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"Palestina, il momento non è ancora venuto", di Marta Dassù

È venuto il momento»: nel suo discorso di ieri alle Nazioni Unite, fra applausi scroscianti, il Presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, ha motivato la richiesta per l’ammissione all’Onu di uno Stato indipendente e sovrano, all’interno dei confini del 1967. Èvenuto il momento, ha ripetuto varie volte un vecchio leader, deciso a scrollarsi di dosso l’eredità di Yasser Arafat. È venuto il momento, anche se Barack Obama ha già annunciato che Washington metterebbe il suo veto in Consiglio di sicurezza. È venuto il momento, anche se il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, ha ribadito a una gelida platea di New York – ma dove Israele può ancora contare su una «minoranza morale» – che l’unica soluzione possibile resta la pace, prima dello Stato. Ecco, il problema è che il momento non è ancora venuto. La richiesta di Mahmoud Abbas, è giusto saperlo, è soprattutto simbolica. Perché ci vorrà del tempo per andare ai voti. E l’esito è scontato in anticipo: senza un accordo negoziato con Israele, uno Stato palestinese sovrano non nascerà. Solo il Consiglio di sicurezza, infatti, può ammettere un nuovo Stato a pieno titolo; e non accadrà, in assenza di un accordo con Israele. Il massimo a cui Abbas può aspirare è il riconoscimento della Palestina, da parte dell’Assemblea generale, come Stato osservatore permanente senza diritto di voto. È la soluzione «vaticana» per lo Stato palestinese: secondo parte degli europei, a cominciare da Nicolas Sarkozy – il Presidente francese più filo-israeliano dal 1967 in poi ma anche il Presidente deciso a tentare il grande rilancio della Francia nelle terre d’Arabia – è la soluzione su cui puntare, insieme alla ripresa di un negoziato bilaterale in tempi certi e stretti. Il Quartetto (Stati Uniti, Ue, Un, Russia) ha proposto negoziati entro un mese, da New York. E si continua a discutere in che modo una Risoluzione «vaticana» potrebbe tranquillizzare Israele su uno dei punti principali: che la Palestina rinunci a usare la Corte criminale internazionale per perseguire le politiche dello Stato ebraico.

Gli scenari reali – fra discorsi, diplomazia e simboli – sono questi. Per Abbas è decisivo presentarli come una vittoria, almeno parziale; se perdesse, il vincitore sarebbe Hamas e l’Autorità palestinese si troverebbe con un’intifada in casa, prima che contro Israele. È un punto di cui Netanyahu deve essere consapevole. Per il premier israeliano, d’altra parte, il discorso di Barack Obama all’Assemblea di New York – con l’opposizione esplicita del Presidente americano, ormai in campagna elettorale, a uno Stato palestinese dichiarato per mezzo di Risoluzioni dell’Onu, invece che di negoziati con Gerusalemme – è già un mezzo successo. Israele, dopo avere perso l’alleanza privilegiata con Ankara e il pilastro dell’Egitto di Mubarak, ritrova almeno l’America. O quello che ne rimane sulla scena medio-orientale. Il principio sollevato da Abbas a New York non è controverso. È semplice e noto: come prevedono le Risoluzioni dell’Onu, dal 1947 in poi, i palestinesi hanno diritto al loro Stato, esattamente come gli israeliani. Gli Stati Uniti (da Clinton a Bush figlio a Barack Obama), l’Unione europea (al di là delle sue divisioni fra governi filo-israeliani e governi filo-arabi), l’élite politica israeliana (Netanyahu incluso, nonostante gli errori compiuti e gli insediamenti accumulati) sono d’accordo su questo, sono d’accordo che la soluzione al conflitto israelo-palestinese è fondata su due Stati. In discussione non è il principio, quindi. In discussione è se l’iniziativa diplomatica del Presidente palestinese, specchio delle frustrazioni della sua gente e del timore dell’Anp di perdere legittimità all’interno, aumenti o riduca le possibilità di un accordo con Israele che, con l’ultimo governo, ha fatto di tutto meno che negoziare sul serio.

Può insomma funzionare una «terza via alla Palestina» – per usare la definizione del Foreign Affairs? Dopo la fase della lotta armata e quella del negoziato senza fine promosso da Washington, il tentativo palestinese è di fare leva sui risultati ottenuti da Salam Fayyad (il premier tecnocratico, che per quattro anni ha puntato a costruire le condizioni economiche e le istituzioni del futuro Stato) e sulla legittimità del passaggio alle Nazioni Unite. Riuscirà? Il rischio vero è che, dopo New York, i negoziati per la riconciliazione con Hamas e le future elezioni premino paradossalmente il partito – Hamas, appunto – che ancora respinge la soluzione dei due Stati. E che è pronto a descrivere il passaggio all’Onu di Abbas come una sconfitta, più che una vittoria. Il che ci riporta al problema principale, scontato ma quasi dimenticato nei commenti di questi giorni. L’Anp sta chiedendo a New York il riconoscimento della propria sovranità su un territorio che non è in grado di controllare del tutto. Finché Hamas resterà al comando a Gaza, uno Stato palestinese unitario non sarà credibile. Anche per questo, non è così ovvio che l’iniziativa diplomatica palestinese, combinata alla pressione internazionale, riesca a far funzionare un negoziato con Israele. Al di là delle responsabilità negative del governo Netanyahu, la realtà è che lo Stato ebraico è in una situazione strategica difficilissima. Per la prima volta da decenni, il pericolo di un progressivo isolamento non è immaginato ma è reale. Una situazione che, si dice con troppa facilità dall’esterno, dovrebbe spingere gli israeliani a capire che la nascita di uno Stato palestinese è nei loro migliori interessi. Sì, ma se sarà uno Stato unitario e deciso a vivere in pace con lo Stato ebraico. Il timore di Israele è che la richiesta palestinese alle Nazioni Unite generi invece nuove violenze anche nella West Bank; in un contesto, quello dei rivolgimenti arabi, molto più delicato di prima. Difficile fare previsioni, quindi. Ma la sensazione è netta: l’alternativa a una soluzione negoziata non sarà la nascita per via unilaterale di uno Stato palestinese, poi sanzionata sul piano internazionale; sarà un nuovo conflitto, con ramificazioni regionali più rischiose che in passato.

La Stampa 24.09.11

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La lunga marcia verso uno Stato palestinese

Il presidente dell’Anp Abu Mazen ha consegnato al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon il documento con la richiesta di riconoscimento dello stato palestinese. Ecco le date che hanno segnato il travagliato cammino dei palestinesi fino ad oggi:

– 1947: l’Assemblea generale Onu adotta la risoluzione 181 che divide la Palestina (allora sotto mandato britannico) e crea due Stati, uno ebraico e uno arabo, e dà a Gerusalemme uno status internazionale. I Paesi arabi non l’accettano

– 1948: nasce lo Stato di Israele

– 1964: primo Congresso nazionale palestinese: nasce l’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e approva un testo che rivendica il diritto dei palestinesi alla sovranità e all’autodeterminazione e condanna la creazione di Israele.

– 1974: l’Olp accetta l’idea di una Autorità nazionale su «tutto il territorio liberato della Palestina». L’Assemblea Onu riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e all’indipendenza e riconosce all’Olp lo status di osservatore.

– 1982: La Lega Araba adotta un piano che riconosce implicitamente Israele e prevede la creazione di uno Stato palestinese e il ritiro israeliano dai Territori occupati nel 1967 (Striscia di Gaza e Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est).

– 1987-1993: prima Intifada (rivolta delle pietre). Vengono uccisi almeno 1.600 palestinesi e 84 israeliani.

