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"Numeri senza politica", di Michele Prospero

I numeri ricevuti alla Camera, inferiori a quelli preventivati, per ora evitano a Berlusconi l’umiliazione della resa senza condizioni ma non gli garantiscono certo le basi di una politica efficace. Con margini sempre più risicati, il Cavaliere resiste al comando diun esecutivo screditato agli occhi del mondo. Oggi il sistema politico è paralizzato e sembra imboccare la scivolosa strada in cui la legalità dei numeri sfida la legittimità.unleader disperato e sempre più solo. Con numeri racimolati in modo sfacciato, egli irride alla maggioranza reale del Paese (quella emersa non solo nei sondaggi, che sono sempre fotografie meramente virtuali del consenso, ma nelle elezioni amministrative e nei referendum), fa sberleffi alle richieste, mai così esplicite, dei sindacati, della Confindustria, dei principali giornali di opinione. Tutti avvertono che esiste uno scarto enorme tra una società angosciata per un presente che promette solo tempeste per colpa di un governo inetto e il rifugio di comodo dietro la forza legittimante dei numeri. I numeri sono l’essenza della democrazia ma diventano uno schermo assurdo quando il rito stanco dei voti di fiducia riscossi in aula contrasta in maniera provocatoria con la sostanza più autentica della democrazia parlamentare. Nessuna democrazia sana, con partiti autentici e leader con un brandello di senso dello Stato, può tollerare la sordità assoluta della maggioranza verso i segnali inequivocabili dei costi economici enormi determinati dalla caduta irreparabile di ogni prestigio del leader.
Le forzature di numeri che si convertono in una obbedienza cieca non possono giustificare una cupa indifferenza dinanzi al disastro economico, alla bancarotta finanziaria, alla sofferenza delle famiglie e delle imprese. Se il Paese reale va a rotoli, se il sistema istituzionale è minato dalla esplosione di insanabili conflitti di potere, i numeri non possono da soli autorizzare la distruzione della convivenza civile. Nessun malinteso principio di maggioranza può legittimare la dissoluzione delle basi civili, istituzionali ed economiche del Paese.
L’opposizione sa bene che, anche se manipolati, comprati o coartati, i numeri in aula sono imprescindibili e che non ci sono alternative al principio di maggioranza. Una incalzante iniziativa politica per cambiare i numeri è quindi la sola prospettiva efficace. Anche la mobilitazione di massa nel Paese ha come obiettivo principale quello di determinare il mutamento della maggioranza e non certo quello di agitare una cieca contrapposizione
tra piazza e palazzo. Questa polarità regalerebbe a Berlusconi l’arma della legalità e alle opposizioni la macchia della sedizione. Solo nuovi numeri in aula potranno invertire la rotta e licenziare Berlusconi, la cui resistenza non può essere infinita.
Non sono molte le alternative che oggi si dischiudono dinanzi al Pdl e alla Lega. È palpabile a destra una suprema (e politicamente insana) vocazione al martirio che induce una flaccida classe dirigente a bruciare a fuoco lento insieme al leader padrone. Ma la spinta di fenomeni economici e sociali dirompenti eroderà anche questa inclinazione al suicidio.Un leader vero dovrebbe avvertire lui stesso l’esigenza di non coinvolgere se non
il paese (nozione troppo astratta per il Cavaliere) almeno la sua creatura politica nel disastro. Ma Berlusconi non è un leader e quindi non ragiona nei termini alti della politica. Il suo stesso soggetto politico rischia così di dileguarsi. In politica non esiste come praticabile la scelta in favore di una morte assistita. Se nel Pdl e nella Lega ci sono spezzoni capaci di pensare in termini politici, dovrebbero resuscitare la prima regola di ogni politica: schivare la deriva, evitare il tracollo. La convincente forza persuasiva del disastro economico e sociale indurrà alcuni settori della destra alla resa dei conti finale con il capo-padrone. L’istinto di sopravvivenza, se un progetto politico coerente fa difetto, dovrebbe spingere a staccare la spina. Il Pdl ha solo un modo per sperare di non dileguarsi: partecipare alla rimozione del capo. E anche la Lega se aspira a un domani non ha alternative al parricidio. Questa destra potrà conquistarsi un briciolo di futuro nella politica di domani solo se Berlusconi e Bossi saranno travolti dal medesimo destino.

