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"Perché va strappato il bavaglio alla libertà", di Stefano Rodotà

Un simulacro di governo e una maggioranza a pezzi vogliono impadronirsi della vita e della libertà delle persone, con un attacco senza precedenti contro i diritti fondamentali. Si dice che i colpi di coda dell´animale ferito siano i più pericolosi. È quello che sta accadendo. Dopo che l´articolo 8 del decreto sulla manovra economica ha cancellato aspetti essenziali del diritto del lavoro, ora si proclama la volontà di far approvare, con procedure accelerate e voti di fiducia, leggi che mettono il bavaglio all´informazione e negano il diritto di morire con dignità. Sarebbero così cancellati altri diritti. Quello di ogni cittadino ad essere informato, continuando così a vivere in una società democratica invece d´essere traghettato verso un mondo di miserabili arcana imperii. Quello all´autodeterminazione, dunque alla stessa libertà del vivere, che scompare nel testo sul testamento biologico. Tutte mosse in contrasto con la Costituzione. Bisogna essere consapevoli, allora, che non si tratta soltanto di opporsi a singole leggi, ma di impedire una inammissibile revisione costituzionale.
Bloccata nella primavera scorsa da una vera rivolta popolare, che aveva svegliato dal torpore i gruppi d´opposizione, torna ora, minacciosa e incombente, la legge bavaglio. Sappiamo quale sia il suo obiettivo. Impedire le intercettazioni, impedire la conoscenza dei loro contenuti. Conosciamo le sue giustificazioni. Tutelare la privacy dei cittadini, evitare uno Stato di polizia. Mai giustificazione fu più bugiarda. Se davvero le notizie riguardanti il Presidente del consiglio e la sua corte dei miracoli fossero state solo affare privato, irrilevanti per la vita pubblica e le responsabilità che essa impone, il Presidente della Cei non le avrebbe messe al centro di un vero atto d´accusa, d´una richiesta perentoria di rigenerazione della politica. Non che ci fosse bisogno di questo sigillo ecclesiale. Ma esso vale come conferma di una opinione comune.
Ricordiamo le regole di base. Nell´articolo 6 del Codice di deontologia dell´attività giornalistica (non una raccomandazione, ma una norma giuridica) si dice che “la sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica”. Ho sottolineato le parole “alcun rilievo”. Chi può in buona fede sostenere che il torbido intreccio tra inclinazioni personali e bisogno di soddisfarle a qualsiasi costo, che ha avvolto il Presidente del consiglio in una rete di relazioni pericolose e sulla soglia dell´illegalità, sia del tutto irrilevante per il giudizio su di lui e sul suo modo di governare? Può farlo una maggioranza che si è piegata all´imposizione e che, votando a favore di un testo che accreditava la convinzione di una Ruby nipote di Mubarak, ha scritto la pagina parlamentare più vergognosa della storia repubblicana. Ma non può farlo un sistema dell´informazione consapevole della dignità della sua funzione. Di fronte ad una norma come quella ricordata, vi è un dovere di rendere note le notizie, perché esse diventano essenziali per un corretto rapporto tra comportamento delle persone pubbliche e valutazioni dei cittadini.
Cade così la tesi della violazione della sfera privata, perché le figure pubbliche hanno una ridotta aspettativa di privacy. Non è una tesi inventata per aggredire Berlusconi, come ha insinuato qualche appartenente alla lunga schiera degli ignoranti pubblici. E´ una linea che risale ad una decisione della Corte suprema americana del 1964 e che ha trovato conferme dalla Corte europea dei diritti dell´uomo, in particolare in un caso di pubblicazione di notizie riguardanti la presidenza Mitterrand, dove è stata addirittura ritenuta legittima la violazione del segreto istruttorio, perché la pubblicazione della notizia corrispondeva alla esigenza del pubblico di essere informato. La ragione è evidente e la Corte lo ha ripetuto molte volte: “la libertà d´informazione ha importanza fondamentale in una società democratica”.
Questa è la premessa ineludibile quando si vuole affrontare la disciplina delle intercettazioni, Che cosa, invece, si cercò di fare in primavera e si cerca di rifare oggi? Non impedire la pubblicazione di informazioni prive di rilievo, ma creare una situazione di totale opacità a protezione di figure pubbliche che vogliono sottrarsi al legittimo controllo dell´opinione pubblica. E si vuole raggiungere questo fine con una duplice strategia: limitare il potere della magistratura di disporre intercettazioni, per impedire indagini su reati sgraditi e restringere così il flusso delle informazioni a disposizione dei cittadini; e impedire la pubblicazione delle intercettazioni legittime. Un doppio bavaglio, dunque, tanto meno giustificato, quanto più la discussione pubblica indicava una soluzione che offriva garanzie. Una udienza-filtro, nella quale eliminare le informazioni irrilevanti e mantenere segrete quelle di rilevanza ancora dubbia, sì che diventano legittimamente pubblicabili solo le parti delle intercettazioni significative per le indagini e il giudizio.
Nel testo approvato dalla Commissione Giustizia della Camera era stata aperta una breccia in questa direzione, pur in un testo complessivamente inaccettabile per moltissimi motivi, uno dei quali riguarda una disciplina dei blog che, a parte la sostanziale ignoranza di questo mondo, introduce una inammissibile forma di censura. Ma le mosse annunciate dal Governo vanno oltre quel testo, usando pretestuosamente un vecchio e pessimo disegno di legge Mastella, travolto dalla critica dei mesi scorsi, per bloccare la pubblicazione fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell´udienza preliminare (fino alla sentenza d´appello, per gli atti nel fascicolo del pubblico ministero). Almeno due anni di silenzio. Non avremmo saputo nulla della vicenda che portò alle dimissioni del Governatore della Banca d´Italia, nulla delle mille corruzioni che infestano l´Italia. Un black-out della democrazia, che creerebbe all´interno della società un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie impubblicabili non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili. Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti d´indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare. Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili pressioni sotterranee, ricatti. Creerebbe un “turismo delle notizie”, la pubblicazione su qualche giornali o siti stranieri di informazioni “proibite” che poi rimbalzerebbero in Italia.
Ancor più inquietante è il testo sul testamento biologico, violentemente ideologico, che cancella il diritto fondamentale all´autodeterminazione. Il legislatore si fa scienziato, in contrasto con sentenze della Corte costituzionale, escludendo dai trattamenti terapeutici alimentazione e idratazione forzata. Azzerando il consenso informato, riconsegna il corpo delle persone al potere politico e al potere medico, lo riduce ad oggetto, ripercorrendo la strada che ha portato alle grandi tragedie del Novecento.
Torna così la questione sollevata all´inizio. Come reagire? Grandissima è la responsabilità del Parlamento, all´interno del quale le forze d´opposizione devono adottare strategie eccezionali, perché eccezionale è la minaccia. Guai alla tentazione di misurare le iniziative sulle convenienze interne ai partiti. Per questo serve anche l´attenzione sociale, frettolosamente archiviata dopo le amministrative e i referendum, verso i movimenti che nei mesi passati si sono identificati con la Costituzione e che nulla perdoneranno ad attori politici che trascurassero questa enorme risorsa. Per questo il ruolo del sistema dell´informazione è cruciale, come lo è stato in primavera.

