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"Ue, pressing socialista per Moscovici all’Economia Mogherini, via libera", di Alberto D'Argenio

Vertice dei leader del Pse. Renzi: “È andata molto bene” Consiglio europeo, braccio di ferro tra liberali e popolari

«È andata molto bene». A fine giornata Matteo Renzi è soddisfatto. Dopo la teleconferenza con i leader del Pse – seguita al giro di telefonate di venerdì – a Palazzo Chigi c’è una ragionevole certezza che Federica Mogherini diventerà Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea. Già, perché la strategia messa a punto ieri da Renzi, Hollande e dagli altri leader socialisti è quella di prendere proprio il ministro degli Esteri, e su quella poltrona tutti concordano che l’Italia ha la prima scelta, e il commissario europeo agli Affari economici, posto chiave per ammorbidire le politiche di austerity per il quale è in pole il francese Moscovici con il pieno sostegno di Roma.
Dunque la Mogherini, con il sostegno del Pse e con le garanzie informali da parte dei popolari di Angela Merkel e Mariano Rajoy di non mettersi di traverso. E a far aumentare l’ottimismo italiano c’è una frase del prossimo presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, riferita a Renzi dagli eurodeputati dem: «A me Federica come Alto rappresentante va bene», avrebbe detto il lussemburghese. Ma meglio restare cauti, visto che quando mercoledì sera a Bruxelles i leader dei 28 prenderanno posto a tavola daranno vita a una cena molto lunga, costellata di capannelli, scambi di posti per improvvisati conciliaboli e bilaterali improvvisate dentro il salone o nei corridoi. Come conferma uno sherpa, per il quale non è il caso di cantar vittoria «visto che poi quando inizia il grande bazar dei leader tutto può succedere».
Intanto la casella fondamentale che resta vuota in vista del vertice di Bruxelles resta quella del presidente del Consiglio europeo: chi succederà a Herman Van Rompuy nel ruolo di preparatore e chairman dei summit Ue? La sensazione è che possa farcela un candidato dell’Europa orientale, se è vero che le Cancellerie dell’Est premono per un top job, magari dei liberali, partito entrato nella grande coalizione con Ppe e Pse che governa l’Europarlamento. E in questo caso il nome vincente sarebbe quello dell’ex premier estone Andrus Ansip, appunto un liberale. Se invece i popolari si impuntassero per avere anche il Consiglio dopo avere piazzato Juncker in Commissione, vista la carenza di donne ai vertici delle istituzioni il candidato naturale potrebbe essere Dalia Grybauskaite, presidente lituano che affettuosamente Renzi in privato chiama “la Darietta”. E la penuria di presenze femminili mette in fibrillazione Juncker, che nelle chiamate informali ai leader chiede disperatamente di designare commissari del gentil sesso, spaventato dall’ipotesi di non raggiungere nemmeno il minimo di 9 donne, attuale rappresentanza femminile nella squadra dell’uscente Barroso. e avere problemi con il Parlamento di Strasburgo.
Se alla guida dell’Eurogruppo in pole c’è il popolare spagnolo De Guindos, per i socialisti la priorità, così racconta un ministro straniero, «è spezzare la successione tutta finlandese tra Rehn e Katainen», alfieri del rigore, nel ruolo di commissario agli Affari economici. Tra i socialisti in pole c’è l’attivissimo, e molto apprezzato a Roma, Pierre Moscovici, anche se non si esclude che l’attuale presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Dijsselbloem, possa tornare in corsa. Roma non si opporrebbe, visto che ultimamente, è l’analisi dei nostri sherpa, l’orange ha attenuato il suo approccio rigorista. Poi ci saranno da spartire gli altri portafogli di peso in Commissione. La Merkel conferma Ottinger all’Energia, mentre Cameron dopo aver perso su Juncker chiede il segretario generale della Commissione (posto di enorme potere) e il commissario al Mercato interno, portafoglio per il quale Londra a protezione della City vuole mantenere la competenza sui mercati finanziari.

da La Repubblica

"Bruxelles e quella commissione affidata a un camerata neonazista", di Luigi Offeddu

