico di direttore generale che ricopre dal 2009 per designazione del ministro Gelmini. Già a suo tempo criticammo questa nomina per l’assenza del profilo culturale e professionale di Zennaro. Oggi la sua permanenza diviene oltrechè incomprensibile, insopportabile». «Una maggioranza senza ritegno – afferma Antonio Satta, segretario dell’Unione Popolare Cristiana (Upc) – possibile che Zennaro non sia degno di fare il portavoce della Gelmini e invece abbia le capacità per fare il direttore generale? Una situazione figlia dell’incoerenza di questo governo, che è tutto e il contrario di tutto. Per assurdo ora Zennaro avrà lo stesso stipendio del passato ma avrà un aggravio in meno – conclude Satta – Dove è l’etica del Pdl?».

Secondo gli studenti del Rete Universitaria Nazionale (Run) «l’approvazione dell’emendamento del Pd l’8 per mille e le dimissioni di Massimo Zennaro, ex portavoce della Gelmini ed aspirante costruttore di tunnel, sono il segnale evidente che il Governo Berlusconi ed il suo progetto conservatore e neoliberista si stanno sgretolando». Da registrare una polemica anche nel centrodestra: «Sono irresponsabili – ha affermato il deputato Pdl Giorgio Stracquadanio – quegli esponenti politici della maggioranza, come il senatore Franco Asciutti (Pdl) e l’on. Paola Goisis (Lega), che per attaccare il ministro Gelmini mettono in discussione la scelta di confermare Massimo Zennaro come direttore generale del ministero. È evidente che questi attacchi, come quelli della sinistra sono strumentali e politici».

La Stampa 30.09.11

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Tunnel fatale, si dimette il portavoce della Gelmini

Massimo Zennaro ha deciso di rassegnare le dimissioni dall’incarico di portavoce del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Interpellato dall’Ansa ha reso nota «la sua decisione irrevocabile», senza entrare nel merito. Zennaro continerà a svolgere l’incarico di direttore generale del Miur. LE POLEMICHE – Le dimissioni di Massimo Zennaro sono da mettere in relazione con le polemiche sorte sul comunicato del ministero sull’esperimento del Cern per il superamento della velocità della luce di venerdì scorso. Polemiche riguardanti una frase che faceva riferimento ad un «tunnel» tra i laboratori svizzeri e il laboratorio del Gran Sasso. «Una polemica assolutamente strumentale» e «ridicola», aveva replicato sabato il Miur, ma le polemiche contro il ministro Gelmini si erano moltiplicate, soprattutto in Rete.
IL PD – «Le dimissioni del portavoce del ministro Gelmini sono un atto dovuto. Appare però quantomeno stupefacente – ha affermato la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni- che Zennaro manterrà l`incarico di che ricopre dal 2009 per designazione del ministro Gelmini. Già a suo tempo criticammo questa nomina per l`assenza del profilo culturale e professionale di Zennaro. Oggi la sua permanenza diviene oltreché incomprensibile, insopportabile».

da www.corriere.it

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“Gaffe del tunnel, lascia il portavoce della Gelmini”, di Corrado Zunino

Zennaro resta direttore generale del Miur. Il Pd: insopportabile che non si dimetta anche da lì. Non ha scritto la nota che ha scatenato l´ilarità di tutti, ma non l´ha neppure controllata
Fuori dal tunnel del Cern è uscito, per ora, il portavoce del ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini. Sette giorni dopo la gaffe sulla scoperta dei neutrini – un comunicato scritto in un italiano malfermo per mettere il cappello sui risultati scientifici aveva fatto supporre che tra Ginevra e il Gran Sasso vi fosse una lunghissima galleria sotterranea -, Massimo Zennaro ha rassegnato le dimissioni. Il capo dell´ufficio stampa del ministero non aveva scritto quel comunicato che aveva scatenato ilarità nel mondo, ma ha avuto il torto di non controllarlo: quel venerdì, giorno dell´inaugurazione dell´anno scolastico, lo staff della comunicazione era in forze al Quirinale. La bulimia da intervento del suo ministro, una media di tre “take” al giorno, pretese comunque l´intervento di plauso pubblico. L´inciampo comico è stato devastante: «Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l´esperimento, l´Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro».
Si era capito il giorno successivo che una testa sarebbe saltata, quando il ministro firmò il testo di rettifica: «Premesso che il comunicato stampa del Miur poteva essere formulato in maniera più precisa…». Zennaro, che affianca la Gelmini dal 2005, allora era coordinatrice di Forza Italia in Lombardia, e che si è sempre considerato lo scudo del ministro più attaccato del governo Berlusconi, ieri pomeriggio ha confidato: «Lascio, sono dimissioni irrevocabili».
Padovano e coetaneo del ministro, 38 anni, Massimo Zennaro si è mosso in una sintonia profonda con la Gelmini. In difficoltà nella fase iniziale, quando il ministero ha dovuto impostare politiche di tagli feroci e togliere centralità ai docenti, noncurante della stampa critica nei momenti del berlusconismo cavalcante, pronto infine a proporre a tutti interviste della responsabile del dicastero nelle fasi di crisi (il tardo autunno 2010, quando la riforma universitaria rischiò di saltare, e in quest´ultimo periodo contrassegnato dalle gracilità politiche della maggioranza e dagli errori del Miur). Il volto di Zennaro diventò pubblico in un “Ballarò” dello scorso aprile: suggerì alla Gelmini la difesa contro Enrico Letta che stava rivelando i nuovi tagli scolastici. L´ultimo guaio da gestire, si è scoperto in queste ore, è stato il concorso per presidi (confermato al prossimo 12 ottobre): nella preselezione ci sono cinquecento domande con risposte errate. «Premesso che le domande per la prova pre-selettiva del concorso a dirigente scolastico sono state predisposte da una commissione esterna, il ministero sta provvedendo alla eliminazione dei quesiti che contengono errori o imprecisioni». È stato l´ultimo comunicato, questo, firmato da Zennaro.
L´ex portavoce resta uno dei dieci direttori generali del ministero e continuerà a occuparsi di integrazione e comunicazione a 156.000 euro lordi l´anno (cinquemila euro netti il mese). Il Pd attacca, affiancato da esponenti di Pdl e Lega: «Non aveva i titoli per fare il direttore generale, ora che non è più responsabile della comunicazione la sua presenza è insopportabile».

