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"Disuguaglianza la nostra sfida ", di Massimo D'Antoni

Uno degli effetti del persistere della crisi è l’attenzione crescente per il tema della diseguaglianza. Che l’aumento delle diseguaglianze economiche negli ultimi decenni abbia alimentato la bolla finanziaria che ha portato alla crisi è una tesi ormai ampiamente accettata.

Secondo questa interpretazione, è stato l’impoverimento progressivo della classe media americana a incoraggiare l’indebitamento privato, che ha provocato la crisi e tuttora frena la ripresa. Il tema è particolarmente caldo oltreoceano, come dimostra anche lo straordinario successo del libro Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty. L’economista francese documenta come i livelli di concentrazione di ricchezza stiano tornando ai livelli estremi raggiunti a fine Ottocento. Sembra essersi dunque interrotta la combinazione di circostanze che ha garantito, nel corso del XX secolo, quel capitalismo del benessere diffuso che siamo abituati a considerare come la condizione normale delle economie avanzate, e che è stata la cornice economica e sociale per lo sviluppo delle democrazie moderne.

Europa e Nord America hanno conosciuto, a partire dalla prima guerra mondiale fino agli anni Settanta, una riduzione delle diseguaglianze sociali e una progressiva perdita di centralità dei patrimoni ereditati. La tesi di Piketty è che questa sia ben lungi dal rappresentare una tendenza spontanea o necessaria del capitalismo. Il rallentamento della crescita economica da un lato e l’aumento dei rendimenti del capitale che ha accompagnato la recente fase di globalizzazione finanziaria dall’altro rischiano infatti di generare processi cumulativi che potrebbero riportarci, nel giro di pochi decenni, a rapporti sociali segnati, come nel passato meno recente, dall’accesso ad una dotazione patrimoniale. Ciò avrebbe conseguenze preoccupanti anche sotto il profilo della tenuta democratica (pensiamo a cosa possa implicare la concentrazione della ricchezza sul piano politico, anche alla luce della recente scelta del nostro Paese di eliminare il finanziamento pubblico dei partiti). La tesi dell’economista francese è dunque particolarmente provocatoria e, al di là delle proposte specifiche, ha il merito di richiamare la sinistra alla necessità di interrogarsi sull’evoluzione di lungo periodo dell’economia capitalistica.

La concentrazione della ricchezza è l’altra faccia dell’impoverimento del ceto medio. L’analisi di Piketty ben si concilia con dati e statistiche che occupano i titoli dei giornali ma sempre meno ci sorprendono: sul calo dei consumi, sull’assottigliamento dei risparmi delle fa- miglie, sulle crescenti situazioni di disagio sociale. Esiste un rimedio? Molte analisi sull’aumento della diseguaglianza puntano l’indice su fattori strutturali, quali la globalizzazione e il progresso tecnologico, che determinerebbero un progressivo divario nelle retribuzioni tra chi sta al passo con le richieste del mercato e chi è penalizzato da competenze di basso livello e quindi più esposte alla concorrenza dei Paesi emergenti. In quest’ottica, la diseguaglianza nei Paesi sviluppati sarebbe un fenomeno difficilmente evitabile, e forse nemmeno così critico, visto che sarebbe il prezzo da pagare per la diffusione della tecnologia e l’ampliamento dei mercati.

Si tratta tuttavia di un punto di vista parziale del problema. Come sottolinea lo stesso Piketty, i processi in atto, al pari dell’evoluzione lungo tutto il XX secolo, sono infatti in misura rilevante l’effetto di precise scelte politiche. Se per un verso la redditività del capitale è stata contenuta da eventi drammatici quali le due Guerre mondiali, dall’altra ha operato in modo determi- nante la tassazione sia dei redditi elevati che dei lasciti ereditari. Nel periodo compreso tra la Seconda guerra mondiale e gli anni Settanta nel Regno Unito e negli Stati Uniti, Paesi che sarebbero diventati la culla del neoliberalismo, le aliquote di imposta sui redditi elevati eccedevano l’80% e in alcuni casi il 90%. Lo scopo di tali imposte non era tanto ottenere gettito quanto fornire un esplicito disincentivo all’accumulo di ricchezza e alla richiesta di salari elevati da parte dei super-manager o altri percettori di redditi alti. È solo nel clima culturale/politico determinatosi a partire dagli anni Ottanta che ha prevalso l’idea che tali imposte «confiscatorie» fossero controproducenti o magari immorali. Non è un caso che tale orientamento politico abbia coinciso con l’inizio di un lungo periodo di aumento incontrollato dei redditi top.

Va detto che politiche fiscali così aggressive sarebbero oggi impedite, prima che da una residua resistenza culturale, dall’integrazione internazionale dei mercati. Sarebbe agevole per un contribuente rispondere con un trasferimento di residenza o spostando i propri capitali all’estero. Per impedire forme di concorrenza fiscale sarebbe necessario un forte coordinamento internazionale; sappiamo quanto sia difficile, ma governi di orientamento progressista dovrebbero porre la questione, per lo meno a livello europeo.

