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«Non c’è un nuovo partito», di Mariantonietta Colimberti

Parlano Bindi, Letta, Fioroni, Garofani. L’impressione è che questa volta le parole di Angelo Bagnasco siano arrivate con tutta la forza che lo stesso presidente della Cei ha voluto trasmettere.
Che quella del cardinale sia stata una prolusione il cui peso doveva risultare chiaro a tutti è stato evidente nuovamente ieri. Il Sir, l’agenzia stampa della Cei, in una nota in cui si dice che i vescovi italiani condividono le parole del loro presidente sul «disagio» del paese, ha esplicitato due concetti: il primo, che «su Berlusconi e la questione morale» Bagnasco ha parlato «con franchezza, ripetendo una posizione già molto ben definita a più riprese. Ma questo è comunque il passato»; il secondo, che il mondo cattolico è invitato a «muoversi in prospettiva. Perché in questo momento bisogna cominciare ad articolare una proposta».
Di che proposta di tratta? Non si parla di un partito, almeno per ora, ma di qualcosa di diverso dall’assetto attuale sì. «L’alternativa – ha spiegato ancora il Sir – non è l’alternanza, cioè la sostituzione dell’attuale maggioranza di governo con l’attuale opposizione, ma la ristrutturazione del sistema». In serata, poi, Bagnasco, intervenuto all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, davanti a Franco Frattini e Gianni Letta ha ribadito che gli italiani debbono riscoprire i loro valori «per uscire dal tunnel di quella cultura del nulla, vagamente radicaleggiante, che è l’anticamera di una diffusa tristezza».
Una vera e propria discesa in campo a 360 gradi, anche se è ovvio che il monito più diretto e anche più duro colpisce al cuore Berlusconi e il berlusconismo. E nel Pd, infatti, nessuno pensa che la campana sia risuonata soltanto per una parte, «sebbene – afferma il vicesegretario Enrico Letta – questo intervento, che lascerà il segno, potrebbe essere il colpo finale alla resistenza di Berlusconi, ormai fuori da ogni logica». «La nostra valutazione è fortemente positiva per il respiro con cui si affrontano questioni urgenti per il paese» dice a Europa la presidente Rosy Bindi, secondo la quale «il cardinale ha dato voce allo sconcerto e al malessere del popolo di Dio. Le sue parole sono rivolte a tutti e ciascuno deve assumere la propria responsabilità e trarne le conseguenze».
Quanto all’ipotesi che i vescovi alludano alla ricostituzione di un partito cattolico, Bindi è convinta che «non si torna indietro » e che «al di là di qualche nostalgia questa consapevolezza è presente anche nella Chiesa». Ben venga «il protagonismo dei cattolici» nella «democrazia dell’alternanza». Nel Pd, sottolinea la presidente, i credenti sono «a casa loro, portatori di una cultura politica che fa parte dell’identità del partito». Non vede, al momento, convergenze possibili con i cattolici del Pdl, finché non verrà meno una «strumentalità», un «uso ideologico» dei valori cristiani.
«Bagnasco ha parlato a tutta la società italiana e non solo ai cattolici o a Berlusconi e al suo entourage – è il parere di Francesco Saverio Garofani, vicino al capogruppo alla camera Dario Franceschini – Un nuovo protagonismo? Certo, tutti i cattolici discutono ed elaborano su un piano prepolitico, ma nessuno può pensare a ricostituire un partito. Credo che questo lo escluda anche il cardinale. Nel Pd il cammino che abbiamo compiuto è ricco di frutti importanti, i cattolici sono stati decisivi nella costruzione della sua identità, tant’è che il Pd è molto diverso da altre forze della sinistra europea. Piuttosto, nel centrodestra i cattolici sono chiamati a emanciparsi dal berlusconismo di cui hanno condiviso le derive. Questa è la vera urgenza».
Neanche Beppe Fioroni, più volte “sospettato” di avere la valigia in mano, ritiene che sia alle viste una riunificazione partitica dei cattolici. «C’è una stagione per ogni cosa. Il cardinale Bagnasco sa meglio di me quali sono le condizioni attuali e infatti parla di “realismo”. Credo però che nel mondo cattolico si sia messo in moto un movimento che comprende ambiti plurali – economico, imprenditoriale, dell’associazionismo – con l’obiettivo di ritrovare un comune sentire e dei valori condivisi. Certo, è una sfida ai politici cattolici presenti in parlamento che con questi mondi possono stabilire una “amicizia pensante”, ognuno dalle proprie posizioni. Sappiamo di non avere deleghe di rappresentanza, sarebbe un errore pensare di essere generali a prescindere dall’esercito.
Poi, chi vivrà, vedrà».

