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“Il valore delle lezioni fuori dall’aula”, di Marco Rossi Doria

Se parli con docenti e dirigenti prima o poi viene avanti la questione che si ripete per ogni generazione: «i ragazzi di oggi sono diversi». Quando si evitano saggiamente gli stereotipi e si entra nell’argomento, si riesce a definire questa loro diversità: si fa fatica a fare lezione come una volta perché questi ragazzini sono qui per stare insieme e si devono conquistare all’attenzione e al lavoro senza poter contare sulle regole che non hanno sedimentato dentro. Atteso che ogni ragazzino è diverso, è evidente che vi è un indebolimento di regolazioni interne, di «quella roba che strutturava il super-io» – come ama dire un amico docente. Sono, poi, quasi assenti, nell’esperienza dei bambini, i luoghi dedicati alla socializzazione: cortili, paese, campagna, quartiere. Posti dove si gioca e si scopre il mondo lontano dagli adulti e si costruiscono comportamenti tra pari basati sul merito e la reciprocità e dove si fa, ben prima che a scuola, l’esperienza del piacere di stare insieme. Ma cosa stanno facendo tante scuole in risposta alla nuova scena educativa? Lo chiedo al prof. Gustavo Piteropolli Charmet, che è un’autorità sui modelli educativi e sulle nuove fragilità durante la crescita e lavora da anni con le scuole. «Tra gli indirizzi educativi che tante scuole stanno sperimentando ne elenco tre. Accogliere il bisogno di socializzazione e lavorare a una sua evoluzione costruttiva. Presiedere il limite con costanza e pacatezza, ma parlandone con i ragazzi e mettendo la questione delle regole in diretta relazione con avventure di apprendimento anche impegnative, da fare insieme. Dedicare spazi e tempi per ragionare e pattuire con i genitori il cosa e come fare, ognuno per la sua competenza ma d’accordo».

Qui Trentino

Andrea Schelfi è dirigente dell’Istituto professionale provinciale Pertini di Trento, 600 alunni che perseguono la qualifica di falegname o quella di parrucchiere o estetista. Insieme ad altri 7 istituti professionali del Trentino ha dato vita al progetto Campus: molte attività socializzanti dallo sport alla musica al teatro, patti con le famiglie, tutor per ogni ragazzo il primo anno, nuove misure contenitive, capaci di ricostruire dialogo e consapevolezza. «Questi ragazzi spesso sono troppo soli e troppo protetti. Altre volte conoscono realtà difficili. La prima regola è differenziare gli interventi, guardare alla persona. I consigli di classe sono la cellula che fa funzionare la relazione educativa e l’apprendimento. Di fronte alle nuove fragilità c’è da lavorare sul gruppo docente, scommettendo sulla sua capacità di coniugare attenzione all’apprendimento e attenzione alla crescita. Non è facile. Ma un gruppo adulto coeso e che riflette aiuta a costruire un gruppo di ragazzi, una classe che sa ugualmente lavorare insieme. Intorno a obiettivi, a sfide formative chiaramente definite. Poi c’è il limite da mantenere. Non esiste accoglienza senza limite. E noi stiamo imparando che, di fronte alle distruttività ma anche ai silenzi ci vuole uno spazio-tempo dedicato. Dove fermarsi, riparare, ricevere attenzione per poi ripartire. La sospensione e la nota da soli non consentono questo. Dobbiamo favorire cambiamenti, puntare sulle trasformazioni dei gruppi e dei singoli adolescenti».

Qui Calabria

Dall’altro capo dell’Italia e in tutt’altro tipo di scuola Saverio Pazzano non dice cose dissimili. Docente di Italiano, Greco e Latino nel liceo classico paritario San Vincenzo di Reggio Calabria, è educatore e formatore nazionale scout. «Il patto con le famiglie esiste da noi come in tante scuole pubbliche. Noi lo sottolineiamo come un prendere un impegno. Come nelle amicizie tra persone diverse, di età diverse. Nello scoutismo come nella vita si impara che l’amicizia è esigente». Gli dico che molte scuole hanno ricominciato a chiedere. E funziona. «Noi chiediamo ai ragazzi di fare volontariato e uscire dal loro mondo protetto. Andiamo insieme nelle mense per poveri. Si creano impegni e soprattutto relazioni, ci si interroga. Andiamo poi a Napoli, quartiere Sanità. E lì tengono un doposcuola per periodi estivi. E questo apprendere si riversa anche sull’apprendimento disciplinare, non è un’altra cosa. Anzi, gli ridà senso».

