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"Investimenti pubblici Ue e riforme made in Italy", di Fabrizio Forquet

Il rallentamento della produzione che colpisce tutti i maggiori Paesi europei non è per l’Italia un mal comune mezzo gaudio. Ma una mezza opportunità forse sì. Purché si sappia cogliere quel segnale e farne il giusto uso nell’ambito della strategia del semestre europeo a guida italiana.
È fin troppo evidente che una nuova gelata che coinvolga i nostri principali partner Ue, a cominciare dalla Germania, indebolirebbe ulteriormente il già asfittico Pil italiano. E tuttavia la condivisione, nell’ambito dell’eurozona, dei rischi di una mancata ripresa può aiutare a sensibilizzare anche i più diffidenti sulla necessità di una politica comune per la crescita. Ed è questo che oggi serve all’Italia.
Una politica comune per il rilancio economico dell’area euro che sia davvero tale. Non, quindi, una malposta questione di flessibilità per l’Italia in riferimento all’odioso parametro del 3 per cento. Piuttosto uno sforzo unitario, fatto di risorse e regole comuni, tale da costituire una massa d’urto sufficiente a far ripartire l’Italia insieme all’Europa.
Intestardirsi in un corpo a corpo per ottenere il superamento della soglia del 3% renderebbe più deboli le nostre ragioni ai tavoli della trattativa europea e porterebbe diritti a una sconfitta. Altra cosa è lavorare alla possibilità di poter utilizzare la flessibilità, prevista nei trattati, per gli investimenti produttivi fino al limite del 3%. Su questo l’Italia può avere buone chance di successo. Ma deve essere chiaro che si tratterebbe comunque della possibilità di sbloccare investimenti per pochi decimali di Pil: 5-6 miliardi di euro. È qualcosa, certo, ma non è il motore che servirebbe ad allontanare l’Italia dalle secche sulle quali è bloccata ormai da anni.
Quel motore non può che essere innanzitutto europeo. Perché solo l’Europa dispone della massa finanziaria sufficiente a smuovere una dinamica economica che ha ormai la rigidità di un cadavere.

M assa d’urto in termini di liquidità: e questa è la partita che sta conducendo con abilità e determinazione Mario Draghi alla guida della Bce. Ma nel nostro caso soprattutto in termini di investimenti e integrazione di mercato. Gli europroject bond sono qualcosa di complesso da dire e non hanno certo lo stesso appeal del grido “abbattiamo il vincolo del 3%”. Ma possono raccogliere grandi risorse finanziarie per poter rilanciare in modo significativo gli investimenti pubblici in Europa – e quindi anche in Italia – in settori strategici come le infrastrutture, le Tlc, la ricerca di base, la distribuzione dell’energia e del gas.
Chi pensa che l’Italia rilancerà la sua crescita spendendo risorse proprie di cui non dispone, e quindi creando nuovo debito pubblico, sbaglia di grosso. Gli investimenti pubblici sono essenziali per ripartire, ma deve farli chi può farli. Cioè l’Europa. E deve farli nell’interesse di tutta l’Europa e di ciascuno Stato d’Europa. Come è stato notato ieri in un seminario organizzato da Astrid e Italiadecide, la Ue ha l’opportunità – che deriva dalla sua “anomala” organizzazione istituzionale – di sfruttare in funzione anti-ciclica i suoi diversi livelli di governo con politiche fiscali differenziate. Oggi invece tutti i livelli di governo vengono impegnati in un’unica direzione, che è poi quella del rigore finanziario, se non dell’austerità. È un assurdo da superare.
Al rilancio degli investimenti su scala continentale, poi, deve corrispondere il rilancio degli investimenti privati sulla base di un ambiente economico più favorevole. E qui c’è l’altra responsabilità che grava sul governo Renzi: le riforme. Riforme per dare un motore nuovo alla macchina dello Stato, innanzitutto. E qui molte delle misure del disegno di legge delega illustrate ieri dal ministro Madia vanno nella direzione giusta (anche se resta incomprensibile il percorso di questo Ddl che è tornato giovedì scorso in Consiglio dei ministri per un nuovo sì dopo che il medesimo lo aveva già approvato il 13 giugno scorso). Nella direzione giusta va anche il Jobs act, ma preoccupano le rinnovate divisioni all’interno della maggioranza e il possibile slittamento parlamentare a dopo l’estate.
Un diretto, e positivo, impatto sugli investimenti privati può venire poi dalla riforma del Titolo V, con la semplificazione delle competenze tra Stato e Regioni. Tuttavia il testo che è approdato in Aula ripropone, su una materia fondamentale come l’ambiente, la frammentazione normativa e amministrativa sul territorio. Con il rischio evidente di non eliminare uno degli ostacoli più diretti alla realizzazione degli investimenti produttivi.
Dunque: investimenti pubblici europei, riforme, investimenti privati. Sono le tre gambe su cui può camminare la ripresa in Italia e in Europa. Tocca rafforzarle tutte insieme, senza divisioni tra partiti, tra scuole economiche e tra visioni nazionali. Anche perché i dati di questi giorni allungano la crisi per tutti e l’agosto delle tempeste perfette è ormai dietro l’angolo.

