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"Se il cane da guardia non morde", di Vladimiro Zagrebelsky

Cane da guardia della democrazia. Questo è il ruolo che la stampa svolge (deve svolgere, deve poter svolgere) in una società democratica, secondo una formula ripetutamente utilizzata, con lessico anglosassone, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’immagine è ricca di indicazioni. Il buon cane da guardia gira libero attorno a casa, orecchie tese e naso al vento. E abbaia, anche più forte del necessario e qualche volta deve mordere. Così la stampa. La libertà di espressione è uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e vale non soltanto per le informazioni o le idee accolte con favore o che sono inoffensive o indifferenti, ma proprio e specialmente per quelle che urtano e inquietano. Sulle questioni di interesse per il dibattito pubblico, al diritto di diffondere informazioni e opinioni corrisponde quello del pubblico di riceverle. Certo è possibile prevedere limiti alla libertà di espressione, quando siano in pericolo la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico o occorra difendere la morale o la reputazione altrui, oppure si debba impedire la divulgazione di segreti o sia necessario proteggere l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario. Riprendo dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo questa elencazione di ipotesi di restrizioni legittime. Ma anche in quei casi solo una necessità imperativa può giustificare le limitazioni.

Alle ristrette possibilità di cui dispone l’autorità pubblica nel limitare la libertà di informazione si accompagna però il richiamo ai doveri professionali e alla responsabilità di chi, esponendo i fatti ed esprimendo il suo pensiero, si avvale della libertà di espressione.

Questo quadro di principi costituisce un tratto identitario della civiltà europea e occidentale. Nessuna società europea può distaccarsene, nessun governo può rifiutarlo o forzarlo.

Ma da tempo in Italia si discute aspramente di limitazioni da imporre alla possibilità di pubblicare (e quindi commentare) informazioni tratte dalle indagini giudiziarie. Si parla quasi solo delle intercettazioni telefoniche, ma si tratta di tutte le informazioni, anche quelle che si ricavano dalle testimonianze, da documenti, ecc. L’argomento che si usa è legato al diritto, anch’esso fondamentale, che le persone hanno al rispetto della propria reputazione e alla riservatezza della vita privata. L’occasione contingente della presente, acuta sensibilità rispetto a questo diritto delle persone spinge spesso ad assimilare il potente di turno a ciascuno di noi. Egli infatti dice: difendo la mia vita privata, ma lo faccio perché la nostra, di noi tutti, è in pericolo. Chi fosse impressionato dall’argomento, dovrebbe però considerare che non siamo tutti eguali e che meritano di essere conosciuti e commentati anche aspetti della cosiddetta vita privata dell’uomo politico, proprio perché egli si è candidato e si candiderà a essere eletto dai cittadini. Egli non «fa i fatti suoi», ma si occupa «dei fatti nostri» e si è esposto volontariamente all’esame del pubblico.

Dovendo tener conto della libertà di informazione, si dice spesso da parte governativa che si dovrebbe poter pubblicare solo quello che ha «rilievo penale». Purtroppo anche dall’opposizione si tende a seguire questa strada, come se fosse possibile stabilire ciò che in una conversazione è penalmente rilevante e come se questo fosse il vero discrimine tra ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è.

Raramente una conversazione è in sé penalmente rilevante. Può esserlo se esprime minaccia o ingiuria, oppure rivela informazioni che devono rimaner segrete. Ma altrimenti il suo significato in un processo penale deriva dal contesto generale delle prove. La più innocente delle conversazioni telefoniche prova almeno che i due si conoscono. Non solo, ma ciò che ora sembra irrilevante può assumere altro senso e importanza in seguito, quando altre prove illumineranno diversamente la scena. E infine, occorrerà attendere il giudizio definitivo per costatare che questa o quella informazione, questa o quella frase hanno avuto peso nella decisione del giudice? I tempi di un’efficace informazione non corrispondono a quelli propri della giustizia penale.

