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"La marcia dei democratici", di Federica Mogherini

Domenica saranno tantissimi i democratici che percorreranno, al fianco della Tavola della Pace e di centinaia di associazioni ed enti locali, i 24 chilometri che separano Perugia da Assisi per testimoniare il proprio impegno di pace e di fratellanza tra i popoli, cinquanta anni dopo la prima marcia per la pace voluta da Aldo Capitini.
Dal 1961 a oggi molto, se non tutto, è cambiato. Non c’è più la guerra fredda, anche se le sue ombre sopravvivono nella mente di molti che hanno oggi responsabilità di governo. Sono cresciute in tutto il mondo le attese di vita, di salute e di ricchezza, di istruzione e di rispetto dei diritti umani, anche se la divaricazione tra chi ha e chi non ha si è fatta più drammatica, tra le diverse aree del mondo, tra stati e dentro gli stati. Paesi che allora venivano definiti “in via di sviluppo” oggi sono il motore trainante di una possibile uscita da quella crisi economico-finanziaria che è nata proprio nel cuore del ricco e sviluppato occidente. Alle grandi guerre del passato (“fredde” o tradizionali che fossero) si sono via via sostituiti piccoli grandi conflitti dimenticati, relegati in un angolo della coscienza collettiva ed ignorati dai grandi mezzi di comunicazione. Le minacce alla sicurezza e alla convivenza pacifica si sono diversificate, complicate, intrecciate: dal terrorismo internazionale al dilagare della fame e delle malattie infettive, dalla povertà alla violazione su larga scala di diritti fondamentali, dalla corsa all’accaparramento delle risorse naturali al mancato disarmo e alla proliferazione nucleare.

Di fronte alla complessità e alla molteplicità di minacce, appare oggi molto più chiaro quanto già cinquanta anni fa era alla base del messaggio della marcia: la pace non è semplice assenza di guerra, ma piena ed effettiva affermazione dei diritti. Non è un semplice, per quanto forte, no alla violenza, ma una ricerca costante e attiva di soluzioni, dialogo, compromessi. Non ha nulla di ideale o idealista,nulla di ideologico, nulla di ingenuo o di velleitario: piuttosto, ha molto a che vedere con la necessità, la lungimiranza, la fatica della diplomazia quotidiana, della politica e dell’amministrazione, del prendersi cura della propria comunità – sia questa il quartiere in cui viviamo o il pianeta che abitiamo. E’ evidente infatti che nel mondo globale di oggi non c’è conflitto, violazione dei diritti, minaccia alla sicurezza umana che non sia rilevante per tutti, in ogni angolo del pianeta.

Chi domenica percorrerà quei 24 chilometri lo farà innanzitutto per testimoniare la propria cittadinanza del mondo, l’urgenza del prendersi cura di ciò che è meno immediatamente visibile ma così drammaticamente vitale: il presente ed il futuro del nostro pianeta, la prevenzione dei conflitti, lo sviluppo sostenibile, l’affermazione dei diritti negati o ignorati, la ridistribuzione delle risorse e delle ricchezze, la definizione di un modello di crescita e di stili di vita compatibili con il bene comune e con il futuro dei nostri figli. Sarà, quello in marcia domenica, un popolo consapevole, attento, attraversato da un’ansia di partecipazione e da una voglia di buona politica che rappresenta il primo e principale capitale su cui investire per ridare futuro a questo nostro paese, mai così indegnamente rappresentato da chi lo governa o finge di farlo. Soprattutto in questi mesi di evidente inadeguatezza di un governo screditato ed incapace di alcuna seria politica internazionale, è lì, tra quelle migliaia di ragazzi, tra i tenaci volontari della solidarietà, tra gli amministratori di città e provincie che ogni giorno fanno i conti con bilanci sempre più stretti e l’esigenza di servizi sempre più estesi, lì ci sono il cuore e le gambe del possibile riscatto dell’Italia. Sta al PD innanzitutto ascoltare questo popolo, capirlo, ed archiviare per sempre quella falsa e strumentale lettura del “pacifismo ideologico” che ha impedito a lungo di vedere la realtà di un largo movimento di opinione che di ideologico ha ben poco. Ma ascoltare e capire non basta: abbiamo il preciso dovere di accompagnare quel popolo – il nostro popolo -, rappresentarlo, percorrere chilometri assieme, dare risposte e speranze concrete di cambiamento, canali di partecipazione, e fiducia in un futuro finalmente più dignitoso.

www.partitodemocratico.it

"Asini e particelle", di Pietro Greco

Lo sappiamo. La dichiarazione ha fatto per ore il giro della rete. Perché il ministro, la signora Mariastella Gelmini, preso da entusiasmo è incorso in due piccoli errori. Ciascuno dei quali varrebbe la bocciatura a qualsiasi esame di terza media. Il primo errore è tutto sommato quello più lieve.Da segnare in rosso, ma con una sola riga. Non esiste, ovviamente, alcun tunnel tra Ginevra e il Gran Sasso. Perché la distanza tra il Cern e i Laboratori del Gran Sasso è di oltre 730 chilometri. E un eventuale tunnel,come ha fatto notare «la rete», sarebbe la più grande opera mai costruita dall’uomo. Finora anche i tunnel più lunghi non superano le decine di chilometri, come potrà spiegarle l’ex ministro e collega di partito Pietro Lunardi, che di tunnel è un grande esperto. Il secondo errore è decisamente più grave. Il ministro, infatti, esulta perché il supermanto della velocità della luce è una «vittoria epocale» per la ricerca scientifica. Ministro, non è che i ricercatori italiani e esteri hanno realizzato un qualche manufatto o congegno che ha superato la velocità della luce. Si sono limitati a rivelare particelle, i neutrini, che esistono da 14 miliardi di anni o giù di lì e che da allora, se l’esperimento Opera non è incorso in errore, viaggiano «più veloci della luce». Nonc’è da esultare perché qualcuno per la prima volta ha battuto in velocità la luce. Ma «solo» perché il gruppo di Antonio Ereditato ha rilevato che qualcosa, i neutrini, sembrano viaggiare da qualche miliardo di anni a velocità superiore a quella della luce. Tuttavia non è per rilevare, a nostra volta, questi errori che rivolgiamoun accorato appello a Mariastella Gelmini. Altri lo hanno fatto prima e meglio di noi. Ma per metterla in avviso. Attenta, ministro, a quei signori che le hanno fatto spendere 45 milioni di euro assicurandole che così l’Italia avrebbe costruito un tunnel da Ginevra al Gran Sasso per far viaggiare con tutta comodità una comitiva di neutrini. Sono degli imbroglioni. I neutrini non hannobisogno di unpassaggio comodo per viaggiare, sottoterra, dal Cern ai Laboratori del Gran Sasso. Pensi che un neutrino potrebbe attraversare un muro di piombo spesso quanto l’intero sistema solare senza essere rallentato e tantomeno fermato. Per i neutrini quei 730 chilometri di rocce è come senonesistessero. Tant’è che la bravura dei ricercatori del Cern e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, dacui dipendono i Laboratori del Gran Sasso, sono stati bravi proprio per aver allestito una trappola, il rilevatore Opera, in grado di verificare il passaggio dei neutrini. Per questo, almeno noi, stiamo esultando. Perché hanno dimostrato di aver creato una buona trappola per la più elusiva delle particelle conosciute. Insomma, la vogliamo avvisare. Chi ha convinto lei e il suo governo – che in fatto di ricerca non siete di manica larga – a tirar fuori 45 milioni di euro per costruire un tunnel per far viaggiare neutrini dalla Svizzera all’Abruzzo l’ha truffata. È un emerito imbroglione. Malgrado il prezzo stracciato – 45 milioni per costruire il tunnel più lungo di ogni tempo, 730 chilometri – quell’opera, anche se fosse stato realizzata, sarebbe perfettamente inutile