Il Sole 24 Ore 12.07.14

"Lo spread tra speranza e realtà", di Federico Fubini

Chi sostiene che con la grande recessione nulla tornerà come prima, forse non si occupa di bricolage. È l’unico settore nel quale la propensione all’acquisto sia risalita ai livelli del 2009. E continuano a calare le spese al ristorante, ma i supermarket registrano consumi crescenti di prodotti di qualità adatti alle
cene fatte in famiglia.
Gli italiani non aspettano più la fine ufficiale della crisi, hanno deciso di fare da sé. È come se avessero preso atto dello spread che esiste fra le loro speranze, con il ritorno di un po’ di fiducia nella politica, e la dura realtà dell’economia.
Questo spread è ovunque, al punto da diventare il filo sottotraccia che dà un senso all’ambivalenza di questi mesi. C’è un premier nuovo, il più giovane della storia repubblicana, il cui gradimento tocca il 72% subito dopo che gli occupati sono scesi (in aprile) di 87 mila unità. C’è la produzione industriale che in maggio strappa al ribasso dell’1,2% — terzo calo in cinque mesi, in rosso anche per il 2014 — dopo che in aprile la fiducia nel settore manifatturiero e dei servizi segnava i massimi da più di due anni. C’è la paralisi dei consumi che prosegue anche con gli 80 euro di bonus fiscale nelle tasche di dieci milioni di lavoratori. E un assetto politico finalmente più stabile, accolto da uno spread fra Bund tedeschi e Btp che sale come quando a Londra o a Bruxelles si credeva che Beppe Grillo avrebbe vinto le europee.
L’Italia dell’èra di Matteo Renzi non è una storia per gli osservatori esteri, ma almeno due. Due vicende che a volte sembrano svilupparsi in direzioni opposte. L’Istat mostra che in marzo il commercio al dettaglio è balzato verso l’alto, come se gli italiani avessero percepito la speranza che spesso accompagna un cambio di governo. In parte per le stesse ragioni il listino di Piazza Affari è stato la star d’Europa nella prima metà dell’anno, in crescita di oltre il 12%. Ma ora, al primo ritorno d’incertezza, è Milano la borsa che cade più bruscamente. Intanto i sondaggi delle Coop mostrano che le famiglie vogliono comprare sempre meno carne. A giugno il 42% degli intervistati dice che nell’ultimo anno la sua situazione economica è peggiorata: meno del 54% di dicembre, ma è sempre un’enormità.
È come se gli italiani avessero voglia di sperare di più, ma faticassero a trovare conferme nella realtà intorno a loro. Questo è uno spread che la Banca centrale europea non può certo chiudere come fece con quello fra titoli di Stato di Italia e Germania
nel luglio 2012. E non c’è un politico in Italia in grado di sanare questa contraddizione con le stesse parole che allora usò Mario Draghi: «Faremo qualunque cosa serva — disse allora il presidente della Bce —. E credetemi, sarà abbastanza».
Con Draghi funzionò, perché i mercati finanziari vivono di attese e trasformano la loro fiducia in realtà in un istante. Ma i politici in Italia, a partire da Matteo Renzi, sono costretti a lavorare su un corpo dalle reazioni molto più lente e complesse. Non basta la fiducia a un piccolo imprenditore che ogni settimana deve passare un quarto del suo tempo in adempimenti burocratici o fiscali, invece che in ricerca, cura del prodotto, formazione, conquista di nuovi mercati. Non basta a un disoccupato che, per aprire una pizzeria, è costretto a conseguire una serie infinita di diplomi utili solo a chi si fa pagare i relativi corsi a caro prezzo. E il “credetemi, sarà abbastanza” in stile Draghi non è sufficiente neppure ai giovani che vogliono usare gli incentivi pubblici per lanciare una start-up innovativa ma non possono, perché non sono laureati: la legge relativa, approvata due anni fa, li esclude così come avrebbe tagliato fuori anche il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg (che notoriamente non ha mai finito gli studi a Harvard).
Mezzo secolo di incuria e fallimenti nel rapporto fra fisco, burocrazia, corporazioni di privilegiati e cittadini semplici ha lasciato l’Italia in uno stato che non ammette più scorciatoie. Le vie di fuga sono finite. La frenata della Cina, la ripresa debole degli Stati Uniti, gli errori dell’area euro sono tutti fattori che pesano. Ma se c’è stato un ritorno di speranza e fiducia in questi mesi, è anche perché gli italiani sentono che il Paese ora deve fare i conti con se stesso. Deve farli con tutti i treni diretti al ventunesimo secolo che ha già perso. A Berlino o a Bruxelles pochi hanno capito che senza fiducia non si può agire sugli aspetti capillari del male che da vent’anni impedisce all’Italia di crescere. Ma senza fatti, anche la fiducia dopo un po’ si erode. Lo spread fra speranza e realtà è comunque destinato a chiudersi. Speriamo dalla parte giusta.