Ma quello della rilevanza penale non è solo un criterio inutilizzabile in pratica. Più radicalmente è un criterio sbagliato. Da una parte, proprio perché una notizia riguarda un fatto rilevante per l’indagine o il processo penale, la protezione dell’efficacia della indagine può richiedere di impedirne o ritardarne la divulgazione. E dall’altra e soprattutto, perché il dibattito che legittimamente e doverosamente si svolge nella società democratica, considera un ambito di fatti che va ben oltre ciò che è «penalmente rilevante». L’opinione pubblica si interessa e si forma su ciò che è socialmente, culturalmente, economicamente, politicamente significativo. Il giudizio su ciò che è significativo e ciò che non lo è deve restare prevalentemente nelle mani di chi fa uso della libertà di espressione che la Costituzione e le convenzioni internazionali gli assicurano. E si tratta di un giudizio legato alla specificità del caso concreto, che mal sopporta regole generali e astratte, come sono quelle che impongono le leggi.

Non dunque il rilievo «penale», ma il rilievo «sociale» spinge il giornale e il giornalista a pubblicare o a trascurare una notizia e ancor prima, nel giornalismo di inchiesta, a cercarla, fino a forzare il segreto che altri è interessato ad assicurare.

I confini del lecito e dell’illecito nell’attività giornalistica sono inevitabilmente incerti. Esigenze e interessi diversi e opposti si contrappongono. Un bilanciamento è necessario: uno prevale e l’altro soffre. La violazione dei limiti imposti dalle leggi e dalla deontologia professionale è nell’ordine delle cose possibili. Ma anche quando ciò avvenga e sia quindi legittima una reazione repressiva o si imponga il risarcimento dei danni morali procurati ad altri, la protezione della libertà di stampa in generale richiede che la sanzione sia equilibrata. E che essa non produca un effetto di generale intimidazione alla libera stampa: giornalisti, giornali e editori. Dalle decisioni della Corte europea i parlamenti nazionali e i giudici ricavano che una sanzione penale detentiva è giustificata solo quando si sia di fronte a discorsi che incitano alla violenza o all’odio razziale, mentre anche le sanzioni economiche non devono essere eccessive. Ma di tutto ciò è scarso l’eco nel dibattito politico, né nei progetti che il parlamento è chiamato a discutere. Forte è invece la preoccupazione di assicurarsi che il cane da guardia non morda e sia prudente nell’abbaiare. Insomma, che non disturbi.

La Stampa 30.09.11

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“No al bavaglio, in piazza finché non lo ritirano”, di Liana Milella