L’Unità 25.09.11

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“Tunnel tra il Cern e il Gran Sasso”. Gaffe della Gelmini, risate sul Web

In rete è già un cult. La gaffe della Gelmini sul «tunnel tra il Cern e il Gran Sasso» sta facendo il giro del Web. Sui Twitter l’hashtag “#tunnelgelmini” sembra destinato a scalare la classifica dei “trending topics”.

Tutto nasce da un comunicato diffuso dal ministero dell’Istruzione. Presa dall’entusiasmo per l’epocale scoperta del Cern di Ginevra e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare dei neutrini che hanno superato la velocità della luce, la Gelmini, detta ieri sera una breve dichiarazione in cui parla di «avvenimento scientifico di straordinaria importanza», ma poi scivola su una frase: «Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro».

C’è dunque un tunnel lungo più di 700 km che collega il Gran Sasso con la Svizzera? La nota del ministro fa scattare un passaparola immediato sul web, veloce quasi quanto il superneutrino. Blog, siti, twitter: è un diluvio di battute che prendono di mira la frase. Un fenomeno virale che cresce di ora in ora. Tanto che oggi il ministro sente il bisogno di precisare in due tempi il senso della nota di ieri. È, tuonano una prima volta da Viale Trastevere, «una polemica assolutamente strumentale» e «ridicola». Il tunnel di cui si parla nel comunicato di ieri, «non può essere per nessuna ragione inteso come un tunnel che collega materialmente Ginevra con il Gran Sasso. Questo è di facile intuizione per tutti. Il tunnel a cui si fa riferimento – aggiunge – è quello nel quale circolano i protoni dalle cui collisioni ha origine il fascio di neutrini che attraversando la terra raggiunge il Gran Sasso».

Poche ore dopo è la stessa Gelmini a tornare sull’argomento con un’altra nota in cui assicura che al ministero nessuno crede all’esistenza del tunnel più lungo del mondo. «Premesso che il comunicato stampa del Miur poteva essere formulato in maniera più precisa – riconosce il ministro – è in malafede chi ritiene che qualcuno al Ministero possa pensare veramente che esista un tunnel di questo tipo. Il vero tunnel – attacca – è quello di chi alimenta polemiche pretestuose prive di senso, proprio in un momento storico per la ricerca italiana». Ma l’ondata contro il tunnel impossibile non si arresta. Manuela Ghizzoni (Pd) critica «il ministro dell’Istruzione che, evidentemente digiuna di fisica, si fida di collaboratori che le mettono in bocca dichiarazioni che scatenano l’ilarità del globo». Per l’Udu (Unione degli universitari), «siamo alle comiche finali: l’on. Gelmini non ha perso l’occasione per dimostrare tutta la sua inadeguatezza al ruolo di ministro dell’ Istruzione, dell’Università e della Ricerca». Sulla stessa linea Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil, secondo cui «da un ministro convinto che esista un vero tunnel tra il Gran Sasso e il Cern costato solo 45 milioni di euro c’è poco da aspettarsi. Vada a casa al più presto assieme ai suoi degni colleghi del governo».

Il ministero chiama quindi a raccolta gli scienziati per difendere il comunicato incriminato. Roberto Petronzio, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, curatore dell’esperimento sul superamento della velocità della luce, parla di «polemica del tutto strumentale e pretestuosa. È ovvio che il ministero dell’Istruzione si riferisse al tunnel lungo un km, che l’Italia ha contribuito a costruire, al cui interno viene lanciato il fascio di protoni». «Il tunnel che conta, quello veramente importante, a cui si riferiva la dichiarazione del ministero – gli fa eco Giovanni Bignami, presidente Inaf, Istituto nazionale di astrofisica – è quello che passa sotto il Gran Sasso e che, in una caverna laterale, accanto al tunnel autostradale, contiene lo strumento chiave di questo bel risultato, cioè lo strumento “OPERA”». Si schiera col ministro anche Valentina Aprea (Pdl). «È la sinistra – osserva – che si ricopre di ridicolo montando una polemica surreale non prendendo occasione di strumentalizzare un comunicato del ministero che, come ovvio, si riferisce al tunnel al cui interno sono stati lanciati i protoni».

Ma ormai il pasticcio è fatto. Sul Web rete29aprile.it ironizza così: «Non ce ne eravamo accorti, ma il ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca italiano ne è sicuro. Esiste un tunnel di 732 Km tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso e non lo sapevamo». Tra i messaggi su Twitter invece si legge: «Code di neutrini in ingresso al Gran Sasso si consigliano percorsi alternativi», scrive Gba mediamondo. «Un attimo. Ma non è che esiste davvero un tunnel segreto?», si chiede Ezekiel. Mentre Slan osserva che «i neutrini hanno fatto la Tav alla faccia nostra». E ancora. Per Fabius «il ‘tunnel Gelmini’ fa parte di una rete di passaggi segreti che collegano le residenze del premier». Su Facebook è stata aperta subito una pagina “Il tunnel della Gelmini”. Le adesioni crescono di ora in ora.

www.lastampa.it

"«Un tunnel di 750 km» La gaffe della Gelmini diventa un tormentone", di Aldo Grasso

Questa volta Mariastella Gelmini l’ha fatta grossa. Il ministro dell’Università e della Ricerca ha voluto plaudire alla scoperta dei ricercatori che hanno dimostrato come i neutrini corrano più veloci della luce. Mettiamoci l’orgoglio nazionale (a dirigere l’impresa del Cern c’è il fisico italiano Antonio Ereditato), l’entusiasmo, la fretta, ma le congratulazioni del ministro contengono un clamoroso sfondone. Eccolo: «Alla costruzione del tunnel tra il Cern e i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro». In altre parole, al ministero sono convinti che tra l’Abruzzo e Ginevra corra un tunnel di circa 750 chilometri, una sorta di Gp della fisica dove si conquista la pole position a colpi di nanosecondi.

