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Cei: «Comportamenti licenziosi ammorbano l'aria», da unita.it

«I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune». Lo ha detto il presidente della Cei card. Angelo Bagnasco nella prolusione al Consiglio Cei. «Si rincorrono con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica. Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti. Forse che davvero è mancata in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale?».

«C’è da purificare l’aria, perchè le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate». Davanti a «racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica», il cardinale Angelo Bagnasco punta il dito contro «i comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui» oggetto in queste settimane di inchieste giudiziarie e di molti articoli di giornali.

«Mortifica», dice il presidente della Cei aprendo il Consiglio Episcopale Permanente, «dover prenderne atto», così come «rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonchè la reciproca, sistematica denigrazione, poichè – spiega il porporato ai vescovi riuniti nella sede della Cei – è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico».

«Non è la prima volta – sottolinea Bagnasco citando le prolusioni del settembre 2009 e dello scorso gennaio – che ci occorre di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda».

«Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti», osserva Bagnasco, per il quale, tuttavia, davvero non è mancata «in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale».

La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata». Così il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco. «Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale – ha detto il porporato aprendo i lavori del Consiglio permanente dei vescovi italiani – allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto».

Al punto in cui siamo – spiega Bagnasco – è essenziale drenare tutte le risorse disponibili, intellettuali, economiche e di tempo, convogliandole verso l’utilità comune. Solo per questa via si può salvare dal discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale deve dotarsi di anticorpi adeguati, cominciando a riconoscere ai cittadini la titolarità loro dovuta».

«È sull’impegno a combattere la corruzione, piovra inesausta dai tentacoli mobilissimi, che la politica di oggi è chiamata a vero esame».

LA QUESTIONE MORALE
«La questione morale non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture, ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo». Lo afferma il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, invitando tutti a riconoscere che «la questione morale complessivamente intesa non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sè un appello urgente». «Nessuno – riconosce – può negare la generosa dedizione e la limpida rettitudine di molti che operano nella gestione della cosa pubblica, come pure dell’economia, della finanza e dell’impresa: a costoro vanno rinnovati stima e convinto incoraggiamento». Ma, aggiunge, «l’improprio sfruttamento della funzione pubblica è grave per le scelte a cascata che esso determina e per i legami che possono pesare anche a distanza di tempo». «Non si capisce – continua Bagnasco in una prolusione che ha davvero i toni della requisitoria – quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati di affari che, non previsti dall’ordinamento, si auto-impongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni – in genere – tutt’altro che popolari. E pur tuttavia il loro maggior costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni. Al punto in cui siamo, è essenziale drenare tutte le risorse disponibili, intellettuali, economiche e di tempo, convogliandole verso l’utilità comune. Solo per questa via si può salvare dal discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale deve dotarsi di anticorpi adeguati, cominciando a riconoscere ai cittadini la titolarità loro dovuta».

LA CRISI ECONOMICA
«Chi rientra oggi nella classe dirigente del Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza e economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri. Specie in situazioni come quella attuale, ci è d’obbligo richiamare il principio prevalente dell’equità che va assunto con rigore e applicato senza sconti, rendendo meno insopportabili gli aggiustamenti più austeri». Lo ha detto il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco.
I vescovi italiani danno voce «alle preoccupazioni che pulsano nel corpo vivo del Paese» riguardo alle conseguenze della crisi economica in atto, e non sfugge loro «quel che, a più riprese, si è tentato di fare e ancora si sta facendo per fronteggiarle».

«L’impressione tuttavia – afferma il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco – è che, stando a quel che s’è visto, non sia purtroppo ancora sufficiente». «Colpisce – denuncia il cardinale – la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede».

«È nota – rileva il porporato – la difficoltà a innescare la marcia di uno sviluppo che riduca la mancanza di lavoro, ed è noto il peso che i provvedimenti economici hanno caricato sulle famiglie; non si può, rispetto a queste dinamiche, assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti. La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono nè vincitori nè vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. Solo comportamenti congrui ed esemplari, infatti, commisurati alla durezza della situazione, hanno titolo per convincere a desistere dal pericoloso gioco dei veti e degli egoismi incrociati». Il problema della crisi economica, ricorda però il cardinale presidente, non è nata in Italia e non riguarda solo il nostro Paese.

Ma, denuncia, «nessuna nuova istituzione internazionale è stata nel frattempo messa in campo col potere di regolare appunto la funzionalità dei mercati allorchè questi risultino anomali». Così «le agenzie che classificano l’affidabilità dei grandi soggetti economici hanno continuato a far valere la loro autarchica e misteriosa influenza, imponendo ulteriori carichi alle democrazie», mentre «l’Europa ha fatto fronte in ritardo e di malavoglia alle emergenze, incapace di esprimere una visione comunitaria inclusiva dei doveri propri della reciprocità e della solidarietà, soprattutto rivelando ancor di più lo squilibrio tra l’integrazione economica, di cui l’euro è espressione, e un’integrazione politica, ancora inadeguata, pesantemente burocratizzata e invasiva».

«D’altronde – conclude con amarezza Bagnasco – l’Italia non si era mai trovata tanto chiaramente dinanzi alla verità della propria situazione. Il che significa, tra l’altro, correggere abitudini e stili di vita. Qualcosa di facile a dire, ma estremamente difficile ad applicare, anzitutto per sè».

www.unita.it

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Bagnasco: «Comportamenti tristi e vacui non compatibili con il decoro istituzioni».