– 1988: proclamazione ad Algeri dello ’Stato palestinese indipendentè, in base alle risoluzioni 242 e 338 dell’Onu che chiedono il ritiro israeliano dai Territori e negoziati.

– 1991: conferenza di pace interaraba a Madrid. Per la prima volta ci sono sia gli israeliani che i palestinesi.

– 1993: dopo 6 mesi di negoziati indiretti segreti a Oslo, Israele e Olp si riconoscono a vicenda e firmano una Dichiarazione di principio su un’autonomia palestinese transitoria di 5 anni. Stretta di mano storica fra il premier israeliano Yitzhak Rabin e il capo dell’Olp, Yasser Arafat.

– 1994: Arafat forma a Gaza l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di cui sarà eletto presidente nel 1996. Israele si ritira dal 70% della Striscia di Gaza e dall’enclave di Gerico. Arafat, Rabin e Shimon Peres ottengono il Premio Nobel per la Pace.

– 1995: accordo Oslo II a Washington: autonomia palestinese estesa alla Cisgiordania. In novembre Rabin viene assassinato da un estremista ebreo.

– 1998: Wye Plantation (Maryland, Usa), accordo provvisorio tra Arafat e premier israeliano Benyamin Netanyahu sul ritiro israeliano dal 13% della Cisgiordania.

– 2000: fallisce vertice di Camp David patrocinato da Bill Clinton: Arafat e il nuovo premier israeliano Ehud Barak non trovano accordo sul rientro dei profughi palestinesi e sullo status di Gerusalemme. In settembre scoppia la seconda Intifada (6.000 vittime di cui 5.000 palestinesi). Falliscono anche i colloqui israelo-palestinesi a Taba (Giordania).

– 2002: Lega Araba chiede ritiro di Israele dai territori palestinesi entro i confini del 1967 e soluzione del problema rifugiati in cambio di completa normalizzazione dei rapporti fra Stato ebraico e Paesi arabi. Consiglio sicurezza Onu per la prima volta in risoluzione 1397 parla di Stato palestinese. Il presidente Usa George W. Bush evoca la soluzione dei «due stati per due popoli» uno accanto all’altro.

– 2003: nasce la ’Road Map’ del Quartetto (Usa, Onu, Russia, Ue) che prevede fine di violenza palestinese e di colonizzazione ebraica, creazione di uno Stato palestinese entro il 2005.

– 2005: Israele (premier Ariel Sharon) smantella le sue colonie nella Striscia di Gaza dopo 38 anni di occupazione. Mahmud Abbas (Abu Mazen) vince elezioni presidenziali Anp.

– 2006: l’organizzazione radicale Hamas vince elezioni legislative. Prima grave frattura tra i palestinesi: Abu Mazen non accetta esito voto e indice elezioni anticipate. – 2007: Hamas occupa con le armi la Striscia di Gaza. Ad Annapolis (Usa) incontro Abu Mazen-premier israeliano Ehud Olmert, ma i negoziati per la pace si arenano nel 2008.

– 2008-2009: Israele attacca Hamas nella Striscia di Gaza con l’operazione militare ’Piombo Fusò (1.400 palestinesi uccisi).

– 2009: Il premier Netanyahu accetta per la prima volta l’idea di uno Stato palestinese, ma con limiti draconiani.

– 2010: In ottobre, a Sirte (Libia), Paesi arabi favorevoli a proposta fatta da Abu Mazen di chiedere all’Onu uno Stato di Palestina nei confini del 1967. – 2011: in giugno Abu Mazen annuncia per settembre la richiesta all’Onu di adesione dello Stato di Palestina.

La Stampa 24.09.11

"Romano un super rospo per la Lega", di Michele Brambilla

Proviamo a immaginare la faccia di un militante leghista – non c’è bisogno di pensare a quelli con in testa le corna da Celti: bastano quelli con un fazzoletto verde nel taschino – di fronte al curriculum vitae dell’onorevole Francesco Saverio Romano. Intanto, è nato a Palermo. Poi, è stato democristiano. Quindi, dell’Udc di Casini (uno dei bersagli preferiti degli insulti di Bossi). Adesso è di un partito che non abbiamo capito bene come si chiama, visto che il sito ufficiale della Camera per comunicarlo impiega, anziché una riga, una mezza pagina: nella quale francamente ci si perde, essendo Romano passato in questa sola legislatura dall’«Unione di Centro» al «Gruppo Misto»; quindi da «Noi Sud – Libertà e autonomia, I Popolari di Italia domani» a «Iniziativa Responsabile», e infine a «Popolo e Territorio». Il motivo di tanto peregrinare è poi spiegato sul sito personale dell’onorevole Romano: «Insieme ai deputati meridionali Calogero Mannino, Michele Pisacane, Giuseppe Drago e Giuseppe Ruvolo aderisce al Gruppo Misto fondando il movimento Popolari di Italia domani (Pid) abbandonando quindi il ruolo di opposizione e schierandosi a sostegno della maggioranza parlamentare di centrodestra di Silvio Berlusconi». Sostegno ricompensato, il 23 marzo scorso, con la nomina a ministro dell’Agricoltura. Ultimo dettaglio: il Nostro è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Adesso torniamo alla faccia del militante leghista che legge. Meridionale, democristiano, casiniano, trasformista premiato con un ministero, indagato per mafia: sembra il ritratto perfetto di quell’esemplare di politico che la Lega Nord ha sempre giurato di volere spazzare via. Ricordate gli slogan dei primi tempi? Quel «lumbard tas» (lombardo, taci) con cui i primi leghisti denunciavano lo strapotere dei professori meridionali nelle scuole? E il «via da Roma» scopiazzato a Martin Lutero? E il «Roma ladrona», e il cappio per gli inquisiti, e così via? Lungi da noi far pensare che Francesco Saverio Romano non sia una degna persona. Tutto ciò che c’è nel suo curriculum non è motivo di condanna. Nemmeno l’essere indagato per mafia, visto che ciascuno è innocente fino a sentenza definitiva. Stiamo solo dicendo che a un leghista un simile personaggio provoca l’indigestione. Tanto più se si pensa che il ministero occupato da Romano era, all’inizio della legislatura, proprio di un leghista: Luca Zaia.

Eppure, dopo aver digerito i salvataggi di Caliendo, di Cosentino e di Milanese, i militanti della Lega dovranno a quanto pare mandare giù anche questa. Mercoledì prossimo, 28 settembre, alla Camera si voterà infatti una mozione di sfiducia che Pd, Fli e Idv hanno presentato nei confronti di Romano in seguito al rinvio a giudizio chiesto dalla Procura di Palermo. E ieri Marco Reguzzoni, il capogruppo, ha già detto che la Lega voterà «no» alla sfiducia. Non è che Reguzzoni – e Bossi che ha preso la decisione – siano pazzi. Al contrario, seguono un calcolo più che razionale. Se il ministro indagato per mafia viene sfiduciato, il suo gruppo – i cosiddetti Responsabili – tornano da dove erano venuti, e tolgono la stampella offerta un anno fa a Berlusconi. Salvando Romano, la Lega salva il governo. Su questo non si discute. Resta da capire se salva anche se stessa. Al di là delle risentite smentite dei suoi colonnelli, la Lega è oggi un partito in difficoltà. C’è Bossi che non vuole mollare Berlusconi, a costo di cercar la bella morte. E c’è Maroni che pensa: prima ci smarchiamo dal Cavaliere che affonda, più probabilità abbiamo di non venire puniti alle prossime elezioni. La «base» sembra più in sintonia con Maroni. Pare sfiduciata e arrabbiata: alla festa di Venezia c’era poca gente, e a Radio Padania debbono filtrare le telefonate per non mandare in onda gli insulti. Checché se ne dica (anzi se ne strilli) ai comizi, ci sono segnali inequivocabili: quelli delle urne. In un anno la Lega è passata dal trionfo delle regionali al crollo delle comunali. Dunque mercoledì prossimo Bossi sarà di fronte a un dilemma. Salvare Romano vorrebbe dire restare al governo. Ma restarci grazie a una di quelle alchimie che la Lega chiama «il marciume del Palazzo». Per il popolo padano sarebbe un rospo, l’ennesimo, e non è detto che sia disposto a ingoiarlo.

