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"Quest'Italia che mi dà la malinconia", di Antonio Puri Purini

Non avrei mai immaginato che un giorno l’italianità avrebbe suscitato in me profonda malinconia. La strada che porta a ricusare i lineamenti del proprio Paese è lunga e dolorosa. Questa percezione è esplosa contro la mia volontà e contro le mie speranze. Non ha a che vedere con scelte politiche di destra o di sinistra. Ho servito il mio Paese per 44 anni. Sono stati anni bellissimi fino all’inizio del millennio. Diventai un diplomatico all’età di 23 anni dopo aver vinto un concorso pubblico. Il servizio allo Stato e la difesa degli interessi generali mi sembravano la realizzazione professionale più appagante che si potesse sognare. Ho amato per una vita il mio Paese: credevo nei patrioti del Risorgimento, della Resistenza, nel patrimonio politico lasciato da De Gasperi, Moro, Fanfani, nell’apertura, nella vitalità, nel cosmopolitismo della cultura italiana. Forse ero un ingenuo ma, avendo vissuto molto all’estero, coltivavo una visione positiva dell’Italia anche negli anni scanditi dal terrorismo, dalla criminalità mafiosa, dalla corruzione. D’altra parte non ero certo solo. L’Italia era circondata da affetto, simpatia, curiosità. Aveva una tabella di marcia. La debolezza dei governi non impediva che fossero prese decisioni coraggiose, non soffocava la crescita civile e la ricerca del rispetto presso la comunità internazionale. Non eravamo sempre affidabili però lo sforzo di ben figurare nel mondo era attendibile e riconosciuto. La dirigenza politica contava su personaggi provvisti di senso autentico degli interessi nazionali e rispettosi delle istituzioni. La cultura non era imprigionata dal mercato e dalla politica.

Per deformazione professionale, ho sempre fatto confronti fra noi e l’Europa. Mi accorgevo quando il Paese avanzava o quando regrediva. Negli ultimi anni è avvenuto qualcosa senza precedenti. Non esiste una rotta mentre la stella polare è diventata invisibile. Un prestigio faticosamente conquistato in Europa, nel Mediterraneo (non dice nulla la fotografia dei trionfanti Sarkozy e Cameron in Libia?), nelle Americhe è svanito nell’indifferenza e nell’apatia. L’indecente spettacolo offerto dalla classe politica, la gestione incompetente della politica estera, la scure finanziaria abbattutasi sulla cultura, la protervia imperante scivolano sulla pelle come acqua sul vetro. Vi sono buoni motivi per cadere nella morsa della malinconia.

Quando ritorno da un viaggio, tocco con mano la pesante cappa, senza allegria e bonomia, che incombe sulla nostra penisola. Gli stranieri che veneravano l’italianità come espressione di civiltà, umanità, sapienza, equilibrio hanno preso le distanze. Hanno provato imbarazzo per il padiglione italiano alla biennale di Venezia. La diversità per cui l’Italia era amata si è trasformata in una diversità per cui l’Italia viene identificata con un folklore mediterraneo di cattivo gusto. Adagiati nell’anarchico disordine della nostra vita, non ci rendiamo conto che la nostra identità ha cambiato fisionomia: contrassegnata non più da un ideale di qualità ma dall’accettazione della sciatteria. Il sindaco di Roma Alemanno, e altri come lui, vivono fuori dalla realtà e ignorano la repulsione di molti turisti verso città sporche e sgangherate, soffocate dai cartelloni pubblicitari abusivi e dalla maleducazione. Accettiamo fatti inimmaginabili altrove: le scorte che proteggono i politici nello stile di satrapie orientali, l’incuria per il patrimonio culturale, il provincialismo televisivo, la mancanza di progetti che non siano le colate di cemento con cui devastare il territorio, la dissacrazione dell’unità nazionale, il flusso di bugie, la rinuncia ai valori, lo stesso cinismo della Chiesa cattolica, l’autoreferenzialità, la leggerezza di alcuni gruppi industriali pubblici (ricordo lo stile della Siemens rispetto a quello della Finmeccanica nell’affrontare la corruzione interna), l’onnipresenza di personaggi insuperabili promotori dei propri interessi privati e spietati nemici degli interessi generali.

Quando ci si sente chiedere dove va l’Italia, la prima tentazione è di reagire. Esiste dopotutto anche un’Italia che crea e lavora in silenzio. Ma come ignorare che volgarità, spregiudicatezza, spavalderia hanno preso il sopravvento? Nel rifiuto di riconoscermi in un Paese diventato drammaticamente eccentrico rispetto alla normalità europea, sono sprofondato nel dispiacere e nella malinconia. In passato, il mondo identificava l’Italia come pilastro fondante dell’Europa. E adesso? Come collocarsi in un mondo dove tutti si rimboccano le maniche? Continuiamo nell’immobilismo e nell’inerzia? Qual è il nostro talento aggiuntivo? Con quali valori, con quali pensieri s’identifica oggi l’italianità: con la scurrilità della Lega? Non mi rassegno che l’Italia scompaia dal radar della considerazione internazionale e venga rubricata come uno spazio amorfo senza identità. Non accetto che una conversazione con amici stranieri cominci con le osservazioni «com’è possibile che il simbolo della civiltà europea cada così in basso… cosa significa toccare il fondo per voi…». Come si può lottare? È inevitabile che la malinconia (senza compiacimento) s’installi nel cuore di molti.