Il presidente della Cei parla di moralità della politica. Ma senza mai citare espressamente Berlusconi. Davanti a «racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica», il cardinale Angelo Bagnasco punta il dito contro «i comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui» oggetto in queste settimane di inchieste giudiziarie e di molti articoli di giornali. Il presidente della Cei si è richiamato in maniera decisa all’attualità politica nella prolusione con cui ha aperto il Consiglio episcopale permanente. Ma non ha mai fatto nomi e non ha mai citato neppure indirettamente il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, le cui vicende sembrano tuttavia aleggiare nel documento letto davanti ai vescovi di tutta Italia. E ha esteso il suo ragionamento all’intera classe politica del Paese. «Mortifica» ha detto «dover prenderne atto», così come «rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonchè la reciproca, sistematica denigrazione, poichè – ha spiegato il porporato – è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico».

«PURIFICARE L’ARIA» – «I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà – ha detto ancora il cardinale – . Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune». Per questo motivo, «c’è da purificare l’aria, perchè le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate».

«NON E’ LA PRIMA VOLTA» - «Non è la prima volta – ha sottolineato Bagnasco citando le prolusioni del settembre 2009 e dello scorso gennaio – che ci occorre di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica, deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda». «Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti», ha osservato Bagnasco, per il quale, tuttavia, davvero non è mancata «in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale».

I TEMI ECONOMICI – Bagnasco ha parlato anche della situazione economica, richiamando tutti a comportamenti «responsabili e nobili» di cui poi «la storia darà atto». Ha richiamato la necessità di un «patto intergenerazionale che, considerando anche l’apporto dei nuovi italiani, sia in grado di raccordare fisco, previdenza e pensioni avendo come volano un’efficace politica per la famiglia». Ha criticato la globalizzazione «non governata» e ha concentrato l’attenzione sulla finanza e sulla speculazione che, citando il Papa, ha definito «senza limiti» e sulle agenzie di rating: «Le agenzie che classificano l’affidabilità dei grandi soggetti economici – ha sottolineato – hanno continuato a far valere la loro autarchica e misteriosa influenza, imponendo ulteriori carichi alle democrazie».

IL DIRITTO AL LAVORO – Un pensiero particolare il presidente dei vescovi lo ha poi rivolto ai giovani alle prese con la ricerca di un’occupazione: «La situazione del lavoro, la disoccupazione, il precariato, l’inattività di molti giovani: sono un nostro assillo costante». Il lavoro, ha detto Bagnasco, non è «una degnazione del mercato: il lavoro è un diritto-dovere iscritto nell’ordine creaturale, e dunque la società ha l’obbligo di porre le condizioni perchè esso possa esplicarsi per tutti». E ancora: La «dignità della persona» «passa per il lavoro riconosciuto nella sua valenza sociale».

www.corriere.it

Semplificazione burocratica? Sì a scapito della legalità

Nuova sparata del ministro Brunetta: Durc e certificazioni antimafia sono inutili . Meloni: “Il semplificatore Brunetta è entrato in confusione”. E poi arriva la smentita dal ministro Maroni… Stop ai certificati inutili(?). Grazie al ministro della Pubblica Amministra Renato Brunetta con il prossimo Dl Sviluppo sia il DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva), sia le certificazioni antimafia non saranno più necessarie ma si potrà procedere all’acquisizione d’ufficio.

Non contento il ministro più screditato dal suo stesso governo ha continuato dicendo “Basta Durc, basta certificati antimafia. Basta pacchi di certificati per partecipare ai concorsi. Si possono fare riforme a costo zero per semplificare la vita a famiglie e imprese”. Solito copione visto e rivisto fino a qualche anno fa per Brunetta: populismo spiccio per attirare attenzione dei media prima di ricadere nel dimenticatoio politico, arrivando di nuovo alla ribalta solo per aver insultato lavoratori precari che chiedevano spiegazioni.

Anche questa volta, come in precedenza, Brunetta non spiega bene come vorrebbe semplificare la burocrazia in materie come la lotta alla mafia solo per evitare spreco di carta e di tempo.

Ma come era ovvio, a smentire Brunetta è arrivato subito il ministro Maroni che attraverso una nota ufficiale del ministero degli Interni ha dichiarato: “La certificazione antimafia non può essere modificata perché è uno strumento indispensabile per combattere la criminalità organizzata e, in particolare per contrastare le infiltrazioni malavitose negli appalti pubblici”.

“Ecco le idee dell’esecutivo Berlusconi per la crescita: meno legalità per tutti”, ha attaccato il vicepresidente dei deputati democratici, Michele Ventura .

Per Marco Meloni responsabile PD per la riforma della PA, “il semplificatore Brunetta è entrato in confusione: in pochi minuti è riuscito prima a dichiarare “basta certificato antimafia”, e poi, resosi conto della gravità della sua affermazione, a far spiegare al suo portavoce una nuova – e invero piuttosto contorta – modalità di organizzazione delle relazioni tra uffici della Pubblica Amministrazione per produrre le medesime certificazioni antimafia. Credo che molti imprenditori preferiscano fare velocemente “i fattorini” che affrontare una procedura che rischia di causare ulteriori rallentamenti.

Quanto alle reazioni del PD, sono la prova che teniamo costantemente elevata l’attenzione nei confronti di questo governo, che sul terreno del crollo della legalità e dell’incremento della corruzione ha già dato il peggio di sé, e di questa maggioranza, nella quale Lega e PDL si schierano compatti per confermare la fiducia a un ministro rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa”.