La Stampa 24.09.11

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“Il satellite Romano precipita sulla Lega”, di Francesco Lo Sardo

Il Carroccio guarda con ansia al nuovo banco di prova: il salvataggio del ministro siciliano
«Un innocuo satellite ormai in disuso precipiterà al nord: è la Lega alle prossime elezioni?». Un titolo di Dagospia, ieri, la metteva sul ridere. La faccenda, però, si fa sempre più drammaticamente seria per il notabilato governativo e parlamentare del Carroccio, costretto a fare i conti con lo scollamento della base elettorale delusa, esasperata e sempre più insofferente all’abbraccio con Berlusconi.
L’aria che tira è pesante. Giovedì, vista la traiettoria di caduta dell’ordigno grosso come un autobus su Piemonte, Lombardia e Veneto, tra i deputati leghisti con la valigia e in procinto di tornare al nord con la coda tra le gambe dopo aver votato per il salvataggio di Marco Milanese circolava una battuta amara: «Ci daranno pure la colpa del satellite che precipita in Padania».
Il governatore leghista piemontese Cota ha rassicurato dalla prima pagina della Padania che non c’è «alcun allarme » per la popolazione, sebbene nessuno possa dire dove finiranno esattamente i pezzi del vecchio satellite Nasa.
Viceversa tutti sanno con certezza e precisione quando, dove e chi colpirà la caduta del vecchio satellite dc, poi Cdu, poi Udc, poi Pid (Popolari Italia di domani, uno dei partitini che tiene a galla Berlusconi e il cui ispiratore era ed è Totò Cuffaro) Saverio Romano, da marzo ministro dell’agricoltura, rinviato a giudizio per associazione mafiosa e perciò oggetto di tre mozioni di sfiducia (Pd, Fli e Idv) a Montecitorio.
Ora e data dell’impatto: pomeriggio di mercoledì 28 settembre. Per il Pdl una quisquilia: i berluscones hanno il pelo sullo stomaco e un elettorato in grado di digerire qualsiasi cosa, persino credere che Ruby sia la nipote di Mubarak. Invece il partito destinato, ancora una volta, a pagare il tributo politico più salato per il voto dell’aula sarà la Lega. Il suo voto in difesa di Romano è scontato e ieri il capogruppo Reguzzoni l’ha annunciato formalmente: «Abbiamo votato compatti contro l’arresto di Milanese e ora bocceremo la sfiducia al ministro Romano».
Per l’elettorato leghista sarà un altro choc: ma molto più violento di quello su Milanese, vista la specificità e particolarità del caso Romano, sulla cui nomina a ministro – per via dei procedimenti penali già pendenti nei suoi confronti – espresse riserve persino Giorgio Napolitano e per il quale è poi scattato a luglio il rinvio a giudizio da parte della procura di Palermo. «Avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento dell’associazione mafiosa», è l’accusa dei pm al politico e ministro siciliano.
«La base capirà», continua a ripetere Bossi e per quel che riguarda i soci-militanti può anche darsi sia così. Il dramma della Lega però non sono loro, ma gli elettori in fuga. In base ai dati 2003 (sulle cifre degli iscritti è poi calato il silenzio) si può calcolare che per ogni cento persone che votano Lega solo 4 sono militanti, gli altri 96 sono elettori d’opinione.
Chi spiegherà a questa massa di elettori già infuriati con Bossi e delusi da Maroni perché la Lega fa da scudo anche a Romano? Per 130mila militanti che, forse, capiranno ci sono milioni di elettori che continueranno allontanarsi dalla Lega dopo averla fatta volare dall’8 per cento (3 milioni di voti) nel 2008, al 10 alle europee 2009, al 12 alle regionali 2010: dal caso Ruby in poi, a forza cedimenti a Berlusconi, il Carroccio è precipitato nei sondaggi al 9 e il crollo continua.
Ma che fare? Il via libera a Romano all’agricoltura della Lega fu pagato alla Lega facendole mettere il cappello sulla nomina di Orsi al vertice di Finmeccanica e garantendole un posto in cda e un altro posto in Enel. Adesso, accuse di mafia o meno, pacta sunt servanda. Poltrona per poltrona.

da Europa Quotidiano 24.09.11

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E ora la Lega salverà anche il ministro accusato di mafia

Per il Carroccio il peggio deve arrivare. Alfano: nuova legge elettorale
Infuriano le polemiche nel popolo leghista dopo il salvataggio (dal carcere) di Marco Milanese, con una base preoccupata dal “tradimento” delle originarie ragioni del Carroccio che specie sulla questione morale aveva costruito la propria immagine.
E l’ansia cresce con lo sguardo rivolto a mercoledì prossimo, quando la camera dovrà pronunciarsi sulla mozione di sfiducia individuale presentata delle opposizioni contro il ministro Saverio Romano, rinviato a giudizio per mafia. Cosa farà Bossi? Cosa farà Maroni?
La previsione è che anche stavolta la Lega farà prevalere la ragion politica, cioè la sopravvivenza di un governo che resta comunque malandato.
L’esecutivo di Berlusconi infatti è stato nuovamente bombardato da Emma Marcegaglia (la Confindustria ha varato un “manifesto” molto duro, in cui si chiede «un vero cambiamento») e resta sempre in preda alle convulsioni interne, ultima (ma non certo inedita) quella fra il premier e Giulio Tremonti.
Il voto di due giorni fa sull’ex braccio destro del ministro dell’economia dunque non ha mutato i termini di una situazione che rimane pericolante, con un quadro economico che da lunedì tornerà certamente a destare nuove preoccupazioni, malgrado il nuovo appello alla crescita ripetuto ieri da Giorgio Napolitano.
In questo quadro, il Pdl le tenta tutte. Ieri il segretario Alfano ha garantito che il suo partito ha in programma di rivedere quella legge elettorale imposta dalla maggioranza e dal suo ministro Calderoli su cui peraltro pende la domanda referendaria (sulle firme ormai ci siamo e sulla sentenza di ammissibilità della Corte nessuno può fare previsioni).