Il Corriere della Sera 27.09.11

"Piccole Adro crescono. Il Sole delle Alpi continua a diffondersi nei comuni della Lega", da ilfattoquotidiano.it

Nonostante le polemiche succitate dal caso del paese lombardo, il simbolo padano è stato proposto in tutte le salse ovunque il Carroccio abbia messo piede: sulle rotonde, nelle piazze, negli edifici comunali e persino in formato digitale sui siti internet istituzionali In principio c’era Alberto da Giussano, con il suo spadone e la forma slanciata. Sul finire degli anni novanta è sorto il Sole delle Alpi. Un simbolo riconoscibile, riproducibile e semplice: il marchio perfetto. Talmente perfetto che la Lega Nord lo ha registrato, iniziando fin dai primi tempi a propinarlo anche al di fuori delle schede elettorali, e cercando di farlo passare per un simbolo mutuato dalla tradizione e dalla storia locale. La gente del nord, ben prima di Oscar Lancini e del caso limite della scuola di Adro, se lo è trovato riprodotto sulle rotonde, nelle piazze, negli edifici comunali e persino in formato digitale sui siti internet istituzionali.

Il Sole delle Alpi è stato realizzato sotto forma di mosaico o bassorilievo. È stato disegnato, dipinto e ricamato. Qualcuno lo ha imposto anche come ornamento floreale, senza dimenticare gli immancabili e onnipresenti adesivi. Insomma, il sole padano è stato proposto in tutte le salse e, comune più comune meno, ovunque la Lega abbia messo piede è arrivato qualche riflesso di questo strano bagliore verde.

Tanti i casi passati agli onori delle cronache. Negli anni scorsi a Cividate al Piano (Bergamo) sulla pavimentazione della piazza è stato realizzato un mosaico in ciottoli. Nel 2009 seicento cittadini avevano chiesto al sindaco Luciano Vescovi di rimuovere la decorazione politica, presentando un esposto in Procura. Oggi su questo caso pende un’indagine della magistratura tesa a stabilire se vi sia stato sperpero di danaro pubblico.

A Drezzo (Como) il Sole delle Alpi è comparso in due punti della piazza principale (intitolata a Gianfranco Miglio): sulla recinzione in ferro di un monumento ai caduti (con grande sdegno dell’associazione combattenti e reduci) e sulla recinzione dei giardinetti accanto al municipio.

La storia del sole di Carrù, in provincia di Cuneo, è più complessa. Posizionato per la prima volta nel 2002 ai piedi del monumento al bue, era stato rimosso nel 2009, salvo poi essere riposizionato dopo varie polemiche alla fine del 2010. Anche su questo simbolo era stata chiamata ad esprimersi la magistratura, che aveva stabilito che il sole poteva rimanere sul suolo pubblico in quanto “storicamente già utilizzato da egizi e celti”.

Ad Acqui Terme (Alessandria), tra le prime città piemontesi a poter vantare un sindaco leghista, il sole è stato impresso sulla pavimentazione della piazza-anfiteatro della città sul finire degli anni novanta. Sulla targa del teatro intitolato a Giuseppe Verdi, oltre al nome del compositore, a quello della città e alla data dell’inaugurazione (12 agosto 1998), compare anche la scritta “Padania”.

A Vimodrone (Milano) un gigantesco sole era stato voluto nel 2000 dall’allora sindaco leghista Domenico Galluzzo per ornare la nuova biblioteca. Dal 2002, quando l’amministrazione ha cambiato colore, è finito sotto ad un enorme zerbino. A Calcinato, in provincia di Brescia c’è “via Sole delle Alpi”, che non è un’esortazione, ma un toponimo, voluto dal sindaco Marika Legati, che l’ha spiegato così: “La scelta è stata quella di dedicare questa via a un movimento politico significativo della storia istituzionale del nostro paese. Ci è sembrato importante fare memoria di un passaggio politico importante, oltre che di un simbolo iconografico che fa parte della tradizione”.

A Garlate, in provincia di Lecco, il sindaco leghista Maria Tammi nel 2008 aveva fatto inserire il Sole delle Alpi nel disegno della nuova pavimentazione in acciottolato del cortile del municipio. A Mandello, sempre in provincia di Lecco, il sole di pietra accoglie tutti i cittadini che entrano in Comune, dove sono stati apposti dall’ex sindaco Giorgio Siani.

Gli esempi si sprecano anche in provincia di Varese, terra della Lega per eccezione. Il caso più famoso è quello della rotonda di Buguggiate dove, oltre al simbolo leghista, campeggiano da qualche anno una serie sagome che raffigurano i leader del Carroccio intenti a pedalare. Un omaggio (considerato da molti di pessimo gusto) alla Lega e ai mondiali di ciclismo che si sono svolti a Varese nel 2008. Ma non mancano altri esempi lampanti: a Castronno il Sole delle Alpi è stato marchiato nel cemento del sottopasso ferroviario ristrutturato nel 2010 dalla giunta guidata dal leghista Luciano Grandi. A Lonate Ceppino il simbolo verde campeggia su una vetrata, donata al comune nei primi anni del decennio scorso e installata proprio accanto alla sala consiliare. Nella vicina Tradate i piccoli raggi fanno capolino dalle decorazioni di una rotatoria, all’ingresso della città. Anche in questo caso le impronte leghiste vanno oltre il marchio lasciato sulla rotonda. Diverse le vie della città che portano nomi inequivocabilmente legati al partito, da via Padania a via Lega Lombarda, per arrivare, anche qui, a via Gianfranco Milglio. Imperdibile poi la poltrona verde con il simbolo ricamato sullo schienale che campeggia nell’ufficio del sindaco Stefano Candiani accanto alle riproduzioni in scala della statua di Alberto da Giussano.

A San Martino di Lupari (Padova) il sindaco Gerry Boratto quando è stato eletto nel 2009, non ci ha pensato due volte a mettere mano al sito internet istituzionale, inserendo l’effige leghista assieme al leone di San Marco come ornamento grafico di alcune pagine virtuali. Una carrellata che potrebbe continuare ancora a lungo, prendendo in considerazione casi più o meno eclatanti. Tra soli verdi e altre trovate leghiste.

www.ilfattoquotidiano.it

"La carta sbiadita del federalismo", di Michele Ainis

E il federalismo? Che fine ha fatto la promessa che ha illuminato l’alba di questa legislatura? Risposta: giace sepolta sotto un cumulo di detriti normativi. Di proroghe, deroghe, cavilli. Di commi che si contraddicono a vicenda. Di decreti che annunciano il decentramento fiscale, mentre le manovre economiche centralizzano la politica fiscale, togliendo ossigeno alle Regioni non meno che ai Comuni.