Tali coraggiose misure sono tuttavia solo una parte della risposta necessaria. Lo scorso ventennio dovrebbe averci ormai convinti non solo del fatto che il mercato non regolato, lungi dal ridurle, tende ad acuire le diseguaglianze, ma anche del fatto che a far difetto è lo schema per il quale prima si fa funzionare il mercato e solo dopo ci si preoccupa di redistribuirne i frutti. L’idea di coniugare il massimo di liberalizzazione con appropriate politiche di correzione ex post degli effetti peggiori di un’economia non regolata, molto in voga negli anni Novanta presso i sostenitori della «terza via», si scontra con il fatto che, una volta create e legittimate le diseguaglianze, è difficile trovare le risorse di consenso politico necessarie a correggerle. Allo stesso modo in cui, una volta creato un welfare per i poveri, è difficile convincere i ricchi dell’opportunità di garantirne il finanziamento.

È per questa ragione che proprio in Paesi come il Regno Unito sta prendendo piede l’idea che occorra operare sugli stessi meccanismi di mercato, regolando i processi di creazione di ricchezza invece di puntare a correggerne gli effetti a posteriori: il termine in voga è «pre-distribution». A pensarci, non è poi un’idea nuova. È anzi il cuore del modello sociale europeo: è l’idea che alcuni beni primari vadano forniti al di fuori della logica di mercato, e che la compressione retributiva derivante dalla regolamentazione del mercato del lavoro, lungi dall’essere la radice dei nostri problemi, è invece una delle condizioni per un capitalismo equilibrato.

da L’Unità

"L’Italia di oggi: meno violenza e più corruzione", di Carlo Buttaroni

Negli ultimi vent’anni sono progressivamente diminuiti i delitti violenti e quei reati che rappresentano i principali indicatori di sicurezza di una società (omicidi, rapine, estorsioni, sequestri e prevalentemente furti). Sono aumentati, invece, quelli che più frequentemente vedono protagonisti i «colletti bianchi», quelle persone, cioè, che (realmente o apparentemente) ricoprono un elevato grado sociale. Tra il 1985 e il 1989 le truffe denunciate sono state, mediamente, 61mila l’anno, mentre tra il 2005 e il 2009 sono salite a quota 249mila. I reati di pecula- to, corruzione, concussione, per i quali l’autorità giudiziaria ha avviato l’azione penale, nello stesso periodo sono passati da 9mila (1985-1989) a 21mila (2005-2009) e i reati d’ingiuria e diffamazione da 24mila a 60mila l’anno.

Negli ultimi trent’anni sono aumentati esponenzialmente anche tutti quei comportamenti bordeline, che spesso non rientrano nella casistica dei reati, ma sono iscrivibili al degrado civile (vandalismo, incuria, sporcizia, schiamazzi, ecc.) che contribuiscono a disegnare il paesaggio urbano e sono diventati il principale affluente della percezione d’insicurezza dei cittadini. Anche se le statistiche sui reati non rispecchiano fedelmente ciò che avviene all’interno di una società (alcuni, ad esempio, sono sottodimensionati rispetto alla realtà come quelli che riguardano la violenza sulle donne all’interno della famiglia), dal punto di vista sociologico descrivono, però, le correnti che attraversano un sistema sociale e, nell’evoluzione di lungo periodo, l’indirizzo delle trasformazioni, l’affermarsi di culture, comportamenti e sentimenti.

Il quadro che emerge è quello di una società che sembra aver progressivamente perso il senso di un orizzonte comune, dove ciascuno agisce per sé e dove la vocazione solidale pare dissolversi un individualismo ipertrofico che tiene sempre meno conto del prossimo. Anche dal versante giudiziario, quindi, si conferma quella che è una percezione diffusa del momento storico che stiamo vivendo, attraversato da un forte degrado sociale, culturale e civile, che coinvolge temi radicati nella percezione dei sentimenti di etica e di legalità, e che si ripercuote, inevitabilmente, non solo sulla qualità del presente e sulle riflessioni del vivere quotidiano, ma predetermina e condiziona la qualità del futuro.

È significativo, per esempio, che quanto più alcuni fenomeni si radicano (come ad esempio la corruzione e la concussione) tanto più si diffonda un senso di impunità e un clima di assuefazione che indirettamente alimenta gli stessi fenomeni e scoraggia le coscienze di quegli uomini che giornalmente assolvono nel silenzio ai loro doveri di cittadini. È la società dell’«io, speriamo che me la cavo», dove l’etica pubblica ha perso i sui nuclei forti e dove il confine tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto appare sempre più sfumato, subordinato alla convenienza personale del momento. È in questo paesaggio di solidarietà rarefatta che la «sanzione sociale», cioè il sentimento collettivo di condanna verso comportamenti «eticamente» sbagliati, appare troppo de- bole per inibire l’affermarsi dell’interesse individuale rispetto a quello generale.

