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Roma – Forum PD Istruzione – Insegnante oggi, insegnante domani.

INSEGNANTE OGGI, INSEGNANTE DOMANI
Palazzo Rospigliosi, Via XXIV Maggio 43, Roma

SABATO 15 OTTOBRE:
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10:00 – 11:00 arrivi, accoglienza, registrazione
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11:00 – 11:30 introduzione Giovanni Bachelet (Presidente Forum Istruzione PD)
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11:30 – 12:30 scuola alla riscossa: i nuovi assessori del centrosinistra
Maria Grazia Guida (Milano), Annamaria Palmieri (Napoli),
Maria Grazia Pellerino (Torino), Marilena Pillati (Bologna)
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12:30 – 13:30 presentazione dei gruppi di lavoro
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13:30 –14:30 pranzo
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14:30 – 17:00 gruppi di lavoro
A.
Formazione iniziale
B.
Formazione in servizio
C.
Organizzazione
D.
Status
E.
Valutazione
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17:00 – 17:30 coffee break
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17:30 – 20:00 gruppi di lavoro

"Il premier e la Chiesa, amici per forza", di Mattia Feltri

È trascorso un anno esatto dall’uscita del libro dell’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, nel quale l’autore illustrava con precisione i motivi per cui le gerarchie ecclesiastiche tolleravano il libertinaggio berlusconiano: «È (…) più grave la presenza di principi non accettabili nel programma che non nella pratica di qualche militante, in quanto il programma è strategico ed ha un chiaro valore di cambiamento politico della realtà più che le incoerenze personali» (il libro si intitola “Il cattolico in politica. Manuale per la ripresa”). Il parere, di per sé molto autorevole, ebbe nella prefazione del cardinale Angelo Bagnasco un insuperabile sigillo di qualità: non restava che alzare le mani. Soltanto pochi mesi più tardi, in occasione della dura prolusione del gennaio 2011, Bagnasco segnalò «un evidente disagio morale». E adesso saranno gli esegeti dei documenti episcopali a indicare quale punto di non ritorno sia stato raggiunto, ma ripensando all’avvento di Silvio Berlusconi nella disputa politica, diciotto anni fa, non si può negare che le cose siano molto cambiate.

Era un Berlusconi, quello, che cercava di accreditarsi in Vaticano coi suoi modi da dopocena, per il tramite delle zie suore o ricordando gli studi dai salesiani o nel collegio dell’Opus Dei, e siccome l’aspirante leader aveva i suoi talenti, andò al nocciolo della questione ricordando sé ragazzino, seduto al convitto Sant’Ambrogio ad abbeverarsi ai racconti dei sacerdoti fuggiti in Italia dai comunisti russi e polacchi. E offrì il trait d’union raccontando d’aver esordito tredicenne alla politica, nel 1948, quando attaccava i manifesti della Democrazia cristiana intanto che qualche ragazzaccio comunista scrollava la scala per farlo cascare giù, e dargli quel che gli spettava. Primi passi eroici (fidarsi sulla parola non è mai stato un problema), praticamente una marcia al rullo di tamburi per una Chiesa che, perduta la Dc, non sapeva a che santo votarsi. A proposito del Partito popolare di Mino Martinazzoli, il vaticanista Sandro Magister avrebbe poi scritto che «mai il grosso dell’elettorato democristiano, modernizzante, pragmatico, soprattutto del Nord, avrebbe potuto continuare a votare un gruppo dirigente fattosi all’improvviso puritano, pauperista, giacobino, satellite di comunisti e postcomunisti».

Per Berlusconi è già un grande successo che in pubblico il presidente della Conferenza episcopale italiana, Camillo Ruini, lo accolga senza manifesti pregiudizi, a differenza del resto del mondo, e tenga la celebre linea dell’equidistanza nel 1996, quando a capo del centrosinistra c’è Romano Prodi, cattolico dossettiano di cui Ruini ha celebrato il matrimonio. Durante il quinquennio dell’Ulivo, la Chiesa sottolinea le sue aspettative sulla scuola, sulla famiglia, sulla difesa della vita, ma trova molti più interlocutori all’opposizione che al governo e prende posizione senza infingimenti (tanto che il segretario dei popolari, Franco Marini, sostiene che l’Avvenire sembra l’house organ di Forza Italia). Eh sì, è nato un fruttuoso sodalizio.