Sicché il federalismo, che avrebbe dovuto rafforzare la coesione nazionale (federare significa unire), ha invece creato nuove spaccature: degli enti locali contro lo Stato, delle Regioni ordinarie contro quelle a statuto speciale, del Nord contro il Sud. Mentre il federalismo fiscale, che avrebbe dovuto alleggerire il carico di tasse che ci portiamo sul groppone (se il sindaco ci va giù troppo pesante, la volta dopo non verrà rieletto), nel frattempo ha generato l’esito contrario. Secondo uno studio della Cgia di Mestre, dal 1995 al 2010 (gli anni della Lega di governo) le tasse nazionali sono aumentate del 6,8%, quelle locali del 138%.

Eppure l’idea federalista è dirompente, anche se è poi finita sotto un cono d’ombra rispetto alla crisi economica o alle vicende giudiziarie del presidente Berlusconi. Un’idea capace di rigenerare il nostro tessuto connettivo, e infatti in molti casi i provvedimenti del governo hanno ottenuto l’assenso delle opposizioni. Ma il suo nemico è in primo luogo un nostro antico vizio: troppo diritto. La legge delega n. 42 del 2009 ha fin qui allevato 8 decreti delegati. A loro volta, questi decreti s’affidano a ulteriori atti normativi: ne serviranno una ventina soltanto per il fisco dei Comuni, 67 per mettere a regime i primi 5 decreti varati dal governo. Ma non è finita, perché c’è sempre l’eventualità di altri decreti integrativi e correttivi. E soprattutto perché a giugno il termine biennale della delega è stato prorogato: di 6 mesi o anche di un anno, a seconda dei casi.

E i contenuti? Talvolta in odore d’incostituzionalità, come la rimozione dei governatori che non rispettino i piani di rientro dal deficit sanitario. Talvolta assemblati in fretta e furia con uno strappo procedurale (da qui l’unico decreto legislativo respinto da Napolitano durante il suo settennato). Talvolta lacunosi (manca per esempio un riferimento chiaro ai livelli essenziali delle prestazioni, manca più in generale un coordinamento fra i decreti). Talvolta incongruenti (ai Comuni va tutto il «fisco del mattone», ma non il gettito dell’Iva sulle nuove costruzioni). E in ogni caso sempre sperimentali, sempre rinviati alle calende greche (il nuovo tributo locale, l’Imu, decollerà nel 2014, ammesso che il prossimo governo lo mantenga in vigore).

Non è una novità: le norme italiane o sono retroattive o veleggiano in un futuro imperscrutabile. Abitano in un altrove, come i politici che vi danno fiato. Ma qui e adesso, la politica ha segato le risorse degli enti territoriali per il 2012 di 4 miliardi, che s’aggiungono agli 8,5 miliardi già defalcati. Significa che la Lombardia dovrà tagliare un treno su due, ha detto Formigoni; o altrimenti alzare il prezzo del biglietto, che però negli ultimi mesi è cresciuto del 25%. Significa che Regioni e Comuni dovranno chiedere più quattrini, più ticket, più tasse ai loro cittadini; ma senza restituire più servizi. In breve, significa che gli enti locali non hanno mai avuto così poca autonomia come negli anni ruggenti del federalismo fiscale.

Il Corriere della Sera 27.09.11

""Salviamo l´asilo perfetto" la gara di Reggio Emilia per restare in cima al mondo", di Maria Novella De Luca