da Europa Quotidiano 24.09.11

"Riprendiamoci la Rai uno slogan per tutti", di Giovanni Valentini

Con l´inammissibile attacco al presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, Sergio Zavoli, accusato dal direttore (uscente) del Tg Uno di essere un uomo di parte, la crisi della Rai è arrivata all´ultimo stadio: quello istituzionale. E la paralisi dell´azienda, rappresentata scenograficamente dai consiglieri della maggioranza con la decisione di far mancare il numero legale nell´ultima seduta per bloccare le nomine proposte dal direttore generale, ha raggiunto il punto di non ritorno. Siamo ormai a un passo dall´autodistruzione.
La “direttora di latta”, già clamorosamente smentita dal suo stesso consiglio d´amministrazione sul contratto con Serena Dandini per la trasmissione “Parla con me”, ha dovuto subire così un nuovo colpo alla propria immagine e credibilità. Questa volta il suo pacchetto di nomine non è stato neppure respinto, ma semplicemente congelato, rinviato, accantonato. E così la Terza rete, orfana di Paolo Ruffini passato nel frattempo a La 7, resta ancora priva di guida in attesa dell´insediamento di un professionista esperto e collaudato come Antonio Di Bella; mentre al Tg Due il direttore “ad interim”, Marcello Masi, si accinge legittimamente a sostituire d´ufficio il dimissionario Mario Orfeo dopo una “vacatio” di oltre tre mesi.
Ha un bel dire allora il presidente Paolo Garimberti che “la Rai è paralizzata dai giochi di potere”. O il direttore generale, Lorenza Lei, che si rifugia nell´alibi del “vorrei ma non posso”. Entrambi hanno il dovere morale di trarne le conseguenze, per impedire il disastro e favorire una svolta nella gestione fallimentare dell´azienda: altrimenti, rischiano di diventare oggettivamente complici di un crac.
A questo punto, l´unica chance in mano al “presidente di garanzia” eletto da una maggioranza trasversale e ai consiglieri nominati dall´opposizione è quella di autosospendersi dal loro incarico: cioè di non partecipare più al consiglio di amministrazione, provocando magari un soprassalto di responsabilità da parte degli altri. Se i rappresentanti del centrodestra ricorrono addirittura al “filibustering”, in senso parlamentare, cioè all´ostruzionismo che provoca appunto la mancanza del numero legale, che cosa ci stanno a fare ancora i consiglieri di minoranza? La guardia al bidone? I convitati di pietra?
C´è a ben vedere un collegamento diretto tra lo stallo di palazzo Chigi e quello di viale Mazzini. È l´istinto di sopravvivenza e di autoconservazione che accomuna un gruppo di potere allo sbando. Un atteggiamento di arroganza e allo stesso tempo di paura e disperazione, da parte di una maggioranza che non c´è più.
La Rai, si sa, è sempre stata nella sua storia il megafono del governo in carica. Ma ormai è diventata – per così dire – la “cinghia di trasmissione” tra il regime televisivo arroccato nel suo isolamento e il popolo italiano sempre più disorientato e sgomento. E come a palazzo Chigi, anche a viale Mazzini occorrerebbe un “governo di salute pubblica”, un commissariamento, un direttorio, per uscire da un´impasse che mette a repentaglio il futuro del Paese e dell´azienda di Stato.
“Riprendiamoci la Rai”, esorta lo slogan con cui è scattata la mobilitazione dell´Usigrai, il sindaco dei giornalisti interni, in preparazione di uno sciopero di due giorni. Ed è giusto che lo dicano i dipendenti dell´azienda, a cominciare dagli oltre mille professionisti che – nonostante tutto – continuano quotidianamente a fare informazione o cercano di farla. Ma “Riprendiamoci la Rai” dovremmo ripeterlo tutti noi cittadini, telespettatori e abbonati, espropriati del servizio pubblico radiotelevisivo, vittime di una disinformazione di massa, tenuti a pagare un canone che non corrisponde al disservizio fornito.
Alla mobilitazione aziendale, deve affiancarsi perciò una mobilitazione esterna, civile, popolare. Già qualche mese fa avevamo proposto qui una “class action” dei consumatori contro la Rai e contro i dirigenti infedeli che favoriscono la concorrenza. L´idea è sempre valida. Ma tante altre azioni si possono mettere in atto per esercitare una pressione sul vertice dell´azienda: dalla disdetta del canone al boicottaggio organizzato dei prodotti pubblicizzati negli spot sulle reti del servizio pubblico.
Dobbiamo riprenderci la Rai per sottrarla alle grinfie di un premier “a tempo perso” che è anche il suo principale concorrente; alle mani di un potere ottuso e moribondo; alle brame di una partitocrazia che finora l´ha considerata terreno di scorribande politiche e clientelari. Oggi la televisione italiana è, purtroppo, lo specchio del Paese. Domani l´Italia potrà essere migliore, se sarà migliore la sua televisione.

La Repubblica 24.09.11

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“Autunno Rai”, di Mario Lavia

L’anno televisivo della Rai è cominciato malissimo. Rientrata da un’estate in cui ha brillato per l’assenza, nonostante qualcosina su cui informare vi sia stata, tipo la più grave crisi economica mondiale, l’informazione del servizio pubblico sta già facendo cadere le braccia. Non vorremmo che le persone più attente alla qualità dell’informazione siano già assuefatte: tanto c’è Mentana, o SkyTg24. Come per i giovani del Sud che il lavoro nemmeno lo cercano più, tanto non c’è.
Bisognerebbe invece trovare la forza per protestare ancora. E dunque, per noi, ripetere che il Tg1 fa abbastanza schifo non costituisce una novità, anche se qui si va sempre peggio. Alle 20, qui in redazione, è automatico premere il tasto de La7, se vogliamo capirci qualcosa, merito di Mentana e della sua bella redazione, certo, ma molto è demerito di Minzolini, un direttore che stravolge la gerarchia delle notizie, occulta le magagne governative (per quanto possibile, nemmeno lui può fare miracoli), propala linee politiche che nemmeno l’ultimo gregario di palazzo Grazioli: e se l’audience cala, chissenefrega.
Hanno insistito un’altra volta sul programma politico di Giuliano Ferrara, che certo sta a Minzolini come D’Annunzio a Farinacci, ma sempre lì stiamo, ad un programma non solo di parte ma pure non graditissimo al pubblico. Sugli approfondimenti, poi, c’è purtroppo poco da dire: siamo al trionfo di Bruno Vespa e della sua tv dallo spessore millimetrico, grosso professionista ma senza quello che a scuola i docenti di una volta chiamavano spirito critico e che, tradotto, significa scavo, ricerca, dubbio, pluralismo.
Dobbiamo qui lamentarci che manca Santoro, spirito controverso ma pur sempre corroborante per il cervello, dobbiamo qui osservare che siamo costretti a gioire per la permanenza di Floris, Iacona e (quando sarà) della Gabanelli, come se non fosse da considerare scontata la conferma di questi professionisti, dobbiamo qui sottolineare che il cda, stritolato dalla morsa della maggioranza di destra, incapace di avviare un politica di rilancio e di contrasto nei confronti della concorrenza privata? Tutto questo è ovvio, risaputo.
Il problema è che poi avvengono delle cose che ti danno il senso plastico dello stato catastrofico della Rai: hanno tolto Passepartout di Philippe Daverio. Una cosa assurda per un paese che vuole continuare ad essere colto e valorizzare il suo patrimonio. Daverio è un grande divulgatore, una dei rari intellettuali che in questi anni ha messo al servizio di tutti il suo sapere e la sua arte affabulatoria. Per farla breve, è una vergogna.

da Europa Quotidiano 24.09.11

"Sacconi ci riprova. Usa le pensioni per dividere i sindacati", di Laura Matteucci