La Repubblica 29.08.11

"Quei gesti stonati della politica", di Michele Brambilla

Forse pensando di essere in sintonia con l’esplosione di gioia che verso sera ha attraversato tutto il Paese, il presidente del Consiglio ha calorosamente abbracciato il ministro Francesco Saverio Romano. Che cosa era successo? Il lettore scelga: a) Romano era sfuggito a un attentato. b) era stato finalmente liberato dopo essere stato ostaggio di guerriglieri libici. c) aveva portato a casa un accordo vantaggioso per la nostra agricoltura. d) imputato per mafia, aveva appena ottenuto la solidarietà del Parlamento. Anche Bossi ieri si è espresso a gesti. Ha mostrato il dito medio, cosa che non faceva più da almeno un paio di giorni. Qua è addirittura superfluo chiedere di scegliere tra un’opzione a (Bossi stava scherzando con degli amici) e un’opzione b (stava parlando di un argomento terribilmente serio come la manovra economica).

Purtroppo tutto questo è cronaca, e non Bagaglino. Il Paese rischia il fallimento, gli imprenditori non ce la fanno a tirare avanti (ieri hanno contestato il ministro Matteoli) e i lavoratori non ce la fanno a tirare la fine del mese. Ma nel governo si riesce perfino a litigare sul nome del nuovo governatore della Banca d’Italia, che a quanto pare deve essere scelto in base al luogo di nascita. Insomma noi siamo preoccupati. E chi ci governa che fa? Un po’ litiga, un po’ si abbraccia e un po’ ci mostra il medio. Forse pensando di essere in sintonia con il Paese.

