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"Atenei a rischio default si salvano solo i rettori", di Roberto Ciccarelli

Approvato il quinto decreto della riforma Gelmini. Trentasette università hanno i bilanci in rosso Il consiglio dei ministri ha approvato ieri il quinto decreto attuativo della riforma Gelmini (ce ne sono altri 37 in attesa). Sia pure attenuato dal passaggio parlamentare, il provvedimento sui parametri di sostenibilità finanziaria degli atenei e il loro commissariamento inaugura una nuova tappa nella storia dell’università italiana. D’ora in poi il ministero dell’Economia, per mezzo di quello dell’Università, potrà intervenire direttamente nella gestione finanziaria degli atenei sul modello delle Asl.
La procedura prevede tre avvertimenti (warning, sul modello di Moody’s o di Standard’s & Poor). Il primo viene dato alle università in disavanzo. Se in cinque anni non rientreranno dal debito, verrà dichiarato il dissesto finanziario. Infine c’è il «cartellino rosso»: gli atenei in default verranno commissariati, come la Grecia. Il decreto è stato ammorbidito per non mettere nei guai una serie di atenei, Siena o Bari ad esempio, che hanno avviato un duro piano di rientro per abbattere i debiti da capogiro accumulati in anni di gestione allegra dei bilanci.
Stando al testo passato nelle commissioni parlamentari, questa decisione rappresenta in pillole la filosofia del tremontismo, il puro concentrato delle sue idee sulla gestione della cultura pubblica in questo paese. Ripercorriamone i passi perché il Fregoli di via XX settembre segue percorsi tortuosi lungo i quali è facile perdersi. Nel 2008 impone il taglio di 1,3 miliardi di euro al finanziamento delle università, facendolo passare da 7,4 a 6,1 miliardi. Trentasette atenei, che non brillano per rigore nella gestione dei bilanci, si ritrovano oggi con il bilancio in rosso. Tecnicamente rischiano un’insolvenza dovuta alla diminuzione dei contributi voluta dal ragioniere che gestisce la partita della parità del bilancio dello Stato.
Con il decreto approvato ieri, ecco che si mostra un’altra maschera: quella del commissario liquidatore. Le università che avranno superato il tetto del 90% nel rapporto tra le spese fisse e i fondi ricevuti verranno prima ammonite e, se ritenute incapaci di tagliare dipartimenti o di aumentare le tasse degli studenti, verranno espulse dal campionato gestito da uno dei pilastri della legge Gelmini, l’Agenzia per la valutazione del sistema universitario (Anvur). Dopo che il commissario inviato da Roma avrà tagliato i «rami secchi» dell’insolvente, all’ente che dovrebbe occuparsi solo di valutazione della ricerca toccherà anche decidere se continuare a finanziare l’ateneo in rosso, oppure accorparlo in una federazione con altri.
È la nemesi di vent’anni di riforme universitarie iniziate nel 1989 con la «Ruberti». Gli atenei hanno moltiplicato corsi, cattedre e sedi periferiche, abusando della loro autonomia. Il decreto sul commissariamento rappresenta la loro pena del contrappasso. Quanto al progetto originario della riforma Gelmini, viene confermato tutto il suo zelo centralistico. L’idea che il Miur commissari gli atenei, e che un collegio di revisori di conti – anch’esso di nomina ministeriale – accerti le condizioni del dissesto, rivela quanta sfiducia nutra la classe politica rispetto al mondo universitario che non ha saputo gestire le virtù e i propri vizi.
In attesa che il testo venga pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, gli unici a sopravvivere a questa cura da cavallo dovrebbero essere i rettori. Incredibile a dirsi, ma gli eventuali responsabili del dissesto finanziario resteranno nella stanza dei bottoni. Il patto siglato tra Gelmini e i rettori sopravviverà anche alla fine dell’università.

