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"Chi vuol svendere i monumenti", di Salvatore Settis

Saldi di fine stagione per paesaggio e patrimonio artistico. Nell´Italia devastata dal berlusconismo e dal secessionismo leghista, impoverite non sono solo le nuove generazioni, condannate alla disoccupazione o al precariato perpetuo. Impoverito è lo Stato, cioè noi tutti, borseggiati da chi governa il Paese svuotando il nostro portafoglio proprietario di cittadini e i valori di una Costituzione fondata sul bene comune. Questa erosione del patrimonio e dei principi della Repubblica ha preso la forma della rapina. Rapina, letteralmente, a mano armata: armata dei poteri residui dello Stato, cinicamente usati per smontare lo Stato e spartirsi il bottino.
Nel grande (e irrealizzato) progetto che si incarnò nella Costituzione del 1948, l´idea di un´Italia giusta, libera e democratica s´impernia sulla condivisione di beni comuni, intesi come proprietà di tutti i cittadini e garanzia di attuabilità del disegno costituzionale. Tali sono prima di tutto i beni del Demanio, elemento costitutivo di uno Stato sovrano; tali sono i beni pubblici indirizzati a scopo di utilità sociale (per esempio per scuole, ospedali, musei); tale è l´ambiente e il paesaggio, scenario della nostra vita individuale e sociale e strumento di salute fisica e mentale (o di patologie); tale è il patrimonio artistico come memoria storica. Di qui l´articolo 9 della Costituzione, secondo cui «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», e deve farlo in modo identico dalle Alpi alla Sicilia. Essenziale alla legalità repubblicana, questo principio si lega ai «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2), al «pieno sviluppo della personalità umana» (art. 3), alla tutela della salute «come fondamentale diritto dell´individuo e interesse della collettività» (art. 32). Il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese: alla proprietà privata deve essere «assicurata la funzione sociale» (art. 42), la libertà d´impresa «non può svolgersi in contrasto con l´utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41). Contro questa architettura di valori è in atto un feroce attacco. Smontando l´art. 41 si vuole una libertà d´impresa senza limiti: e dunque anche in contrasto con l´utilità sociale, anche se calpesta sicurezza, libertà, dignità umana. L´indegna farsa del “federalismo demaniale” già devasta l´orizzonte dei beni comuni.
Un esempio, Agrigento. Atto I: il 4 agosto la Regione Sicilia annuncia che lo Stato ha ceduto alla Regione la Valle dei Templi, che diviene «patrimonio dei siciliani». Atto II: il 31 agosto il sindaco mette all´asta la Valle dei Templi, con l´idea di «cederla ai privati, affittarla a grandi multinazionali, a griffe internazionali». Ma di chi erano i templi di Agrigento prima della “legittima restituzione ai siciliani”? Erano di tutti gli italiani, dai siciliani ai veneti; come le Dolomiti (ufficialmente valutate 866.294 euro) erano proprietà dei veneti, ma anche dei siciliani. Lo spezzatino dei beni pubblici, ridistribuiti su base regionale o comunale per favorire il secessionismo leghista, svuota il portafoglio proprietario degli italiani, ci rende tutti più poveri.
Massimo simbolo della cultura italiana della tutela è l´ordine del Real Patrimonio di Sicilia del 21 agosto 1745, che simultaneamente impose la conservazione delle antichità di Taormina e dei boschi del Carpinetto ai piedi dell´Etna: prima norma al mondo in cui la tutela del paesaggio e quella del patrimonio artistico sono tutt´uno, secondo una linea che giungerà fino alla Costituzione. Eppure la Regione «intende privatizzare, per far cassa, il patrimonio boschivo e forestale siciliano» (La Sicilia, 23 agosto). In questa generale devastazione, il depotenziamento delle Soprintendenze mediante il blocco delle assunzioni e il taglio dei fondi (ne ha scritto su queste pagine, l´8 settembre, Francesco Erbani) colpisce la tutela alla radice.
Ma che cosa c´è da aspettarsi da un Ministero che ormai espressamente invita non a proteggere il paesaggio, ma a genuflettersi davanti alle imprese? Lo dice chiaro e tondo un documento del 13 ottobre 2010, che in materia di autorizzazione paesaggistica invita sfacciatamente i soprintendenti a «pervenire ad espressioni di pareri la cui formulazione si configura come una prescrizione di buone maniere», evitando come la peste «pareri che siano in contrapposizione alle proposte progettuali».
Esempio estremo di questa deriva (auto)distruttiva è, nella Toscana un tempo “rossa”, la vicenda di uno scavo archeologico a San Casciano in Val di Pesa. Importanti resti di edifici ad uso abitativo e agrario di età etrusca e romana, ancora inediti, sono emersi durante i lavori per l´estensione di uno stabilimento della multinazionale Laika Caravans. Fino a pochi anni fa una scoperta come questa avrebbe comportato la salvaguardia dei reperti in situ, e obbligato la ditta a spostare altrove i suoi capannoni. Ma il Comune (governato da una giunta di “sinistra”) ha adottato la cultura delle “buone maniere”, cioè della resa alle imprese, e ha stretto con Laika un accordo per sfrattare l´archeologia in favore dei capannoni, smontando fattoria etrusca e villa romana per spostarle in un “parco archeologico” fasullo che i comitati locali hanno subito battezzato “archeopatacca”. Il modello è chiaro: si applica all´area archeologica lo scambio di volumetrie già previsto da perfidi codicilli del recente decreto sviluppo, il principio di «libera cubatura in libero Stato», secondo il quale ogni terreno, anche inedificabile, è per sua natura dotato di una “capacità edificatoria” virtuale che può formare oggetto di diritti, essere venduta o scambiata con nuove edificazioni. Così, ha commentato Il Sole (24 agosto), «in nome della giustizia economica, sui terreni agricoli piomberanno d´incanto milioni di euro di nuove cubature». Anche sui terreni archeologici, a quel che pare: basta rimontare i ruderi altrove, come assemblando mattoncini Lego. Alla cultura della tutela si sostituisce il più volgare mercatismo parassitario, e sfrattare gli Etruschi diventa una virtù. Interessante principio: che anche i Templi di Agrigento, finalmente “restituiti ai siciliani” a cui gli italiani li avevano rubati, possano essere smontati e trasferiti da una multinazionale, regalando ai “legittimi proprietari” qualche scampolo di “capacità edificatoria”?