Da lì in poi per Berlusconi è stata una cavalcata al fianco dei porporati d’Italia (e difatti si racconta della premonizione offerta da Ruini a Prodi, che sarà usato «dai comunisti» e poi gettato come un cencio). Dopo le leggi ad personam, la produzione più massiccia dei governi di centrodestra riguarda le norme care al Vaticano, quelle varate e quelle bloccate. Sono i famosi «principi non negoziabili» attorno i cui si stringe un’alleanza ferrea. E nemmeno tanto campata in aria visto che nel 2005, ai referendum sulla procreazione assistita e sulla produzione degli embrioni, ottiene l’annullamento della consultazione per mancanza di quorum: un successo evidente. E due anni dopo il trionfo è del Family Day a piazza San Giovanni a Roma, una manifestazione contro i Dico, cioè le unioni di fatto sia fra eterosessuali che fra omosessuali.

Lo straordinario è che si tratta di un corteo di cattolici contro la cattolica Rosi Bindi (che ha firmato la legge insieme con la ex comunista Barbara Pollastrini), ed è un corteo che ottiene il risultato di imbarazzare il centrosinistra, visto che in strada, insieme con Berlusconi, scendono cattolici vicini a Prodi come Savino Pezzotta, Clemente Mastella e Giuseppe Fioroni: la rivendicazione di un cattolicesimo adulto avanzata dal premier viene bruscamente ed efficacemente respinta. E dunque niente procreazione assistita, niente Dico (o Pacs o altro), sì alle agevolazioni fiscali, finanziamenti alle scuole, qualche sterile ma gradito distinguo sull’aborto: il centrodestra non molla l’osso ed è una falange nel caso di Eluana Englaro e nei pasticci successivi che impantanano una legge annunciata in quarantotto ore, e ancora oggi in studiata fase di pre-elaborazione. Quello raccolto da Silvio Berlusconi è un credito inestimabile al punto che, quando racconta una barzelletta contenente una rotonda bestemmia, monsignor Rino Fisichella si immola e sostiene che il nome di Dio si può pronunciare invano: talvolta dipende dal contesto. Ed è proprio il problema del contesto, ora, a vanificare tanti meriti conquistati in battaglia.

La Stampa 27.09.11

"L'idraulico che evade nasconde inefficienza", di Stefano Lepri

Succede a quasi tutti di accettare di pagare all’idraulico 100 euro in nero invece dei 140 che pretenderebbe in cambio di una regolare fattura Iva. Ma quante volte, in casi simili, consideriamo quei soldi risparmiati come una specie di indennizzo per la scarsa qualità del lavoro? La facilità con cui in Italia si evade il fisco di frequente spinge a rivolgersi a prestatori d’opera su piccola scala, semisommersi, dotati di tecnologie arretrate: lavorano peggio di altri, ma costano molto meno.

Questo ed altri piccoli esempi di vita quotidiana possono dirla lunga su che cosa significhi l’evasione fiscale per l’economia italiana nel suo insieme. Non si tratta solo di equità, ma di efficienza. Certo occorre preoccuparsi dell’alto carico fiscale che grava su tutto il Paese (raggiungeremo il record storico proprio governati da chi ci aveva promesso l’opposto); ma non per questo si può considerare una scelta sbagliata, o peggio un inganno, la scelta di reprimere con maggior forza l’evasione fiscale, come ha fatto Luca Ricolfi su queste pagine.

È vero che se con una bacchetta magica potessimo eliminare l’evasione da un giorno all’altro, molte piccole imprese chiuderebbero. Ma non è di questo che si tratta. Anche nella più rosea delle ipotesi, una maggiore fedeltà al fisco sarebbe conseguita in modo graduale. E le aziende che evadono il fisco prosperano alle spalle delle altre, quelle che giorno per giorno si impegnano a produrre meglio con meno. Chi evade rifugge dalle tecnologie avanzate, o da una organizzazione aziendale stabile, su vasta scala, con prezzi chiari, perché attirerebbero l’occhio del fisco.

È vero che l’alto livello di tassazione delle imprese italiane le sfavorisce nella gara mondiale. Per l’appunto le imprese che operano alla luce del sole sui mercati, con dipendenti regolari e bilanci passabilmente veritieri, vengono tartassate per tappare i buchi che nel gettito fiscale si aprono altrove. L’evasione fiscale invece si concentra tra chi opera sul mercato interno, in genere in settori dove la concorrenza internazionale entra poco o nulla. Non è segno di prosperità, nel XXI secolo, una abbondanza di botteghe che vendono merci identiche.

Insomma l’evasione fiscale va contata tra le cause del ristagno di produttività che frena l’economia italiana. Non è esatto dire che il nostro sistema amministrativo-tributario sfavorisce l’impresa. Il guaio vero è che scoraggia la crescita e l’evoluzione delle imprese. Se guardiamo i numeri, di piccoli imprenditori (lavoratori autonomi) ce ne sono fin troppi, una quota doppia rispetto agli altri Paesi avanzati. Ma: 1) i noti impacci burocratici sfavoriscono la creazione di imprese nuove, rispetto a chi già «sa come si fa»; 2) l’evasione permette ai già inseriti di tirare avanti comunque, senza avvertire le pressioni competitive del mercato.