D’altronde un’etica condivisa non può che fare riferimento alla responsabilità che ciascuno ha verso gli altri, sostenuta dalla piena consapevolezza di rispondere delle proprie scelte e delle proprie azioni, non solo a se stessi ma anche al prossimo. Il principio di legalità, il confine tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, inteso come rispetto del patto sociale è precondizione di tutto questo, così come i valori della solidarietà e della giustizia sociale sono anche presidio di legalità perché nessuna società può affidare esclusivamente alle leggi il rispetto della convivenza civile.
Infrangere la legge non è soltanto una questione di norme e sanzioni ma è anche un ambito politico, sociale e culturale dove vengono tracciate le coordi- nate della convivenza. Dove queste coordinate sfu- mano nel nulla è inevitabile che prevalga l’individua- lismo sfrenato. E persino sottomettere il prossimo può apparire possibile fino ai limiti di ciò che con- sente la legge (e anche oltre) senza alcun limite morale. Per questo la definizione di un’etica pubblica costituisce una delle sfide più impegnative nel momento in cui i grandi istituti di senso (la filosofia, la politica, la religione) non sembrano più in grado di orientare l’agire individuale e collettivo. Intrapren- dere un’esplorazione dei territori dell’etica pubblica significa mettere a fuoco l’attenzione su una varietà di problemi che incidono in modo decisivo sulla nostra capacità di interagire con gli altri ma anche di comprendere il mondo in cui viviamo, in- fluenzando persino le azioni all’interno della sfera economica. In questa dimensione, infatti, il compito dell’etica pubblica è quello di definire l’efficacia e l’equità degli assetti distributivi attraverso cui ven- gono ripartiti beni e risorse all’interno di una comunità, perché una società giusta è una società nella quale ogni relazione, sociale, istituzionale, economica, politica, è ispirata al bene comune, senza per questo necessariamente comprimere le aspirazioni dei singoli individui ma iscrivendoli in un fine generale.

È’ necessario che il senso dell’etica, come intima percezione di un paradigma di valori sostanziali, ritorni a motivare, a tutti i livelli, le azioni e le scelte degli individui e che, al di là delle posizioni e delle

differenze, sia elemento di coesione e «comune denominatore» di appartenenza. Ma per fare questo occorre che ciascuno dentro di sé – e ciascuno con gli altri – ritrovi e condivida quel sen- so comune di valori da porre alla base della nostra carta sociale, sulla quale innestare un sistema di diritto positivo, a volte fin troppo appesantito da una superproduzione legislativa che anche la riorganizzazione in codici e testi unici non riesce a semplificare. Occorre, cioè, ritrovare coesione attorno al senso profondo di una convivenza solidale, ancorata tanto al sistema delle leggi, quanto a un sistema di valori condiviso, attorno al quale costruire la vera sfida della modernizzazione.
È in questo campo che una politica che ha l’ambizione di volare alto può esprimere il meglio di sé, tornando a essere agenzia di senso, proprio nel momento in cui i partiti sono scivolati al punto più bas- so della fiducia dei cittadini.

da L’Unità

"Un Paese lasciato in retromarcia", di Carlo Carboni

Con l’avvento della crisi, le lancette dell’orologio si sono fermate per l’economia e la società italiana. Anzi, redditi e consumi si sono rincorsi all’indietro, come i ricordi, fino ai primi anni del nuovo secolo. L’occupazione giovanile, a dispetto dei progressi tecnologici, ha conosciuto una spettacolare disfatta ed è tornata in retromarcia a livelli peggiori anche di trent’anni fa, come se il passato si fosse mangiato presente e futuro.
Anche se ricordiamo con angoscia le terribili follie del 2011, con il Paese sulla graticola dei mercati finanziari, la caduta delle quantità economiche non spiega del tutto la grave battuta d’arresto del paese. Abbiamo attraversato una delle crisi politiche e morali peggiori conosciute in età repubblicana. È mancata una guida, una bussola e il policentrismo è riemerso, accentuando diversità e distanze socioeconomiche tra i localismi urbani. Nel microcosmo italiano, tra ritardi ed eccellenze, è sempre difficile fare un ragionamento d’assieme, ma in questo periodo buio almeno gli indicatori parlano chiaro.
Ad esempio, la dinamica negativa di occupazione e consumi riguarda in maniera più marcata l’Italia ricca di classe media. La retromarcia più spettacolare e inattesa l’ha compiuta la Padania delle piccole e medie città provinciali, con diramazioni in Piemonte e a sud nelle Marche. Si tratta per grandi linee dei territori dello sviluppo locale e dei distretti, dove si sono spente migliaia di piccole imprese e l’incidenza dei giovani imprenditori è in calo. Sul piano sociale è il pezzo d’Italia industriale che ha conosciuto la ferita più profonda del suo ceto medio, decimato tra i piccoli imprenditori e i commercianti; ma anche i ceti dipendenti e professionali della classe media sono stati colpiti dalla drastica diminuzione dei consumi.