La Stampa 29.09.11

"Il premier sotto assedio e nella Lega è rivolta", di Carmelo Lopapa

Racconta che si sta trattenendo a fatica, «solo perché gli avvocati mi costringono a tacere». Ma lui «di cose da dire» ne ha eccome sull´«attacco mediatico-giudiziario» con il quale lo stanno «assediando: da Milano a Bari, da Napoli a Roma». Ancora poco «e esplodo: vado in tv e rispondo colpo su colpo». La fiducia che salva Saverio Romano diventa quasi un´appendice, alla vigilia di questo settantancinquesimo compleanno che, confessa «amareggiato» ai deputati che lo circondano in aula, non ha alcuna intenzione di festeggiare.

Un´appendice che pure gli costerà l´ennesima mediazione, per convincere il Senatur ancora una volta a non mollare il governo, a garantire i suoi voti a rischio, a ingoiare l´ennesimo rospo. Con un prezzo immediato, per il premier, la rinuncia ancora una volta alla riforma delle pensioni che pure aveva timidamente ritirato fuori dal cilindro nel vertice della notte prima con Tremonti, Bossi e Calderoli. È una giornata tutta in salita, per un Berlusconi che corre tra Palazzo Grazioli e Montecitorio. Il faccia a faccia col governatore uscente Draghi per discutere del suo successore a Bankitalia e poi quello con Tremonti, col quale ha innescato un braccio di ferro sul derby tra Saccomanni e Grilli. Sullo sfondo tuttavia c´è altro che assilla il Cavaliere, c´è l´incubo delle inchieste che lo assediano. Ne parla con il Guardasigilli che riceve al mattino in via del Plebiscito e con il legale Niccolò Ghedini, a pranzo con Angelino Alfano e nel pomeriggio con il repubblicano Nucara intenzionato (come poi farà) a votare la sfiducia a Romano. L´assillo diventa l´argomento pressoché unico nello sfogo con le decine di deputati che lo circondano in aula. Saverio Romano è al suo fianco, tra i due c´è un breve e intenso abbraccio, il premier ha appena risposto alla chiama esprimendo la fiducia. «Vedi Saverio? Siamo qui tutti al tuo fianco» dice al ministro dell´Agricoltura sotto inchiesta. Poi torna subito sulla sua vicenda. Altro che compleanno. Una processione di parlamentari sorridenti gli sfila accanto per fargli gli auguri. «Macché, non ho alcuna voglia di festeggiare – si schermisce con tutti – Mi vogliono fare fuori, è in atto un attacco mediatico giudiziario senza precedenti, per di più prendono a pretesto le mie cene in cui non c´è mai stato alcunché di scandaloso. È una calunnia reiterata che va spazzata via, la gente rischia di cadere nel tranello». L´ex An Laboccetta prova a confortarlo: «Presidente, devi frequentare di più questo palazzo, qui siamo con te, saremo sempre al tuo fianco». Il Cavaliere ringrazia, promette di essere più presente. A un sottosegretario confida quanto ancora sia preoccupato della tenuta del rapporto con Tremonti, «è sempre più difficile trattare con lui». A conferma che se una tregua c´è, è sempre sul fico.
E poi quanta fatica anche ieri per serrare i leghisti. Col Senatur l´ultimo faccia a faccia risale alla notte che precede il voto di fiducia, durante il vertice di Palazzo Grazioli. Sono ore concitate, si fanno insistenti le voci su possibili defezioni. «Umberto, se vengono a mancare i vostri voti ti è chiaro che a cadere non è il ministro Romano ma l´intero governo – lo ha incalzato Berlusconi – Vorrebbe dire cedere agli attacchi strumentali della magistratura che ci vuole far fuori». Bossi ancora una volta lo rassicura. Anche questa volta il suo gruppo sarà compatto. E così è stato. Anche se il ministro dell´Interno Maroni non sederà mai ai banchi del governo per tutta la durata della seduta. Voterà, il capo del Viminale e come lui tutti i suoi uomini. Il Carroccio c´è, ma masticano amaro i dirigenti, di fronte ai cartelli dei finiani in aula («Alla faccia della Lega-lità»). E a poco vale il fatto che dal ministro all´Agricoltura i leghisti incassano tutta una serie di impegni per le richieste avanzate, dal vino ai formaggi, agli animali clonati fino alle quote latte. La base già mugugna, protesta. L´ira esplode sul web, ancora una volta sul forum dei giovani padani, ma anche su “Radio Padania”: «Mai più il nostro voto», «salvare quel ministro è una bestemmia», «vi disprezziamo». Altre grane per la leadership al tramonto di Bossi.
Ma a Berlusconi tutto questo interessa poco. Quando alle 19,45 arriva il responso dell´aula, può tirare un lungo sospiro di sollievo. E festeggia, il voto sì, lo festeggia, ricevendo nella stanza del governo il ministro «salvato» e il fido Verdini. «Avete visto i radicali? È uno strappo serio quello loro col Pd, dobbiamo lavorarci» dice con un cenno d´intesa rivolto al coordinatore pidiellino. Poi fa di conto e guarda avanti. Linfa, ne è convinto, per tirare a campare fino al termine della legislatura. Nonostante gli imprenditori che ormai contestano i ministri e gli attacchi della Marcegaglie, i processi e le inchieste che incombono e la reprimenda dei vescovi. «I 315 voti vogliono dire che siamo a quota 325, se calcoliamo le assenze, andiamo avanti senza esitazioni fino al 2013. Ora decreto sviluppo, intercettazioni e riforme».