Anche così togliamo futuro ai giovani, scoraggiando la crescita dimensionale e tecnologica delle imprese. L’evasione fiscale diffusa è una potente forza di conservazione, causa di immobilismo politico e di ristagno economico. Certo, viene qualche dubbio ad ascoltare tirate contro l’evasione da politici che prima quasi la giustificavano. Può darsi che tutto finirà in un condono, come è accaduto altre volte.

La Stampa 27.09.11

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“L’inganno dell’evasione fiscale”, di LUCA RICOLFI

Da un po’ di mesi a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta. Ma è un ritorno strano. A differenza di un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dei miliardi (circa 130) sottratti ogni anno al fisco è diventato uno strumento di agitazione politica universale. Lo usa come sempre l’opposizione di sinistra, ma lo usa anche la Chiesa per impartirci lezioni di moralità, lo usano gli indignati di ogni colore politico, lo usa la destra di governo alla disperata ricerca di soldi per tappare le falle dei conti pubblici.

Accade così che, poco per volta, alle preoccupazioni per i sacrifici che la manovra ci impone, si mescoli e si sovrapponga un malessere sordo, una specie di risentimento, che alimenta un clima vagamente maccartista, di moderna caccia alle streghe. Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione diventa una missione morale, e ci capita persino vedere un governo di destra – che ha sempre strizzato l’occhio all’evasione – accarezzare l’idea di fare gettito mediante la delazione.

Meno male, verrebbe da dire. Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga. Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.

E invece, su questa visione dei nostri problemi, vorrei insinuare qualche dubbio. Se quello che vogliamo è solo sentirci migliori del nostro vicino, la caccia alle streghe va benissimo. Ma se per caso il nostro sogno fosse anche di rimettere in carreggiata l’Italia, quella medesima caccia andrebbe reimpostata radicalmente. Perché l’evasione è un fenomeno che va innanzitutto spiegato e compreso, prima di combatterlo a testa bassa. Altrimenti la testa rischiamo di rompercela noi, anziché romperla (metaforicamente) agli evasori.

In Italia l’evasione fiscale ha due facce. La prima è quella che fa imbestialire i lavoratori dipendenti in regola: c’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse, e non lo fa semplicemente perché vuole guadagnare di più. Questo tipo di evasione, da mancanza di spirito civico, si combatte con due strumenti: più controlli e aliquote ragionevoli. Se la si combatte solo con più controlli, il risultato è prevalentemente un aumento dei prezzi, come sa chiunque abbia a che fare con idraulici e ristoratori. Detto per inciso, è il ragionamento che – implicitamente fanno milioni di cittadini di fronte alla domanda: preferisci pagare 100 senza fattura o 140 con fattura?

C’è poi un secondo tipo di evasione fiscale, di sopravvivenza o di autodifesa. È l’evasione di quanti, se facessero interamente il loro dovere fiscale, andrebbero in perdita o dovrebbero lavorare a condizioni così poco remunerative da rendere preferibile chiudere l’attività. In questo caso quel che serve è innanzitutto una drastica riduzione delle aliquote che gravano sui produttori, altrimenti il risultato della lotta all’evasione è semplicemente la distruzione sistematica di posti di lavoro, un’eventualità che peraltro si sta già verificando: le regioni in cui Equitalia ha ottenuto i maggiori successi, sono le stesse in cui ci sono stati più fallimenti (vedi il dramma recente della Sardegna).

Immagino l’obiezione a questo ragionamento: «It’s the market, stupid!». Detto altrimenti: è un bene che nei periodi di crisi ci siano fallimenti, perché questo significa che il mercato riesce a far uscire le imprese meno efficienti, e a sostituirle con altre più dinamiche e competitive. Ma questa obiezione, che si basa sul concetto schumpeteriano di «distruzione creativa», vale solo se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli. Oggi in Italia ci sono aziende in crisi che starebbero tranquillamente sul mercato se il nostro Ttr (Totale Tax Rate) fosse quello dei Paesi scandinavi, e simmetricamente ci sono floride aziende scandinave che uscirebbero dal mercato se le aliquote fossero quelle dell’Italia. Il mercato è un buon giudice dell’efficienza solo se le condizioni in cui le imprese operano sono comparabili. E in Italia le condizioni in cui le imprese sono costrette ad operare sono così sfavorevoli per tasse, adempimenti e infrastrutture, che la domanda vera non è «perché le imprese italiane arrancano?», bensì «perché ne sopravvivono ancora così tante?».