La Repubblica 12.07.14

67 trucidati a Fossoli, Ghizzoni “La memoria, un atto di giustizia”

La deputata Pd propone di riconoscere normativamente i luoghi della memoria nazionale

Si celebra domenica a Carpi, alla presenza del ministro della Difesa Roberta Pinotti, il 70esimo anniversario dell’eccidio del Poligono di tiro di Cibeno. “L’esercizio non retorico della memoria è un atto di giustizia innanzitutto nei confronti delle 67 vittime – ricorda Manuela Ghizzoni che rilancia, in occasione del 70esimo della Resistenza, la proposta di riconoscere normativamente i “luoghi della memoria nazionale”. Ecco la sua dichiarazione:

“Come già negli anni passati, domenica sarò a Cibeno per partecipare alle celebrazioni del 70esimo anniversario dell’eccidio del Poligono di tiro, quando i nazisti fucilarono 67 prigionieri prelevati dal campo di transito di Fossoli. Sarà presente il ministro della Difesa Roberta Pinotti. Le celebrazioni sono un momento di riflessione sul nostro passato recente: non si tratta di un esercizio retorico, è nostro compito continuare ad essere in prima linea nella difesa della memoria. Il lavoro della Fondazione Fossoli, con il sostegno dell’Amministrazione di Carpi, in questo senso, è assolutamente meritorio, a partire dalle iniziative per strappare all’oblio luoghi, episodi e persone della nostra storia recente, in modo da trarne lezioni che ci rendano consapevoli di quanto è accaduto e che ci orientino nelle scelte future. In questi mesi in cui si celebra il 70esimo della Resistenza, occorre andare oltre al momento commemorativo, anche attraverso scelte legislative che traducano in atti concreti queste riflessioni. Quando, qualche mese fa, a Roma presentammo il documentario su “Crocevia Fossoli”, lo stesso ministro Franceschini aveva parlato della necessità di riconoscere alcuni luoghi come “luoghi della memoria nazionale”. Tra questi certamente non potrà mancare il campo di Fossoli. Ecco, ritengo sia il momento di impegnarci per riconoscere i luoghi della memoria, anche per aiutare finalmente il nostro Paese, dopo 70 anni, a riconoscersi una storia condivisa. L’esercizio non retorico della memoria è sempre un atto di giustizia”.

