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"2011-2008, errori in fotocopia" di Alberto Bisin

Cosa sta succedendo all’economia mondiale? Gli spread sui debiti sovrani, Paesi che rischiano di fallire, Borse che crollano… Naturalmente è difficilissimo a dirsi. Per questo è il momento di fare un passo indietro e cercare di capire. In particolare, ci sono notevolissime similarità tra la crisi finanziaria che oggi attanaglia l’Europa e quello che è successo nel 2008 nei mercati finanziari Usa. C’è quindi molto da imparare dai comportamenti e dagli errori del Tesoro e della Fed Usa dal 2008 a oggi. Ma è importante imparare la lezione giusta. Non sono convinto, purtroppo, che questo stia succedendo. Mi pare anzi che le autorità europee stiano ripetendo molti degli errori compiuti Oltreoceano.

Entrambe le crisi finanziarie, quella americana del 2008 e quella europea di oggi, sono il risultato di una enorme accumulazione di debito, o della facile elargizione di credito, che è l’altra faccia della stessa medaglia. Nel primo caso il credito è stato incanalato verso il mercato immobiliare, alimentando una grossa bolla finanziaria. Nel secondo caso, invece, il credito ha alimentato il debito sovrano di vari Paesi europei.

La reazione alla crisi del 2008 da parte della Fed e del Tesoro ha avuto due fasi. Nella prima fase le autorità americane, temendo i riflessi politici ed economici di una politica di salvataggio incondizionata del sistema finanziario, hanno lasciato che Lehman Brothers fosse travolta dal panico dei mercati. Nella seconda fase, dopo che il fallimento di Lehman aveva portato al panico, appunto, e quindi al congelamento dei mercati monetari, la Fed e il Tesoro hanno garantito i debiti di banche e banche di investimento, assumendosi ogni rischio pur di salvare il sistema finanziario. Se è vero che questi interventi hanno evitato il collasso del sistema finanziario stesso, è anche vero che ad oggi il mercato del credito negli Stati Uniti è rimasto anemico ed ora manca di contribuire efficacemente alla ripresa dell’economia. Questo è in parte dovuto proprio al fatto che il salvataggio incondizionato del sistema finanziario non ne ha permesso la rigenerazione: banche poco capitalizzate non investono per timore che una nuova crisi torni a sgretolare le proprie attività a bilancio, in molti casi ancora contabilmente sopravvalutate. E così la liquidità che la Fed continua a immettere nel sistema finanziario (in quantità mai viste precedentemente) torna alla Fed stessa come depositi delle banche, invece di entrare nel sistema economico.

Si dirà (e si dice) che il panico dopo Lehman dimostra che non si poteva fare altrimenti. Ciò non è assolutamente vero. Il fallimento di Lehman infatti è stato gestito malissimo; o meglio, non è stato gestito per niente. Una ordinata ristrutturazione del debito delle banche insolvibili ed una loro ricapitalizzazione guidata dalle autorità era la strada alternativa più ragionevole, che le autorità Usa non hanno purtroppo intrapreso.

La Bce e le autorità europee, di fronte alla situazione della Grecia, hanno giustamente deciso di evitare la prima fase della reazione Usa: non hanno cioè lasciato la Grecia in pasto al panico dei mercati. Ma invece di passare ad una ordinata ristrutturazione del suo debito, hanno seguito la via americana, il salvataggio incondizionato, della Grecia e di chiunque si trovasse in seguito in una situazione simile. Questa strategia, pur non avendo funzionato nel medio periodo, negli Stati Uniti ha almeno evitato il peggio nel breve periodo. Questo perché l’intento del Tesoro Usa di salvare il sistema era credibile, cioè il Tesoro aveva le risorse e il potere politico per farlo. In Europa, invece questa strategia era più difficilmente credibile: qualora alla Grecia si fossero aggiunti altri Paesi, le risorse per il salvataggio generale sarebbero mancate, e così la volontà e il potere politico per farlo. Ed ora siamo qui, dopo mesi e mesi di crisi, senza un piano serio per la ristrutturazione ordinata del debito greco, con i mercati che scommettono sulla incapacità delle autorità di resistere, a rischiare un default disordinato e quindi un dopo-Lehman in Europa.

Ma c’è un’altra differenza tra la situazione del 2008 in Usa e quella di oggi in Europa. I mutui verso cui il sistema finanziario americano era esposto erano diventati tossici a causa dello scoppio della bolla finanziaria, contro cui nulla si poteva fare al momento. In Europa, la situazione della finanza pubblica della Grecia è forse irreparabile, ma quella dell’Italia e degli altri Piigs non lo era affatto. È diventata critica a causa delle politiche irresponsabili ed incompetenti di alcuni governi, primo tra tutti quello italiano, che hanno provato a gettare sabbia negli occhi all’Europa e ai mercati alle prime avvisaglie di difficoltà, confidando sulla garanzia europea cui nessuno realmente crede.