Il Manifesto 23.09.11

Berlusconi da meno tasse per tutti a più tasse per tutti

Misiani: “La pressione reale al 44,8% vola ai massimi storici mentre il governo con la nota di aggiornamento del DEF cerca di nascondere il fatto che dal 2012 si supererà ogni record di sempre”. Dieci anni fa Berlusconi prometteva “meno tasse per tutti”: il totale fallimento del governo PDL – Lega. “La pressione fiscale vola ai massimi storici mentre il governo con la nota di aggiornamento del DEF cerca di nascondere il fatto che dal 2012 si supererà ogni record di sempre. Con un sotterfugio un po’ goffo il governo ha infatti scorporato dal calcolo della pressione fiscale il taglio delle agevolazioni fiscali – 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014 – che altro non è che un ulteriore carico tributario sui cittadini e le imprese. L’effetto di questo tentativo di maquillage è che la nota di aggiornamento quantifica la pressione fiscale in rapporto al PIL al 43,8% nel 2012, 43,9% nel 2013 e 43,7% nel 2014, mentre i numeri reali – compreso il taglio delle agevolazioni fiscali – sono ben più alti: 44,1% nel 2012 e 44,8% sia nel 2013 che nel 2014. Dati durissimi, che oltretutto non tengono conto delle maggiori tasse che gli enti locali, attraverso lo sblocco delle addizionali IRPEF, imporranno per compensare i tagli di Tremonti. A dieci anni di distanza dai manifesti 6×3 nei quali Berlusconi prometteva “meno tasse per tutti”, sono innanzitutto questi numeri che certificano il totale fallimento del governo PDL – Lega”.

di Antonio Misiani, componente PD in Commissione Bilancio.

Legge “su misura” della Mondadori, Barbolini: ecco la prova

La risposta a tre interrogazioni del senatore Pd: grazie a una disposizione del governo, l’azienda ha chiuso una vertenza con il fisco da 173 milioni pagando “solo” 8,6 milioni. Un anno fa, fece scalpore la decisione del governo di inserire in manovra la possibilità, per le aziende che avessero dopo 10 anni cause ancora pendenti al terzo grado di giudizio e avessero vinto nei precedenti due passaggi di poter ‘estinguere’ la lite pagando un modesto 5% delle somme in contestazione con l’Erario. Grazie a questa disposizione la Mondadori spa – azienda di proprietà del presidente del Consiglio – poté ‘chiudere’ in via definitiva la sua vertenza, su un mancato pagamento di 173 milioni pretesi dall’Agenzia delle Entrate, con un esborso di 8,6 milioni.

Marina Berlusconi, Presidente di Fininvest e Mondadori, bollò le proteste come mere strumentalizzazioni, affermando che altri soggetti avevano utilizzato l’opportunità offerta dal provvedimento del governo, traendone analoga convenienza.

“Ora, finalmente, qualche elemento di chiarezza comincia ad emergere” spiega il sen. Giuliano Barbolini che sulla vicenda ha presentato ben tre interrogazioni. “Al governo risulta che effettivamente 66 aziende hanno utilizzato la norma: le somme pretese dall’Erario assommavano globalmente a quasi 226 milioni di euro, che sono state ‘sanate’ versando un importo complessivo di circa 13 milioni. Ma con una sostanziale differenza: il contenzioso Mondadori pesa su questi importi per oltre il 75%, mentre meno del 25% si spalma tra tutti gli altri 65 soggetti interessati. Come avevamo sostenuto – conclude il parlamentare del Pd – si è trattato veramente dell’ennesima legge ‘ad aziendam’, cucita su misura per la Mondadori”.