La Repubblica 30.09.11

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Super incarico dopo la gaffe sul tunnel Lascia il portavoce della Gelmini. Sarà consulente di Barbara Berlusconi
di Angela Frenda e Lorenzo Salvia

Dopo sei giorni il tunnel tra la Svizzera e l’Abruzzo («732 chilometri senza nemmeno un autogrill», il commento più gentile) trova una via d’uscita. Si è dimesso Massimo Zennaro, portavoce di Mariastella Gelmini. Conserva l’altro incarico che aveva al ministero dell’Istruzione, quello di responsabile della direzione per lo studente, una delle più importanti. Ma soprattutto, e questa è la novità, da pochi giorni avrebbe accettato anche di fare da «superconsulente» per Barbara Berlusconi.
La primogenita del premier e di Veronica Lario, impegnata nel cda del Milan, avrebbe infatti chiesto a Zennaro di seguirla per lanciare la sua immagine dal punto di vista culturale. Paparazzatissima quest’estate per il suo flirt con il calciatore del Milan Alexandre Pato, fresca di separazione da Giorgio Valaguzza (padre dei suoi due bimbi Alessandro ed Edoardo), Barbara, 26 anni, non ha mai nascosto il suo interesse per il mondo culturale. Infatti già prima della sua laurea in Filosofia si era detta disponibile a muovere i primi passi nel mondo dell’editoria, e più precisamente alla Mondadori. Poi, e la cosa l’ha amareggiata non poco, l’ipotesi è sfumata. Lei ha aderito al progetto della galleria «Cardi Black box», gestita con i suoi due amici/soci Niccolò Cardi e Martina Mondadori. E subito dopo la laurea è arrivato l’incarico nel Milan, nel quale Barbara si è buttata a capofitto. Anche se il suo desiderio resta sempre lo stesso: costruirsi un profilo culturale forte. Ed è qui che entra in campo Zennaro: BB lo avrebbe contattato proprio per avere una sua consulenza, e lui si starebbe già muovendo per programmare e organizzare uscite mediatiche che la lancerebbero in questo campo.
Non era passato inosservato, tra l’altro, il loro incontro allo stadio «Camp Nou» di Barcellona, nel corso di Barcellona-Milan, lo scorso 13 settembre per la Champions League. Una vera «sofferenza» per l’ex portavoce della Gelmini, secondo chi lo conosce bene: lui, infatti, è interista da sempre. Ed è vicinissimo, tra le altre cose, alla famiglia Moratti ma anche all’ex sindaco di Milano Letizia Moratti. Ma questo incarico con la primogenita del premier e di Veronica Lario arriva per lui in un momento particolare. Padovano, 38 anni, ombra della Gelmini dal 2005, più consigliere che portavoce, Zennaro paga per l’incredibile errore del comunicato di venerdì scorso, quei complimenti ai ricercatori per l’esperimento sui neutrini in cui il ministero ricordava il contributo italiano alla costruzione del tunnel che non c’è, quello «tra il Cern e i laboratori del Gran Sasso».
Non è lui l’autore materiale del comunicato, ancora online sul sito del ministero. Ma come portavoce paga l’omesso controllo e soprattutto la gestione del day after. Dopo che sabato mattina le prime parodie avevano preso a girare su internet, il ministero aveva scelto di non ammettere l’incidente, di minimizzare. Anzi, aveva replicato duro parlando di «polemica ridicola». Solo in serata la decisione di correggere il tiro, ammettendo che quella nota «poteva essere più precisa». Il danno d’immagine è di quelli che durano e negli ultimi giorni diversi colleghi di partito avevano chiesto alla Gelmini di dare un segnale. Mercoledì sera il ministro e il suo portavoce hanno avuto un lungo faccia a faccia, teso e faticoso, finito con la decisione annunciata ieri mattina. Già prima dell’estate, del resto, i due erano stati vicini alla separazione, lui sempre a frenare le uscite del ministro, lei spesso di parere opposto.
Adesso molti chiedono che Zennaro lasci anche il suo incarico di direttore generale: «La sua permanenza al ministero diventa insopportabile» dice per il Pd Manuela Ghizzoni che già aveva sollevato il caso tre anni fa, al momento della nomina. Ma l’ex portavoce è vittima anche del fuoco amico. La stessa richiesta arriva dalla leghista Paola Goisis («mi dispiace per la persona, ma bisogna tutelare l’istituzione») e dal Pdl Franco Asciutti: «Decida il ministro se può restare o meno». A difendere l’ex portavoce Giorgio Stracquadanio, falco del Pdl e consigliere della Gelmini: «Sono attacchi irresponsabili, strumentali e politici». In ogni caso il ministro cerca un sostituto. E Zennaro, intanto, si «consola» anche con la nuova consulenza per Barbara Berlusconi.