La Stampa 26.09.11

"Il paese dove nascono più stranieri che italiani", di Jenner Meletti

Corrono sui larghi marciapiedi di piazza 1° Maggio, Ratil, Said, Floresita, Karanjiot e Aayan. Le loro mamme li controllano e li sgridano se si allontanano troppo. Su un muro, sopra la sala civica comunale, c´è un grande poster con decine di fotografie: il caporeparto italiano che insegna al pakistano come si usa il tornio.Bimbi di tutti i colori alla scuola elementare, una famiglia indiana con nonna al centro, altri indiani in una stalla… Sotto, una scritta con l´articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione…». Sembra l´istantanea di un paese felice. Ma le voci che si sentono al bar Commercio, di fronte al municipio, raccontano un altro paese. «Questi qui, ormai, in dapertot, sono dappertutto. A sem pin ‘d furaster, siamo pieni di forestieri». «Questi qui» sono gli stranieri, che hanno cominciato ad arrivare agli inizi degli anni ‘90 e adesso sono 2.081, il 18,1% di una popolazione di 11.473 abitanti. E adesso, questi forestieri arrivati a Novi hanno conquistato un nuovo record: per la prima volta in un paese italiano – secondo gli studi della fondazione Leone Moressa di Venezia – le nascite di bambini figli di stranieri superano quelle dei figli di italiani, con il 51,4% del totale.
Entri all´anagrafe e capisci subito che il paese che pensava che Mantova e Reggio Emilia fossero all´estero è ormai un ricordo lontano. “Register office, bureau d´etat civil”, dicono le targhe. In fila, cinesi e pachistani, una famiglia moldava e poi un´anziana di Novi, con badante romena. Il sindaco, Luisa Turci, del Pd – in giunta c´è anche Rifondazione – è stata per decenni dirigente della Cna ed è abituata a giocare a carte scoperte. «Anche questa notizia – dice – creerà polemiche. Novi piena di immigrati, il Comune che pensa solo agli stranieri, questi che arrivano per sfruttare i servizi e le risorse accumulate per decenni da noi novesi… Mi sembra già di sentire l´opposizione Pdl e Lega nel prossimo consiglio comunale. Bambini stranieri più numerosi degli italiani? Secondo me il fatto positivo è questo: nascono bambini, e i bambini sono bambini. Divento una iena, quando si cerca di discriminare un neonato o un ragazzino per il colore della sua pelle. Gli adulti stranieri, anche se più deboli, si possono difendere. I bimbi no. E noi dobbiamo imparare da questi piccoli. In prima elementare, dove ci sono cinesi, pachistani e tanti altri, ho chiesto a una bimba italiana: ci sono stranieri, nella tua classe? Lei mi ha guardato stupita e mi ha risposto: no, non ce ne sono. Per lei ci sono Lin, Said, Hajar, compagni di classe, non stranieri».
Alla Lega Nord il boom di nascite “extracomunitarie” è gradito come la grandine sull´uva. «Era prevedibile – dice Federica Boccaletti, capogruppo dell´opposizione – e con una politica come quella fatta dal Comune, inevitabile. Novi ha la più alta percentuale di stranieri della provincia di Modena, e il boom delle nascite è una conseguenza. Io non ho mai detto: via gli stranieri. Io dico: non basta dire venite da noi, bisogna fare una politica di integrazione. E per questa non servono i pranzi multietnici ma è necessaria un´opera di alfabetizzazione. Gli stranieri debbono conoscere le nostre leggi e le nostre tradizioni, e rispettarle. L´anno scorso c´è stato un drammatico campanello d´allarme ma non è servito a nulla». Il 3 ottobre 2010 Hamad Khan Butt, pachistano, assieme al figlio Humair uccise con spranghe e pietre la moglie Begm Shnez, che difendeva la figlia Nosheen, perché non accettava un matrimonio combinato dai maschi di famiglia. Anche la ragazza fu ferita gravemente.
«Adesso che c´è la crisi – dice la capogruppo leghista – bisogna stare attenti con le risorse. Gli stranieri sono sempre in cima alle graduatorie per l´asilo, la materna e altri servizi. Hanno anche le case e i servizi, costruiti però dalle famiglie novesi che da secoli lavorano qui e producono reddito». Il vicesindaco Italo Malagola e l´assessore Vania Pederzoli non si scompongono. Mostrano dati e tabelle. «Guardi la lista per i nidi e le materne. In testa ci sono gli italiani. Questo perché primo requisito per entrare in graduatoria è il lavoro di entrambi i genitori. Nelle famiglie straniere la donna è quasi sempre a casa e così non ottiene punti. E poi ci sono le rette per loro troppo alte, da 75 a 425 euro al nido, da 90 a 160 alla materna. E così i bambini stranieri nei nidi – noi diciamo purtroppo – sono 7 in tutto su 58. Le case comunali? Su 46 appartamenti solo 8 sono affittati ad extracomunitari. Nomi e cognomi di tutti coloro che hanno le case, sono in graduatoria per l´asilo o ricevono sussidi dal Comune, sono nostro sito internet e affissi nel´albo comunale. Anche con la crisi, riusciamo a ospitare nei nidi il 36,8% dei bimbi, contro il 27% della Regione e il 12% nazionale. Le polemiche comunque continuano, contro gli stranieri che rubano il pane agli italiani. Con tanta gente che non arriva a fine mese, chi arriva da lontano è il capro espiatorio ideale».
«Storie già vissute», dice Elvio Vezzani, che fu sindaco dal 1980 al 1995. «Allora il problema erano i meridionali, che venivano a fare gli intonacatori e i pavimentisti e secondo i novesi facevano prezzi stracciati rovinando il mercato». Daniela Malavasi è stata sindaco dal 1997 al 2007. «Durante i miei mandati gli stranieri sono aumentati dal 4 al 15%, ma non c´erano ancora tensioni. Il loro numero è infatti cresciuto con i ricongiungimenti familiari, e in paese non si incontravano più maschi soli e senza relazioni». Altri arrivi, nuove tensioni. Gli albanesi che furono i primi a cercare casa e lavoro ora sono 18 in tutto, i pachistani sono 432, i cinesi 788. «Si viveva di agricoltura, un tempo – dice il sindaco Luisa Turci – poi è arrivata l´industria, con la costruzione di scale. Ma con il blocco dell´edilizia ora tutto è fermo, l´industria è sparita». Le ultime donne che furono mondine nel Vercellese ora cantano in un bellissimo coro che fa tournée a New York, a Chicago e in Irlanda. In piazza 1° Maggio restano le donne del Pakistan, che con i loro figli che vanno a scuola parlano in italiano. «Vieni, è ormai ora di cena».

La Repubblica 26.09.11

"Strategie di sopravvivenza", di Lucia Annunziata

Le donne saudite potranno votare. Quasi come dire che gli asini potranno volare, o i cani parlare. Uno strano ma vero, che, ancora una volta, e nella più estrema delle circostanze (l’Arabia Saudita), prova che nelle società attuali la questione femminile è la cruna d’ago della politica. Di politica, anzi di Superpolitica, si tratta infatti: il diritto delle donne saudite che finalmente viene riconosciuto è il pezzo centrale di una tela che re Abdullah sta tessendo per prevenire la protesta della primavera araba nel suo Paese, e per consolidare il fronte delle monarchie sunnite contro l’Iran. Un peso geopolitico non da poco per quel che appare come un semplice diritto civile, ma così è: concedendo ieri alle donne di votare re Abdullah ha fatto tutte queste mosse insieme.

Sapevate, intanto, che l’unica protesta della primavera araba che ha lambito il Regno è stata fatta da donne? Nella nazione dove queste donne hanno bisogno di un permesso scritto da un guardiano uomo (padre, marito, fratello o anche figlio) per lavorare, partire, o sottoporsi a interventi medici, il braccio di ferro della libertà si è concentrato sull’obiettivo di poter guidare la macchina. Una vecchia battaglia delle saudite, questa del volante libero, che però negli anni ha sempre visto le protagoniste arrestate. Come è successo ancora lo scorso mese, con l’arresto di una 32enne che aveva guidato e messo su Internet il video. Solo che negli ultimi mesi la semplicissima protesta non si è mai fermata.

Ieri l’annuncio, in cui il re in prima persona ha detto di non «voler emarginare le donne», e ha messo in chiaro che il permesso da lui dato ha l’appoggio totale dei clerici. Dunque anche i rigidissimi ulema sauditi, quei custodi della versione più rigida della tradizione conosciuta come wahabita, appaiono convinti.

Una decisione salutata nel Paese e nel resto del mondo arabo, nonché a Washington, dove abita un segretario di Stato, Hillary Clinton, notoriamente sensibile a queste cose, come un segno di cambiamento epocale.

Ma se epocale è, lo è, come si diceva, perché è un purissimo indicatore politico. Con questo gesto infatti il re procede su un percorso che ha intrapreso da mesi, nel tentativo di non essere inghiottito dalle sabbie mobili della primavera araba, all’interno e all’esterno della sua nazione.