Oltre l’implosione di questo pezzo di società italiana provinciale, abituata a un tranquillo e levigato progresso e solo a marginali rovesci congiunturali, il collasso si è naturalmente irradiato nelle società locali meridionali, dove l’involuzione d’occupazione e consumi non è stata altrettanto marcata, ma già si partiva da valori allarmanti. La crisi, in breve, ha non solo acuito la problematicità del nostro Sud, che ha registrato anche una verticale crescita dell’immigrazione straniera (effetto sbarchi), ma l’ha estesa al centro-nord, a città di classe media come Ferrara.
La modernità non si è smentita neppure in questa crisi italiana: ha dissolto e ricreato la tradizione. Mentre nel mondo pre-crisi, cavalcato dalla tecnologia, il consumismo come dimensione d’identificazione sociale si era impadronito del nostro software culturale, la crisi economica e la depressione sociale hanno fatto riscoprire all’individuo l’importanza sociale dell’impresa e del lavoro. Il set-back dei consumi è stato talmente forte che, per proporzioni, ha inciso su un cambio di mentalità: dallo spreco iperconsumista, gran parte della società è passata a stringere sempre di più la cinghia e a comportamenti frugali. La recessione dei consumi ha colpito ovunque e tutti i generi da quelli sanitari, a quelli culturali e rituali. Una folla di piccoli proprietari ha constatato che, a tasse crescenti sulla propria casa, ha fatto riscontro una drastica caduta del prezzo degli immobili. Milioni d’italiani, con mutuo o meno, che sono ancora nelle secche della depressione. Tutto si è fermato a lungo nel paese del rinvio. Tra la classe media, che va in vacanza a singhiozzo e cerca di limitare il superfluo, si fa largo un sentimento di deprivazione relativa, mentre è impervia la sopravvivenza tra le fasce disagiate. Su milioni di famiglie gravano giovani disoccupati e «neet» che costringono quest’istituzione sociale a riposizionarsi in termini di risorse, spesa e risparmio.
Quanto alla politica, intenta a riposizionare la propria immagine deteriorata con l’aiuto dei media, ha abbandonato i grandi temi di ordine sociale come la classe media, il consumo, le disuguaglianze individuali, familiari e territoriali. Per questo la depressione sociale è sfociata in un distrust crescente verso le istituzioni incapaci di politiche pubbliche di crescita e di equità.
Questi anni di crisi sono stati paragonati per effetti alle macerie lasciate da una guerra. Tuttavia, rappresentano un’opportunità per il Paese e i nuovi governanti di prendere coscienza dello sforzo responsabile collettivo, necessario a ricostruire e a evitare che presente e futuro continuino a scivolare sul piano inclinato del passato.

da Il Sole 24 Ore

"Se l’Europa va in ordine sparso ", di Rocco Cangelosi

Ci risiamo. Con la crisi israelo-palestinese si sta per riprodurre la stessa situazione che si era verificata al momento della crisi jugoslava degli anni Novanta, con la costituzione di un gruppo di contatto formato da Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna, al quale l’Italia disperatamente cercò, senza successo, di essere ammessa. Alla riunione che si svolge nelle prossime ore a Vienna, non partecipa la Russia formalmente ostracizzata per evidenti ragioni collegate alla crisi ucraina.

Ma non si comprende perché l’Italia sia stata anche in questo caso estromessa, tanto più che in questo momento detiene la presidenza dell’Unione europea.

Anche se formalmente si tratta di un incontro a margine per il problema nucleare iraniano, sorprende che nessuna reazione sia venuta da parte del governo italiano, né da parte dell’Unione europea, che sembra rassegnarsi al ruolo marginale e sussidiario di ufficiale pagatore, al quale sarà chiamata allorquando si tratterà di mettere sul tavolo proposte di aiuto economico.

Matteo Renzi e Federica Mogherini hanno sollecitato l’iscrizione nell’agenda del Consiglio Europeo di mercoledì prossimo della situazione israelo-palestinese e del Medio oriente in generale. Una nota diffusa da palazzo Chigi invita «l’Unione europea a far sentire la propria voce unita per sostenere ogni tentativo di tregua e iniziativa di dialogo per fermare una spirale di odio senza ritorno. Come presidenza di turno dell’Unione, l’Italia è in contatto continuo con i leader europei, nelle prossime ore, tra l’altro, il ministro degli esteri italiano sarà in Israele, Egitto e Palestina, e chiede che la drammatica situazione mediorientale sia messa al centro del vertice di mercoledì prossimo, convocato per definire gli assetti delle istituzioni europee». È un buon esercizio per mettere alla prova le capacità del ministro Mogherini, che potrebbe essere nominata, già a partire dal 16 luglio, Alto rappresentante per la poltica estera e di sicurezza dell’Unione Europea. E ieri sera il premier ha detto che la prima cosa da fare in Medio Oriente è «fermare gli estremisti». sottolineando la necessità di «garantire il diritto alla sicurezza di Israele e il diritto alla patria del popolo palestinese».