"Sos dalla scuola", di Paolo B. Manca e G. Sias

Lo Stato taglia, la scuola lancia l’allarme. A Bologna 120 scuole su 130 hanno problemi, che vanno dalla mancata copertura del tempo pieno (e i genitori si auto-tassano) al sostegno insufficiente per i disabili. «Finiremo col rimpiangere le scuole speciali».Èiniziatoun nuovo anno scolastico ma l’Emilia Romagna non è più la prima della classe. L’effetto domino dei tagli è anche questo: Luca, 5 anni, con ritardo cognitivo e diagnosi di autismo, 30 ore di copertura su 40, e Giovanni, che frequenta le scuole medie e per il terzo anno consecutivo
cambierà insegnante di sostegno. E a Palazzo d’Accursio insegnanti e dirigenti scolastici lanciano l’allarme. Le scuole bolognesi, schiacciate dal peso dei tagli, chiedono soccorso al Comune. Centoventi scuole del territorio su 130 hanno avuto problemi all’apertura dell’anno scolastico. Negli istituti ormai manca tutto: bidelli, insegnanti di sostegno per i disabili, educatori per l’alfabetizzazione degli studenti stranieri, personale di segreteria. È sparito il tempo pieno e in alcune scuole, per non rinunciarci, se lo pagano i genitori. A riferire questo bollettino di guerra, ieri, a Palazzo D’Accursio, Filomena Massaro di Asabo (Associazione scuole autonome Bologna), insieme ad altri dirigenti scolastici. Dirigenti come Gabriele Di Nino, delle elementari De Amicis, che ha raccontato come ha dovuto fare per continuare a dare un servizio di 40 ore agli alunni anzichè 27 come previste dal Ministro Gelmini. «Nella mia scuola – ha spiegato – c’erano famiglie che avevano assolutamente bisogno del tempo pieno. Si sono fatte carico di pagare degli educatori esterni per coprire i pomeriggi senza rientro». Accade già da 2 anni. Per quest’anno sono 40 le famiglie interessate. La spesa si aggira tra i 60 e gli 80 euro ma, fino all’anno scorso, ilComuneversavaun contributo. Quest’anno non si sa ancora se potrà confermarlo. C’è un unico bidello, invece, nella scuola media ‘Falcone e Borsellino’
di Monterenzio, dove Filomena Massaro ha la reggenza. Ovviamente settimanali con imprese di pulizie» e tutto
a spese della scuola. Ma a mancare negli istituti è anche altro. Ieri, i dirigenti hanno denunciato l’assenza di «regole di sicurezza minime». «Succede in molte scuole – ha segnalato Cristina Maria Silvestri, dirigente dell’Istituto Comprensivo 10 – e i dirigenti non hanno più finanziamenti per intervenire». Ha chiesto poi all’amministrazione di predisporre «una programmazione per la messa a norma almeno degli impianti elettrici». Su quest’ultimo punto ha ricevuto rassicurazioni dalla direttrice del settore Scuola, Pompiliam Pepe, che ha anche garantito che al di là delle certificazioni formali (comequella anti-sismica) le scuole bolognesi sono «sostanzialmente in sicurezza ». Certo, se fossero anche in regola con le normative sarebbemeglio, ma ci vorrebbero lavori di adeguamento molto costosi che diversi istituti potrebbero agevolmente pagare, insieme a tante altre spese, se dal Ministero gli arrivassero i cosiddetti “residui attivi”, cioè i soldi che hanno anticipato al governo per spese scolastiche e che non ha ancora restituito. Per ogni scuola vanno dai 150 ai 200.000 euro. Se i dirigenti speravano in contributi aggiuntivi del Comune, invece, possono mettersi il cuore in pace. Ieri, l’assessore alla Scuola Marilena Pillati ha dato piena disponibilità a «rivedere gli interventi dell’amministrazione nelle scuole alla luce delle priorità» scaturite dal nuovo contesto di tagli. Tuttavia ha precisato «il Comune non ha soldi in più per le scuole, deve già affrontare tagli del 20% su tutte le spese». Sandra Soster della Cgil intanto ha annunciato che chiederà un incontro a Vincenzo Aiello dell’Ufficio Scolastico Provinciale.

L’Unità/Emilia Romagna 23.09.11

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Bambini disabili, madre costretta a licenziarsi

