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"Editoria, niente riforma. Solo tagli", di Roberto Monteforte

Il governo annuncia «una rivoluzione» ma non dà sicurezza sulle risorse. E la Federazione degli editori «cavalca» la crisi per muovere un attacco alle testate no-profit, alle cooperative e politiche. Una rivoluzione per l’editoria entro i prossimi 45 giorni». L’assicura il sottosegretario con delega all’Editoria, Paolo Bonaiuti che archiviando ogni ipotesi di riforma, lancia il suo annuncio intervenendo all’assemblea generale della stampa cooperativa, no profit, di idee e politica promossa da Mediacoop, Fnsi, il Comitato per la libertà d’informazione, la Federazione Italiana dei settimanali cattolici tenutasi ieri in una affollatissima sala del Mappamondo alla Camera dei Deputati. Non rassicura Bonaiuti. Conferma per l’anno in corso il 90 per cento degli stanziamenti, ma non è in grado di garantire la copertura per il futuro. «Ci troviamo in una crisi che impone risparmi. Parlare di riforma dell’editoria non ha senso scandisce -. Occorre invece una piccola rivoluzione in tempi brevi». Quelli che preannuncia sono ulteriori tagli alla platea degli aventi diritto. Raccoglie la sollecitazione per criteri più severi per i contributi, legati alle vendite e alla occupazione regolare. Dalla prossima settimana annuncia la riapertura del tavolo di confronto con tutti i soggetti interessati. Annuncia cambiamenti epocali, ma non è in grado di assicurare le risorse indispensabili da subito al settore. Quegli 80 milioni di euro senza i quali ben poche testate arriveranno al prossimo gennaio. Lo spiega Lelio Grassucci di Mediacoop aprendo i lavori. È preoccupata l’assemblea. Si susseguono gli interventi dei parlamentari, dei sindacalisti e dei direttori dei giornali, da Norma Rangeri del Manifesto a De Angelis del Corriere Mercantile, al presidente della federazione dei settimali diocesani Francesco Zanotti, sino al direttore de L’Unità Claudio Sardo e a quello di Liberazione, Dino Greco. Interviene Fammoni della Cgil e in collegamento dall’estero il segretario della Fnsi, Franco Siddi. Il messaggio è chiaro: bonifica immediata del settore e risorse certe, altrimenti si fa drammaticamente concreto il rischio di chiusura per oltre 100 testate. Negli interventi si ribadisce che non tutto può essere ridotto alla logica mercantile, tanto più che nel nostro paese la dinamica è inquinata dal conflitto di interessi e da un drenaggio della risorse pubblicitaria dal sistema televisivo a danno dell’editoria. Si avanzano proposte. «Occorre pulire l’aria» afferma il deputato Beppe Giulietti dell’Associazione art. 21. Ma il problema non è quello delle risorse o dei sacrifici da ripartire. «Quegli 80 milioni sono una goccia nel mare. Si trovano» assicura il presidente della Commissione trasporti del Senato, Luigi Grillo (Pdl). «Le risorse ci sono» assicura Luigi Lusi (Pd) che insiste: «Ma occorrono comportamenti coerenti da parte di tutti». Il problema è quello della volontà politica. Occorre spiegare bene le ragioni di questa scelta a tutela del pluralismo e del diritto di tutti ad una informazione libera anche per chi non ha mezzi economici. È un percorso in salita se l’opinione pubblica non comprende che in questo caso si va ben oltre al «bavaglio» all’informazione, si va allo strangolamento di 100 testate. È necessario per battere quel clima «anticasta» e chi lo usa strumentalmente.
L’affondo lo lancia il presidente della Fieg, Carlo Malinconico che dando voce agli umori prevalenti tra gli editori afferma che oltre al rigore è necessaria «una revisione profonda delle politiche di sostegno pubblico» e «che le risorse disponibili siano destinate ad interventi strutturali per il settore». Al tavolo aperto della presidenza del Consiglio la Fieg chiederà che «la contribuzione pubblica sia finalizzata allo sviluppo delle imprese editoriali e dell’intero settore e non costituisca una forma di sostentamento di imprese inefficienti o di alterazione della concorrenza». Le risorse vanno all’innovazione tecnologica, alla produttività delle imprese, per l’occupazione e alla multimedialità». Tutto va ridotto alla logica del mercato. Chi è fuori si arrangi.