"In vista un piano d'azione per la «Grande Pompei»", di Francesco Prisco

Servirà a velocizzare l’utilizzo dei fondi europei

Più poteri alla struttura commissariale, così da riuscire a spendere i 105 milioni cofinanziati da Bruxelles entro il termine di fine del 2015. Ma al tempo stesso misure che consentano di prevenire rischio corruzione e scongiurare infiltrazioni camorristiche negli appalti.
Viaggia ormai su questo doppio binario il Grande progetto Pompei, in virtù delle novità introdotte dal Dl «Art Bonus» in corso di conversione in Parlamento. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini avrà modo di discuterne direttamente con il commissario europeo per le politiche regionali Johannes Hahn: i due, insieme con il sottosegretario alla presidenza del consiglio Graziano Del Rio, sono infatti attesi nel sito archeologico vesuviano il 17 luglio dal soprintendente Massimo Osanna e dal direttore generale Giovanni Nistri. Faranno il punto sull’avanzamento della spesa del piano straordinario d’intervento cui l’Europa contribuisce con 78 milioni attinti al Fesr e sottoscriveranno un “piano d’azione” per velocizzare la spesa. E qui veniamo alle note dolenti perché, al di là di rassicurazioni inviate a Bruxelles e dichiarazioni d’indenti, si procede sempre a piccoli passi. Basta fare due conti: a 27 mesi dalla pubblicazione dei primi bandi, un solo cantiere è stato consegnato (quello della Casa del Criptoportico, del valore 853mila euro). Sul versante del piano delle opere (valore complessivo 85 milioni), otto sono i cantieri aperti, poi si contano tre gare aggiudicate definitivamente, due delle quali ferme per ricorso. Entro fine luglio dovrebbero essere pubblicati altri due bandi, per settembre se ne attendono nove, mentre sono sette i progetti in lavorazione che dovranno trasformarsi in altrettanti bandi. Ci sono inoltre il piano della conoscenza (valore complessivo 8 milioni) con due gare bandite, e il piano del rafforzamento della soprintendenza (3 milioni), anche questo già bandito: vi si attingeranno le risorse per assumere 61 addetti a tempo determinato. Da bandire sono il piano per la sicurezza (2 milioni), atteso tra luglio e settembre, e quello per la fruizione (7 milioni), in via di stesura. Si riscontra insomma la solita vecchia doppia velocità tra tempi di pubblicazione dei bandi e affidamento delle gare.
Da qui le novità introdotte dal Dl Art Bonus. La prima versione, stilata dal Collegio Romano a maggio, conferiva a Nistri la facoltà di «avvalersi dei poteri commissariali previsti per la velocizzazione delle procedure esecutive degli investimenti». Il tutto elevando a 3,5 milioni «la soglia per il ricorso alla procedura negoziata». Sempre Nistri può «revocare in qualunque momento il responsabile unico del procedimento al fine di garantire l’accelerazione degli interventi e superare difficoltà operative. Il responsabile del procedimento può sempre svolgere, per più interventi, nei limiti delle proprie competenze professionali, anche le funzioni di progettista o di direttore dei lavori». Quando la soglia della discrezionalità attribuita a una figura commissariale si innalza, diventa necessario però introdurre una serie di garanzie a tutela della trasparenza. È avvenuto mercoledì scorso nel passaggio di conversione alla Camera, senza un solo voto contrario, del decreto legge. Gli emendamenti introdotti a Montecitorio insistono infatti su «rafforzamento della normativa anticorruzione», innalzamento delle «garanzie a corredo delle offerte delle imprese (dal 2% al 5% del prezzo base del bando), adozione di un piano di gestione dei rischi e di prevenzione della corruzione e individuazione di un responsabile di comprovata esperienza e professionalità». Misure che si rendevano necessarie dopo le notizie circolate nei mesi scorsi a proposito di indagini della Dia di Napoli contro il rischio di infiltrazioni malavitose negli appalti del Grande progetto. Il dubbio però è il solito: siamo sicuri che le (doverose) garanzie di legalità e trasparenza nella gestione delle gare non finiscano ancora una volta per rappresentare una zavorra nel rispetto della tempistica imposta da Bruxelles? Non a caso c’è qualcuno che continua ad auspicare proroghe.