La Repubblica 28.09.11

"Basta curare i malati terminali", di Andrea Malaguti

Londra, 37 studiosi: non si deve spendere per medicine inutili nelle ultime settimane di vita. Spaventati dalla spirale fuori controllo dei costi per la cura dei tumori, un gruppo di 37 studiosi di tutto il mondo, guidati dal professor Richard Sullivan del King’s College di Londra, ha pubblicato su «Lancet Oncology» i risultati di una ricerca di dodici mesi che sta agitando la comunità scientifica internazionale. Il senso è semplice: ogni anno circa 12 milioni di persone ricevono una diagnosi di cancro. E la cifra potrebbe salire a 27 milioni entro il 2030. I costi dei trattamenti arrivano in questo momento a 893 miliardi di dollari e solo in Gran Bretagna la spesa per le terapie oncologiche è passata dai due miliardi di sterline del 2002 ai cinque di oggi. Statistiche che agitano il professor Sullivan. «Andiamo incontro a una crisi inimmaginabile». Perfetto. Ma qual è il sottotesto di un’affermazione del genere?

Seduto in uno studio gelido della «Bbc», un fondale neutro alle spalle, il professore, un uomo duro, belloccio, disabituato a sorridere, recita a memoria il discorso pronunciato davanti a un’assemblea di medici lunedì scorso a Stoccolma. «I dati dimostrano che una sostanziale percentuale delle spese per cure anticancro avviene nelle ultime settimane e mesi di vita dei pazienti. E che in larga percentuale queste cure non solo sono inutili, ma anche contrarie agli obiettivi e alle preferenze di molti malati e delle loro famiglie». Una gigantesca truffa del dolore? Non esattamente, forse. Ma dal punto di vista dei 37 nobili firmatari del documento pubblicato su «Lancet» il ricorso costante a trattamenti inutili e costosissimi in nome di un supposto senso etico. «Stiamo correndo lungo una traiettoria che non ci possiamo più permettere. Non basta tenere a freno i costi. Dobbiamo anche ridurli. Altrimenti le disuguaglianze tra ricchi e poveri diventeranno sempre più nette». Per fare in modo che ogni sua parola cada esattamente dove è attesa, Sullivan snocciola un altro po’ di dati. Dal 1970 al 2011 nel Regno Unito i farmaci antitumore sono saliti da 35 a 100. Solo negli ultimi sei mesi ne sono stati approvati otto. Medicinali che hanno un costo medio di 2500 sterline a settimana. «È un treno che sta andando a sbattere». Non tutti la pensano come lui.

Rose Woodward, professore del James Whale Found for Kidney Cancer, è convinto che quando una persona grida il proprio dolore non crede necessariamente che qualcuno possa alleviarlo. A volte ha più bisogno che gli altri mitighino la sua solitudine. «Non è una visione solo romantica. Esiste ad esempio un farmaco chiamato Sutent con cui abbiamo prolungato la vita di pazienti malati di cancro ai reni non per settimane, ma per anni». E Andrew Wilcon, amministratore delegato della Rare Cancer Foundation, si schiera al suo fianco: «Negli ultimi trent’anni, di fronte all’innegabile aumento dei costi, abbiamo raddoppiato il numero di vite salvate. E non mi pare che questa tendenza sia in calo. I nuovi farmaci servono». Difficile dire in questo scontro chi siano i buoni e chi i cattivi.

Ci sono i numeri. Poi ci sono le storie personali. Martin Colworth, assistente sociale di Manchester, racconta che quando ha saputo che nel giro di pochi mesi sua moglie sarebbe morta di un tumore al seno gli è sembrato di impazzire. «Ha solo trent’anni e il destino è stato cattivo con lei. Abbiamo perso due bambini prima che nascessero». Ancora adesso gli sembra impossibile che tutta quella sfortuna possa entrare in un solo corpo. Spiega che ha passato la mattina di ieri a discutere con lei della ricerca di «Lancet». «All’inizio l’abbiamo presa male. Poi abbiamo cercato di ragionarci su. Anna mi fa domande difficili e io non so che cosa risponderle. Spesso ci ripetiamo in silenzio: perché è così? Non vogliamo fare da cavie, ma vorremmo avere tempo. E magari questa ricerca ce ne toglierà un po’ di quel niente che ci rimane». Stordito dal fiume in piena che gli ha allagato l’esistenza guarda fuori dalla finestra, senza sapere più che cosa pensare mentre resta appoggiato all’incomprensibile davanzale della vita.

La Stampa 28.09.11

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“I rischi dell’eccesso terapeutico”, di UMBERTO VERONESI
Anche se a prima vista la denuncia di Richard Sullivan e dei suoi colleghi può sembrare eccessivamente cinica, plaudo a questa iniziativa perché ha il merito di affrontare un tema che tutto il mondo dell’oncologia conosce, ma raramente ha avuto il coraggio di porre al centro del dibattito della pubblica opinione.

Conosco il pensiero di Sullivan, a cui l’Istituto Europeo di Oncologia è legato da collaborazioni scientifiche, e condivido il suo attacco alla «cultura dell’eccesso». Prima di tutto eccesso terapeutico. Ho sempre pensato che sia fondamentale in tutto il percorso di cura, e tanto più nella fase terminale, ridurre al minimo la tossicità per evitare situazioni estreme in cui si aggiunge malattia alla malattia. Ma non si tratta affatto di abbandonare il malato, al contrario si tratta di offrirgli terapie di supporto avanzate e mirate per il trattamento sia del dolore fisico, che della sofferenza, che è altra cosa. Terapie, dunque, che non aggiungono tossicità. Oggi disponiamo di approcci terapeutici che tengono conto anche dell’aspetto psicologico del paziente in fase terminale.

C’è poi il problema legato all’«eccesso di costi», che il lavoro di Lancet Oncology denuncia con forza. In un momento di crisi globale in effetti è ancora più incomprensibile un utilizzo di farmaci ad altissimo costo che non portino sensibili vantaggi ai malati. Posso capire le reazioni indignate di chi istintivamente rifiuta qualsiasi ragionamento economico applicato alla malattia. Ma tengo a sottolineare che la questione dei costi in questo caso non vuol dire risparmiare, ma cambiare l’atteggiamento della medicina moderna, che non deve dar prova di tutte le sue possibilità fino a sfiorare l’«accanimento terapeutico», quanto tornare a considerare la dimensione individuale di ogni malato, la sua storia e la sua percezione personale della vita con la malattia.

La Stampa 28.09.11

Gli immigrati alla seconda un po´ italiani e un po´ no", di Vladimiro Polchi e Giancarlo Bosetti

Sono due le identità che le seconde generazioni di immigrati musulmani sentono come proprie, quella di origine e quella di destinazione, ma sono due anche le Italie che risultano da questa indagine sociologica di Abis: due Italie più lontane tra loro di quanto non siano lontane la nostra penisola dalla costa maghrebina. La prima Italia, quella dove arrivarono i padri di questi ragazzi e ragazze, era accogliente, ricca, e più che ricca, in crescita; la seconda, dove si trovano ora, è chiusa, un po´ razzista e, più che povera, in declino. Quando i genitori varcavano le nostre frontiere, magari negli aeroporti con il visto turistico, o in auto da Trieste, mescolati al ritornovacanze, o avventurosamente via mare, noi eravamo comunque “Lamerica”, di cui al celebre film di Amelio, intravista nebulosamente nelle pubblicità di Rai Uno («e mia mamma – dice qui una ragazza – guardava la tv anche per imparare bene la lingua»), adesso l´Italian dream lascia il posto a pensieri grigi, anche se i giovani cresciuti qui si sono intanto affezionati, si sentono italiani, ma non sono pienamente accettati, come tali, e la differenza pesa nella vita di tutti i giorni.

