Latest Posts

"Una sfida che si rinnova ogni giorno", di Pier Luigi Bersani

Oggi saranno in tanti i democratici e le democratiche che parteciperanno alla Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli. Un’edizione particolarmente importante: sono passati 50 anni da quando Aldo Capitini organizzò la prima Marcia per mostrare che “il pacifismo, la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle non collaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte”.

Quel messaggio di pace è più attuale che mai, interroga la politica e la coscienza di ognuno di noi di fronte ad un mondo sempre più complesso, attraversato da conflitti dimenticati, diseguaglianze drammatiche, minacce alla sicurezza.

Fame, povertà, violazione dei diritti umani, negato accesso alle risorse naturali e alle cure mediche, respingimenti e forme di discriminazione sono “assenza di pace” tanto quanto in passato lo sono stati i conflitti armati tra Stati e dentro gli Stati.

Cinquanta anni dopo quel 24 settembre, e di fronte alle tensioni e alle sfide che percorrono il pianeta a partire dal Mediterraneo, è tanto più importante che una voce di pace si alzi dall’Italia, un paese che ancor prima del suo precipitare drammatico verso un baratro di crisi economica che gli italiani non meritano, già non riusciva più a svolgere alcun ruolo nel mondo.

In fondo, la radice di una gestione fallimentare della crisi economica e quella dell’assenza di ogni politica estera degna di questo nome è la stessa: un governo screditato e incapace, stretto nel piccolo orizzonte degli interessi particolari di pochi, se non di uno solo.

La Marcia sarà un’occasione preziosa per dare voce e volto all’Italia vera, l’Italia migliore: quella capace di capire che il modo migliore di occuparsi di sé è prendersi cura degli altri, della propria comunità, del mondo in cui si vive.

Per questo il Partito Democratico ha scelto di aderire con convinzione all’appello lanciato dalla Tavola della Pace e sarà presente alla Marcia Perugia-Assisi.

Ci saremo come ogni volta, a testimonianza di un impegno per la pace e i diritti che pratichiamo ogni giorno, con un lavoro di proposta e azione politica al fianco del mondo della cooperazione e del volontariato, delle associazioni e del lavoro, degli enti locali, dei giovani.

L’Unità 25.09.11

"C'era una volta il federalismo", di Carlo Carboni

Riemerge una fragilità ulteriore di un Governo già surriscaldato da critiche d’inadeguatezza: l’asse forte tra Berlusconi e Bossi si sta trasformando in debolezza determinante per la maggioranza. Il leader del Carroccio, in questi giorni, ha rilanciato la pista secessionista, in realtà nascondendo l’amarezza per i rischi di sfarinamento del federalismo sotto il cielo blu crudo delle difficoltà delle finanze pubbliche. In effetti, si fa sentire, sulla prospettiva federalista, l’impatto del delicato momento che il Paese sta attraversando, posto com’è in un’ala del Purgatorio, al cospetto delle porte dell’Inferno.

Il ceto politico di governo continua a promettere che non ci verremo scaraventati. Ne sono meno convinti i governatori e i sindaci, i ceti politici locali, che nei giorni scorsi sono entrati in ebollizione per la soppressione delle Province, per l’estensione delle regole del patto di stabilità interno a tutti i Comuni e, soprattutto, per il nuovo pesante taglio dei trasferimenti dallo Stato agli enti locali e regionali. Hanno sostenuto, in modo bipartisan, che tutto ciò costituisce un colpo di grazia alla fiducia nei confronti delle istituzioni locali.

È quindi riemerso un duello tra ceti politici nazionali e ceto politico locale, apertosi fin dalle lontane prime promesse federaliste di questa Seconda Repubblica. Mentre sui costi della politica, i ceti politici nazionali e quelli locali sono riusciti per ora a glissare – affidando a un controverso, ma già silenziato, iter il dimezzamento dei parlamentari e l’abolizione delle Province – il governo delle risorse pubbliche decrescenti, spartite tra centro e periferia, costituisce un campo di tensione mai sopito anche nella maggioranza. Non a caso, il presidente della Lombardia, di recente, è stato molto polemico con il Governo per quanto previsto in manovra nei confronti di enti locali e regionali. Lo stesso Lombardo, governatore dell’altra Regione-chiave del centro-destra, la Sicilia, non le ha certo risparmiate al Governo. Governatori e sindaci hanno protestato un po’ ovunque, sostenendo che i tagli alle loro amministrazioni graveranno sui cittadini, sia nel caso di un ridimensionamento dei servizi offerti sia in quello di un inasprimento della pressione fiscale locale.