Il Sole 24 Ore

"Il coraggio della verità", di Roberto Napoletano

La fiducia si costruisce con il coraggio della verità, i tempi e le modalità di questa lunga crisi non sono uguali per tutti. Prima la frenata delle previsioni del pil italiano, ora il dato della produzione industriale di maggio (-1,8% sul 2013) che supera le più negative aspettative e sembra spegnere i segnali, cautamente positivi, che pure si percepivano. Il tasso di disoccupazione giovanile ha superato da tempo la soglia della sostenibilità, il divario tra le due Italie ha assunto dimensioni strutturali mai raggiunte in passato. Il peso della tassazione su imprese e banche, frutto di un’eredità abnorme, e il peso, altrettanto abnorme, di una burocrazia ossessiva, chiudono spazi vitali di crescita, in casa, sia per le forze sane della produzione (ci sono e lottano nel mondo) sia per quelle giovanili di talento (ci sono e si affermano nel mondo).
Questa è la realtà italiana. Figlia di colpe nostre, evidenti, e di colpe europee, che hanno la loro origine in un eccesso di rigore. Se anche la Germania è costretta a chiudere un trimestre con una crescita dello zero virgola vuol dire che la malattia è costitutiva e impone di cambiare in profondità. Non c’è più tempo da perdere per lanciare un New Deal europeo fatto di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali e di una nuova governance che sappia affiancare al Fiscal Compact una vera azione di sviluppo, una difesa unica e una politica estera che promuova la qualità e il valore della nostra manifattura e dei nostri primati tecnologici nell’arena globale delle merci e dei servizi. La palude nella quale i popoli periferici dell’Europa, a partire da quello italiano, rischiano di smarrirsi è quella del rigore a senso unico, non altre. Con questa palude, l’Europa deve fare i conti in Europa e l’Italia deve fare i conti in Italia. Le elezioni sono finite, il governo Renzi prenda atto che ribaltare il tavolo europeo non è possibile, ma non smetta di battersi come ha fatto finora per cambiare le cose, passo dopo passo. Anche perché l’Europa deve almeno capire che un’altra manovra l’Italia non può permettersela per sé e per la stessa Europa.
Si renda, però, conto il premier che la sua partita è in casa e non si può vincere in tempi stretti. Bisogna sporcarsi le mani con la fatica dei decreti e della loro attuazione parlando alla coscienza del Paese e attingendo con umiltà alle sue risorse migliori (ci sono anche sopra i 40 anni) per cambiare la macchina dello Stato, centrale e territoriale, e ridurre almeno il tasso di angheria che subiscono imprese e cittadini. Si intervenga con serietà sulla macchina della giustizia civile, amministrativa, fiscale e penale. Si paghino, per davvero, i debiti contratti dallo Stato con il sistema produttivo. Per fare tutte queste cose si scelgano e si retribuiscano adeguatamente gli uomini che sono in grado di cambiare. Questo è obbligatorio se si vogliono condurre in porto, alla voce fatti, i disegni di legge annunciati (anche due volte) e fare in modo che la speranza di una macchina che funzioni diventi realtà. Si faccia di tutto perché l’accesso al credito torni ad essere garantito alle piccole e medie imprese che non hanno ancora alzato bandiera bianca. La liquidità è arrivata copiosa in Italia e molti ne hanno approfittato, ma avevamo avvisato che non si trattava di investimenti di lungo termine e che una correzione era da mettere nel conto. Siamo lontanissimi dalla crisi dell’estate e dell’autunno del 2011, ma alcune Ipo programmate sono già saltate e anche questo di certo non aiuta. Non credano le imprese e il sindacato di sottrarsi alle loro responsabilità. Per uscire dal mondo vecchio non dovranno essere più tollerati compromessi con i vizi di una spesa pubblica improduttiva che corrode alle radici le fondamenta di una comunità e ci ha caricato sulle spalle un debito pubblico abnorme. Così come i troppi gattopardismi che tutelano privilegi e prepotenze a discapito dei giovani di valore e delle tante competenze di ogni età che sono la base civile di un Paese meritocratico. Su questo terreno il sindacato, in particolare, deve capire che il futuro non può essere quello della cassa integrazione in deroga e di un mercato del lavoro cristallizzato. Spetta a un governo all’altezza del compito favorire un passaggio culturale così impegnativo. Servono il coraggio della verità e la dura fatica quotidiana, ma anche compagni di viaggio giusti. Non esistono altre vie per ricostituire una fiducia non effimera.
P.S.Uscire dal bicameralismo perfetto e dire al mondo che il sistema elettorale italiano garantisce finalmente la governabilità, è senza dubbio positivo. Guai, però, a ridare troppi poteri nel nuovo Senato a quelle stesse Regioni che con il nuovo titolo V si vogliono ridimensionare. Anche qui la fatica di cambiare esige serietà e capacità di ascolto.