Sacconi ci riprova. In piena bufera finanziaria, economica e anche politica, torna sul tema pensioni sul quale, lo dice lui stesso, «le parti sociali sono spaccate». Se ne esce sostenendo che il governo ritiene «utile» un avviso comune tra le parti sociali per la definizione delle «transizioni » sul sistema previdenziale. In particolare, continua il ministro, sarebbe utile definire la transizione per quanto riguarda l’età delle donne, il contributivo, l’aspettativa di vita e le pensioni di anzianità. «C’è obiettivamente un problema intergenerazionale – aggiunge – Dobbiamo produrre un riequilibrio tra generazioni a favore dei giovani». Le parti sociali saranno anche spaccate, ma l’intempestiva proposta di Sacconi trova un invalicabile muro di «no». Quello della Cgil innanzitutto: il sindacato di Susanna Camusso boccia qualsiasi nuovo intervento sul sistema previdenziale e avverte in uno studio che già con le norme approvate finora le donne(tra incremento previsto per la pensione di vecchiaia, aumento legato all’aspettativa di vita e la cosiddetta finestra mobile) si troveranno ad andare effettivamente in pensione di vecchiaia nel 2031 a 68 anni e due mesi. Ma anche la Cisl respinge la proposta: «Non ha senso su una materia come le pensioni fare avvisi comuni. Qualsiasi riforma del sistema previdenziale passa attraverso un confronto concertativo leale e concreto tra governo e parti sociali», dichiara il segretario confederale Maurizio Petriccioli, responsabile del Dipartimento previdenza e fisco. «In ogni caso non abbiamo alcuna intenzione di discutere di pensioni ancor di più in un clima di concertazione sfilacciata come quella attuale – aggiunge Petriccioli – qualunque manovra previdenziale rischia di essere finalizzata a fare cassa e non porterebbe alcun beneficio al sistema pensionistico». PERMANENZA DANNOSA Dura anche la reazione delle opposizioni: «Il ministro Sacconi si dimostra ogni giorno più irresponsabile», dice Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro per il Pd. «Ma che ministro è? Dopo aver ricevuto due pesanti bocciature, prima sull’improvvisata e strampalata misura sul riscatto dei periodi militari e laurea, poi sull’art. 8, tenta di coprire le contraddizioni della maggioranza ». «Caro ministro – prosegue Fassina – abbia la dignità istituzionale necessaria alla sua funzione, avanzi lei a nome del governo una proposta, se è in grado. Altrimenti, vada a casa. La sua permanenza al ministero è sempre più dannosa per l’Italia». Il capogruppo Pd in Commissione lavoro, Cesare Damiano,

L’Unità 24.09.11

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Pensioni, Sacconi riapre lo scontro “Avviso comune sulla riforma”, di Roberto Mania

Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, ci riprova. Punta a dividere il fronte delle parti sociali che con la firma dell´accordo sulla contrattazione ha ritrovato una unità di intenti oltre che di critica all´immobilismo del governo. Questa – a freddo – la mossa del ministro: un invito a Confindustria e sindacati perché propongano un avviso comune per aggiornare il sistema pensionistico sapendo che, in questo momento, le rispettive posizioni sono incompatibile. Da Cgil, Cisl e Uil è arrivato, infatti, un no secco alla proposta; nessun commento, invece, dagli industriali che però nel manifesto che stanno scrivendo insieme alle altre organizzazioni imprenditoriali “Per salvare l´Italia” diranno che è, tra l´altro, necessario cancellare l´anomalia italiana delle pensioni di anzianità e accelerare l´aumento dell´età per le donne.
«Le parti sociali – ha detto il ministro – dovrebbero parlare tra di loro di lavoro e pensioni. Se fossero capaci di trovare un punto di incontro sulle pensioni aiuterebbero il governo». In particolare Sacconi auspicherebbe una proposta per gestire la transizione verso l´aumento a 65 anni dell´età pensionabile delle donne, verso il progressivo incremento dell´aspettativa di vita, verso il graduale superamento delle pensioni di anzianità.
Con la sua proposta, dunque, Sacconi ha voluto dimostrare come sia fragile l´asse tra Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, e i leader sindacali. E che dunque sia possibile prevedere che al primo ostacolo le loro strade si divideranno. Nello stesso tempo, però, l´uscita di Sacconi sta lì a confermare il fastidio con cui il governo, e in particolare proprio il titolare del Lavoro, abbia vissuto la riconcilazione tra le parti sociali (dopo la serie di accordi separati senza la Cgil) che all´inizio di questa settimana hanno firmato l´intesa sulla contrattazione definita il 28 giugno scorso (integrata da una postilla che nei fatti congela l´articolo 8 della Manovra finanziaria, quello che permette di derogare allo Statuto dei lavoratori). Una indiretta conferma di questa tensione tra governo e parti sociali è arrivata ieri dalle parole sempre di Sacconi: «L´articolo 8 non è stato sterilizzato, è operoso, è a disposizione di chi vuole usarlo». Ma il punto è proprio questo: Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno detto e scritto che non intendono utilizzarlo. Si vedrà quanto reggerà l´alleanza sindacati-imprese. Perché, certo, lo stesso segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha riconosciuto ieri come con la Confindustria vi sia una sorta di «fronte comune» sulla necessità di imprimere una crescita al Pil nazionale, ma come siano diverse le ricette con cui conseguirla. Ha infatti aggiunto Camusso: «Se Confindustria insiste sull´idea che lo strumento è quello delle pensioni, continuiamo a non condividere e pensare che sia la strada sbagliata».
Ieri, però, Sacconi ha fatto anche una marcia indietro. Perché sarà rivisto il regolamento approvato dal Consiglio dei ministri sulla composizione del Cnel. Regolamento che dimezza i componenti delle rappresentanze sociali, ma non i membri tecnici di nomina politica, né i rappresentanti delle associazioni del volontariato. «La norma sarà presto corretta – ha detto Sacconi – imprese e sindacati non hanno ragione di preoccuparsi».

La Repubblica 24.09.11

"Ricostruire l'Italia", di Rinaldo Gianola

C’è un Paese da ricostruire quando finirà, speriamo al più presto, l’oscura stagione del governo Berlusconi. Nella settimana che ha visto il declassamento dell’Italia mentre il centrodestra era impegnato a salvare Marco Milanese e a rettificare le telefonate hard del premier, si sono mosse decisamente le forze sociali più responsabili, i sindacati e le imprese, che vogliono voltare pagina. L’appello lanciato ieri da Emma Marcegaglia per salvare il Paese segna forse il definitivo distacco degli industriali dal governo, la fine di un anacronistico collateralismo, di un’illusione troppo a lungo coltivata e, nel segno di una tanto attesa discontinuità, accelera il confronto con il mondo del lavoro e con la politica responsabile per avviare una nuova fase, di risanamento e di crescita. Ormai da diversi giorni il presidente di Confindustria usa parole dure e inequivocabili per condannare l’inutile azione del governo e la mancanza di un credibile progetto riformatore, di sviluppo, di rinascita nazionale. Emma Marcegaglia non si è svegliata di cattivo umore un mattino e ha deciso di andare allo scontro con la maggioranza. Semplicemente ha raccolto e rappresentato pubblicamente il disagio, la delusione e anche la rabbia degli imprenditori che, nelle riunioni riservate delle associazioni territoriali di Confindustria, si sono espressi in termini brutali per criticare l’azione del governo e le vicende personali di Berlusconi. Gli industriali italiani sono ridicolizzati all’estero per le performance del premier, dal bunga bunga, dall’interminabile serie di processi e ora non ne possono più. Come si fa a vendere, a proporre il made in Italy, a cercare alleanze, a sviluppare tecnologie, a investire quando i giornali di tutto il mondo ci prendono in giro, ci chiedono fino a quando siamo disposti a sopportare questa vergogna? E oggi l’allarme non consente rinvii perchè l’aumento del rischio Italia, la dinamica del differenziale tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, le tensioni di liquidità, le difficoltà crescenti delle imprese a finanziarsi segnalano che la linea rossa è già stata superata. Il “Manifesto” annunciato da Confindustria sarà, dunque, il contributo delle imprese per cambiare le priorità dell’agenda politica e avviare il salvataggio e il rilancio del Paese. L’esigenza di un radicale cambio di passo e di scenario politico è condivisa dagli imprenditori e dai sindacati e non è casuale che l’ultima offensiva di Confindustria segua di pochi giorni la firma definitiva con Cgil, Cisl e Uil del patto del 28 giugno. Questo accordo neutralizza l’infida minaccia dell’articolo 8, che apriva la strada alla deroga per i licenziamenti, contenuto nella manovra e segna una chiara sconfitta dei falchi del governo in particolare il ministro Sacconi che, anche ieri, ha tentato di aprire un nuovo capitolo di tensioni tra le parti sociali, buttando sul tavolo un’ipotesi di riforma delle pensioni. Questo è il momento della collaborazione, delle riforme radicali ma condivise, della ricerca di nuove, credibili leadership politiche. Nessuno, nemmeno gli industriali, può pensare che si può uscire da questa emergenza con operazioni di rottura sociale, o con l’imposizione di ricette traumatiche, stile Grecia, solo per alcuni ceti sociali. Il Paese è stremato, indebolito, sfiduciato. Viene da quasi quattro anni di crisi, di licenziamenti e di cassa integrazione, di redditi tagliati e di prospettive incerte. Il Pil è fermo, un giovane su tre è disoccupato, oltre 2 milioni di giovani non studiano, non lavorano, sono esclusi da tutto. Questa è la situazione. La tenuta del tessuto sociale è decisiva per uscire dalla crisi e in questo sono determinanti i corpi intermedi di rappresentanza, come i sindacati. Lo sciopero generale della Cgil, del 6 settembre scorso, ha rappresentato un punto di svolta, ha coinvolto milioni di lavoratori, pensionati, cittadini ed è stato condiviso, nonostante le polemiche, anche da chi non è abituato a scendere in piazza. Se in questa settimana le parti sociali hanno siglato il patto del 28 giugno, se Confindustria ha divorziato dalla maggioranza, è anche perchè lo sciopero generale ha rappresentato democraticamente la protesta di tanti italiani che non ce la fanno, non ne possono più del governo. Da qui si può partire per risalire la china, da un fronte comune tra imprese e lavoro.❖