La decisione sui diritti delle donne mirata anche a raggiungere e compiacere il mondo occidentale dove l’Arabia Saudita ha i suoi migliori alleati – gli Usa innanzitutto – è solo l’ultima di una serie di mosse. In primavera, il re ha stanziato 93 miliardi di dollari in sostegno alla occupazione e ai servizi, pensando soprattutto allo scontento della popolazione sciita, che abita la zona Est del Paese dove si trovano numerosi pozzi petroliferi.

Ancora maggiore è stato l’attivismo del regno in politica estera. L’Arabia Saudita in primavera ha inviato il suo esercito – una violazione del diritto internazionale che si è preferito non rilevare – in Bahrein, per disperdere con la forza le proteste che assediavano la monarchia locale, sunnita come quella saudita. Nella casa dei Saud ha trovato ospitalità per tre mesi il Presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, in fuga dalla sua nazione, oggi sull’orlo della guerra civile, e dove è tornato questa settimana – con una mossa cui si guarda con certa apprensione da Washington. Lo Yemen è un punto strategico per gli Stati Uniti per la profonda collaborazione stabilita negli ultimi anni fra la intelligence yemenita e la Cia nella lotta contro Al Qaeda che in Yemen ha importanti basi. In agosto, poi, re Abdullah ha rotto con la Siria, Paese alleato dell’Iran, guidando uno schieramento contro Damasco formato dalle monarchie sunnite.

Nell’insieme, dunque, l’Arabia Saudita sembra voglia mettersi alla testa di un fronte che cerca di fermare le rivoluzioni arabe nel Golfo, stringendo un patto fra sunniti per fermare la dilagante influenza iraniana che in parte queste rivoluzioni diffondono.

Ma forse il segno più sorprendente di questo attivismo saudita, è l’attivismo in sé. Il regno ha un peso internazionale enorme, per petrolio, alleanze e intrighi che sa muovere, ma ha sempre esercitato il suo ruolo secondo una strategia di segretezza, rimanendo sempre in secondo piano, preferendo la diplomazia della intermediazione a quella dei proclami. Il fatto che il re oggi si esponga, parli ai suoi sudditi, prenda decisioni clamorose, e vada in tv, è in sé l’indicazione che un cambiamento è già avvenuto: la misteriosa casa dei sauditi ha dovuto mettere la faccia sulla sua politica.

La Stampa 26.09.11

Il welfare di mamma e papà", di Federico Rampini e Maurizio Ricci

Piano a parlar male dei bamboccioni. O a coltivare, come il ministro Brunetta, l´idea di una legge che obblighi i ragazzi a lasciare la casa di papà e mamma a 18 anni. Si rischia di compromettere la fabbrica sociale del Paese e, forse, anche la pace nelle piazze. La crisi, infatti, morde: i consumi si assottigliano, i redditi scendono, i risparmi si sgonfiano, l´economia ristagna. Siamo, probabilmente, arrivati sul crinale di un autunno fra i più bui della storia recente. Se le fabbriche come l´Irisbus cominciassero a chiudere, le banche in crisi a tagliare posti di lavoro, Comuni e Province con le casse vuote a scaricare personale, se i licenziamenti facili previsti dalla manovra del governo diventassero prassi corrente e i rubinetti dell´assistenza agli anziani si prosciugassero, gli effetti potrebbero essere devastanti.
A tamponare, almeno fino ad ora, l´impatto della crisi, infatti, è stato soprattutto quel welfare all´italiana, i cui tratti vengono solitamente indicati come il segno della scarsa modernità del Paese. Ovvero, la famiglia. Non, però, quella di cui parlano spesso i cattolici, cioè la famiglia presente e futura. Ma quella passata. In due parole, la rete di protezione è stata finora assicurata dal lavoro di papà, titolare di un vecchio contratto di lavoro a tempo indeterminato. Di fatto, per ora, illicenziabile.