Ma non abbiamo visto manifestazioni di cittadini a fianco dei loro amministratori locali. Come mai? Forse i cittadini non hanno capito le conseguenze gravi di questo provvedimento, nonostante il diluvio bipartisan di parole dei loro primi cittadini e governatori. Più probabilmente, tuttavia, gioca il loro disincanto verso i ceti politici locali che avrebbero dovuto riavvicinare le istituzioni e la politica alle esigenze della gente. Insomma, i cittadini hanno vissuto questa promessa come un ennesimo inganno del ceto politico, un inganno costoso di questa Seconda Repubblica che ha visto una faraonica moltiplicazione delle poltrone proprio in periferia, ammantandola da un’architettura istituzionale-amministrativa a dir poco barocca.

Gli italiani, la cui fiducia è bruscamente calata nei confronti delle istituzioni locali in questi anni di crisi (-5% nel 2010 rispetto al 2009, Eurobarometro), considerano ormai i ceti politici locali altrettanto “spreconi” e autoreferenti e pertanto ritengono che i tagli debbano essere riassorbiti da un ridimensionamento dei loro privilegi e dei costi della politica locale. Sembrano ormai sbiaditi nella memoria i tempi in cui la critica alle élite nazionali lasciava guardare con fiducia speranzosa a una maggiore autonomia dei ceti politici locali, con la vela della Lega che prendeva vantaggio da questo vento e con le amministrazioni locali pensate come “palestre” per generare una nuova classe dirigente. Molte inchieste giornalistiche, nel frattempo, hanno mostrato che di casta si tratta: i ceti politici locali non scherzano in sprechi e privilegi. Ora, mentre le turbolenze finanziarie mordono, lo “snellimento” riguarda proprio loro, il loro numero, le loro indennità, i loro vitalizi e privilegi.

Questo cambiamento di umore sociale nei confronti delle istituzioni e degli amministratori locali, oggi, non lascia indifferente Bossi, il quale lamenta un federalismo incompiuto, che rischia di corrodersi prima di essere attuato. Il fatto che il federalismo non abbia ancora assunto le sembianze desiderate dal leader leghista dimostra che Berlusconi, un po’ come fece Lenin, ha decantato il federalismo prevalentemente in funzione di un indebolimento del parlamentarismo, per poi imporre un potere esecutivo “personalizzato”. In sostanza, lo scetticismo verso il parlamentarismo è stato un forte collante che ha unito in questi anni la vocazione al presidenzialismo di Berlusconi e il federalismo autarchico di Bossi. A conferma, il Porcellum di Calderoli aveva inviato un esplicito siluro all’autorevolezza di un parlamentarismo composto da membri nominati dai leader dei due schieramenti.

Con questi presupposti, Berlusconi, in realtà, ha raggiunto ciò che si prefiggeva, un “presidenzialismo di fatto” e un “parlamentarismo virtuale”, mediante i quali continua a tenere sotto scacco uno scenario politico privo di un progetto credibile di crescita e di sviluppo del Paese. Al contempo, Bossi è di nuovo tentato a trincerarsi nel partito di lotta “Padania libera”: ma l’interesse per le piccole patrie sta tramontando, ora che la crisi richiede non solo una risposta corale nazionale, ma addirittura europea. E la sinergia tra i due leader sta evaporando.

Il Sole 24 Ore 25.09.11

"I terremoti non si leggono negli oroscopi", di Mario Tozzi

Proprio mentre il sangue di San Gennaro si liquefaceva nel Duomo di Napoli, la magistratura decideva che la scienza avrebbe dovuto, se non prevedere, almeno dare indicazioni più precise relativamente al terremoto che ha distrutto l’Aquila nell’aprile del 2009.
È vero che negli Stati Uniti una disputa legale fra scienza e Genesi ha avuto una durata trentennale e che qualcuno vorrebbe elevare il creazionismo a disciplina scolastica attraverso i tribunali. Ma non si era mai visto in nessuna parte del mondo un processo a scienziati colpevoli di non aver preso le giuste misure precauzionali prima dell’unico evento catastrofico, per definizione, imprevedibile. Il tutto mentre la riforma del sistema universitario del ministro Gelmini rischia di maturare uno dei frutti più avvelenati: la sparizione di 25 dipartimenti di scienze della Terra (gli stessi dove si formano coloro che si occupano di sismi) su 31 perché non dotati di una massa critica sufficiente, dunque riassorbiti in altre strutture.