Ma intanto i principali Paesi europei procedono in ordine sparso ciascuno per proprio conto. Il ministro degli esteri tedesco Steinmeier sarà anche lui in Israele per incontrare Netanyahu e Abu Mazen, che il britannico William Hague da parte sua ha contattato telefonicamente e altrettanto ha fatto la Francia con Fabius. Ancora una volta ci si domanda perché Francia, Germania e Gran Bretagna preferiscano agire individualmente in un quadro che tende a configurare una nuova dimensione del Consiglio di sicurezza, di cui la Germania, ma non l’Italia, sarebbe chiamata a farne parte, anziché operare nel contesto della politica estera e di sicurezza comune europea. La risposta l’ha data il presidente Napolitano, il quale ha stigmatizzato la scarsa attenzione prestata dalla Ue alle vicende drammatiche che stanno sconvolgendo il Mediterraneo e il Medio Oriente, le cui tensioni finirebbero per scaricarsi in primis sull’Europa.

Tutta presa dai suoi problemi economici l’Unione europea dimentica il mondo circostante e le divisioni e i distinguo dei singoli stati membri ne rendono inconsistente e poco credibile l’azione. Ci aspettiamo dunque una energica reazione da parte del Consiglio europeo e del governo italiano presidente di turno, che permetta alla Ue di svolgere un ruolo di primo piano nella gestione di una crisi che, più di altri, la interessa da vicino. E soprattutto che consenta di far rientrare ogni tentativo di gestione ad excludendum, come quello a Vienna, che sancirebbe ancora una volta la marginalità della Ue in quanto tale e della sua politica estera e di sicurezza comune

da L’Unità

"Andate e ritorno della crisi economica", di Mario Pirani

Nelle ultime settimane le cose sembravano aggiustarsi e la crisi dava segni di remissione. Poi, quasi all’improvviso, l’andamento congiunturale si è rovesciato. Il possibile crac di una piccola banca portoghese, l’Espirito Santo, ha diffuso nelle banche e nelle borse il timore di una nuova scossa tellurica. Contemporaneamente la caduta subitanea della produzione in Italia e Francia ha riproposto la sfiducia in una ripresa dell’economia reale. Eppure la paura di una nuova eurocrisi non è per ora esplosa. Seguita invece a stupire per contro il grado di resilienza (e cioè la capacità di far fronte in modo positivo ad eventi traumatici) dell’Unione europea. Lo abbiamo toccato in questi giorni in Italia e in Portogallo. Anche con le elezioni il movimento anti euro è rimasto nell’ambito di un fuoco di paglia e le stesse elezioni europee — malgrado l’astensionismo e la forza dimostrata da alcuni movimenti populisti — non hanno visto nessuno sfondamento significativo della compagine europeista.
Eppure è chiaro che tutti i pericoli seguitano a bruciare sotto la cenere. L’economista Lawrence Ball della Harvard University ha calcolato gli effetti di trascinamento di lungo periodo della crisi partita nel 2008 dagli Stati Uniti: in 23 Paesi Ocse, i Paesi più avanzati, il declino del reddito potenziale dei Paesi, quello che una economia è capace di produrre sfruttando tutti suoi fattori della produzione, è stato dell’8,3% medio, con picchi oltre il 30% per Grecia e Irlanda. La crisi, solo apparentemente temporanea, ha fatto scomparire per sempre dei fattori della produzione potenziale: in particolare giovani e piccole imprese, che hanno abbandonato la scena dell’economia. La somma di tutte queste perdite di lungo periodo è grande, dice Ball, come la creazione annuale di ricchezza tedesca: equivale a dire che questa crisi ha fatto sparire la capacità di creare ricchezza pari a quella di una economia della grandezza della Germania dagli schermi mondiali.
Si chiede Ball: cosa potrà restituire vitalità all’Europa per rigenerare la capacità di crescita di lungo periodo? Come ridare alle imprese la voglia di investire e ai giovani la disponibilità a rientrare nel mercato del lavoro? Non lo sappiamo, dice l’economista americano, ma la migliore scommessa che si sente di fare è quella di dire che se questo potenziale è stato tarpato dall’emorragia di una grave recessione ciclica, è solo con un’espansione ciclica altrettanto forte, che stimoli la domanda interna, che si possono ristabilire condizioni di entusiasmo strutturale all’interno dell’economia.
E qui arriviamo all’Europa e alla sua strategia attuale. Che al contrario della ricetta di Ball richiede ai Paesi in difficoltà come il nostro di raggiungere obiettivi di bilancio in pareggio così ambiziosi e bruschi da tarpare le ali a qualsiasi ripresa, sia congiunturale che di lungo periodo. In questo modo l’emorragia può solo continuare ad allargarsi, mettendo a rischio la tenuta dell’Unione. I dati sull’economia italiana del 2014 sono chiari al riguardo: partiti con una speranza del Governo Letta, confermata dal Governo Renzi, di una “mini-crescita” dello 0,8%, stima immediatamente depressa dal parere della Commissione europea che l’ha dichiarata impossibile e che ha stimato a sua volta uno 0,6%, leggiamo stime di Confindustria pari allo 0,2%, che flirtano pericolosamente con il terribile rischio di un terzo anno consecutivo di recessione. Se l’Europa ci chiede di aggiungerci sopra a questa delicatissima situazione, per il 2015, una manovra aggiuntiva di 20-25 miliardi sarebbe gioco forza dichiarare forfait. La battaglia del Semestre europeo sta tutta qui: come impedire che una austerità ottusa di breve periodo — che ha dimostrato la sua incapacità di garantire stabilità dei conti pubblici e crescita economica — non rovini per sempre un progetto di lungo periodo come quello dell’Unione dell’euro. Una battaglia non per l’Italia ma per l’Europa, come ha detto al Parlamento europeo il nostro Presidente del Consiglio.
È tuttavia evidente come Renzi non possa semplicemente pretendere meno austerità e vedersi accontentato. L’annuncio di una spending review che ancora manca all’appello per tagliare gli sprechi è il “chip” negoziale che ha in mano il premier per portare a casa il rinvio della manovra fiscale del prossimo autunno richiesta per ora dall’Europa. Se poi Renzi sarà appoggiato in questa sua battaglia da iniziative popolari valide come quella del referendum (con tagli della spesa e dei servizi pubblici) — promosso dal Comitato presieduto dall’economista Gustavo Piga — contro le parti più austere della legge che ha importato in Italia il Fiscal Compact, la 243/2012, tanto meglio. Una cosa è certa: non c’è tempo, dobbiamo fare rapidamente,
se vogliamo difendere l’Europa dell’euro.