L’Unità 23.09.11

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“Ora Giulio è nemico”, di Federica Fantozzi

Giulio parla male di me in Europa, dice che ho peggiorato la manovra. È intollerabile. Ora basta. Devo riprendere in mano l’economia…». L’ira gelida di Berlusconi sul ministro assente è l’ultimo paradosso della maggioranza: si salva Milanese sul filo del rasoio ma si torna a parlare delle dimissioni di Tremonti. Finisce peggio una giornata cominciata male. Alle nove del mattino, con una pila di fogli e tabelle sbattuta sul tavolo e un sorrisetto tirato del premier. «Vi annuncio che Tremonti stamattina non sarà con noi». È cominciato così, di buon’ora, il consiglio dei ministri che ieri ha preceduto il voto parlamentare su Milanese. All’ordine del giorno l’approvazione della nota aggiornativa del Def, il documento di programmazione economico finanziaria, messa a punto da Via XX Settembre. Solo che a discuterne con i colleghi il ministro Tremonti non c’è: è in volo per gli
Stati Uniti. Assenza giustificata, per carità, la riunione del Fmi, ma non meno dolorosa per i colleghi. I quali, anziché un interlocutore in carne e ossa, si ritrovano tomi e faldoni consegnati belli e pronti per la ratifica.
Quel che c’è bene, quel che non c’è pace. E Berlusconi ha espresso tutta la sua irritazione: «È un accentratore, non può comportarsi così. Deve venire qui e spiegarci le sue scelte: la politica economica si fa a Palazzo Chigi e non nel suo ufficio». Via via che scorrono le pagine e le cifre, il malcontento per la «prepotenza» di Tremonti si fa palpabile. L’umore della riunione vira al nero. Diversi ministri tra cui Romani, Bernini, Carfagna, fanno delle rimostranze. Letta tenta invano di mediare. Il veneto Galan, che in passato ha
polemizzato con Tremonti accusandolo di aver «commissariato» il governo, torna a parlare dell’esigenza di «collegialità» in un momento così difficile. In ordine sparso tornano concetti come lo spacchettamento del Tesoro, la riorganizzazione delle deleghe, la redistribuzione degli incarichi. In realtà, ciascuno è consapevole dell’impasse. Sarebbe un sollievo liberarsi dell’ingombrante Superministro. Però non possono. Ragionano di un depotenziamento che non sono in grado di portare a termine.
Ma certo, il vaso è colmo. Non basta lo sfogo di Berlusconi riferito da uno dei partecipanti alla riunione:
«Se la situazione economica mondiale non fosse quella che è, con i mercati in fibrillazione e gli occhi delle agenzie di rating puntati addosso, le chiederei io le dimissioni di Giulio…». Nel pomeriggio al vertice il premier
rincara la dose: «Tremonti parla male di me in Europa, dice che ho peggiorato i conti. È ora di ragionare di dimissioni.E di riprendere in mano l’economia». All’ordine del giorno: dismissioni dei beni pubblici e privatizzazioni. A mandarlo fuori dai gangheri però pare sia stato un controllo dei voli: il ministro avrebbe preso un volo di linea Usa delle 11,10. Con un volo di Stato, è la tesi del Cavaliere, avrebbe potuto conciliare tutto.
I veleni filtrano a Montecitorio. L’assenza suscita commenti al vetriolo. Martino la considera «inelegante. Santanché, fedelissima del premier, scandisce alle agenzie: «Noi ci abbiamo messo la faccia, lui no. È umanamente vergognoso». Crosetto, il sottosegretario che definì «da psichiatria» la sua manovra, usa toni molto forti: «Il giudizio sul ministro l’ho già espresso, ora aggiungo quello sull’ uomo: la sua assenza è un forte indicatore del valore». Poi chiede una cabina di regia: «Considerata la totale assenza di idee di Tremonti e la mancanza di dialogo con il paese reale, serve un tavolo immediato e permanente a Palazzo Chigi». Il partito
dei nemici di Tremonti è tornato. L’assalto finale è cominciato. Come finirà?