L’Unità 24.09.11

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Le imprese contro il governo”, di Wladimiro Fruletti

«Muore lentamente chi non capovolge il tavolo». La presidente degli industriali della Toscana, Antonella Mansi, cita la giornalista brasiliana Marta Medeiros davanti alla platea dei suoi associati riunita a Firenze. E quel tavolo, per la sua presidente nazionale, sta a Palazzo Chigi. «Vogliamo una vera discontinuità » spiega Emma Marcegaglia concludendo la convention e annunciando un manifesto di tutte le imprese «per salvare l’Italia». L’avviso al governo è chiaro: o cambia o meglio chiudere qui. «Non siamo disponibili – dice Marcegaglia – a veder continuare questa situazione di stallo, ci stiamo giocando il Paese ». Di certo i bonus sono esauriti perché l’avvertimento della leader di Viale dell’Astronomia arriva su esplicito mandato della giunta di Confindustria. «Se il governo è disponibile a parlare con noi e le associazioni di impresa di queste grandi riforme siamo disponibili. Se il governo vuole andare avanti su piccole cosette di manutenzione, noi scindiamo le nostre responsabilità perché vogliamo un cambiamento vero. È inutile perdere tempo». Anche perché di tempo non ce n’è più. La credibilità scarsa, se non assente oramai, di Berlusconi ci sta costando molto cara. «O riusciamo a uscire da questa scarsa credibilità – avverte – o si crea un problema enorme, dobbiamo agire, fare in fretta». E Marcegaglia cita ancora una volta la Spagna, dove il premier Zapatero ha deciso di andarsene prima della scadenza. «Il nostro spread – fa notare – è stabilmente più alto di 40 punti rispetto ai titoli spagnoli» nonostante il nostro sistema manifatturiero e anche bancario sia notevolmente messo meglio. E invece questa differenza (che con la Germania è ancora più marcata) significa non solo che il debito pubblico ci costa più caro, ma che il denaro viene pagato di più anche dalle banche italiane e quindi alle imprese che chiedono un prestito. «Se mi vendono una mozzarella a 10 la posso dare a 12, ma se me la fanno pagare50 devo per forza rivenderla a 52» esemplifica il presidente di Abi Giuseppe Mussari anche lui presente (non a caso) all’assise degli industriali toscani. Insomma il rischio che tutto crolli è alto. E infatti questo appello «a salvare l’Italia» degli industriali trova riscontri anche nel sindacato. Dal segretario della Uil Luigi Angeletti a quello della Ugl Giovanni Centrella.
IL FRONTE E la leader Cgil Susanna Camusso parla di possibile «fronte comune» anche se, ammette, le ricette sono diverse a partire dalle pensioni. Per il segretario Cgil non è quella la strada giusta, ma ricorda come «le parti sociali hanno detto già a luglio che ci voleva discontinuità e che le politiche del governo non erano utili al Paese». Sollecitazioni però cadute nel vuoto «perché le manovre che si susseguono – fa notare Camusso – non guardano alle prospettive e al futuro del Paese». Considerazione che coltiva anche la leader degli industriali che giudica le manovre sì necessarie, ma «fatte male» perché aumentano a dismisura la pressione fiscale, non toccano i costi della politica e non c’è nulla per la crescita. Le richieste di Confindustria Marcegaglia le riassume in 5 punti. La riduzione della spesa pubblica («ma non con i tagli lineari alla Tremonti ») riformando le pensioni e usando una parte dei soldi risparmiati per «tagliare il cuneo contributivo e fiscale a favore dei giovani». La vendita di unpo’di beni pubblici, dagli immobili alle società di servizi pubblici locali «per abbassare il deficit e diminuire l’ingerenza del pubblico». La liberalizzazione delle professioni e dei mercati protetti. Un serio piano per le infrastrutture che levi «i vincoli burocratici e di testa» che bloccano anche investimenti già stanziati. E infine una vera riforma fiscale che abbassi le tasse sul lavoro e sulle imprese anche a costo di alzarle su «tutto il resto» compresa Iva, anche una «piccola patrimoniale». Perché per Marcegaglia ogni imprenditore sarebbe disposto a pagare di più sui suoi beni privati a patto di avere meno pressione fiscale sulla propria impresa. Questo il contenuto del manifesto. Da vedere se dall’altra parte del tavolo ci sarà qualcuno interessato. Altrimenti meglio rovesciarlo.