Nell’enfasi del comunicato, dove si spiega che «il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo» (anche se un ministro della Ricerca dovrebbe sapere che la scienza procede sempre con ulteriori verifiche, «provando e riprovando»), la Gelmini non ha tenuto conto che c’è una cosa che si espande con una velocità superiore a quella della luce e dei neutrini: la gaffe, tanto per usare un linguaggio gentile.

Era appena uscito il comunicato (preso a prestito da una storia di Qfwfq, l’eroe delle Cosmicomiche di Italo Calvino) che già il web rispondeva alla grande, con una ferocia e con un sarcasmo pari solo ai tagli che l’istruzione ha subito in questi tempi. Il tormentone del «tunnel della Gelmini» è diventato il “trending topic” più twittato d’Italia. Una marea di messaggi ha invaso l’etere: «Non si vede la luce alla fine del #tunnelgelmini perché arriva dopo» scrive querrilla; «Ma nel #tunnelgelmini ci sono le fermate tipo metropolitana?» si chiede Zebbolo; «Il ministero rilancia: collegheremo il #tunnelgelmini a quello sotto la Manica» annuncia Martin Rance; «Code di neutrini in ingresso al Gran Sasso si consigliano percorsi alternativi», scrive Gba mediamondo; Poffare annuncia: «È un grande risultato: il limite della velocità della luce era una pesante eredità lasciataci dal precedente governo».

Sabina Guzzanti la mette in rima: «Nel tunnel immaginario della #Gelmini, là dove corrono i neutrini, c’è posto anche per una classe di una maestra e 8 mila bambini»; Andrey Golub avverte: «Allarme della Lega: neutrini clandestini svizzeri potrebbero sbarcare a Lampedusa grazie al tunnel della Gelmini». Anche i fans di Harry Potter dicono la loro: «Si informano i signori passeggeri che il binario 9 e 3/4 non conduce a Hogwarts, ma al Cern di Ginevra».

Nel corso della giornata di ieri abbiamo assistito a un curioso capovolgimento mediatico, il più clamoroso e cosmicomico da quando esiste la Rete. Un tempo, quando i ministeri comunicavano attraverso le agenzie, all’errore si sarebbe posto subito rimedio. Bastava un secondo comunicato che parlasse di fraintendimento o di errore di trasmissione per mettere una pezza alla figuraccia.

Adesso non più: in poche ore la notizia non era più la castroneria del ministero dell’Università ma la sorprendente, variegata, funambolica risposta della Rete. Twitter, i principali social network, i siti dei quotidiani hanno cominciato a far girare post, commenti, foto parodia a una velocità incredibile, dando vita a un movimento virale e satirico di portata, come direbbe la Gelmini, «epocale».

Quando il ministero ha replicato, parlando di una «polemica destituita di fondamento… assolutamente ridicola» e fornendo notizie del vero tunnel, era ormai troppo tardi. Una risata aveva già seppellito la Gelmini, i neuroni e i neutrini.

Il Corriere della Sera 25.09.11

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“Tunnel” Gran Sasso-Cern: il Miur ci ha messo 45 milioni

Per costruire il tunnel che collega i laboratori del Gran Sasso con il Cern di Ginevra (e nel quale avrebbero viaggiato i neutrini super-veloci) il Ministero dell’Istruzione ha investito non meno di 45milioni di euro: lo ha annunciato con entusiasmo l’ufficio stampa del Ministero non appena resa nota la notizia secondo cui i ricercatori impegnati nel progetto Opera hanno scoperto che i neutrini sono più veloci della luce.
Quarantacinque milioni sono una bella somma, certo, ma se si tiene conto che si tratta di un “tunnel” lungo 700 (e più) km viene da chiedersi come sia possibile spendere due-milioni di euro a km per una normalissima strada provinciale . I conti non tornano.
Il fatto è che il tunnel in questione è puramente virtuale, cioè non esiste affatto.
Come sanno anche gli studenti al primo anno di fisica, i neutrini “viaggiano” attraverso la materia e quindi anche sotto terra.
Ma la gaffe del Ministero, che ha davvero dell’incredibile, non è passata inosservata e ha fatto il giro del mondo in pochi minuti.
I commenti ironici e sferzanti si sprecano, su Facebook è stata addirittura aperta una pagina “Il tunnel della Gelmini” dove qualcuno si chiede: “Ma dov’erano i No-Tav mentre costruivano il Tunnel Gelmini ?”
I ricercatori della Rete 29 aprile commentano: “Sfidando qualsiasi senso del ridicolo e con una battuta che starebbe bene in un film di Bombolo (Sordi è già troppo intellettuale) il Ministro ricostruisce a modo suo l’esperimento che in questo momento sta smuovendo il mondo scientifico, e copre di ridicolo lei, il Ministero che guida, il Paese”.
Nella mattinata del 24, arriva la precisazione del Ministero: “Il tunnel di cui si parla nel comunicato di ieri, non può essere per nessuna ragione inteso come un tunnel che collega materialmente Ginevra con il Gran Sasso. Questo è di facile intuizione per tutti e la polemica è assolutamente strumentale”.
Peccato che il comunicato del 23 settembre, tuttora disponibile nel sito del Miur, fosse assolutamente chiaro: “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”.

La Tecnica della Scuola 25.09.11

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“Il ministro replicante”, di Marco Cattaneo

Puntuale come un neutrino (ci sono volute appena 24 ore per mettere insieme un pensierino) arriva dal Ministero una nota (ma non è on line sul sito…) da cui scopro che qualcuno ha vilmente dato origine a una polemica “strumentale”, “destituita di fondamento” e “assolutamente ridicola”. E tiro un sospiro di sollievo per non essere stato coinvolto dalla polemica del ministero. Per fortuna mi sono limitato a una constatazione…

Ironia a parte, la replica del Ministro riesce solo nell’intento di ingigantire l’incidente di ieri sera. Peggio la toppa del buco, insomma. Ed è anche un po’ offensiva, a ben vedere. Perché il passo “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento,” – spiega il ministero – “non può essere per nessuna ragione inteso come un tunnel che collega materialmente Ginevra con il Gran Sasso. Questo è di facile intuizione per tutti”.

Anche un bambino delle elementari capirebbe quello che ho capito io, e insieme a me quasi tutti quelli che presto o tardi nella loro vita si sono addentrati nella giungla della grammatica italiana. E invece no, non abbiamo nemmeno compreso la sottigliezza delle preposizioni semplici. E non fate dell’ironia. Cortesemente, ma con fermezza, tocca che vi dica che anche tutti voi non avevate capito una mazza.