da Europa Quotidiano 28.09.11

"Il ritorno del bavaglio ad personam", di Curzio Maltese

Così Berlusconi non era una vittima di ricatti, ma quello che pagava Tarantini perché mentisse ai magistrati.
Il premier sapeva che le ragazze in tubino nero portate dal compare alle “cene eleganti” erano prostitute e non nipoti di statisti stranieri o ricercatrici del Cnr. La montagna di soldi versati a Gianpaolo Tarantini tramite Valter Lavitola, il quale per inciso ne tratteneva la gran parte, non erano l’aiuto a una famiglia in difficoltà finanziaria, ma il prezzo di una corruzione. Siamo sorpresi dalle conclusioni del Tribunale del Riesame? Forse no. Con buona pace dei difensori d’ufficio alla Ferrara e alla Minzolini pagati coi nostri soldi per raccontarci penose scemenze.
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> La versione di un Berlusconi modello principe Myshkin o Chance il Giardiniere, insomma un beato idiota messo in mezzo da una banda di lestofanti, ci aveva sempre fatto sorridere. Puttaniere a sua insaputa, come Scajola con le case. Il premier era invece “pienamente consapevole” di trovarsi di fronte a delle escort, scrive il tribunale napoletano, come sospettavamo in molti. Non era la vittima, ma il capo della banda. Anche questo, s’immaginava.
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> Ma altro è coltivare un dubbio ragionevole, altro è vedere nero su bianco un’altra accusa di reato nei confronti del presidente del Consiglio. Stavolta avrebbe violato l’articolo 377 del codice penale, che gli mancava nella collezione. Per giunta, se mai qualcuno ha davvero mai creduto alla teoria del complotto dei magistrati contro Berlusconi, l’inchiesta in corso non può
> prestarsi ad alcun sospetto. I magistrati non stavano indagando né il premier né le sue aziende. Sono partiti da molto lontano, almeno in teoria, da traffici di droga e prostitute, e si sono imbattuti nella voce di Berlusconi durante le intercettazioni di delinquenti comuni.
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> Questa banale considerazione non impedirà ai servi giornalisti e politici del Cavaliere di ripetere a ogni occasione la solita tiritera del complotto, come fanno da vent’anni. Tarantini non è certo l’unico in Italia a essere pagato per mentire. Ma forse può impedire che intorno a un pretesto tanto esile si scateni in Parlamento l’ennesima e stavolta rovinosa corsa alla più squallida delle leggi ad personam, quella sulle intercettazioni. Una specie di condono tombale per un’infinità di indagini, anche molto serie e gravi, soltanto per garantire l’impunità al premier e ai suoi compagni di merende.
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> I cittadini sono stanchi di privilegi. Per quanto i cantori del medioevo berlusconiano s’affannino a reclamarne altri per il loro padrone. Con le tasche vuotate dalla crisi, s’affaccia un nuovo e forte bisogno di moralità pubblica, come è testimoniato anche dal popolo dei post-it, che ha ricominciato a mobilitarsi nella rete per bloccare la legge bavaglio.
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> Perfino i vescovi sembrano finalmente rendersene conto. Non sarà facile neppure per gli alleati del Cavaliere, in particolare per Bossi, spiegare a una base ormai esasperata che proibire le intercettazioni è una tappa fondamentale verso la libertà delle genti padane. Stavolta insomma il Cavaliere rischia di andare a sbattere contro un muro. C’è naturalmente da augurarselo per il bene del Paese, per la dignità di tutti. Finanche di coloro che non ne hanno e sembrano contenti di vivere gli ultimi spiccioli di un regime ormai fra il losco e il ridicolo. Ben incarnato dalle figure che dominano la scena del viale del tramonto, i Tarantini e i Lavitola.