da La repubblica

"Se la salute non è per tutti fa scendere il Pil", di Pietro Greco

La speranza di vita differisce di molto in Europa. Eppure le «health iniquities» ci costano 233 miliardi: la crescita economica passaanche da qui, stare benegenera ricchezza

Un bambino che nasce oggi in Malawi, sostiene l’Organizzazione Mondiale di Sanità (Oms), ha un’aspettativa di vita di 47 anni. Un bambino che nasce oggi in Italia ha un aspettativa di vita di quasi 83 anni. Una differnza di 26 anni. In Ciad 200 neonati su 1.000 muoiono prima di raggiungere i 5 anni di vita. Nell’Unione Europea la mortalità entro i primi 5 anni di vita è di 13 su 1.000: quindici volte meno che nel Paese africano.
Non c’è dubbio: le differenze di salute tra l’Europa e le aree più povere del mondo sono enormi. Tuttavia le «health inequalities», le disuguaglianza di salute, esistono anche nel Vecchio Continente. E sono piuttosto marcate. La vita media in Romania è di 74 anni, in Ucraina di 71, in Russia, di 69 anni: rispettivamente 9, 12 e 14 in meno che in Italia (o in Svizzera o in Spagna). È evidente: c’è ancora una cortina che, da Stettino a Trieste, taglia in due l’Europa. La cortina della salute. L’analisi delle differenze di salute tra le nazioni europee ci aiuta a individuare i motivi che le generano. Alcune sono cause, per così dire, materiali.
L’aspettativa di vita – un indicatore della salute – tra i paesi dell’Est europeo, per esempio, cresce linearmente con il reddito pro capite. Eppure nei paesi dell’Europa occidentale la vita mediasembra essere indipendente dal reddito medio. In Italia e in Spagna, per esempio, la vita media è superiore a quella della Germania o della Svezia e anche del piccolo Lussemburgo nonostante il reddito medio pro capite sia decisamente inferiore. Perché la ricchezza delle nazioni incide molto sulla salute a Est e poco a Ovest? Non è semplice rispondere a questa domanda. Ma un elemento è preso in considerazione da tutti gli analisti: l’esistenza di un sistema sanitario nazionale universalistico o, comunque, di welfare sanitario in grado di assicurare a tutta la popolazione, a prescindere dal reddito, i livelli essenziali di assistenza.È stato dimostrato che il sistema sanitario universalistico fa la differenza, in maniera relativamente indipendente dalla ricchezza di una nazione. Il segreto delle performance sanitarie dell’Italiache di recente hanno suscitato l’incredulità e anche un po’ di invidia in alcuni osservatori anglosassoni – risiedono proprio nel suo sistema sanitario.
Ma le differenze di salute non sono solo tra gli Stati. Sono anche dentro gli Stati. In Svezia un ragazzo maschio che oggi ha 30 anni vivrà in media fino a 83 anni se ha in tasca la laurea, ma solo 78 anni se ha frequentato solo le scuole dell’obbligo. E una ragazza di 30 anni con la laurea può aspettarsi di vivere fino a 86, mentre se ha alle spalle solo le scuole dell’obbligo non supererà, in media, gli 81 anni. Non è (solo) il titolo di studio e le conseguenti diversità negli stili di vita a regalare cinque anni di vita in più nel Paese scandinavo. È (anche) il fatto che, in genere, una persona laureata ha un reddito più alto e un’occupazione più solida. Una riprova l’abbiamo se consideriamo il fattore lavoro: uno dei più potenti discriminanti sociali della salute. Come ricorda Erio Ziglio, il direttore dell’Ufficio Europeo dell’Oms per gli Investimenti per la Salute e lo Sviluppo, il solo fatto di essere disoccupati raddoppia il rischio di malattia. È dimostrata una forte correlazione tra mancanza di lavoro e alcolismo, cirrosi, ulcera, disordini mentali. Nel pieno della crisi, il numero di suicidi è aumentato del 17% in Grecia e del 13% in Irlanda.
La salute è un diritto. Uno dei diritti fondamentali dell’uomo. E le «health inequalities» sono lì a dimostrarci che questo diritto non è soddisfatto. Non a sufficienza, almeno. Anzi, spesso le disuguaglianze sono frutto di una vera e propria ingiustizia sociale. È per questo che alla Regione Europea dell’Oms le definiscono «health iniquities»: iniquità della salute. Ed è per questo che la Commissione sui Discriminanti Sociali della Salute ha messo nero su bianco che: «l’ingiustizia sociale sta uccidendo persone su grande scala».