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“Italiani della seconda (generazione”, di Vladimiro Polchi

«Integrarmi è una parola che non mi piace, come se avessi qualcosa che mi manca. Semmai è il contrario: pur sentendomi italiana ho qualcosa in più rispetto agli italiani, visto che ho vissuto anche in Egitto». «Integrare significa sommare, unire, mantenendo quello che sono e cercando di apprendere le novità positive: se per integrarmi devo togliere il velo non è integrazione». A parlare sono le seconde generazioni di musulmani in Italia, ragazzi e ragazze che si sentono «metà e metà»: mezzi italiani mezzi marocchini, o egiziani, o pachistani. La loro è un´identità bricolage, un mix di elementi presi a prestito dal Paese di origine e dall´Italia. Sono la generazione “50 e 50”, la doppia identità vissuta come ricchezza. Alla domanda «Cosa deve fare un immigrato nel Paese d´accoglienza?» la loro risposta è univoca: «Integrarsi, mantenendo le proprie tradizioni». Non mancano però i conflitti, specie nelle comunità più chiuse e impermeabili. Una per tutte: la pachistana.
Il contesto: oggi in Italia vive quasi un milione di minorenni stranieri e i figli di immigrati nati nel nostro Paese sono oltre mezzo milione. I musulmani sono un milione e 350mila, il 32 per cento dei migranti (un dato in calo: nel 2007 erano il 33,5 per cento). Cosa vogliono e cosa sognano i musulmani di seconda generazione? A rispondere è un´ampia ricerca realizzata da “Abis Analisi e Strategie” per conto dell´associazione Genemaghrebina, in collaborazione con il Cise della Luiss e la fondazione Italianieuropei, che verrà presentata domani a Roma nel corso di una tavola rotonda presieduta da Giuliano Amato. Al centro dell´indagine, due comunità di area mediterranea (marocchini ed egiziani) e una di area asiatica (pakistani).
Un passo indietro: chi sono i G2? «Coniata all´inizio del Novecento, l´espressione “immigrato di seconda generazione” è chiaramente un ossimoro – scrivono Marzio Barbagli e Camille Schmoll nel libro “La generazione dopo” in uscita il 13 ottobre per Il Mulino – per il buon motivo che una persona non può essere nata in un Paese e allo stesso tempo esservi immigrato». Stando comunque alle Raccomandazione del Consiglio d´Europa del ‘84 l´accezione di seconda generazione deve essere ristretta a quei figli d´immigrati che hanno compiuto nel Paese d´arrivo una parte della loro scolarizzazione o formazione professionale. Insomma ciò che determina il passaggio dalla prima alla seconda generazione è l´aver vissuto parte della “socializzazione primaria e secondaria” nel Paese di accoglienza.
«Sono 100 per cento egiziano quando sono in Italia, 100 per cento italiano quando sono in Egitto. Sento che le mie radici sono egiziane e sento il dovere di difenderle, poi però tifo per la nazionale italiana». I musulmani G2 rivendicano una doppia appartenenza, ai loro occhi la parola “integrazione” sembra una forma di impoverimento. Chiedono non assorbimento e omologazione, ma reciprocità. «Mi sento italiana per l´apertura mentale – racconta una ragazza intervistata nella ricerca dell´Abis – mi sento marocchina per il rispetto dei miei valori d´origine, una morale ben precisa che qui tende a volte a mancare». Dalle interviste emerge «una doppia identità – spiega Karima Moual, presidente di Genemaghrebina – un´integrazione come terza via, diversa dalle due esperienze principali, quella britannica e quella francese». Un risultato, questo, che trova conferma in altri studi: «L´identità trae spesso senso da un bricolage tra elementi presi dal Paese di origine e altri da quello di insediamento, in una combinazione di repertori culturali e pratiche sociali facenti riferimento a due mondi – scrive Elena Caneva che nel volume “La generazione dopo” in uscita per il Mulino analizza le diverse sfumature che l´identità assume – i confini dell´identità diventano più labili e meno definiti, si richiamano in modo interscambiabile al “qui” e al “là”, assumono un carattere transnazionale». Non è tutto. Il testo del Mulino riporta anche una ricerca dalla quale emerge che mentre l´86 per cento degli studenti italiani frequenta solo amici italiani, la metà dei giovani immigrati frequenta gruppi misti (composti cioè da italiani e stranieri).
Il rapporto dei giovani musulmani con il nostro Paese resta ambivalente: «Amano l´Italia che ha accolto le loro famiglie in anni ricchi (´80 e ‘90) – si legge nella ricerca Abis – ma vivono in un´Italia diversa, in declino, che da anni patisce una grave crisi economica. Un Paese che oggi tende a respingere, a fare sentire indesiderato lo straniero soprattutto se musulmano». I G2 dicono infatti di sentirsi doppiamente penalizzati dal loro essere stranieri e musulmani. Non si accontenteranno come i loro padri: «Desiderano buoni posti di lavoro e non immaginano di fare i lavori umili dei loro genitori. Hanno aspettative in linea con i loro diplomi e i loro sogni». Se l´Italia è vista come un Paese invecchiato, in crisi e un po´ razzista (anche per colpa dei media che diffondono «un´immagine stereotipata e sminuente di noi musulmani»), i Paesi arabi dai quali provengono le loro famiglie stanno vivendo invece una nuova epoca e molti sognano di tornarvi. «Noi diciamo che vogliamo tornare in patria perché la società ti fa sentire che non sei a casa, che non appartieni a questa società – sostiene un ragazzo egiziano – ti fanno sentire ingombrante, sei straniero, sei quello che porta via il lavoro, sei quello che non paga le tasse, invece non è vero». I giovani intervistati non negano le responsabilità delle proprie comunità e il ruolo negativo di alcuni imam: «La chiusura nei nostri confronti non si vede tanto a scuola ma per strada, nei supermercati, dove ti danno risposte sgarbate. È anche colpa nostra, però, che dopo 20 anni non ci siamo ancora aperti». Tutti si definiscono musulmani credenti e l´islam resta il più forte riferimento culturale e morale che abbiano. Le ragazze sottolineano che indossare il velo è una scelta personale, che nessuno le ha costrette a fare. Non manca però (in particolare tra le pakistane) la forte influenza, se non la costrizione, da parte delle famiglie. Non solo. Si registrano anche forti rotture con la cultura d´origine e l´adesione a modelli culturali della società italiana, soprattutto negli aspetti secolarizzati. «Genitori e figli, ma soprattutto figlie, si trovano spesso a vivere un conflitto feroce – avverte Karima Moual – la trasformazione di nuove identità sconvolge equilibri tradizionali consolidati. Porta a rotture definitive».
Dell´Italia, molti lamentano che la libertà di culto affermata dalla Costituzione resti solo sulla carta: poche le moschee e i luoghi di preghiera, molte le discriminazioni verso le ragazze velate («Indosso il velo – dichiara una marocchina – ma se voglio lavorare da un commercialista non mi prendono, posso fare solo le pulizie»).
I G2 sono lontani dalla politica, mostrano un qualche interesse solo verso i partiti di sinistra e verso Fini quando parla di voto amministrativo agli immigrati. Forte invece è l´ostilità verso la Lega e verso le posizioni xenofobe che esprimono molti uomini del Carroccio.
La ricerca sottolinea infine la specificità della comunità pakistana, spesso impermeabile al mondo esterno, isolata e dove «risulta evidente una minore integrazione della donna» che vive quasi esclusivamente all´interno della comunità familiare: «Le donne pakistane – ammette un intervistato – sono libere solo secondo la nostra cultura asiatica, secondo la vostra cultura no».