Una ricerca della Banca d´Italia quantifica e spiega questa nuova forma di Welfare familiare
In Italia l´ondata di licenziamenti che si è abbattuta sui giovani, in gran parte precari, non si è trasformata in tragedia sociale grazie all´apporto della famiglia di origine con la quale continuano a convivere: 2 milioni “protetti” dalla casa dei genitori. Ma ora anche questa rete di protezione comincia a erodersi
Da noi il tasso di occupazione tra i 25 e i 34 anni è crollato in sette anni dal 70 al 65%
I protagonisti della crisi sono, infatti, i giovani che si sono affacciati negli ultimi anni al mercato del lavoro: quelli fra i 25 e i 34 anni. Quella generazione è stata oggetto di un gigantesco esperimento sociale, in nome della flessibilità del lavoro. Fra il 1995 e il 2007, il numero dei contratti a termine è aumentato, in media, del 7 per cento l´anno. Il risultato è che, nel 2008, all´alba della crisi, nelle grandi regioni produttive del Nord (Lombardia esclusa) la quota dei contratti vecchio stile, a tempo indeterminato, si era ridotta al 23 per cento del totale delle assunzioni. Nel 2010, era ulteriormente scesa al 15 per cento: il resto, part time o co.co.co. Ma la flessibilità, come è noto, è a due vie: niente di più facile che licenziare uno che non si è mai veramente assunto. Tanto più nell´esperimento italiano che, in termini di protezione del lavoratore precario, si colloca ad un estremo negativo, assolutamente eccezionale.
Nei Paesi dell´Ocse, l´organizzazione delle Nazioni industrializzate, il grado di protezione contrattuale e sociale, fra il 1995 e il 2007, si è ridotto su una scala da 0 a 6, di meno di mezzo punto. In Italia, di 3 punti e mezzo. Il risultato, con l´arrivo della crisi, è stata un´ondata di licenziamenti. Fra il 2008 e il 2009, il 23,9 per cento dei giovani precari dell´industria è stato rimandato a casa e ancora il 3,6 per cento fra il 2009 e il 2010. Nei servizi, il taglio è stato del 10,7 per cento nel 2009 e, in più, un altro 2,8 per cento l´anno dopo.
Una mattanza. Il tasso di occupazione misura il numero di occupati rispetto al totale dei coetanei: fra il 2004 e il 2010, dice l´Istat, il tasso di occupazione, per i giovani fra i 25 e i 34 anni, è crollato dal 70 al 65 per cento. Cinque punti, una percentuale enorme, oltre mezzo milione di persone che, nel 2004 avrebbero trovato lavoro e che, oggi, non ce l´hanno. Dove sono finiti? Com´è che non hanno finora ingrossato le statistiche dei senzatetto? La risposta è semplice: sono rimasti – o sono tornati – a casa dei genitori. Una scelta facile: basta guardare a cosa è successo ai loro fratelli maggiori che da casa se ne sono andati e hanno messo su famiglia. La quota più consistente di famiglie sotto il livello ufficiale di povertà (circa mille euro al mese in due) è quella in cui il capofamiglia ha fra 35 e 44 anni. Così, il numero dei bamboccioni si è gonfiato. Nel 1995, il numero di giovani fra i 25 e i 34 anni che vivevano con almeno un genitore era pari al 35,5 per cento del totale. Nel 2009 eravamo schizzati al 42,4 per cento. Il fenomeno è massiccio, soprattutto per i maschi: eravamo al 44,5 per cento nel 1995, siamo saliti oltre la metà (52 per cento) nel 2009: si va dal 45 per cento del Nord Est a quasi il 60 per cento nel Mezzogiorno. In cifre, fa anche più impressione: ci sono, in Italia, oltre due milioni di giovanotti che, ogni sera, vanno a dormire in quella che era la stanza dei bambini.
Le alternative, d´altra parte, sono poche. E, almeno fino al 2009, la rete di protezione della famiglia ha funzionato. Grazie a due fattori chiave. Il primo è la casa (dei genitori). L´80 per cento degli italiani vive in una casa che possiede e questo – se, come è probabile, papà ha ormai finito di pagare il mutuo – taglia una voce importante di bilancio ed esclude il pericolo di finire in mezzo alla strada. Il secondo è ancora papà, più esattamente il suo stipendio. Lo si vede con chiarezza in una ricerca della Banca d´Italia, che esamina il problema occupazione, guardando alle famiglie, piuttosto che agli individui: in sostanza, contando le famiglie in cui (tolti bambini, studenti, pensionati) ci sono solo adulti che potrebbero lavorare, ma sono disoccupati.
Sono tante, troppe. Già nel 2009, ogni 6-7 famiglie italiane, ce n´era una in cui nessuno ha un posto di lavoro: due milioni e mezzo di famiglie, dove, presumibilmente, si va avanti con la pensione del nonno o qualche assegno sociale. Di mezzo, ci sono 750 mila bambini. E la situazione peggiora in fretta: fra il 2008 e il 2009, quando la crisi era appena iniziata, erano aumentate del 10 per cento. Un dramma sociale. Tuttavia, notano i ricercatori di Via Nazionale, meno vasto di quanto potrebbe essere. A guardare il tasso di disoccupazione e le esperienze degli altri Paesi europei, infatti, le famiglie senza lavoro dovrebbero essere di più. Invece, sono meno di quanto le proiezioni statistiche suggerirebbero.
Perché? Anzitutto la famiglia italiana (come, non a caso, quella spagnola) è diversa da quella inglese, francese, tedesca. Il numero dei single italiani – la categoria più a rischio di risultare una famiglia senza lavoro – cresce velocemente, ma la loro quota è ancora bassa, rispetto al resto d´Europa. E la famiglia allargata assai più diffusa: il 17 per cento delle case italiane ha almeno tre adulti in età di lavoro, contro il 6-8 per cento in Francia, Germania, Gran Bretagna. Risultato? In Italia, il numero di adulti privi di occupazione arriva al 35 per cento, molto più alto che per francesi, tedeschi e inglesi, che si fermano al 20-25 per cento. Ma il numero di adulti che vivono in famiglie senza lavoro è più o meno uguale: il 10 per cento. In altre parole, se il tasso di disoccupazione si distribuisse a caso fra le famiglie e queste fossero simili al resto d´Europa, le case senza lavoro sarebbero molte di più. Invece, una buona fetta degli italiani senza lavoro vive in case in cui entra almeno un altro stipendio.
Non è, per lo più, quello della moglie. E´, invece, conferma la Banca d´Italia, quello di papà. Fra il 2008 e il 2009, il tasso di occupazione è sceso di 1,2 punti. Ma solo di 0,3 punti per i capifamiglia: il resto riguarda i figli conviventi. E´ il bilancio della mattanza dei precari: i figli rappresentano un quinto del totale degli occupati, ma il 70 per cento di quelli che non hanno un lavoro. Fra il tasso di disoccupazione dei figli fra i 30 e i 40 anni e i padri capifamiglia c´è un abisso di cinque punti. Per questi quarantenni, condannati a restare nella stanza in cui giocavano con l´orsacchiotto e il fucile spaziale, le prospettive sono buie. Difficilmente troveranno un lavoro, a stare all´esperienza di chi il naso fuori di casa lo ha messo e si trova, adesso, in condizioni assai più disperate: quattro famiglie senza lavoro su cinque non vedono buste paga da più di un anno.
I dati della Banca d´Italia si fermano al 2009. La crisi ha già avuto altri 20 mesi per aggravare la situazione e scardinare questa rete, approssimativa e casereccia, di protezione sociale. La casa resta di proprietà, ma, adesso, anche lo stipendio di papà traballa. E sappiamo che, rispetto al 2009, anche il terzo e ultimo salvagente è sempre più sgonfio. E´ il risparmio, di cui, in base alle medie statistiche, gli italiani sono, tradizionalmente, ben forniti. A metà 2008, gli italiani mettevano da parte il 16 per cento del loro reddito. All´inizio del 2011, riuscivano ad accantonare solo l´11,5 per cento. Se prima risparmiavano quattro euro, nel giro solo di un anno e mezzo si sono ridotti a tre. E´ una media, naturalmente. Significa che molti, ormai, sono a secco. Come se un timer, sullo sfondo, ticchettasse sempre più forte.

La Repubblica 26.09.11

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Ora anche l´America scopre i “bamboccioni” troppo cara l´autonomia

Se si eccettua “l´assedio a Wall Street” che dura da otto giorni – una manifestazione di protesta contro i banchieri che mobilita qualche centinaio di giovani – le piazze d´America non sono piene di cortei. La parola sciopero si legge sui giornali solo nelle cronache dall´estero. Gli scontri di cui i telespettatori americani vedono le immagini da Atene, il fenomeno degli “indignados” spagnoli, non hanno equivalenti negli Stati Uniti. In un paese con 25 milioni di disoccupati, come si spiega l´assenza di tensioni visibili? L´interrogativo riguarda in particolare i giovani. Colpisce anche l´America quello che in passato era un “morbo europeo”: la Grande Contrazione scoppiata nel 2008 ha trattato peggio le nuove generazioni. La caduta di reddito più pesante nel 2010 è quella che ha colpito la generazione tra i 16 e i 24 anni: meno 9%. Addirittura il 45,3% della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni si trova sotto la soglia della povertà (11.000 dollari annui). Di conseguenza è aumentato del 25% il numero di coloro che devono abitare sotto lo stesso tetto dei genitori. Si accentua il fenomeno dei “bamboccioni” d´America, costretti dalla situazione economica a rimanere in casa dei genitori o a farvi ritorno: un comportamento in netto contrasto con le consuetudini consolidate da molte generazioni.
C´è una forte tendenza al “ritorno a casa” da parte dei giovani a causa della crisi. Questo spiega, almeno in parte, l´assenza di significative tensioni sociali in Usa