L’Unità 24.09.11

"L´epitaffio del Carroccio", di Miguel Gotor

L´affettuosa carezza che un Berlusconi torvo e cinto d´assedio ha lasciato scivolare sul capo ormai canuto di Bossi e lo sguardo smarrito, quasi bambinesco, di quest´ultimo riescono persino a fare tenerezza.
Nulla meglio di una simile immagine racconta l´impasto umano di questa strana coppia di lombardi, il lievito che ha alimentato il tanto potere spartito insieme in questi anni.
Un gesto di riconoscenza del padrone verso il servo fedele e ammalato, quando le luci della ribalta si stanno spegnendo e del potere non resta che l´attesa della fine. Tenerezza sì, ma anche rabbia perché quello scatto rappresenta plasticamente la crisi generazionale della destra italiana, l´irrimediabile senescenza di chi non riesce ad accettare il proprio declino e si è trasformato in una maschera di disperata vitalità che resiste nel guizzo degli occhi di entrambi, l´unica cosa mobile rimasta in visi altrimenti impietriti, l´uno dal lifting del cerone, l´altro dalla smorfia della paresi.
Ormai è chiaro: il cavaliere e il senatur arriveranno a fine corsa insieme e si sono sbagliati quanti hanno presupposto che la Lega avesse la forza, ossia l´autonomia politica, di «staccare la spina a questo governo», altra abusata metafora che rimanda a corpi inermi e martoriati. Quando ciò avverrà non sarà un atto di ribellione, ma una scelta di suicidio assistito, al termine di un esecutivo che per sopravvivere a se stesso, arroccato intorno agli interessi di un solo uomo, sarà ricordato come il peggiore della storia repubblicana.
È giunto il tempo di cominciare a scrivere l´epitaffio della Lega che, contro ogni apparente ragionevolezza, sta continuando a ribadire, un atto dopo l´altro, il patto con Berlusconi come se fosse un incantesimo in virtù del quale sacrificare il futuro del movimento. Tra qualche decennio saranno gli storici dell´età berlusconiana a studiare le ragioni di questo legame che sta strangolando l´Italia. Da anni si dice che dietro vi sia una questione economica, giacché Berlusconi avrebbe ripianato gli ingenti debiti di un partito personale come quello di Bossi giunto sull´orlo della bancarotta, annettendolo dentro la sua logica padronale e cortigiana. Non sappiamo, ma certo qualcosa non funziona e solo gli aedi o gli ingenui potranno scambiare questo connubio per una prova di fedeltà e di onore, immemori della spregiudicatezza con cui Bossi ha vissuto per tutti gli anni Novanta il suo rapporto con Berlusconi, quando era il capo di un partito libero e forte, forte perché libero.
Nel corso di quasi vent´anni la Lega ha svolto una funzione imprescindibile nel sistema italiano, scegliendo di determinare le fortune e i rovesci di Berlusconi grazie all´indubitabile fiuto politico di Bossi che, a prezzo di oscillazioni elettorali consistenti, è sempre riuscito a ribadire la centralità della propria posizione.
Ma la macchina di lotta e di governo della Lega si è sorprendentemente inceppata in queste ultime amministrative in cui ancora sperava di poter rosicchiare voti a Berlusconi, garantendo in cambio la tenuta dell´esecutivo. La novità è stata una perdita di consensi comune, il segnale di un elettorato deluso che non è più disposto a farsi ingannare in tempi di crisi economica e di aumento della pressione fiscale. E così, di quella florida e opportunistica stagione, sono rimasti, da una parte, il folklore padano, con il corredo di ampolline e di spadoni, e, dall´altro, l´occupazione militare delle “cadreghe” romane e locali.
La propaganda leghista di questi giorni, alla quale troppo è stato concesso negli anni passati con l´obiettivo di continuare a tenere in piedi il sistema di potere berlusconiano, si mostra in tutta la sua ridicola inconsistenza, tra eserciti padani, referendum sulla secessione e le offese al tricolore. Una classe dirigente e un´opinione pubblica meno accondiscendenti non avrebbero dovuto tollerare questi slogan soprattutto se provenienti da ministri della Repubblica, ma, in nome del contenimento dell´attuale assetto di potere (e i risultati si sono visti), ci siamo assuefatti anche a questo.
Dietro i velami della propaganda ormai non resta che la difesa delle poltrone: il partito che aveva fatto della legalità e del rigore la sua ragione d´essere spende il proprio consenso per difendere le parti più corrotte del sistema berlusconiano, dopo avere sostenuto tutte le leggi ad personam di questi anni. E per giunta lo fa a corrente alternata, disorientando ancora di più il suo elettorato: il magistrato Papa è finito in carcere grazie a un vagito di dissenso maroniano, subito rientrato nei ranghi poiché non è facile trasformare partiti del capo in organismi democratici.
Ora, però, libera Milanese per salvare il governo – Bossi dixit – e si appresta a fare lo stesso in occasione del voto di sfiducia contro il ministro siciliano Saverio Romano, rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa. Ciò non deve stupire perché la “Padania” di Bossi e il “Sud” di Romano esprimono due facce corporative e localistiche di una stessa crisi nazionale.
Intanto la base leghista è stanca e rumoreggia, ma viene censurata da Radio Padania che rivendica il diritto di farlo quando si parla male del partito, come se fosse Radio Bulgaria. Tra i dirigenti nessuno si ribella e in questo silenzio si sta consumando l´esaurimento di un movimento che Berlusconi, tra una carezza e un abbraccio, finirà per soffocare.

La Repubblica 24.09.11

"Via Rasella è stata una scelta che rifarei", di Rosario Bentivegna*

Anticipiamo qui un brano delle memorie di uno dei più importanti protagonisti della nostra Resistenza: racconta l’antifascismo, la guerra partigiana, l’impegno politico. E smaschera tutte le menzogne sull’azione del ’44. Il mio impegno militare e politico contro il fascismo e per la democrazia non si è mai trasformato in carriera politica, anche se negli anni successivi sono stato un «militante impegnato». Finita la guerra non ho piú avuto nemici ma solo avversari, anche se mi capita spesso di essere oggetto di odiose persecuzioni e aggressioni personali, soprattutto per l’azione militare di via Rasella che condussi insieme ad altri undici compagni dei Gap.
La feroce strage compiuta dai nazifascisti tedeschi e italiani alle Ardeatine sta a dimostrare quanto fossero efficaci le consistenti iniziative militari della Resistenza, cosí com’è accaduto in tutta l’Europa occupata, e quanto male avesse fatto la Resistenza a quel nemico.
Le condanne assolutamente uniformi che ne sono conseguite nei tribunali internazionali e nazionali, militari e civili sono uno dei riconoscimenti piú significativi, anche dal punto di vista storiografico, della correttezza delle iniziative militari dei partigiani europei nel corso del secondo conflitto mondiale, malgrado i piagnistei che esalano dal coro, stonato seppur consistente, che canta la «Saga dei Vinti».
Nel corso della mia vita non mi sono mai pentito di aver partecipato a quell’azione di guerra, anzi l’ho sempre rivendicata con orgoglio. Centinaia di giornali, di manifesti, di oratori nei comizi ci hanno fatto oggetto di una campagna di calunnie, di diffamazione, di menzogne. Ho ricevuto lettere anonime di fascisti (e non) con insulti, volgarità, con grottesche ma violente minacce di morte, o telefonate di gente che non dichiara mai la propria identità. Alla Camera dei deputati, durante i dibattiti parlamentari, onorevoli gentiluomini, deputati della destra postfascista, insultarono Carla Capponi, «grande invalida» e «medaglia d’oro al valor militare», per la sua partecipazione alla Resistenza romana, e in particolare per l’agguato condotto dai Gruppi di Azione Patriottica garibaldini in via Rasella contro «quei poveri, bravi poliziotti nazisti», dandole della «donnaccia» e indirizzandole inequivocabili gesti osceni. Alla faccia di De Gasperi, che l’aveva proposta per la medaglia d’oro al valor militare, e di Einaudi che gliela aveva concessa.
Nostra figlia Elena si sentí spesso ripetere dai professori di scuola che suo padre e sua madre erano degli assassini; molti suoi compagni di scuola (e persino «docenti») la schernivano al motto di «mamma partigiana, mamma p……».
Episodi che hanno dimostrato a lungo non solo la volgarità e la malafede di certa gente, ma anche la vigliaccheria. D’altro canto l’attacco ai Gap garibaldini e a me in particolare, che ero stato destinato dal mio comando a un ruolo centrale in quella vicenda, fu subito scatenato qualche giorno dopo la strage delle Ardeatine, proprio dal segretario romano dei repubblichini, Pizzirani, il quale, per primo, propalò ai suoi «camerati» il miserabile falso degli avvisi nazisti che invitavano i partigiani di via Rasella a costituirsi per evitare l’illegittima ritorsione nazista.
Il partito mi ha sempre difeso in maniera totale e permanente, spesso anche in modo fastidiosamente retorico, presentandomi come un «eroe della Resistenza» (e ciò mi ha provocato sempre un profondo fastidio): non credo negli «eroi» o nei «capi», ma negli uomini che al momento giusto e nel posto giusto sappiano trovare l’indicazione della giusta via, costi quel che costi. Quello che il partito non fece, fu di confutare sempre e con efficacia le menzogne e i falsi che erano stati diffusi sugli avvenimenti di via Rasella e delle Fosse Ardeatine, in particolare la leggenda metropolitana dei manifesti che tanti imbecilli ancora difendono.(…)
Mi sono sempre difeso sulla base di dati oggettivi e non ho mai avuto bisogno di nascondermi dietro il dito degli ordini ricevuti, come fanno in genere gli assassini nazisti e fascisti. E in oltre mezzo secolo non ho fatto altro che farmi carico (molto spesso da solo), di ristabilire la verità, di confutare le mistificazioni di cui io e i miei compagni siamo stati fatti oggetto, di difendermi e reagire sempre in ogni sede (compresi i tribunali). È una fatica di Sisifo e ogni volta mi sembra di dover ricominciare da capo.
Nel 2006 anche il noto giornalista Bruno Vespa, costretto ad ammettere che i manifesti non ci furono (dopo un lungo carteggio con me e l’obbligo di correggere quanto scritto in un suo libro), ha inventato però, in una pubblicazione successiva, che i partigiani dovevano sapere che ci sarebbe stata la rappresaglia perché i nazisti avevano preavvertito (altro falso, e fu lo stesso Kesselring a dichiararlo); disse anche che i poliziotti in divisa nazista erano in realtà degli italiani padri di famiglia. Come se vestire l’uniforme di un esercito occupante non fosse un’aggravante per un italiano e come se il fatto di essere anziani in realtà l’età media dei Bozen era di trentatre anni fosse un’attenuante delle azioni criminali commesse da quei reparti. L’unica cosa che gli interessava come del resto a tutti quelli che mi hanno sempre accusato era di negare il significato dell’azione partigiana e con essa di tutta la Resistenza. (…)
Aggiungo di aver pagato cara la mia scelta. Via Rasella allontanò da me parenti e amici, anche se e nel cambio ci guadagnai, in numero e qualità me ne avvicinò altri. Uno dei ricordi piú struggenti è quello di mia nonna Marietta, invalida e avanti negli anni, che con il suo bastone di tartaruga se ne andava in giro per i «comizietti», durante le prime campagne elettorali, a litigare con la gente che parlava male di me.
Ciò è capitato, in tempi ormai lontani, a me e ad altri miei compagni, di incontrare gente che rifiutava di stringerci la mano, che non voleva sedersi a tavola vicino a noi al ristorante, e altre sgradevolezze del genere, cosí come di essere fermati e salutati con entusiasmo, per la strada e altrove, da sconosciuti che ci esprimevano la loro solidarietà. Ma tutto questo non ha mai avuto troppa importanza perché io mi sento orgoglioso di essere stato il piú odiato dei partigiani dai fascisti, dagli imboscati e dai vili, anche se mi sento di essere stato soltanto un soldato della Libertà e della Pace, e non mi piace la retorica che troppe volte mi ha messo francamente in imbarazzo.
(…) Recentemente qualcuno ha fatto notare che in via Rasella non c’è alcuna targa commemorativa di un fatto cosí importante nella storia moderna di Roma: una lastra, un’insegna o qualcosa che ricordi che cosa accadde il 23 marzo 1944 nella Roma occupata dai nazisti. Poco male.
Le giovani generazioni non hanno piú molto interesse per queste vicende e in qualche modo credo sia giusto cosí. Hanno la loro vita e il loro tempo davanti e non possono rimanere ancorati a vecchi miti o leggende retoriche di marca reducistica, destinati a scomparire.
Resta il fatto, però: che io a via Rasella ci sono stato perché ci volevo stare, ci sono sempre rimasto e ci sto ancora.
*partigiano