Per Emanuele Fiano , responsabile sicurezza del Partito Democratico “la semplificazione è fuori tempo massimo. Il ministro Brunetta, che fa parte di una maggioranza che ha governato in Italia per otto degli ultimi dieci anni, propone ora per lo sviluppo del Paese una semplificazione che rischia di indebolire i presidi anti-mafia di cui ci siamo dotati in questi anni. La penetrazione delle mafie in ogni tipo di gara o di appalto per opere pubbliche è un dato crescente ed è noto a tutti.
Il ministro Brunetta chiarisca esattamente che cosa intende dire quando parla dell’ipotesi di eliminare l’obbligo per le aziende di presentare il certificato antimafia. Di certo non potrà essere accettata una misura che rende più fragile il sistema di controllo dello Stato”.

“Dove vive Brunetta, nel Paese dei sogni, dal momento che, a Milano e nelle più grandi città d’Italia, mafia ‘ndrangheta e camorra gestiscono i più grandi affari e sono pronte a gestirne di nuovi? A chi vuole parlare, agli imprenditori o alla mafia? Forse pensa, eliminando i certificati per le imprese, di eliminare anche la mafia?”. Lo ha dichiarato il senatore del PD Costantino Garraffa , vicepresidente della commissione Attività produttive e componente della commissione Antimafia. “Semmai – ha proseguito Garraffa – sarebbe opportuno potenziare l’impegno dell’amministrazione per la certificazione antimafia, accorciando i tempi delle procedure e dunque velocizzando il rilascio dei certificati alle aziende”.

www.partitodemocratico.it

"Crisi: bisogna agire sull'immediato. Un nuovo patto sociale con le forze migliori di questo Paese", di Stefano Fassina

Stefano Fassina , responsabile economico della Segreteria nazionale del PD, ha introdotto la sua lezione di politica alla Scuola di Cortona, spiegando ai giovani studenti le cause della crisi economica che attanaglia il nostro Paese e gli sviluppi critici delle ultime settimane . Nonostante il titolo del suo intervento fosse “Europa 2020”, ha voluto ribadire che “in questo momento, non si può avere il lusso di concentrarsi su progetti a lungo periodo, ma bisogna agire sull’immediato, perché è necessario capire come rispondere alle politiche pubbliche europee, proprio per arrivare preparati al 2020. Ormai è evidente a tutti che siamo in una fase a rischio per l’Europa e l’Euro – ha ragguagliato il responsabile economico – c’è stato un drammatico G20 a Washington concentrato a discutere proprio sull’Europa e sull’Italia. Siamo su una traiettoria insostenibile e se continuiamo così, sarà difficile andare avanti, tanto che se le prossime settimane non si faranno le scelte adeguate, il rischio è che si rimetteranno in discussione scelte storiche come l’Europa e l’Euro “.

Secondo Fassina, “il dibattito pubblico sulle politiche di austerità in risposta alla crisi non è assolutamente efficace e non sta funzionando, in quanto non è stata messa a fuoco la causa di fondo. La causa individuata sembra essere solo il debito pubblico, ma se andiamo a guardare bene, ad esempio la Spagna l’Irlanda e gli Stati Uniti, hanno alle spalle debiti privati che sono implosi e che hanno portato all’esplosione del debito pubblico.

Le risposte che dobbiamo dare quindi, presuppongono un’analisi più realistica e meno ideologica – ha detto Fassina – perché la definizione di crisi altrimenti risulta troppo stretta”. Il Presidente Napolitano invece ha meglio definito la situazione che stiamo vivendo, chiamandola ”tornante storico”, nel quale si intrecciano cambiamenti profondi . C’è da considerare anche: una mutata dislocazione dell’asse geopolitica del mondo da ovest a est; una transizione demografica che vede crescere in occidente la generazione degli ultra settantenni; e una crescente precarizzazione del lavoro. Di tutto questo non si parla – ha commentato l’esponente democratico – e si risponde con delle ricette inutili.

Fassina ha proseguito l’approfondimento delle dinamiche economico politiche del nostro tempo, davanti ad una platea attentissima e interessata a comprendere a fondo quale sia la situazione reale dell’Italia nel contesto europeo ed extraeuropeo. Perché solo facendo un’analisi corretta, si possono trovare delle soluzioni efficaci.

Focalizzandosi proprio sull’Europa, Fassina ha parlato dei “sinners”, i peccatori dell’Europa, definiti così perché hanno speso troppo: l’Italia, la Grecia, il Portogallo, la Spagna. “Ma se si osserva bene, la realtà è molto diversa. Il problema fondamentale è lo squilibrio della bilancia dei pagamenti di cui nessuno parla, e cioè il rapporto tra ciò che si importa e ciò che si esporta, perché c’è una relazione stretta tra i deficit dei Paesi deboli e i surplus di quelli forti. Ma non abbiamo considerato in Europa le differenze di capacità produttiva dei singoli Paesi, limitandoci ad operare attraverso trasferimenti di capitali in cui i Paesi forti hanno finanziato la spesa di quelli deboli .