La Repubblica 29.09.11

"Lasciamo subito il neo liberismo", di Stefano Fassina

«Abbiamo, noi qui, in Italia, parlato in questi tre anni il linguaggio della verità? Lo abbiamo fatto abbastanza, tutti noi che … abbiamo responsabilità nei rapporti con le giovani generazioni?» chiedeva il Presidente Napolitano, nel suo intervento al Meeting di CL a Rimini, a fine agosto scorso. Era rivolto a tutte le classi dirigenti italiane. Non soltanto alle forze politiche di governo e di opposizione, ma alle classi dirigenti della cultura, dell`economia, delle istituzioni. La domanda era, ovviamente, retorica. La risposta era, altrettanto ovviamente, negativa. È trascorso un mese, la situazione si è aggravata, ma l`accorato invito del nostro Presidente non ha trovato ascolto. Il dibattito pubblico continua ad essere lontano dalla realtà.
Così, dopo la fase della deresponsabilizzazione dalle scelte politiche compiute con le “manovre” («lo chiede l`Europa»), da un paio di settimane il ritornello è: dopo il risanamento, la crescita. È una insopportabile litania. Finanza pubblica ed economia reale non sono universi paralleli. Allora, affermiamo una scomoda verità: date le scelte di politica economica compiute nell’area euro e a livello nazionale, ossia l`austerità cieca nelle politiche di bilancio pubblico, la crescita è impossibile per un lungo periodo. È irrilevante la composizione degli interventi (tagli di spesa o aumento di tasse).
Poco possono le mitiche “riforme strutturali”. Soltanto l`estremismo ideologico neo-liberista può sostenere il contrario. Interventi di contrazione del deficit per 4-5 punti percentuali di Pil all`anno portano profonda recessione comunque. Le previsioni di JP Morgan raccontate qui affianco, pur nella loro drammaticità, sono ottimistiche. Siamo soffocati in una spirale di pesantissime misure restrittive di finanza pubblica, recessione, aumento delle sofferenze bancarie, contrazione del credito, fallimento dei piani di abbattimento del debito pubblico, ulteriori manovre restrittive. Per l`Italia, il Fiscal Monitor del FMI, fonte non inquinata dal catastrofismo keynesiano, sotto ipotesi di Pil positive, indica che, nel 2013, nonostante le correzioni di circa 70 miliardi previste per quell`anno, saremo lontani dal pareggio di bilancio. In tale contesto, la situazione dell`occupazione, in particolare giovanile, femminile e meridionale va inevitabilmente in drastico peggioramento.
È patetica l`insistenza sui crediti di imposta o sulla rimozione dei vincoli al licenziamento (art. 18 dello statuto dei lavoratori) “per dare lavoro ai giovani”. La verità è che la linea macroeconomica voluta dai governi di centrodestra ed ostinatamente perseguita nell`Unione Europea rende la moneta unica insostenibile sul piano economico, politico e democratico. La verità è che l`ideologia neo-liberista e il corporativismo miope degli interessi forti da essa schermati portano al collasso la straordinaria avventura unitaria avviata dopo la Seconda Guerra mondiale; ad ulteriore regressione la nostra distintiva civiltà del lavoro; alla fine le democrazie delle classi medie; alla marginalità i singoli Stati nazionali del vecchio continente sullo scacchiere geo-economico e geo-politico del “secolo cinese”. È questo l`unico futuro possibile? No, la storia non è data.
Il futuro dipende da noi. Che fare, allora? I progressisti europei propongono un`inversione di rotta di 180 gradi: trasferimento della sovranità economica ancora formalmente ed inutilmente custodita all`interno dei confini nazionali ad una istituzione di governance legittimata democraticamente dell`euro-area; sostegno politico alla Bce per acquisti illimitati sul mercato secondario dei titoli di Stato in sofferenza; ristrutturazione del debito greco; ricapitalizzazione delle banche colpite dalla svalutazione dei titoli; trasformazione del Fondo Salva-Stati in una Agenzia Europea per la gestione dei debiti sovrani; allentamento delle politiche di bilancio e sostegno alla domanda aggregata attraverso investimenti pubblici trans-europei alimentati da eurobonds e dalla tassa sulle transazioni finanziarie speculative. «Stiamo attenti, dare fiducia non vuol dire alimentare illusioni» ammoniva il Presidente Napolitano.
È così. Senza inversione di rotta, i figli, oltre ad un futuro di debito pubblico, avranno, insieme ai padri, un eterno presente di disoccupazione, sottooccupazione, precarietà, chiusura nazionalista e impoverimento populista della democrazia.