È talmente forte che sfonda il telefono. Si chiama angoscia per il futuro. Assomiglia ad un corridoio lungo e buio, di quelli sui quali si affacciano stanze chiuse a chiave. E mentre sei al telefono con i genitori di un bambino disabile te li immagini così. Al buio, rinfrancati solo dalle voci del figlio autistico che arrivano fino all’altro capo del filo. «Finiremo col rimpiangere le scuole speciali». Sottotitolo: è iniziato un nuovo anno scolastico ma l’Emilia Romagna non è più la prima della classe. L ’effetto domino dei tagli è anche questo: Luca, 5 anni, con ritardo cognitivo e diagnosi di autismo, 30 ore di copertura su 40, e Giovanni, che frequenta le scuole medie e per il terzo anno consecutivo cambierà insegnante di sostegno. La preoccupazione che vivono in queste ore le famiglie di bambini disabili in Emilia Romagna è forte. Anche perché, come ci spiega Liana Baroni dell’Associazione Genitori Soggetti Autistici, «quest’anno i Comuni non hanno tamponato come di solito accade». Tagli alle ore di sostegno,ma anche sugli educatori comunali, con le amministrazioni che non sono più in grado di reperire risorse, grazie alle sforbiciate sugli enti locali. Riduzione dei servizi, ma anche tanta inadeguatezza. Perché ad esempio, spiegano diversi genitori, molti insegnanti di sostegno «non sono attrezzati» a far fronte a disabilità complesse, sottoposti ad un turnover selvaggio e vessati, a loro volta, dal machete romano. Tanto che parrebbe innescarsi, in alcuni casi, una guerra tra poveri («i nostri figli sono solo un passaggio per arrivare al posto fisso», «gli insegnanti di sostegno diventano tali per problemi legati alla ricerca di lavoro») anche se in realtà rimane una grande solidarietà di fondo tra persone ugualmente vittime
del salasso italiano. «A preoccuparci non è la riduzione delle oremala qualità dell’insegnamento», spiega Danilo Rasia, padre di una diciannovenne disabile e presidente dell’associazione “Passo Passo” attiva nelle Valli del Reno e del Setta. Una qualità che dipende anche dal sovraffollamento delle classi. E quando in una classe di 28 alunni c’è un bambino disabile, finisce che il più debole, infastidito dalla confusione e dai rumori, debba abbandonare l’aula. Un’integrazione imperfetta che colpisce anche Luca, lo chiameremo così, un bambino di 5 anni, autistico, della provincia di Parma al quale non è stata assegnata la copertura totale. Per lui, solamente 30 ore settimanali su 40, entrata posticipata di trenta minuti e uscita anticipata di due ore. «Ci hanno imposto psicologicamente di tenerlo a casa nelle ore in cui non è presente l’insegnante di sostegno», racconta il padre. «Il bimbo potrebbe farsi male», «E se diventasse pericoloso? ». Risultato? La madre di Luca si è licenziata mentre il padre può contare su orari lavorativi flessibili che gli permettono di mettersi «a completa disposizione degli impegni familiari». Anche se, nel caso di Luca, un aspetto positivo c’è: una stessa insegnante di sostegno lo segue ormai da tre anni. Mentre Giovanni, a Casalecchio, ha ottenuto delle ore di sostegno aggiuntive in corsa, anche se la sua insegnante è cambiata.