Era possibile prevedere il terremoto de L’Aquila? La risposta è decisamente no, in nessuna parte del mondo si sono mai previsti i terremoti, se si esclude il caso molto particolare del 1975 in Cina, nella lontana provincia di Haicheng. Lì, però, i segnali erano formidabili: sorgenti che si inaridivano, tremori diffusi, crolli e frane, tanto che le autorità cinesi sgombrarono l’intera provincia. Il terremoto effettivamente arrivò e fece «solo» un migliaio di vittime a fronte di centinaia di migliaia possibili. Il regime rese possibile un’operazione che in nessun altro Paese libero sarebbe stata nemmeno ipotizzabile. Tanto meno nel caso aquilano, in cui non c’erano segnali seri o univoci e anche chi preconizzava un sisma lo faceva per un’area generica, centrata peraltro su Sulmona, senza specificare né l’ora né il giorno: cosa si doveva fare, evacuare l’Abruzzo intero? E per quanto tempo? Prevenire certo si poteva, ma questa mancanza è da attribuire interamente agli amministratori che non hanno provveduto a risanare e rinforzare gli edifici o a chi ha operato malaccortamente o in malafede, sicuramente non ai ricercatori del comitato grandi rischi. E certo le cose non miglioreranno se non si rafforzano, invece che indebolire, le prerogative degli scienziati della Terra e dei geofisici, come invece si sta facendo con la riduzione dei dipartimenti.

Del resto questo è il Paese in cui centinaia di romani, nel maggio scorso, si sono allontanati dalla capitale per paura di un terremoto «previsto» da un orologiaio di Faenza, peraltro deceduto trent’anni prima. Ma non dovremmo stupirci più di tanto: alcuni magistrati ci inducono a pensare che si possano prevedere i terremoti (e non che sia basilare, invece, prevenirli costruendo per bene), magari come dovremmo prevedere le mosse della nostra giornata in base all’oroscopo quotidiano, considerato come scienza da milioni di connazionali. E milioni di fedeli in tutto il mondo credono nei miracoli di ogni religione, anche quando quei fenomeni possono essere spiegati scientificamente: nel caso del sangue di San Gennaro basta aggiungere sale da cucina a una soluzione di cloruro ferrico e polvere di marmo (tutti elementi già reperibili nel medioevo) per ottenere una gelatina rossastra che, se viene scossa, diventa liquida. Coltiviamo qualche dubbio sul fatto che questo sia il secolo del progresso scientifico: forse altrove, non in Italia.

La Stampa 25.09.11

Bavaglio al web col ddl intercettazioni ritorna la norma "ammazza blog", da repubblica.it

Il governo ripresenterà lo stesso disegno di legge, inclusa la disposizione che obbliga i gestori di un sito a modificare i contenuti pubblicati se oggetto di richieste di rettifica. Nessuna possibilità di replica e multe salate. In Rete riparte la mobilitazione. Il governo torna alla carica sul ddl intercettazioni, fortemente voluto dal premier Silvio Berlusconi. Una questione su cui l’esecutivo è orientato a porre la fiducia, bloccando la via a ogni eventuale emendamento. Ma il disegno di legge attualmente allo studio contiene ancora la norma cosiddetta “Ammazza blog”, una disposizione per cui, letteralmente, ogni gestore di “sito informatico” ha l’obbligo di rettificare ogni contenuto pubblicato sulla base di una semplice richiesta di soggetti che si ritengano lesi dal contenuto in questione. Non c’è possibilità di replica, chi non rettifica paga fino a 12mila euro di multa. Una misura che metterebbe in ginocchio la libertà di espressione sulla Rete, e anche le finanze di chi rifiutasse di rettificare, senza possibilità di opposizione, ciò ha ritenuto di pubblicare. Senza contare l’accostamento di blog individuali a testate registrate, in un calderone di differenze sostanziali tra contenuti personali, opinioni ed editoria vera e propria.