"L´Italia precipita senza paracadute", di Eugenio Scalfari

Le Borse ondeggiano su un Ottovolante dove le risalite sono lente e le discese mozzano il fiato; lo “spread” con l´aiuto della Bce si mantiene sulla “borderline” a cavallo dei 400 punti-base; l´euro perde colpi rispetto al dollaro; le economie di tutto l´Occidente ristagnano senza speranze e intanto si parla sempre di più di un “default” della Grecia pilotato dall´Europa. Il tema della crescita diventa sempre più cruciale ma sempre più disatteso. I governi nazionali non hanno né la forza né la fantasia per varare interventi di rilancio che rimettano in moto il sistema mentre si profila una crisi bancaria internazionale connessa appunto con il “default” greco e con l´attacco al debito italiano.
I portafogli delle banche di tutto l´Occidente sono imbottiti di titoli italiani. Non sono titoli insolvibili ed ogni paragone con la Grecia è infondato. Ma i tassi d´interesse pagati dal Tesoro alle aste che si susseguono con scadenze ravvicinate sono diventati proibitivi. Siamo ormai in prossimità del 6 per cento. Se si andasse avanti così ancora per qualche mese la finanza pubblica si avviterebbe su se stessa ed allora anche il problema della solvibilità si porrebbe in modo allarmante.
Il nostro governo è in grado di fronteggiare una situazione da brivido come questa? Finora sono stati adottati soltanto provvedimenti di rigorismo finanziario, indispensabili ma depressivi sull´economia reale. E ancora non bastano.
Quanto potremo andare avanti così?
La sfiducia verso il governo è ai massimi e si estende a tutta la classe politica. L´antipolitica non è una risorsa ma un cappio al collo e chi la incoraggia non fa che allevare un mostro e peggiorerà ancora di più una situazione già fuori controllo.
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Venerdì al Quirinale, parlando agli studenti che iniziano sotto pessimi auspici il nuovo anno scolastico, Napolitano è intervenuto ancora una volta sul tema dell´economia. Ha suggerito e in qualche modo imposto al governo tre nuove priorità: abbattere in modo consistente lo stock del debito pubblico, introdurre stimoli fiscali per accrescere il potere d´acquisto dei redditi medio-bassi e la propensione delle imprese a investire, diminuire le diseguaglianze sociali e geografiche che dividono il paese e ne rendono difficile la coesione. Questi provvedimenti, secondo Napolitano, dovrebbero essere adottati entro l´attuale sessione di bilancio, cioè subito.
Gli interventi del Capo dello Stato sulle questioni economiche sono ormai quasi giornalieri, in rapporto diretto con il ruolo di supplenza che il Quirinale è costretto ad esercitare dall´afasia del governo; afasia tanto più perniciosa poiché si accompagna ad uno scontro ormai palese e non ricomponibile tra il “premier” e il ministro dell´Economia. Con quest´ultimo non siamo mai stati teneri ma in quest´occasione riteniamo che il linciaggio cui è stato sottoposto in occasione del voto sull´arresto di Marco Milanese sia inaccettabile. Stava per cominciare a Washington un incontro internazionale presso il Fondo monetario per discutere questioni della massima urgenza ed emergenza. Sarebbe stato a dir poco grottesco se Tremonti fosse arrivato con grave ritardo o affatto per votare alla Camera l´arresto di Milanese. Ciò detto, continuiamo a pensare che sia stato un pessimo ministro dell´Economia alle prese con un pessimo presidente del Consiglio.
Resta da vedere che cosa farà il Capo dello Stato se le sue indicazioni resteranno lettera morta. Nel recente passato furono rispettate sia dal governo sia dall´opposizione salvo quelle riguardanti la crescita, sulla quale in verità la Bce e il Quirinale si limitarono a generiche raccomandazioni. Ora finalmente la crescita è stata posta al primo posto insieme al taglio del debito.
Ma c´è il problema della credibilità del governo e di chi lo guida. Su di esso Napolitano non può fare nulla formalmente. Potrebbe fare molto sostanzialmente ma, almeno per ora, se ne astiene, sicché il tappo che ostruisce il sistema resta ancora conficcato a Palazzo Chigi con gravissimo danno per il paese e per l´Europa.
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Diminuire il debito. Non lo dice soltanto Napolitano ma anche Draghi, anche l´Europa, anche l´America. Ma come? E quanto?
La soglia di sicurezza – secondo il parere di alcuni suggeritori – sarebbe “quota novanta”: 90 per cento rispetto al Pil di fronte all´attuale 120, il che significa in cifre assolute non meno di 400 miliardi. Ma come? Vendendo beni mobili e immobili dello Stato? Sarebbe una pessima pezza. La parte maggiore è composta da immobili di difficile “appeal” nell´attuale carenza di domanda. Si potrebbe cartolarizzarli e poi collocare quei titoli nelle mani delle banche. Ma chi accarezzasse quest´idea avrebbe smarrito la ragione: il nostro sistema bancario ha il portafoglio gonfio di Buoni del Tesoro a lungo termine ed è questa la sua attuale debolezza. Vogliamo rifilargli anche una massa di immobili cartolarizzati?
L´altra soluzione intravista sarebbe un forte prelievo “una tantum” sul patrimonio dei contribuenti. Attenzione: provocherebbe una fuga massiccia di capitali e lo “spread” potrebbe toccare livelli molto elevati. Quindi non è questa la strada giusta. Del resto non fu questa l´operazione messa in atto da Ciampi ai tempi del suo governo nel 1993 in una situazione economica anche allora molto pesante. L´obiettivo di Ciampi fu quello di far emergere un consistente attivo delle partite correnti al netto degli oneri pagati sul debito. Quest´attivo superò il 5 per cento.
Quando obiettivi del genere sono raggiunti il debito pubblico comincia a diminuire e continua in quel ciclo virtuoso suscitando effetti di auto-alimentazione perché la diminuzione graduale del debito ne fa diminuire gli oneri e di conseguenza fa accrescere il saldo attivo delle partite correnti.
Queste operazioni possono essere utilmente rafforzate con un prelievo patrimoniale non straordinario ma ordinario e di modesta entità, scaglionato tra 0,5 e 1,50 per cento. Consultare in proposito Mario Draghi sarebbe utilissimo, ma ancor più utile sarebbe consultare Carlo Azeglio Ciampi.
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Un´osservazione per quanto riguarda l´obbligo del pareggio di bilancio da inserire nel nostro ordinamento con legge costituzionale. Il plauso a questa novità sembra generale anche se ci vorrà almeno un anno prima che la legge entri in vigore. A me non sembra affatto una panacea.
Intanto occorrerà precisare se quella norma si applicherà al bilancio preventivo o al consuntivo, alla cassa o alla competenza, ai saldi o ai flussi. Poi occorrerà stabilire a chi spetti accertare se la norma è stata rispettata. Non potrà certo essere il ministro dell´Economia che è parte in causa come ogni altro membro del governo. Si dovrebbe affidarne il compito ad una apposita sezione della Corte dei Conti che dovrebbe poter ispezionare l´andamento delle partite correnti nel momento stesso in cui le decisioni vengono prese. Di fatto si dovrebbe equiparare la Corte dei Conti al funzionamento della Ragioneria generale dello Stato con in più l´indipendenza della quale la Corte gode.
Invece di imbarcarsi in una procedura così complessa che di fatto equivale al commissariamento della politica economica nelle mani d´un Ragioniere “sui generis”, sarebbe molto meglio rafforzare l´articolo 81 della Costituzione rendendo obbligatoria la copertura d´ogni spesa soltanto con aumento di entrate o taglio di spese senza ricorso al credito e senza alcuna deroga. Un rafforzamento del genere dell´articolo 81 non ha bisogno d´una legge costituzionale, può essere ottenuto con legge ordinaria che rappresenti l´interpretazione autentica dei principi e delle norme già contenute in quell´articolo.
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Non pensiamo che si possa andare avanti fino al 2013 e neppure fino alla primavera del 2012 con un governo fatiscente e ritenuto addirittura non frequentabile dalle cancellerie internazionali.
Se la Grecia andrà in “default pilotato” ci sarà un concordato fallimentare il cui livello più probabile sarà tra il 50 e il 60 per cento del suo debito sovrano. Molte grandi banche francesi, tedesche, inglesi, americane, si troveranno in gravi difficoltà. Quanto alle nostre banche non risulta che detengano forti quantitativi di titoli greci ma in compenso hanno in portafoglio molti titoli delle banche francesi tedesche e americane coinvolte.
In queste condizioni ci vuole a Roma un governo capace di governare e di essere un interlocutore autorevole per l´Europa e per gli Usa. La supplenza del Quirinale, preziosa fino a quando Palazzo Chigi è di fatto disabitato, non potrebbe tuttavia guidare direttamente la barca in acque ancor più tempestose.
Ci vuole dunque un governo del Presidente sostenuto in Parlamento da tutti i senatori e i deputati che hanno a cuore l´interesse generale dello Stato.
Tra quanti sperano in un nuovo assetto della politica ci sono tuttavia alcuni che vagheggiano governi di centro-destra presieduti da Alfano o da Gianni Letta. Sembra che Casini vedrebbe di buon occhio soluzioni del genere. Soluzioni insensate: sostituire Berlusconi con Letta significa soltanto insediare a Palazzo Chigi un delegato; insediarvi Alfano per pilotare la barca nel mare in tempesta è addirittura un´ipotesi offensiva per il buon senso e per il senso comune.
Ma c´è anche chi preferirebbe le elezioni anticipate. Che Berlusconi sia uno di questi è comprensibile. Meno comprensibile è che ci siano nel novero anche economisti, banchieri e imprenditori. Elezioni anticipate significano Parlamento chiuso per almeno 60 giorni e il Paese guidato da un governo non solo fatiscente ma per di più in carica soltanto per l´ordinaria amministrazione. Un pascolo per i mercati.
Sergio Romano sul Corriere della Sera di mercoledì scorso auspicava che Berlusconi annunciasse che non si ripresenterà più alle elezioni e rinuncerà a far politica, fissando la data elettorale al prossimo mese di marzo. Insomma qualcosa di simile a quanto ha fatto con successo Zapatero. Ma si tratta, gentile ambasciatore Romano, di un´ipotesi inesistente. Berlusconi (che non somiglia in nulla a Zapatero) non farà mai un annuncio del genere che comunque lo manterrebbe a Palazzo Chigi ancora sei mesi d´inferno. E quand´anche si convincesse, nessuno può garantire che un mentitore come lui manterrebbe la parola data.
In mancanza di altre soluzioni il Paese affonda nelle risse, nella generale sfiducia e nel totale isolamento internazionale. L´ultima testimonianza è venuta da Washington l´altro giorno, quando Obama, ringraziando i paesi che hanno contribuito a liberare la Libia da Gheddafi, li ha nominati tutti uno per uno, comprese la Norvegia, la Danimarca e la Lega Araba, con in testa ovviamente i francesi e gli inglesi.
Il solo Paese non nominato è stato il nostro che pure ha fornito basi aeree, comandi militari e la Marina. Ma l´Italia è da tempo confinata in un lazzaretto. Di chi sia la colpa lo si sa.