«Il bambino ha cento lingue, ma gliene rubano novantanove… Ha cento mani, cento pensieri, cento modi di stupire, di amare… e poi cento, sempre cento». Così scriveva negli anni Ottanta il pedagogista Loris Malaguzzi, ispiratore e fondatore dei famosi asili di Reggio Emilia. Asili considerati fino a ieri tra le scuole più belle del mondo, ma che oggi nell´assedio feroce di tagli e di riduzioni agli enti locali, rischiano una veloce erosione di qualità ed eccellenza. E per salvare questo esperimento educativo unico in Italia, la grande rete degli asili chiede aiuto, lanciando una fondazione a cui chiunque potrà partecipare, una sorta di “azionariato popolare” che chiama all´appello ex bambini e genitori, nonni ed insegnanti, cuoche ed ex cuoche, partner famosi e semplici cittadini.
E bisogna entrare in un asilo comunale di Reggio Emilia, in questi spazi ariosi e luminosi fatti di legno e colore, di vetri e leggerezza, immersi tra le piante, i disegni, i giochi d´acqua e di ombre, l´odore di buon cibo e gli arredi che ricordano le onde del mare o gli oblò delle navi, per capire e vedere i “cento linguaggi” di cui sono fatti i bambini, così come li descriveva Loris Malaguzzi. Un pensiero educativo forte e radicato a cui si ispirano oggi ottanta servizi frequentati da quasi settemila alunni, che fanno di Reggio Emilia la città italiana con il più alto tasso di scolarizzazione dai zero ai sei anni, e che nel 1991 portò Newsweek ad inserire gli asili emiliani nella lista delle scuole più belle del pianeta. Adesso però, dopo 40 anni in cui il “Reggio approach” è stato esportato e adottato in centinaia di scuole, dagli Stati Uniti alla Cina, la grande rete degli asili e dei nidi rischia di dover dimezzare orari, personale, materiali, strutture. «Tra due giorni – spiega Claudia Giudici, presidente dell´Istituzione scuole e nidi d´infanzia del Comune di Reggio – nascerà la “Fondazione internazionale Reggio Children Centro Loris Malaguzzi”, che servirà proprio a raccogliere fondi per mantenere alta la qualità pedagogica delle nostra scuole, e il funzionamento stesso degli asili. Perché il taglio di risorse è ormai drammatico, da noi come nel resto d´Italia, nonostante il Comune destini gran parte delle risorse ai servizi educativi, e basta pensare che se quattro anni fa per la manutenzione delle strutture avevamo a disposizione 800mila euro, quest´anno per 80 asili i fondi sono stati soltanto di 130mila euro». Una specie di grande sottoscrizione popolare, di micro e grandi donazioni. Tra i soci fondatori, oltre ai network internazionali, il Gruppo Feltrinelli, da sempre vicino all´esperienza degli asili di Reggio ed editore di Howard Gardner, psicologo di Harvard e grande sostenitore della filosofia di Loris Malaguzzi.
Nella “piazza” della scuola dell´infanzia e primaria del “Centro internazionale Malaguzzi”, una struttura avveniristica inaugurata nel 2009 e ricavata dentro gli ex magazzini Locatelli, i bambini, tra cui tanti piccoli immigrati ghanesi e cinesi, lavorano in piccoli gruppi, assemblano oggetti, inventano, sperimentano forme sui tavoli luminosi. Le maestre li osservano discretamente, prendono appunti, ogni tanto consigliano. Altri bambini invece passano negli “atelier”, dove una figura ad hoc, l´atelierista, li guida in ambienti in cui si crea con le piante, l´argilla, le pietre e i travestimenti, i computer, la fotografia, tra specchi e riflessi dove i bambini, proprio come Alice nel paese delle meraviglie cercano di scoprire se stessi, rispondendo alla domanda «Chi sono dunque io? Ditemi questo prima di tutto… «. «In ognuno dei nostri asili – racconta Maddalena Tedeschi, pedagogista, una lunghissima esperienza nei nidi del “Reggio approach” – è presente uno spazio centrale che noi chiamiamo “piazza”. Il bambino infatti, così pensava Loris Malaguzzi, è un cittadino dotato di diritti e saperi, che deve essere ascoltato, e può scegliere da solo cosa fare e come muoversi nello spazio, uno spazio simile ad un acquario, con grandi oblò che rendono i muri trasparenti, dove tutto diventa esperienza. Dalla lettura di una favola al cibo, dalla sperimentazione della luce ai giochi che si fanno lavandosi le mani, in vasche pensate proprio per divertirsi con l´acqua, alla torta preparata in cucina con le cuoche. E i bambini non vorrebbero mai andare via… «.

La Repubblica 27.09.11

"Il rischio del danno di immagine. E non solo. A proposito di reggenze e Dirigenza scolastica" di Antonio Valentino

La questione delle reggenze, che costringerà la metà delle istituzioni scolatiche ad avere un dirigente “dimezzato” (in alcune regioni la percentuale supera il 65%), pone problemi che non riguardano solo la gestione delle scuole in quest’anno scolastico (e, molto presumibilmente, nel prossimo). A parte il fatto che l’emergenza “Istituti scoperti” non nasce oggi e che solo la miopia e il pressappochismo del nostro ceto politico ha impedito di intervenire con la necessaria tempestività, un primo interrogativo che andrebbe posto è: perché, al riguardo, c’è stata così tanta rassegnazione e accettazione passiva tra gli stessi dirigenti, oltre che nelle organizzazioni e associazioni che li rappresentano? Pur essendo tutti consapevoli delle difficoltà e dei rischi che le reggenze così diffuse comportano?
Sappiamo che in alcuni casi, soprattutto nei DS a fine carriera, ci sono state motivazioni di tipo economico: può far comodo, pensando anche alla pensione, arrotondare lo stipendio con un’accettabile integrazione (che, comunque, non riesce – ritengo – a compensare le responsabilità e lo stress di gestire due istituti).
In altri casi è sembrato invece prevalere lo spirito di servizio e il senso di responsabilità.
In altri ancora, ha pesato l’obbligo previsto dalla norma.
Quella che emerge comunque è la tendenza a evidenziare il meno possibile la drammaticità – e pericolosità – dell’attuale situazione.

Qualche giornale ne parla. Generalmente fanno notizia i casi eclatanti come quello della DS di Genova che è a capo di due istituti – con 69 classi complessive e più di 1300 studenti – le cui sedi e sezioni (17!) sono dissseminate su ben 12 comuni (“La Repubblica” di qualche giorno).
Nelle dichiarazioni attribuite alla DS genovese – non dissimili da quanto si sente in giro da parte di capi di Istituto – colpisce la spiegazione riportata: “Il DS di oggi non ha bisogno di andare tutti i giorni di scuola in scuola. Deve amministrare e organizzare”.
Quello che conta, quindi, sarebbe una sorta di direzione circoscritta sostanzialmente agli adempimenti di natura burocratica e gestionale; sono questi che legittimerebbero e renderebbero accettabili impegni e responsabilità di un DS con reggenza.

Ovviamente il richiamo alle “perplessità” e alle “pesanti difficoltà” è una costante nei ragionamenti tra gli interessati.
Comunque è prevalente l’atteggiamento che tende a considerare l’incarico come “sfida” e “scommessa” per garantire un minimo di regolarità al servizio scolastico, soprattutto sotto il profilo amministrativo e, in genere, burocratico. Come se questo “abc” della funzione del DS potesse bastare a dirigere scuole ormai divenute tutte piuttosto complesse. O come se l’”esserci” anche fisicamente, dentro le situazioni e dentro le relazioni a scuola, fosse una sorta di “optional” e non, invece, condizione “materiale” necessaria per svolgere al meglio le varie funzioni dirigenziali.