Le ripercussioni di questa cattiva interpretazione – ha avvertito Fassina – sono anche di carattere politico e sociale, oltre che economico. Il punto è come si affronta il debito pubblico . Come PD, dentro la famiglia dei progressisti europei – ha chiarito – stiamo cercando di orientare la politica economica verso le strategie di sviluppo sostenibile, all’interno della quale attuare politiche di crescita dell’economia reale, fino ai percorsi che portano alla riduzione del debito. Anche gli ambienti liberali non ideologici la pensano in questo senso. Mentre la ricetta neoliberista che ci viene riproposta ed è stata imposta alla Grecia sta portando a risultati scarsi”.

A conclusione della sua relazione, Fassina ha fatto una panoramica sulla “qualità dell’ambiente in cui viviamo” .
“Oggi ci dibattiamo in una situazione di stagnazione, con poca flessibilità nell’economia e nel mercato del lavoro, a fronte di una domanda aggregata carente, e in questo ci aiuta più Keynes che tanti economisti “nuovisti”. Abbiamo bisogno di intervenire sulla equità per rimettere in moto la macchina economica: investimenti produttivi, attraverso finanziamenti emettendo Eurobond e una tassa sulle transazioni finanziare speculative. Il tema della redistribuzione è fondamentale. Così come il Fondo salva stati, istituito e potenziato a luglio scorso, per diventare una agenzia europea del debito pubblico, con delle garanzie collettive per finanziare i debiti pubblici dei Paesi sovrani, deve essere guidato da una alleanza forte, e la signora Merkel rischia di non avere i numeri. E questo, perché se la Germania vuole rimanere protettrice della moneta unica, la remunerazione deve andare di pari passo con la crescita della produttività”. Fassina ha considerato che ” abbiamo bisogno della politica che capisce che il riformismo all’interno della dimensione nazionale è finito, non ha futuro, altrimenti la politica diventa prigioniera dell’economia e della finanza” .

Parlando dell’Italia, Fassina ha evidenziato ‘la grande superficialità del governo nazionale”. Se noi abbiamo un presidente del consiglio che dice che è arrivata una lettera dalla BCE e bisogna adeguarsi, passa l’idea che la politica non serve. Rimuoviamo la posizione ancillare della politica rispetto all’economia.

La posta in gioco è veramente alta: la civiltà del lavoro, caratteristica distintiva della società nel ‘900. Se non troviamo delle soluzioni politiche a questa situazione, si mette in gioco la qualità della democrazia e l’economia di mercato che ha contraddistinto l’Europa.

Il punto di critica nei confronti del nostro Paese è anche l’informazione: oggi, dopo tre anni, pare che Confindustria si accorge che il governo non ha fatto le riforme. Noi come PD continueremo a battere su questo punto: le riforme . Le priorità sono ribaltate in Italia, siamo stati inchiodati in Parlamento sul caso Milanese, ma non abbiamo considerato i dati allarmanti che provenivano dall’economia.

La democrazia senza partiti è da archiviare – ha concluso Stefano Fassina tra gli applausi dei giovani – dobbiamo proporci come coloro che vogliono ristabilire un nuovo patto sociale per mettere insieme le forze migliori di questo Paese. Di scorciatoie tecnocratiche o liberiste, con qualche imprenditore buono che prende il posto di quello cattivo, non ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di appuntamenti veri e di dibattiti come questo.

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

"Comune, 4 arresti per le mense scolastiche. In manette l'assessore Giovanni Bernini", di F.Nani, G.Talignani, B.Pintus, M.Severo, R.Castagno, C.Perri

In manette quattro persone per corruzione e tentata concussione nel campo delle mense scolastiche. Tra loro anche l’assessore ai Servizi educativi Bernini, un funzionario comunale suo braccio destro e due imprenditori. Eseguite perquisizioni in città in provincia e altre località. Tanto tuonò che piovve. A tre mesi dagli 11 arresti di San Giovanni un nuovo ciclone si abbatte sul Comune di Parma e sulla città. Arrestato l’assessore ai Servizi educativi Giovanni Paolo Bernini, già assistente dell’ex ministro alle Infrastruttre Pietro Lunardi.

Eseguiti altri quattro provvedimenti: fra gli arrestati Paolo Signorini, già coordinatore di Forza Italia e attualmente funzionario comunale: era il braccio destro di Bernini, da lui voluto come capo della segreteria tecnica del suo assessorato. In manette anche gli imprenditori Mauro Tarana e Antonio Martelli.

I quattro avevano architettato un sistema di corruzione e concussione nel campo delle mense scolastiche. Politicamente la situazione si fa adesso ancora più esplosiva per il sindaco Pietro Vignali, alla guida di una coalizione civico-pidiellina (GIUNTA TRABALLA). Giovedì è convocata una seduta di Consiglio comunale, vedremo se il primo cittadino si nasconderà anche stavolta dietro un “non sapevo”.

SOLDI PER GLI APPALTI DELLE MENSE La complessa vicenda delle mense è stata ricostruita dalla Finanza grazie alle intercettazioni. Al centro dello scandalo ci sono l’assessore Bernini e l’imprenditore Tarana della Copra di Piacenza (ristorazione – appalti per mense asili e scuola dell’obbligo) . Tutto parte a febbraio 2011 quando l’amministratore della Camst denuncia alla Finanza una richiesta da parte di Signorini, braccio destro e segretario di Bernini, di denaro. Soldi in cambio di una proroga del contratto mense. “Se ci paghi e assumi una persona vi faremo avere la proroga del contratto con il Comune”, questa in sunto la richiesta. C’è il reato, concussione, e la denuncia: partono le intercettazioni per Bernini, Signorini e Tarana. A questo punto si scopre che la ditta Copra di Tarana paga somme di denaro (corruzione) per avere una proroga del contratto della fornitura di mense scolastiche per la scuola dell’obbligo.