La Repubblica 25.09.11

FISICA: GHIZZONI (PD), “Un tunnel tra Ginevra e Assergi? La Gelmini fa ridere il globo”

Scivolone del ministro dell’Istruzione sull’esperimento sui neutrini che ha coinvolto i due istituti. “Un tunnel che parte dal Gran Sasso e arriva a Ginevra? Costo 45 milioni di euro, grande sponsor o forse finanziatore Maria Stella Gelmini, ministro dell’Istruzione che evidentemente digiuna di fisica, si fida di collaboratori che le mettono in bocca dichiarazioni che scatenano l’ilarità del globo. E’ successo così che per commentare la ‘scoperta epocale’ che ha collegato il Cern di Ginevra e il Gran Sasso facendo viaggiare i neutrini che, secondo gli scienziati, avrebbero superato la velocità della luce, la nostra ministra abbia dichiarato: “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”.Siccome non c’è nessun tunnel fra l’Infn ad Assergi, sotto quattro chilometri di dura roccia del Gran Sasso e l’Lhc di Ginevra che fine avrebbero fatto quei soldi? O forse questa è una delle grandi opere che questo governo di pressappochisti e venditori di illusioni vuole lanciare?”.

Lo dice Manuela Ghizzoni, capogruppo PD commissione Cultura Camera dei deputati.

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Ricercatori per una Università Pubblica, Libera, Aperta www.rete29aprile.it
Comunicato stampa

Il neutrino? In fondo al tunnel, a destra…
Non ce ne eravamo accorti, ma il Ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca italiano ne è sicuro.
Esiste un tunnel di 732 Km tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso e non lo sapevamo. Di più: “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”. (http://www.istruzione.i /web/ministero/cs230911). Gelmini dixit.
Sfidando qualsiasi senso del ridicolo e con una battuta che starebbe bene in un film di Bombolo (Sordi è già troppo intellettuale) il Ministro ricostruisce a modo suo l’esperimento che in questo momento sta smuovendo il mondo scientifico, e copre di ridicolo lei, il Ministero che guida, il Paese. Nessun tunnel, ma un fascio di neutrini che è stato ‘sparato’ dal Cern di Ginevra per un viaggio sotterraneo che dura 2,4 millisecondi, raggiunge la profondità massima di tre chilometri per effetto della curvatura terrestre e termina al Gran Sasso, dove il fascio è ‘fotografato’ da un rilevatore e ne viene misurata la velocità.
Quindi tranquilli, soprattutto i cittadini di Firenze che si trovano sulla traiettoria: il viaggio delle particelle, perfettamente rettilineo, non impegna nessuna struttura costruita dall’uomo; e nessuno potrà usare tale esperimento per giustificare una nuova TAV sotto il Trasimeno.
Purtroppo però per noi, il ministro pensa che i soldi che l’Italia dà per la partecipazione al Cern siano finiti nella costruzione di qualcosa che con la fisica delle particelle ci sta come i cavoli a merenda: un bel tunnel che farebbe impazzire dagli incubi qualsiasi progettista: ben 732 chilometri, opera inconcepibile e impossibile (quello più lungo costruito dall’uomo è a tutt’oggi il nuovo San Gottardo, solo 57 chilometri, roba da ragazzi). Del resto, non è questo il “governo del fare”? Non si riesce a fare il Ponte sullo Stretto, almeno abbiamo fatto un tunnel tra Cern e Gran Sasso…
Il ridicolo toglie il fiato, ma vorremmo consigliare il ministro: quando avrà terminato di compiere gaffes e danni in Italia, quando avrà cessato di colpire la scuola e l’università e la ricerca nel suo infelice Paese, vantandosi di meriti inesistenti per dare un senso a una reale incompetenza e ignoranza, dovrebbe andare su Alpha Centauri in visita: pare che lassù stiano costruendo un tunnel tra Vega e Cassiopea: in tre secondi sei in un altro mondo, e nessuno ti conosce…

R29A

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Gelmini, che gioia per i neutrini “Quel tunnel tra Svizzera e Abruzzo”

Il ministro dell’Istruzione Università e ricerca si lancia in un comunicato entusiastico per la scoperta sui neutrini. E scivola paurosamente in un tunnel lungo dalla Svizzera all’Italia. “Per realizzarlo l’Italia ha partecipato con ben 45 milioni di euro”. E in Rete scattano subito gli sfottò

Gelmini, che gioia per i neutrini “Quel tunnel tra Svizzera e Abruzzo”
ROMA – Il troppo entusiasmo e la fretta sono un mix a volte terribile. Ne ha fatto le spese il ministero dell’Istruzione quando si in un comunicato entusiastico per la sensazionale scoperta scientifica fatta nei giorni scorsi fatta al Cern di Ginevra. Ma in tanta enfasi si è infilata in paradossi ed errori clamorosi: scopriamo che tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso è stato addirittura scavato un tunnel alla cui realizzazione il governo italiano ha partecipato con ben 45 milioni di euro (circa, non sono ben sicuri).

Ma d’altra parte il ministero sembra ben lontano dalla misurata soddisfazione di tutti coloro che considerano la scienza come di una faticosa conquista quotidiana: noi invece abbiamo partecipato a una “vittoria epocale”. E in la graticola per la ministra si accende in Rete a tempo di record.