Ecco perché l’idea di risolvere i nostri problemi intensificando la lotta all’evasione fiscale andrebbe maneggiata con cura. Quello di far pagare gli evasori non è solo il sogno degli onesti, ma è l’ultima zattera con cui un ceto politico che non sa più che pesci pigliare cerca di salvare sé stesso e sfuggire alle proprie responsabilità. Incapaci di varare le riforme promesse, inadatti a prendere qualsiasi vera decisione, irresoluti a tutto, i nostri politici, di governo e di opposizione, hanno trovato nell’evasore fiscale il capro espiatorio con il quale distrarre l’opinione pubblica.

Ma è un grande inganno. Se la lotta all’evasione viene condotta unicamente per aumentare le entrate è inevitabile che essa produca effetti recessivi: disoccupazione (specie al Sud), aumenti di prezzo, contrazione dei consumi. Non solo, ma nulla assicura che l’obiettivo di far cassa venga raggiunto: quando la pressione fiscale sui produttori è già altissima (e quella italiana lo è: nessun Paese avanzato ha un Ttr più elevato), non è detto che il gettito che si recupera grazie a nuovi balzelli e più controlli superi il gettito che si perde a causa dei fallimenti e dei passaggi all’economia sommersa. Tanto più in un periodo come questo, in cui è già in corso una drammatica riduzione della base produttiva.

Se però ogni euro recuperato dall’evasione fosse destinato – per legge – a rendere meno difficile la vita a lavoratori e imprese, allora otterremmo almeno due risultati, uno economico e uno morale. Il risultato economico è che, poco per volta, i produttori di ricchezza che le tasse le pagano potrebbero finalmente rialzare la testa, consentendo all’Italia di tornare a crescere. Il secondo è che, con aliquote via via più ragionevoli, l’evasione fiscale non solo diverrebbe meno conveniente, ma perderebbe ogni giustificazione morale. Il «mostro» dell’evasione fiscale non ha un solo genitore, ma ne ha due. Ed è solo quando la mancanza di cultura civica (la madre) si sposa ad un fisco oppressivo (il padre) che il ragazzaccio diventa un mostro.