La protesta al Pantheon. Ma il premier va avanti, lunedì gli emendamenti per il blackout. La Bongiorno boccia il ritorno alla legge Mastella: “Si cancellano due anni di mediazioni”. È plastico lo scontro sulle intercettazioni. Si gioca al centro di Roma, 600 metri e sette minuti di strada, come indica Google maps. Da una parte c´è palazzo Grazioli, dove il premier compie gli anni all´insegna dell´ennesimo vertice in cui si pianifica il colpo di mano per bloccare l´uscita degli ascolti sui giornali. Lì si decide che tra lunedì e martedì al massimo saranno pronti gli emendamenti, li stanno già scrivendo i fidati Enrico Costa e Manlio Contento. Si conferma che si va di furia verso la vecchia legge Mastella, che se serve si mette la fiducia anche perché la Lega non vuole troppa bagarre sull´argomento, che tra l´11 e il 12 ottobre la partita dev´essere chiusa.
Quando Maurizio Lupi, il vice presidente della Camera, esce e ufficializza il rush sulle intercettazioni sono le 15 e 30. Negli stessi minuti, a tre, quattro isolati di distanza, la protesta diventa protagonista a piazza del Pantheon. Tornano i post-it gialli del “no al bavaglio”, srotolato per terra c´è lo striscione con la faccia di Berlusconi con su scritto «nessuno ti può giudicare, nemmeno il web, la verità ti fa male lo so». Ecco Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, il detenuto ucciso a Rebibbia.
Le sigle dei partiti, della stampa, dei sindacati, della rete ci sono tutte. La manifestazione non è oceanica, ma si ripercuoterà con le dirette per tutto il pomeriggio sul web. Contano facce e promesse. Quella del presidente della Fnsi Roberto Natale: «Porteremo la protesta nelle piazze d´Italia, non smetteremo, alla fine l´avremo vinta noi». Giuseppe Giulietti di Articolo 21: «A legge approvata andremo alla Corte europea dei diritti dell´uomo». Nelle cancellerie Ue sarà lasciato un dossier che prova il black out. Il presidente dell´Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino dice no a una legge per colpire «i giornalisti scomodi». La piazza applaude, il popolo viola, Valigia blu, Libertà e giustizia, la neonata Giulia (giornaliste capitanate dai volti Rai della Busi e della Ferrario). Bandiere della Cgil. Pd, Idv, Sel. Ci sono Udc e Fli. Invito a lasciare tutto com´è adesso. Per garantire diritto a informare e libertà d´indagare.
Sempre in quei minuti si muove il Terzo polo. Si vedono Giulia Bongiorno, battagliera presidente finiana della commissione Giustizia, il centrista Roberto Rao, il rutelliano Pino Pisicchio. Ed emerge, come dice la Bongiorno, «un no reciso al ritorno alla Mastella per come lo propone Ghedini. Se passa il suo stravolgimento nascerà un “mostro” e c´è il rischio di un totale blackout out informativo. Vietare di pubblicare gli atti di un´inchiesta anche nel contenuto significa buttare al macero due anni di dibattito in Parlamento e lo sforzo fatto per una soluzione equilibrata. Significa varare una norma oscurantista contro cui il nostro no sarà reciso».
Ma il Pdl va avanti. Il capogruppo Pdl in commissione Giustizia Enrico Costa lavora con l´ex An Manlio Contento agli emendamento. Come Repubblica aveva anticipato già dal 24 giugno il Pdl torna, sui input di Niccolò Ghedini, al primo articolo della Mastella, più rigido dell´attuale testo in aula perché fa calare il sipario sulle telefonate («È vietata la pubblicazione anche parziale, per riassunto o nel contenuto fino al termine delle indagini o dell´udienza preliminare»), ma anche sugli atti di indagine che dovranno restare segreti fino alla sentenza d´appello. Unico spiraglio, pubblicazione «nel contenuto», per le ordinanze ormai notificate agli avvocati. Costa e Contento terranno in piedi l´udienza filtro, ma solo per fini processuali, per selezionare le intercettazioni necessarie e quelle inutili, ma i testi resteranno comunque segreti. Ammorbidita la norma ammazza-blog con la modifica di Roberto Cassinelli. Alla Pd Donatella Ferranti che annuncia «dura opposizione perché non accettiamo una legge per coprire i rapporti del premier con escort e faccendieri», Costa risponde che «il Pdl vuole mettere fine all´abuso di uno strumento investigativo che dev´essere usato nel e per il processo e non a fini mediatici».