L’idea che tutto questoinduca a una certa svalutazione del ruolo del DS agli occhi della gente e ad una sua visione riduttiva anche nella percezione dello stesso dirigente, non sembra preoccupare granchè: non è necessario un dirigente a tempo pieno; si può dirigere una scuola, per quanto complessa, assicurandone la presenza a giorni alterni o anche meno. Questo il messaggio.
Una visione, come si avverte, riduttiva anche rispetto all’immagine, da nessuno teorizzata, ma qualche volta praticata, del DS come figura preoccupata essenzialmente della correttezza delle procedure e del rispetto delle norme generali..
Ma certamente ancora più riduttiva è tale visione rispetto all’idea del Dirigente come leader che si connoti per la sua funzione di garantire l’efficacia del servizio, puntando a sviluppare nelle varie componenti il senso di una impresa comune e di traguardi condivisi e socialmente importanti.
D’altra parte, la normativa vigente (D.L.vo 165/2001, art. 25) esclude, sul punto, l’idea di una Dirigenza Scolastica – prefigurata in questa situazione di reggenza diffusa – così poco “dirigente”. E non si vede compatibilità anche rispetto allo stesso Decreto Brunetta sul personale della Pubblica Amministrazione, che, come sappiamo,guarda al dirigente essenzialmente come funzionario della Pubblica Amministrazione.

E l’Amministrazione in tutto questo?
Certamente le vanno imputate, in primo luogo, una gestione sbagliata degli organici e l’obiettivo del risparmio a prescindere. Ma, nei suoi comportamenti e nelle sue scelte, non si vede anche, in controluce, la volontà di fare dell’”esperienza reggenze” una sorta di prova generale rispetto a nuove logiche di dimensionamento? Volte a configurare istituzioni scolastiche dimensionate su parametri più elevati, desumibili, per esempio, dall’accorpamento delle sedi di titolarità e di quelli di reggenza?
Le disposizioni contenute nella manovra finanziaria del luglio scorso – che fissano in non meno di mille studenti (attualmente, oscillano tra i 500 e i 900 studenti) i termini del dimensionamento delle scuole del primo ciclo – temo si muovano in questa direzione. E prefigurino, quale che sia la valutazione al riguardo, una diversa connotazione della leadership scolastica rispetto al passato.

Non credo, chiarisco subito, che sia scandaloso in sé il fatto che “crescano” i parametri del dimensionamento scolastico.
Negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso, il preside Angelo Malinverno, figura storica della scuola milanese, sulla scorta anche di studi sui modelli europei (soprattutto di Gran Bretagna, Francia e Germania, dove gli istituti superiori sono megascuole con popolazione scolastica anche oltre i 2000 studenti), aveva ipotizzato che una figura di “superpreside” – con una serie opportuna di misure organizzative facilitanti – fosse quella più adatta a valorizzare la funzione dirigenziale del capo di Istituto, potenziandone il prestigio a livello di territorio, ma anche creando le condizioni per “stipendi dirigenziali”, a motivo del diminuito numero di dirigenti scolastici.
Nella visione di Malinverno però la leadeship doveva continuare ad essere – ma non era chiaro come – anche di tipo educativo, secondo la migliore tradizione del nostro paese.
Se ne parlò a suo tempo senza eccessive drammatizzazioni, insistendo molto su senso e fattibilità della proposta in quella fase.
Questo per dire che, anche oggi, a maggio ragione, non ci devono essere tabù al riguardo. Ma, paletti che non tendano a ridurrre la dirigenza scolastica a pura managerialità e la figura del DS a semplice funzionario dell’amministrazione, questi sì.
La stortura che vedo, è, ancora una volta, quella di prendere provvedimenti importanti senza le dovute analisi e riflessioni – dentro la categoria e con chi la rappresenta, oltre che tra gli esperti -. E si tratta, come si capisce, di provvedimenti importanti perché riguardano cambiamenti di ruolo del DS, i nuovi assetti organizzativi che tali cambiamenti comportano, le ragioni che possano giustificare – anche sul piano dell’efficacia e della economicità – dimensioni diverse degli istituti scolastici.

D’altra parte, il provvedimento – anche questo, nella manovra finanziaria del luglio scorso – di abolire la deroga per esoneri e semiesoneri rispetto ai parametri previsti è, da questo punto di vista, una spia abbastanza preoccupante che quello a cui si interessa l’Amministrazione non sono i ragionamenti su un modello diverso e migliore di scuola, ma semplicemente la quadratura di un cerchio che con queste logiche non si chiuderà mai, come i fatti dimostrano.

Non sembri quindi una forzatura partire dalla questione “reggenze” per evidenziare rischi e timori sottesi a operazioni di ben altra portata, visto che riguardano i modelli di “governance” – interni e di sistema – del pianeta “scuola e formazione”.
Di operazioni striscianti, dentro scelte apparentemente dettate dalla necessità, ne abbiamo viste fin troppe in questi anni. La descolarizzazione della società, nell’edizione Tremonti/Gelmini – di cui ci hanno reso avvertiti nei mesi scorsi Tiriticco e De Anna – non è una, e forse la più preoccupante, di queste?
Fondamentale è quindi che il gioco si svolga a carte scoperte e sia condotto “sine ira et studio”: atteggiamenti alla Brunetta o alla Sacconi, sono, non solo indecorosi, ma anche perdenti. E soprattutto con l’occhio rivolto più alla qualità dei processi che si vogliono attivare e meno ai risparmi sul breve periodo che si intendono realizzare.
E’ d’obbligo più che mai la consapevolezza delle poste in gioco e l’impegno a evitare a tutti i costi che il gioco sia opaco e furbesco. O approssimativo.

da ScuolaOggi 27.09.11

"Parole dure che chiedono il passo indietro", di Marcello Sorgi

Invocata da giorni dall’interno del mondo cattolico e da laici autorevoli, la condanna da parte dei vescovi italiani dello stile di vita di Berlusconi, e dei danni che procura all’Italia sul piano internazionale, è arrivata ieri con la dura prolusione del presidente della Cei, cardinale Bagnasco, ai suoi vescovi. Va detto: la vicenda interminabile delle escort e delle feste erotiche del premier era già stata oggetto di condanne delle gerarchie e di un generale raffreddamento di rapporti tra il governo e l’episcopato, cominciato anche prima, fin dall’incidente della cancellazione della cerimonia della Perdonanza del 28 agosto 2009. Che nelle intenzioni doveva sancire una sorta di rappacificazione tra il Cavaliere e la Chiesa turbata dal «caso Boffo» (l’attacco da parte del «Giornale» della famiglia Berlusconi che portò alle dimissioni del direttore di «Avvenire») e finì invece per diventare l’occasione di una rottura, poi aggravatasi per tutto quello che venne fuori dopo.