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“L´Italian dream e le incertezze della doppia identità”, di Giancarlo Bosetti

Sono due le identità che le seconde generazioni di immigrati musulmani sentono come proprie, quella di origine e quella di destinazione, ma sono due anche le Italie che risultano da questa indagine sociologica di Abis: due Italie più lontane tra loro di quanto non siano lontane la nostra penisola dalla costa maghrebina. La prima Italia, quella dove arrivarono i padri di questi ragazzi e ragazze, era accogliente, ricca, e più che ricca, in crescita; la seconda, dove si trovano ora, è chiusa, un po´ razzista e, più che povera, in declino. Quando i genitori varcavano le nostre frontiere, magari negli aeroporti con il visto turistico, o in auto da Trieste, mescolati al ritorno-vacanze, o avventurosamente via mare, noi eravamo comunque “Lamerica”, di cui al celebre film di Amelio, intravista nebulosamente nelle pubblicità di Rai Uno («e mia mamma – dice qui una ragazza – guardava la tv anche per imparare bene la lingua»), adesso l´Italian dream lascia il posto a pensieri grigi, anche se i giovani cresciuti qui si sono intanto affezionati, si sentono italiani, ma non sono pienamente accettati, come tali, né di fatto né di diritto, perché la differenza pesa nella vita di tutti i giorni («ci specchiamo nello sguardo degli altri») e una legge sulla cittadinanza che riconosca come italiani i bambini che nascono qui è di là da venire.
La doppia identità ha un valore aggiunto, per chi ce l´ha, ma se un tempo la forza di attrazione delle nostre città era irresistibile per ragioni economiche, oggi questa duplicità diventa incertezza sul proprio destino. Da una parte, qui, in Italia come in gran parte d´Europa, l´economia si sta arenando, dall´altra, nei paesi arabi ci sono le promesse di un risveglio di libertà, il che fa la prospettiva di un ritorno meno impensabile. E poi chi ha studiato qui ora somiglia ai suoi vicini di casa: ci sono nuove ambizioni, più alte di quelle dei genitori, e quanto maggiori sono le ambizioni tanto più cresce la frustrazione; molti non accetterebbero oggi gli stessi lavori fatti dai genitori e si sentono «doppiamente penalizzati» per essere trattati da stranieri e musulmani; il che apre una finestra sul baratro di ignoranza che spesso separa le famiglie di provenienza islamica dai nostri connazionali, con le ragazze che devono spiegare il perché e il per come del velo, che non necessariamente rappresenta una imposizione della famiglia, ma è una scelta di cui spesso sono fiere a Torino come al Cairo, e con le spinose discussioni sulle moschee e sui luoghi di preghiera, e tutti quei casi in cui scatta la reazione per cui, preghiera o non preghiera, chiedono rispetto per una cultura che è una parte del loro essere.
Su circa cinque milioni di immigrati in Italia, quasi un milione sono minorenni e, di questi, più della metà è nata qui. I musulmani sono circa un terzo. Si tratta di una porzione importante dell´Italia prossima ventura, che dovrebbe entrare a pieno titolo dentro un realistico e dinamico progetto di Italia. Non sono gast-arbeiter, lavoratori «ospiti» temporanei come molti italiani che andarono in Germania nel dopoguerra contribuendo al miracolo tedesco, sono residenti che attendono di diventare parte a pieno titolo dell´economia, della fiscalità e del discorso pubblico italiano. Avrebbero bisogno di una politica capace di tracciare con chiarezza il disegno di una cittadinanza inclusiva, con la stessa forza con cui il poco – per questo – citato John F. Kennedy affrontò e vinse la campagna elettorale del 1960 contro Nixon assumendo l´immigrazione come un punto di forza per la ricostruzione del primato americano, minacciato dall´Urss. La sua riforma dell´immigrazione, realizzata da Johnson, cambiò la faccia degli Stati Uniti. La destra, in America e dovunque, ha sempre usato l´immigrazione come perno delle sue retoriche minacciose. L´errore di molte forze politiche progressiste è quello di piegarsi sotto questa pressione e di non pronunciare discorsi chiari sul futuro che ci attende, sui compiti difficili di una politica di integrazione delle minoranze, sulle pratiche interculturali che devono diventare parte della nostra vita civile: la promozione della vita associativa delle minoranze, la sollecitazione di tutti i momenti della vita pubblica che aiutano il dialogo, gli incontri di cultura che promuovono la conoscenza reciproca, gli scambi da intensificare con i paesi di origine e in tutto il Mediterraneo.
Molta è l´ignoranza da diradare intorno alle differenze culturali che attraversano la nostra società. E lungo è il cammino che porta a diffondere un´idea della vita civile in cui la doppia identità di un cittadino, per cui si possa diventare marocchini-italiani o turchi-tedeschi a pieno titolo davanti all´anagrafe, non è una stranezza temporanea, ma un corredo permanente della modernità plurale nella quale ci troviamo a vivere.

La Repubblica 28.09.11

"Senza le donne non c'è cambiamento", intervista a Roberta Agostini di Maria Zegarelli

La coordinatrice delle Democratiche: «Spetta a noi costruire il futuro. C`è bisogno di una nuova cultura politica e di una vera democrazia paritaria». Le parole che non vorrei più sentire pronunciare da un politico? Non ci ho pensato, mi vengono in mente quelle che vorrei si pronunciassero più spesso». Roberta Agostini, 42 anni, laurea in Filosofia, consigliere provinciale nonché coordinatrice nazionale delle Donne Democratiche, preferisce partire da quello che ci vorrebbe per rinnovare non solo la classe dirigente politica, ma la «cultura politica stessa».
Va bene, allora partiamo da ciò che vorrebbe sentire più spesso quando i politici parlano.
«Mi piacerebbe si usasse più spesso la parola “partecipazione” e che si partisse da qui per aprire una stagione di riforma delle istituzioni democratiche. Mi piace molto anche la parola “capacità”, diversa da “merito”, perché è sulle capacità delle persone che dobbiamo saper investire per costruire una società solidale. Un` altra parola che mi piace molto è “relazione”: ci arriva dal movimento delle donne e mai come ora è attuale. E’ soltanto insieme agli altri che è possibile riuscire a invertire l`affermazione di questo ventennio berlusconiano che ha travolto tutto e tutti. E infine, la parola “dignità”: bisognerebbe riaffermarla costantemente, soprattutto in politica, perché soltanto con la dignità ci si sottrae allo scambio mercantile».