COSÌ Berlusconi non era una vittima di ricatti, ma quello che pagava Tarantini perché mentisse ai magistrati.
Il premier sapeva che le ragazze in tubino nero portate dal compare alle “cene eleganti” erano prostitute e non nipoti di statisti stranieri o ricercatrici del Cnr. La montagna di soldi versati a Gianpaolo Tarantini tramite Valter Lavitola, il quale per inciso ne tratteneva la gran parte, non erano l’aiuto a una famiglia in difficoltà finanziaria, ma il prezzo di una corruzione. Siamo sorpresi dalle conclusioni del Tribunale del Riesame? Forse no. Con buona pace dei difensori d’ufficio alla Ferrara e alla Minzolini pagati coi nostri soldi per raccontarci penose scemenze.

La versione di un Berlusconi modello principe Myshkin o Chance il Giardiniere, insomma un beato idiota messo in mezzo da una banda di lestofanti, ci aveva sempre fatto sorridere. Puttaniere a sua insaputa, come Scajola con le case. Il premier era invece “pienamente consapevole” di trovarsi di fronte a delle escort, scrive il tribunale napoletano, come sospettavamo in molti. Non era la vittima, ma il capo della banda. Anche questo, s’immaginava.

Ma altro è coltivare un dubbio ragionevole, altro è vedere nero su bianco un’altra accusa di reato nei confronti del presidente del Consiglio. Stavolta avrebbe violato l’articolo 377 del codice penale, che gli mancava nella collezione. Per giunta, se mai qualcuno ha davvero mai creduto alla teoria del complotto dei magistrati contro Berlusconi, l’inchiesta in corso non può
prestarsi ad alcun sospetto. I magistrati non stavano indagando né il premier né le sue aziende. Sono partiti da molto lontano, almeno in teoria, da traffici di droga e prostitute, e si sono imbattuti nella voce di Berlusconi durante le intercettazioni di delinquenti comuni.

Questa banale considerazione non impedirà ai servi giornalisti e politici del Cavaliere di ripetere a ogni occasione la solita tiritera del complotto, come fanno da vent’anni. Tarantini non è certo l’unico in Italia a essere pagato per mentire. Ma forse può impedire che intorno a un pretesto tanto esile si scateni in Parlamento l’ennesima e stavolta rovinosa corsa alla più squallida delle leggi ad personam, quella sulle intercettazioni. Una specie di condono tombale per un’infinità di indagini, anche molto serie e gravi, soltanto per garantire l’impunità al premier e ai suoi compagni di merende.

I cittadini sono stanchi di privilegi. Per quanto i cantori del medioevo berlusconiano s’affannino a reclamarne altri per il loro padrone. Con le tasche vuotate dalla crisi, s’affaccia un nuovo e forte bisogno di moralità pubblica, come è testimoniato anche dal popolo dei post-it, che ha ricominciato a mobilitarsi nella rete per bloccare la legge bavaglio.

Perfino i vescovi sembrano finalmente rendersene conto. Non sarà facile neppure per gli alleati del Cavaliere, in particolare per Bossi, spiegare a una base ormai esasperata che proibire le intercettazioni è una tappa fondamentale verso la libertà delle genti padane. Stavolta insomma il Cavaliere rischia di andare a sbattere contro un muro. C’è naturalmente da augurarselo per il bene del Paese, per la dignità di tutti. Finanche di coloro che non ne hanno e sembrano contenti di vivere gli ultimi spiccioli di un regime ormai fra il losco e il ridicolo. Ben incarnato dalle figure che dominano la scena del viale del tramonto, i Tarantini e i Lavitola.