Per questo, ci sarà anche stavolta chi dirà che non c’è niente di nuovo, che le critiche dei vescovi sono in qualche modo obbligate, che Bagnasco non a caso le ha inserite nel suo discorso tra svariati motivi di rammarico sulla situazione italiana.

Dall’«attonito sbigottimento» per la crisi economica «vasta e devastante», all’emergere di una «modernità liquida in cui tutto rischia di disperdersi» e di una «questione morale» che si allarga e generalizza, all’evasione fiscale che in un momento come questo costituisce un esempio di immoralità.

Ma la verità è che per la prima volta, nei due anni in cui sono emersi gli aspetti scandalosi della vita privata di Berlusconi, Bagnasco ha voluto mettere in chiaro che, seppure i risultati delle inchieste sono tutti da confermare e sono stati ottenuti dalla magistratura con un uso smodato di strumenti di indagine (le famose centomila intercettazioni dell’inchiesta di Bari), «la responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che non mancano».

In altre parole, è inutile che Berlusconi continui a invocare a sua discolpa le manovre politiche e la persecuzione giudiziaria di cui si dichiara vittima: «I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà» – annota il cardinale. Concludendo pesantemente che «ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune».

Parole dure, che chiedono un passo indietro del premier. Toni da sentenza definitiva, determinati – il testo lo lascia intuire tra le righe – dalle numerose sollecitazioni venute in questi giorni dalla stampa cattolica e dalle singole parrocchie: di fronte alle quali la Chiesa non può che ricordare, ribadendolo, quante volte in passato avesse già denunciato la mancanza di sobrietà nella vita pubblica, chiedendo «orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale».

Con una premessa del genere, è probabile che il prosieguo del dibattito dei vescovi al consiglio permanente della Cei darà altre occasioni per far lievitare il disagio espresso in apertura dal cardinale presidente. Ma è difficile che Berlusconi cerchi o trovi il modo per riflettere, ed eventualmente rispondere, alle pesanti critiche che lo chiamano in causa. Chiuso com’è nella convinzione di essere al centro di un complotto che punta a disarcionarlo, il Cavaliere, benché una descrizione dettagliata delle sue feste sia emersa nelle intercettazioni dalla sua stessa voce e da battute inequivocabili, continuerà a negare la realtà, rifiutandosi di prendere in considerazione anche i consigli di persone a lui vicine che gli chiedono di scusarsi pubblicamente.

E tuttavia le conseguenze dell’uscita dei vescovi non riguardano solo lui. Da questo punto di vista sarà interessante vedere nei prossimi giorni che effetto faranno le critiche della Cei sui numerosi esponenti cattolici del centrodestra, che su questi argomenti, finora, o sono rimasti zitti, o hanno preferito parlare d’altro.