Benvenuti nel Parlamento della nuova Europa. Dove, nella commissione Libertà civili, siederà per i prossimi 5 anni il camerata Udo, uomo di rari dubbi: Adolf Hitler fu per lui «un grande uomo di Stato», Rudolf Hess merita il premio Nobel postumo, e l’Olocausto avrà ucciso «al massimo 340 mila ebrei». In 22 mila manifesti elettorali, Udo è comparso in giubbotto nero, sulla sua moto, con la scritta a caratteri cubitali «Dare GAS», che molti dalla memoria lunga non hanno gradito.
Udo Voigt, 62 anni, da Viersen in Germania, iscritto dai 16 anni all’Npd o Partito nazionaldemocratico che raccoglie i neonazisti tedeschi, e presidente dello stesso dal 1996 al 2011, entra all’Europarlamento avendo conquistato l’1% dei voti nel suo Paese. Con il motto «faremo saltare l’Ue dal di dentro». E con una certezza: tutti devono «inchinarsi davanti ai valorosi soldati della Werhmacht, e delle SS».
Nella commissione Libertà civili, starà con altri 59 fortunati. Voigt è un «non-iscritto», uno di quelli rimasti fuori dagli 8 gruppi politici appena costituiti: Marine Le Pen non l’ha voluto neppure incontrare. E Martin Schulz, presidente tedesco dell’Europarlamento, non usa giri di parole: «Non c’è posto in questa assemblea per i razzisti e gli antisemiti». Un posto invece c’è, e anche comodo: una commissione delicata, che offrirà a Voigt un palco da cui planare sui teleschermi d’Europa. Non gli manca la facilità di parola. Quando gli è stata chiesta ragione di suoi lugubri manifesti elettorali ha risposto soave: «Che c’è di strano? Sono un appassionato motociclista. E intendo entrare in Parlamento a tutto gas». Dal nuovo scranno potrà anche ribadire i principi già declamati negli anni: «soldi per la “nonnina” tedesca, non per i Rom», o «vogliamo un’Europa delle patrie, non sotto la bacchetta dei dittatori di Bruxelles». Ora, però, a Bruxelles e accanto a quei «dittatori» con la bacchetta, siederà anche lui. Non risulta, per ora, che intenda devolvere alle «nonnine» tedesche lo stipendio da eurodeputato — notoriamente non un obolo da mendico — o il gettone riservato ai membri delle commissioni.

da Il Corriere della Sera

"Equitalia si arrende dai grandi evasori solo 10 miliardi su 300", di Fabio Tonacci

Appena il 3% delle richieste oltre 500 mila euro ha successo Ecco perché il governo vuole un cambio di strategia L’esecutivo starebbe elaborando un progetto per scorporare Equitalia dal controllo al 51% dell’Agenzia delle entrate: il nuovo esattore sarebbe autonomo e indipendente