L’Unità 23.09.11

"Clandestina è la politica", di Luigi Manconi e Valentina Brinis

A Lampedusa sono esplosi gli errori e i pregiudizi che da decenni accompagnano le scelte italiane
in fatto di immigrazione. Un Paese incapace di accogliere dominato dalla cultura del respingimento. Se un giornale democratico, progressista e – addirittura! – “ di sinistra” titola: «Caccia ai clandestini», qualcosa di terribile sta accadendo, e forse è già accaduto. Consideriamo quel titolo. Certo, potrebbe giustificarsi con la volontà di descrivere semplicemente un fatto, connotandolo di una qualche riprovazione morale: ma temo che il risultato sia esattamente l’opposto. Se, infatti, si fosse scritto, che so, “violenze” o “aggressioni”, già sarebbe stato diverso perché in quelle due parole viene evidenziato il ruolo dei responsabili e, di conseguenza, quello delle vittime. “Caccia” è già diverso. Intanto perché evoca una dimensione ferina e, dunque, ulteriormente mortificante il bersaglio di quella attività venatoria; e, poi, perché introduce un elemento esotico o comunque talmente anomalo da risultare quasi irreale.

Possiamo sbagliarci, ma questa è la sensazione: tanto più se l’obiettivo sono “i clandestini”. È un termine contro il quale ci battiamo vanamente da tempo e che, fino a qualche anno fa, era totalmente infondato sotto il profilo giuridico dal momento che non esisteva nel nostro ordinamento il reato di clandestinità. Ora, anche questa ulteriore lesione è stata inferta al nostro sistema di diritti e garanzie e, dunque, il ricorso a quel termine ha – sotto l’aspetto penale – una qualche plausibilità. Ma nella sua dimensione sociale si tratta di un termine esclusivamente di natura denigratoria e discriminatoria. Sono forse “clandestini” quei bambini e donne e uomini che, sotto i fari delle nostre polizie e sotto i riflettori delle nostre televisioni sbarcano a Lampedusa, col volto e il corpo esposti alla più crudele visibilità? Il termine clandestino evoca immediatamente, più che un generico pericolo, un’insidiosa minaccia portata attraverso la cospirazione e la trama occulta. Clandestini, nel senso comune e nel linguaggio pubblico, sono oggi i fuggiaschi e i richiedenti asilo, coloro ai quali è scaduto il permesso di soggiorno, quanti hanno perso il posto di lavoro e i minori che compiono diciotto anni e risultano privi dei requisiti di legge. Una parte di questi si trovano da tempo a Lampedusa. Ed è bastata una scintilla per incendiare l’isola.

È bastato far valere un punto del recente accordo Italia-Tunisia (rimpatri diretti verso il Paese di origine) perché si scatenasse la rivolta. Una rivolta motivata, da un lato dall’abbandono e dalla disperazione e, dall’altro, dal fallimento del sistema di accoglienza lampedusano. Un apparato, quest’ultimo, affidato interamente alla spontaneità e alla filantropia degli abitanti dell’isola che, armati di “buona volontà” e di “santa pazienza”, in questi mesi di continui sbarchi non si sono mai voltati dall’altra parte (salvo, evidentemente, poche eccezioni). La loro è stata l’attesa estenuante e ostinata di un intervento decisivo da parte del governo italiano in grado di far fronte a quella “emergenza umanitaria” (così a febbraio era stata definita la situazione). E in questi mesi qualcosa in effetti è stato fatto: rilascio dei permessi di soggiorno temporanei (23mila), distribuzione sul territorio italiano delle persone sbarcate, accordo Italia-Tunisia.