(SEGUE DALLA COPERTINA)
La quota di giovani adulti fra i 25 e i 34 anni che vivono in una “abitazione multi-generazionale” – cioè sotto lo stesso tetto dei genitori e talvolta pure dei nonni – raggiunge un livello che non si conosceva dagli anni Cinquanta. E´ possibile che questo “ritorno a casa” sia, proprio come in Italia e altre nazioni mediterranee, uno degli ammortizzatori sociali che attutiscono gli shock della crisi? In parte sì, grazie alla dimensione sempre più multietnica della società americana. Gregory Warner lo racconta nel suo talkshow radiofonico su Marketplace: «Io ho speso metà del mio primo stipendio per andarmene di casa e affittarmi un appartamento. Nella mia famiglia successo e indipendenza sono due sinonimi. Ma non è così per il mio amico Eugene, 28 anni, figlio di immigrati russi: non può permettersi un affitto e sta a casa dei genitori, ma non vive questo come una forma di dipendenza o un prolungamento dell´adolescenza». La regola del “nido vuoto”, per cui fin dal college le ragazze e i ragazzi dovevano abbandonare la casa dei genitori, è impressa nella cultura Wasp, cioè bianca anglosassone e protestante. Nell´America dei latinos, dei cinesi, dei russi, i sistemi di valori sono molto diversi. La famiglia allargata è un Welfare State autonomo, che può reggere anche quando la destra repubblicana costringe Barack Obama ai tagli sui servizi sociali. Ma la rete delle solidarietà familistiche è solo una delle spiegazioni per l´assenza di forti tensioni sociali. Un´altra, la più importante, la spiega Michael Kazin autore del saggio “American Dreamers: How the Left Changed a Nation”.
Questo storico che ha ricostruito il ruolo di un “sogno di sinistra” nella costruzione degli Usa, avverte che “a volte l´assenza di notizie è la cosa più importante”. E in questo momento la notizia assente è proprio il vuoto di battaglie di massa. «L´unico vero movimento popolare nato in questo periodo – ricorda Kazin – è il Tea Party, cioè una rivolta di destra guidata da veterani del pensiero neoconservatore e finanziata da miliardari, che punta a tagliare ancora la spesa sociale e si oppone alle tasse sui ricchi». Se non esiste nulla di simile a sinistra, secondo Kazin è perché “i grandi movimenti richiedono decenni di gestazione”. E noi viviamo ancora dentro l´onda lunga di un´egemonia trentennale del pensiero conservatore. La destra investì fin dagli anni Settanta nella costruzione di un´egemonia culturale, di una rete organizzativa. E´ così forte la sua presa sull´opinione pubblica, che può permettersi di denunciare come “istigazione alla lotta di classe” la modesta proposta di Obama per una tassa sui milionari che li equipari ai lavoratori dipendenti. Certo a sinistra c´è chi ha saputo sfruttare le nuove tecnologie per creare movimenti adeguati alla nostra società digitale. Il modello è MoveOn, nato a Berkeley, che oggi conta un milione di iscritti. La sua ossatura organizzativa è Internet.
La sua struttura è “bottom-up”, le iniziative salgono dal basso e i vertici le raccolgono. Ha saputo mobilitare i giovani per un´affluenza record alle urne nel 2008, quando vinse Obama. Tuttavia si sente la mancanza di un´ideologia forte che legittimi le lotte sociali, le rivendicazioni redistributive. Pesa la guerra condotta dalla destra per mettere al bando il sindacato da molti luoghi di lavoro: nel privato oggi solo il 7% dei dipendenti appartengono a una Union. MoveOn va forte nella Silicon Valley, ma non raggiunge i fattorini degli ipermercati Wal Mart assunti a salario minimo e senza diritto d´iscrizione sindacale. Privati di una cultura della solidarietà collettiva, senza organizzazioni che canalizzino la sofferenza del mondo del lavoro, per molti americani lottare insieme è un´idea caduta nell´oblìo.

La Repubblica 26.09.11

"Francia, Senato alla sinistra. Prima volta. Schiaffo a Sarkozy" da unita.it

Il verdetto è arrivato poco dopo le 19, con i risultati definitivi della Manche, regione a nordovest della Francia. Per la prima volta da 50 anni, la sinistra ha conquistato il Senato transalpino. Un sorpasso storico che rappresenta un grosso e preoccupante smacco per il presidente Nicolas Sarkozy e il suo governo, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali fissate per maggio del 2012. Lo scrutinio per il rinnovo di metà della Camera alta, organo di rappresentanza delle regioni e delle collettività eletto per scrutinio indiretto tramite decine di migliaia di grandi elettori, contrariamente a quanto pronosticavano molti commentatori, la gauche ha potuto cantare vittoria già in serata, raggiungendo la certezza matematica dei 23 seggi necessari senza attendere i risultati delle consultazioni nelle regioni d’Oltremare al di là dell’Atlantico.

PARIGI, IL CENTRODESTRA PERDE
A Parigi, dove il centrodestra si presentava spaccato, con una lista ufficiale guidata dal ministro dello Sport Chantal Jouanno e una ‘dissidentè capeggiata dall’ex consigliere dell’Eliseo Pierre Charon, la maggioranza di governo ha mantenuto solo 2 seggi sui 12 assegnati. Mentre il centro-sinistra ha sfondato, con 5 seggi per il partito socialista, 2 per i verdi di Europe Ecologie e 1 per il partito comunista.

I SOCIALISTI ANNUNCIANO: ABBIAMO VINTO
La sinistra ha detto di aver conquistato per la prima volta in oltre 50 anni la maggioranza assoluta al Senato. Lo ha annunciato Jean-Pierre Bel, capogruppo dei socialisti al Senato. Non è chiaro se i dati di Bel siano effettivi oppure solo proiezioni, ma il presidente del Senato, il conservatore Gerard Larcher, ha dichiarato che la sinistra «ha fatto un passo avanti. Più grande di quello che pensavo».

La sinistra francese, i socialisti e i loro alleati, affermano di aver ottenuto la maggior parte dei seggi del Senato da quando la Camera alta venne istituita nel 1958. La gauche ha dichiarato di aver già vinto i 23 seggi che le servivano per controllare il Senato, assemblea eletta a suffragio indiretto (partecipano solo i circa 150.000 eletti in tutte le istituzioni politiche francesi) a differenza della Camera, l’Assemblea Nazionale.