La tecnica del fraintendimento non è nuova per il manipolo di premi Nobel che ha assunto con tanta destrezza la guida del paese, ma oggi arriva a terre inesplorate, a vette immacolate.

O forse è solo qualche oscuro funzionario con un bel contratto da direttore generale che pensa si possa dare allegramente degli allocchi a tutti quanti, perché lui – che aveva steso il primo “comunicato della vittoria”, manco fosse Cadorna – lui sì, che la sa lunga.

Un po’ più sottile, poi, è leggere tra le righe di questa scomposta replica, che attribuisce virgolettati al presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare mentre l’ufficio stampa dell’INFN non ha dirimato alcun comunicato. E se non sono nella mailing list del Ministero (per fortuna, mi vien da dire, forse sono sulla black list…) in quella dell’INFN ci sono per certo. E mi suona strano che un uomo delle istituzioni come Petronzio si esprima attraverso un ufficio stampa che non è il suo.

In ogni caso, per un giorno le nostre scarse conoscenze dell’italiano ci hanno fatto sognare. Chissà a quanti avrebbe fatto comodo una bella galleria fino alla Svizzera…

http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

Berlusconi prepara un vertice dei big "Costringeremo Giulio a cambiare linea", di Carmelo Lopapa

«Processare» Tremonti. Un ufficio di presidenza Pdl da convocare entro la settimana, subito dopo il voto di mercoledì sulla sfiducia al ministro Saverio Romano, è l´ultima mossa studiata dal presidente del Consiglio per tentare di rompere il muro di gomma, infrangere le resistenze del responsabile dell´Economia rientrato oggi da Washington.
Il Cavaliere vuole riprendere il pallino della situazione. Non solo economica. Ai suoi dice che è l´ora di passare al contrattacco e che lo farà come di consueto in prima persona. Scagliandosi contro i giudici che lo «assediano», contro i media che lo tengono da settimane sulla graticola delle intercettazioni. Oggi vorrebbe intervenire telefonicamente a due feste del Pdl in programma nel Cuneese, in mattinata, e a Bisceglie, in serata. Poi, in settimana, un´uscita televisiva forte (Porta a Porta?) o una serie di interviste ai tg. Per raccontare agli italiani che «l´economia del Paese è solida», anche grazie alle manovre appena approvate. Che solo gli attacchi degli speculatori stanno destabilizzando i mercati. Che le toghe lavorano per farlo fuori e che qualcuno lavora nell´ombra con «giochi di palazzo» per disarcionarlo e dar vita a un governo tecnico «che equivarrebbe a un golpe». Lui invece andrà avanti, forte di una maggioranza parlamentare che anche mercoledì dovrebbe trovare il conforto dei numeri in aula, concentrandosi ora sullo sviluppo e sulle riforme, come gli intima Confindustria.
Ma dovrà fare i conti anche con gli equilibri interni che risentono dell´instabilità complessiva. È di queste ore il crescente malessere che matura dentro il partito dopo l´annuncio del segretario Alfano del progetto di nuova legge elettorale, con tanto di ritorno alle preferenze. «Vorrebbe dire ridare fiato ai ras del consenso clintelare al Sud» protestano in anonimato dirigenti di peso. Formigoni che in pubblico sostiene sia meglio a questo punto lasciare tutto com´è e tornare al voto nel 2012, è solo uno dei tanti insoddisfatti. Altrettanti si dicono perplessi per quella linea a dir poco cauta sposata da Angelino Alfano nel dichiarare archiviata la premiership berlusconiana, quanto meno nella corsa alle prossime politiche.
Prima di affrontare i nuovi ostacoli, Berlusconi si è concesso poco più di 24 ore di relax a Villa Certosa in Sardegna. Prima di partire, ha allertato lo stato maggiore del partito in vista dell´ufficio di presidenza che intende convocare dopo aver incassato anche la fiducia su Romano. Ufficialmente per discutere di rilancio dell´economia e decreto sviluppo, in realtà con l´obiettivo di affrontare nel sinedrio pidiellino il ruolo di Tremonti, finito nel mirino dopo l´assenza al voto su Milanese. Ieri non i soliti deputati ma Il Giornale di famiglia ha chiesto in un fondo le dimissioni dell´inquilino di via XX Settembre. Il ministro, come nulla fosse, ha parlato nella serata italiana da Washington al termine dei lavori del Fmi, guardandosi bene dall´accennare alle polemiche interne. «Ora pensiamo alla crescita» dice quasi ricalcando il mantra del presidente del Consiglio tutto concentrato sul decreto sviluppo. Un provvedimento al quale ha deciso di far lavorare Palazzo Chigi, esautorando o quasi il responsabile dell´Economia. Dirigere la politica generale del governo «spetta al premier, me lo riconosce anche l´articolo 95 della Costituzione» va ripetendo Berlusconi.
Per quasi tutta la giornata di ieri Gianni Letta si è dato un gran da fare per mantenere i contatti con i ministri più interessati al dossier economia. Soprattutto Brunetta, Sacconi, Paolo Romani. Pezzi di quella sorta di direttorio che il Cavaliere ha in mente. E che dovrà affrontare come prima grana, il taglio da 6 miliardi ai ministeri contenuto nella manovra appena approvata. Le voci circolate ieri, sull´affidamento del Tesoro a Brunetta e sull´affiancamento a Tremonti di un vice come Crosetto, suo acerrimo avversario, o addirittura dell´economista di Fli Baldassarri (per riportarlo in maggioranza) fanno parte della strategia del logoramento messa in atto in queste ore da Palazzo Chigi. Sullo sfondo, non passa inosservato in queste ore di attacchi concentrici al fortino di via XX Settembre, il silenzio della Lega.

La Repubblica 25.09.11

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Galan chiede di commissariare il ministro “Mi stupisco che non si sia ancora dimesso”. di Paolo Griseri