I grandi evasori fiscali italiani dormono sereni tra due cuscini. Hanno sul groppone qualcosa come 300 miliardi di euro di tasse non pagate, eppure l’incubo del pignoramento, delle ganasce fiscali, delle ipoteche sui beni, non li riguarda. Vivono molto più tranquilli di chi, per caso o per crisi, ha dimenticato una multa da trenta euro. Perché Equitalia, a loro, non ci arriva. Non può, non ha i mezzi. E anche quando li sfiora, è troppo tardi: il capitale da aggredire per recuperare il credito dello Stato quasi sempre si è già volatilizzato.
Sono centomila i maxi evasori che hanno accumulato col Fisco un debito, secondo una recente stima documentata, superiore a 500mila euro: sono banche, società di assicurazioni, grandi e medie imprese, privati con fortune a 8 zeri che non hanno versato le imposte sui redditi o l’Iva. Più o meno è come se una città delle dimensioni di Ancona avesse evaso una cifra comparabile a una trentina di manovre finanziarie. Ebbene, di questo tesoro da 300 miliardi Equitalia dal 2006 ad oggi è riuscita a recuperare meno di 10 miliardi. E’ poco più del 3 per cento.
Questa cifra, da sola, racconta lo scarso successo, per non dire fallimento, dell’ente pubblico di riscossione dei tributi, controllato al 51 per cento dall’Agenzia delle Entrate e al 49 per cento dall’Inps. Forte con i deboli, dove è più facile incassare l’aggio della pratica risolta. Debole, debolissimo con i forti. E se il premier Matteo Renzi vuole davvero, come ha annunciato, dichiarare lotta dura ai grandi evasori, deve pensare a come riformare l’intero sistema dell’accertamento e della riscossione, di cui Equitalia è soltanto un ingranaggio.
Perché, è bene chiarirlo subto inon è che Equitalia non recuperi i miliardi degli “over 500mila” per scelta politica. È che non ce la fa proprio. È nata nel 2005 raccogliendo l’eredità delle vecchie concessionarie delle banche, che lavoravano poco e male: è impostata come una società privata, per cui deve coprire i costi di funzionamento con l’aggio, ma allo stesso tempo riscuote seguendo le regole pubbliche, dunque si deve necessariamente attivare di fronte a qualsiasi importo. «E però la legislazione attuale impone di usare gli stessi strumenti — ragiona una fonte qualificata interna a Equitalia — sia che si tratti di recuperare piccole somme, sia quando ci troviamo a dover riprendere crediti milionari. Sono strumenti a volte meno incisivi di quelli a disposizione dei riscossori privati».
Il risultato è riassunto in una tabella, che riporta i dati scorporati dell’attività dell’esattore di Stato. Dall’Agenzia delle entrate sono state trasmesse, dal 2000 al 2014, 70 milioni di richieste di pagamento per imposte sul reddito e Iva evase, per un totale di 550 miliardi. Il 75 per cento riguarda debiti inferiori ai 1.000 euro, e per questi Equitalia funziona: ne ha riscosso il 40 per cento, riportando all’Erario 4 miliardi di euro. Il 20 per cento sono cartelle con cifre da 1.000 a 10.000 euro, e già si rallenta: ne ha recuperate il 25 per cento, per circa 10 miliardi di euro. Ma è coi crediti superiori ai 10.000 euro (il 5 per cento del totale) che la riscossione si inceppa: mediamente ne riesce a incassare uno su cinque. Se la cifra supera il mezzo milione di euro, la percentuale di recupero scende sotto un irrisorio 2 per cento, nonostante sia in questo “stagno” il grosso dell’evasione fiscale italiana.
Chi viene beccato dall’Agenzia delle Entrate e si ritrova il proprio nome iscritto a ruolo, spesso mette in atto dei diversivi per evitare di dare quanto dovuto: dal fallimento preordinato, ai ricorsi alla giustizia tributaria, fino al diffusissimo metodo della sottrazione fraudolenta dei beni alla riscossione (col trasferimento all’estero o mediante intestazioni fittizie). Non è un caso che sui circa 700 miliardi di crediti di tutti i tipi affidati a Equitalia (dall’Agenzia delle Entrate, dall’Inps e dagli enti locali) l’80 per cento si riferisca a soggetti falliti o apparentemente nullatenenti. «La riscossione presupporrebbe indagini più approfondite — spiega ancora la fonte — nonché la collaborazione della Guardia di Finanza e la possibilità di controllare i conti correnti ». Altrimenti Equitalia rimarrà sempre, con i forti, un’arma spuntata.

da La Repubblica

"Stamina, i giudici e la scienza negata per i medici una questione di coscienza", di Adriana Bazzi