La Stampa 26.09.11

"Carceri, le dieci proposte del Pd", di Sandro Favi

Pure apprezzando le parole di verità che il ministro Nitto Palma ha pronunciato al senato sulla disastrosa situazione di sovraffollamento delle carceri, sulla desolata situazione della sanità penitenziaria e in particolare delle incivili condizioni degli ospedali psichiatrici giudiziari, registriamo che la sua analisi dei problemi strutturali che hanno prodotto questa realtà non trova quel sostegno politico in seno al governo e alla sua maggioranza che gli avrebbe consentito di proporre responsabilmente gli interventi urgenti ritenuti necessari.
Il ministro Nitto Palma ha esordito con un auspicio al confronto che si può spiegare così: ammettere che esiste un problema di eccesso di custodia cautelare e che nelle carceri c’è una percentuale alta di stranieri eppure negando che a questo abbiano potuto concorrere i diversi pacchetti sicurezza, le norme criminogene sull’immigrazione, la legislazione inutilmente repressiva sulle tossicodipendenze o le restrizioni all’accesso alle misure alternative per i pluricondannati.
Un ministro della giustizia deve essere in grado di formulare e formalizzare le soluzioni del proprio governo e della propria maggioranza alle drammatiche condizioni delle carceri e, come auspichiamo, confrontarle apertamente con quelle delle opposizioni.
I dati sulle presenze forniti dal ministro dicono che siamo a circa 2000 detenuti sotto la soglia di tollerabilità? Ma di cosa stiamo parlando? Dobbiamo stare sereni sapendo che la vita quotidiana di persone che sono sotto la tutela dello stato si svolge in pochi metri quadrati?
Non è la prima volta che il parlamento affronta il tema del carcere e le precedenti discussioni si sono tutte chiuse con impegni solenni da parte dell’allora ministro Alfano perché venissero poste in essere procedure e interventi che non sono però mai arrivati. Si dice che il carcere è la parte terminale del mal funzionamento della giustizia.
Vero, ma allora perché invece di parlare per mesi di processo breve, processo lungo, riforma epocale il governo e la maggioranza non hanno mai accettato le nostre richieste di discutere, per esempio, di quegli aspetti del processo penale che si presentano come non funzionali e farraginosi?
Senza modifiche costituzionali e in tempi brevi si potrebbero fare riforme a costo zero come semplificare il regime delle notifiche e il sistema delle nullità processuali e della rilevabilità delle questioni di competenza; modificare il regime della contumacia; stabilire tempi certi per la chiusura delle indagini preliminari; rivedere il sistema delle impugnazioni e la riduzione del carico di lavoro che grava sugli uffici inquirenti mediante la diminuzione del cosiddetto “flusso in entrata”.
Il ministro Nitto Palma dia discontinuità a una politica penitenziaria fallimentare e a progetti velleitari che si sono mostrati distanti dai problemi concreti.
Il piano carceri continua a mascherare gli effetti deteriori sul sistema penitenziario delle politiche degli scorsi anni in materia di sicurezza, giustizia, tossicodipendenze ed immigrazione e dopo tre anni di annunci è ancora lontano dal produrre alcun effetto sulle condizioni reali delle nostre carceri e delle persone che vi sono ristrette o che ci lavorano.
Il Pd ha messo in campo le sue ipotesi in 10 punti, rese note anche al ministro: 1. La revisione dei meccanismi della custodia cautelare che determinano l’elevata presenza di detenuti per periodi brevi; 2. Un’efficace depenalizzazione dei reati minori e la contestuale revisione del codice penale; 3. L’abrogazione delle norme della legge ex-Cirielli che comportano aggravi di pena e la restrizione all’accesso alle misure alternative per i detenuti recidivi; 4. Il rilancio delle pene alternative, specialmente di quelle supportate da progetti professionalmente strutturati come nella proposta del Pd di previsione di patti per il reinserimento e la sicurezza sociale per chi ha una pena residua inferiore ai tre anni; 5. La modifica della legge Fini-Giovanardi in materia di stupefacenti e l’aumento delle risorse per l’affidamento ai Sert ed alle comunità terapeutiche dei tossicodipendenti autori di reato, per i quali il carcere è la condizione peggiore in prospettiva di una riabilitazione e del recupero sociale; 6. L’assunzione di 1.000 operatori professionali (educatori, assistenti sociali e psicologi) e l’adeguamento degli organici della Polizia penitenziaria; 7. L’estensione dell’istituto della messa alla prova, già previsto per i minori, agli adulti, soprattutto ai giovani alle prime manifestazioni di devianza; 8. La predisposizione delle condizioni per l’accesso a misure alternative per gli immigrati condannati, da eseguirsi anche nei paesi di provenienza, come previsto dalle sentenze della Cassazione; 9. Il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari le cui condizioni offendono la coscienza civile del paese, attraverso programmi di dimissioni assistite e progetti autenticamente terapeutici per le malattie psichiatriche; 10. La revisione delle altre misure di sicurezza divenute pressocché indistinguibili dalla pena carceraria.
Il senato oggi continuerà a discutere e votare le diverse risoluzioni presentate. Ma se Nitto Palma è solo un uomo chiamato a certificare il disastro, senza poter indicare soluzioni e percorsi di ripristino della legalità costituzionale nel nostro sistema penitenziario, chiami alla responsabilità solidale il proprio presidente del consiglio e gli altri ministri (da quello dell’interno a quello della salute, da Tremonti a Fitto) oppure lasci che il parlamento assuma liberamente, in sessione straordinaria, gli interventi che la dignità del paese esige.

da Europa Quotidiano 27.09.11

"Presidi, un concorso da ridere", di Flavia Amabile

Galeotto fu Lucillo, e ancora una volta il ministero dell’Istruzione si trova in difficoltà. Non è colpa sua, a dirla tutta, ma il concorso per 2386 dirigenti scolastici sta suscitando ilarità negli osservatori e molta preoccupazione nei 42 mila partecipanti da quando il primo settembre è stata messa in rete la batteria di test all’interno della quale saranno scelte quelle della prova. Perché, se la domanda 72 della Quarta Area parla di Lettere a Lucillo di Seneca, e invece si tratta di Lucilio, qualche dubbio bisognerà pur porselo. Soprattutto se per formulare i quiz è stata spesa una cifra di circa 40 mila euro, come sembra.

A occuparsene sono state un centinaio di persone convocate nel maggio scorso dal ministero. «Sono persone di varie provenienze, tra cui figurano anche diverse associazioni professionali», racconta l’Adi, associazione docenti italiani, che sta seguendo la vicenda con grande attenzione. La parte successiva è stata gestita dal Formez, agenzia della Presidenza del Consiglio.

Alla fine saranno 3-400 i quiz che saranno eliminati. Secondo il Ministero si tratta di una percentuale fisiologica: «Su 5.000 quesiti è inevitabile che ci sia una qualche percentuale di errore, e comunque la pubblicazione serve ad eliminarli», spiega Giovanni Biondi Capo Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali. In realtà il ministero pensava che sarebbero stati molti di meno, non di essere costretto a cancellare quasi il 7% delle domande.