Gli ho detto: finiremo con i conti in ordine e senza un voto. E lui: ma i conti non sono in ordine
Ritrovarsi sul tavolo un tomo da 800 pagine del ministro senza discuterne è un metodo sbagliato
Tremonti? Un ministro da commissariare. Il collega della Cultura, Giancarlo Galan, concede al titolare dell´Economia solo l´onore del giro di parole: «Commissariare è un po´ brutto. Chiamiamola nuova collegialità».
Ministro Galan, come giudica gli attacchi a Tremonti?
«Sa che mi ero ripromesso di tacere?».
Come mai?
«Perché quando si realizza quel che hai chiesto da tanto tempo, è meglio gioire in silenzio».
Che cosa si sta realizzando?
«Che finalmente molti si rendono conto di quanto sia stato sbagliato lasciare a Tremonti la regia quasi unica delle scelte economiche».
Non è sempre stato così in Italia?
«Quando si è trattato di compiere scelte difficili, penso alla scala mobile, c´è stata una regia a Palazzo Chigi con molti ministri coinvolti. Non si è lasciata la scelta al solo ministro delle Finanze».
Invece oggi?
«Da via XX settembre le decisioni calavano a palazzo Chigi. La prima manovra, quella di agosto, l´ho letta sui lanci di agenzia che mi portavano durante il Consiglio dei ministri, due minuti prima che parlasse lui».
Rapporto difficile con Tremonti?
«Pensavo che il Consiglio dei ministri fosse un organo collegiale, non un uomo solo al comando».
Ha mai protestato per questo?
«Certo. Appena arrivato l´ho fatto con due colleghi del governo».
Quali?
«Non glielo dico».
Che cosa le hanno risposto?
«Io mi lamentavo: dicevo, non sono venuto qui per fare il sottosegretario di Tremonti. Uno di loro mi ha risposto: sei un presuntuoso, certi sottosegretari contano più di te».
I ministri che devono spendere se la prendono con quello che deve tagliare. Fisiologico no?
«C´è modo e modo. La strategia delle cose fatte è la peggiore. Arrivare a Palazzo Chigi e trovarsi sul tavolo un tomo da 800 pagine con le indicazioni del ministero senza averle potute discutere, prendere o lasciare, è un modo sbagliato».
Altri errori secondo lei?
«Non dimenticherò mai la scena di Bondi che in Consiglio dei ministri si lancia in un appello accorato (lui faceva sempre appelli accorati) a difesa del Fus, diceva guardate che i musei stanno per chiudere».
E Tremonti?
«Niente. Salvo poi una sera incontrare Muti e Alemanno e uscirsene con “veni, vidi, capii”. Bondi è un signore e ha trangugiato. Ma se fosse capitato a me…».
Se fosse capitato a lei?
«Beh, gliene avrei cantate quattro».
Lo ha mai fatto?
«Una volta gli ho detto: “Guarda che se vai avanti così finiremo con i conti in ordine e senza un voto”. Lui mi ha risposto: “Ma i conti non sono in ordine”. Capito? Abbiamo fatto un sacrificio inutile».
Non è quello che chiede l´Europa di mettere i conti in ordine?
«L´Europa ci chiede di fare quel che abbiamo promesso agli elettori: meno burocrazia, più privatizzazioni, meno tasse per favorire la ripresa. Se si abbassano le tasse la gente le paga di più».
Tremonti non fa questo?
«Tremonti è un socialista statalista. Fa il contrario di quel che abbiamo promesso ai nostri elettori. Per questo perdiamo consensi. Non è che le ragazze e tutto il resto ci aiutino, ma questo è il vero problema, la politica economica».
Se non ci fosse la crisi internazionale, avrebbe chiesto le dimissioni di Tremonti?
«Tremonti sarebbe un ottimo ministro delle Finanze. Se ad affiancarlo ci fosse un ministro del Tesoro».
Lei avrebbe chiesto le dimissioni di Tremonti?
«Devo dirle la verità: mi stupisce molto che non si sia ancora dimesso lui».
Pensa al caso Milanese?
«No, penso al fatto che nel governo le sue scelte di politica economica non sono apprezzate»
Con la «nuova collegialità» in economia arriverete al 2013?
«Sono contrario al voto anticipato. Così abbiamo 18 mesi di tempo per ripartire con slancio con scelte coerenti con il nostro programma elettorale».
E nel 2013 pensate di vincere?
«Se siamo stati coerenti possiamo giocarcela. Poi scelgono gli elettori. Anche Churchill perse le elezioni».
Sì ma lui aveva vinto la seconda guerra mondiale…
«Effettivamente il paragone è un po´ ardito».

La Repubblica 25.09.11

La sfida delle nuove classi dirigenti. Dibattito a Cortona sul ricambio generazionale con Giovanni Floris, Fausto Raciti e Marina Sereni

Il giornalista di Ballarò, Giovanni Floris ha introdotto il dibattito serale alla Scuola di politica del PD, affrontando un tema cruciale per le nuove generazioni presenti in sala: “Crisi dell’Occidente: la sfida per le classi dirigenti”. Hanno partecipato all’incontro anche Fausto Raciti, segretario nazionale dei Giovani Democratici e Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea del PD. I tre ospiti hanno risposto con molta partecipazione alle domande spesso pungenti dei giovani della platea, simbolo tangibile del malcontento e delle aspettative disilluse del nostro tempo. Floris ha esordito con una frase ad effetto molto significativa: “Il potere non si contesta si conquista, quindi datevi da fare!”, rispondendo ad una domanda di un giovane coordinatore di circolo, che ha lamentato la presenza di filiere e correnti all’interno del PD, che a suo avviso spesso determinano la scelta dei nuovi dirigenti politici. Il giornalista ha poi descritto a grandi linee le contraddizioni e le difficoltà che i giovani devono affrontare per trovare un posto al sole nel nostro Paese. C’è stata una grande richiesta di flessibilità nel mondo del lavoro da parte dei giovani, alcuni anni fa, ma la risposta è stata quella di consegnare loro una flessibilità senza tutele né garanzie, che è come un coltello senza manico. E in questo la politica arriva sempre in ritardo rispetto alle esigenze della società. Il punto è che il dibattito politico non rappresenta più gli spettatori. Dunque secondo Floris, il PD e le opposizioni devono trovare delle soluzioni a breve periodo, per uscire dalla crisi. Anche se c’è molto gusto nella elaborazione teorica, i problemi reali riguardano il contingente. Alla domanda di uno studente che ha chiesto “perché in tv ed anche a Ballarò, non vengano invitati le giovani leve del Partito”, Floris ha risposto che la gente non guarda Ballorò per scoprire una classe dirigente nuova, ma capire quello che sta succedendo in Italia. Il Paese è stato sfiancato da questa classe dirigente, ora è come un cerino che resterà che nelle mani di chi si sacrifica. Attenti, ha concluso il giornalista, perché se non è il Paese a scegliersi il leader sarà il leader a scegliersi il Paese, il PD deve essere una alternativa credibile ora, subito, dobbiamo agire qui e ora.

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Fausto Raciti, il segretario dei giovani democratici, ha introdotto il suo pensiero, descrivendo quello che è un momento cruciale sia per il Paese che per le dinamiche politiche che lo governano. L’impianto che noi abbiamo conosciuto è al suo punto finale, ha detto Raciti, ma c’è lo spazio per provare a recuperare e dare prestigio alla politica e riconquistare un asset democratico oggi messo in crisi. In Italia al governo, abbiamo classi dirigenti incapaci di comprendere il sistema e fare da snodo rispetto alla crisi. È una classe politica che morde dall’alto ma che mina anche dal basso e dà discredito a tutta l’Italia. Dentro questa cornice, ai giovani e ai cittadini, arriva una immagine della politica che ha perso il potere e la capacità di intervento nella vita reale e che cerca la soglia populista solo per reinterpretare e assecondare il pensiero dell’italiano medio. Inoltre, ha notato il segretario dei GD, l’agenda economica del nostro Paese è decisa dalla BCE, non dai problemi che concernono la vita delle persone e da chi le governa.