Il Corriere della Sera 30.09.11

"Referendum da record", di Fabrizia Bagozzi

Verso le due del pomeriggio, quando sono arrivati a 199 scatole (l’equivalente di 500mila firme), hanno appeso alla stanza di Fausto Recchia la bandiera dei pirati. E Gabriele De Giorgi, il non ancora trentenne responsabile organizzativo della campagna di raccolta firme contro il Porcellum, si è tagliato la barba (ha smesso di farla quando è cominciata l’avventura, aveva promesso di sbarbarsi a traguardo raggiunto).
A Santi Apostoli, sede nazionale del comitato referendario, sono stanchi ma felici. E indotti dai numeri alla sospensione dell’incredulità. Domani (oggi, ndr) consegneranno in Cassazione fra le 600 e le 650mila firme regolari, al netto del risultato dell’Italia dei valori.
E l’Italia dei valori, per bocca del suo leader, Antonio Di Pietro, ha già venduto la pelle dell’orso, annunciando che alla fine le sottoscrizioni saranno un milione, con l’Idv vicina a quota 500mila. Un conto realistico colloca il partito di Di Pietro a 300mila. Sommate alle 650, effettivamente gratta dal basso il milione.
«Non me l’aspettavo. Le questioni elettorali sono tecniche, non facili da far passare. Ma quando parli di Porcellum la gente sa subito di che cosa si sta parlando, e firma», dice Andrea, uno dei quaranta volontari chiamati a raccolta per le ultime ore – anche notturne – nella war room referendaria. Elena ha fatto il front office fin dall’inizio i primi di agosto: «È stato un continuo di telefonate. Ci chiedevano come si fa a far firmare, quali sono le procedure per poter mettere un banchetto in piazza, dove sottoscrivere. E ce lo chiedono ancora adesso».
A siglare col numero 199 la scatola del traguardo è toccato a Sara, ventiquattrenne senza lavoro ma non senza passione politica: «Un esperienza straordinaria». La sensazione è quella di aver preso parte a qualcosa di particolarmente speciale: in soli 50 giorni da zero a quasi un milione di firme.
In pieno agosto, in pochi, con poche risorse e una riserva di tempo di molto inferiore a quella delle precedenti campagne referendarie, che di solito si sviluppano in sei mesi. Una corsa in salita di cui si è cominciato a vedere se non la fine, almeno una luce, di fronte alle code ai banchetti, alle file di gente che per le strade, nelle piazze, alle feste di partito (dei due partiti promotori, Idv e Sel, e del Pd, che ha aperto i propri spazi alla raccolta) hanno affollato i tavoli referendari.
Nell’ultima settimana i risultati dalle città hanno dato conforto: Torino e Milano ex aequo 50mila, Bologna 20mila, Modena 21mila, Bari 10mila. «Un miracolo popolare – commenta il presidente del comitato Andrea Morrone – Questo referendum non l’hanno fatto le adesioni politiche che si sono andate sommando, ma le persone che sono venute a cercarci per firmare».
Tutti e sei i promotori hanno portato a casa molto più di quanto promesso. L’Idv ha fatto il pieno, Sel è arrivata a 150mila, i Democratici di Parisi hanno raddoppiato rispetto alla previsione (120mila firme), la rete di Segni viaggia attorno a 100mila, il Pli e l’Unione popolare attorno a 50mila.
I comuni, che la volta scorsa (referendum Guzzetta-Segni) non avevano superato le 30mila firme, alla fine ne porteranno fra le 70 e le 100mila. E se anche il Pd non ha aderito al referendum, grande è stato l’apporto dei suoi iscritti e militanti. E di chi, come gli ecodem e i liberal, ha preso moduli e banchetti e si è messo a raccogliere le firme.
In mattinata Enzo Bianco, leader dei liberal dem, consegna di persona a Santi Apostoli le sue 10mila firme (4mila solo a Catania): «Ho visto ovunque una gran voglia di esserci. Il referendum è una spinta perché il parlamento faccia la riforma elettorale».
Nel primo pomeriggio i referendari festeggiano la 199esima scatola. De Giorgi si taglia la barba. In attesa della fase due, la campagna elettorale. Ma per quella, «situazione politica permettendo, almeno ci sono sei mesi». Così si può riposare una notte intera (in questi giorni il concetto di riposo è stato molto approssimativo).

da Europa Quotidiano 30.09.11

"Ritorna la beffa degli scatti ai prof", di Flavia Amabile

L’allarme è di due giorni fa: non ci sono soldi per gli scatti dei prof e dei bidelli, a dispetto delle promesse della Gelmini e del governo. I sindacati sono già sul piede di guerra e annunciano proteste per fine ottobre se non si troverà una soluzione ad una vicenda che tra ritardi, promesse non mantenute e annunci confermati solo in extremis va avanti da oltre un anno. La notizia si sparge alla Camera dove non si discute solo di Romano e del suo arresto ma anche della Relazione della Corte dei Conti che accompagna il Rendiconto 2010 del Bilancio del Miur. E’ Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Cultura, a lanciare l’allarme dopo aver sfogliato la pubblicazione: «Il Ministero dell’Istruzione non riuscirà a pagare a un milione di docenti e personale Ata della scuola gli scatti retributivi maturati nel 2011. Si tratta di ben 664 milioni di euro che, in gran parte, non sono disponibili nel bilancio 2011. Un taglio che, sotto l’aspetto giuridico, dopo aver riguardato il 2010 e il 2011, si riproporrà per il 2012, 2013 e 2014 e investirà anche la carriera economica dei precari neoimmessi in ruolo».