Matteo Renzi ne ha coniata una per parlare di rinnovamento. Rottamazione. Le piace?
«Questo termine non mi appartiene. Penso che ci sia bisogno di un rinnovamento profondo che passa per le classi dirigenti e la cultura politica. La rottamazione non c`entra nulla».

Se ne parla costantemente, ma attraverso cosa passa e si afferma il rinnovamento?
«Passa e si afferma attraverso l`innovazione della proposta politica, del progetto che si è in grado di presentare al Paese. In questo senso credo che in Italia ce ne sia un grande bisogno per uscire da questa crisi profonda che lo sta attraversando. Dobbiamo mettere in campo una proposta completamente diversa, fatta da riforme profonde nell’economia, nel welfare, nelle istituzioni e portata avanti da una nuova classe dirigente, soprattutto femminile».

Un vero rinnovamento della classe dirigente non si afferma anche attraverso una vera democrazia paritaria
«Questo è un Paese che soffre di un blocco storico. In Europa si sono fatti passi in avanti mentre qui abbiamo una classe dirigente ancora prevalentemente maschile. Le donne preparate e competenti possono essere una risorsa per l`innovazione. Le intercettazioni che stiamo leggendo in questi giorni sui quotidiani e che riguardano il nostro presidente del Consiglio, invece, danno l`idea dello spaventoso passo indietro che si è fatto».

Un passo indietro che le donne coinvolte nelle inchieste sullo sfruttamento della prostituzione, hanno accettato di fare con la speranza di salire con l`ascensore anziché per le scale.
«C`è una regressione culturale che deve far riflettere tutti. Per fortuna questo Paese è dotato anche di antidoti: ci sono donne che non si riconoscono in quel modello e si ribellano. Sono quelle che studiano, lavorano e combattono ogni giorno per vedere affermati i loro diritti. Ci sono donne preparate in ogni luogo di lavoro eppure le statistiche ci confermano che a parità di merito non riescono a raggiungere i posti apicali che toccano quasi sempre agli uomini. Queste donne, malgrado tutto, continuano a non arrendersi e a ribellarsi al modello che il nostro presidente del Consiglio ha cercato di imporre con il suo comportamento».

Nel lavoro come in politica. Dica la verità, anche nel Pd si fa fatica ad occupare posti di potere? In fondo per ogni donna che si afferma, c`è un maschio che deve fare un passo indietro…
«L`atto fondativo del Pd ha visto le donne protagoniste, nello Statuto abbiamo degli articoli che sanciscono la democrazia paritaria e credo che nel panorama italiano siamo una delle forze politiche più avanzate, in grado di interpretare anche in questo senso un profondo rinnovamento. Però, ammetto, c`è ancora molto da lavorare per affermare questa democrazia paritaria ovunque, nei Comuni, nelle Province e via via su fino ad arrivare al livello nazionale».

Sta di fatto però, che se si andasse al voto in primavera, i nomi che circolano per le primarie di coalizione sono tutti di uomini.
Sorride. «Questo è un tema, vero, della politica italiana che chiede un salto di cultura. Anche in questo senso c`è bisogno di riforme profonde in grado di incidere sulla condizione di vita delle donne. L`esercizio di una democrazia paritaria realmente fruita è legata alle condizioni di vita delle donne. Le statistiche ci dicono che siamo in fondo a tutte le classifiche: occupazione, servizi, retribuzioni, carriere… Siamo di fronte a una situazione di blocco che è in parte una delle ragioni di questa crisi e se non si parte da qui è difficile immaginare un cambiamento».

Le prossime elezioni possono essere un`occasione per far emergere una nuova classe dirigente?
«Le prossime elezioni saranno un banco di prova. Il Paese è ad un bivio della sua storia: o cambiamo e facciamo un salto di qualità o rischiamo un ulteriore balzo indietro. In questo momento tocca a noi, classe dirigente più giovane, prenderci la responsabilità di contribuire a costruire il futuro dell`Italia, dando segnali di profondo cambiamento non soltanto a parole ma nei fatti, con un progetto all’altezza della situazione».

Ce la farete o finirete vittime del virus dei personalismo e cambiando i nomi dei protagonisti il copione resterà lo stesso?
«Quello purtroppo è un virus che scorre nelle vene di tutto il paese, però noi siamo chiamati alla prova dei fatti. Siamo il partito che sul territorio ha giovani amministratori capaci e lo stesso Pier Luigi Bersani, ha voluto una nuova classe dirigente in segreteria. Ci sono tutte le condizioni per vincere la sfida».

L’Unità 28.09.11

"Disabili e insegnanti di sostegno. I genitori passano alle denunce", di Gioia Salvatori