La Repubblica 30.09.11

"Il pescivendolo di Panama nuovo eroe dei berluscones", di Francesco Merlo

Ora che abbiamo visto Lavitola in tv sappiamo che Berlusconi è riuscito a degradare anche l´uomo nero in ometto nero. Nel ruolo di diavolo italiano non ci sono più i Calvi e i Sindona ma il malandrino piccolo piccolo, allo stesso modo in cui la donna fatale – Anita Ekberg, per dirne una – è stata soppiantata dalla donnetta fatale – Ruby e la Began, per dirne due. Ed è già partito sulla stampa di “casa Berlusconi” il tam tam dell´elogio del mascalzone. Lavitola è l´idolo nascente della bricconeria come stile di vita, molto più del vecchio Briatore, è il nuovo Jean Paul Belmondo della patacca, la simpatica canaglia, il bravo ragazzo per male e non solo perché ha saputo tenere testa ai cronisti giudiziari con la sua aria da impunito, la cartellina verde e i dettagli di scena preparati con l´avvocato.
Ma ci si può estasiare per la “normalità” con cui Lavitola affronta temi come la latitanza a Panama, l´origine e il destino di tutti quei soldi chiamati “foto”, il codice malavitoso adottato con Berlusconi, le accuse di avere pagato Tarantini perché mentisse ai giudici?
In realtà Lavitola, con la sua allegria e la sua disinvoltura sfrontate, ribadisce la trionfante normalità italiana: la normalità di convivere con le deiezioni, la normalità della monnezza, la normalità della festa del boss per le strade di Napoli… Rendere normale il delitto è un altro delitto, ed è definitivo perché, dopo il delitto, l´onestà diventa noiosa. Davvero sono normali la satiriasi del vecchio potente e la prostituzione pagata con pezzi di Stato? Davvero è normale Lavitola?
«Ma lei che mestiere fa? » gli ha chiesto Carlo Bonini e, detto fatto, «il pescivendolo» ha risposto, e subito si è messo a magnificare la sua merce: un foglietto illeggibile ma “vivo” come le sogliole e i crostacei, un tabulato telefonico incomprensibile ma “sostanzioso” come il salmone e il baccalà. Vaghezza e imprecisione sono le risorse della tv e delle fiere, e sono i vecchi trucchi berlusconiani come il contratto con gli italiani nella pescheria di Vespa. Agitando davanti alla telecamera una carta qualsiasi si arriva alla gag irresistibile della prova inconfutabile che scagiona perché non c´è: «Vedete» dice, ma non si vede nulla «in quel giorno e a quell´ora ho fatto la telefonata che raccontava tutta la verità». Si sa che c´è una grande sintonia tra furbizia e stupidità, si sa che si ingravidano a vicenda. Dunque il telespettatore berlusconiano cade nella botola del luogo comune antigiustizialista quando Lavitola chiede: «Perché i magistrati non hanno esibito la telefonata-prova della mia innocenza?». E nessuno ride: “la prova che non c´è” in tv è un falso sì, ma autentico. È come l´attore che si sazia mangiando da un piatto vuoto.
La sola cosa che si capisce è che Lavitola ha in mano Berlusconi e crede di potere imbrogliare il mondo perché imbroglia lui, sa di essere migliore di lui e sa anche che è lui il suo salvacondotto, in suo nome intorta capi di Stato, ministri, manager pubblici e certo devono essere andati in solluchero, che so?, Verdini e Previti, dinanzi a quella faccia da schiaffi che sembra l´evoluzione ammorbidita delle loro facce, riedizione incanaglita del Superbone, vecchio fumetto del Monello: «Io non sono scemo» ripete Lavitola proprio come ripeteva quello. E ancora: «Berlusconi è tutto tranne che scemo». Di Tarantini invece: «È un poco fesso».
Passare per scemo è la sua ossessione e per grazia fisiognomica ha le sopracciglia unite dell´intelligenza istintiva. C´è stata, nell´Italia dei diavoli, la faccia tormentata di Bruno Contrada, ad esprimere la complessità del Paese. Ora c´è la faccia rotonda e primitiva di Lavitola che non rivela né rimorsi né rimproveri, è la faccia paffuta che sta per diventare la nuova bandiera degli spavaldi ribaldi e ricchi del berlusconismo, quelli che gli scemi siamo noi. Lo scemo è Libero Grassi e non Brunetta, lo scemo è don Milani e non la Gelmini, lo scemo è il contribuente e non l´evasore, lo scemo è il drogato e non lo spacciatore, lo scemo è il pesce e non il pescivendolo. È questo il mondo sottosopra di Lavitola. Elogiarlo non è allegria e non è goliardia ma è solo una versione da mezzacalzetta del maledettismo, della trasgressione e del dannunzianesimo politico.
E forse hanno esagerato i colleghi a contrapporre cavilli a cavilli: il famoso formalismo giudiziario è tanto utile ai pm per incastrare quanto agli avvocati per imbrogliare e scagionare. Insomma la tecnicalità e i dettagli giudiziari hanno reso noiosa e lunga l´intervista al latitante che voleva ovviamente far conoscere la sua strategia difensiva. Solo i dettagli antropologici hanno, al contrario, reso sapido il programma di Mentana: «Mi sono iscritto alla massoneria» racconta «perché avevo letto la storia dei Rosa Croce» e qui non resiste al richiamo del pescivendolo e «io leggo moltissimo» dice. E si capisce che questo è il pesce avariato che usa con i Tarantini. Nessun lettore di libri dice di leggere molto, è un tic di copertura, lo stesso di Minzolini che li esibisce dietro le spalle quando recita l´editoriale del Tg1. E ancora: «Nella loggia mi diedero il ruolo di apprendista, ma dovevo star zitto e io invece sono un chiacchierone di natura», e qui si intuisce che ha provato ad intortare pure la massoneria.
E infine c´è un comprensibile messaggio alla propria famiglia che però è anche un rimprovero a Berlusconi: «Io non c´entro nulla con le feste, non sono mai stato invitato». Marca la differenza, Lavitola. Non è uomo da patonza. Ha la fama non dello sciupa femmine ma del castiga femmine, quello che seduce la donna del nemico o del grullo che ha sotto tutela. E ha una sua morale, Lavitola. È un commerciante all´antica, non ama le spese false che riducono il guadagno. Nel berlusconismo cattolico che «ammorba l´aria» Lavitola è un magliaro sì, ma calvinista.