“Un tunnel che parte dal Gran Sasso e arriva a Ginevra? Costo 45 milioni di euro, grande sponsor o forse finanziatore Maria Stella Gelmini, ministro dell’Istruzione che evidentemente digiuna di fisica, si fida di collaboratori che le mettono in bocca dichiarazioni che scatenano l’ilarità del globo. Siccome
non c’è naturalmente nessun tunnel fra l’Infn ad Assergi, sotto quattro chilometri di dura roccia del Gran Sasso e l’Lhc di Ginevra che fine avrebbero fatto quei soldi? O forse questa è una delle grandi opere che questo governo di pressappochisti e venditori di illusioni vuole lanciare?” ironizza Manuela Ghizzoni, capogruppo PD commissione Cultura Camera dei deputati.

www.repubblica.it

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Neutrini, l’epica gaffe del tunnel della Gelmini

Su Internet è già un cult. È il tormentone del ‘tunnel della Gelmin’. Tra i ‘trending topics’, ovvero gli argomenti più ‘twittatì in Italia, alle 13.45 l’hashtag ‘#tunnelgelminì è al secondo posto. Tutto nasce da un comunicato diffuso ieri sera dal ministero dell’Istruzione e pubblicato sul sito del dicastero. Nella nota, infatti, il ministro plaude alla «scoperta del Cern di Ginevra e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare» sui neutrini, «un avvenimento scientifico di fondamentale importanza». Ma nel far questo sottolinea che «alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro». Ed è su questo passaggio che si è scatenata l’ironia della Rete.

I Ricercatori per una Università Pubblica, Libera, Aperta (www.rete29aprile.it) ironizzano così: «Non ce ne eravamo accorti, ma il ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca italiano ne è sicuro. Esiste un tunnel di 732 Km tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso e non lo sapevamo». Tra i messaggi su twitter invece si legge: «Code di neutrini in ingresso al Gran Sasso si consigliano percorsi alternativi», scrive Gba mediamondo.

Ministro, con quel “tunnel” l’hanno truffata di Pietro Greco

«Un attimo. Ma non è che esiste davvero un tunnel segreto?», si chiede Ezekiel. Mentre Slan osserva che «i neutrini hanno fatto la Tav alla faccia nostra». E ancora. Per Fabius «il ‘tunnel Gelminì fa parte di una rete di passaggi segreti che collegano le residenze del premier». Crislomb annuncia che «il Torpedone tunnel Cern-Gran Sasso in partenza davanti ministero Ricerca. Orari: uno ogni nanosecondo». Mary si chiede: «Ma per uscire dal tunnel Gelmini apriranno delle comunità?»: Infine, su Facebook è stata aperta subito una pagina ‘Il tunnel della Gelmini’. Per ora solo 41 le adesioni.

Il testo integrale
«La scoperta del Cern di Ginevra e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è un avvenimento scientifico di fondamentale importanza. Rivolgo il mio plauso e le mie più sentite congratulazioni agli autori di un esperimento storico. Sono profondamente grata a tutti i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo evento che cambierà il volto della fisica moderna. Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo. Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro. Inoltre, oggi l’Italia sostiene il Cern con assoluta convinzione, con un contributo di oltre 80 milioni di euro l’anno e gli eventi che stiamo vivendo ci confermano che si tratta di una scelta giusta e lungimirante». Lo afferma il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.

Manuela Ghizzoni, Pd: “fa ridere il globo”
«Un tunnel che parte dal Gran Sasso e arriva a Ginevra? Costo 45 milioni di euro, grande sponsor o forse finanziatore Maria Stella Gelmini, ministro dell’Istruzione che evidentemente digiuna di fisica, si fida di collaboratori che le mettono in bocca dichiarazioni che scatenano l’ilarità del globo». Lo dice Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd commissione Cultura della Camera. «È successo così – aggiunge – che per commentare la ‘scoperta epocale’ che ha collegato il Cern di Ginevra e il Gran Sasso facendo viaggiare i neutrini che, secondo gli scienziati, avrebbero superato la velocità della luce, la nostra ministra abbia dichiarato: ‘Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di eurò. Siccome non c’è nessun tunnel fra l’Infn ad Assergi, sotto quattro chilometri di dura roccia del Gran Sasso e l’Lhc di Ginevra che fine avrebbero fatto quei soldi? O forse questa è una delle grandi opere che questo governo di pressappochisti e venditori di illusioni vuole lanciare?».

La precisazione del Miur
«Ovviamente» il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, nel comunicato ufficiale diffuso all’indomani della sorprendente scoperta sulla velocità dei neutrini, non intendeva parlare di un «tunnel che collega materialmente Ginevra con il Gran Sasso», sottolinea in una nota il Miur, e per questo, di fronte ad una rete impazzita per la bollata gaffe del ministro, la polemica è «assolutamente ridicola». Nel testo del comunicato con cui il ministro Mariastella Gelmini si è congratulata per la ricerca che – se confermata – avrebbe dimostrato la possibilità di valicare la velocità della luce, ad ad eccitare i commenti su facebook e su diversi siti è soprattutto un capoverso: «Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro». Ma il Miur non ci sta e smonta il qui pro quo: «L’ufficio stampa del ministero precisa che, ovviamente, il tunnel di cui si parla nel comunicato di ieri, non può essere per nessuna ragione inteso come un tunnel che collega materialmente Ginevra con il Gran Sasso», si legge in una nota, che aggiunge: «Questo è di facile intuizione per tutti e la polemica è assolutamente strumentale. Il tunnel a cui si fa riferimento è quello nel quale circolano i protoni dalle cui collisioni ha origine il fascio di neutrini che attraversando la terra raggiunge il Gran Sasso. Alla costruzione di questo tunnel e delle infrastrutture collegate l`Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro». Quindi, conclude il Miur, «questa polemica è dunque destituita di fondamento ed è assolutamente ridicola».

Pantaleo, Flc-Cgil: «Gelmini vada a casa»
«Da un ministro convinto che esista un vero tunnel tra il Gran Sasso e il Cern costato solo 45 milioni di euro (come scrive nel suo ultimo comunicato) quando invece, com’è noto, i neutrini possono attraversare indisturbati tutta la Terra proseguendo la loro corsa nello spazio c’è poco da aspettarsi. Vada a casa al più presto assieme ai suoi degni colleghi del governo». Lo afferma Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil. «Senza un rilancio degli investimenti – spiega Pantaleo – anche i settori di punta della nostra ricerca scientifica saranno destinati a diventare sempre meno competitivi. Servono risorse innanzitutto per assumere i precari e tanti giovani. Questo governo invece continua a massacrare la ricerca e l’università».

www.unita.it

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Einstein è vivo. Maxwell pure. È la Gelmini che non si sente tanto bene…, di Marco Cattaneo*

Con la notizia resa pubblica ieri dalla collaborazione Opera, in troppi si sono affrettati a dare per morta la relatività. (E in troppi a proteggerla d’ufficio, quasi non fosse una teoria che funziona mooolto bene, ma un dogma della fede.) Solo qualcuno si è accorto che cambiare c con qualcos’altro nelle trasformazioni di Lorentz metterebbe in ginocchio le equazioni di Maxwell, e che se invece si dovesse dare per buona la relatività ristretta per la descrizione delle interazioni elettromagnetiche allora sarebbe la teoria elettrodebole a crollare. Insomma, come la prendete la prendete, per spiegare i risultati di Opera, se confermati, non basterebbero due conticini buttati lì a casaccio.
Se, ho scritto. Perché nei corridoi freuqentati dagli sperimentali ci sono anche molti dubbi sulla genuinità dei risultati, ma questo mi riservo di dirvelo in un prossimo post.