La Copra doveva dare i soldi a una piccola società sportiva ignara di tutto, poi questa società che faceva da sponsor avrebbe girato dei contanti – circa 8 mila euro – a Signorini e Bernini. Il sistema con cui i pagamenti illeciti venivano coperti dalla Copra era dunque quello di un contratto di sponsorizzazione con una società sportiva che a sua volta tratteneva il 50% della somma e versava l’altra al segretario di Bernini e quindi all’assessore. Dalle intercettazioni si scopre che Bernini faceva pressioni fortissime al suo segretario Signorini perchè mandasse in porto la cosa con la Copra.

I SOLDI CHIAMATI “CONFERENZE STAMPA” Bernini e Signorini sapevano di essere nei guai e sapevano di rischiare: tant’è, come confermano le intercettazioni, che il denaro veniva chiamato “conferenza stampa”. “A che punto siamo con la confrenza stampa?” chiedeva Bernini al suo uomo. A seguito di questo affare andato in porto l’assessore ci riprova. Fa un altro tentativo legato al ristorante del Duc, che doveva nascere al 4 piano del direzionale unico del Comune. Nella busta chiusa della gara di appalto la Copra però sbaglia qualcosa nel bando. Un errore non tollerabile dato che Bernini voleva affidare alla Copra la ristorazione. Così l’assessore prova a fare rifare il bando ma la cosa non va in porto.

CAMBIO DI DESTINAZIONE DELL’ASILO Un secondo episodio riguarda invece Antonio Martelli, costruttore. Quest’ultimo stava costruendo un edificio e Bernini si è interessato della cosa. L’assessore fa sì che venga mutata la destinazione d’uso per metterci così asili e scuole, come l’asilo Mary Poppins di cui Repubblica Parma aveva dato nei giorni scorsi una anticipazione (LEGGI). Un cambio di destinazione che costa denaro a Martelli: i soldi non sono ancora quantificati, ma come primo grazie Martelli (ai domiciliari) regala a Bernini un I pad. Martelli è accusato di corruzione ed è ai domiciliari. Bernini è detenuto a Forlì, Signorini a Rimini, Tarana a Bologna.

90 MULTE DA ANNULLARE A PARENTE Su Bernini pesano anche le accuse di una consulenza data ad un’amica ed il tentativo di fare annullare 90 multe ad un parente.

IL PROCURATORE: “INDECENTE CHE SI LUCRI SU SCUOLE” Durante la conferenza, il procuratore capo Gerardo Laguardia non le ha mandate a dire: “C’è la responsabilità dei partiti (Bernini è Pdl, ndr) nell’ascesa degli uomini che li rappresentano: trovo particolarmente grave, per non dire indecente, che si lucri su pasti di bambini della scuola elementare e materna. L’assessore che deve contrallare che il servizio sia efficiente come può farlo se riceve soldi da un imprenditore? Eppure di Bernini nel ’97 si parlò già per i rapporti che aveva con il boss Pasquale Zagaria e con l’ex assessore Stocchi, allora condannato per correzione e concussione… la cosa doveva mettere in allarme”.

La Repubblica/Parma 26.07.11

"Divisi e senza strategia. Ecco perché l’Italia fa flop", di Marco Alfieri

«Non sapete fare sistema» dicono di noi in Cina, dove i vini e la cucina del nostro Paese soccombono a Francia e Germania. «In Cina avete un grande potenziale ma non sapete fare sistema, non avete logistica e canali distributivi al livello dei concorrenti», che poi sono quasi sempre Francia e Germania. Nelle parole di un diplomatico di Pechino si condensa il solito vizio italico. La Cina è uno specchio immenso che riflette il carattere nazionale sul mercato più grande del mondo. Si prenda l’agrifood: la cultura del cibo e del bere bene italiano da soli non bastano.

A Pechino tutti si ricordano ancora il flop di Piazza Italia. Il centro commerciale aperto nel lussuoso quartiere di Chaoyang nel settembre 2008 doveva essere la nostra vetrina agroalimentare, prima tappa di un’espansione a Shanghai, Hangzhou e Tianjin. A fine ottobre era venuto persino Silvio Berlusconi a benedirlo.

Peccato che in appena 14 mesi si sia trasformato in uno dei più grandi crac del made in Italy. Nel consorzio c’erano alcuni tra i più importanti marchi italiani: Crai, Cavit vini, il consorzio Grana Padano, San Daniele Service, Conserve Italia e Frantoi Artigiani, riuniti sotto la sigla Tac (Trading Agro Crai). L’idea era corretta: fare massa critica e mettersi in una location patinata per spingere il nostro agroalimentare.

Pie illusioni. Piazza Italia è subito un deserto e da luglio 2009 smette di pagare affitti, stipendi e fornitori. Il consuntivo è un bagno di sangue: Tac perde sei milioni e fa debiti per 4,5. Un misto di spese folli, location sbagliata, presunzione e sottovalutazione del mercato cinese. Sugli scaffali c’era infatti la summa disordinata del nostro «food», divisa tra un supermercato Crai, un ristorante, un self-service, una caffetteria e un’enoteca. Una formula che non ha mai attecchito nella classe media pechinese. «La brutta figura italiana: facevate pagare generi da supermercato, pur ottimi, a prezzi di boutique…», ha riassunto il «China Daily» nei giorni caldi del crac.