Ai fini della pubblicazione della rettifica, non importa se il ricorso sia fondato: è sufficiente la richiesta perché il blog, sito, giornale online o quale che sia il soggetto “pubblicante” sia obbligato a rettificare. Ecco il testo: “Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

Al di là delle diffamazioni e degli insulti, ogni contenuto sul web diventerebbe potenzialmente censurabile, con l’invio di una semplice mail. E sul ddl intercettazioni, il governo ha particolarmente fretta: il documento potrebbe passare così com’è entro pochi giorni. Un caso unico in Europa che, come in passato , sta già allarmando il popolo del web e mobilitando i cittadini in favore della difesa della libertà di informazione, come già accaduto ai tempi della contestata delibera AgCom.

www.repubblica.it

"Il futuro è più forte della crisi", di Irene Tinagli

La settimana che ci lasciamo alle spalle non solo ha bruciato miliardi di euro sui mercati internazionali, ma sembra aver intaccato anche le speranze dei più tenaci ottimisti. In un momento simile è davvero urgente, come ha suggerito Christine Lagarde, che tutti i Paesi mettano da parte campanilismi ed esitazioni ed inizino a lavorare in modo più armonico e coordinato per ritrovare, in tempi più brevi possibili, stabilità finanziaria senza penalizzare ulteriormente la crescita. Tuttavia, anche in un momento così critico, è importante essere in grado, di tanto in tanto, di alzare la testa e saper intravedere le trasformazioni e le opportunità che si dispiegano nel lungo periodo. Provare a leggere i fatti di oggi non con la lente della cronaca, ma con quella della storia, per capire se e come questa fase si può inserire in un’evoluzione più ampia che abbia, alla fine, uno sbocco positivo.

D’altronde la storia economica dell’occidente è costellata da crisi continue e da alcune fasi di grandi cambiamenti epocali, fasi in cui cambia il paradigma produttivo, l’organizzazione industriale e sociale di un Paese. Ogni volta che ci troviamo di fronte a tali trasformazioni ci sentiamo minacciati, in pericolo, pensiamo d’essere di fronte alla fine del nostro mondo e della nostra società. Ma la verità è che poi il nostro mondo è sempre andato avanti. E sempre in meglio. Noi siamo probabilmente di fronte ad uno di questi cambiamenti «paradigmatici». Un cambiamento che, però, siamo incapaci di vedere e accettare. Uno dei motivi per cui siamo così incapaci di coglierlo è che siamo ancorati ad una visione dello sviluppo economico come di un fenomeno limitato, che non può durare all’infinito perché in fondo le risorse stesse sono limitate ed esauribili. È la stessa convinzione che ci fa credere che lo sviluppo sia un gioco a somma zero, in cui se uno guadagna l’altro perde. Ed è una visione miope e antistorica, che ci rende inutilmente catastrofici. Le risorse certamente sono finite, ma le modalità con cui si possono combinare ed utilizzare per creare prodotti e sviluppo (e occupazione) non lo sono. Per fare un esempio, agli inizi dell’Ottocento l’illuminazione si basava sull’olio di balena, una risorsa costosa e limitatissima. Molti all’epoca avranno pensato che nel giro di pochi anni sarebbero tornati tutti al buio, oppure che se i cinesi cominciavano a volere più lampade, avrebbero lasciato l’Europa e l’America al buio. Ma non è stato così. E non lo è stato grazie ad un geologo canadese che nel 1849 ha ideato un modo per distillare il cherosene dal petrolio, una risorsa più economica e abbondante delle balene. E così si è aperta una nuova era per l’illuminazione: più accessibile e duratura. Sostituita poi dall’elettricità, ancora più accessibile e «pulita». E trasformazioni così sono accadute e continuano ad accadere per i trasporti, l’industria, l’agricoltura. Anche solo ripercorrendo questi banali esempi ci rendiamo conto di come le possibilità di crescita e di trasformazione economica siano potenzialmente illimitate. Basta saper dar spazio all’innovazione e al cambiamento tecnologico, perché queste sono l’unica vera molla che nel corso della storia ha guidato questi processi di sviluppo. Innovazione nei modi di usare e organizzare le risorse naturali, il lavoro, ma anche l’istruzione, l’intelligenza umana, e persino i nostri sistemi politici. E’ per questo che, pur nell’esigenza di trovare soluzioni-tampone all’emergenza attuale, è importante non perdere di vista i grandi processi che guidano la crescita nel lungo periodo e tenere un occhio sempre attento a tutti i segnali di innovazione che si annidano nel lavoro di ricercatori, scienziati e imprenditori visionari. Perché questi sono già pezzetti di futuro che ci germogliano in seno.