In palio oggi c’erano 170 senatori su 348. Se l’annuncio trovasse conferma cambierebbe poco visto il ruolo secondario del Senato, ma formalmente e simbolicamente è un segnale forte: segnerebbe un’ulteriore confitta per la destra di Nicolas Sarkozy a otto mesi dalle presidenziali di maggio.

La vittoria della gauche impedirebbe poi all’Eliseo di portare avanti la riforma costituzionale (in cui c’è bisogno dei tre quinti dei voti di Camera e Senato) del pareggio di bilancio cui Sarkozy tiene molto.

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"Aspettando le elezioni nel Deserto dei Tartari", di Ilvo Diamanti

Anche ieri si è ripetuto il logoro copione che si recita in Italia, da oltre un anno e forse più. Bersani ha invocato un governo di emergenza. Gli hanno fatto eco Fini e Casini, invocando nuove elezioni. Ma Berlusconi ha ribadito che non ha nessuna intenzione di dimettersi. Né di anticipare il voto, senza la sfiducia del Parlamento. Anche se ormai la sua parabola è alla fine. O, forse, proprio per questo. Se uscisse di scena, a differenza del passato, stavolta difficilmente riuscirebbe a rientrare in gioco. Parallelamente, nel Pdl, pochi – oltre a Pisanu – sembrano disposti ad accantonare il proprio leader-padrone. A parte il fatto che nessuno ne avrebbe la forza, tutti si rendono conto che senza Berlusconi il Pdl resterebbe privo di identità e organizzazione. La stessa Lega vive con disagio crescente l´alleanza con Berlusconi. Soprattutto i militanti e la base, sempre più insofferenti. Ma Bossi e suoi fidi esitano a staccare la spina. Il destino dei due leader è reciprocamente legato. Se Berlusconi cadesse, la posizione di Bossi verrebbe compromessa. Senza il Pdl e senza Berlusconi (per non dire senza Bossi), lontano dal governo: la stessa Lega, rischierebbe la marginalità politica e il declino elettorale. Come avvenne dopo la svolta secessionista del 1996. Una prospettiva insopportabile per un partito che ha da difendere (e da perdere) molti posti di governo – e di sottogoverno. Nella pubblica amministrazione e nella finanza. A livello nazionale e locale.
Così Berlusconi e il centrodestra “resistono” in Parlamento. Dove dispongono ancora di una maggioranza precaria. Sufficiente a garantire la “fiducia” quando è necessario. Mentre tra gli elettori oggi sono una minoranza, largamente “sfiduciata” dai cittadini.
Ciò rende il ricorso a elezioni anticipate assai improbabile. Anche se l´ipotesi echeggia, un giorno sì e l´altro pure. Ma le elezioni non le vuole nessuno. Anzitutto nella maggioranza. Figurarsi. Oggi, per il centrodestra, significherebbe perderle. Anche se Berlusconi dà il meglio di sé in campagna elettorale, quando è dato per spacciato. Ma stavolta è diverso. La sua stagione è finita. I valori e i modelli su cui ha fondato il proprio successo: logori e inattuali. La sua immagine non attrae più. Semmai avviene il contrario. La sua “base sociale” l´ha abbandonato. Gli imprenditori piccoli e grandi: ne chiedono le dimissioni da mesi. Ai loro congressi basta inveire contro il governo e il presidente del Consiglio per sollevare grandi boati di approvazione. La stessa Chiesa appare tiepida. Anche se le gerarchie mantengono un atteggiamento fin troppo prudente di fronte ai modelli e agli stili di vita proposti da chi guida il Paese.
Insomma, si tratta del momento peggiore per andare al voto, dal punto di vista di Berlusconi e del Pdl. Ma anche dal punto di vista della Lega, in evidente difficoltà nel recitare la parte dell´opposizione, dopo aver sostenuto fedelmente Berlusconi, da dieci anni in qua. Bossi lo ha detto esplicitamente a Pontida. È cambiato il “ciclo politico”. A favore della Sinistra. E allora, perché votare? Tanto più che neppure a sinistra – nonostante il vento favorevole – si coglie molta voglia di andare al voto presto. Il Pd non si sente pronto. È diviso sulla questione delle alleanze. L´idea del Nuovo Ulivo, insieme all´Idv e a Sel, a Di Pietro e Vendola, dispiace a una parte del Pd, che preferirebbe la Grande Coalizione con il Terzo Polo. E teme di spingere l´Udc in braccio al centrodestra. A ragione, visto che le sorti della competizione elettorale diverrebbero altamente incerte.
Peraltro, la prospettiva del voto avvicinerebbe le primarie. Su cui nel Pd non c´è armonia di vedute. Quando e come farle? Primarie di partito o di coalizione? Oppure entrambe? Perché le primarie al gruppo del Pd piacciono quando l´esito è scontato. Non se sono davvero “aperte”.
Infine, c´è la questione della “legge elettorale”. Votare presto costringerebbe a utilizzare il famigerato Porcellum. Proprio mentre l´iniziativa referendaria, promossa da Parisi, volta ad abrogarlo e ristabilire il sistema elettorale precedente, ha ottenuto un massiccio sostegno popolare. Viaggia ben oltre le 500mila firme. Non a caso Alfano, a nome di Berlusconi, nei giorni scorsi, si è detto pronto a riformare l´attuale legge. Presumibilmente, per prendere tempo. E per evitare un nuovo referendum. Rischioso come il precedente, per il centrodestra. Mentre al Terzo Polo non piacciono né il Porcellum né il Mattarellum.
Mi rendo conto che questa ricostruzione, pedante e un po´ prolissa, può apparire noiosa e scontata. Persino banale. Tuttavia, mi è parso utile proporla. Non solo a memoria futura – e presente. Ma perché dà il senso di quel che sta capitando nel nostro sistema politico. Mentre tutto intorno ci crolla addosso. Mentre le vicende politiche e i mercati globali richiederebbero – e, anzi richiedono – un governo che governi e un presidente del Consiglio credibile – o almeno non squalificato. Sostenuto da una maggioranza che sia tale non solo in Parlamento – e spesso neppure lì. Ma anche tra i cittadini e gli elettori. In Italia, invece, viviamo un tempo di elezioni e dimissioni imminenti. Sempre possibili e da molte parti auspicate. Ma puntualmente scongiurate e rinviate. È come fossimo perennemente in crisi di governo. In campagna elettorale permanente. Quando non è possibile decidere nulla, perché è importante inseguire e conquistare ogni segmento di opinione pubblica. Ogni frammento del mercato elettorale. Un giorno dopo l´altro. Un momento dopo l´altro. Così tutto si agita, nel nostro piccolo mondo. Ma tutto resta uguale. Mentre fuori infuria la bufera (politica, monetaria, economica, finanziaria…).
Verrebbe da evocare la fortezza Bastiani, dove l´ufficiale Giovanni Drogo, insieme alla sua guarnigione, attende l´arrivo del nemico. Che non arriva mai. Nel Deserto dei Tartari narrato da Dino Buzzati. Ma si tratterebbe di una citazione troppo nobile, per il nostro povero Paese. Per il penoso spettacolo offerto dalla nostra scena politica. Che mi rammenta, piuttosto, un tapis roulant. Dove cammini e corri, con continui cambi di velocità e di pendenza. Ma resti sempre fermo. Nello stesso posto. Nella tua stanza. Senza una meta. Senza un orizzonte. Mentre il mondo fuori incombe.