Dal ministero ,Luciano Chiappetta, direttore generale per il Personale, rassicura tutti: «Prima di fare affermazioni cert evoglio legger eche cosa scrive la Corte dei COnti. In ogni caso, il tavolo paritetico con il ministero dell’Economia è ancora aperto, non c’è nulla di deciso.

Manuela Ghizzoni spiega che la Relazione «segnala chiaramente che a causa delle difficoltà registrate nelle riduzione degli organici per l’anno scolastico 2010-2011, a differenza di quanto avvenuto per l’esercizio finanziario 2010, quando si sono reperiti 320 milioni per garantire il pagamento degli scatti soppressi giuridicamente ed economicamente dal comma 23 dell’articolo 9 del Decreto legge 78 del 2010″. La Corte dei Conti dichiara espressamente che «da tutto questo consegue l’attuale indisponibilità di risorse da destinare al recupero dell’utilità dell’anno 2011 ai fini della maturazione delle posizioni di carriera e stipendiali del personale del comparto scuola». Per il Pd «è l’ennesima dimostrazione dell’accanimento del ministro Gelmini sulla scuola pubblica».

A introdurre il blocco triennale degli scatti automatici di anzianità dei dipendenti pubblici era stato il ministro Tremonti nella manovra finanziaria di fine maggio del 2010. Riuscire a cancellare il blocco per i lavoratori della scuola era stata una delle battaglie che il ministro Gelmini aveva annunciato di aver vinto con il ministro dell’Economia. Per garantirli sarebbero stati dirottati sugli scatti oltre 300 milioni di euro ricavati dai tagli ed inizialmente destinati al premiare il merito. L’accordo sembrava raggiunto, mancava un decreto del ministero dell’Economia che ha tardato ad arrivare all’inizio di quest’anno tenendo con il fiato sospeso prof, bidelli e sindacati e fatto pensare ad un tentativo di venire meno all’intesa. Con quasi due settimane di ritardo il provvedimento fu firmato ma solo per il 2010. Per gli anni successivi tutto sospeso in attesa della verifica della disponibilità finanziaria. Gli aumenti automatici del 2011 e del 2012 restavano un grosso punto interrogativo anche perchè i finanziamenti per i due anni sono più alti del 2010) e si prevedeva l’avvio di una nuova stagione di polemiche.

Previsione azzeccata in pieno. «Gli impegni sono chiari – ricorda il segretario della Cisl Scuola Francesco Scrima – sono stati sottoscritti nel decreto interministeriale 3 del 14 gennaio 2011. Grazie a quell’intesa gli scatti maturati nel 2010 sono regolarmente pagati dal gennaio scorso. Per quelli relativi al 2011 il percorso è tracciato e parte dalla certificazione delle risorse disponibili. Chiediamo ai ministri firmatari del decreto di procedere a tale adempimento nel più breve tempo possibile. Siamo fermamente intenzionati a far rispettare gli impegni derivanti da intese faticosamente costruite, pronti ad assumere, se necessario, opportune iniziative di mobilitazione».

«Una notizia di una gravità eccezionale – commenta il coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti, Rino Di Meglio- e ci lascia sorpresi, considerata l’entità gigantesca dei tagli che hanno colpito la scuola. Se questa è la premessa per non onorare l’impegno assunto dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, la risposta del mondo della scuola non potrà che essere

La Stampa 30.09.11

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“Non pagano più gli scatti per il 2011. Nel 2012 è da vedere. Cosa accadrà per il 2013 e 2014?”, di Osvaldo Roman