Sono 5750 infatti i quiz. Saranno contenuti in un librone che sarà consegnato il 12 ottobre ai partecipanti, circa 84 mila euro per stampare le 42 mila copie necessarie, dunque nessuno pensa di impiegare altri soldi per stamparne altrettante. Né ci sarebbe il tempo per farlo. E quindi? «Molto semplicemente i quiz errati non entreranno nella scelta finale. La mattina della prova – spiega Biondi – saranno estratte le 100 domande valide per il concorso da una rosa di poco più di 5 mila invece che di 5750». Smentendo quindi la tesi sostenuta da Luciano Chiappetta, direttore generale del Personale Scolastico del ministero che invece aveva promesso all’Adi una pubblicazione di tutti gli errori entro oggi.

Insomma molta confusione e nessun cambiamento per i partecipanti. Tranne il disturbo di essere impazziti per districarsi fra errori madornali, domande senza senso, altre ripetute fino a quattro volte, altre ancora dalle risposte talmente ampie da rendere impossibile darne una sola esatta.

E’ la bellezza dei concorsi italiani. La lettura dei quiz e delle risposte è davvero imprevedibile. A volte suscita tristezza, altre ilarità o sorpresa. Come nella domanda 72 della Quinta Area. «Secondo le ricerche empiriche disponibili, che rapporto esiste in Italia tra livello di istruzione raggiunto e possibilità di mobilità sociale?» Se si hanno presente le mille indagini degli ultimi anni in cui si lancia un allarme sul fatto che alla fine i figli sempre più spesso entrano nel mondo del lavoro in posizioni simili a quelle dei padri, difficilmente si potrà centrare la risposta esatta. «L’istruzione costituisce un effettivo canale di mobilità sociale. Essa gioca un ruolo significativo nel modellare i destini lavorativi e sociali dei singoli». Dove? Nell’Italia del 2011?