La Repubblica 30.09.11

"Così la Bce bacchettò Berlusconi: l'ultimatum europeo al governo", da unita.it

«Caro Primo Ministro». Inizia così la durissima lettera (LEGGI IL TESTO INTEGRALE), strettamente riservata, inviata dalla Bce al governo italiano datata 5 agosto scorso e firmata dal presidente Jean Claude Trichet e dal futuro numero uno dell’Eurotower, Mario Draghi. Una missiva dettagliata pubblicata sul Corriere della Sera, in cui la Banca centrale europea indica le misure antispeculazione da adottare «con urgenza» dall’Italia per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali»: dalle liberalizzazioni alla riforma del mercato del lavoro e delle pensioni alla pubblica amministrazione.

Nella lettera la Bce riconosce che l’obiettivo del pareggio di bilancio e il pacchetto di misure prese l’estate appena passata «sono passi importanti», ma, aggiunge, «non sufficienti». Per questo vede «l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita», di «misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche» e di «misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese».

Per quanto riguarda il capitolo crescita, l’Eurotower considera in particolare «necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali», da «applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala»; inoltre «c’è l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi a livello d’impresa»; infine «dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti». Sul fronte delle finanze pubbliche, la Bce rileva che «ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie» e per questo invita ad «anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011»; la Bce sottolinea poi come sia «possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico», soprattutto nei capitoli anzianità e donne, e che «il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Secondo la Bce andrebbe poi «introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit» e andrebbero «messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali». Le misure contenute in questi due grandi capitoli (crescita e finanze pubbliche) dovrebbero essere «prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011» e «sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio». Per quanto riguarda infine il terzo tema, quello della p.a., secondo Francoforte «negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)» e «c’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province)».

unita.it

Immigrazione, il Pd: “Il fallimento è della Lega”

La replica dell’on. Manuela Ghizzoni alle accuse dell’on. Alessandri. L’on. Manuela Ghizzoni replica alle asccuse dell’on. Alessandri della Lega. Ecco la sua dichiarazione. «Prendo atto che al parlamentare della Lega Nord Alessandri, che mi accusa di essere un’azzeccagarbugli perché ho provato a fare una riflessione seria sul dato anagrafico di Novi, interessa poco ragionare sui fenomeni e trovare soluzioni, ma preferisce sollevare la bagarre.

Accusa il centrosinistra di non aver saputo gestire l’immigrazione come se i novesi e gli italiani non sapessero che quasi ininterrottamente da un decennio al Governo del Paese c’è il suo partito, fedele alleato con chi proprio ieri ha salvato un Ministro imputato per mafia. Ricordo poi ad Alessandri, che in questo decennio deve essersi distratto, che oggi l’immigrazione è governata da una legge nota come Bossi-Fini, che non sono due dirigenti del PD.