Piazza Italia è certamente il flop più grande ma non è l’unico caso di aziende o catene del ramo agroalimentare che hanno dovuto chiudere bottega. Negli ultimi tempi è successo a Caffè Parma, Gusto Menta, L’Isola, Oro. Identici i motivi: target di clientela e location sbagliati, piani di business faraonici, logistica debole. Si salvano i mini corner Lavazza e Illy ma sono, appunto, piccoli numeri.

Sul vino la situazione non è migliore. Siamo i campioni del mondo, ma da queste parti non si nota affatto. Il nostro export in Cina aumenta a tre cifre ogni anno solo perché si parte da quasi zero. Nel 2010 sono state commercializzate bottiglie per 40 milioni di euro, mentre complessivamente le esportazioni italiane di vino ammonta a 4 miliardi. In pratica solo l’uno per cento delle nostre bottiglie finisce sulle tavole cinesi.

Girando per Pechino lo si capisce. Al ristorante all’ottantesimo piano del China World Summit Wing, la nuova torre da 300 metri dove ha sede anche Apple China, c’è una mega cantina piena di champagne e vini francesi, californiani, australiani, ma mancano i grandi italiani. Al ristorante in cima al Park Hyatt è più o meno lo stesso. Alla fiera del vino di Pechino il padiglione dei francesi è tre volte più grande di quello italiano e sugli scaffali dei market si trovano Zonin, Prosecco Valdo, Villa Antinori, Gaia, ma il loro spazio è piccolo rispetto ai cileni e agli australiani e le bottiglie costano mediamente di più.

«Il 60 per cento del vino importato in Cina è francese», spiega Stefano Latorre, a Pechino dal 2003, dove con la sua Karpek opera come trader nel settore food and beverage. «Ma se parliamo di spumanti e champagne la quota arriva al 75 per cento».

I francesi sono sbarcati in Cina vent’anni fa con Sopexa, l’azienda di promozione pubblica dell’agrifood, e hanno continuato ad investire grosse risorse su marketing e pubblicità. Il resto lo fanno i loro canali di grande distribuzione, Carrefour e Auchan. «Il risultato è che oggi per i cinesi la parola vino coincide con il trinomio rosso, francese e bordolese», continua Latorre. Sul top di gamma i «grand crus» sono diventati uno status symbol. Una bottiglia di Château Lafite annata 2008 può costare più di duemila euro e i cinesi ricchi amano regalarlo nelle occasioni speciali.

Non basta. «La Francia è fortissima anche sui vini economici, il più delle volte marchiati con una bella etichetta di castello bordolese spesso fasullo e distribuiti a due euro nelle grandi aree urbane». Il nostro Chianti o il Sangiovese sono più buoni, ma costano troppo.

Insomma, messa a confronto con tedeschi, francesi e americani, in Cina, proprio in un segmento strategico come l’agrifood, esce fuori la debolezza di fondo del made in Italy: l’incapacità di industrializzare e distribuire le nostre eccellenze. Abbiamo inventato la pizza, ma la catena mondiale è Pizza Hut; siamo i migliori gelatai, ma il colosso è Häagen-Dazs; siamo i re del caffè, ma la commercializzazione la fa Starbucks.

Tra Pechino e Tianjin il fenomeno si nota facilmente. «In Cina il mordi e fuggi è un illusione», continuaLatorre. «Purtroppo non abbiamo grandi gruppi che fanno economie di scala, arrivano le singole aziendine agricole, spendono 3-4mila euro per gli stand alle fiere sperando di trovare il distributore bravo che ti piazza un po’ di bottiglie. E alla fine se ne tornano in Italia sconfitti, con la coda tra le gambe».

Fare business coi cinesi è snervante. Un gioco continuo di dissimulazioni. «Ma le imprese italiane spesso non lo capiscono…»

La Stampa 26.09.11

Scommettiamo su una politica sana, diversa da Berlusconi

Rosy Bindi con un botta e risposta con i ragazzi riuniti a Cortona conclude i lavori della quarta edizione della Scuola Politica del PD, parlando di ricambio generazionale, primarie, welfare, limite dei mandati parlamentari. “Donne e uomini a servizio della comunità”. E’ Rosy Bindi , Presidente dell’Assemblea nazionale del PD, a chiudere i lavori della Scuola Politica del Partito Democratico a Cortona, organizzata dalla responsabile Formazione della Segreteria nazionale del Pd, Annamaria Parente . La Scuola, giunta alla sua quarta edizione, si è confermata un appuntamento importante e di grande spessore formativo, per le nuove generazioni di giovani (oltre 200 i partecipanti da tutta Italia) che si affacciano alla politica.

La Presidente ha iniziato il suo intervento, sottolineando l’importanza che ci sia una Scuola di Politica all’interno del PD, perché l’investimento sui giovani è l’unica garanzia di crescita negli anni a seguire . Inoltre, proprio ai giovani sarà affidato il compito di unire le diverse anime del partito, quando ci sarà una classe dirigente “di nativi del PD”, come ha evidenziato anche il Segretario Pier Luigi Bersani.

Bindi piuttosto che esporre una relazione precostruita, ha preferito rispondere alle domande che i giovani della platea le hanno posto, per meglio interpretare i dubbi e le problematiche che li coinvolgono.