La Repubblica 28.09.11

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“Bavaglio al web e ai cittadini”, di Fulvio Fammoni

Giovedì 29 settembre dalle ore 15.00 al Pantheon manifestazione per dire NO all’ennesimo tentativo del Governo di imbavagliare l’informazione con la legge sulle intercettazioni. Il Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, che ha organizzato le più grandi manifestazioni in Italia a difesa della libertà di informazione, chiama ancora una volta i cittadini a manifestare perché non sia appprovato un provvedimento sbagliato che manomette diritti costituzionali. Nel momento più grave di crisi che il paese attraversa invece di parlare di tutele del lavoro e di sviluppo, il Parlamento viene intasato dai problemi personali e giudiziari del Presidente del Consiglio. Non esiste ovviamente l’urgenza che viene dichiarata: questa legge è ferma da più di 1 anno in Parlamento e la si riesuma solo perché si è creato l’ennesimo problema politico e giudiziario. Nessuna tutela della privacy dei cittadini dunque, che può benissimo essere risolta dalle tante proposte presentate, ma un indebito intervento sulla libertà di informazione e sulla giustizia. Si tratterebbe in realtà della tutela di un modo inaccettabile di intendere il potere. Chi svolge cariche pubbliche ha invece una responsabilità in più: totale trasparenza sulle proprie azioni. Per questo chiedo pubblicamente: non si dovrebbe forse sapere che un Presidente del Consiglio in carica consigli un probabile indagato di non rientrare in Italia come appare dalle intercettazioni? Il merito dell’intervento della legge è vastissimo e riguarda il diritto di cronaca ma anche tanti aspetti meno noti, ma non per questo meno gravi. Dai reati intercettabili dividendoli arbitrariamente per gravità; dai limiti temporali delle intercettazioni ai divieti e alle sanzioni per giornalisti ed editori: dalla possibile sostituzione dei Pm anche solo se faranno dichiarazioni sul procedimento. Norme sbagliate e punitive, non verso chi commette reati ma verso l’informazione e su due voglio soffermarmi. La prima è l’incredibile bavaglio previsto per il web, che prevede l’obbligo di rettificare ogni contenuto pubblicato sulla base di una semplice richiesta di soggetti che si autoritengano lesi. Senza possibilità di replica e con sanzioni fino a 12mila euro. Una misura che metterebbe in ginocchio la libertà di espressione della rete, senza possibilità di opposizione. La seconda è quella sulle cosiddette registrazioni fraudolente, con pena fino a 3 anni di carcere, senza alcuna distinzione. Così anche chi fosse taglieggiato e volesse fare una registrazione o una ripresa video dei criminali che si presentano a riscuotere il pizzo rischierebbe di incorrere in sanzioni? Come si vede nessuna tutela dei cittadini, ma una delle tante vie con cui questo governo interviene sull’informazione: censure, tagli di risorse come nel caso dell’editoria e delle piccole emittenti, depotenziamento del servizio pubblico, interventi sui programmi scomodi e su tanti giornalisti e operatori dell’informazione, della cultura, dello spettacolo. Tutto questo è inaccettabile e insopportabile. Ma non è finita, dietro il cauto annuncio di qualche concessione si pensa ad ulteriori e ben più gravi peggioramenti, come il ritorno ad una norma che vieterebbe addirittura fino alla sentenza d’appello ogni pubblicazione. Si tratterebbe di anni che renderebbero irrilevante ogni notizia. Per questo occorre impedire che una legge ingiusta e per tanti aspetti non costituzionale sia approvata. La mobilitazione delle associazioni che fanno parte del comitato per la libertà di informazione e di tante altre, la grande partecipazione dei cittadini contro leggi ad personam e per il rispetto dell’art.21 della Costituzione hanno già dimostrato di contare e di produrre risultati. Ecco perché la partecipazione è importante ed ecco perché la nostra iniziativa durerà per tutto il percorso parlamentare, prevedendo una grande manifestazione nazionale se e quando si avvierà il dibattito in Senato. Un cittadino formato e informato è più autonomo e quindi più libero. È questo quello che evidentemente non si vuole e che deve essere invece salvaguardato e aumentato. Una battaglia di civiltà e libertà che si deve vincere.