L’Unità 29.09.11

8 per mille: Passa l'odg del PD. Battuto il governo

La maggioranza è compatta solo in difesa di ministri indagati per mafia e per evitare i processi a Berlusconi. Alla Camera il governo viene battuto sull’odg del PD per la ripartizione dell’8 per mille. Sono bastate poche ore a togliere le false sicurezze per Berlusconi e a dimostrare che la maggioranza è compatta solo nei voti di fiducia e per respingere le dimissioni di ministri indagati per mafia. Alla Camera il governo è stato battuto su un ordine del giorno del Partito Democratico al disegno di legge che riguarda la ripartizione dell’8 per mille.

L’odg, su cui il governo aveva espresso parere contrario, è passato con 247 sì e 223 no. Il testo impegna l’esecutivo a a consentire ai cittadini di indicare esplicitamente la scuola pubblica fra i destinatari dell’8 per mille.

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L’odg del PD impegna il governo a modificare la legge 20 maggio 1985, n.222, sull’otto per mille al fine di consentire ai cittadini di indicare esplicitamente la scuola pubblica come destinataria di una quota fiscale dell’otto per mille da utilizzare d’intesa con enti locali per la sicurezza e l’adeguamento funzionale degli edifici e a pubblicare ogni anno un rapporto dettagliato circa l’erogazione delle risorse e lo stato degli interventi realizzati.

www.partitodemocratico.it

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8X1000, PD: governo inserisca subito opzione ‘scuola pubblica’ in dichiarazione redditi

De Pasquale: Giovanardi e Lega incompetenti, scuola pubblica comprende paritarie
“Vigileremo sul governo perché dia attuazione a quanto approvato oggi in parlamento. Dalla prossima dichiarazione dei redditi i cittadini dovranno poter indicare la ‘scuola pubblica’ come destinataria di una quota fiscale dell’otto per mille da utilizzare d’intesa con enti locali per la sicurezza e l’adeguamento funzionale degli edifici e a pubblicare ogni anno un rapporto dettagliato circa l’erogazione delle risorse e lo stato degli interventi realizzati”. Lo dichiara la deputata democratica, componente della commissione Cultura della Camera, Rosa De Pasquale che oggi in aula alla Camera si è scontrata con il sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri Carlo Giovanardi che sosteneva che la dizione ‘scuola pubblica’ era penalizzante perché non comprendeva le scuole convenzionate. La De Pasquale ha ricordato al sottosegretario che con la legge Berlinguer (del 10 marzo 2000, n. 62) nella nozione di scuola pubblica sono state comprese la scuola statale e quella paritaria, quindi quando parliamo di scuola pubblica parliamo di scuola anche paritaria”.

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Costruttori contro il Governo: «Vergogna: avete fallito, ora via»