L’Unità/Emilia Romagna 23.09.11

"Famiglie, lavoro e imprese pagano gli errori del governo", di Laura Matteucci

Già ad agosto saliti i tassi di interesse sui mutui. Imprese e famiglie alle prese con l’aumento dell’aliquota Iva al 21%. Timori per l’occupazione, mentre 4 milioni e 300mila lavoratori attendonoil rinnovo del contratto. Riparte la corsa dei tassi di interesse, sostenuta dalla crisi del debito. Si intreccia con la ripresa dell’inflazione, e con l’impatto dell’incremento dell’Iva dal 20 al 21%: solo il caro-gasolio costerà a fine anno al settore dell’autotrasporto 1,5 miliardi in più, calcola la Cgia di Mestre. Prezzi in aumento, ma consumi in calo: meno 0,3%-0,5%, secondo Confcommercio. Con un tonfo che riguarda persino computer e telefonia mobile. E alla fine, il gettito previsto dal governo di 4,2 miliardi dal 2012 «sarà inferiore», aprendo lo spazio a nuove operazioni di recupero denaro. L’Iva è già salita con effetto immediato in buona parte dei negozi per quasi tutti i generi di consumo, viceversa qualcosa come 4 milioni e 300mila occupati ancora attendono il rinnovo del contratto con conseguente, pur limitato aumento in busta paga. La benzina vola, i pacchetti di sigarette sono lievitati di 15-20 centesimi, ben più di un punto percentuale, e le associazioni dei consumatori stanno ricevendo numerose segnalazioni di cittadini relative ad «aumenti ingiustificati dei prezzi al dettaglio: alcuni
esercenti, approfittando della situazione di confusione, applicherebbero aumenti anche su beni esclusi dall’aliquota Iva».
Sono le famiglie, le imprese, è il lavoro (che, soprattutto per i giovani e le donne, proprio non c’è) a pagare
la crisi e le manovre che non sono in grado di fermarla, e che anzi alimentano nuovi tonfi di Borsa, costi di interessi maggiorati dalle tensioni sullo spread tra il rendimento dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, presagi di ulteriori tagli per chi ha già dato. Confesercenti l’ha detto pochi giorni fa: gli interventi diretti e indiretti della manovra (meno servizi dai martoriati Enti locali, tanto per iniziare) graveranno sulle famiglie per 33miliardi dei 54 complessivi, mentre continua a salire la pressione fiscale, ormai al 54%.Il presidente della Fondazione Rete imprese Italia Giuseppe De Rita commenta: «Se il federalismo fiscale si traducesse solo in un
aggravio per somma dell’imposizione fiscale generale produrrebbe un ulteriore rallentamento della crescita».
SFIDUCIA
L’ultimo rapporto dell’Abi, riferito al mese di agosto, rileva già un incremento dei tassi d’interesse sui mutui per le abitazioni: 3,5% dal 3,22% di luglio (era al 2,66% ad agosto 2010). Da attribuire, fra l’altro, anche a una maggiore quota del flusso di finanziamenti a tasso fisso, passata in un mese dal 19% al 24%. La dinamica dei
finanziamenti bancari è comunque positiva, e la crescita è superiore alla media dell’eurozona. Il credito alle imprese, dopo aver toccato il picco negativo di -3,1% a gennaio 2010, a luglio scorso era risalito a +5%, sui livelli di inizio 2009 (+1,4% a luglio nell’eurozona). Quello alle famigli i è assestato a +5,8%, trainato dai mutui per l’acquisto di abitazioni il cui tasso annuo di crescita è risultato a luglio del 5,2%. Ma gli esperti concordano:
la tensione sui mercati sui titoli bancari non può che tradursi in difficoltà per il mondo bancario e potenziali conseguenze a cascata per il sistema economico. Peraltro, non si ferma la corsa delle sofferenze per le banche italiane, già esplose con la crisi nata dai mutui subprime, in due anni quasi raddoppiate.
Le famiglie arrancano mentre la loro fiducia nel futuro sta crollando, il ceto medio si assottiglia e chi cerca di resistere – sul livello dei consumi, sullo standard di vita – lo fa a scapito dei risparmi accumulati (che dal 2002 al 2010 sono caduti del 67,75%, con un buon26,6% affossato solo nel 2010). Secondo una recente indagine di Confcommercio, del resto, il reddito pro capite è calato del 7,1% tra il 2007e il 2011, il peggior risultato nella storia economica italiana. E sul mercato del lavoro, già ampiamente bloccato, a breve si rifletteranno gli effetti delle ultime settimane, tra crisi finanziaria e continua revisione al ribasso delle stime di crescita del Paese (+0,3% nel 2012), che tra l’altro non verrà graziato dal traino di altre economie, in Occidente tutte in allentamento. Prendiamo un dato per tutti: i costruttori romani dell’Acer parlano di «rischio paralisi nel giro di 3-4 mesi», di 25mila posti di lavoro persi negli ultimi due anni, e di fallimenti di imprese edili aumentati nel Lazio, nei primi sei mesi del 2011, del 32%. Il tasso di disoccupazione italiana dovrebbe attestarsi all’8,2% quest’anno e all’8,5% il prossimo, dice il Fmi. Ma quasi un giovane su tre non trova lavoro e, se lo trova, è precario nella metà dei casi.

L’UNità 23.09.11

"L'oscenità in politica", di Giorgio Bocca

La politica, il parlar di politica come un interminabile, ossessivo fiume di oscenità, come accadeva nella fanciullezza quando ci scambiavamo parole “sporche” persuasi che quello fosse il segno della raggiunta maturità, che eravamo diventati uomini capaci di creare uomini. Giornali e televisioni sembrano dominati dalla foia delle immagini lubriche, dell´umorismo da caserma.