La notizia bomba, invece, quella passata sotto traccia fino a poco fa (grazie IMHO, lettore fedele, per la meravigliosa segnalazione), è che l’Italia – con la pur marginale collaborazione dell’Europa – ha costruito in men che non si dica un’opera faraonica, altro che la TAV. Lo certifica il sito del Miur, in questa dichiarazione attribuita al ministro.

Ufficio Stampa

Roma, 23 settembre 2011

Dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini
“La scoperta del Cern di Ginevra e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è un avvenimento scientifico di fondamentale importanza.”

Rivolgo il mio plauso e le mie più sentite congratulazioni agli autori di un esperimento storico. Sono profondamente grata a tutti i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo evento che cambierà il volto della fisica moderna.
Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo.

Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.

Inoltre, oggi l’Italia sostiene il Cern con assoluta convinzione, con un contributo di oltre 80 milioni di euro l’anno e gli eventi che stiamo vivendo ci confermano che si tratta di una scelta giusta e lungimirante”.

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Spettacolare, a dir poco, nella forma e nella sostanza.

A voler fare i pignoli, uno non capisce per nessuna ragione al mondo perché il superamento della velocità della luce dovrebbe essere “una vittoria epocale”. Meglio di tre Champions League filate. Ma su, ragazzi, è niente.

Il capolavoro di comicità involontaria arriva appena una riga più giù. Ebbene sì, per fare spazio a questi danatissimi neutrini abbiamo costruito un tunnel – sì, sic, un tunnel – tra il Cern e i Laboratori del Gran Sasso. Al quale l’Italia ha contribuito con la spropositata somma di 45 milioni di euro. Vale a dire tra l’altro che il nostro contributo a una presunta galleria di 730 (settecentotrenta) chilometri (!!!) vale quanto mezzo chilometro di alta velocità ferroviaria (a prezzi italiani, perché altrove se la cavano con molto meno). Un altro chilometro lo investiamo “con assoluta convinzione” nel Cern… (sic, di nuovo).

Ora però che avete avuto i risultati epocali che andavate cercando – si è scordata di aggiungere la signora ministro – dovreste usare la cortesia di spostare quei vostri ingombranti rilevatori, rivelatori o come diavolo si chiamano, così possiamo finalmente inaugurare la più formidabile (epocale, direi) autostrada del mondo: L’Aquila-Ginevra in cinque ore da casello a casello (sarà trafficatissima, immagino, tutti lì per sbirciare i neutrini…). Per la Salerno-Reggio Calabria ne riparliamo tra un’altra quarantina d’anni.

P.S. Per inciso, con questo impressionante background culturale un mese fa il ministro Gelmini ha nominato i presidenti di una dozzina di enti nazionali di ricerca, dopo averne attentamente valutato i curricula. E questo mi fa anche più paura.

* direttore de Le Scienze National Geographic e Mente e Cervello

"Una morta sbagliata", di Alexander Stille

Che vergogna e che tragedia la morte di Troy Davis. Come si fa a mandare a morte una persona sulla cui colpevolezza esistono dei dubbi molto seri? Eppure la Corte Suprema americana ha deciso di negare ogni ulteriore appello dopo la sentenza dello Stato della Georgia, uno Stato dove il razzismo non è un fenomeno sconosciuto. Sette dei nuovi testimoni che hanno deposto al processo di 22 anni fa hanno ammesso di aver reso falsa testimonianza, sei di loro hanno dichiarato che la polizia li ha messi sotto torchio affinché identificassero Davis. Non c´erano prove materiali per mettere in relazione Davis con il delitto e uno dei testimoni che lo ha inchiodato ha poi confessato di aver commesso il reato.
Eppure la Corte Suprema ha negato ogni appello. E pensare che uno dei no è stato proprio di Clarence Thomas, un uomo di colore della Georgia, uno che potrebbe essere lui stesso un Troy Davis – un nero che muore perché si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato – ma che dedica la sua carriera da giurista a dimostrare in un modo contorto, degno di una tragedia di Shakespeare, che la razza non esiste. Alcuni anni fa, il governatore dell´Illinois, tra l´altro un repubblicano (di quelli moderati, una specie in via d´estinzione), ha deciso di sospendere la pena di morte nel suo Stato perché il sistema era talmente inquinato dal razzismo, talmente arbitrario nella sua esecuzione che era impossibile definirla giustizia.
Tutti gli studi sulla pena di morte negli Usa dimostrano che gli imputati neri, a parità di reati commessi, vengono condannati alla pena di morte con maggiore frequenza rispetto ai bianchi. Quando la vittima del reato è bianca e l´imputato è nero le probabilità che l´imputato venga condannato alla pena capitale salgono alle stelle. La mappa della pena di morte assomiglia stranamente a una mappa della vecchia confederazione schiavista. Molte condanne si fondano su testimonianze oculari che sono (contrariamente a quello che si potrebbe pensare) le meno affidabili. Spesso smentite da prove del Dna, inconfutabili. E molti studi scientifici hanno dimostrato la prevedibilità degli errori giudiziari indotti dalle testimonianze oculari. Quando il poliziotto conosce l´identità della persona sospettata quando conduce il line-up dei soliti ignoti oppure mostra foto di possibili colpevoli, consciamente o inconsciamente indirizza il testimone verso la persona “giusta”. A volte il poliziotto sbaglia in buona fede, altre volte un po´ meno. Nel caso di Clarence Brandley, un nero condannato per la morte di una ragazza bianca il poliziotto che lo ha arrestato nel Texas gli ha detto: «Uno di voi morirà per questo e, dato che tu sei il negro, scelgo te». Dopo dieci in carcere, Brandley è stato totalmente scagionato. Il governatore del Texas Rick Perry, candidato repubblicano per la presidenza, ha mandato a morte più persone di qualunque altro, 234 per l´esattezza. Quando gli è stato chiesto, durante un dibattito, se abbia mai avuto dei dubbi o se abbia perso almeno una notte di sonno pensando alla possibilità di aver mandato a morte un innocente, Perry ha risposto di no e il pubblico ha applaudito. Un suo elettore ha scritto al New York Times: «Ci vuole comunque un bel po´ di fegato per condannare un uomo innocente». Come se fosse una virtù. Eppure, durante i dieci anni di Perry alla guida del Texas, quarantuno persone condannate a morte sono state poi scagionate da prove del Dna e in 35 di questi casi – ben l´85 per cento – si è scoperto che i testimoni oculari si erano sbagliati. Eppure la Corte Suprema non ha voluto riconsiderare il caso di Troy Davis e concedere l´appello. Che vergogna.