Il primo tema emerso è stato quello del rinnovamento della classe dirigente all’interno del PD . E Bindi ci ha tenuto a sottolineare che questo deve essere un tema sereno da trattare, non un oggetto di contrattazione, di scontro, di pretesto, perché il ricambio generazionale è una scelta già fatta e in parte compiuta dal PD. Nessuno vuole frenare questa tendenza, ha detto, piuttosto occorre capire come accelerare il percorso, anche se già tanti segretari di circolo e neoletti a livello locale sono giovani, così come la segreteria nazionale.

Bindi ha individuato nelle prossime elezioni politiche, che appaiono sempre più imminenti ( e qui ha detto di ritenere credibile il vaticinio di Bossi di un ritorno alle urne nella primavera 2012 ndr ), un luogo ideale per attuare il ricambio generazionale nella stragrande maggioranza delle candidature. Ma riguardo alla selezione delle candidature, ha voluto ribadire che se sarà affidata esclusivamente alle primarie, non è detto che un giovane, o una donna, o una giovane donna, abbiamo abbastanza forza per vincere e poi governare. Secondo Bindi infatti, bisognerebbe investire proprio sulle donne e sui giovani, in particolar modo in alcune parti del Paese, soprattutto al sud , dove il PD ha in programma di organizzare una scuola permanente per 2000 giovani a partire dall’autunno.

Attenzione però a non scadere nel tecnicismo e nella burocrazia con un limite senza deroghe ai due mandati parlamentari per gli eletti. A sostegno della norma ora nel nostro Statuto (deroga pari al 10% degli eletti nelle elezioni precedenti) ha portato ad esempio nomi illustri della politica italiana, divenuti sempre più validi nei decenni in Parlamento: Berlinguer, Moro, Jotti, Anselmi e Napolitano.

E con questi esempi di rettitudine e capacità, Bindi ha ribadito che la politica richiede comunque grande professionalità e attitudine, che non si possono improvvisare . “Non abbiamo solo bisogno di una nuova classe dirigente, ha aggiunto, ma di dirigenti che siano all’altezza del tempo in cui governano. Per questo è necessario un grande investimento di qualità, come questa Scuola rappresenta”. Alla luce di queste considerazioni non ha mancato però di dichiararsi contraria al “professionismo della politica”, cui si può sfuggire aprendosi di più verso la società civile . “Se decidiamo di investire su persone che hanno meno di 30 anni, mi piacerebbe però che avessero una professione e un mestiere avviati. In questo modo si possono creare ottimi dirigenti, come avveniva nella DC e nel PCI”.. Ma non ci sarà alternativa valida, ha tenuto a sottolineare, se chi ha impiegato passione nella politica, per arrivare a questo punto, non rappresenterà il perno di tutto questo importante cambiamento e rinnovamento.

Bindi è poi entrata nel vivo del dibattito politico attuale, parlando del ruolo che dovrà assumere il PD per interpretare al meglio la società , sempre prendendo spunto dagli imput lanciati dai giovani studenti. Grandi culture si sono incontrate e per questo bisogna conciliare differenti esigenze, attingendo dalle esperienze migliori. E per svolgere al meglio il ruolo che siamo chiamati a ricoprire, abbiamo bisogno di tante competenze diverse all’interno del Partito, per rieducare gli italiani dai vizi che hanno coltivato in questi anni, anche con l’ausilio di una parte della politica italiana controllata da Berlusconi.

In sostanza, il PD vuole unire in democrazia, ovvero nella società, nella politica e nel Partito, mentre gli altri separano, puntando sull’individualismo. Il mondo non si salverà se non affrontiamo seriamente il tema della democrazia, ricordando però che in politica non si impongono i cambiamenti, bisogna ottenere un consenso democratico. C’è da compiere un lavoro enorme in questo senso, ha sottolineato Bindi, il PD ha il compito di aggregare le cause che ci hanno portato alla crisi, capirle e superarle. Perché la politica negli ultimi tempi è rimasta prigioniera di se stessa, non ha cercato gli strumenti per interpretare il cambiamento .

L’esponente democratica si è rivolta ai giovani della Scuola, con la massima onestà politica che la caratterizza, facendo autocritica rispetto ad un atteggiamento “di timidezza intellettuale” della classe politica di centrosinistra negli anni bui del berlusconismo . Sono figlia delle scelte e dei grandi cambiamenti degli anni 70, ha raccontato, anni in cui la politica una risposta l’ha trovata. Periodo di grandi riforme: dal servizio sanitario nazionale, alla chiusura dei manicomi, dalla stesura dello statuto dei lavoratori e dell’impalcatura del sistema previdenziale. “Non saremmo arrivati fino ad oggi senza quella impostazione. Per questo, dobbiamo portare a testa alta le nostre idee, perché la crisi è figlia di una destra andata avanti con l’esaltazione del singolo, non della collettività ma la crisi, è anche figlia di una timidezza delle culture alternative.

Se noi torniamo al governo, lo faremo con un programma che perfezioneremo nei prossimi mesi, ma il cui impianto è già elaborato nelle nostre proposte e che sarà nel segno del cambiamento e delle riforme istituzionali: il conflitto di interesse, la riforma dell’informazione, quella fiscale e del welfare. Non voglio più sentire che è cosa bella affrontare una manovra economica correttiva in 5 minuti – ha esortato – il Parlamento deve funzionare, ci deve essere un confronto costruttivo tra maggioranza e opposizione. Questa volta però i tempi ci impongono più coraggio”. Ad esempio ha citato il conflitto di interessi: legge non fatta dal centrosinistra e che va messa subito in cantiere perché anche se se ne va Berlusconi potrebbe esserci un rischio di intrecci tra potere e interessi identico se non peggiore. Se diciamo al Paese dove vogliamo condurlo, sicuramente capirà e ci seguirà.