E’ noto, ma ne parlano poco quei sindacati che hanno concorso alla sua realizzazione che con la manovra attuata con il Decreto legge n.78/10, convertito dalla legge 30 luglio 2010 n. 122, si è determinatala cancellazione permanente di tre anni (2010-2011-2012) della carriera del personale Docente e ATA.
La retribuzione degli scatti maturati, dal medesimo personale, nello stesso periodo, doveva essere garantita con una parte delle risorse del 30% destinato al merito, secondo quanto stabilito all’art. 64 della legge 133/08.
Tale scelta, avrebbe dovuto comportare in termini finanziari, come stabilito dalla relazione tecnica al decreto, per la sola categoria dei dipendenti del comparto scuola, un grave danno economico, corrispondente ad un risparmio della spesa pubblica al 2047 di 18,72 miliardi di euro.
Si è voluto sino ad oggi occultare che, la previsione di retribuire gli scatti maturati nel triennio 2010-2011-2012 utilizzando le suddette risorse, identificate rispettivamente in 410- 664 e 956 milioni di euro, qualora confermate nei rispettivi bilanci annuali, non ha modificato gli effetti economici e giuridici di cui al comma 23 dell’art. 9 della legge 122/10.
Tale circostanza ha trovato conferma nella Decisione di finanza pubblica 2011-13 ove i tali tagli sono indicati rispettivamente alla Tabella 2.10 in 320, 640, 960 milioni di euro, come componenti del saldo primario. Analogamente essa risulta confermata nel DEF 2011, come riportato nella Tavola VI.I della Sezione I, : per 418 milioni di cui 320 della scuola nel 2011, per 812 mln ( di cui 640 per la scuola) nel 2012, per 1124mln ( di cui 960 per la scuola) nel 2013.
C’è da segnalare che infine il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con la circolare n. 12, emanata ad aprile e resa nota nel giugno 2011, interpreta la legge 122 del luglio 2010, che ha bloccato contratti e anzianità nel settore della scuola e, in forme diverse, nel resto del pubblico impiego, affermando che:“L’art. 9, comma 23, primo periodo, stabilisce che per il personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA) della Scuola gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti. Ferma restando la non utilità ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici dell’intero triennio 2010/2012, si evidenzia comunque la possibilità di intervenire sugli effetti della norma in esame ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 8, comma 14, e all’art. 9, commi 1 e 23, ultimo periodo, del decreto legge in esame, come modificato in sede di conversione.
Nell’anno scolastico 2010-2011, utilizzando 320 milioni dei fondi immessi nel bilancio 2010, (Missione Fondi da ripartire capitolo 1298) il governo ha provveduto con il D.I. n 3 del 14 gennaio 2011 a garantire il pagamento degli scatti maturati con l’anno 2010.
La Relazione della Corte dei Conti che accompagna il Rendiconto 2010 del Bilancio del Miur, afferma che nel presente anno scolastico non potranno essere pagati ai docenti e agli ATA gli scatti retributivi maturati nel 2011. Si tratta di ben 664 milioni di euro che anche dopo le riduzioni apportate in sede di legge di assestamento, in gran parte, non risulterebbero più disponibili nel bilancio 2011 a causa della norma di salvaguardia che opera in conseguenza del mancato raggiungimento degli obiettivi di riduzione della spesa previsti dall’art.64 della legge 133/08.
In effetti c’è da osservare che la causa di tale mancato raggiungimento di riduzione della spesa non dipende, come erroneamente affermato nella Relazione della Corte dei Conti, dalla mancata riduzione degli organici determinatasi come effetto della sentenza n.200/2009 della Corte costituzionale, sulla competenza esclusiva delle Regioni in materia di razionalizzazione della rete scolastica, ma dal verificarsi di un consistente numero di docenti soprannumerari determinato dalle modalità singolari del riordino effettuato nella scuola secondaria superiore.
Infine, riferendosi ai più recenti sviluppi, non ha destato la dovuta attenzione il fatto che l’art.16 del DL 98/11(legge 111/11) ha stabilito la proroga fino al 31 dicembre 2014 delle vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici anche accessori del personale delle pubbliche amministrazioni previste dalle disposizioni medesime.
Tale previsione di fatto determina nella scuola una proroga, del blocco, anche per i precari neo nominati in ruolo, degli scatti retributivi che saranno maturati negli anni 2013 e 2014.

Il guaio è che fino ad oggi nessuno ha chiarito come si applica per la scuola quel “vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici anche accessori del personale” buttato lì, con brunettiana spensieratezza, senza una copertura finanziaria analoga a quella individuata per il comma 23 della legge 122/10.

da la ScuolaOggi 30.09.11

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“Scatti di stipendio: non ci sono i soldi per pagarli”, di R.P. di La Tecnica della Scuola

Il problema è emerso durante l’esame del bilancio dello Stato avviato qualche giorno fa presso la Commissione Cultura della Camera. Mancano quasi 700 milioni. L’avvio dell’esame del bilancio dello Stato nella Commissione Cultura della Camera ha fatto emergere un dato che, se confermato, potrebbe aprire un nuovo fronte di scontro nel mondo della scuola.
Stando alle tabelle annesse al disegno di legge in discussione al Parlamento i 664 milioni necessari per pagare gli aumenti di stipendio maturati dal personale della scuola nel 2011 non sarebbero stati messi a bilancio; in altre parole i soldi per fare fronte all’impegno contenuto nella stessa legge 133/08 non ci sono: con la riduzione degli organici si sono conseguiti risparmi consistenti che, nella misura del 30%, dovrebbero essere reinvestiti per migliorare gli stipendi del personale, ma – per motivi che il Governo non ha ancora charito – i risparmi sarebbero stati “inghiottiti” dalle casse dello Stato.
La Flc-Cgil ha già scritto al Ministro Gelmini: “Con le retribuzioni del mese di settembre molti lavoratori della scuola avrebbero dovuto percepire l’aumento stipendiale per effetto della maturazione dei cosiddetti ‘gradoni’ superiori. Purtroppo, registriamo con preoccupazione, che in diversi documenti ufficiali emanati in corso d’anno dal governo e dagli organi di controllo si riconferma invece tale blocco perché manca la necessaria copertura della spesa”.
Uil-Scuola, per parte sua, sottolinea che l’impegno già assunto dal governo è relativo agli anni 2010- 2011- 2012 e per questo motivo non vi sono ragioni per mantenere ancora in sospeso il pagamento degli scatti al personale.
La stessa Uil, che ha già annunciato uno sciopero nazionale del pubblico per il prossimo 28 ottobre, ricorda che “ritardi ed incertezze da parte del Governo determinerebbero iniziative di mobilitazione e di protesta particolarmente intense, fino a quando il Governo stesso non farà ciò che si è impegnato a fare”.
Secondo la Cisl-Scuola “sugli scatti di anzianità esiste un’intesa che ha già funzionato per il 2010 e deve valere anche per gli anni successivi; gli impegni sono chiari, sottoscritti nel decreto interministeriale 3 del 14.1.2011, e grazie a quell’intesa gli scatti maturati nel 2010 sono regolarmente pagati dal gennaio scorso: per quelli relativi al 2011 il percorso è tracciato e parte dalla certificazione delle risorse disponibili”.
Anche la Cisl minaccia azioni di protesta: “Siamo fermamente intenzionati a far rispettare gli impegni derivanti da intese faticosamente costruite, pronti ad assumere, se necessario, opportune iniziative di mobilitazione”.
Insomma, la questione degli scatti fantasma potrebbe davvero infiammare le scuole nelle prossime settimane