«Fuori! Vergogna! Andatevene via! Non ha neanche letto il testo prima, non sa quello che sta dicendo ». Così esplode la rabbia dei costruttori durante l’intervento di Altero Matteoli all’assemblea dell’Ance. Mentre il ministro parla la sala del Palazzo dei Congressi di Roma si svuota piano piano. Restano le prime file e qualche gruppetto qua e là. Chi resta si attende quei «fatti concreti», quelle «risorse certe» che il presidente Paolo Buzzetti aveva invocato nella sua prolusione iniziale. Ma da Matteoli arrivano le solite parole: snellire le procedure, partnership tra pubblico e privato. Cose sentite già centinaia di volte. Il decreto sviluppo arriverà solo la prossima settimana: ieri c’è stata solo una riunione preliminare. Il ministro non indica cifre. Anzi, dichiara davanti alle telecamere (non davanti alla platea) che «non ci sono risorse». Tutto a costo zero, come vuole Giulio Tremonti. Poi sfodera l’ultima illusione: «la macchina del fare». Ovvero, quella sequela di step che intercorre tra l’autorizzazione di un’opera e l’avvio effettivo diun cantiere. Troppo lenta, ammette il ministro, scaricando la responsabilità dei ritardi sulla macchina burocratica. Per gli imprenditori è davvero troppo. Così interrompono il discorso più volte, e concludono con una salve di fischi e di «buuuu». NUMERI Tutto comprensibile, smorza Matteoli. Il fatto è che le costruzioni sono l’epicentro della stagnazione economica che attanaglia il Paese. «Il tempo è scaduto» aveva detto Buzzetti concludendo il suo discorso. Anche per lui,come per gli industriali, il governo non ha più credibilità. «Il prossimo decreto sullo sviluppo – aggiunge Buzzetti – è l’ultima opportunità che concediamo. Nonce ne sarà un’altra». Così il presidente incassa una standing ovation dalla «sua» assemblea. Se le risposte non arriveranno, i costruttori sono pronti a protestare, come hanno già fatto insieme ai sindacati alla fine dell’anno scorso. Quello di Buzzetti è un vero ultimatum, partito da un comparto in crisi nerissima. La crisi ha cancellato 230mila posti di lavoro, che salgono a 350mila se si considerano anche i settori collegati alle costruzioni. Quanto agli investimenti, è come una discesa agli inferi. In5anni, dal2008 al2012 il settore avrà perduto il 22,3% in termini reali, riportandosi ai livelli del 1994. Per il comparto nuove abitazioni il tonfo è ancora più forte: quasi il 40% in meno del volume di investimenti. Il numero dei permessi a costruire si è dimezzato dal 2006 a oggi, passando da 305mila a 160mila. Il crollo colpisce gli investimenti privati e quelli pubblici, che nel quinquennio registrano una flessione di circa il 40%. «Un comparto con caratteristiche anticicliche – osservano i tecnici – è stato usato in modo pro-ciclico. Gli investimenti sono cresciuti quando vi era l’espansione, e sono diminuiti con la crisi».Mal’ultima «grande depressione» ha fatto anche peggio. «La verità è che la crisi sta colpendo le aziende più virtuose, lasciando campo libero a quelle irregolari – commenta Walter Schiavella, segretario generale Fillea Cgil – Con un mercato ridotto di un quarto, si sviluppa la concorrenza al ribasso, prendono corpo le cricche che si rifugiano nelle aree protette. Il governo offre ai costruttori la deregolamentazione, proprio nel momento in cui dovrebbe offrire invece regole più stringenti e più efficienti: il contrario di quello che servirebbe. È un gioco molto pericoloso: la Cgil stima che 10 miliardi di evasione contributiva e 15 di evasione Iva si ritrova in questo comparto. Per non parlare della penetrazione delle mafie. Per questo oggi i costruttori onesti sono arrabbiati: Buzzetti ha dato loro voce». In effetti il presidente è stato durissimo. «L’assunto che sia possibile un’ infrastrutturazione generatrice di sviluppo a costo zero o è una chimera o è una presa in giro – ha detto – I soldi ci sono, spendiamoli. Una parte di quei cinque miliardi in bilancio per il 2012per gli interventi di manutenzione e messa in sicurezza del territorio devono essere subito destinati verso opere precise. Perché gli investimenti siano davvero efficaci non servono Grandi opere, ma tante piccole e medie opere» disseminate sul territorio. I costruttori sono stufi di un altro annuncio su una «grande legge obiettivo», che da 10 anni non ha dato i frutti sperati. Così come non vogliono l’ennesimo piano casa. Meglio un grande piano di riqualificazione delle città, a partire dalle ultime disposizioni inserite nel decreto sviluppo del luglio scorso, che hanno predisposto un «armamentario » normativo utile alla riqualificazione urbana. Ma proprio dalle città arriva l’ultimo grido di dolore. Il sindaco GianniAlemannodichiara chiaro e tondo che si vergogna di nonpotermantenere gli impegni presi. «Dovrò fermare i cantieri a fineanno perché mancano le risorse», spiega. Insomma, la cassa è vuota e per riempirla non bastano le semplificazioni.

L’Unità 29.09.11

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Costruttori, urla e fischi a Matteoli “Vergogna, non fate nulla, a casa”, di LuiSA Grion