La Stampa 27.09.11

"La nostra vera sfida", di Alfredo Reichlin

Non possiamo essere spettatori passivi di questo fosco tramonto del governo Berlusconi. Giorno dopo giorno si stanno bruciando i raccolti e avvelenando i pozzi di questa povera Italia. Ma non è vero che non c’è niente da fare. Mi chiedo: è davvero chiaro ciò che sta accadendo? A me non pare.
Mi colpisce la pochezza delle idee e la mancanza di nuovi orizzonti. La devono smettere di parlare di economia come si parla di un evento naturale. L’economia è un rapporto tra uomini, non tra cose.
Si sono rotti gli equilibri e le strutture del mondo nelle quali vivevamo da secoli. Il tema è questo, non è solo economico. È la ricchezza dell’Europa che si sta spostando altrove. È la sovranità degli Stati e del cittadino, sono i diritti del lavoro umano, è quella cosa grandissima che l’Europa inventò secoli fa e che si chiama democrazia: è tutto questo che viene rimesso in discussione. È molto chiaro ed è molto semplice. Basta guardare la distruzione in atto del popolo greco per evitare troppe perdite alle banche tedesche e francesi. E ciò mentre i capi di Stato europei si interrogano, impotenti, ogni mattina su cosa farà la Borsa. Mai era stata così vera la vecchia battuta secondo cui i mercati finanziari governano e prendono le grandi decisioni, i tecnici e i corpi separati (magistratura compresa) amministrano e i politici vanno in televisione per rispondere alle domande dei giornalisti.
La verità è che il declino dell’egemonia americana e il modo in cui l’oligarchia finanziaria ha condizionato e continua a condizionare il processo della mondializzazione hanno scatenato una guerra monetaria che sta aggravando tutti gli squilibri geopolitici e lacerando antichi tessuti sociali. E, come tutte le guerre, anche questa sta provocando morti e feriti: la Grecia oggi, domani forse noi.
Se le cose stanno così, cacciare Berlusconi è davvero vitale ma mi chiedo se stiamo misurando tutto lo scarto tra la realtà e il dibattito italiano. Bersani ha cercato di dirlo nel suo discorso di Pesaro e ha chiesto al suo partito uno scatto, un salto per ridefinirsi come una forza che è nuova in quanto, a fronte di una crisi che mette in gioco la nazione, si pone come il partito della patria, la forza che si fa garante dell’unità nazionale, e non a parole ma in quanto da voce alle forze profonde e vitali, all’intelligenza umiliata, al lavoro sfruttato e reso precario, all’impresa produttiva. Soprattutto alle nuove generazioni. Si è fatto il silenzio. Anzi, in polemica con Bersani si è scoperto che Renzi è niente meno che più giovane (caspita!) ma soprattutto che il “grande dilemma” della sinistra italiana è: Vendola o Casini. Insomma, il vecchio caro, indimenticabile dibattito se il centro-sinistra debba avere o no il trattino. Che palle.
Intendiamoci bene. Anch’io vedo (per le cose stesse che sto dicendo) tutto il vecchiume di una certa sinistra italiana. Il problema italiano ed europeo di oggi non sta più nelle vecchie “narrazioni”. Ma per le stesse ragioni non credo che esista il “centro” come lo spazio politico autonomo dove una grande forza si colloca per mediare. Mediare tra quali cose? Il punto è questo. Ovviamente, so anch’io che la politica è anche mediazione e anch’io penso che le risposte da dare oggi possano essere anche moderate, tali cioè da raccogliere il più vasto campo di forze. Ma il fatto è che i problemi da affrontare, quelli sì, sono molto radicali. Riguardano il modo di essere della società italiana, i suoi compromessi sociali, l’interrogativo se e fino a che punto resteremo padroni del nostro Stato rispetto a non si sa quale nuovo super-potere mondiale oggi ancora senza nome. Siamo, quindi, molto lontani dai comizi di Di Pietro ma anche da ogni illusione secondo cui i problemi che ci sfidano possano ridursi al dilemma: Casini o Vendola? Il nostro problema è certamente quello di spingere il Pd a stare in Europa per occupare il centro. Parlo del centro dello scontro tra le forze reali che oggi rappresentano il progresso oppure la reazione. Ma sia le une che le altre forze non corrispondono più alle vecchie nomenclature. Chi è a destra e chi è a sinistra? E chi è Berlusconi? È un regime autoritario, caduto il quale arrivano i partigiani e c’è la democrazia? Oppure è il simbolo di una cosa più profonda: la sconfitta, non solo della sinistra, ma della democrazia e non solo in Italia? E a cui corrisponde la vittoria di chi sottomette tutto al potere dei soldi e trasforma la società in società di mercato?
Dopo Berlusconi non ci sarà un vuoto da riempire con i buoni sentimenti: continuerà ad esserci il volto sfigurato dell’Italia con cui fare i conti. E mi chiedo se non stia già cominciando a prendere forma un nuovo blocco politico e culturale di destra la cui forza sta proprio nell’accettare il declino dell’Italia, nel farsi ricco in una società che diventa sempre più “castale” ed egoista, che non ha bisogno dello Stato ed è indifferente al mondo.
Di che combinazioni politiche per il “dopo Berlusconi” stiamo parlando se non diamo battaglia su questo terreno “reale”? Che poi (dopotutto non sono pessimista) è lo stesso terreno dove vivono e crescono anche gli antagonisti, cioè i movimenti sociali, le domande di valori, il bisogno di futuro. La politica è morta se non riparte dal futuro. È per questo che bisogna pensare con serietà e calma a un cambio di generazione.