EFFETTO CRISI
La disuguaglianze – anzi, le iniquità – della salute non ledono solo i diritti fondamentali dell’uomo. Fanno male anche all’economia. Un rapporto per il Parlamento di Strasburgo sostiene, per esempio, che la differenze in sanità costano ai Paesi europei 233 miliardi di euro: l’1,4% del Prodotto interno lordo (Pil) dell’Unione. Alcune analisi scientifiche mostrano che riducendo del 10% la mortalità per cause cardiocircolatorie, il Pil aumenterebbe dell’1%. E che in un Paese l’aumento di un anno nella vita media determina un aumento del Pil compreso tra il 5 e il 6%. In definitiva, investire in salute conviene.
Genera ricchezza. Anzi, genera ricchezza socialmente ed ecologicamente sostenibile.
E qui nasce il problema. In Europa la crisi economica e le politiche di bilancio stanno determinando, un po’ ovunque, tagli alla spesa sanitaria. E lamessa in discussione di fatto – talvolta anche in linea di principio – dei sistemi sanitari.Èuna politica di corto respiro, sostiene l’Oms. In primo luogo perché rischia di farci tornare indietro e di peggiorare lo stato di salute degli europei.
È già successo. Poco più di venti anni fa, all’indomani del crollo dell’Urss, il repentino smantellamento del welfare sanitario e la crisi economica di larghi strati della popolazione, provocò una brusca diminuzione della vita media in Russia e in molti altri stati ex sovietici.
L’Organizzazione Mondiale di sanità non si limita alla denuncia e all’elaborazione di scenari possibili. Propone anche delle linee di intervento, contenute nel recente rapporto «Health 2020» e fondate su due obiettivi strategici: continuare a migliorare la salute in Europa e ridurre le iniquità.
MaZsuzsanna Jacob, direttore della «Regione Europa» dell’Oms, e i suoi collaboratori sanno che non bastano le analisi e le proposte giuste per realizzarli, quegli obiettivi. Occorre che gli Stati le facciano proprie. E in questo momento in Europa non è facile parlare di nuovi investimenti (ancorché strategici), invece che di tagli. Non è facile con i politici che dirigono i grandi Stati.
Ma l’attenzione può accendersi tra i politici delle nazioni più piccole. Per esempio, quelle che hanno meno di un milione di abitanti. In Europa sono otto e l’Oms ha invitato i loro rappresentanti a inizio luglio a San Marino chiedendo di applicare le linee guida di «Health 2020» nei loro piccoli Paesi.
Poiché si tratta di idee e di buone pratiche i cui risultati sono misurabili, l’obiettivo è di dimostrare che investire – in risorse finanziarie e in risorse umane – conviene. I rappresentanti degli otto piccoli Paesi hanno accettato la sfida.
E si sono ufficialmente impegnati a lavorare in maniera coordinata sui discriminanti sociali della salute, sia rafforzando i rispettivi sistemi sanitari nazionali, sia puntando su politiche di integrazione sociale, sia infine coinvolgendo la popolazione in una nuova politica sanitaria partecipata. Non sappiamo se la sfida verrà portata fino in fondo e otterrà i risultati attesi. Ma intanto è un buon esempio di democrazia della conoscenza e di cittadinanza scientifica applicate in un settore, la sanità, il cui obiettivo è soddisfare un diritto fondamentale dell’uomo e aumentare il benessere dei cittadini.

da L’Unità

"Il richiamo di Napolitano e l’inesistente politica estera europea", di Paolo Soldini