Governo sotto accusa: “Opere a costo zero? Una presa in giro”. Il presidente Buzzetti: “La sensazione è che il dialogo fra le associazioni che rappresentano la società civile e chi decide si sia interrotto”
A fischiare il governo, questa volta, non sono stati gli studenti, gli operai o le piazze. Quelle sono contestazioni che chiunque faccia politica deve prima o poi mettere in conto. Altra cosa è quando a fischiare sono le imprese e i costruttori, categorie che di solito usano sistemi diversi per farsi sentire. Ma ieri i «Vattene», i «Basta», gli «A casa» che hanno interrotto la relazione del ministro delle Infrastrutture e Trasporti Altero Matteoli all´assemblea dell´Ance sono arrivate dai «padroni delle gru».
Le imprese dell´edilizia – settore che sul piatto della crisi ha già messo la perdita di 230 mila posti di lavoro, 350 mila considerato l´indotto – hanno fatto un altro passo avanti sulla strada che separa il governo dalle parti sociali. Dopo l´ultimatum fissato dalla Confindustria di Emma Marcegaglia – che ha dato una settimana di tempo a Palazzo Chigi per varare un piano per lo sviluppo – è arrivata la protesta dell´associazione dei costruttori. Scattata appena si è capito che le tanto invocate risposte che le aziende chiedono al governo non sarebbero arrivate.
Che il clima fosse pesante e l´attesa tanta lo si era capito già dalla relazione del presidente dell´Ance Paolo Buzzetti che aveva parlato di «tempo scaduto». «Non è vero che non si può fare nulla – aveva precisato – dire allo stesso tempo che le infrastrutture sono essenziali per far ripartire la crescita, ma che il piano di sviluppo deve essere a costo zero, o è una chimera o è una presa in giro». L´Ance sa che nel bilancio 2012 erano già stati stanziati 5 miliardi di euro per interventi di manutenzione sulle infrastrutture (tra l´altro le scuole) e per la messa in sicurezza del territorio. «Il governo ci dica cosa ne vuole fare, basta avviare piccole opere già cantierabili per produrre sviluppo» aveva sottolineato Buzzetti. Tutti in piedi ad applaudire il presidente quando aveva concluso che «le imprese che pagano le tasse, rispettano le norme, fanno le cose per bene, in questo Paese non sono più in grado di lavorare». «La sensazione è che il dialogo fra le associazioni che rappresentano la società civile e chi decide si sia interrotto».
Breve dibattito in sala – con il sindaco di Roma Alemanno che dicendo che «se le manovra non cambia 450 cantieri aperti a Roma rischiano la chiusura» di certo non aveva rasserenato gli animi – poi l´arrivo del ministro. Altero Matteoli comincia a parlare leggendo da un foglio, non menziona i 5 miliardi, semmai precisa che «i soldi non ci sono, ma gli aiuti arriveranno grazie alle defiscalizzazioni». Considerato che qualche minuto prima la platea aveva sentito dire da Alemanno «mi vergogno, come sindaco, di non poter dare certezza ai pagamenti», per i giovani dell´Ance è troppo. «Andiamocene, usciamo» è l´invito volto alla platea. «Basta, vergognati – al ministro – non hai nemmeno letto il discorso che ti hanno preparato».
A dar il via all´operazione «esodo» sono una decina di persone ma bastano pochi minuti e i fischi fioccano: la platea si svuota, tre quarti delle poltrone sono libere e chi resta di certo non fa nulla per fermare «l´intemperanza» giovanile dei colleghi che protestano. Una platea di costruttori e che fischia un ministro, tanto più di centro-destra, non si era mai vista prima.
Matteoli va a rapida conclusione, il «dialogo interrotto» di cui parlava Buzzetti si tocca con mano, i fischi continuano. Il ministro ammette di «esserci abituato», più tardi dirà anche che gli imprenditori «hanno tutta la mia comprensione vista la gravità della situazione». Alla fine dalle prime file arriva l´accenno ad un applauso di circostanza, soffocato in una manciata di secondi. Il presidente Buzzetti riguadagna il palco per ringraziare il ministro di essere venuto. «E soprattutto di essersene andato» gli rispondono dal fondo della sala. «Il ministro – spiega Sandro Catalano, presidente dei giovani dell´Ance di Trapani – è venuto senza sapere di cosa doveva parlare. Qui non c´è niente per il futuro e le imprese rischiano di fermarsi».

La Repubblica 29.09.11

"La società civile non compensa il degrado politico", di Carlo Trigilia

Quale via d’uscita per l’Italia? Come riprendere la strada dello sviluppo? Non c’è dubbio che occorra reagire rapidamente superando la sindrome di disorientamento da Paese bloccato. Ma questo richiede anzitutto un’analisi realistica che allunghi lo sguardo, legando le risposte immediate a una prospettiva di lungo periodo. Stimoli interessanti in questa direzione sono stati offerti da Giuseppe De Rita in un suo recente intervento (sul Corriere della Sera del 23 settembre).