Che spazi ci sono per provare a costruire il terreno per una democrazia che funzioni veramente?, ha chiesto retoricamente Raciti, che ha poi risposto come esponente del PD. Il nostro compito è di fare una battaglia politica e dirci anche la verità sugli errori della sinistra nell’imminente passato, ha ammesso. Dobbiamo provare a recuperare una seria capacità critica, capire che un ciclo storico è finito e che ora bisogna reinterpretarne uno nuovo e non costruire la propria struttura politica solo per arginare Berlusconi e in funzione sua, come è accaduto in questi anni. Uno dei problemi che scontiamo di più infatti è l’affievolirsi dell’idea di progettualità politica e intellettuale che non ha saputo riempire i vuoti lasciati dal berlusconismo. E su questo ha pesato anche il silenzio del sinistra. Raciti ha poi gettato uno sguardo anche allo scenario internazionale, con il quale il nostro Paese si confronta, e che ci vede assenti e perdenti. In questo momento l’Italia deve recuperare l’orizzonte europeo, ha sostenuto Raciti, come orizzonte di democrazia che il Paese deve provare a raggiungere. Il patto di cittadinanza europeo è miseramente crollato sotto il peso della crisi e si deve necessariamente recuperare. Perché nella scenario mondiale ci sono Paesi che condizionano la nostra economia, ha spiegato, mentre i nostri ministri vanno in Cina a chiedere aiuti economici, l’Italia deve reagire.

Raciti, come giovane dirigente di Partito ha poi risposto ad alcuni giovani sulle modalità di selezione delle nuove classi dirigenti, che ha spiegato, non può affidarsi esclusivamente ad metodologia meritocratica o anagrafica, altrimenti si accederebbe alla “professione di parlamente”, per concorso pubblico. Le nuove leve si formano nella battaglia politica e sociale, soprattutto nel centrosinistra e anche nel conflitto, che è un dato della democrazia degna di questo nome.

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Marina Sereni, parlando delle criticità del nostro Paese, che coinvolgono per larga parte proprio i giovani, ha voluto sottolineare l’anomalia della classe dirigente al governo, che si può riassumere in una partitocrazia senza Partiti, di una competizione politica sfociata nel populismo senza riforme. Il PD, al contrario è l’unica forza democratica ad aver mantenuto la denominazione Partito e che non è identificata con un leader, e questa è una grande ricchezza. Sereni si ritiene un politico, figlia della stagione che ha visto e vissuto la fine della prima Repubblica, avendo iniziato la propria carriera come assessore all’età di 33 anni. In quegli anni con tangentopoli si capiva che stava nascendo qualcosa di nuovo: la nascita delle televisioni commerciali, La Lega, la stagione dei sindaci, e dopo dei professori, ma non è stato interpretato al meglio il cambiamento che avveniva sotto i nostri occhi, ha ammesso la rappresentante democratica. Ecco perché oggi dobbiamo evitare il rischio di non ripetere quell’errore, ha esortato. Ma il rischio è che la fine di una stagione politica come questa, trascini con se maggioranza e opposizione, se non traspare la percezione che la nostra classe dirigente è diversa. Dobbiamo fare i conti fino in fondo con il malessere sociale, ha detto Sereni, perché la disaffezione alla politica non mi sento di attribuirla solo al sentimento di antipolitica che dilaga oggi. Io prendo il treno dei pendolari dalle Marche a Roma, ha raccontato, e vedo che per andare a lavorare la gente affronta ogni giorno tante piccole e grandi difficoltà di malgoverno del Paese. Dobbiamo riuscire ad interpretare meglio e di più il malessere del Paese. Ad esempio, lo scarto ieri tra il voto in Aula su Milanese e quello che succedeva nel mondo, ovvero il crollo delle borse, è enorme e ci allontana dai problemi dei cittadini. E il rischio è che il Parlamento appaia staccato dalla realtà.

Dobbiamo cercare di uscire dalla gerarchia di valori proposta dalla destra, che mette al centro l’individualità e ribaltarla. Per questo i il PD ha individuato delle priorità, ha dichiarato Sereni: riforma della politica, per un partito trasparente e forte aperto e partecipato e il congresso sulla forma Partito farà da volano a questo progetto; un partito moderno, che sappia affacciarsi al mondo e sfruttare le nuove tecnologie, come la rete, piuttosto che subirle; visione e pensiero lungo, articolato in proposte più precise e maggiore coesione, per non ripetere l’esperienza dell’unione. Da ultimo, come ha ribadito Fausto Raciti, Sereni ha sottolineato che la politica non si può più chiudere in una dimensione nazionale e in questo senso la dimensione europea è indispensabile.

In fine alla domanda dei giovani della platea, su dove si formano le classi dirigenti del futuro? Marina Sereni ha risposto che l’esperienza del governo locale ad esempio è fondamentale, ma è altrettanto importante che venga meno un atteggiamento di autoreferenzialità nel partito, perché esistono altri luoghi anche al di fuori di esso, come ad esempio nella società civile.

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Il welfare al tempo della crisi

Giuseppe Fioroni, Presidente del forum Welfare PD a Cortona: “Tornare a investire su previdenza e formazione, tagliare gli sprechi e aggiungere risorse, specie per i giovani”
Giuseppe Fioroni, presidente del forum welfare del Partito democratico, ha condiviso alla scuola di Cortona, le sue riflessioni sul welfare al tempo della crisi e le ripercussioni conseguenti sui giovani. Il nodo cruciale da sciogliere, per lui consiste nel comprendere il cambiamento della percezione del welfare nel nostro Paese. Fino a pochi anni fa era un settore su cui investire in termini di previdenza, sanità, sociale, formazione, mentre oggi il welfare è interpretato dal governo nazionale, quasi come un peso per la società e non più come una possibilità.

D’altronde, ha considerato Fioroni, i cambiamenti strutturali sono stati tantissimi nell’ultimo decennio. Eravamo un Paese abituato a credere che il Pil aumentasse sempre e non stavamo attenti alla spesa. Il welfare consentiva di garantire una protezione in più a tutti anche forse a chi non ne aveva bisogno. Era come una sorta di redistributore sociale, un di più che senza grossa fatica e sacrificio poteva elargire aiuti. L’Italia era sì un Paese con gli stipendi più bassi di Europa, ma con una grande rete di protezione, pagata quasi prevalentemente dal pubblico. Oggi invece la situazione è cambiata, siamo in presenza di un Paese che non cresce, se va bene raggiunge lo 0,7% di crescita l’anno ed in più detiene il primato in Europa del rapporto più alto tra tra PIL e ricchezza. Questo necessariamente ha trasformato anche le riflessioni sul welfare: non si taglia il di più, ma quello che non ci possiamo più permettere, ovvero il welfare. Mentre bisognerebbe in contemporanea tagliare ma aggiungere risorse, perchè se non si riducono le disuguaglianze il Paese non cresce.