La Repubblica 24.09.11

"Buon compleanno, tempo pieno", di Francesca Puglisi,

Quaranta anni fa nasceva il ‘tempo pieno’ e segnava il progresso delle scuole italiane verso un modello educativo d’eccellenza che tutta Europa ci invidiava. Fin quando non è arrivata il ministro Gelmini… Il 24 settembre il “tempo pieno” compie 40 anni. E’ in quella data che viene emanata la Legge 820/71 con cui si delinea una scuola diversa da quella tradizionale, che prevedeva un insegnante unico per 24 ore settimanali. Quella legge, che definisce un modello educativo eccellente che ancora oggi tutta Europa ci invidia, fu preceduta da un lavoro partecipato e appassionato di tanti educatori, pedagogisti, lungimiranti amministratori locali, genitori, insegnanti e dirigenti scolastici. Tra i papà del tempo pieno ricordiamo Ettore Tarozzi, Bruno Ciari, Fiorenzo Alfieri, Raffaele La Porta, Francesco De Bartolomeis. E’ stato un cammino lungo, iniziato negli anni ’50, in cui la scuola doveva avere anche la funzione di “offrire un pasto caldo”, per passare ai fertili anni ’60, libertari sì, ma che vedevano nella scuola il luogo in cui ci poteva essere il riscatto degli umili; gli anni 70 con l’istituzionalizzazione del tempo pieno statale attraverso la legge; la stabilizzazione degli anni ’80, che non trova però omogenea diffusione sull’intero territorio nazionale, fino all’attentato della Moratti, il cacciavite di Fioroni, il Napalm della Gelmini. Il tempo pieno e’ scelta politica, per la piena attuazione della scuola della costituzione; e’ cultura organizzativa e gestionale, che realizza appieno il vero senso dell’autonomia scolastica e del rapporto fecondo che ci deve essere tra scuola e territorio; e’ cultura pedagogico didattica. E’ la scuola democratica. E’ il “tempo scuola dalla parte dei bambini”, che li fa sentire accolti, che permette il confronto tra culture diverse, che assicura le competenze di base, sotto una formazione solida al pensare, che ne stimola la creatività. E’ la scuola che, grazie alle ore di compresenza degli insegnanti e al rispetto dei tempi di apprendimento di ogni bambino, permette a maestri e maestre di compiere ogni anno un grande miracolo. Il primo giorno di scuola in prima elementare arrivano bambini e bambine molto diversi tra loro: c’è il figlio del professionista, che sa già leggere e scrivere, c’è quello che sa solo disegnare e quello che non parla neppure l’Italiano. Eppure immancabilmente tutti, non uno di meno, a Natale sanno leggere e scrivere. Quei bambini così diversi, ma ugualmente utili l’uno all’altro, sono diventati una classe.
Ecco perchè il tempo pieno, prima vittima dei tagli, viene considerato “uno spreco” dalla scuola della Gelmini, che seleziona gli alunni da subito, dunque in base al censo. Ed ecco perchè noi invece lo consideriamo “il gioiello di famiglia” del sistema scolastico italiano, da riprendere e mettere in vetrina. Nelle regioni italiane dove questo modello educativo è più diffuso, le rilevazioni Ocse Pisa dimostrano che i bambini hanno un migliore rendimento e successo scolastico. Quando torneremo a governare, dovremo seguire la lezione di Don Milani, che affermava che non c’è più grande ingiustizia di fare “parti uguali tra diversi”. Allora nel Paese in cui le divisioni nascono già sui banchi di scuola, se vogliamo assicurare uguali diritti e opportunità tanto per chi nasce nel centro storico di Torino, quanto per chi nasce allo zen di Palermo, dovremo investire nella diffusione di questo modello educativo -e non solo- stabilendo, come già accade in Francia e negli USA di Obama, le zone di educazione prioritaria. Le zone del mezzogiorno del Paese e le periferie delle grandi città, in cui dovremo ricostruire il tessuto civile, economico, sociale, il senso del rispetto delle istituzioni e della legalità, offrendo una scuola eccellente.
Perchè l’Italia, dopo 20 anni di Berlusconismo, dovremo ricostruirla nelle scuole. Restituendo orgoglio e dignità alla professione dell’educare, facendo diventare le scuole, aperte tutto il giorno, il luogo in cui la comunità si ritrova, immette le energie e le risorse migliori, per disegnare insieme il proprio futuro. Buon compleanno tempo pieno e un ringraziamento personale: dai maestri e dalle maestre dei miei figli, ho imparato ad essere un genitore migliore.

L’Unità 24.09.11

"Nessun capo di governo vuole la foto con Berlusconi", di Lapo Pistelli

La settimana scorsa Cameron e Sarkozy sono andati a Tripoli. L’assenza dell’Italia sembra quasi certificare l’esclusione del nostro paese dal processo di ricostruzione della Libia… Basta sfogliare le prime pagine dei quotidiani del mondo per rendersi conto, senza pregiudizi e paraocchi, che l’Italia vive un momento drammatico della propria credibilità. Il moltiplicarsi degli appelli del Capo dello Stato è direttamente proporzionale al danno inferto da questa lunga agonia del governo Berlusconi. Proprio la proiezione internazionale del Paese è quella maggiormente colpita. Berlusconi si vanta al telefono di avere la fila delle ragazze davanti alla sua camera ? Bene, diciamo che non c’è la fila di capi di governo che vogliono farsi fotografare con lui.
Sul rapporto con la Libia sono più ottimista. Non considero la passerella di Cameron e Sarkozy come un’indicazione di lungo periodo. Sarà il tempo a stabilire chi vuole mettersi al fianco della nuova Libia con continuità e amicizia e chi vuole trarne vantaggio immediato, magari perchè in campagna elettorale.

Lunedì 19 al vertice ONU sulla Palestina di nuovo l’Italia è assente. Come si delinea la politica italiana nell’area mediterranea?
L’Italia ha un destino nel Mediterraneo che le è assegnato dalla geografia. E dalla geografia la politica non può scappare. Come altri, più di altri Paesi, l’Italia sta cambiando un’agenda che era prima tutta schiacciata sul contratto politico fra stabilità delle autocrazie e difesa da immigrazione e fondamentalismo ad un’altra che scommette sulle possibilità aperte dalla primavera araba. Credo però che questo governo non sia il più adatto per interpretare una nuova fase. Lo dimostra anche una posizione non più equilibrata sulla vicenda israelo-palestinese che ha visto il Premier italiano schiacciato sulle posizioni più oltranziste di Netanyahu.

Che conseguenze porta la perdita di credibilità di Berlusconi e del governo nei confronti dei mercati finanziari internazionali?
Come ha scritto Boeri, oramai l’Italia paga tutti i giorni una “papi tax”. L’assenza di guida, l’incertezza delle scelte, le continue marce indietro, l’incapacità di dare al Paese un messaggio chiave di rigore, di equità e di riforme producono un danno reale, non solo politico, per ogni singolo italiano. Talvolta penso per paradosso che la popolazione italiana dovrebbe attivare una “class action” contro i danni concreti subiti dal comportamento di Berlusconi.