Purtroppo, mentre le innovazioni che potrebbero disegnare il nostro futuro stanno prendendo forma in qualche angolo del mondo, noi sembriamo incapaci di uscire dai vecchi paradigmi. E continuiamo a chiederci quali industrie sovvenzionare, quali accordi commerciali o quali dazi o incentivi ripristinare per tenere in vita le nostre vecchie fabbriche sempre più vuote. E pensare che nel 1948 l’economista americano Edgar Hoover scrisse: «L’importanza relativa della manifattura come fonte di occupazione ha raggiunto ed esaurito il suo picco una generazione fa». E certamente la manifattura che conosceva Hoover andò progressivamente scemando. Ma l’economista non sapeva che proprio in quegli anni nei laboratori di alcune aziende e università americane stavano germogliando innovazioni che hanno portato ad una nuova rivoluzione industriale, quella dei computer e dell’elettronica. Una rivoluzione che ha cambiato radicalmente non solo le nostre aziende ma le nostre vite e la nostra società, con una spinta espansiva che era inimmaginabile nel momento in cui Hoover scriveva.

Certamente oggi è importante e urgente tamponare l’emergenza dei debiti sovrani, cercando magari di riattivare un po’ di occupazione con i mezzi e nelle realtà oggi disponibili. Ma non è lì che giace il nostro futuro. Cerchiamo di non abbassare troppo lo sguardo altrimenti rischiamo di farcelo sfuggire quando ci passerà davanti.

La Stampa 25.09.11

"Se la finanza troppo avida calpesta i diritti umani", di Guido Rossi

Una notizia sconvolgente è quasi passata in sordina nelle prime pagine dei giornali. Si tratta dell’avvenuta esecuzione della condanna a morte, nello Stato americano di Georgia, ove il razzismo è un fenomeno radicato, di Troy Davis, un nero accusato di aver ucciso più di vent’anni fa un poliziotto bianco. Nessuna prova materiale sulla sua colpevolezza; all’opposto numerose denunce di testimoni di essere stati conculcati dalla polizia per identificarlo e confessione di uno dei testi di essere stato l’omicida. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di riesaminare il caso, come ha correttamente ricordato ieri su Repubblica Alexander Stille, con un no espresso anche da Clarence Thomas, anche lui di colore, e non a caso nominato da George Bush.

Mi si potrà chiedere a questo punto perché una condanna a morte nello Stato della Georgia abbia, a parer mio, un così grave riflesso sulla devastante crisi economica in atto. La ragione è evidente, poiché l’incapacità di risolvere la crisi è, da ogni parte, attribuita alla debolezza dei Governi e delle istituzioni politiche. Crisi dunque istituzionale più che strutturale.

Si fa in Europa pesare il deficit della politica, ma si colgono poco negli Usa gli sconquassi che il capitalismo finanziario ha portato alla democrazia americana, intontita da un’ideologia consumistica della società civile e da una pubblica opinione che sempre più alimenta le disuguaglianze e sostituisce al democratico mito degli uguali l’etica dell’egoismo.

Il nuovo candidato repubblicano alle presidenziali, attuale governatore del Texas, pur avendo mandato a morte 234 persone, ha dichiarato – con plauso generale – che dopo ogni nuova esecuzione dorme sonni tranquilli. Sembra poi paradossale che questa ideologia sia appannaggio anche della Chiesa cattolica, che pubblicamente ostenta riprovazione verso quei principi, ma poi mantiene una legittimazione della pena di morte nei propri dettami del Catechismo, all’art. 2267, ove: «L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte».