Con chiarezza viene esposta la diagnosi. In un contesto di crescente internazionalizzazione un Paese può contare su due risorse chiave che sono anche in grado di compensarsi a vicenda: la credibilità della sua politica e della sua economia. Per esempio, nell’immediato dopoguerra la politica “forte” di De Gasperi ha compensato la fragilità socio-economica. Negli anni 70 e 80 il dinamismo locale delle piccole aziende e dei distretti del made in Italy ha compensato il disordine pubblico. Il guaio dell’Italia in questo momento è che entrambe le risorse appaiono deboli.

La terapia discende dalla diagnosi: sulla fragilità della politica sembra oggi difficile un rapido recupero. Una politica più forte, «di lungo periodo e di disegno complessivo di sistema», è necessaria ma richiederà tempo. Tocca quindi all’economia riaffermare la sua forza e la sua reputazione. Ci sono segni di vitalità nell’economia (come indicano la crescita dell’export e la riorganizzazione di molti distretti) e più in generale nella società civile a livello locale (associazionismo, Terzo Settore). De Rita chiama dunque i soggetti di questi mondi a «un protagonismo pieno, sanguignamente collettivo, corale e non delegato».

Ma siamo sicuri che questo schema da anni 70 possa funzionare? Ci sono almeno tre motivi che spingono a dubitarne. Il primo è che dopo l’euro, e con la crescita della globalizzazione, il dinamismo locale è più direttamente dipendente dal disordine pubblico. Da un lato, perché non si può svalutare e compensare le inefficienze delle istituzioni pubbliche in termini di beni collettivi. Dall’altro, perché il riposizionamento del made in Italy imposto dalla globalizzazione richiede un ruolo attivo della politica nel favorire le economie esterne necessarie (costo dei servizi, infrastrutture, ricerca, ecc.).

Il secondo ordine di motivi ha a che fare con le basi socio-culturali del dinamismo locale. La storia dell’industrializzazione di massa degli anni 70 è stata una storia di mobilitazione, di voglia di affermarsi e di migliorare le proprie condizioni da parte di una moltitudine di soggetti. Tutti i segnali che si colgono oggi mostrano come quel ciclo si sia esaurito e gravi come un macigno sul futuro del Paese – e sui giovani che ne sono gli artefici potenziali – una sfiducia diffusa. Ci sono certo i segnali di dinamismo e di innovazione, ma bisogna chiedersi quanto siano diffusi e sufficienti per fare da traino a fronte di tendenze di segno opposto. Si pensi alla crescente patrimonializzazione – favorita dalla tradizionale porosità dei rapporti tra famiglie e imprese –, ma anche alla diffusione di un capitalismo politico-criminale che vive di redistribuzione e pesa su quanti devono misurarsi nei mercati internazionali. Infine, nel mondo integrato della globalizzazione di oggi le basi reputazionali della politica contano molto di più di prima, perché hanno conseguenze dirette per il tramite dei mercati finanziari sulle possibilità dell’economia reale e sul suo finanziamento. Questo fattore è stato gravemente sottovalutato nei mesi passati a favore della ricerca di una stabilità rivelatasi insufficiente.

In ogni caso, di fronte all’incedere travolgente della crisi finanziaria, una maggiore consapevolezza dei protagonisti del mondo economico della più stretta dipendenza dell’economia dalla politica si è fatta chiaramente strada. Le recenti prese di posizione di Confindustria e della sua presidente ne sono un chiaro segno. E sarebbe opportuno che tale consapevolezza portasse a una maggiore unità di intenti di tutte le rappresentanze del mondo delle imprese (per esempio Rete Imprese Italia) e anche del lavoro. Non illudiamoci, dunque. Non c’è più spazio per una società civile che compensi le inefficienze della politica. La situazione è a tal punto compromessa che le forze sane della società civile dovrebbero oggi chiedere – come stanno facendo – scelte efficienti e insieme veramente eque per essere accettate. Forse dovrebbero anche spingersi a sostenere un governo straordinario capace di autonomia dalle forze politiche di destra e di sinistra, perché la politica non sembra in grado – al momento – di offrire una risposta efficiente e equa, capace di far ripartire il paese. E non è rimasto più tempo.