La Tecnica della Scuola 30.09.11

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“Scatti, a caccia di nuovi fondi”, di Alessandra Ricciardi

Non tutti i tagli previsti dalla manovra del 2008 sono stati realizzati, non tutte le risorse sono dunque disponibili per continuare a pagare gli scatti di anzianità a docenti e personale ausiliario, tecnico e amministrativo. A dirlo la Corte dei conti, nella relazione annuale sui conti dello stato. Una relazione che ha gettato nello scompiglio il ministero dell’istruzione e i sindacati. Sarebbero, secondo indiscrezioni, circa 120 i milioni che mancano all’appello per il 2011 sui 600 milioni richiesti, una cifra da recuperare quanto prima. O comunque da dirottare come taglio su altri fronti per evitare di far saltare uno dei pilastri che ha retto finora la pax tra il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini e i sindacati più moderati, Cisl, Uil e Snals. Nel mirino sono finiti i fondi di isituto, che valgono circa un miliardo di euro. E che non sempre sono spesi oppure che in seguito alla contrazione dei docenti e degli alunni (uno dei parametri del finanziamento) sono stati ridotti nei flussi ai singoli istituti.

Insomma, ci sarebbero dei fondi alternativi da poter dirottare sui gradoni. A monte dei mancati risparmi, peserebbero le 12 mila assunzioni di docenti per il sostegno realizzati dal ministero a seguito della sentenza della Corte costituzionale.

Ma le trattative tra l’Istruzione e il Tesoro sono ancora in alto mare, in attesa di un vertice che dovrà chiarire la questione. A partire dalla quantificazione delle risorse effettivamente conseguite, da cui attingere quel 30% che va a copertura dei gradoni. Ad oggi l’unico strumento di progressione di stipendio che ha il personale della scuola.

Il segretario della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo, ha chiesto la convocazione di un tavolo tecnico al ministero dell’istruzione. «Già a settembre gli scatti non sono stati pagati, è necessario sapere come stanno effettivamente le cose», spiega Pantaleo, «purtroppo, registriamo con preoccupazione, che in diversi documenti ufficiali emanati in corso d’anno dal governo e dagli organi di controllo si riconferma il blocco perché manca la necessaria copertura della spesa». Attacca Francesco Scrima, segretario della Cisl scuola: «Chiediamo ai ministri firmatari del decreto sugli scatti di procedere ad adempiere nel più breve tempo possibile all’iter previsto. Siamo fermamente intenzionati a far rispettare gli impegni derivanti da intese faticosamente costruite, pronti ad assumere, se necessario, opportune iniziative di mobilitazione».

Ricorda al governo gli impegni assunti anche la Uil scuola. «La prima operazione da fare è avere la certificazione dei risparmi. Nel 2011, gli aumenti di anzianità sono stati regolarmente pagati. Ritardi ed incertezze da parte del governo determinerebbero iniziative di mobilitazione e di protesta particolarmente intense», minaccia Massimo Di Menna, segretario della Uil scuola». Il segretario dello Snals-Confsal, Paolo Nigi, chiede di «procedere, analogamente, a quanto fato nel 2010, alla certificazione dei risparmi relativi al 2011. Gli scatti non si toccano».
La Gilda guidata da Rino Di Meglio ha già annunciato la mobilitazione della categoria

da Italiaoggi 04.10.11

"Sempre meno iscritti, questa università più piccola e povera", di Fausto Raciti* e Federico Nastasi**