L’Unità 28.07.11

"Università, piano reclutamento ricercatori è scontro: tagliato fuori un ateneo su due", di Alessandra Migliozzi

Il piano di reclutamento straordinario di professori associati previsto dalla riforma Gelmini (circa 1.500 posti all’anno per tre anni) taglia fuori dalla spartizione della torta metà degli atenei pubblici italiani. Lo prevede il documento che il ministro ha inviato alle Camere nelle competenti commissioni per il vaglio finale. Un anno fa i ricercatori universitari sono saliti sui tetti, hanno scioperato, sono scesi in piazza per chiedere prospettive di carriera: con la riforma sarà più facile, per i colleghi più giovani, tentare la strada da associato rispetto ai veterani bloccati da anni nella stessa posizione.

Il ministro ha ceduto al piano di reclutamento. Ma ora i criteri per distribuire i fondi a disposizione, 13 milioni di euro per il 2011, lasciano fuori centinaia di ricercatori, soprattutto al Sud, che hanno l’unica colpa di essere dipendenti di atenei che spendono troppo per il personale. Il ministro ha infatti deciso che non partecipano al piano le università che utilizzano più del 90% dei fondi statali per pagare i dipendenti. Una tagliola che esclude oltre 30 realtà pubbliche con i conti in bilico su poco più di 70. Atenei finiti in rosso spesso a causa dei tagli.

E infatti sui limiti imposti dalla Gelmini è scontro. I rettori, attraverso la loro conferenza, la Crui, chiedono che «la platea dei possibili fruitori del finanziamento straordinario venga estesa a tutte le università, indipendentemente dal limite del 90%: si tratta di un fondo destinato a incentivare le assunzioni di tutti i ricercatori a prescindere dalla loro collocazione». La commissione Cultura della Camera ha dato il via libera al decreto per la ripartizione dei fondi per le assunzioni, ma chiede che, almeno per il 2012 e 2013, sia disapplicato il limite del 90%. Lo sforamento dei limiti di spesa «ormai dipende ben poco dalle università, ma dai continui tagli» ricorda Manuela Ghizzoni, Pd.

Anche la maggioranza è di questo avviso. Al Senato la Lega nord si è schierata contro l’esclusione degli atenei con i bilanci in bilico dal reclutamento straordinario. In Friuli, infatti, le due università presenti sono già fuori dal riparto. Il ministro Gelmini chiede di proseguire sulla linea «del rigore», ma ha promesso «margini di flessibilità». Che, però, scatteranno con ogni probabilità solo dal prossimo anno, visto che ormai il documento ministeriale che taglia fuori gli atenei poco virtuosi dalle assunzioni è stato esaminato in Parlamento e sta avendo l’ok delle commissioni. Nel frattempo i ricercatori di università come Tor Vergata, Firenze, Siena, L’Aquila saranno esclusi dalla prima tornata di assunzioni a loro dedicate. Un danno notevole considerando che i nuovi concorsi post-riforma non partiranno prima del prossimo anno.

Il Messaggero 26.09.11

"Sanità, governo battuto su emendamento Pd", da unita.it

Il governo è stato battuto nell’Aula della Camera su un emendamento del Pd alla legge delega sulle professioni sanitarie. L’emendamento, approvato con 273 voti a favore e 259 contrari malgrado il no di commissione e governo, sopprime dal testo l’istituzione dell’ordine dei dentisti. Appena una settimana fa la maggioranza era stata sconfitta a ripetizione, sempre alla Camera. «Abbiamo respinto unitariamente il tentativo di governo e maggioranza di introdurre surrettiziamente l’ordine dei dentisti, estrapolando questa categoria dall’ordine dei medici alla quale già appartiene. Un blitz indecente che abbiamo per fortuna rinviato al mittente e abbiamo così battuto per l’ottantanove sima volta governo e maggioranza nell’Aula di Montecitorio». Così Erminio Quartiani, segretario d’Aula del Gruppo del Pd alla Camera ha commentato il voto.