L’Unità 23.09.11

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“Autobiografia di un Partigiano” di Dino Messina

È il nome più conosciuto della Resistenza romana, perché ne fu indubbio protagonista e soprattutto perché a lui il comandante Carlo Salinari assegnò il compito rischioso di far scoppiare il 23 marzo 1944 al passaggio del Battaglione Bozen in via Rasella un carrettino pieno di tritolo che uccise 32 soldati nazisti. A quell’azione, decisa da Giorgio Amendola e dal comando delle formazioni garibaldine, parteciparono dodici partigiani dei Gap (Gruppi di azione patriottica), ma Rosario Bentivegna, classe 1922, medico del lavoro e militante del Partito comunista sino al 1985, è rimasto l’unico testimone diretto dell’episodio che determinò il giorno successivo la terribile rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine, con 335 vittime selezionate soprattutto tra i prigionieri politici ed ebrei.

Via Rasella, con le polemiche, anche interne alla sinistra, durate oltre mezzo secolo, è il cuore del nuovo libro di Bentivegna, scritto con la consulenza della giovane storica Michela Ponzani (Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista, Einaudi, pp. 422, 20). Il saggio tuttavia non è né una cronaca di via Rasella né una storia della Resistenza romana. È anche questo, ma è soprattutto l’autobiografia di un militante del secolo delle ideologie, che ancora oggi, nonostante il fallimento del «socialismo reale», continua a dichiararsi comunista. Un «comunista antistaliniano», ma sempre ammiratore di Luigi Longo e della «spinta propulsiva» data da Palmiro Togliatti con la «svolta di Salerno».

Anche se Bentivegna ha raccontato la sua verità già in un libro apprezzato da Renzo De Felice, Achtung Banditen, edito da Mursia nell’83 e nel 2004 in una versione aggiornata, la lettura di queste «memorie di un antifascista» è utile sia per conoscere la realtà della Resistenza, sia per seguire la formazione e il percorso anche internazionale di un militante comunista negli anni della guerra fredda. Su un fatto Bentivegna ha ragione, così come hanno stabilito una serie infinita di sentenze dei tribunali: dopo l’attentato di via Rasella, non venne affisso nessun manifesto che invitava i partigiani a consegnarsi. La rappresaglia delle Ardeatine fu decisa e realizzata in gran segreto, anche se qualcosa trapelò in Vaticano. La prima notizia della strage venne pubblicata il 25 marzo sul «Messaggero», a cose fatte. Più controversa è la questione se l’attacco al battaglione Bozen fosse necessario dal punto di vista militare, come sostiene Bentivegna, per far cessare il transito di truppe naziste a Roma e di conseguenza interrompere i bombardamenti sulla capitale da parte dell’aviazione alleata.

Grato ai generosi romani che aiutarono nella clandestinità lui e i suoi compagni, Bentivegna è rimasto alla battuta del generale nazista Kurt Maeltzer secondo cui mezza Roma nascondeva l’altra metà. Così nega l’esistenza di una «zona grigia» e considera mistificazioni le ricerche di uno storico come Aurelio Lepre, che in un pamphlet del 1996 basato sulle intercettazioni telefoniche documentava le critiche dei romani all’attacco di via Rasella. Un’azione considerata un attentato terroristico, e in quanto tale «non necessaria», se non dannosa, anche dal filosofo Norberto Bobbio che negli anni di piombo ingaggiò con Bentivegna una polemica serrata. Il partigiano «Paolo», questo il suo nome di battaglia, non ha cambiato opinione. Così sembra irrigidito su vecchi punti di vista rispetto al dialogo avviato proprio sul «Corriere della Sera» con il «ragazzo di Salò» Carlo Mazzantini dopo lo storico discorso pronunciato dal presidente della Camera Luciano Violante che invitava a «capire le ragioni dei vinti».

L’ortodossia, vorremmo dire una certa rigidità del punto di vista, non toglie tuttavia interesse all’autobiografia di Bentivegna. Nelle pagine iniziali, quando racconta la vita di un giovane borghese nella Roma fascista, nel racconto dell’avventura in Jugoslavia con la Brigata Garibaldi, quando dovette schivare le pallottole dei partigiani titini. O nella narrazione dell’impresa compiuta alla fine degli anni Sessanta alla guida di un motoscafo d’altura per mettere in salvo i dirigenti del Partito comunista greco, perseguitati dai colonnelli.

Il Corriere della Sera 24.09.11