da Il Sole 24 Ore

"A quando una cultura scientifica in un sistema di istruzione di pari dignità?", di Maurizio Tiriticco

In tanto fervore riformatore, quale quello avviato dal Cantiere della scuola del PD, in cui un massiccio intervento su cattedre e tempi di insegnamento sembra costituire il toccasana dei mali che affliggono la nostra scuola, l’amara riflessione di Carlo Rovelli su “la Repubblica” sembra riportare al nocciolo dei problemi uno dei nodi più importanti del nostro “Sistema educativo di istruzione e formazione”: l’incultura scientifica. Il che non è affatto casuale.

In realtà, lungo tutte le riforme che dal dopoguerra in poi hanno interessato il nostro sistema scolastico, il pregiudizio di sempre non è mai stato intaccato. Quel pregiudizio che ha preso corpo con la riforma Gentile, ma che in effetti costituisce il male profondo di tutta la nostra tradizione culturale, o colta che sia. Si tratta del pregiudizio che vuole che la cultura classica sia quella che da sempre connota noi italiani e che, in quanto tale, possa e debba costituire il passaggio obbligato degli studi per chiunque aspiri – e ne abbia le capacità – ad accedere a studi superiori impegnativi e a far parte dell’élite intellettuale del Paese. E in effetti, per certi versi ciò corrisponde a verità. Non a caso, a tutt’oggi gli scienziati migliori sono coloro che hanno percorso gli studi classici. Però, occorre anche considerare che, a monte della scelta degli studi superiori, c’è pur sempre una “certa” famiglia che condiziona lo sviluppo/crescita di un nuovo nato. E’ più che dimostrato che ha più garanzie di successo negli studi il figlio di un ingegnere piuttosto che il figlio di un operaio. In effetti, quella parità nelle scelte degli studi e delle professioni, che è garantita dalla Costituzione, si scontra poi duramente con le reali condizioni di differenziazione sociale, che è anche culturale.