In questa trappola, dopo passate decisioni d’incostituzionalità della pena capitale, è caduta la Corte Suprema Usa, che dalla morte di William Rehnquist e le dimissioni di Sandra O’Connor, con le nuove nomine della presidenza Bush ha subìto una chiara involuzione nella difesa dei diritti umani, come quello che coinvolge la pena di morte.

Ne è un esempio eclatante la sbandata rappresentata dalla sentenza Citizen United v. Federal Election Commission dello scorso anno, che ha addirittura utilizzato il primo emendamento della Costituzione americana, il diritto umano alla libertà di espressione, per proteggere la libertà delle grandi imprese finanziarie di spendere senza limiti fondi societari per l’elezione di candidati politici, incoraggiando gravi intrecci fra affari e politica e aprendo la strada al fenomeno corruttivo. Il presidente Obama allora, ma oggi ben più tiepido, denunciò la sentenza come una catastrofe per la democrazia americana. E a questa denuncia seguì un violento attacco di uno dei maggiori filosofi americani, Ronald Dworkin, e di molti altri.

È il predominio culturale dell’economia finanziaria che ha sottratto i fondamentali diritti del cittadino e la stessa protezione dei lavoratori e delle classi più deboli a vantaggio degli interessi del consumatore e degli speculatori. Continuino pure gli economisti a dichiarare che l’America è certamente in una situazione migliore dell’Europa, e magari a citare il loro premio Nobel Gary Becker che lo Stato ha una “moral obligation” a usare la pena di morte, ma si rendano conto una volta per tutte che la vera crisi che ha portato al dominio della finanza sull’economia reale, all’occupazione del capitalismo finanziario sulle istituzioni democratiche, rende queste impotenti a risolvere i problemi. Paura, insicurezza, diritti oscurati, insopportabile forbice fra ricchi e poveri, inarrestabile declino economico non sono solo dovute alla mancanza di leader europei contro la quale si è scagliato Delors, o all’incapacità politica di Obama incurante spesso del diritto internazionale e dei diritti umani, oppure alla dittatura italiana di una maggioranza parlamentare svergognata.

La causa sta invece principalmente nella cultura occidentale degradata a principi di avidità che travolgono qualunque tessuto connettivo di una società civile. La cultura del capitalismo ha ucciso i diritti umani.

La soluzione dei problemi non sta dunque nelle sempre più scomposte ricette economiche, da qualsivoglia parte arrivino, bensì in un nuovo ius gentium, quel diritto delle genti la cui esistenza veniva già rivendicata dal grande Gianbattista Vico. Diritto che conceda alla cultura europea di riemergere rivendicando i diritti fondamentali della sua civiltà, già individuati più volte anche dalle Nazioni Unite, e alla democrazia americana di ricordare i suoi padri fondatori Madison e Hamilton e garantire l’autonomia delle istituzioni democratiche e i fondamentali diritti dell’uomo.

Il Sole 24 Ore 25.09.11

Bersani: «Premier a due passi dal delirio Pd pronto a governo d'emergenza»

Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, in una nota rinnova una proposta per il Paese: Democratici pronti a un esecutivo di emergenza. Il comunicato viene diffusto mentre stamattina Berlusconi ha ripetuto le sue invettive anti-comunisti via telefono a una convention del Pdl. Rosy Bindi: «Berlusconi ormai è un incosciente». «Ci aspettano scelte difficili e sempre più difficili – scrive per ogni giorno che passa senza un cambiamento. Il Partito democratico, nel segno dell’equità e della crescita, è pronto a prendersi le sue responsabilità a sostegno di un governo di emergenza e di transizione». Secondo il segretario «le dichiarazioni zuccherose di Berlusconi sono a due passi dal delirio. I fatti ci mettono di fronte alla verità, dopo anni di menzogne. Davanti a noi c`è il passaggio più arduo dal dopoguerra a oggi. Di più, le preoccupazioni degli italiani sono diventate preoccupazioni per il mondo. Ci aspettano scelte difficili e sempre più difficili per ogni giorno che passa senza un cambiamento». Aggiungendo, riguardo alla disponibilità a un governo di emergenza dei Democratici: «Chi, per puro egoismo, ostacola testardamente questa scelta; chi testardamente impedisce ogni cambiamento si prende a questo punto una responsabilità storica».

www.unita.it