La fantasia dei giudici, almeno di quelli che si occupano del caso Stamina, non ha limite. Ieri il Tribunale dell’Aquila ha designato, con nome e cognome, il capo dell’équipe che dovrà somministrare a Noemi, una bimba di due anni con una grave malattia neurologica, un trattamento con cellule staminali per il 25 luglio prossimo: il «capo» è Erica Molino, la biologa della Stamina Foundation di Davide Vannoni. Una biologa, non un medico.
Il Tribunale l’ha autorizzata a nominare i membri dell’équipe, a dettare le tempistiche e le modalità di esecuzione del trattamento agli Spedali Civili di Brescia. Nonostante tutto quello che si è detto e scritto sulla vicenda Stamina, dobbiamo prendere atto di alcune cose. I giudici (non tutti per la verità: a Torino Vannoni è stato rinviato a giudizio per tentata truffa) vanno avanti imperterriti sulla loro strada, «sposando» il metodo vannoniano e ignorando le indicazioni della comunità scientifica, contraria a questa terapia.
I politici, più volte chiamati in causa, se ne stanno più o meno lavando le mani. Gli Ordini dei medici si sono dimenticati che hanno il potere di radiare i professionisti che non rispondono alle regole deontologiche. Perché di questi tempi si stanno perdendo, in mille discussioni, sulla neonata revisione del Giuramento di Ippocrate. Ippocrate appunto, il medico greco che ci ha tramandato i principi che ancora oggi regolano la professione medica. Uno dei più importanti è: primum non nocere , non fare male al paziente. Oggi non si sa se la terapia con le staminali possa fare bene, ma nemmeno si sa se possa fare male (forse sì).
E ogni medico (dice Ippocrate) deve agire in scienza e coscienza. La scienza, in questa questione, è stata messa da parte, e allora si può fare appello solo alla coscienza. Se si può ricorrere all’obiezione di coscienza nel caso dell’aborto o della prescrizione di anticoncezionali, perché i medici non si dichiarano obiettori quando sono chiamati a eseguire passivamente ordini imposti dai magistrati e a sottostare ai diktat di psicologi (lo è Davide Vannoni, l’ideatore del metodo Stamina) e di biologi (la neonominata Erica Molino)? Una questione di coscienza. Ma anche di orgoglio professionale.

da Il Corriere della Sera

"Non sono terroristi ma solo nemici", di Abraham B. Yehoshua

Quando Israele fu fondato nel 1948 i giordani bombardarono Gerusalemme, la posero sotto assedio e uccisero centinaia di suoi cittadini. I combattenti della Legione Araba conquistarono i centri ebraici di Gush Etzion, in Giudea, trucidarono molti israeliani e assassinarono a sangue freddo numerosi prigionieri. Ma durante tutti quei mesi di guerra dura e brutale nessuno definì i giordani «terroristi». Erano «nemici». E malgrado lo spargimento di sangue ci furono contatti tra ufficiali israeliani e giordani per raggiungere un accordo per il cessate il fuoco e la firma di una tregua precaria, ottenuta nel 1949 grazie alla mediazione delle Nazioni Unite.

Prima della guerra dei sei giorni, nel 1967, i siriani bombardarono i centri abitati israeliani dell’alta Galilea, uccisero e ferirono non poche persone, eppure nessuno definì la Siria «Stato terrorista» bensì «Stato nemico». E Israele, ovviamente, non solo non lo riforniva di carburante ed energia elettrica ma, di quando in quando, inviava suoi emissari a incontrare i loro omologhi siriani per chiarimenti e colloqui circa un’eventuale tregua.

Fino alla guerra dei sei giorni gruppi di terroristi provenienti dall’Egitto seminarono morte negli insediamenti israeliani lungo il confine, ma anche in questo caso l’Egitto non venne definito «Stato terrorista» bensì «Stato nemico». E nonostante Egitto e Siria dichiarassero apertamente la loro intenzione di distruggere Israele il Primo Ministro israeliano, a ogni apertura dell’anno parlamentare, lanciava un appello ai loro leader perché avviassero colloqui per ripristinare la calma e raggiungere un accordo di pace.

Che cosa è successo dunque dopo il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, l’evacuazione degli insediamenti ebraici e il trasferimento del controllo della Striscia a Hamas che ci impedisce di definire il suo governo «nemico» e non «terrorista»?