La Repubblica 26.09.11

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“Il pd Franceschini: meglio di così anche un governo Pdl, ma senza Silvio”, di GOffredo De Marchis

“Ormai va bene tutto basta che se ne vada”. Ogni giorno di Berlusconi al governo costa miliardi di euro, e li paga l´Italia: continuare è un suicidio. In privato molti della maggioranza sono consapevoli che c´è bisogno di un governo sul modello Ciampi. «Tutti capiscono che è un suicidio continuare così». L´alternativa che conviene al Pd sono le elezioni anticipate. Ma la prima scelta di Dario Franceschini e di tutto il vertice democratico resta il governo di salvezza nazionale: «Sostenuto da una larghissima base parlamentare. Che arrivi fino al 2013 e lasci il posto a una normale competizione elettorale subito dopo». Al Pdl e alla Lega il capogruppo del Partito democratico offre però anche un´altra via d´uscita: «Sarebbe meglio della situazione attuale anche un governo della stessa maggioranza ma senza Berlusconi. Noi rimarremmo all´opposizione ma un clima migliore diventerebbe possibile».
Non è aria. Come interpreta l´ulteriore irrigidimento del premier?
«La saggezza popolare ci insegna che non c´è limite al peggio. Quelle di Berlusconi sono le parole di un uomo disperato, impaurito. Il rischio è quello di creare una differenza incolmabile tra quello che vive il Paese reale e ciò che avviene nei Palazzi della politica. Tutte le forze sociali ed economiche, tutti gli osservatori internazionali, tutti i governi degli altri paesi capiscono che è suicida andare avanti così. Ma lui si arrocca in una difesa disperata e chi gli ha buttato la ciambella di salvataggio tipo Scilipoti pensa che il proprio percorso politico parlamentare finirà con la sconfitta della maggioranza alle elezioni. Perciò resiste. Il punto è che il costo di questa resistenza lo paga l´Italia: ogni giorno di Berlusconi al governo costa miliardi di euro».
Bersani insiste sul governo di emergenza. È davvero fattibile?
«La premessa è che con un maggioranza così sbrindellata il nostro interesse puramente di parte sarebbe aprire subito le urne, domani. Ma per una volta vorrei che ci fosse dato atto di un senso di responsabilità: non inseguiamo ciò che ci conviene ma quello che serve al paese. In privato molti esponenti della maggioranza sono consapevoli del momento: c´è bisogno di un governo guidato da una personalità credibile, sul modello di Ciampi, con una larghissima base parlamentare, che finisca la legislatura. La sola uscita di Berlusconi varrebbe tre manovre finanziarie».
La difficoltà di far avanzare questa proposta non dipende anche dalla sua fumosità? Qual è il programma di un governo transitorio?
«Intanto una nuova legge elettorale per non tornare a votare con quella attuale».
La vuole fare anche Alfano.
«Temo che il suo tentativo sia finalizzato a prolungare l´agonia. Il Pdl comunque sappia che il Pd non metterà mano a una nuova legge senza il consenso di tutte le forze di opposizione, da Casini a Vendola».
Torniamo al programma.
«Si fa in tempo a varare una riforma costituzionale per la riduzione dei parlamentari legata alla fine del bicameralismo. Eppoi questo governo dovrebbe adottare tutte le misure per evitare il nostro default. Sarebbe un esecutivo che non ha problemi di consenso e dovrebbe prendere tutte le misure necessarie a tirarci fuori dai guai. I partiti che lo sostengono sarebbe chiamati a metterci generosità e responsabilità».
Persino Casini però dice: andiamo a votare, punto e basta.
«Ha ragione. Qualsiasi cosa è meglio di questa agonia».
Il governo può cadere sulla sfiducia a Romano?
«Non mi aspetto nulla. La maggioranza ormai esiste solo per salvare se stessa con i voti di fiducia o per risolvere i problemi giudiziari del premier o dei suoi alleati. Purtroppo il caso Romano rientra in una delle categorie».

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“Il premier attacca i pm. Alemanno: basta cerchio magico nel Pdl. Bersani: pronti al governo d´emergenza”, di Silvio Buzzanca