Helle Thorning-Schmidt in Danimarca riporta il centrosinistra al governo dopo 10 anni. Quanto potrebbe essere importante la definizione di un progetto comune fra i partiti europei di centrosinistra?
Auguri innanzitutto alla Danimarca riformista che vince. Una buona notizia, visto che invece è appena andato in crisi il governo riformista in Slovenia. E’ difficile dire quanto importante sia concretamente un programma comune dei riformisti per vincere le elezioni: spesso l’occhio degli elettori è tutto rivolto alle vicende interne e soprattutto all’andamento dell’economia. Ma noi pensiamo che avere una piattaforma comune sia comunque decisivo per offrire una lettura diversa del mondo e del ruolo dell’Europa in questo mondo nuovo. Veniamo dagli anni della paura, dell’Europa minima indispensabile, del ripiegamento nelle dimensioni nazionali. La crisi dimostra che la Grecia è scalabile, il Portogallo è scalabile, l’Italia è danneggiabile ma l’Europa tutta intera no. E allora, sviluppo comune, governance politica vera, rilancio della crescita sono le componenti essenziali di un’Europa che guarda avanti. Se non ci si arriva attraverso la strada della passione politica per i valori europei, per il progetto federalista, ci si arrivi almeno attraverso la strada del realismo: l’Europa è oggi la dimensione minima di sovranità efficace per stare dentro alla globalizzazione, per darle un’anima, per non viverne solamente gli scossoni. Il ruolo storico dei riformisti in questa fase è proprio questo qui.

www.partitodemocratico.it

Istruzione, Napolitano chiede risorse I rettori: "Con i tagli gli atenei chiudono", di Manuel Massimo

Il capo dello Stato: “Una scuola moderna ha bisogno di fondi adeguati”. Crui sul piede di guerra: dal 2009, finanziamenti calati di oltre il 7%, e l’anno prossimo sarà peggio : “Danni incalcolabili per gli studenti e la ricerca”. Il sistema universitario italiano, in stato di sottofinanziamento cronico, non può sopportare ulteriori tagli. Lo sottolinea la Crui (Conferenza Rettori delle Università Italiane) che il 22 settembre ha approvato un parere sullo schema di decreto sul Fondo di Finanziamento Ordinario 2011 messo a punto dal Miur. Un corposo documento, tecnico e accorato, in cui i rettori mettono nero su bianco tutte le criticità ancora sul piatto.

L’allarme della Crui arriva nel giorno in cui il Presidente della Repubblica torna a chiedere risorse adeguate per l’istruzione: Napolitano ha sottolineato la necessità che “non sia riservata alla scuola una collocazione riduttiva, attribuendo una quota chiaramente insufficiente alle risorse per l’istruzione, l’alta formazione, la ricerca”. Secondo il capo dello Stato, “proprio nell’affermare criteri di massimo rigore e di effettiva produttività della spesa pubblica, nel mettere mano a una sua profonda revisione e selezione, è possibile e necessario stabilire un nuovo ordine di priorità”, in cui la scuola non figuri all’ultimo posto.

Marco Mancini, presidente della Crui, evidenzia il momento delicato e “finanziariamente difficile” in cui versa il mondo accademico tutto: “Il 2012 è ormai alle porte e gli atenei italiani non sono
in condizione di poter sopportare altri tagli: si stanno già facendo grandi sacrifici, un’ulteriore diminuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario rappresenterebbe un duro colpo al sistema dell’alta formazione del Paese”. Una visione condivisa in toto anche dagli altri rettori, visto che il parere è stato approvato all’unanimità.

“La Crui – si legge nella nota – sottolinea innanzitutto la vivissima preoccupazione dell’intero sistema universitario italiano per i drammatici tagli progressivamente operati sul finanziamento ordinario”. Il conto è presto fatto: rispetto al 2009, in termini nominali, le sottrazioni a questo punto sono pari a – 7,48 punti percentuali e, per il 2012, è previsto un ulteriore decremento del – 5,53 per cento. “Questo – sottolineano i rettori – comporterà il blocco di alcuni fondamentali servizi strategici forniti dalle università, con danni incalcolabili per l’utenza studentesca, per l’offerta di istruzione pubblica e per la ricerca”.

Il cahier de doléances dei rettori è lungo e molto dettagliato: si osserva come l’impianto del nuovo decreto “non tenga ancora conto di alcuni parametri ai fini di una più equa ripartizione del Fondo” (come finanziamento ordinario per studente e costo-standard); si segnala “il grave ritardo con cui il Miur ha provveduto a rendere disponibile lo schema di decreto e i disagi che ne conseguono sul piano della programmazione”; si chiede, inoltre, un impegno maggiore nei confronti di quegli atenei che stanno lavorando per risalire la china e sanare le passività finanziarie pregresse.

Entrando nel merito del provvedimento ministeriale, i rettori passano in rassegna i punti “critici”: gli effetti del turn-over dei docenti nelle singole università ai fini del calcolo della quota-base; la ponderazione dei pesi per determinare la quota-premiale del Fondo; l’esiguità della somma messa a disposizione per favorire la mobilità; e, ancora, un sistema di finanziamento dei consorzi interuniversitari che preveda somme da attribuire mediante bandi sui progetti di ricerca presentati.

I rettori chiedono, inoltre, che il fondo straordinario per incentivare le assunzioni dei ricercatori – attraverso concorsi per associato – sia esteso a tutti gli atenei, mentre invece lo schema di decreto ministeriale attualmente lo limita soltanto ai ricercatori incardinati in quelle università che non sforano il tetto del 90 per cento Ffo/stipendi. Un intervento di buon senso, per estendere la platea dei possibili fruitori ed evitare antipatiche disparità “accademiche”. Infine, tenuto conto del blocco degli scatti stipendiali, secondo la Crui i 18 milioni di euro previsti per l’incentivazione premiale dei docenti appaiono assolutamente insufficienti.

Intanto il Miur, proprio ieri, ha incassato il via libera definitivo dal Consiglio dei ministri sul decreto legislativo relativo al commissariamento degli atenei “in rosso”. Il provvedimento prevede un monitoraggio costante della situazione economico-patrimoniale degli atenei e definisce i parametri per individuare le situazioni “a rischio default”. Il testo definitivo, rispetto alla prima versione, appare meno drastico grazie al sistema dei “cartellini”: il commissariamento di un ateneo in dissesto finanziario avverrà per gradi e solo dopo un “giallo” di avvertimento. Il “rosso”, cioè il commissariamento vero e proprio, scatterà per quelle università in disequilibrio economico-patrimoniale temporaneo che non metteranno i conti in ordine dopo un percorso di risanamento vigilato dal Miur; o che, in caso di dissesto finanziario acclarato, non rispetteranno il piano di rientro concordato in tempi certi.

La Repubblica 24.09.11

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Ancora tagli al sistema universitario

Il Ministro Gelmini presenta la bozza di decreto sul Fondo di Finanziamento Ordinario per il 2011. Con il solito ritardo di questi ultimi anni il Ministro Gelmini presenta alla CRUI al CUN ed al CNSU la bozza di decreto sul FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) per il 2011. Pesantissimi i tagli previsti per il sistema universitario:

– 3,3% rispetto al FFO 2010

– 7,4% rispetto al FFO 2009

A ciò si aggiunge il già preventivato taglio di un ulteriore 5,5% nel 2012.

Il Ministro certifica di fatto la fine del sistema di istruzione universitario così come l’abbiamo conosciuto sino ad oggi, ipotecando con cecità e furore ideologico il futuro stesso del Paese. Privi di un vero e competitivo sistema nazionale di istruzione universitaria siamo destinati al declino ineluttabile ed ad una devastante prospettiva di impoverimento culturale scientifico ed economico.