L’Unità 28.09.11

Sfiducia a Romano, Berlusconi ordina la Lega obbedisce

Respinta dalla Camera la mozione contro il ministro delle Politiche agricole. Soro: “Allontanare l’ombra della mafia dal Governo”. Con 294 voti a favore e 315 contro, la Camera ha respinto la mozione di sfiducia presentata dal Pd contro Saverio Romano, ministro delle politiche agricole, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Si è trattato di una seduta a tratti nervosa, di cui vale la pena di ricordare la dichiarazione di voto di Sebastiano Fogliato a nome della Lega: l’esponente del Carroccio ha infatti eluso di fatto l’argomento per cui i deputati sono stati chiamati ad esprimersi, preferendo elencare tutte le richieste del suo partito in materia di politiche agricole a…Romano stesso

Per Daniele Marantelli, deputato del Pd, nessuna sorpresa: ‘In tre anni la Lega ha votato tutti i provvedimenti imposti da Berlusconi: lodo Alfano, legittimo impedimento, salvataggio di Cosentino, sostegno alla cricca della Protezione Civile. Rospi da ingoiare in cambio del federalismo. Invece le manovre del governo hanno strangolato comuni e regioni e fatto abortire il federalismo fiscale. Però, su ordine di Berlusconi, la Lega ha negato l’arresto di Marco Milanese stretto collaboratore di Tremonti. Però, su ordine di Berlusconi, oggi rinnova la fiducia al ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, imputato per concorso esterno di associazione mafiosa. Colpisce in particolare che il ministro dell’Interno copra un ministro accusato di associazione mafiosa”.

Per il Partito Democratico, Antonello Soro ha pronunciato la dichiarazione di voto che riportiamo integralmente:

“Il 13 luglio scorso la procura della Repubblica di Palermo ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio del Ministro Francesco Saverio Romano, imputato formalmente di concorso in associazione mafiosa. Oggi l’on Romano ci ha confermato che non intende dimettersi dalla carica di ministro. La sua argomentazione,re sa in quest’aula non ci ha convinto. Anzi,non vorrei apparire irriguardoso e insensibile per il suo comprensibile travaglio personale ..ma sinceramente penso che tutto il suo discorso andrebbe riservato ad un’altra assise.

Perché – vorrei dirlo subito – non abbiamo mai pensato di comminare al ministro Romano una pena anticipata: la questione aperta riguarda la compatibilità della sua carica attuale con la sua condizione di inquisito per reati di mafia, e,insieme,la caduta della sua autorevolezza alla luce dei fatti emersi. A quanti ricoprono le cariche più rilevanti dello Stato non è richiesto soltanto di rispettare le leggi: è richiesto di saper rappresentare nel modo migliore le istituzioni ed i valori che su essa si fondano.