«Non mi dimetto, se mi vogliono sfiduciare lo facciano con un voto in Parlamento». Silvio Berlusconi reagisce alle richieste di “lasciare” provenienti dalle opposizioni e dalle parti sociali rivendicando i numeri della maggioranza e attaccando i magistrati: «Viviamo in uno stato di polizia». Ma aumentano le crepe nel centrodestra. Il sindaco di Roma Alemanno: «Basta cerchio magico nel Pdl». E il segretario pd Bersani: «Siamo pronti per un governo d´emergenza».
Silvio Berlusconi al “passo indietro” non ci pensa proprio e vuole restare a Palazzo Chigi fino a al 2013. Assediato, invitato, blandito, resiste e manda a dire, usando il plurale maiestatis che «non ci dimetteremo se non dopo un voto di sfiducia del Parlamento. Un voto che ci si sentiamo di escludere». Sicuro di se il presidente del Consiglio rilancia sulle intercettazioni, contro «lo Stato di polizia”. E annuncia ai militanti, raccolti a Cervere per la festa provinciale del Pdl cuneese, che adesso il governo cambia passo e realizzerà le promesse fatte nel 1994. Così nel 2013 «dimostreremo concretamente che il governo ha lavorato e sta sempre lavorando sodo per l´Italia e nell´interesse di tutti quanti». progetti che ribadisce in serata in un altro collegamento con Bisceglie.
Berlusconi vede rosa nel futuro. Anche se Umberto Bossi prova a rovinare lo scenario, riaprendo il fronte libico. «Hanno detto che a settembre finiva la missione in Libia, a settembre è meglio che finisca», ammonisce il leader leghista. Tuttavia il Senatur rassicura sul futuro di Tremonti e si difende sul caso-Milanese: «Abbiamo la coscienza a posto». Bossi è invece un fiume in piena contro chi espone il tricolore («somaro») e contro i giornalisti («lacché, prenderete botte»).
Il Cavaliere pensa però al voto. «Ci presenteremo, – dice – anche per l´opposizione che abbiamo, alla prossima scadenza elettorale con un programma realizzato che ci farà dare ancora dagli italiani la responsabilità di governo». Messaggio indiretto a Roberto Formigoni che pensa ad elezioni nel 2012 con un altro candidato premier. Messaggio diretto a Bersani e Vendola. «Ci troviamo sempre all´opposizione quei signori comunisti», attacca. «Non c´è, se ci pensate bene, un protagonista da loro con cui si possano fare dei discorsi davvero seri».
Allora avanti con le riforme. «Abbiamo una maggioranza coesa, solida, sicura che potrà fare finalmente quelle riforme, a partire dalla giustizia, dal fisco, dall´architettura istituzionale dello Stato». Le stesse cose del 1994. Ma, spiega, adesso che ci siamo liberati di Fini e Casini le faremo queste riforme. Intanto, annuncia che il varo del decreto sullo sviluppo. E giù tutta una serie di misure che dovrebbero essere lanciate a breve: «In settimana – dice – esamineremo in Consiglio dei ministri provvedimenti strutturali sulle dismissioni del patrimonio pubblico, le liberalizzazioni, la leggi obiettivo, le opere pubbliche, i grandi corridoi europei, a cominciare dal corridoio 5 che interessa il Piemonte».
Zero accenni a Tremonti e allo scontro interno alla maggioranza. Poi invece il salto nelle vicende personali, nel braccio di ferro con la magistratura. Le intercettazioni. In sala siede Maurizio Gasparri. Il premier, allora, lo investe insieme a Fabrizio Cicchitto, di guidare «una straordinaria battaglia per la libertà che ci accingiamo a fare in Parlamento». Parla a braccio il Cavaliere e si sente «Tutti voi- dice- quando chiamate qualcuno al telefono sentite la morsa di uno Stato di Polizia».
Le reazioni sono dure, durissime. «Chi impedisce il cambiamento si prende una responsabilità storica», dice Pier Luigi Bersani. Il segretario annuncia che «il Pd è disponibile ad un esecutivo d´emergenza». e che «le dichiarazioni zuccherose di Berlusconi sono a due passi dal delirio». Pier Ferdinando Casini, invece sembra gettare la spugna: «Il governo – dice – è assente, non si può più andare avanti così. «Noi – dice il leader Udc – abbiamo fatto di tutto per stimolare gli uomini di buona volontà del Pdl ma alle affermazioni private non sono corrisposti fatti pubblici. Quindi meglio andare al voto». Infine Gianfranco Fini, intervistato da SkyTg24, attacca il Cavaliere: «Dare l´esempio significa tante cose, anche dimostrare di non considerarsi al di sopra della legge. Ogni cittadino chiamato a testimoniare magari dirà “santo cielo” ma poi non può non farlo», dice il presidente della Camera.

La Repubblica 26.09.11

"L'unico tunnel è quello dell'ignoranza", di Giovanni Belfiori

Questo è il governo della meritocrazia e delle competenze? Questa è la cultura delle tre “i” inglese, impresa, informatica? e questa è la stessa signora Gelmini che si rallegra per l’alto numero di bocciature che selezionano i migliori? Imboccate il tunnel o attraversate il ponte, purché ve ne andiate al più presto. Il problema è che a volte uno non ci crede: questo non è solo il governo del Cavaliere delle gaffe Silvio Berlusconi, è anche il governo degli insulti di Brunetta, delle barzellette idiote di Sacconi, del programma che Scilipoti copia (e copia pure male) dal manifesto fascista di Giovanni Gentile, è anche il governo dell’ignoranza, e il ministro Gelmini è diventato in poche ore la regina trash del web italiano e internazionale.

La storia dei neutrini e del tunnel inesistente da 45 milioni di euro che collegherebbe il Cern di Ginevra con i laboratori del Gran Sasso è un must che corona degnamente gli ultimi mesi (speriamo!) di un ministro che ha voluto consapevolmente cancellare l’istruzione pubblica italiana. Volenterosa carnefice di insegnanti e studenti, la Gelmini ha applicato i dettami ideologici dell’ex ministro Moratti: una scuola che fosse specchio fedele di una società immobile, dove i figli della buona borghesia vanno ai licei, quelli degli impiegati agli istituti tecnici, e tutto il resto della marmaglia ai professionali.

La scuola della Costituzione, quella che è “ascensore sociale”, quella che rimuove gli ostacoli d’ordine economico, quella che offre pari opportunità a tutti, quella cui fa riferimento il presidente Napolitano quando dice che il merito non può non accompagnarsi a una uguaglianza delle opportunità, quella che garantisce il successo scolastico e la qualità dell’apprendimento a chi è nato a Scampia come a chi è nato nel centro di Milano, ebbene di questa scuola il ministro Gelmini non sa che farsene. Altro che rivoluzione liberale! Questa è la società classista dell’Ottocento dickensiano, e Berlusconi è un vecchio residuo ideologico che nei primi anni Novanta ha usato l’ormai antiquata televisione per costruire un’immagine rassicurante e innovatrice al tempo stesso, basata sul suo corpo e sulle sue parole.

Quanto poco rassicurante sia la politica di questo centrodestra, ce lo ricordano tutti i giorni i dati sull’occupazione e sugli investimenti delle imprese; e per capire quanto sia poco innovativa basti osservare i ragazzi della generazione digitale che saranno il prossimo futuro dell’Italia: Berlusconi è solo un tirannosauro in attesa della caduta del meteorite, è diventato presidente del Consiglio, ma, per dirla con Walt Whitman, “Hai superato tutti gli altri? sei il Presidente? È una sciocchezza, si arriverà anche più in là, si andrà oltre”, e ciascuno di quei ragazzi che oggi non guarda la tv come idolo e totem, ma gioca e legge e chatta e si informa su mille canali e mille piattaforme, farà altrettanto e farà meglio, e andrà oltre.

Il tunnel Cern-Gran Sasso su cui mezzo pianeta sta facendo ironia, così come i dati sbagliati durante il confronto con Enrico Letta a Ballarò, sono la dimostrazione che il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca considera viale Trastevere come un salottino dove far chiacchiere, non il luogo che è il motore della democrazia.
In tanto pianto e in tanta ilarità, c’è un solo fatto positivo: dal ponte sullo stretto di Messina, all’immaginario tunnel Ginevra-Gran Sasso, questo governo sembra cercare disperatamente la strada per fuggire dall’Italia. Cerchiamo di dargli una mano.

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