È molto complicato sanare questa situazione anche perché dobbiamo pagare un debito pubblico spaventoso, che incresce di 4 punti ogni anno. Le ragione per le quali noi non siamo sprofondati come la Grecia, ha spiegato Fioroni, è perché il debito pubblico è stato compensato dalla stretta di cinghia delle famiglie italiane, che avevano lavorato e accumulato per anni ed ora attingono dai loro risparmi, con la conseguenza di un impoverimento progressivo. La differenza tra l’Italia e le altre democrazie occidentali è che se le Agenzie di Rating declassano gli Stati Uniti, i titoli tengono perché hanno una classe dirigente più credibile, mentre da noi non è più così. Gli osservatori esterni vedono la riduzione del debito in Italia come un miraggio, per questo è necessario fare acquisire credibilità al governo nazionale, in quanto la situazione precaria ha ripercussioni anche in Europa. Gli altri Paesi europei di fatto iniziano a percepirci come una minaccia, mentre la crisi che stiamo vivendo dovrebbe favorire la coesione per ritrovare l’unità interna e con l’Europa.

Tornare al welfare come motore di sviluppo, per uscire da questo empasse secondo Fioroni, è necessario per rigenerare la capacità di coesione con le forze sociali. Servono degli interventi, ha spiegato, perché in questa partita di giro chi ci rimette sono i giovani. I nuovi nati hanno delle palle di cemento armato ai piedi. Visco, quando era Ministro, diceva che se non si riduce il debito si fa un danno ai nostri figli ed aveva ragione, anche se si trattava di elaborare scelte poco popolari. La soluzione dovrebbe concernere contemporaneamente una riduzione del debito e un rilancio dell’economia di tipo strutturale, come avevamo iniziato a fare con il Governo Prodi.

Un Paese che sfratta i giovani dal futuro, ha proseguito l’esponente democratico, e si affida a chi ha 50 anni in su è un Paese destinato a retrocedere. Noi siamo a crescita zero, ma chi nasce oggi ha una vita media di 90 anni. Ci dobbiamo chiedere: può vivere in un sistema dove lavori per 40 anni e per 50 ti mantengono gli altri? Questa piramide che sta insieme fuori dalle leggi della fisica ha bisogno di essere sistemata. Il problema, ha proseguito, è che nel nostro Paese il mondo del lavoro è un sistema chiuso pieno di monopoli e privilegi dove si entra o per cooptazione oppure per conoscenze private, come il nostro premier ci ha dimostrato. Fioroni ha poi portato ad esempio l’accesso alla professione di medico in Italia, che richiede anni e anni, a differenza di altri Paesi, dove la formazione è comunque ottima. Ma questo sistema non regge più, perché la fiducia fa rima con fedeltà in Italia, mentre la sanità in particolare con qualità. Il problema quindi è anche di mentalità degli italiani: gli adulti hanno trasmesso ai giovani la convinzione che quello hanno ottenuto non ce l’hanno perché valgono ma perché gli è stato concesso, tramite raccomandazioni, o soldi della famiglia, è questo a lungo termine si rileva deleterio.

A conclusione del suo intervento, il presidente del forum welfare ha voluto elencare alcuni tra i settori che ritiene si debbano necessariamente cambiare, per diminuire le spese, in quanto manteniamo uno stato che non ci possiamo più permettere: centinaia di enti che non ci servono più; in tema di sicurezza, sei corpi di polizia e cinque corpi speciali rappresentano una spesa troppo elevata; il finanziamento della politica deve servire per fare iniziativa politica, non a mantenere dirigenti di partito a tempo indeterminato. Inoltre Fioroni si è dichiarato favorevole alla privatizzazione dell’acqua, sempre secondo la sua visione, per migliorare il servizio e diminuirne il costo. Nel Paese spira un forte vento di cambiamento e innovazione, ha concluso Giuseppe Fioroni, e dobbiamo essere capaci di ergere mulini a vento per dare energia ad una Italia diversa.

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

"Il 20% degli elettori pdl vuole che il premier lasci", di Renato Mannheimer

Gli italiani appaiono sempre più pessimisti, sia riguardo alla situazione attuale, sia per ciò che concerne le prospettive future. Oggi, per la prima volta da molti mesi, la percentuale di chi ritiene probabile un peggioramento della situazione del Paese (e, sia pure in misura minore, della propria condizione personale) supera di molto quella degli ottimisti, di chi cioè ritiene che il peggio sia passato e che possiamo sperare in un miglioramento.

In questo clima di preoccupazione, viene espressa da molti l’esigenza di un timone politico saldo, che aiuti a superare la situazione attuale. Ma il succedersi delle vicende degli ultimi giorni non ha rafforzato l’immagine di solidità e di affidabilità del governo. Anzi. È vero che con il voto che ha salvato Marco Milanese l’esecutivo ha segnato un punto a suo favore, ma è vero anche che, proprio nello stesso periodo, si sono intensificate le dichiarazioni di sfiducia nei suoi confronti. Tanto che molti autorevoli commentatori di area moderata (tra gli altri, Sergio Romano sul Corriere e Roberto Napoletano sul Sole 24 ore) hanno suggerito al Cavaliere di fare un passo indietro. Un’ipotesi che quest’ultimo ha respinto decisamente, sottolineando la persistenza di una maggioranza parlamentare che ancora lo sostiene.

Ma cosa ne pensa la gente? In che misura la richiesta di dimissioni del premier è condivisa dalla popolazione? Già da tempo, un quesito al riguardo viene posto mensilmente ai cittadini: se ne rileva un decremento progressivo, di mese in mese, di quanti auspicano che Berlusconi continui a governare e una corrispondente crescita, non tanto dei sostenitori di un governo alternativo (malgrado, come si sa, questa sia l’ipotesi su cui in questi giorni i politici stanno lavorando maggiormente), quanto, più direttamente, delle elezioni anticipate.

Oggi meno di un cittadino su cinque (19%) si dichiara favorevole all’opportunità di una prosecuzione del governo attuale. A gennaio erano il 27%, ad aprile il 22%.