Cresce il divario tra atenei che possono e che non possono. Ma anche tra studenti in condizione di frequentarli e quelli tagliati fuori. In questo modo è a rischio l’Italia del futuro. L’università è una delle vittime designate della politica di risanamento e del dibattito che attorno ad essa si è aperto. Dibattito in cui tutte le vacche rischiano di essere nere. Non significa che l’università di oggi sia all’altezza del compito, ma nessuno ci venga a raccontare che una politica di costante e implacabile riduzione delle risorse servirà a eliminare gli sprechi e a renderla più equa ed efficiente. Al contrario, stiamo misurando l’allargarsi del divario tra università che possono e che non possono e, soprattutto, tra studenti in condizione di frequentarla e studenti tagliati fuori dai percorsi formativi. Secondo i dati Almalaurea dal 2006 a oggi sono crollate le matricole (-9,2%) con un record al Sud dove il calo ha toccato il 19,6%. La foto di una generazione che, rinunciando agli studi, priva il Paese di risorse sui cui costruire l’Italia che verrà. A questo quesito la risposta del Fondo per il merito risulta inutile, quale merito se alla gara non tutti possono partecipare? La riduzione del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario), finalmente denunciata anche dalla CRUI, ripropone la questione delle spese di funzionamento degli atenei e distanzia ulteriormente il nord dal centrosud. Le misure sui dottorati di ricerca, con i tagli profondi (L.133/2008) e i nuovi indirizzi (L.240), mettono a rischio la mobilità territoriale, una delle misure che ha permesso la libera diffusione delle idee e della ricerca in un Paese sempre a rischio di spezzarsi. Il drammapiù pesante riguarda forse la compressione dell’autonomia degli atenei, ben evidente nelle riforme dell’offerta formativa, col Ministro che sembra quel comandante della nave che anziché dare la rotta legge il menù di bordo: i corsi di laurea e le scuole per esistere devono solo rispondere a ferrei criteri, caselle da riempire, docenti titolari di cattedra per la natura del loro contratto e non per le loro capacità, corsi di studio accorpati per far tornare i conti. Un’università più piccola, più povera e svilita da una pesantissima burocrazia. A questo contesto vanno sommati gli anni e i soldi da destinare a master, tirocini e praticantati per accedere a un mondo del lavoro tutt’altro che ospitale. Il risultato è l’apartheid non solo generazionale, ma fondata su puri criteri di reddito. Sta ribollendo rabbia nei luoghi di vita della nostra generazione. Il difficile è che per ottenere qualche cambiamento ci servirà molta politica. La tenaglia da rompere è quella tra due alternative secche e indigeribili: una è quella offerta dal governo e dauna parte dei circuiti culturali forti e conformisti, che prevede tagli indiscriminati nel tentativo di assecondare «nel nome dei giovani» i diktat della BCE , organismo dalle passioni epistolari non assoggettate ad alcun controllo democratico; l’altra è l’offerta pericolosa di una valvola di sfogo ribellistica limitata all’espressione dello scontento. La nostra generazione, se vuole un welfare in futuro e un vivibile presente, non ha bisogno né dell’una né dell’altra,ma di riscoprire la dimensione europea sia in termini di lotta sia in termini di proposta politica. L’Europa non come vincolo esterno,ma come possibilità di curare il male provocato dalla finanziarizzazione dell’economia e non solo i suoi sintomi. L’Europa non come difesa dell’esistente ma come spazio da ripensare. Ci vorrà tempo, lo sappiamo bene. Nel frattempo ci accontenteremmo che i contribuenti più ricchi del Paese, insieme ai tanti ricchi che contribuenti non sono perché evadono, si mettessero una mano sulla coscienza e l’altra nel portafogli e, attraverso una doverosa riforma del fisco, mettessero una parte dei loro redditi a disposizione del salvataggio dell’università e della ricerca e quindi del nostro Paese.

* Segretario naz. Giovani Democratici
** Coordinatore Rete Universit. Naz.le

L’Unità 30.09.11

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“Atenei: chimera borse di studio. Tagli, rateizzazioni, promesse”, di Mariagrazia Gerina

Crisi Università: per la riduzione dei fondi migliaia di studenti sono rimasti senza copertura. Nel bilancio statale cifre dimezzate. E le Regioni non riescono più a compensare i tagli. Si chiamano borse di studio. Dovrebbero servire a cancellare, in partenza, le disuguaglianze tra chi vuole studiare e se lo può permettere e chi altrimenti non ha i soldi per continuare gli studi. Questa è la teoria. La pratica invece fa i conti con le risorse sempre più esigue che vengono destinate per il diritto allo studio. E con ritardi, che scaricano il problema sulla spalle degli studenti. In Veneto, 4mila universitari aspettano ancora di ricevere la borsa di studio per l’anno passato. E, a questo punto, nonostante le proteste, è quasi certo che non la riceveranno più. «Quanti di loro abbandoneranno gli studi?», si domanda Leone Cimetta, coordinatore dell’Unione degli universitari di Padova. L’ateneo che vanta il maggior numero di studenti. E di esclusi. Su 5.405 aventi diritto, gli esclusi sono 2.256, mentre solo il 58,3% (3.149) ad oggi ha ricevuto la borsa. Gli studenti hanno protestato, manifestato, bussato a tutte le porte. «I soldi non ci sono e comunque non possiamo spenderli», si sono sentiti rispondere gli universitari veneti dalla giunta Zaia, che proprio come uno scolaro impreparato in questi mesi se le è inventate di tutti i colori. Anche il Patto di stabilità ha invocato. Nel Lazio, funziona diversamente. Le borse di studio vengono pagate a rate. Come le automobili. Ma anche qui: 11mila studenti aspettano ancora l’ultima rata dell’anno passato. La giunta Polverini ha promesso che entro i primi di ottobre spiegherà che fine hanno fatto i soldi. «Ma noi abbiamo già convocato una assemblea per il 4 ottobre perché abbiamo fondati timori che quelle borse non ci verranno mai pagate», spiega Elena Monticelli, la studentessa ricevuta dal presidente della Repubblica lo scorso dicembre, insieme a una delegazione di universitari. Si capisce che il ministero tardi a pubblicare i dati sul diritto allo studio relativi all’anno accademico appena trascorso. Su 180mila studenti che avrebbero avuto diritto, i soldi sono bastati solo per 150mila. E gli altri 30mila?«Da noi a Padova abbiamo organizzato degli sportelli – racconta Leone – per informare gli studenti, molti ancora non hanno ben chiara la situazione, pensano che, magari si tratta di tirare un po’ la cinghia,ma la borsa di studio prima o poi arriverà». E invece? «Invece probabilmente il prossimo anno sarà anche peggio». In effetti, fin qui – spiega Federica Laudisa, responsabile dell’osservatorio regionale per il Piemonte – gli effetti della riduzione dei fondi sono stati attenuati da una perenne sfasatura tra soldi stanziati e soldi erogati. Per cui, di fatto, gli enti per il diritto allo studio hanno finito di spendere i 246,5 milioni stanziati per l’anno 2009-10 pagando la prima tranche di borse del 2010-2011. E solo nel 2011 hanno iniziato a fare i conti con la riduzione dei fondi: più che dimezzati già nel 2010-2011, 97 milioni di euro. Per il prossimo anno, 2012-13, la cifra scritta nel bilancio dello stato è di 26 milioni. Mentre quella per il 2011-12 che deve ancora essere ripartita è risalita a quota 101 milioni dopo un lungo braccio di ferro. Basteranno a coprire almeno un numero di borse di studio pari all’anno precedente? In teoria, la cifra è di poco superiore a quella dell’anno precedente. E però non è così che funziona. Perché il fondo statale garantisce solo una parte delle risorse necessarie. Il resto è coperto, in parte dalla tassa regionale, in parte sono risorse che le Regioni individuano nel loro bilancio. Prendiamodue Regioni virtuose come il Piemonte o la Toscana, che sono riuscite fino allo scorso anno a nonescludere nessuno degli aventi diritto, che erano poco più di 11mila per la Toscana, poco meno per il Piemonte. Dei 53milioni che sono serviti a pagare tutte le borse di studio per gli atenei toscani, solo 7 li ha messi lo stato, mentre 34 sono i milioni stanziati dalla Regione e altri 12 derivano dalla tassa regionale. Nel Piemonte (dati 2009/10) il fondo statale era di 37,9 milioni (38%), le tasse 34,2 milioni, ma per garantire a tutti la borsa la Regione ha dovuto comunquestanziare 27,9 milioni (28% del totale). Ce la faranno quest’anno Regioni virtuose e no, con i tagli ai trasferimenti previsti dal governo, a coprire i buchi lasciati scoperti dagli stanziamenti statali? Oppure saranno costrette ad aumentare le tasse? La tassa toscana lo scorso anno era tra le più basse (98 euro). Nel Lazio, la tassa era di 118 euro e copriva da sola il35%delle entrate (34,9 milioni), contro i 44,9 milioni che derivavano dal fondo statale e appena20 milioni di risorse regionali. E però già quest’anno ci sono quegli 11mila studenti che attendono.