Presi in giro, bistrattati, stanchi di lottare per diritti basilari. Si sentono così i genitori degli alunni disabili che hanno denunciato la pubblica amministrazione per l’insufficienza di insegnanti di sostegno all’avvio dell’anno scolastico. La denuncia penale è stata presentata ai tribunali di Roma, Napoli e Milano, i capoluoghi delle tre regioni dove maggiore è la popolazione scolastica e dove, di conseguenza, maggiori sono i disagi. A prendere le vie legali con il dubbio che «siano stati reiterati comportamenti della pubblica amministrazione lesivi del diritto allo studio dei minori diversamente abili »,come si legge in un comunicato, è l’associazione di genitori di alunni disabili “Tutti a scuola”, rappresentata da Antonio Nocchetti. Che scrive: «la tutela della disabilità è sempre più un’illusione che per i diretti interessati si trasforma in delusione, o meglio sarebbe dire in maltrattamento psicologico. Eppure il diritto all’istruzione, all’educazione e all’integrazione scolastica è un diritto soggettivo pieno, non suscettibile di affievolimento, che trova il suo fondamento nella Costituzione Italiana». Amarezza, accompagnata da numeri sconfortanti: le nomine in deroga degli insegnanti di sostegno vanno a rilento (di insegnanti di sostegno ne mancavano, secondo “Tutti a scuola”, addirittura 65mila all’inizio dell’anno scolastico) e il numero di docenti spesso è ancora insufficiente. Chi si occupa delle nomine? Il Miur, gli uffici scolastici regionali e provinciali e i dirigenti scolastici. Questi ultimi richiedono il numero di insegnanti e i vari livelli ministeriali provvedono a raccogliere l’istanza e ad accontentare la scuola in base alle finanze a disposizione e alle leggi in vigore. Da qui una denuncia contro la pubblica amministrazione, sarà poi la magistratura, qualora rilevi responsabilità, a scrivere eventuali indagati nel fascicolo. A proposito di giurisprudenza, i genitori dei ragazzi ricordano la sentenza della corte costituzionale del 2010 che «riconosce il diritto dell’alunno diversamente abile al sostegno scolastico, senza possibilità di compressione per esigenze di bilancio » eppure tanti alunni disabili, magari con tanto di ricorso al Tar vin to, non hanno il sostegno a tempo pieno. Nel frattempo, in attesa dei docenti nominati in deroga, accade che le scuole si auto-organizzino e che, in solidarietà, il genitore di un alunno down rinunci a4delle 18ore di sostegno settimanali per “prestare” l’insegnante a un disabile più grave. Succede alla media Guarino di Napoli. Lì i docenti hanno stabilito di ritardare l’orario definitivo: fin quando non ci saranno tutti i docenti di sostegno (3 su 13, il numero concordato col ministero, devono ancora essere nominati e la scuola ne aveva richiesti 19) si va con l’orario provvisorio di 20 ore settimanali. In Calabria, denuncia la Flc Cgil, nonostante70 nomine in deroga, il rapporto disabili-docenti di sostegno è di uno a tre (esclusi 2611 casi gravissimi con supporto uno a uno); in barba non solo alla sentenza della corte costituzionale, ma anche a una legge del 2007 che fissa il rapporto in un docente ogni due inabili. In Calabria ci sono anche casi di ciechi senza sostegno, fa sapere il sindacato mentre sporge denunce. Problemi che non riguardano solo le regioni del sud o quelle con maggiore popolazione scolastica. In Friuli l’ufficio regionale ha disposto che le scuole possono dimezzare, per patologie meno gravi, il rapporto insegnanti- alunni disabili, fissandolo a un insegnante di sostegno ogni quattro ragazzi con handicap. La Flc Cgil Friuli denuncia una riduzione di ore di sostegno anche per i ragazzi autistici sottolineando che, sono stati nominati in deroga 98 insegnanti di sostegno, la metà di quelli che servirebbero in base a un monitoraggio artigianale dei disabili fatto dal sindacato. Idem in provincia di Arezzo dove l’ufficio scolastico provinciale aveva chiesto 106 docenti di sostegno in più e ne sono invece arrivati 27. Pietro Barbieri, presidente di Fish (federazione italiana sostegno handicap) però, ridimensiona l’allarme e rileva uno squilibrio storico nella nomina dei docenti di sostegno, mai apparato: troppi in alcune zone del centro sud, pochi in aree come la Lombardia. Sottolinea come la maggioranza di governo abbia le idee poco chiare su disabilità: «Il centrodestra ha spinto molto affinché anche i dislessici venissero riconosciuti come disabili, ora, di fatto, il governo li ritrova nel conto delle persone da assistere con insegnanti di sostegno, innominabili per via dei tagli».

L’Unità 28.09.11

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«Gelmini, lei taglia e mio figlio non può più andare a scuola», di Sonia Renzini

La lettera di una madre al ministro. Il bimbo soffre di gravi crisi respiratorie e non può stare in classi «pollaio». Ma quest’anno mancano i maestri e così nella stessa stanza ci sono 24 alunni. Due domande per il ministro Gelmini. La prima: «Da madre vorrei chiedere se quandoha introdotto la riforma si è domandata che fine facevano i bambini come mio figlio?». La seconda: «Come si sentirebbe se al mio posto ci fosse lei?». Due risposte attese da mesi e ora messe nero su bianco in una lettera aperta pubblicata sul quotidiano online Elbareport da una mamma di Capoliveri, paesino dell’Isola d’Elba che con la fine dell’estate non supera le 3800 anime. A porle è Cinzia, una mamma che da anni durante le vacanze si fa in quattro per avere notizie sull’anno scolastico in arrivo, sapere se le ore messe a disposizione per suo figlio saranno confermate, se le insegnanti ci saranno ancora e il diritto allo studio di suo figlio sarà garantito. Perché Cristian è un bambino di 9 anni che ama andare a scuola, fare i compiti, giocare a calcio e scherzare con i compagni. Solo che per farlo ha bisogno di alcune attenzioni, non grandi cose in verità, per esempio di non essere stipato in classi pollaio che potrebbero danneggiare la sua salute: è affetto dalla nascita da laringo broncospasmo cronico, un’allergia che gli provoca forti attacchi respiratori. «Quando ha un attacco va in apnea – dice Cinzia – una maestra rimane in classe e l’altra lo porta fuori per fargli respirare aria fresca, poi arrivo io e gli somministro i farmaci. Ma mi ha fatto promettere di non portarlo via da scuola, solo di rimanere con lui fino a quando non è passato l’attacco ». Attenzione, quinon si tratta di handicap o della necessità di avere una maestra di sostegno, no Cristian ha solo bisogno di spazi areati e non sovraffollati, di lavorare in gruppi di una decina di bambini, anziché in 24 persone. E questo non è possibile, la scuola per lui è diventata un optional da sacrificare sull’altare della riforma Gelmini, falcidiata dai tagli indiscriminati agli organici e al tempo didattico. «C’è anche un solo bidello per un edificio a due piani – racconta – è una situazione difficile,mamio figlio ci va tanto volentieri ». Invece non ci va e anziché frequentare la quarta elementare, come dovrebbe, se ne sta a casa a recuperare nel pomeriggio le lezioni tenute la mattina e ad aspettare che una telefonata possa di nuovo fargli vivere la sua vita insieme ai suo compagni. Come ha fatto fino a un po’ di tempo fa. «Per i primi due anni ha avuto due insegnanti di ruolo e un’altra di compresenza che permettevano di garantire il lavoro a gruppi – continua Cinzia – La dirigente della scuola, Lorella di Biagio, e la sua vice hannosempre lavorato moltissimo e quello cheho ottenuto è stato grazie a loro». Fino a quando hanno potuto, già dallo scorso anno la scuola non ha più potuto disporre della maestra di compresenza e solo grazie agli sforzi della madre sono state concesse cinque ore che hanno permesso di far lavorare gli alunni a gruppi per tre volte la settimana. Una toppa, certo, ma da quest’anno è saltata anche questa, insieme a una maestra di ruolo che ha perso il posto per effetto dei tagli. «Questi sono tagli alla continuità didattica e umana», precisa. La madre non si è data per vinta e dopo avere cercato di contattare invano il direttore regionale si è rivolta direttamente al ministero per riavere le ore e la reintegrazione dell’insegnante. Qui un funzionario ha preso a cuore la situazione e si è attivato presso la direzione scolastica regionale, poi tutto si è arenato di nuovo. «Il 22 settembre l’ufficio scolastico regionale mi ha comunicato che per il reintegro dell’insegnante nonc’è niente da fare – conclude Cinzia – in compenso si impegnano per un progetto individuale su mio figlio». Nel frattempo, Cristian rimane a casa.