La crisi economica ci deve far riscoprire i valori dell’equità, giustizia e solidarietà, non per tamponare il contingente ma per costruire il futuro, investendo sui patrimoni rimasti inespressi nel nostro Paese: i giovani, le donne il Mezzogiorno . Il problema del Sud in particolare è la debolezza delle sue strutture sociali, nella quale la politica anche quella buona ci ha marciato, ed una società debole si sa, è merce di scambio. L’antipolitica la vinceremo così, perché Berlusconi non andrà via gratis e il prezzo più grande che ci farà pagare è la delegittimazione di tutta la politica.

Dobbiamo scommettere sulla politica sana, fatta da donne e uomini a servizio della comunità. Se questa è la consegna che ci diamo avremo una crescita che non è solo economica ma anche civile e morale .

Anto. Pro.

www.partitodemocratico.it

"Il paese dove Mao significa Maometto". di Mario Pirani

L´inizio dell´anno scolastico si è aperto con la riproposizione delle critiche a Mariastella Gelmini. Nella sostanza le polemiche vertono sui tagli che in gran parte, però, ricadono sulla manovra di bilancio e portano la firma di Tremonti. Comunque non vi è dubbio che lo stato della scuola sia nel complesso deplorevole soprattutto se sottoposto al confronto internazionale. Il modo come abitualmente se ne discute è, peraltro, ripetitivo e sostanzialmente inutile. Non c´è ministro dai tempi antidiluviani della Falcucci in poi che non sia stato infilzato nelle innumerevoli okkupazioni e nei manifesti sindacali del settore. Ma se è più che giusto denunciare i miseri stipendi, lo stato fatiscente di gran parte dell´edilizia scolastica, l´affollamento delle classi ed altri guasti evidenti, non va ignorato che paradossalmente la concretezza rivendicativa finisce per allontanare l´attenzione dal catastrofico contesto culturale entro cui la scuola è chiamata ad operare nell´ambito di una «società dal pensiero corto», sempre più aliena dall´amore per il sapere e dagli strumenti per assimilarlo.
La più impietosa e aggiornata analisi in proposito (“L´Italia dell´ignoranza”, ed. FrancoAngeli, di Graziella Priulla, docente di Sociologia dei processi culturali a Catania) è un saggio sulla voluta mancanza di una strategia che sostenga la crescita culturale dei cittadini. Per contro ” si fa in modo che si riduca il consenso sociale attorno alla cultura e tra le cose ‘sdoganate´ ci sono la rozzezza e l´ignoranza”. Sui temi trattati riesco solo a segnalare qualche passaggio, cominciando dalla cosiddetta ‘literacy´ ( cinque livelli di lettura e comprensione di testi, indipendentemente dal livello d´istruzione ) . Dalle indagini comparative internazionali emerge che meno di un decimo della popolazione italiana raggiunge i livelli (4 e 5) per comprendere i contenuti di qualsiasi testo (secondo gli standard internazionali la percentuale di più alta competenza alfabetica oscilla tra il 20 e il 30%). In Italia nella maggioranza dei casi ci troviamo di fronte a una alfabetizzazione apparente: la gente in teoria sa leggere (identifica i segni) ma non capisce bene ciò che legge, fatica a leggere e, di conseguenza smette di leggere. Per contro in quasi tutta Europa il processo formativo è visto come un continuum: circa la metà della popolazione tra i 16 e i 65 anni è in varia misura toccata da attività di educazione. Noi siamo assai sotto il 20%. La scuola non riesce a sradicare le diseguaglianze. Grazie alle analisi sappiamo che le variabili extrascolastiche che incidono di più sulle prestazioni dei ragazzi non sono legate tanto allo status economico quanto al livello culturale dei genitori. Così anche l´approdo all´Università non assicura un minimo di capacità linguistica. Nelle prove di ammissione alla facoltà di Lettere di Roma Tor Vergata il 47% dei candidati non ha risposto correttamente al 50% delle domande di comprensione del testo. Alla facoltà di Lettere di Firenze il 50% non ha superato i test d´italiano. Tra le parole che hanno lasciato più perplessi i giovani si annovera: alacre, bandire, egregio, foriero, giubilo, irretire, ecc. L´autrice del libro ha svolto una ricerca sistematica tra i suoi 122 studenti, aspiranti a una laurea, sulla base della lettura di due quotidiani con risultati disperanti. La metà dei ragazzi ignorava e non riusciva a ricostruire il significato di onere, coercizione, sanzione, recessione, apparato. Le assonanze poi provocano effetti stranianti: il ‘virtuale´ ha molte virtù, i gesuiti sono quelli che amano Gesù, Mao è diminutivo di Maometto, lottizzare equivale a ‘fare le lotte´. La sostanziale estraneità con il linguaggio, la sciatteria con cui ci si rapporta con esso, impediscono di usare il buon senso per ricavare il significato di singoli composti: nemmeno chi è uscito con il massimo dei voti dal liceo classico è in grado di ricostruire l´etimodi ‘genocidio´. Purtroppo non basta accusare la Gelmini di turno.

La Repubblica 26.09.11