L’Unità 27.09.11

"De profundis per la Lega", di Federico Orlando

Domani la Lega «si turerà il naso e voterà no», come hanno annunciato Bossi e confermato Maroni. “No” al voto di sfiducia personale contro il ministro Romano, accusato dalla magistratura inquirente di essere colluso con la mafia. Sarà l’ultima pugnalata della Lega all’Italia. Dice che lo fa in nome del “garantismo”. Ignora che garantismo è rispetto della legge, come ignora che fedeltà alla repubblica una e indivisibile, per la quale i suoi ministri Bossi, Maroni e Calderoli hanno giurato al Quirinale, è rispetto della Costituzione.
Perciò due anni fa un foltissimo gruppo di politici, imprenditori, intellettuali (primi gli ex ministri Bianchi e De Castro, l’imprenditore Sciarelli, lo storico Villari, la giurista De Nigris, i parlamentari Boccia, Soriero, Fortugno, Lumia, Vita, Mosella, Nicolini, Pittella, Ranieri, Zito, per citare a memoria) rivolsero dalle pagine di Europa, Repubblica, Corriere della Sera, Messaggero e Mattino un appello ai presidenti delle camere perché inducessero i gruppi parlamentari “per l’indipendenza della Padania” a chiarire la loro posizione di fronte al popolo italiano, alla legge e alla repubblica.
L’appello ricordava: «Il presidente della repubblica, parlando agli studenti all’inizio dell’anno scolastico, ha chiesto loro di dare testimonianza del valore della parola “patria”».
La stessa cosa ha fatto la settimana scorsa, nel cortile d’onore del Quirinale, davanti alla ministra Gelmini, prima che s’involasse dietro il neutrino nel tunnel Gran Sasso-Ginevra. Alla stessa velocità, la Lega – anzi i capi della Lega, perché altra cosa è il popolo leghista coi suoi problemi, le illusioni, le speranze – continueranno a involarsi dal comune senso della moralità repubblicana, veloci più della luce: hanno appena salvato l’amico dell’amico Tremonti, e ora salveranno l’amico degli amici Romano.
Più la questione morale, la crisi produttiva e finanziaria scuotono il paese, più i boss della Lega diventano amici delle coppole storte. Come ha detto Enrico Letta «alla fine hanno preferito la sopravvivenza».
Ma sopravvivranno? Questo giornale ha descritto nel profondo l’amarezza del popolo leghista, cioè la crisi di fiducia della base non tanto nel federalismo quanto nella politica dei suoi satrapi, imprigionati nel cerchio magico e legati al padrone della destra. Satrapi carismatici, legati al supersatrapo della coalizione.
Ha detto Buttiglione, parlando della crisi dei cattolici e della chiesa, che «il carisma rifarà grande la fede». Qui invece i carismi portano a fondo credenze, potere, interessi e progetti. Oggi il capo carismatico schiera la Lega con un inquisito per mafia, cosa del tutto connaturale al maggior alleato, ma sorprendente in un movimento le cui prima rivolta fu proprio contro le immigrazioni portatrici di mafie e di usanze tribali, in un mondo subalpino di tribù che vivevano in cultura e modi di vita che molti di noi meridionali hanno invidiato; e hanno abbandonato solo il giorno che quelle popolazioni hanno reagito all’invasione sudista non con l’isolamento dei protervi e l’accoglimento degli onesti, ma con un’unica condanna razzista, con una professorale mitologia della secessione o “Repubblica federale indipendente e sovrana della Padania internazionalmente riconosciuta”.
Cosa può venire alla Lega in cambio del salvataggio della cricca? Allungare l’agonia del governo Berlusconi-Bossi, sperare nelle “armi segrete”, come i dittatori negli ultimi mesi della guerra. E intanto le loro armate si sgretolano una dopo l’altra: gli industriali (in stragrande maggioranza padani) si ribellano al non fare del governo e lanciano aut aut; i vescovi prendono cautelose distanze dal ruolo di supplenza politica che svolgono da quando si è dissolto il partito “dei cattolici”; i giornali della borghesia, dal Corriere al Sole-24 Ore, dicono «basta» a questa commedia italiana e intimano al Pdl di liberarsi di Berlusconi o di soccombere con lui; crollano gli ascolti di Raiuno e Tg1; quattro elettori italiani su cinque si dichiarano contrari alla prosecuzione di questo governo (Mannheimer), percentuale che coinvolge il 60 per cento degli elettori leghisti; fra chi chiede nuove elezioni è forte la rappresentanza dei più giovani, «specie studenti, animati forse da un maggior desiderio di rinnovamento radicale».
Non vedono i boss della Lega che stanno tagliando il cordone ombelicale tra il loro popolo e il cuore vitale del paese: la scuola, l’impresa, il lavoro, il volontariato, la cultura? S’accontentano di pescare nel solito ciabattume che accompagna fino al dies irae anche i regimi più sconsacrati dalla storia, come proprio a Milano si vide nell’ultimo discorso di Mussolini? Piace a Maroni sentirsi rinfacciare che, quando Saviano disse nella trasmissione di Fazio che «la mafia al Nord interloquisce con la Lega», se ne adontò e chiese di replicare? Sono passati appena dieci mesi, e nel frattempo gli elettori padani hanno visto i loro deputati e senatori chiamati a decidere su Cosentino, Caliendo, Milanese, Papa (ma possibile che Berlusconi li attiri come mosche?) e domani Romano: quello sul quale Napolitano espresse «riserve sull’opportunità politico-istituzionale della nomina», ma di cui Berlusconi aveva bisogno perché controllava quattro voti.
E tutto nella speranza, non di Maroni ma dei suoi nemici interni della Lega, che si riesca a spacchettare il ministero dell’economia e darne un pezzo al leghista Reguzzoni. «E adesso che te ne fai?», chiedeva Togliatti a Pajetta, trionfante per aver preso la prefettura di Milano.
E adesso che te ne fai, potrebbe dire l’umile elettore leghista, in attesa da quattro anni che questo governo faccia qualcosa per lui, magari una di quelle elencate con nome e cognome nel manifesto della Marcegaglia. In ogni caso, da questo Sodoma e Gomorra finale trarranno qualche buon auspicio almeno i firmatari del manifesto antisecessionista, che abbiamo ricordato all’inizio: nel suo de profundis, la Lega trascina anche la Padania. Grazie, Bossi.

da Europa Quotidiano 27.09.11