Alessandri chiede nel suo comunicato stampa di ‘integrare’ i novesi (sic), dimostrando di non sapere di cosa parla: l’integrazione è un processo che non riguarda certamente i nativi quanto gli immigrati. Parla di famiglia e territori ma ha votato una manovra finanziaria che svuota le tasche delle famiglie italiane, ha decimato le detrazioni per i figli e massacra i comuni tagliando i trasferimenti”

Del resto è l’espressione di un partito, la Lega Nord, che, pur avendo la guida del ministero dell’Interno, non è riuscita a realizzare politiche in grado di affrontare questi problemi; un partito che basa il suo consenso sulla ricerca di un capro espiatorio e riesce solo a cavalcare le inquietudini della gente, senza dare risposte.

Il dato anagrafico di Novi, con il superamento delle nascite di figli di immigrati sui figli di italiani, ci dovrebbe spingere a governare questi processi perché il futuro ci appartiene nella misura in cui non ci ripieghiamo sul passato e governiamo il cambiamento ma se Alessandri preferisce abbaiare alla luna, faccia pure. Del futuro ce ne occuperemo noi».

Miur, Pd: Zennaro dimesso da portavoce della Gelmini ma non da direttore? Insopportabile

“Le dimissioni del portavoce del ministro Gelmini sono un atto dovuto, appare però quantomeno stupefacente che Zennaro, da quanto si apprende dalle agenzie di stampa, manterrà l’incarico di direttore generale del Miur per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione che ricopre dal 2009 per designazione del ministro Gelmini. Già a suo tempo criticammo questa nomina per l’assenza del profilo culturale e professionale di Zennaro. Oggi la sua permanenza diviene oltreché incomprensibile, insopportabile”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

"Non saranno pagati gli scatti di anzianità del 2011", da tuttoscuola.com

Per il 2011 non ci saranno soldi per pagare gli scatti di maturità del personale scolastico, come invece era avvenuto l’anno scorso dopo avere constatato l’entità della manovra e i risparmi. Si tratta di ben 664 milioni di euro che, in gran parte, non sono disponibili nel bilancio 2011. A rilevarlo, dati alla mano, è stata l’on. Manuela Ghizzoni del PD che si è trovata davanti alla relazione della Corte dei Conti per il rendiconto del bilancio del Miur. Un taglio che, sotto l’aspetto giuridico, dopo aver riguardato il 2010 e il 2011, si riproporrà, secondo la parlamentare, per il 2012, 2013 e 2014.

“La Relazione della Corte dei Conti che accompagna il Rendiconto 2010 del Bilancio del Miur, in discussione in questi giorni alla Camera, segnala chiaramente – osserva la parlamentare – che a causa delle difficoltà registrate nelle riduzione degli organici per l’anno scolastico 2010-2011, a differenza di quanto avvenuto per l’esercizio finanziario 2010, quando si sono reperiti 320 mln per garantire il pagamento degli scatti soppressi giuridicamente ed economicamente dal comma 23 dell’art.9 del Dl 78/10 non sarà possibile garantire il pagamento degli scatti maturati nell’esercizio 2011”.

Tutto questo perché risultano in gran parte tagliati dalla norma di salvaguardia i 664 milioni di euro della Missione Fondi, accantonati come risorse contrattuali destinate alla valorizzazione del personale della scuola e impegnate, con le modifiche a suo tempo introdotte all’art.8,comma 14 e all’art. 9, comma 23 del decreto legge 78/2010 per garantire il pagamento degli scatti retributivi.