L’Unità 28.09.11

"L'evasione brucia anche i talenti", di Alberto Bisin

La questione dell’evasione fiscale in Italia torna periodicamente ad essere centrale nella discussione politica. Si prospettano tuoni e fulmini contro gli evasori, si stimano entrate stratosferiche nelle casse pubbliche come conseguenza di rinnovati sforzi alla lotta all’evasione, e poi nulla succede: gli evasori evadono e i lavoratori dipendenti pagano. La battaglia all’evasione è ovviamente prima di tutto una battaglia di giustizia, equità, e anche di civiltà, nel senso che è difficile fondare una società civile su una distribuzione così eterogenea del carico fiscale come in Italia. Stime più o meno accurate danno un sommerso in Italia dell’ordine del 26% del Prodotto interno lordo.

Detto questo, compito di un economista è cercare di andare oltre le questioni etiche e se possibile valutare l’impatto di politiche economiche vere o presunte. A questo proposito vari economisti, tra cui io stesso su queste colonne e Michele Boldrin su «Il Fatto», hanno provato a portare l’attenzione del dibattito sul fatto che l’evasione fiscale si colloca, nel nostro Paese, nel contesto di una elevatissima pressione fiscale, e che questo implica che una efficace lotta all’evasione debba essere associata ad una riduzione del carico fiscale per avere effetti positivi sull’economia del Paese. Luca Ricolfi lo ha ben spiegato l’altro ieri, con dovizia di argomentazioni, in un editoriale su queste colonne che ha generato un interessante dibattito.

Conviene sempre dare un’idea della questione di cui si dibatte attraverso i numeri di riferimento. Uno studio, ormai non aggiornatissimo, dell’Agenzia delle entrate stima che le tasse evase corrispondano al 38% delle tasse pagate. La pressione fiscale in Italia nel 2012 sarà di circa il 43% (punto decimale in più o in meno). Un paio di passaggi algebrici implicano quindi che se tutti pagassero le tasse, ceteris paribus, la pressione fiscale raggiungerebbe il 60%. Nessun Paese al mondo, che io sappia, ha una pressione fiscale del genere. La Svezia è al 46%. Non vi è dubbio che gli effetti sulla competitività delle nostre imprese sarebbero notevoli e che notevoli sarebbero anche gli effetti recessivi dovuti al fatto che l’incidenza delle nuove tasse cadrebbe comunque sui consumatori.

Stefano Lepri, ieri su queste colonne, argomenta che gli effetti del recupero dell’evasione sulla competitività delle imprese italiane sarebbero in realtà ridotti perché la lotta all’evasione avverrebbe in modo graduale, perché le imprese che evadono producono beni per il mercato interno e sono protette. Purtroppo questi argomenti non cambiano affatto la questione in modo sostanziale. Se le imprese che evadono sono protette dalla concorrenza internazionale avranno più spazi (potere di mercato) per riversare l’incidenza delle nuove tasse sui consumatori. Non si scappa: o non possono aumentare i prezzi, e quindi falliscono, o possono farlo e quindi pagano in larga parte i consumatori.

Il commento di Lepri però tocca un punto fondamentale: l’evasione è un costo per la struttura produttiva italiana. Questo perché le imprese che evadono il fisco tendono a rifuggere «da tecnologie avanzate, o da una organizzazione aziendale stabile, su vasta scala, con prezzi chiari, perché attirerebbero l’occhio del fisco». Concordo assolutamente. Io aggiungerei anche che l’allocazione dei talenti in Italia è inefficientemente distorta dall’evasione: troppo lavoro autonomo, a tutti i livelli, dai negozianti agli avvocati.

E’ difficile stimare i costi di queste distorsioni, ma sono probabilmente elevatissimi. Esse costituiscono una imprescindibile ragione in favore di una lotta serrata all’evasione (come se le ragioni di giustizia ed equità non fossero sufficienti). E’ importante farlo notare. Allo stesso modo, è fondamentale anche notare che la lotta all’evasione senza una appropriata riduzione del carico fiscale avrebbe costi enormi sul sistema produttivo del Paese.

La Stampa 28.09.11

"Il sud abbandonato. La disoccupazione fa scappare i giovani", di Marcella Ciarnelli

Il Mezzogiorno è sempre più lontano dal resto del Paese. E rischia di esserlo sempre di più, tanto più se i piani per il Sud del governo continueranno ad essere sempre e solo enunciazioni di principio. L’amara analisi la fornisce lo Svimez, l’Istituto che «fornisce da lungo tempo il più significativo appuntamento periodico di ricapitolazione e confronto sullo stato del Mezzogiorno »come ha detto il presidente della Repubblica che, davanti a numeri che forniscono la riprova che «la principale incompiutezza dell’unificazione dell’Italia è il persistente divario tra Nord e Sud» e che hanno in sé un’indicazione precisa che Napolitano rende esplicita: «Senza la valorizzazione del Sud non ci può essere crescita». LE DONNE Eccolo il Mezzogiorno tratteggiato dallo Svimez: nuova immigrazione, un tasso di disoccupazione reale che è al 25 per cento, neanche un giovane su tre ha un lavoro, e per le donne va ancora peggio dato che tre su quattro sono costrette a restare a casa. Nonostante l’impegno nello studio e a cercarsi un’occupazione. Un’area a rischio “tsunami demografico”, in cui nel 2050 gli over 75 saranno il dieci per cento inpiù, inuna zona spopolata per la costante emigrazione, nel solo 2009 sono partiti dal Mezzogiorno in direzione del Centro- Nord circa 109 mila abitanti, e dipendente economicamente con i giovani che scenderanno da sette a cinque milioni. Un “Paese per vecchi” in cui si faranno sentire le conseguenze della contrazione delle politiche sociali e di solidarietà. Che paga in prima persona la crisi. Delle 533 mila unità lavorative perse in Italia tra il 2008 e il 2010, ben 281 mila sono nel Mezzogiorno. Nel Sud dunque pur essendo presenti meno del 30 per cento degli occupati italiani si concentra il60 per cento delle perdite di lavoro determinate dalla crisi. Per superare questa situazione è necessario un nuovo progetto e un rinnovato impegno. Una «strategia» per rilanciare la crescita del Mezzogiorno che preveda un piano da 60 miliardi di euro che segni «una particolare attenzione del governo» ha spiegato il presidente dello Svimez, Adriano Giannola. Non «in un’ottica assistenzialista» ma piuttosto in quella della valorizzazione delle risorse e delle capacità di questa parte d’Italia. Anche tenendo conto che l’effetto cumulato delle manovre 2010 e 2011 dovrebbe pesare in termini di quota sul pil 6,4 punti al Sud ( di cui 1,1 punti nel 2011, ben 3,2 punti nel 2012, 2,1 nel 2013) e 4,8 punti nel nord (1 nel 2011, 2,4 nel 2102, 1,4 nel 2013). Il Mezzogiorno, dunque, contribuirà in maniera maggiore all’azzeramento del deficit, L’economia è ferma. Anche il 2011 sarà un anno «di stagnazione», il secondo, con un Pil che si ferma allo 0,1 rispetto allo 0,6 del resto d’Italia. Nel medio periodo la differenza tra Nord e Sud è stato ancora più significativo. LA PIÙ POVERA C’è differenza anche tra le regioni del Mezzogiorno in termine di Pil pro capite. L’Abruzzo è la più ricca con un reddito pro capite di 21.574 euro, la Campania è la più povera con 16.372 euro. In mezzo, nell’ordine, ci sono il Molise, la Sardegna, la Basilicata, la Sicilia, la Calabria e la Puglia. Dal 2009 al 2010 gli occupati in Italia sono stati 22 milioni 872mila unità, 153mila in meno rispetto al 2009, di cui 86.600 nel solo Mezzogiorno. Ma la vera e propria emergenza è tra i giovani. Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7 per cento (nel 2009 era del 33,3 per cento): praticamente al Sud lavora meno di un giovane su tre. Situazione drammatica per le giovani donne, ferme nel 2010, al 23,3 per cento, 25 punti in meno rispetto al Nord del Paese (56,5 per cento). L’AGRICOLTURA Nel Sud cresce allora, la domanda di lavoro in agricoltura (+2 per cento), dopo la forte flessione del 2009 (-5,8 per cento), con un forte boom in Calabria e Abruzzo, superiore al 10 per cento. Un dato significativo davanti al calo dell’industria.❖