Da parte mia, e di Carlo Rovelli, nulla contro gli studi classici! Anch’io, come Rovelli, sono convinto che “studiare Alceo, Kant e Michelangelo offra a uno scienziato strumenti più acuminati di pensiero che non passare ore a calcolare integrali”. Ma la questione è un’altra e ha origini lontane: proprio in quel Seicento in cui Galileo – correttamente citato da Rovelli – sembra chiudere per sempre quella unità del pensiero e della ricerca che aveva sempre caratterizzato la nostra tradizione. Galileo è uno scienziato ma nel contempo “uomo di musica e di lettere, profondo conoscitore e amante dell’antichità classica, di Aristotele e di Platone, uomo completo del Rinascimento”, ci ricorda Rovelli. E lo stesso Dante, tre secoli prima, non era solo poeta, ma anche uomo di scienza, per come lo si poteva essere in un mondo in cui erano la fisica aristotelica a farla da padrona e l’universo tolemaico: quindi, un mondo in cui la ricerca scientifica era tutta fondata su ragionamenti apodittici. Si pensi al canto secondo del Paradiso, in cui scientificamente – si fa per dire – Beatrice spiega al poeta il perché delle macchie lunari. E forse per queste ragioni la Commedia per secoli e secoli non venne considerata alta poesia! Troppo intrisa di strani elucubrazioni! Ma nel contempo riscuoteva un continuo e indiscusso successo la poesia del Petrarca. Di qui il petrarchismo, uno dei limiti – o dei mali? – della nostra cultura.

Ed è proprio dalla fine del Seicento che hanno inizio quella separazione tra arte e scienza, tra poesia e prosa, se vogliamo – suffragata poi dal saggio crociano – e il lento prevalere delle discipline umanistiche sulle altre. Non diamo, quindi, tutta la colpa a Gentile e al suo liceo classico. Anche perché nella medesima riforma del 1923 viene istituito il liceo scientifico. Che non ebbe però l’autorevolezza culturale del classico. In effetti si trattò di un’operazione di maquillage: niente greco e qualche ampliamento nelle ore dedicate alle materie scientifiche. Di fatto venne vissuto – e ancora oggi del resto – come un liceo classico “facilitato”!

Sono quindi profonde le radici che hanno condotto a questa tripartizione gerarchica della nostra istruzione superiore: prima il liceo e poi, a scendere, l’istruzione tecnica e infine l’istruzione professionale. Ed è lungo questi tre filoni che poi si distribuiscono le iscrizioni dopo la scuola media, “confortate” anche – con tanto di virgolette – dai giudizi di orientamento degli insegnanti. E nulla conta il fatto che l’obbligo di istruzione oggi è di dieci anni e che gli studi primari essenziali devono concludersi con la certificazione delle competenze di cittadinanza e delle competenze culturali di base acquisite al termine di un primo biennio superiore ove vige – o dovrebbe – “l’equivalenza formativa di tutti i percorsi” di studio (dm 139/07, art. 2).

La situazione è grave. Se neanche nell’ultimo biennio obbligatorio riusciamo a garantire l’unitarietà degli studi essenziali, è estremamente difficile che tale unitarietà la si possa attivare nei tre trienni successivi. Ne viene a soffrire quella stessa unitarietà dei saperi proprio in una società “della conoscenza” che si fa sempre più complessa e che non fa sconti tra l’oggetto “classico” e quello “scientifico”. Occorrerebbe garantire, invece, che percorsi umanistici, tecnici e professionalizzanti fossero tutti di pari dignità e non percorsi in cui dirottare cervelli da una parte e manovalanza dall’altra. Le esigenze di una società avanzata sono ben altre e non ammettono gerarchie in verticale, ma solo in orizzontale. Pertanto, lo stesso riordino dei nostri studi secondari superiori non dovrebbe avvenire in verticale, come si preannuncia, cioè con il taglio netto del quinto anno; ma in orizzontale, cioè nel riuscire a dare pari dignità a tutti i percorsi. Non è un’operazione facile, ma è l’unica che nel tempo riuscirebbe a riallineare quelle classi sociali che da sempre sono ben separate tra loro. Si tratterebbe di un’operazione culturale e civile nel contempo! Anche perché non è vero che gli studi classici non sono altrettanto “scientifici”: basti pensare al rigore che occorre per la scrittura di un testo originale e/o per l’interpretazione di un testo! E la linguistica non è forse una scienza? E lo stesso dicasi per la filologia. E quanto ha faticato Dewey a mettere ordine in biblioteche sempre più piene di libri sempre meno rintracciabili!?