“La Corte dei Conti – sottolinea Ghizzoni – dichiara espressamente che ‘da tutto questo consegue l’attuale indisponibilità di risorse da destinare al recupero dell’utilità dell’anno 2011 ai fini della maturazione delle posizioni di carriera e stipendiali del personale del comparto scuola’.

da www.tuttoscuola.com

"Al Colle è di nuovo allarme rosso", di Mariantonietta Colimberti

«Con voto istantaneo ed unanime il consiglio dei ministri nomina Mario Draghi governatore della Banca d’Italia». Era il 29 dicembre del 2005, alla guida del governo c’era Silvio Berlusconi e al Quirinale Carlo Azeglio Ciampi. La scelta di Draghi ebbe il plauso generale, anche dell’opposizione, il consiglio superiore della banca centrale approvò subito e il presidente della repubblica controfirmò immediatamente. Tutto si compì con due mesi di anticipo rispetto al momento in cui Draghi avrebbe dovuto assumere il comando di palazzo Koch.
Uno scenario ben diverso da quello attuale. Certo, molte cose sono cambiate e non in meglio: allora bisognava chiudere la poco edificante era Fazio e sul nome di Draghi non fu difficile trovare le convergenze. Ma, evidentemente, i rapporti interni alla maggioranza non erano così gravemente deteriorati e il presidente della repubblica, che pure ebbe non poche occasioni di frizione con palazzo Chigi, almeno sulla questione Bankitalia non fu soverchiato dalle preoccupazioni.
Era necessario voltare pagina, e la pagina si voltò. Il quadro attuale è drammatico e Giorgio Napolitano – che non intende in alcun modo abdicare dalla sua posizione di non coinvolgimento rispetto alla scelta del successore di Draghi – è però in prima linea da mesi nel richiamare alla necessità che si proceda in modo spedito ed efficace, garantendo l’autonomia e l’autorevolezza dell’istituto. I ripetuti contatti delle scorse settimane fra i vari soggetti avevano fatto ritenere che la soluzione fosse stata trovata e che già ieri potesse arrivare al consiglio superiore della banca la proposta di nomina di Fabrizio Saccomanni.
Così, invece, non è stato e Umberto Bossi ha rozzamente esplicitato il braccio di ferro, dimostrando quanto la scelta del nuovo Governatore sia diventata terreno di scontro politico. Proprio quello che Napolitano non vuole. E il contrario di quel che l’istituzione Banca d’Italia si aspetta. La prossima riunione del consiglio superiore dell’istituto ci sarà il 24 ottobre e oltre quella data non si potrà andare, visto che Draghi assumerà l’incarico in Bce il 1° novembre. Lo stesso consiglio ieri ha espresso la volontà unanime di procedere nel più rigoroso rispetto delle regole, con l’obiettivo di garantire l’autonomia di Bankitalia.
Al Colle ieri è salito Draghi, preoccupato per le conseguenze che lo stallo può avere sul piano internazionale, con la credibilità del paese in continua discesa.
Con il presidente è stata completata una ricognizione nell’ambito dello sforzo necessario a recuperare un percorso condiviso.
«Non è pensabile che ci siano candidature contrapposte» si ragiona al Quirinale. Il quadro, tuttavia, non appare brillante e la situazione «è aperta».
Ad allarmare è anche la debolezza del premier. Quando, poco più di due settimane fa, Berlusconi di ritorno da Bruxelles era andato a sondare il terreno sul varo di un decreto antiintercettazioni, aveva assicurato al capo dello stato che su Bankitalia non ci sarebbero stati ritardi.
Napolitano aveva raccomandato «prudenza» e auspicato un contatto con le opposizioni. Il fatto che tutto sia stato improvvisamente rimesso in discussione dimostra la «feudalizzazione» del potere politico, con le forze della maggioranza che procedono ognuna per proprio conto, aprendo e chiudendo trattative che niente hanno a che fare con l’interesse del paese.
Ieri anche il ministro della giustizia è salito al Quirinale, pare per parlare di carceri. Del resto, si sa che il discorso sul decreto anti-intercettazioni per Napolitano è chiuso e che il governo sta pensando di accelerare sul disegno di legge da approvare con la fiducia.
All’attenzione del Colle c’è poi l’altra promessa mancata del presidente del consiglio, una priorità assoluta per Napolitano, il decreto sviluppo: che fine ha fatto?

da Europa Quotidiano 29.09.11