Forse questo aggettivo è più incisivo di quello di «nemico»? Oppure suggerisce che, nel profondo del cuore, ancora vediamo la Striscia di Gaza come parte della Terra di Israele, un luogo dove abbiamo tentato senza successo di insediarci e al quale forse speriamo di tornare, e pertanto non consideriamo i suoi residenti come cittadini di uno Stato nemico ma come arabi israeliani fra i quali operano cellule terroristiche? O magari avvertiamo un senso di responsabilità verso la popolazione della Striscia di Gaza come non ci accadeva con gli abitanti di Siria o Egitto e per questo continuiamo a rifornirli di carburante, di elettricità e di cibo ma, al tempo stesso – e questa è la cosa più importante – ci rifiutiamo di proporre al governo di Hamas di negoziare con noi, come abbiamo fatto in passato con siriani, giordani ed egiziani?

Tutte queste perplessità e complicazioni derivano forse dal timore che eventuali colloqui con Hamas per un cessate il fuoco e una stabile tregua possano «indebolire» Abu Mazen. Ma probabilmente i morti a Gaza indeboliscono ancora di più colui che si considera il leader del popolo palestinese. E anche supponendo che sia questa la nostra preoccupazione rimane la domanda perché non abbiamo approfittato del governo di unità nazionale palestinese recentemente istituito e di cui Hamas è membro per avviare un dialogo con questa organizzazione.

La profonda frustrazione di Hamas deriva, a mio parere, da una sostanziale mancanza di riconoscimento della sua legittimità agli occhi di Israele e di gran parte del mondo. Una frustrazione che lo porta a commettere devastanti atti di disperazione. Per questo è importante considerare Hamas almeno come un nemico legittimo, con il quale poter arrivare a un accordo o contro il quale combattere in uno scontro armato frontale, con tutto ciò che questo comporta. È così che abbiamo agito in passato con i Paesi arabi. Fintanto che definiremo Hamas una banda di terroristi che ha preso il sopravvento su una popolazione innocente non potremo fermare i bombardamenti nel Sud di Israele con un’adeguata reazione militare e, ancor più importante, non potremo negoziare apertamente con il suo governo per raggiungere un accordo graduale che comprenda una supervisione internazionale della rimozione dei missili da parte di Hamas e del blocco aereo, marittimo e terrestre della Striscia da parte di Israele, l’apertura dei valichi di frontiera per permettere il passaggio di lavoratori e quella di un eventuale, futuro corridoio di transito sicuro fra la Striscia e la Cisgiordania.

Ma se, diranno i più scettici, Hamas non vorrà negoziare apertamente con noi? In questo caso gli proporremo di farlo nell’ambito del governo di unità palestinese. E semmai dovesse rifiutare anche questa proposta allora lo combatteremo in maniera legittima, secondo le regole della guerra.

Non dimentichiamo però che i palestinesi di Gaza saranno nostri vicini per l’eternità, come noi lo saremo per loro. Non guariremo questo ascesso sanguinante con discorsi sul terrorismo ma con il dialogo o con la guerra, scontrandoci con un nemico legittimo verso il quale non abbiamo rivendicazioni territoriali o nessun’altra pretesa che non sia quella di un cessate il fuoco.

da www.lastampa.it

Quota 96, On. Ghizzoni “La prossima settimana è quella decisiva”

La parlamentare modenese Pd è la relatrice in Commissione Istruzione del dl Madia.

La parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni è la prima firmataria di un emendamento al dl Madia che punta a risolvere, in tempi celeri, la vicenda degli insegnanti di “quota 96”, rimasti impigliati nella rete della riforma pensionistica Fornero. “Tutte le forze politiche presenti in Aula al momento della discussione sui provvedimenti in favore degli esodati hanno convenuto sulla necessità di risolvere anche questa vicenda – conferma l’on. Ghizzoni – E’ stata così suggellata un’intenzione che non può essere tradita”. Manuela Ghizzoni sarà anche relatrice in Commissione Cultura e Istruzione del dl Madia stesso.