Un uomo, un industriale brianzolo di nome Silvio Berlusconi è il portavoce di questa volgarità plebea che ha ritrovato il coraggio di esporsi in pubblico, anzi vantandosi in pubblico di esistere. Nelle intercettazioni telefoniche di Silvio, dei suoi cortigiani, delle sue prostitute ritrovi lo sfogo carnevalesco della sessualità repressa. La Rai ha trasmesso un´intervista a una delle escort: sembrava la parodia di un inno satanico.
Proterva, sfrenata la signorina recitava la parte del demonio vincente su tutte le ipocrisie, su tutte le viltà. Parlava del ruffiano Tarantini come di un campione della verità e dell´audacia: sia lodato lui che in questo mondo di pecore ha avuto il coraggio di essere ciò che un uomo vincente deve essere, uno che ruba, approfitta, che usa la benevolenza dei potenti viziosi per fare strada. Non solo dei piccoli ricatti, delle modeste tangenti, ma i grandi affari con i monopoli privati di Stato, con la chimica e le meccaniche e il petrolio. Coraggioso e ingegnoso: qualche bella ragazza mandava nel salotto giusto ed ecco che il furbo Tarantini era diventato un personaggio chiave della corruzione. La bella escort proseguendo l´intervista non si conteneva più, faceva l´elogio della lascivia che aiuta la furbizia, dell´avidità che è il giusto sentimento di rivalsa dei nati poveri. Irridente, sprezzante di ogni prudenza, di ogni rispetto. Credete a me che queste cose le conosco: hai un fratello disoccupato da sistemare, una madre ammalata da curare, devi pensare al tuo avvenire, a uscire dalla miseria degli stipendi statali.
E allora smettila di fare l´elogio delle virtù che ti lasciano povera, dei doveri con i quali non ti compri una T-shirt elegante, credi a me che conosco la catena del successo e della ricchezza, se devi venderti per avere dei bei vestiti venditi, perché solo l´eleganza ti aprirà le prime porte, se vuoi diventare un´attrice, un´indossatrice alle feste di Silvio e dei suoi simili non andartene proprio al momento giusto, quello in cui si fermano le candidate al suo letto, ai suoi amori penosi ma redditizi. Quando le prostitute rivendicano il loro diritto a esserlo, il loro merito a essere uscite dal gregge dei paurosi e dei deboli è troppo tardi per ogni considerazione sociale: siamo alla disperazione senza rimedio di chi sceglie la via delittuosa pur di uscire dalle pene della vita. A questo punto sei fuori da una vita non diciamo virtuosa, ma onesta, fuori da una socialità corretta o sopportabile, dentro un groviglio di ricatti e di menzogne. Durante l´inchiesta di Mani pulite il procuratore Di Pietro ebbe parole di pietà per i poveracci che erano caduti nella rete infernale, anche loro, disse, hanno dei sentimenti, dei parenti, dei desideri di redenzione. Ma è altrettanto vero che uscire dalle grinfie del demonio non è facile, che non tutti possono resistere alle sue tentazioni. Si chiede a Berlusconi di fare un passo indietro. Non lo farà. Uomini come lui non sono in grado di farlo, non esistono per loro rifugi in paesi lontani. Se sono al punto in cui sono è perché lo hanno voluto con volontà di distruggersi, prevalente su quella di salvarsi.

La Repubblica 23.09.11

"Bnl-Unipol, chiesto il rinvio a giudizio di Berlusconi", da wwwilsole24ore.it

Il pm di Milano Maurizio Romanelli, su ordine del gip Stefania Donadeo, ha chiesto il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi imputato di concorso in rivelazione del segreto d’ufficio per la vicenda dell’intercettazione Fassino-Consorte ai tempi della tentata scalata di Unipol a Bnl. Si tratta di un atto dovuto dopo la decisione del gip di ordinare l’imputazione coatta per Berlusconi. Sempre per la stessa ragione è stato iscritto nel registro degli indagati per lo stesso reato il giornalista Maurizio Belpietro, all’epoca dei fatti direttore de Il Giornale.

Il testo della telefonata intercorsa il 18 luglio 2005 tra Piero Fassino e Giovanni Consorte, che non era nemmeno stata trascritta dagli investigatori, venne pubblicata dal quotidiano di via Negri il 31 dicembre 2005.

Per questa vicenda sono già stati condannati tra gli altri Fabrizio Favata e Roberto Raffaelli, l’ex titolare della Rcs, la società che aveva messo a disposizione le attrezzature per effettuare le intercettazioni. Inoltre Paolo Berlusconi, in qualità di editore de Il Giornale, è stato mandato a processo: la prima udienza si aprirà a Milano il prossimo 4 ottobre.
Ora la richiesta di rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi è stata trasmessa all’ufficio gip e dovrà essere valutata da un giudice dell’udienza preliminare.

Fassino pronto a costituirsi parte civile
Piero Fassino, ex leader dei Ds e sindaco di Torino, è pronto a costituirsi come parte civile nell’udienza preliminare a carico di Silvio Berlusconi, che deve essere fissata dopo la richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Milano. Lo ha annunciato il suo legale, l’avvocato Carlo Federico Grosso.

www.ilsole24ore.it