Martedì il Parlamento europeo dovrebbe apporvare la nomina di Jean-Claude Juncher alla guida della Commissione europea, mercoledì, a Bruxelles, i capi di Stato e di governo dell’Unione dovrebbero nominare il successore di Herman Van Rompuy alla presidenza del Consiglio Europeo e quello, o quella, di Catherine Ashton nell’incarico di Alto Rappresentante per la politica estera e della sicurezza. Forse verrà anche qualche indicazione sulla figura del futuro presidente dell’Eurogruppo. In due giorni il nuovo assetto dei vertici istituzionali europei sarà definito. Il cambio della guardia avviene durante il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione, il che consegna al governo di Roma una responsabilità politica di qualche spessore.
Questo è il calendario e qui si fermano le certezze sul futuro dell’Europa, anche su quello più vicino. Dei mutamenti possibili, necessari, opportuni o auspicati, della strategia economica dell’Unione si è parlato abbondantemente nelle ultime settimane e negli ultimi giorni ed è chiaro a tutti che questo sarà il terreno di uno scontro di cui si delineano già forme e contenuti. L’altra dimensione dell’Europa, invece, quella della sua collocazione nel contesto internazionale, dei suoi rapporti con le altre grandi aree del mondo, della sua «politica estera» (espressione che richiede le virgolette, et pour cause) si perde nella nebbia delle incertezze.
Il fatto che l’Europa non abbia una sua politica estera è, oggi come oggi, poco più che la banale constatazione di un fatto. Ma la banalità non rende il fatto meno grave e potenzialmente pericoloso, come ha fatto notare Giorgio Napolitano nel richiamo alle responsabilità europee che ha espresso in modo quasi accorato nell’intervista concessa alla Stampa.
In questo momento – dice il Presidente – «si stanno pericolosamente incrociando tensioni e conflitti con cui malamente conviviamo da molti anni e nuovi focolai di contrapposizione che hanno rotto schemi precedenti». Napolitano cita espressamente l’Ucraina, che è come dire il problema dei rapporti con la Russia, i quali non possono essere chiusi in una sorta di nuova versione del containment della Guerra Fredda, le «conseguenze imprevedibili» che avrebbe un’eventuale invasione israeliana della striscia di Gaza e la micidiale aggressività del nuovo fondamentalismo islamico all’opera in Siria e in Iraq. In risposta a questi vecchi e nuovi pericoli, il semestre della presidenza italiana «non potrà essere un semestre solo di affari interni della Ue, in relazione ai problemi dell’economia, per decisivi che siano, ma dev’essere anche un semestre di forti impulsi europei per costruire una prospettiva di stabilizzazione e pacificazione a est e a sud dell’Europa».
L’indicazione è chiara, ma gli strumenti? Sul piano istituzionale esiste l’ufficio dell’Alto Rappresentante, che non è il «ministro degli Esteri» dell’Unione, come per comodità d’espressione talvolta si dice e si scrive.
Magari lo fosse. Si tratta di un ibrido creato dal Trattato di Lisbona, che condensa in sé tutti i difetti dell’incompiutezza dell’integrazione europea, a cominciare dal più grave: il suo irrisolto rapporto di dipendenza dal Consiglio, e quindi dai governi. Con il primo rappresentante, lo spagnolo Javier Solana, l’istituto aveva manifestato tutti i suoi limiti, con la seconda, l’inglese Ashton, è stato un disastro. Qualcuno sostiene che i motivi del fallimento vadano cercati nella personalità del titolare della carica e che se alla guida dell’ufficio venisse nominata una personalità forte e con forti appoggi di potere le cose andrebbero diversamente. È la logica con cui fu sostenuta, nel 2009, la sfortunata candidatura di Massimo D’Alema. Può darsi che ciò sia in parte vero, ma ci sono molte ragioni per ritenere che la debolezza dell’istituto sia invece nella sua stessa natura e che è questa che bisognerebbe impegnarsi a cambiare.
Porre almeno la questione sul tappeto potrebbe essere una delle iniziative politiche del semestre italiano.
Ma la questione istituzionale è solo l’aspetto visibile di un problema ben più profondo. L’inesistenza di una politica estera dell’Europa è l’espressione paradossale della «troppa» esistenza delle politiche estere nazionali che il processo di integrazione per come si è svolto finora non ha saputo (e in parte non ha voluto) risolvere. Nonché della mai definita sistemazione dei rapporti con gli Stati Uniti e con la Nato, alleanza militare sopravvissuta alla Guerra Fredda ed evidente impedimento ad ogni ipotesi di costruzione di una politica di difesa europea. Non c’è solo la Gran Bretagna con il suo retaggio imperiale e la sua «special relationship» con gli Stati Uniti. Tutti i grandi Stati dell’Unione continuano a riservarsi grandi fette nazionali nella torta delle relazioni europee con il resto del mondo, a cominciare dagli Usa. Per la Francia parla l’evidenza storica, ma anche la Germania è molto lontana, ormai, dallo spirito con cui dopo la guerra decise di esorcizzare per sempre il proprio destino di potenza centrale sciogliendolo nella comunità occidentale. Scelta che fu ribadita dopo la riunificazione tedesca, e non era scontato. Non c’è stata crisi internazionale, negli ultimi anni, in cui questa sopravvivenza (o ritorno di fiamma) di politiche estere nazionali non si sia manifestata, dalla guerra in Iraq all’intervento in Libia ai rapporti con gli stati produttori di petrolio all’Ucraina, solo per fare esempio. E alla questione della gestione dei profughi, per farne uno che ci riguarda molto.
Il successore di Catherine Ashton dovrà fare difficilissimi conti con questa realtà. Se sarà un italiano o un’italiana, avrà almeno il vantaggio di sapere che dalla sua parte ci sono l’autorità e il prestigio internazionale di Giorgio Napolitano

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