L’Unità 28.09.11

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“Lo «tsunami demografico». Sud, lo spreco dei giovani Svimez: uno su tre non lavora, in 583 mila sono già andati via”, di Enrico Marro

Una secessione di fatto. Sul Sud sta per abbattersi uno «tsunami demografico: da un’area giovane e ricca di menti e di braccia il Mezzogiorno si trasformerà nel corso del prossimo quarantennio in un’area spopolata, anziana ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese». L’analisi contenuta nel Rapporto Svimez presentato ieri è spietata e spinge il presidente dell’istituto, Adriano Giannola, a lanciare un appello «non assistenzialistico» al governo perché promuova una «strategia di crescita» per il Sud.

Da alcuni anni le donne meridionali hanno in media meno figli di quelle del resto del Paese. Se a questo si aggiunge che nel Centro-Nord c’è un più forte afflusso di stranieri, in particolare giovani, il Sud si avvia al «degiovanimento». «Nei prossimi venti anni il Mezzogiorno perderà quasi un giovane su quattro, nel Centro-Nord oltre un giovane su cinque sarà straniero». Nel 2050 gli under 30 saranno meno di cinque milioni nel Sud contro 11 milioni nel resto d’Italia. Il meridione «è destinato a diventare una delle aree con il peggior rapporto tra anziani inattivi e popolazione occupata e con la più alta percentuale di ultraottantenni sulla popolazione, quasi uno su sei nel 2050».

Le distanze col Nord aumentano. Negli ultimi dieci anni il Prodotto interno lordo nel Sud ha segnato una media annua negativa dello 0,3%, contro il +3,5% del Centro-Nord. Nel 2011 crescerà dello 0,1% mentre nel resto del Paese dello 0,8%. Il Pil procapite del Sud è il 58,5% di quello del Centro-Nord: 17.466 euro contro 29.869. La regione più povera — e questa è una novità — è diventata la Campania con 16.372 euro, superando la Calabria.

Le manovre finanziarie 2010-2011 peseranno di più nell’area più povera del Paese, dice il rapporto. Intanto, la crisi internazionale ha colpito duramente i consumi delle famiglie del Sud, perfino quelli alimentari, scesi del 4,9% nel 2009 (-2,1% nel Centro-Nord) e dello 0,4% nel 2010 (+ 0,3% nel Centro-Nord). Nel triennio 2008-2010 gli occupati sono diminuiti di 533 mila: il 60% di questi nel Mezzogiorno, benché quest’area rappresenti solo il 30% dell’occupazione nazionale. «Gli occupati al Sud — spiega il rapporto — sono tornati ai livelli di dieci anni fa. In Campania lavora meno del 40% della popolazione in età da lavoro, in Calabria il 42,4%, in Sicilia il 42,6%». Dilaga l’economia sommersa. Nel 2010 il tasso di disoccupazione è stato del 13,4% al Sud e del 6,4% al Centro-Nord. Considerando anche i «disoccupati impliciti, coloro cioè che non hanno effettuato azioni di ricerca del lavoro negli ultimi sei mesi», il «tasso disoccupazione effettivo» al Sud raddoppierebbe, superando il 25%. Solo il 20,4 dei giovani meridionali tra 15 e 34 anni ha un lavoro regolare a tempo indeterminato contro il 38,5% nel Centro-Nord. Considerando anche i precari si arriva al 31,7%: nel meridione quindi lavora meno di un giovane su tre. Le donne sono addirittura ferme al 23,3% contro il 56,5% nel resto del Paese.

A impoverire il Mezzogiorno contribuisce anche l’emigrazione, soprattutto intellettuale. Dal 2000 al 2009 sono andati via in 583 mila. Le città più colpite sono Napoli (-108 mila), Palermo (-29 mila), Torre del Greco (-19 mila), Bari e Caserta (-15 mila). Ad attrarre manodopera sono state soprattutto Roma (66 mila), Milano (50 mila) e Bologna (31 mila). Grave anche il livello di istruzione. Si riduce il numero di iscritti all’Università: dal 2003 a oggi il tasso di passaggio dalle scuole superiori alle facoltà universitarie è sceso dal 72,2% al 60,9% nel Sud (dal 73,4% al 64,6% nel Centro-Nord). «Dal brain drain, cioè dalla fuga dei cervelli, siamo ormai passati al brain waste, lo spreco di cervelli, una sottoutilizzazione di dimensioni abnormi del capitale umano formato che non trova neppure più una valvola di sfogo nelle migrazione», commenta la Svimez. Le infrastrutture sono arretrate, ma i fondi europei e i cofinanziamenti nazionali non si riescono a spendere, col rischio di perdere 7 miliardi di euro di finanziamenti entro il 2011. A dieci anni dalla Legge Obiettivo che prevedeva la realizzazione di grandi opere per complessivi 358 miliardi di euro, quelle ultimate valgono 30,5 miliardi, dei quali solo 4,2 nel Mezzogiorno.

Il Corriere della Sera 28.09.11