E, se non si provvede in tempo, correremo il grosso rischio di perdere pezzi e battute anche nella nostra tradizionale cultura umanistica. L’incuria per il nostro patrimonio artistico è un segnale preoccupante: Si intervenga presto su questi problemi, ma sempre con una prospettiva lungimirante. La vista corta non solo non ci porterà lontano, ma creerà solo ulteriori difficoltà. Non vorrei che la fretta “renziana” – ovviamente apprezzabile in un Paese da decenni vittima di un’insana immobilità – producesse però tanti gattini ciechi!

da Scuola oggi

"Test Invalsi: alle elementari studenti alla pari, ma poi il Sud resta indietro", di Salvo Intravaia

Nelle prove del 2014 le classi delle regioni meridionali recuperano terreno rispetto agli anni scorsi, ma il divario resta alto. Il gap più rilevante in matematica

​Il Nord rallenta mentre il Sud recupera posizioni. E, almeno nella scuola, il divario Nord-Sud si accorcia. Questa mattina, il presidente dell’Invalsi Anna Maria Ajello ha presentato i dati sugli ultimi test che tra maggio e giugno hanno impegnato 2 milioni e 300mila alunni di 122mila classi italiane. Il quadro che esce dai questionari che intendono saggiare le competenze degli alunni italiani è a tinte contrastanti. Gli studenti meridionali restano in coda alla classifica nazionale delle performance in Italiano e Matematica, ma recuperano posizioni rispetto ai compagni che studiano nelle regioni settentrionali. E questi ultimi non sembrano più in grado di offrire le prestazioni estremamente positive del passato.

Quest’anno, le classi sondate dall’Invalsi (l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) sono state soltanto quattro: seconda e quinta elementare, terza media e secondo anno delle scuole superiori. I ragazzini della prima media, per la prima volta, non sono stati coinvolti nell’indagine. In seconda elementare le differenze tra le regioni si sono quasi annullate in tutti e due gli ambiti: Italiano e Matematica. Rispetto ad un punteggio medio a livello nazionale di 200 punti, soltanto le due isole maggiori scontano ancora un piccolo ritardo. Anche se, per la prima volta dopo anni, le regioni del Nord-Est scendono sotto quota 200 in Matematica.

Ma per i tecnici dell’Invalsi le differenze sono statisticamente poco significative. In effetti, tra i 196 punti collezionati in Italiano dagli scolari isolani e i 203 dei compagni dell’Italia centrale, la differenza è modesta. Situazione di sostanziale equilibrio che permane anche in quinta elementare, ma con una differenza: le performance dei bambini siciliani e sardi cominciano ad allontanarsi da quelle del resto del Paese. Tra i 191 punti medi di questi ultimi e i 204 dei bambini di Lazio, Toscana, Umbria e Marche il gap comincia ad essere di significato. Divario che cresce in terza media e al secondo anno dei licei e degli istituti tecnici e professionali.

Basta sbirciare tra i dati forniti questa mattina dagli esperti dell’istituto di Frascati per capire che per colmare le differenze c’è ancora tanta strada da percorrere. Sono infatti 25 i punti che separano in Matematica i ragazzini delle regioni settentrionali da quelli delle regioni meridionali. Divario che schizza a 33 punti se si mettono a confronto i ragazzini friulani con i coetanei nati in Calabria: 213 punti per i primi e 180 per i secondi. Comunque meglio del 2013, quando erano 41 i punti che separavano gli stessi gruppi di studenti. Anche al superiore le differenze sono ancora ragguardevoli. Ma più pronunciate in Matematica.

Tra i 186 punti collezionati in matematica dai ragazzi delle due Isole maggiori e i 211 dei compagni settentrionali intercorrono ben 25 lunghezze. Che salgono a 40 se si confrontano i risultati dei quindicenni che studiano in Sardegna e quelli della provincia autonoma di Trento: 180 contro 220 punti. Meno, ancora una volta, dei 48 punti di differenza che c’erano nel 2013. L’indagine 2014 conferma anche la differenza di prestazioni tra licei, istituti tecnici e professionali, a vantaggio dei primi. Così come la differenza tra maschi e femmine e alunni stranieri e italiani, con questi ultimi in vantaggio rispetto ai primi.

da repubblica.it