La bozza di decreto prevede che tutti gli adempimenti della Legge 240/2010 siano dentro l’FFO deprivando ulteriormente le Università delle risorse per poter “sopravvivere”. Per poter sbandierare l’incentivo al “merito” le risorse a questo dedicate crescono di oltre 100 milioni rispetto al 2010. Ma poiché le Università sono già allo stremo, l’ineffabile Ministro prevede che non si potrà scendere sotto il 5% di tagli rispetto al finanziamento del 2010, né crescere di un euro. Quindi da un lato si incrementano le quote soggette al “merito”, dall’altro si mettono paletti.

Inaccettabile tutto ciò mentre le risorse non bastano neppure per pagare il riscaldamento, aprire le aule, pagare gli stessi stipendi. Il merito si può incentivare ma se e solo se se ci sono risorse adeguate, non quando tutti sono ormai alla canna del gas. Le risorse per favorire la mobilità dei docenti, invece di essere incrementate, vengono per il secondo anno consecutivo, drasticamente ridimensionate, contraddicendo gli impegni del Ministero.

Ma questo Ministro è interessato agli “annunci”, poco o niente alla soluzione dei problemi.

Al di là di qualsiasi proclama mediatico, le politiche di questo Governo smantellano coscientemente il sistema universitario pubblico:

il personale è ai livelli degli anni 90 mentre gli studenti sono raddoppiati
non c’è nessuna prospettiva di nuovo reclutamento, stante le risorse disponibili e si brucia così un’ intera generazione di giovani studiosi con il precariato che cresce invece di diminuire
si dimezzano i corsi di studio rispetto a quelli previsti prima dell’introduzione del 3+2
il personale tecnico-amministrativo è costretto a sopperire con sempre maggiori carichi di lavoro ai tagli di organico
gli stipendi di tutto il personale subiscono una perdita del potere d’acquisto che nei prossimi anni raggiungerà livelli insopportabili e che ci allontanerà ulteriormente dall’Europa
il finanziamento alla ricerca è al suo minimo storico
il diritto allo studio delle classi meno abbienti è sempre più una chimera
il governo democratico degli atenei, dopo l’emanazione della cosiddetta riforma, è sempre più nelle mani di pochi
le università vendono i propri immobili, si indebitano con gli affitti e campano alla giornata in attesa del “default”

Questo Ministro, questo Governo se ne devono andare e subito perchè ogni giorno che passa ci avvicina sempre di più ad un punto di non ritorno

da www.flcgil.it

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Napolitano: Ognuno faccia la sua parte. Lo dobbiamo ai giovani, di Marcella Ciarnelli

Il richiamo all’inaugurazione dell’anno scolastico al Quirinale con Gelmini. Agli studenti: «Abbiamo il dovere di darvi speranza, motivi di fiducia nel domani». La sua inquietudine, il suo «assillo » davanti alla situazione di crisi che rischia di portare al collasso l’economia del Paese, il presidente della Repubblica l’ha ancora una volta resa esplicita parlando ai ragazzi arrivati al Quirinale da ogni parte d’Italia per l’inaugurazione ufficiale dell’anno scolastico. Nei giorni scorsi il premier è salito al Colle ed ha sostenuto, in preda ad un fin qui ingiustificato ottimismo, che la situazione è migliore di quella che appare, che gli speculatori tengono nel mirino l’Italia che un rinnovato impegno del governo porterà fuori dallo tsunami. In attesa di verifiche concrete resta il fatto che la crisi morde e che, lo ha ribadito il presidente, «il nostro Paese è chiamato a prove difficili e quindi a un nuovo grande sforzo comune negli anni che ci stanno davanti, dopo questo già pesante 2011. L’Italia si sta cimentando con precisi impegni di riequilibrio finanziario e deve ora affrontare senza indugio la sfida del tornare a crescere, del crescere di più e meglio, del crescere unita». Ma qualunque obiettivo, a cominciare da quello «ineludibile dell’abbattimento del debito pubblico, guai se non ce ne facessimo carico » non potrà essere raggiunto se non facendo «ognuno la propria parte». Solo così, si è augurato Napolitano «l’anno prossimo il nostro incontro potrà svolgersi in un’atmosfera nazionale e internazionale più serena». IL DOVERE DELLA SPERANZA Ma l’imperativo è quello di un impegno serio da parte di tutti coloro che sono chiamati a decisioni anche difficili, impegnative, da parte di chi «ha il dovere di dare speranza » ai giovani che sono «portatori di speranza». Che sono il futuro ma che «dai meravigliosi piccolini ai più grandi» avvertono certamente nelle loro case, nelle loro famiglie «il peso delle gravi difficoltà che stiamo affrontando». Al ministro Gelmini, ai ragazzi, ai protagonisti con docenti e altri addetti, «della cerimonia più bella e gioiosa che ospitiamo al Quirinale» bisogna dare certezze avvertendoli, però, che «la serenità, il benessere, non solo in seno alla famiglia ma anche nella società e nel Paese, sono solo in piccola parte un regalo della buona sorte o qualcosa di acquisito per sempre, ma sono invece soprattutto il frutto di una conquista quotidiana che premia l’impegno ». Occorre un lavoro comune, un’unità d’intenti come quella che ha caratterizzato la celebrazione dei 150 anni dato che stiamo vivendo un altro di quei momenti in cui bisogna fare un grande sforzo per garantirci un degno futuro, per garantirlo alle generazioni più giovani ». Ma chi ha il dovere e l’obbligo di prendere decisioni, «noi che abbiamo responsabilità nella guida del Paese, abbiamo il dovere di darvi speranza, di darvi seriamente motivi di fiducia nel domani», e lo dobbiamo fare tenendo ben presente che «non possiamo lasciare sulle spalle delle generazioni più giovani quellamontagna di debito, che bisogna affrontare la sfida con l’assillo di dare una scossa al muro della disoccupazione giovanile che è quello di tante famiglie ed è anche il mio». La scuola ha un ruolo fondamentale. Ma bisogna procedere «a ritmo più celere e costante». Quindi «nell’affermare criteri di massimo rigore e di effettiva produttività nella spesa pubblica, nel mettere mano ad una profonda revisione e selezione, è possibile e necessario stabilire un nuovo ordine di priorità, nel quale non sia riservata alla scuola una collocazione riduttiva, attribuendo una quota chiaramente insufficiente alle risorse per l’istruzione, l’alta formazione, la ricerca. Una scuola moderna richiede una quota adeguata di risorse nell’ambito del bilancio dello Stato» pur in presenza di tagli dolorosi ma necessari che però non devono impedire di dare «a tutti i talenti l’occasione di esprimersi. Sempre più giovani devono ricevere una formazione che regga il confronto internazionale». I CERVELLI IN FUGA Una scuola migliore, quindi, e la possibilità di occupazione effettiva e qualificata una volta conclusi gli studi. Ancora una volta Napolitano, nel giorno in cui da Ginevra giungevano straordinarie novità,non ha dimenticato di rimarcare «il dato davvero preoccupante dei troppi nostri bravi laureati che per necessità lasciano ogni anno il nostro Paese, non trovando lavoro qui e che, nonostante recenti provvidenze di legge, difficilmente poi rientrano».

L’Unità 24.09.11