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“Governo battuto alla Camera Si votava sulle professioni sanitarie”, da repubblica.it

Passa un emendamento del Pd con 273 voti a favore e 259 contrari. Soppressa l’istituzione dell’ordine dei dentisti. Il Partito democratico: “Finora sono stati sconfitti in aula 89 volte”

Governo battuto alla Camera Si votava sulle professioni sanitarie L’aula della Camera
ROMA – Il governo è stato battuto in Aula alla Camera su un emendamento del Pd che sopprime, dal disegno di legge delega sulle professioni sanitarie, l’istituzione dell’ordine dei dentisti. Il testo è passato con 273 voti a favore e 259 contrari. Sulla proposta di modifica, a prima firma Donata Lenzi – del Partito democratico – il governo aveva espresso parere negativo. “Si tratta di un chiaro messaggio nei confronti della scelta del governo di rincorrere la moltiplicazione degli ordini”, ha detto la deputata del Pd. “Il governo è stato battuto per l’89esima volta”, dice Erminio Quartiani, segretario d’aula del gruppo del Partito democratico.

Una settimana fa, sempre alla Camera, il centrodestra era andato sotto cinque volte 1 su un provvedimento che riguardava gli spazi verdi urbani.

La battuta d’arresto arriva in una giornata intensa per la maggioranza. Nel pomeriggio il faccia a faccia tra il premier e Tremonti 2, prime prove di pace dopo gli scontri durissimi degli ultimi giorni. In serata è in programma un vertice tra Bossi e Berlusconi.

"Sull'efficienza del Sud pesa la fuga dalla scuola", di Serena Uccello

Che la disoccupazione reale sia altra cosa da quella che compare nelle rilevazioni ufficiali è di evidente percezione a tutti. Che tutto ciò sia più concreto al Sud, è altrettanto risaputo. Ora arrivano i numeri a cancellare ogni residuo di illusione. Sono quelli della Svimez che, all’indomani dell’allarme lanciato ieri dall’Ocse (20 milioni di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi nel paesi del G20) ci raccontano, nell’ultima edizione del suo rapporto, diffusa oggi a Roma, della crisi ma soprattutto del doppio smacco subito dal Mezzogiorno.

Partiamo da una prima constatazione numerica. L’ultimo biennio di crisi -tra 2008 e 2010 -ha aggravato i nodi di fondo del mercato del lavoro italiano, ha allargato il gap territoriale, ma in particolare ha presentato il conto più salato proprio al Mezzogiorno. Quest’ultimo infatti ha registrato una caduta dell’occupazione del 4,3% a fronte dell’1,5% del centro nord. La conseguenza è che il tasso di disoccupazione al Sud si è attestato (media 2010) al 13,4% (era il 12% nel 2008) rispetto al 6,4% del centro-nord (era il 4,5%). In sintesi circa il 60% dei 153mila posti persi si è concentrato nelle regione meridionali (87mila).

Ma l’aspetto preoccupante è che al nord la perdita di posti di lavoro tende a trasformarsi quasi interamente, scrivono i ricercatori, in ricerca di nuovi posti, nel mezzogiorno al contrario, solo in minima parte si trasforma in ricerca esplicita di nuova occupazione contribuendo, invece, ad alimentare l’area dell’inattività e il lavoro irregolare. Risultato: lo sviluppo di un fenomeno nuovo per l’Italia, ovvero la nascita della disoccupazione implicita. Disoccupazione che se venisse registrata porterebbe il tasso “corretto” al 14,8% dall’11,6 del 2008 (oggi è all’ 8,4). Nello specifico per il Sud andrebbe al 25,3, 12 punti in più del tasso ufficiale. Ad essere penalizzati sono in particolari i giovani: per loro il tasso di occupazione tocca il 31,7%, segnando un divario di 25 punti con la media nazionale.

Oltre il danno, la beffa. Perché, spiega la Svimez «il Mezzogiorno d’Italia è una società doppiamente ingiusta dove la crescente disuguaglianza sociale si combina, accentuata, con una sempre più marcata disuguaglianza territoriale, e a far le spese dell’una e dell’altra sono i giovani (e le donne) soggetti deboli e risorse sottoutilizzate – in un curioso e terribile paradosso: essere le punte più avanzate della modernizzazione del Sud, perché hanno investito in un percorso di formazione e di conoscenza che li rende depositari di quel capitale umano che serve per competere – e insieme le vittime designate di una società più immobile che altrove, e dunque più ingiusta, che finisce per sottoutilizzare, relegare in condizioni di marginalità professionale o espellere le sue energie migliori».