Il Sole 24 Ore 29.09.11

"Il salto della corruzione", di Piero Ottone

Anche coloro che fino a ieri hanno esitato trovano adesso il coraggio di scriverlo: il governo di Berlusconi è un cattivo governo. Ma con una nuova trovata: la caduta del governo non cambierà nulla, perché il problema vero del Paese, problema profondo e strutturale, è “l´esistenza di un immane blocco sociale conservatore – così scrive Ernesto Galli della Loggia – il cui obiettivo è la sopravvivenza e l´immobilità.” Un blocco formato da ceti professionali e alti burocrati, dall´ordine giudiziario, giù giù fino ai commercianti evasori, ai farmacisti, ai proprietari di tassì. Quello è il macigno che blocca l´Italia.
Il che è vero: fra i tanti guai c´è anche quello, forse è il guaio più grosso. Ma non diamo la colpa, per una volta, al carattere degli italiani; non si ripeta la solita frase, non si dica che noi italiani “siamo fatti così.” I gruppi di potere, i detentori di privilegi sono sempre esistiti, in Italia e fuori: esistono tendenzialmente dappertutto. E si crede che in altri paesi e in altre epoche, un bel giorno, si siano ravveduti, e siano scesi in piazza a bandiere spiegate, rinunciando ai loro privilegi per amor di patria ? Forse che i proprietari terrieri in Inghilterra hanno approvato l´abolizione della tassa sul grano, nel secolo scorso, cantando l´inno nazionale ? E i proprietari terrieri in America hanno forse liberato gli schiavi perché hanno letto gli articoli dei Galli della Loggia locali ?
No di certo. Quando si parla di blocco sociale, sia al livello macroscopico dei proprietari terrieri, sia al livello un po´ più modesto dei fermacisti e dei proprietari di tassì, il problema è, più che mai, un problema di governo. Una classe dirigente autorevole, e il governo che la rappresenta, devono attaccare il macigno che blocca il paese, devono smantellarlo. E´ compito loro. Ma avranno successo solo a due condizioni. Devono avere idee chiare sugli obiettivi. E devono avere credibilità. Carte in regola, quindi. Sul terreno politico, sul piano morale.
Ed è qui che si pone, non da oggi ma da sempre, il problema Berlusconi. L´opposizione alla sua candidatura, fin dal primo giorno, era un´opposizione di principio, di carattere morale. Perché è vero, purtroppo, che la corruzione in Italia è sempre esistita: ma con Berlusconi c´è stato, tristemente, un salto di qualità. La corruzione, con lui, ha gettato la maschera. Nessuno, prima di lui, ha pensato di affidare il ministero della Giustizia a un suo avvocato al quale aveva affidato il compito, in precedenza, di pagare un giudice. Nessuno ha cambiato le leggi, spudoratamente, a fini personali, per farla franca. Quindi non è mai stato, Berlusconi, un uomo politico come gli altri: con lui si è voltata pagina, in peggio. E l´ostilità contro di lui non era dovuta al fatto, come qualcuno stoltamente ha scritto, che avesse sconfitto la sinistra, o al fatto che fosse ricco. Era un´ostilità di principio. Se ne sono resi conto, dal primo momento, osservatori stranieri. L´establishment italiano, fino a qualche giorno fa, non lo ha capito.

La Repubblica 29.09.11

"«Indignarsi non basta» L’ottobre caldo degli universitari", di Mariagrazia Gerina