A loro è assegnata la tutela del prestigio dello Stato di fronte ai cittadini. Questo assunto è dentro la nostra costituzione e prima ancora nella coscienza civile degli italiani. Esattamente come accade in tutte le democrazie del mondo. Potrei fare un lungo elenco di personalità politiche e di governo che in ogni angolo del mondo hanno rassegnato le dimissioni per ragioni assai più banali. Ricorderò che in questa legislatura i ministri Scajola e Brancher, il sottosegretario Cosentino, ancorché con fatica,hanno rassegato le dimissioni dall’incarico di governo.

Non è infatti nostro compito e non è nostro obiettivo emettere sentenze, bensì è nostro dovere difendere il prestigio delle istituzioni che rappresentiamo. La nostra richiesta di dimissioni del ministro Romano non rappresenta un atto di accusa. Noi chiediamo al Governo, al Parlamento, ai colleghi di maggioranza e di opposizione di fare una scelta di responsabilità e di autotutela.

Chiediamo di fare una scelta che rispetti il prestigio e la dignità delle istituzioni di questo Paese, agli occhi degli italiani e di quella vasta platea di osservatori che in ogni angolo del pianeta seguono con interesse e crescente disappunto il declino del nostro paese.Per il cittadino Romano vale quello che vale per chiunque: si è innocenti fino a prova contraria. Anche in questo caso la giustizia farà il suo corso e saprà valutare bene le accuse che ci sono in ballo :ma l’on Romano non è un semplice cittadino, è un rappresentante del Governo italiano.

In questa posizione ha una responsabilità che gli impone di non fare ricadere le gravi accuse nei suoi confronti sull’immagine del Governo italiano e tantomeno sull’immagine dell’intero Paese Chi crede nell’autonomia della politica, chi richiede che altri poteri non debbano svolgere un ruolo di supplenza (e noi siamo fra questi) ha il dovere di tenere alto e limpido il profilo delle istituzioni Noi,che non abbiamo mai condiviso le distorsioni giustizialiste né fatto concessioni alle pulsioni massimaliste presenti nelle visceri del paese,coltiviamo un’idea alta della giustizia nella convinzione che il diritto debba essere permeato da valori.

Noi crediamo che debbano esservi ancora battaglie parlamentari in cui vi sia modo di richiamare i principi di legalità e di trasparenza, per ricordare il ruolo che hanno le classi dirigenti, che trasmettono, con i loro comportamenti e le loro parole, al Paese che guidano. Noi pensiamo che il ministro faccia bene a difendersi.

L’accertamento delle responsabilità penali sarà compito della magistratura, e non dal Parlamento perché noi crediamo sempre nella divisione e nella distinzione dei poteri. Ma la politica non può attendere l’accertamento delle responsabilità penali. In qualsiasi Paese normale, in un caso così, un uomo politico si dimette. Questo non avviene in Italia perché si è progressiva mente smarrito il senso del rigore e il rispetto dell’etica pubblica che una classe dirigente deve avere. Io penso che l’idea della giustizia sia sempre inseparabile dalla fiducia. Non la fiducia raccolta in quest’aula attraverso uno Scilipoti in più ..ma quella più esigente di una comunità di cittadini che devono rispettare le regole che questo parlamento scrive,di una comunità di italiani che ogni giorno nella loro vita incontrano lo Stato con le sue leggi e con le sue imposizioni Senza fiducia nello stato e nelle sue istituzioni,resta l’anarchia.
Questa fiducia non si acquista per chiamata nominale.

Neppure si ottiene con le sole dichiarazioni. La fiducia si conquista con la coerenza dei comportamenti,in un paragone esigente tra quello che si dice, i modelli che si invocano e le scelte,anche individuali,che noi ogni giorno mettiamo in essere. Per queste ragioni oggi ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso da parte dei gruppi della maggioranza e particolarmente da parte della lega. Nei primi anni Novanta la Lega in quest’aula esibiva il cappio come simbolo della sua idea di legalità: io appartengo allo schieramento di quelli che non hanno mai apprezzato quelle esibizioni e quell’idea della politica. Ma è difficile non registrare il cambiamento.