L’Unità 30.09.11

Pdl in allarme, Versace se ne va. "Altri 15 pronti a lasciare", di Alberto D'Argenio e Orazio La Rocca

Lasciare il Pdl è il mio regalo per Berlusconi A me piace lavorare e nel Pdl non hanno bisogno di uno che lavora. «Nessuno sopporta più Berlusconi, a 75 anni dovrebbe andare in pensione». L´imprenditore di moda Santo Versace lascia il Pdl. Per dire addio al Cavaliere e alla sua compagine politica si accomoda tra i banchi del Gruppo misto di Montecitorio: «È il mio regalo di compleanno per il premier». Poi si lamenta del fatto che nel Pdl non si riesce a lavorare, non si combina nulla. E annuncia che sono parecchi i deputati che la pensano come lui e che potrebbero fare il grande passo. «Ognuno ha i sui tempi», spiega dopo che l´altro ieri non si è presentato al voto sul ministro Saverio Romano: «La politica non può aspettare la magistratura, deve capire prima chi deve andarsene».
«Nel governo tutti vogliono bene a Berlusconi – racconta Versace – ma nessuno lo sopporta più, tutti vorremmo che si godesse la vita. È il momento che passi la mano». A chi chiede se il suo addio sia legato anche alle inchieste sul premier risponde che «l´immagine dell´Italia all´estero ormai è ridicola, i miei amici stranieri mi chiedono come facciamo a sopportare questo presidente: nel resto del mondo sarebbe impossibile». Poi parla di un Berlusconi che «ha degradato l´immagine femminile, la vita privata di un uomo pubblico è un esempio». Versace è ora corteggiato dai finiani, lui si definisce libero ma non nasconde che con il Terzo Polo, con l´Udc in particolare, lavora «benissimo». Poi fa tremare il partito di Berlusconi: «Ci sono almeno 15 persone che vorrebbero lasciare il Pdl». Scatta l´allarme, come testimonia Isabella Bertolini: «Siamo preoccupati, se c´è un malessere va affrontato». In Transatlantico si parla di un gruppo anche più nutrito di parlamentari pronti a lasciare. Alcuni per andare al Misto aspettando il Ppe promesso da Alfano. Altri stanchi del Pdl o spaventati dal possibile ritorno delle preferenze e delle tessere. Toccherà proprio al segretario evitare emorragie, anche se in molti per muoversi potrebbero aspettare la fine di gennaio per scongiurare il voto anticipato. Quasi tutti nel partito sono espliciti quando parlano in privato: Berlusconi deve dimettersi. E Pisanu indica che «il dissenso è molto più ampio di quanto non si immagini, in Parlamento non si manifesta perché le condizioni favorevoli non ci sono». Per il presidente dell´Antimafia, «se domani si dovesse andare a votare, ragioneremo in molti su come muoverci». Dopo che lunedì il capo della Cei Angelo Bagnasco ha criticato Berlusconi, ieri Radio Vaticana ha parlato della necessità di una spallata politico-culturale per arrivare a un «cambiamento per il bene dell´Italia». E l´arcivescovo di Chieti Bruno Forte denuncia «la distrazione di chi oggi ci guida di fronte alla sofferenza». Parla di «disgusto per una politica che a livello nazionale non dà le giuste risposte». A Bossi che a Bagnasco aveva risposto «i preti dovrebbero dire qualche messa in più», l´Avvenire ricorda che si può celebrare più di una volta al giorno in pochi casi: tra questi i funerali. «Immaginiamo che Bossi abbia voluto escludere, se non altro per indole e per radicate abitudini scaramantiche, tali evenienze».

La Repubblica 30.09.11