La Stampa 27.09.11

"Non possumus", di Barbara Spinelli

Parlando in nome della Chiesa italiana, il cardinale Bagnasco ha usato parole molto chiare, ieri, davanti al Consiglio permanente dei vescovi. Il nome del presidente del Consiglio non viene fatto, ma è di Berlusconi che parla: quando denuncia «i comportamenti licenziosi e le relazioni improprie», quando ricorda il «danno sociale (che essi producono) a prescindere dalla loro notorietà». Quando cita l´articolo 54 della Costituzione e proclama: «Chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell´onore». Non è la prima volta che il Presidente della Cei critica l´immoralità insediatasi ai vertici del governo italiano, ma questa volta le parole sono più precise e dure, il tono si fa drammatico perché il Vaticano ormai ne è consapevole: la personalità stessa del premier è elemento della crisi economica che sta catturando l´Italia, e all´estero la sua figura non è più giudicata affidabile. Tra le righe, Bagnasco fa capire che le dimissioni sarebbero la via più opportuna: «Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto».
Come in altre occasioni, non manca la critica parallela alla magistratura: critica che Berlusconi ha abilmente sfruttato a proprio favore, per lungo tempo, presentandosi come politico vicino alla Chiesa e da essa appoggiato. Il Cardinale ha dubbi «sull´ingente mole di strumenti di indagine messa in campo, quando altri restano disattesi e indisturbati» e giunge sino a dirsi «colpito dalla dovizia delle cronache a ciò dedicate»: sono dubbi e sbigottimenti non del tutto comprensibili, perché è pur sempre grazie alla magistratura e alla dovizia delle cronache che la Chiesa stessa, infine, ha dovuto constatare i «comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui»; «l´improprio sfruttamento della funzione pubblica»; i «comitati d´affari che, non previsti dall´ordinamento, si autoimpongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni, in genere, tutt´altro che popolari»; l´evasione fiscale infine, «questo cancro sociale» non sufficientemente combattuto. Senza le inchieste della stampa indipendente, senza le intercettazioni ordinate dai pubblici ministeri, senza la documentazione sugli innumerevoli reati imputati al premier, la Chiesa non potrebbe fondatamente pronunciare, oggi, il suo «non possumus».
Anche in questo caso tuttavia, Bagnasco cambia tono rispetto agli anni scorsi. Pur esprimendo dubbi su magistrati e giornalisti, si rifiuta di metter sullo stesso piano le condotte degli uni e degli altri: «La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano (…) La questione morale, complessivamente intesa, non è un´invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un´evenienza grave, che ha in sé un appello urgente».
La questione morale non è un´invenzione mediatica: lo dicono da tempo tanti cattolici, laici e non, e la Chiesa italiana sembra volerli ascoltare, meno riottosamente di ieri. Si capisce che non faccia nomi espliciti, che non usi l´arma ultima che è la richiesta esplicita di dimissioni: sarebbe un´interferenza nella politica italiana, non promettente per il futuro anche se comprensibilmente invocata da molti. La Chiesa già interviene molto sulle scelte delle nostre istituzioni (il testamento biologico è un esempio), e non sarebbe male se in tutti gli ambiti osservasse la prudenza politica che manifesta verso Berlusconi, non nominandolo espressamente. Forse la condanna che oggi pronuncia – che questo giornale ha chiesto con forza – non può che essere spirituale, al momento: il cristiano non compra l´amore, non compra il consenso, non mente, non inganna, non privilegia i ricchi contro i poveri, non presta falsa testimonianza. Su questi e altri peccati ce ne sono, di cose da dire.
La vera questione, a questo punto, concerne i cattolici che sono nella maggioranza, e che dovranno giustificare ora le innumerevoli connivenze, i silenzi così tenaci e vili. Cosa pensano Formigoni, o Giovanardi, delle parole che vengono dal vertice della Conferenza episcopale italiana? Con che faccia il ministro Rotondi parla di Berlusconi come di un «santo puttaniere»? Perché “santo”? Per tutti costoro, più che per la Chiesa, vale oggi il comandamento di Gesù: «Sia invece il vostro parlare «sì sì», «no no», il di più viene dal maligno». Il Cardinale sembra avere in mente questi politici quando constata: «Colpisce la riluttanza a riconoscere l´esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l´impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità».
Non è escluso che il Papa abbia avuto il suo peso, nel linguaggio più aguzzo cui la Chiesa italiana ricorre. Da quando si è inasprita la crisi, Benedetto XVI ha usato parole di grande severità contro le ingiustizie e le diseguaglianze che lo sconquasso economico sta dilatando. Va in questa direzione l´omelia pronunciata l´11 settembre a Ancona. E nel viaggio in Germania il Pontefice non ha esitato ad ammettere che la Chiesa per prima è oggi scossa alle fondamenta: che per sopravvivere e rinascere deve “demondanizzare” se stessa, deve farsi scandalosa. Nel discorso al Konzerthaus di Friburgo ha ricordato che uno dei tanti fattori che rendono “poco credibile” la Chiesa è il suo apparato, e sono le sue ricchezze materiali.
Demondanizzarsi, riscoprire l´umiltà e la povertà: è un progetto di vita alto, è l´antica denuncia che Antonio Rosmini fece nelle Cinque Piaghe della Chiesa (inizialmente la Sacra Congregazione dell´Indice condannò il grande libro, nel 1849). «La Chiesa non deve forse cambiare? Non deve forse, nei suoi uffici e nelle sue strutture, adattarsi al tempo presente, per raggiungere le persone di oggi che sono alla ricerca e in dubbio?» lo ha chiesto a Friburgo il Papa, stavolta, e quel che ha chiesto è importante anche per l´Italia, alla cui costruzione e alla cui unità tanti cattolici laici hanno contribuito. Così come è essenziale anche il discorso sulla povertà. È già un passo non irrilevante la disponibilità di Bagnasco a farsi giudicare, sulle sovvenzioni che la Chiesa riceve dallo Stato italiano: «Facciamo notare che per noi, sacerdoti e vescovi, e per la nostra sussistenza, basta in realtà poco. Così come per la gestione degli enti dipendenti dalle diocesi. Se abusi si dovessero accertare, siano perseguiti secondo giustizia, in linea con le norme vigenti».

La Repubblica 27.09.11

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“I vescovi contro Berlusconi”, di Marco Ansaldo

«La questione morale non è una invenzione mediatica. Ci sono comportamenti licenziosi che ammorbano l´aria. Serve purificare l´aria». Duro monito del presidente della Cei, Bagnasco, contro Silvio Berlusconi. A Napoli si va verso l´incriminazione del presidente del Consiglio per l´inchiesta sulle escort. Avrebbe fatto mentire Gianpaolo Tarantini ai magistrati. La competenza dell´inchiesta va a Bari: lo ha deciso il Tribunale del Riesame.
«C´è da purificare l´aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate». La Chiesa esce dal silenzio, e scuotendosi dal torpore in cui appariva confinata lancia un potente affondo sulla classe politica. «L´Italia è un Paese disamorato», rileva con allarme. Dove circola «un senso di insicurezza che si va cristallizzando». E nel quale «i comportamenti licenziosi e le relazioni improprie ammorbano l´aria e appesantiscono il cammino comune». Una stoccata inequivocabile, pur senza nominarlo personalmente, al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Il Vaticano ha parlato per bocca del cardinale presidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, nella prolusione tenuta in apertura dei lavori del Consiglio permanente. Un monito duro inserito in un discorso ampio, lungo 15 cartelle, che ha spaziato dalla questione morale («esiste e non è un´invenzione mediatica»), al possibile coinvolgimento dei cattolici in politica («rendere politicamente più operante la propria fede»), dalla crisi finanziaria alla bioetica, dalle difficoltà dei giovani alle preoccupazioni per l´Europa.
Un discorso che Bagnasco ha scritto interamente di suo pugno, pur ascoltando voci diverse, e aggiustato fino a poche ore prima di esporlo.
Dura la presa di posizione verso le più recenti rivelazioni riguardanti il capo del governo italiano. «Mortifica soprattutto – ha letto Bagnasco ai vescovi riuniti – dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui». E ha continuato: «Si rincorrono racconti che, se comprovati, rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni».
Forte la difesa della Chiesa dalle critiche: «Da più parti, nelle ultime settimane – ha rammentato Bagnasco – si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti». E ha risposto ricordando il passo di un articolo del presidente emerito della Corte Costituzionale, Franco Casavola: «L´unica voce che denuncia i guasti della società della politica è quella della Chiesa cattolica».
L´Italia, nel giudizio del cardinale presidente, è pervasa da «un attonito sbigottimento a livello culturale e morale». Inevitabile così la critica al mondo politico: «Colpisce la riluttanza a riconoscere l´esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie, amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l´impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente. Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico». La classe dirigente, piuttosto, «combatta la corruzione».
«La collettività – afferma il numero uno della Cei – guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l´immagine del Paese all´esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto». Perché l´Italia, ha spiegato infine, «ha una missione da compiere». Ma «non deve autodenigrarsi!».