Non sappiamo quale sia la natura del legame che rende inossidabile l’alleanza dei rappresentanti romani della lega con il presidente del consiglio,che porta i parlamentari di quel partito a votare in palese contrasto con gli elementari principi della legalità,del comune senso della moralità repubblicana,del comune sentimento degli italiani onesti,quelli che non si turano il naso. Ma è certo che in questi mesi la lega si è progressivamente allontanata dal suo profilo originario…e oggi si schiera con un inquisito per mafia. In questi giorni alcuni autorevoli osservatori hanno affacciato il sospetto di uno scambio tra il ministro Romano e la Lega riferito al commissariamento dell’Agea, l’agenzia che governa i fondi europei per l’agricoltura, l’ente che dovrebbe far pagare le multe relative alle quote latte.

Non sappiamo se questa congettura sia vera ma,riconoscerete,che è almeno verosimile. Una domanda al ministro dell’interno,un ministro che ha il compito istituzionale di combattere più di ogni altro la mafia e al quale in più di un’occasione abbiamo dato atto di aver fatto il suo dovere. Il ministro dell’interno,in forza della legge,su segnalazione di un prefetto,può sciogliere un consiglio comunale nella presunzione di inquinamento mafioso:Maroni ha esercitato questo potere in più occasioni:in quest’aula ne ha legittimamente menato vanto.

Così è accaduto che diversi consiglieri comunali,non indagati da un magistrato,siano stati privati del loro mandato perché nel consiglio c’era un collega in odore di mafia. Come può lo stesso ministro non cogliere il problema quando in discussione c’è la reputazione,il prestigio non di un consigliere comunale ma un ministro della Repubblica?

Non ci illudiamo che l’onorevole Maroni voglia rispondere a questa domanda ma avremmo apprezzato se in questa circostanza,in questa brutta storia avesse evitato di presentarsi ai media come il portavoce del suo partito. L’on Romano in questi giorni ha ripetuto più volte che la sfiducia nei suoi confronti nasconde il tentativo di sfiduciare il presidente del consiglio.

Noi abbiamo tanti motivi – non è un mistero -per chiedere le dimissioni del governo…e dell’uomo che più a lungo di chiunque altro ha guidato l’Italia,che più a lungo di qualunque altro italiano ha avuto il privilegio di misurarsi con la sfida di governo, che in questi lunghi anni ha preferito coltivare i suoi interessi piuttosto che quelli della comunità nazionale,che ha tradito il suo manifesto liberale, che non ha fatto una sola riforma dello stato e dell’economia degna di quel nome,che ha portato l’Italia sempre più in dietro nella competizione globale, che ha reso più poveri milioni di cittadini,che ha aumentato le tasse oltre ogni limite precedente,cha tradito e svuotato la delega per la riforma del federalismo fiscale,che ha dissipato il credito che il nostro paese aveva guadagnato presso le cancellerie di tutto il mondo.

No, davvero non abbiamo bisogno di pretesti per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Ma oggi noi chiediamo un’altra cosa,specifica:chiediamo di allontanare l’ombra cupa e minacciosa della mafia dal governo della nostra repubblica..per questo i deputati Pd voteranno la sfiducia individuale per il ministro Romano”.

www.partitodemocratico.it

25 aprile, Ghizzoni (Pd): proposta Garagnani? Faremo Resistenza

“Mi sembra una provocazione bella e buona per distrarre dal voto con cui la maggioranza si appresta oggi a salvare il ministro Romano. Ma se da questo ordine del giorno dovessero seguire atti concreti del Governo faremo Resistenza ad un atto di protervia che vorrebbe riscrivere i fondamenti della storia repubblicana”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta la proposta del deputato del Pdl, Fabio Garagnani.