Tutto questo quando l’importanza del capitale umano per l’accelerazione nei tassi di crescita è un dato assodato. È stato infatti dimostrato che un aumento del 10% della quota dei lavoratori laureati porterebbe a un aumento della produttività totale dello 0,7 per cento. Nonostante questa consapevolezza il Sud assiste dal un lato a una leggera flessione del tasso di scolarità (94,3% nel 2010 contro il 94,4% dell’anno precedente), dall’altro a una ripresa degli abbandoni. Un serpente che si morde la coda. La scuola non riesce a superare gli svantaggi iniziali e gli svantaggi iniziali acuiscono il gap che la scuola non aiuta a superare.

Il Sole 24 Ore 27.09.11

Novi, Ghizzoni: “Quei bambini saranno italiani”

Il commento della parlamentare Pd: “Cresceranno in un Paese diverso da quello dei genitori, impareranno la lingua italiana, studieranno e lavoreranno in Italia”. Il dato anagrafico di Novi relativo alle nascite rappresenta l’occasione per riflettere sul nostro presente e sul nostro futuro, naturalmente se non ci si limita ad una lettura strumentale, come fanno alcune forze politiche abituate a cavalcare paure e inquietudini prodotte dalle trasformazioni sociali e culturali. Penso in primo luogo al centrodestra, sempre pronto a sollecitare la bagarre su questo tema, ma che al contempo evita di spiegare quali soluzioni sia stato in grado di trovare dopo un decennio di guida quasi ininterrotta del Governo del Paese e del governo dell’immigrazione. Vergognoso inoltre l’atteggiamento della Lega di Carpi, che proprio in questi giorni ha dichiarato alla stampa che le risorse vengono spese per “foraggiare gli extracomunitari”, usando in senso figurato un verbo che attiene all’allevamento delle bestie.

Ma per stare al dibattito civile, credo che quel dato riveli molte più criticità di quanto appaia, e faccia emergere al tempo stesso molte più contraddizioni di quanto una lettura superficiale consenta. Nessuno può negare che l’immigrazione sia un fenomeno complesso e l’integrazione sia un processo faticoso e spesso denso di problemi. Altresì credo che non ci si possa sottrarre ad una lettura dei flussi migratori sulle comunità locali che riguarda sia il nostro presente che il nostro futuro. Ad esempio, ritengo che la notizia che merita la prima pagina non sia tanto il superamento del numero dei nati da genitori extracomunitari rispetto a quelli nati da genitori italiani, quanto l’inverso, ovvero che a Novi la natalità delle famiglie italiane è più bassa. Non è un esercizio retorico: se leggiamo la notizia al contrario, riusciamo a comprenderne gli aspetti positivi. Di fronte al calo della natalità della società italiana, che rischia di compromettere l’equilibrio tra le generazioni e il futuro della nostra società, il contributo dato dalle famiglie immigrate è fondamentale per mantenere un saldo positivo. Una società che invecchia è una società dove forse la coesione sociale è più facile da mantenere, ma è una società che purtroppo non avrà futuro. Un esempio concreto: è la presenza di bambini e giovani di origine straniera a consentire che alcuni servizi fondamentali per la comunità rimangano a Novi (penso in primo luogo all’Istituto comprensivo, ma il discorso si può allargare ad una miriade di servizi che consentono di tenere viva una comunità). Un secondo aspetto è relativo a come la notizia è stata tradotta dai media: il primo comune dove i nati stranieri superano gli italiani. Anche questo è un modo miope di leggere quel dato, perché quei bambini, lo si voglia o no, non saranno bambini stranieri, ma bambini che cresceranno in un Paese diverso da quello dei genitori, impareranno la lingua italiana, frequenteranno bambini italiani (e per promuovere l’integrazione si deve lavorare in questa direzione), studieranno e lavoreranno in Italia e saranno di fatto (e io penso che lo debbano essere anche di diritto) gli italiani del futuro. Che ci piaccia o no, il futuro ci appartiene nella misura in cui non ci ripieghiamo sul passato e governiamo il cambiamento. Ecco cosa ci dice quella prima pagina su Novi.