La Repubblica 27.09.11

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Ora la Cei rompe con il centrodestra e Silvio chiede a Letta di mediare “Quel cardinale non è tutta la Chiesa”, di Carmelo Lopapa

La svolta di Bagnasco nel riferimento a un soggetto cattolico “intermedio”. I vertici della Cei costretti alla presa di distanza dopo le proteste dei vescovi di “periferia”. Il premier è stato colto di sorpresa: “Così si spaventano i nostri elettori cattolici”.
«È un assist per i miei nemici. Così spaventano i nostri elettori cattolici, qualcuno vuole costringerli ad abbandonarci. Ma Bagnasco non è tutta la Chiesa». Più che rabbiosa, la reazione a caldo del Cavaliere è quella di un pugile suonato, raccontano i pochi che hanno avuto modo di sentirlo dopo la prolusione del presidente della Cei.
Rientrato ad Arcore, poco prima di sedere alla cena con decine di imprenditori lombardi per discutere dei suoi progetti per rilanciare l´economia, sul presidente del Consiglio le parole del capo dei vescovi italiani sono scese con l´effetto della doccia gelata. Inattesa la reprimenda, racconta un ministro cattolico, spinta ben oltre ogni pessimistica previsione di Palazzo Chigi. Non solo per i termini ma anche per quella fin troppo chiara personalizzazione della prolusione. Insomma, il riferimento a Silvio Berlusconi è stato evidente come mai in passato e davvero poco equivocabile. Questo e tanto altro ha dato già nel primo giro di preoccupate consultazioni telefoniche tra Villa San Martino e Palazzo Chigi, la misura della frattura insanabile con l´episcopato italiano.
Preoccupazione ben fondata, a sentire autorevoli fonti vicine ai Palazzi Apostolici. Tutto porta a ritenere che la relazione di apertura dinanzi al consiglio permanente dei vescovi abbia segnato l´atto di definitiva rottura del sodalizio tra la Cei e il governo Berlusconi. A partire da oggi, a quanto trapela dalle mura vaticane, nulla sarà più come prima. Le parole di Bagnasco hanno costituito infatti l´esito quasi obbligato di quella spinta di indignazione che montava da mesi dal basso. Il mondo delle parrocchie, la stampa cattolica, una schiera di vescovi italiani hanno giudicato infine non più sostenibile il silenzio rispetto allo spettacolo che il berlusconismo al tramonto ha offerto.
E che la rottura sia pressoché irrimediabile – facevano notare ieri a margine dello stesso consiglio dei vescovi – lo si comprende da almeno due passaggi della prolusione del presidente. Il primo, è insito nel peso quasi marginale che Bagnasco ha dato alla legge sul fine vita, citandola solo al termine dell´introduzione. Quasi a voler sottolineare come la norma non è più in cima alle aspettative e che comunque non sarà con la sua approvazione che questo centrodestra recupererà – con un baratto – la fiducia smarrita della Chiesa. Il secondo elemento di strappo sta nel passaggio in cui il Cardinale evoca un soggetto intermedio tra Chiesa e politica, non certo un partito cattolico. In ogni caso l´ammissione implicita di come questo centrodestra, questo Pdl non siano più gli interlocutori, tanto meno esauriscono la rappresentanza dell´elettorato cattolico.
Fin qui la lettura che ai vertici Cei viene offerta del “manifesto” di Bagnasco. Sullo sfondo l´incognita della reazione del segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Già da tempo lo stretto collaboratore del Pontefice stava elaborando per l´Italia la teoria di un nuovo soggetto che si faccia interprete delle istanze dell´elettorato cattolico. Resta da comprendere cosa accadrà del progetto ora che sullo stesso è convenuto il presidente dei vescovi, alla luce dei rapporti esistenti – non esattamente un sodalizio – tra Segreteria di Stato e vertici Cei.
Ad ogni modo la frattura con il governo in carica è ormai aperta. Già questa sera il ministro degli Esteri Franco Frattini e il sottosegretario Gianni Letta proveranno a ricomporla, a correre ai ripari, in occasione della cerimonia di celebrazione del 150´ dell´Unità in programma nella sede dell´ambasciata italiana presso la Santa Sede. Appuntamento, quello alle 19 a Palazzo Borromeo, al quale è annunciata la presenza dello stesso presidente Cei Bagnasco. Ma questa volta la sottile opera diplomatica che abitualmente conduce il “gentiluomo del Papa” Letta – soprattutto quando si tratta di dialogare e rassicurare le gerarchie cattoliche – appare alquanto improba.
Anche perché dalla Conferenza episcopale i campanelli di allarme erano già risuonati nei mesi scorsi e invano. Lo stesso Bagnasco, dopo il caso Ruby, aveva parlato di «Paese sgomento», della necessità di un chiarimento. Il recente fiume di intercettazioni, il quadro privato e pubblico che ha incorniciato la vita e le opere di Berlusconi ha rotto ogni argine di cautela. Il Cavaliere accenna a una reazione rassicurante coi suoi, confida nella clemenza della Santa Sede. Ma forse i più stretti collaboratori ancor più che il presidente del Consiglio ieri sera avvertivano tutto il peso del cerchio che – dopo Condindustria, sindacati, magistratura, stampa – si stringe attorno a Palazzo Chigi.

La Repubblica 27.09.11