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Pdl chiede di anticipare il 25 aprile al 18, insorge opposizione
Garagnani annuncia ok Governo, Pd corregge: odg è vile ma inutile

Sostituire la festa nazionale che celebra ogni anno il 25 aprile (Liberazione dal nazifascismo nel 1945) con il 18 aprile, a ricordo della storica vittoria elettorale quel giorno del 1948 della Dc contro il fronte delle sinistre socialiste e comuniste. La proposta è contenuta in un ordine del giorno alla Camera del deputato del Pdl Fabio Garagnani. Potrebbe essere una delle tante sortite individuali di chi siede in parlamento, se non fosse che lo stesso parlamentare berlusconiano ha fatto sapere di aver ricevuto un sostanziale via libera dal governo di centrodestra che lo avrebbe “accolto come raccomandazione”. Ma siccome la forma talvolta è sostanza, a prescindere dalla convinzione del deputato Pdl, una raccomandazione parlamentare accolta dal Governo non impegna poi alla sua attuazione: sarà ora palazzo Chigi a decidere se tradurre la raccomandazione in proposta di legge o trasformare in lettera morta l’aspirazione del deputato delal sua maggioranza. Politicamente, però, l’iniziativa parlamentare esiste e tanto è bastato a suscitare scandalo e indignazione da parte delle opposizioni. “Garagnani – ha affermato Ettore Rosato, esponente dell’Ufficio di presidenza del Gruppo del Pd- sta alzando un polverone per niente, come è solito fare. Il 25 aprile non si tocca e dunque l’accoglimento ‘come raccomandazione’ da parte del governo del suo ordine del giorno è praticamente carta straccia. Resta un gesto politico vigliacco e provocatorio da parte di un governo che non sa guidare il paese e tenta di tappare i buchi con dosi massicce di propaganda”. “La conferma dell’accoglimento di un ordine del giorno che impegna il governo a sostituire la festività del 25 aprile con quella del 18 aprile 1948 – ha picchiato Idv con la deputata Silvana Mura- dimostra la confusione e la debolezza di un governo che nella seduta del 14 settembre, non avendo più i numeri in aula, ha accolto tutti gli odg presentati per evitare di subire ripetute sconfitte. La vicenda, però, dimostra anche in maniera incontrovertibile come alcuni esponenti del Pdl che dicono di ispirarsi a quella che fu l’opera svolta dalla Democrazia Cristiana, siano in realtà quanto di più lontano dai valori e dalla cultura politica di quel partito” “A nessuno dei grandi leader storici della Dc così come ai parlamentari più oscuri di quel partito sarebbe infatti mai venuto in mente – ha sottolineato ancora- di disconoscere la ricorrenza del 25 aprile 1945, perché la Dc e i cattolici si riconoscevano in pieno nel movimento della Resistenza di cui furono parte importante. E’ per questo che la Dc storica fu protagonista della ricostruzione dell’Italia ed è per questo che invece il Pdl è protagonista della decadenza del nostro Paese”. Pol/Tor

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Scuola, Pd: Corte dei Conti conferma nostro allarme su tagli a stipendi docenti e ATA

Ghizzoni: per il 2011 Miur non pagherà 664 milioni, siamo all’accanimento. “Il ministero dell’Istruzione non riuscirà a pagare a un milione di docenti e personale ATA della scuola gli scatti retributivi maturati nel 2011. Si tratta di ben 664 milioni di euro che, in gran parte, non sono disponibili nel bilancio 2011. Un taglio che, sotto l’aspetto giuridico, dopo aver riguardato il 2010 e il 2011, si riproporrà per il 2012, 2013 e 2014 e investirà anche la carriera economica dei precari neoimmessi in ruolo”. Lo denuncia, dati alla mano, la capogruppo del Pd in commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni sottolineando che “la Relazione della Corte dei Conti che accompagna il Rendiconto 2010 del Bilancio del Miur, in discussione in questi giorni alla Camera, segnala chiaramente che a causa delle difficoltà registrate nelle riduzione degli organici per l’anno scolastico 2010-2011, a differenza di quanto avvenuto per l’esercizio finanziario 2010 quando si sono reperiti 320 mln per garantire il pagamento degli scatti soppressi giuridicamente ed economicamente dal comma 23 dell’art.9 del Dl 78/10. La Corte dei Conti – sottolinea Ghizzoni – dichiara espressamente che ‘da tutto questo consegue l’attuale indisponibilità di risorse da destinare al recupero dell’utilità dell’anno 2011 ai fini della maturazione delle posizioni di carriera e stipendiali del personale del comparto scuola’. Si tratta – conclude Ghizzoni – dell’ennesimo taglio punitivo che riguarda un milione di dipendenti della scuola, sui quali il Governo decide d’imperio di far ricadere i costi della crisi e della propria incapacità economica su una intera categoria. E’ l’ennesima dimostrazione dell’accanimento del ministro Gelmini sulla scuola pubblica”.