“La soluzione per i docenti di “Quota 96”, dopo tante polemiche e rinvii, potrebbe essere finalmente vicina”: a dare l’annuncio, anche se usa ancora il condizionale, è la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni che già anche nella passata legislatura si era lungamente spesa affinché, nella riforma pensionistica Fornero, come sempre avvenuto nei precedenti provvedimenti, si tenesse conto della specificità del personale della scuola che, per ragioni di tutela della didattica, pur avendo maturato i requisiti pensionistici già al 31 dicembre, può andare in pensione solo una volta l’anno, il 1° di settembre dell’anno successivo. In questo modo, nel 2011, alcune migliaia di docenti – nel modenese un centinaio – erano rimasti beffati. Manuela Ghizzoni è la prima firmataria di uno specifico emendamento su “Quota 96” al cosiddetto dl Madia, quello che prevede misure per la Pubblica amministrazione, emendamento che porta la firma di tutti i capigruppo della Commissione Bilancio. “Questo è un aspetto molto importante – ricorda l’on. Ghizzoni – Sulla necessità di trovare una soluzione per i docenti di “Quota 96”, infatti, si è avuta in Aula la convergenza di tutte le forze politiche. Rispetto al passato, quindi, ci sono ragioni per nutrire maggiore ottimismo”. Manuela Ghizzoni è anche stata nominata relatrice in Commissione Cultura e Istruzione del dl Madia. Il dl potrebbe già essere convertito in legge prima di Ferragosto. “I tempi sono stretti, ma ci sono – conferma Manuela Ghizzoni – se la tabella di marcia sarà rispettata, si consentirebbe a chi ne ha diritto di presentare domanda per andare in pensione già dal prossimo 1° settembre. Tutte le forze politiche presenti in Aula al momento della discussione sui provvedimenti in favore degli esodati hanno convenuto sulla necessità di risolvere anche questa vicenda – conclude l’on. Ghizzoni – E’ stata così suggellata un’intenzione che non può essere tradita”.

"L’ultima sconfitta dell’industria", di Rinaldo Gianola

Il ritratto di Aristide Merloni domina ancora il Palazzo del Comune di Fabriano, che s’affaccia sulla bella fontana Sturinalto. Il fondatore di una delle più grandi e fortunate dinastie imprenditoriali italiane probabilmente non avrebbe mai immaginato di veder la sua creatura industriale nelle mani degli americani.
Non perché nella lunga stagione del boom e dell’industrializzazione, dei consumi di massa e delle auto e delle lavatrici per tutti, non fosse possibile pensare di espandersi, di andare all’estero, di cambiare. Anzi.
Ma perché c’era in quei capitani d’impresa, che avevano vissuto le distruzioni della guerra e poi la faticosa ricostruzione del Paese, il senso profondo dell’impegno, del dovere, del rispetto della comunità in cui si opera, della necessità di agire nell’azienda e nella politica, anzi di poter usare l’una e l’altra, e nessuno denunciava il conflitto d’interessi, al servizio della collettività. Aristide Merloni, con la sua famiglia e poi i suoi tre figli tutti imprenditori con alterne fortune, fu sindaco, parlamenta- re per la Democrazia Cristiana e industriale, fu soprattutto un protagonista di quella linea della responsabilità sociale dell’impresa che, ben prima delle sempre tardive riflessioni dei convegni della Confindustria, trovava uno spazio nella via familiare al capitalismo.

Per decenni l’Italia ha potuto beneficiare di quella miscela miracolosa di un intervento pubblico, di una regia dello Stato combinati con il dinamismo delle imprese familiari, capaci di genia- li intuizioni e di successi sorprendenti. Naturalmente oggi, mentre assistiamo alla vendita del gruppo Indesit agli americani di Whirlpool che già si sono insediati nel varesotto fecondato dalla cultura d’impresa del cavalier Giovanni Borghi della Ignis, non possiamo campare di nostalgie consolatorie né è utile solo volgere lo sguardo indietro, al passato. Siamo uomini di mondo, il mercato è il mercato, non fa prigionieri e se gli ultimi eredi Merloni non sono più in grado di andare avanti e normale che passino la mano. Dopo aver litigato per anni e aver indebolito l’azienda, forse andranno a giocare a golf o insegneranno ad abbinare l’ultima borsetta con le sneakers, come suggerì in un’intervista a un settimanale femminile Maria Paola Merloni, già parlamentare pd poi transfuga con Pietro Ichino nelle fragili falangi di Lista Civica.