Contro il governo e la crisi. «Noi studenti paghiamo più degli altri le loro scelte sbagliate». Generazione senza futuro «Vogliamo riprenderci la politica e costruire una grande sinistra»- Manifestazioni, assemblee, sit-in. Dopo un anno gli studenti tornano a mobilitarsi. Convocati dagli indignados spagnoli, saranno in piazza il 15 ottobre. Ma rivendicano: «Più che indignati, siamo non rassegnati». Non chiamateli indignados. «Indignarsi non basta», preferiscono scandire i giovani italiani, citando un grande vecchio della sinistra nostrana, Pietro Ingrao. Studenti, universitari, precari, ricercatori. Lo scorso anno, sono stati i primi a muoversi contro il governo Berlusconi. Sono saliti sui tetti, hanno occupato le piazze d’Italia, assediato il Parlamento. E ora di nuovo, tornano a mobilitarsi. Con la loro miriade di sigle. Contro il governo, contro la crisi. Per difendere il loro futuro.
«Più che indignati, siamo non rassegnati», suggerisce Mario Castagna, dei Giovani democratici. «Sappiamo che per difendere i nostri diritti e per aprirci un varco nel mondo del lavoro e in generale nella società dobbiamo aprire un conflitto, generazionale e non solo, e che questo è un po’ più complicato che dire che destra e sinistra sono uguali». «Poco da sorridere, molto da combattere», recita infatti lo slogan della Rete universitaria nazionale, vicina ai Gd («anche se molti di noi non sono iscritti al Pd o votano altri partiti»), che domani e sabato hanno convocato alla Sapienza due giorni di assemblea («Espulsi dal sapere, lottano i pensieri»), con ospiti parlamentari e vertici universitari, compreso il presidente dei rettori. «Vogliamo far dialogare movimento e opposizione in Parlamento, perciò abbiamo invitato tutte le associazioni studentesche spiega il coordinatore nazionale Federico Nastasi -, il regalo più grande che potremmo fare alla destra in questo momento sarebbe dividerci, mentre la nostra forza è che quando sali su un tetto nessuno ti chiede di che partito sei».
Una miriade di sigle. E un lavorio di assemblee, incontri, appelli comuni, in corso in queste ore, per cercare di comporre di nuovo quella moltitudine che l’autunno scorso ha saputo richiamare l’attenzione dell’intero paese. Davanti, primo banco di prova, sarà proprio la data lanciata dagli indignados spagnoli: 15 ottobre, convocazione mondiale per dire che c’è una alternativa a come i governi stanno gestendo la crisi. Per i «non rassegnati» italiani sarà l’inizio di una mobilitazione, che proverà di nuovo a far sentire al paese la voce di una intera generazione di esclusi.
«Siamo la generazione che più subisce alla crisi, privata dei diritti conquistati da chi ci ha preceduto, delle tutele, delle garanzie, del futuro, ma ci mobilitiamo per cambiare le cose e non solo protestare, perciò l’appello che abbiamo firmato per convocare tutti in piazza il 15 ottobre recita “Indignarsi non basta”», spiega Luca Spadon, del coordinamento universitario Link, che ha appena lanciato una campagna per il diritto allo studio che scandisce «disoccupazione giovanile 30%, precarietà 47%, tagli alla borse di studio 95%», una equazione che non torna. Perciò gli studenti, non aspetteranno il 15 ottobre per scendere in piazza. La prima grande manifestazione l’hanno convocata il 7 ottobre gli studenti medi, ma tutta la Rete della conoscenza ha aderito. «Ora i conti li fate con noi», recita lo slogan che sarà rilanciato con cortei e sit-in in tutta Italia.
COME GLI STUDENTI CILENI
Come i cugini spagnoli. Anche se il modello è piuttosto il movimento studentesco cileno, sceso in piazza per rivendicare che l’università è un bene pubblico, suggerisce Maria Pia Pizzolante, della neonata «Tilt», che si muove tra SeL e dintorni. «Tilt come lo scossone che vorremmo dare alla a questa classe dirigente, anzi come lo scossone che abbiamo già cominciato a dare, con la mobilitazione dei precari e delle donne, con il referendum per l’acqua, con la vittoria alle amministrative». «Quello che ci separa dagli indignados spagnoli rivendica Maria Pia è che non ci piace cavalcare l’antipolitica, perché abbiamo una idea piuttosto precisa della politica e vorremmo costruire la grande sinistra che manca a questo Paese. Questa è la risposta da dare al mercato del lavoro che ci mette gli uni contro gli altri».
Al fronte dei «non rassegnati» si iscrivono ovviamente anche i ricercatori della Rete 29 aprile, quelli che lo scorso autunno salivano sui tetti contro la riforma Gelmini e la distruzione dell’università pubblica. A partire dal 10 ottobre, torneranno a fare lezione in piazza. Lezioni sulla crisi: quella economica, ma anche quella della cultura. E, ovviamente, dell’università. «Negli atenei è tutto bloccato spiega Alessandro Ferretti, uno dei leader della Rete -, i concorsi per ricercatore e per associato sono tutti fermi e quello che non è bloccato è distribuito in modo iniquo, i pochi fondi per finanziare posti da associato verranno destinati solo agli atenei che spendono meno del 90 per cento del budget per i dipendenti».