Naturalmente, la gran parte dei fautori della permanenza al governo di Berlusconi fa parte dell’elettorato del Pdl: ma anche in quest’ambito, la percentuale di sostenitori del mantenimento dell’esecutivo è pari al 77%, ciò che significa che più del 20% dei votanti dello stesso partito del premier è del parere che il Cavaliere debba cedere il passo. Tra gli elettori della Lega Nord, la situazione appare ancora più critica: la maggioranza assoluta (60%) opta infatti per una soluzione che veda le dimissioni di Berlusconi. Quest’ultima, ovviamente, è l’ipotesi prediletta dalla gran parte della base delle forze di opposizione.

La soluzione attualmente più gettonata è, come si è detto, il ritorno alle urne, indicato in questo momento dal 45% degli italiani (era il 36% a gennaio e il 39% nell’aprile scorso). L’alternativa di un governo tecnico, di transizione, appare assai meno popolare e raccoglie meno del 17%.

Le nuove elezioni sono richieste in misura relativamente maggiore dai più giovani, specie se studenti, animati forse da un maggior desiderio di rinnovamento radicale. Si tratta di una opinione espressa dalla netta maggioranza (76%) dell’elettorato del Pd, ma presente in larga misura anche tra i votanti per i partiti di centro (59% tra l’Udc, 42% in Fli), mentre è praticamente assente (poco più del 2%) nell’elettorato del Pdl.

Secondo gran parte degli osservatori, la soluzione delle elezioni anticipate non è la più opportuna in questo momento, anche per le difficoltà della nostra economia sul piano internazionale. Resta il fatto che circa metà degli italiani le richiede a gran voce, segno comunque del desiderio di un momento di svolta e di cesura col passato.

Il Corriere della Sera 25.09.11

"Il balletto dello zar", di Lucio Caracciolo

I sistemi politici si dividono in due macrocategorie: quelli in cui contano le sedie e quelli in cui contano i sederi. Nel primo caso ci si batte con mezzi leciti o illeciti per occupare la poltrona suprema. e, a spiovere, scanni e panche laterali. Nel secondo, il capo è il capo sia che sieda sul trono sia che si aggrappi a uno strapuntino o si accomodi in tenda sdegnosamente respingendo ogni alloro. La Russia attuale è il paradigma del genere secondo.
Da undici anni il capo della Federazione Russa è Vladimir Putin. Per otto anni (2000-2008) da presidente, poi da primo ministro (2008-2012). Oggi sappiamo che dovrebbe restarlo per almeno altri sei anni, a partire dal marzo prossimo, scambiandosi di posto con l´attuale presidente Dmitrij Medvedev, il numero due provvisoriamente insediato da Putin sulla poltrona numero uno. Ma nel caso di Medvedev – in contrasto con la tradizione dell´impero russo, di cui la Federazione è versione ridotta ma autentica – non è il Cremlino a segnare il carisma dello zar, perché il vero imperatore, in questi quattro anni, è stato il primo ministro, pur espulso dalle sacre mura.
Putin fu costretto al “sacrificio” per rispetto della costituzione, che gli impediva il terzo mandato consecutivo. Un emendamento alla legge fondamentale ha nel frattempo esteso il limite del mandato presidenziale da quattro a sei anni. Se Putin vincerà le elezioni del marzo prossimo – e non si vede come possa perderle – potrebbe quindi aspirare a restare al Cremlino fino al 2024, quando avrà solo 72 anni, meno del suo attuale omologo e amico italiano. In teoria, nulla vieta a Putin e a Medvedev di esibirsi in ulteriori minuetti sessennali, alternandosi nelle due cariche finché Dio vorrà concedere loro salute ed energia.
Lo scambio di posto annunciato dal tandem pietroburghese davanti al festoso congresso del partito dominante – Russia Unita – pone fine alle chiromanzie degli analisti intorno a chi comanderà a Mosca nel futuro prossimo. E, forse, molto meno prossimo. Putin ha rivelato che tutto era stato deciso «da tanto tempo, alcuni anni fa». Probabile. Non c´è però dubbio che il suo junior partner abbia giocato per qualche tempo con l´idea di restare al Cremlino anche dopo il 2012. E non da prestanome o scaldasedie, ma da vero leader. Forse perché da modernizzatore, quale si picca essere, avrebbe così riportato la Russia nella prima macrocategoria politologica, meno incompatibile con i canoni della democrazia.
In questi anni, Medvedev ha inutilmente cercato di costruirsi una sua semiautonoma base di potere. Rischiando serie frizioni con il capo/primo ministro. Il quale, a un certo punto, ha preteso che le conversazioni fra i due, prima alquanto informali, venissero protocollate, in modo che eventuali scarti del presidente dalle decisioni prese (o dettate dal capo del suo governo) restassero agli atti.
Ma per l´opinione pubblica russa, e per i potenti del mondo, l´interlocutore numero uno è restato sempre Putin. Il quale ha certamente perso in popolarità, non fosse che per gli effetti della crisi finanziaria e per la confermata incapacità del sistema da lui guidato di strutturare il Paese come una efficiente e moderna economia, non solo un superfornitore di materie prime. Oggi poco più del 50% dei russi continua ad avere fiducia in lui. Basterà, salvo impensabili sorprese, a vincere le elezioni presidenziali in marzo.
Putin si è già ritagliato un posto di rilievo nella storia del più grande Stato al mondo. Ha impedito che la Federazione Russa si disintegrasse come l´Unione Sovietica, dopo la patetica parentesi elziniana. Ha rimesso in riga alcuni oligarchi che pensavano di fare il comodo loro con le ricchezze del Paese o nutrivano ambizioni politiche (in tal caso, vedi Khodorkovskij, sono stati confinati in prigione o, vedi Berezovskij, consigliati all´esilio). Ha ristabilito insomma la “verticale del potere”, alfa e omega dell´impero russo.
È lecito dubitare che Putin possa però scrivere la pagina successiva, spesso evocata da Medvedev, meno dal suo capo: la trasformazione della Russia in uno Stato di diritto relativamente democratico. E insieme, in una grande potenza a tutto tondo, non solo militar-nucleare ed energetica, ma tecnologica e industriale. Forse la Russia è troppo vasta, i russi troppo pochi per attingere tali traguardi. E i cittadini che rieleggeranno il nuovo/vecchio zar non sono troppo interessati alla democrazia, alle cui promesse molti preferiscono la sicurezza di una mano forte. Sentimento condiviso da buona parte dei leader occidentali, i quali pure non mancheranno di criticare in pubblico il gioco russo delle due carte. In cuor loro concludendo però che, in questo mondo fuori controllo, una Russia nelle mani di un manovratore autoritario, ma autorevole e sperimentato, è più rassicurante di un colosso in preda a una lotta di potere senza esclusione di colpi.
A meno che proprio l´eccesso di conservazione e di concentrazione del potere non riproduca, prima o poi, quel caos russo che a suo modo Putin seppe stroncare. Difficile immaginare, in tal caso, che un altro Putin possa salvare la Russia. E noi.

La Repubblica 25.09.11