E tuttavia bisognerà pur interrogarsi e trovare delle risposte soddisfacenti per capire come mai pezzi interi dell’in- dustria privata di origine e conduzione familiare siamo spariti o sopravvivano a stento. Dove sono finiti i Falck, i Marzotto, i Ferruzzi? Dove avete nascosto la Montedison, la Farmitalia Carlo Er- ba, l’amata Olivetti? Tutto sparito, rimane qua e là qualche traccia, qualche retaggio di una stagione lontana.

Ora tocca ai Merloni lasciare. Tocca ai figli di Vittorio, protagonista di una difficile stagione economica, ma capace di aperture e progressi in azienda, in Confindustria e nei rapporti con i sindacati e le comunità in cui produceva, vendere agli americani a un prezzo, per la verità, che sembra un affare solo per Whirlpool. Un «premio» del 5% sui corsi di Borsa recenti per finalizzare il prezzo di cessione appare una specie di mancia, piuttosto che la giusta e congrua valutazione del controllo di uno dei protagonisti dell’industria degli elettrodomestici in Europa. Ma se so- no tutti contenti, beati loro.

Anche se oggi leggerete sui grandi giornali commenti e valutazioni positive su questa cessione, se il governo magari sarà felice di aver attirato altri in- vestimenti stranieri, se molti apprezzeranno la scelta delle famiglia di consegnare l’impresa a una grande multinazionale americana, scelta propedeutica a una ulteriore fase di crescita, è bene prendere i fatti per quello che sono. Il passaggio della Indesit in mani americane è soprattutto l’ultima sconfitta del capitalismo privato italiano, del nostro sistema economico e imprenditoriale incapace di difendere i pezzi pregiati della manifattura nazionale proprio mentre il premier Renzi, la Confindustria, i sindacati, tutti quanti giura- no di voler tutelare e rilanciare il nostro tessuto produttivo.

«L’Italia delle fabbriche», per dirla con il titolo di un bel saggio di Giusep- pe Berta che ha fatto scuola, sta scomparendo, la desertificazione industriale avanza, abbiamo perso 120mila fabbriche e il 25% della produzione. Che cosa deve ancora succedere affinché il governo e tutti i soggetti imprenditoria- li e sociali prendano coscienza di questo depauperamento e agiscano di conseguenza? Quale altra grande impresa dobbiamo perdere, dopo le decine che abbiamo visto filare all’estero, affinché si cambi davvero verso con una incisiva politica industriale che veda l’intervento coerente e decisivo dello Stato? Le aziende chiudono, gli stranieri fanno shopping dei nostri gioielli e in Parla- mento c’è chi pensa che il vero problema che ostacola la competitività italiana sia l’articolo 18. Siamo proprio un Paese malato.

Forse non succederà nulla. O magari ci toccherà vedere dopo il fallimento della parziale privatizzazione di Fin- cantieri, la vendita di ulteriori quote di capitale di Eni ed Enel, cioè i bastioni della nostra economia. Una scelta discutibile: lo Stato non riesce a vendere Fincantieri e allora per recuperare 5 o 10 miliardi di euro rischia di perdere il controllo di due imprese strategiche per il Paese. Altro che politica industriale. Possibile che la privatizzazione di Telecom o di Alitalia, il «nocciolino duro» dei ricchi privati o la cordata di «patrioti» non abbiano insegnato niente? Più di trent’anni fa, quando c’erano i comunisti, Luciano Barca, allora responsabile dell’Industria, condusse dure battaglie politiche per far ragionare i governi dell’epoca, i sindacati, le imprese sulla necessità di ristrutturare il nostro tessuto produttivo, per difendere le eccellenze industriali e puntare gli investimenti su nuovi settori avanzati. Una battaglia inutile, persa anche quella. Gli effetti li vediamo oggi.

L’Unità 12.07.14