L’Unità 29.09.11

"Così la Chiesa si riprende i voti", di Fabio Martini

I peana della sinistra per la prolusione del cardinal Angelo Bagnasco – così severa nel fustigare le esuberanze del presidente del Consiglio – si sono prima affievoliti e alfine spenti, non appena ci si è resi conto della svolta che sta maturando nella Chiesa italiana: la tentazione di lanciare un’Opa cattolica sul centrodestra del dopo-Berlusconi. Raccontano che il cardinal Bagnasco, sfogliando i giornali che recensivano la sua prolusione, abbia sussurrato la sua sorpresa.
Sul Presidente del Consiglio ci eravamo già espressi un anno fa, la novità era altrove…». Come dire: il sipario su Berlusconi la Cei aveva iniziato a calarlo già nel Consiglio permanente di gennaio, ma la svolta vera sta nel passaggio finale del documento dei vescovi, là dove la Chiesa italiana individua senza perifrasi curiali, lo «stagliarsi all’orizzonte», di «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che coniughi l’etica sociale e l’etica della vita».
E’ finito il tempo dei Family day. Della lobby cattolica che faceva muro sulle leggi sgradite. I Dico. O la fecondazione assistita. L’appello della Cei, stavolta, è più arioso, è rivolto a tutti i cattolici: impegnatevi di nuovo in politica e fatelo a tutto tondo. Non soltanto a difesa – ecco la novità – dei cosiddetti valori non negoziabili. Con la fine di Berlusconi, la Chiesa prova a riprendersi i suoi voti. E così può finalmente affiorare in superficie il cantiere che la Cei ha aperto con grande riservatezza da più di un anno. E che produrrà due eventi senza precedenti: il 17 ottobre la galassia cattolica tutta intera – le associazioni e i movimenti ecclesiali, da Cl a Sant’Egidio, dai catecumeni ai focolarini – si ritroverà a Todi con il cardinale Bagnasco, che aprirà i lavori. E sull’onda di un evento così ecumenico che unirà «sinistra» e «destra» della Chiesa italiana, i promotori di Todi hanno intenzione di convocare – prima di Natale – un grande evento di massa, più ampio di quello che nel nome del «Family day», fece ritrovare il 12 maggio 2007 quasi un milione di persone davanti alla basilica di San Giovanni.
Attraverso il Forum delle associazioni, la Cei sta lavorando ad un obiettivo ambiziosissimo: imporsi, sia pure in modo felpato, come socio fondatore del centrodestra che prenderà forma dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi. Lo fa capire la nota della Sir – ufficiosa ma autorevole – dedicata alla prolusione di Bagnasco: «Dopo quasi venti anni di alternanze», «l’alternativa non è l’alternanza, cioè la sostituzione dell’attuale maggioranza con l’attuale opposizione, ma la ristrutturazione del sistema». Una ristrutturazione che assegni di nuovo ai cattolici un ruolo di prima linea e si può immaginare che l’approdo sia la «sezione italiana del Ppe», «il progetto attorno al quale possono scomporsi e ricomporsi gli attuali equilibri politici italiani», come fa osservare Giorgio Tonini, già presidente della Fuci.
Dunque, una sfida che interpella anzitutto il centrodestra, ma anche la sinistra. Il mondo cattolico e anche una parte del mondo laico. A Todi, a metà ottobre, assieme alle associazioni, ai movimenti, a Cisl e Coldiretti, ci saranno alcuni «special guest», come Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa San Paolo o come Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo. Oltre, ed è ovvio, chi ha lavorato in cabina di regia, in primis il leader di Sant’Egidio Andrea Riccardi. Dal cantiere di Todi dovrà cominciare a delinearsi quella che Bagnasco informalmente definisce «una nuova classe dirigente e nuovi leader» e Oltretevere la prima scelta va ad Angelino Alfano. Purché – ecco il punto – sappia guidare lui l’accompagnamento fuori dalla scena di Silvio Berlusconi.
E dall’altra parte? Pier Luigi Bersani, anziché unirsi ai peana pro-Bagnasco che si sono alzati nel Pd, ha chiosato: «Non mi permetto di commentare la prolusione». Bersani, che ha fatto il chierichetto e si è laureato con una tesi su Gregorio Magno, ha capito l’antifona. Ma l’ambizioso progetto del cardinale Bagnasco di tornare ad una gestione politica degli elettori cattolici per il momento incontra praterie a destra, ma coglie il Pd mai così spostato a sinistra. Come dimostrano le immagini del leader democratico, impegnato a stringere mani nel corteo della Cgil e a sorridere a Di Pietro e Vendola nel comizio a tre in quel di Vasto.

La Stampa 29.09.11