Ognuno di questi provvedimenti si è però rivelato o incompleto o inefficace. Per dirne una, i permessi temporanei rilasciati fino al mese di aprile non hanno garantito alcun tipo di presenza legale sul territorio oltre la loro breve durata. Bisogna poi ricordare il fine di quella misura: consentire ai migranti (principalmente tunisini) di muoversi nell’area Shengen, cosa in realtà resa improba da molti fattori e, in particolare, dagli ostacoli posti dagli altri Stati. Inoltre il sistema di accoglienza gestito dal governo italiano è apparso subito inutilmente macchinoso: basti pensare alla spericolata serie di acronimi attribuiti ai differenti centri di accoglienza (Cie, Cara, Cda, Cai, Ciet… e perché no Cippa Lippa?).

Se l’idea iniziale era quella di rispondere con strutture diverse a diverse condizioni, oggi risulta palese che le differenze si limitano alle sigle: le condizioni materiali e psicologiche delle persone trattenute sono generalmente disperate a prescindere dal nome del luogo. Infine gli accordi Italia-Tunisia dell’aprile scorso, appena rinnovati, sembrano rivelarsi efficaci solo sotto il profilo della repressione. Ma perfino in questo ricorso alla mano pesante, emerge la cialtroneria di una politica dell’immigrazione grossolana e impotente. Lo Stato che garantisce la sicurezza (guardandosi bene dal garantirla ai migranti) è plasticamente rappresentato dal delirio verbale e cinetico di quel sindaco che mostra – più pateticamente che minacciosamente – la sua mazza da baseball.

L’Unità 23.09.11

Franceschini: "Guerrieri padani quando fischia il padrone corrono scodinzolando", intervista di Simone Collini

Dario Franceschini esce dall`aula di Montecitorio amareggiato ma non sorpreso dal voto su Marco Milanese. «La Lega tuona sempre con minacce in Padania ma poi puntualmente sostiene le decisioni di Berlusconi – dice il capogruppo del Pd alla Camera dalle leggi ad personam al conflitto di attribuzione al no a questo arresto».
Per la settimana prossima avete presentato una mozione di sfiducia contro il ministro Romano, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa: cosa vi aspettate?

«Vedremo se i leghisti sfileranno ad uno ad uno in Aula votando la fiducia a un ministro accusato di un reato che in qualsiasi altro Paese o in qualsiasi altra fase storica avrebbe portato automaticamente a doverose dimissioni, al di là della colpevolezza o dell`innocenza, per le quali bisogna attendere l`esito del processo».

Che idea si è fatto, qual è la strategia della maggioranza?

«Tirare a campare».

Tutto qua?

«Esatto, tutto qua, ed è questo il drammatico. Di fronte a un Paese che attraversa una grave crisi economica e sociale, abbiamo un governo che salvo nei voti di fiducia o in quelli riguardanti le vicende giudiziarie del premier non è in grado di garantire la maggioranza. Come si è visto nel voto dell`altro giorno».

La maggioranza è stata battuta ripetutamente, e però ieri ha dimostrato di avere i numeri, quando vuole.

«Ma non per governare, non per affrontare l`emergenza in cui si trova il Paese. Tutti capiscono, da Confindustria ai sindacati agli osservatori internazionali che la sola sostituzione di Berlusconi equivarrebbe a tre manovre finanziarie, che basterebbe a far scendere lo Spread di almeno cento punti. E questo perché non ha più credibilità. Ed è recidivo».

Recidivo?

«Non ha cambiato minimamente atteggiamento. Alla Camera la prossima settimana abbiamo in discussione la legge sulle intercettazioni. E poi il processo breve».

Assodato che lui a farsi da parte non ci pensa, cosa ha intenzione di fare l`opposizione per costringerlo?

«Da più parti c`è la speranza che l`opposizione abbia a disposizione il colpo del Ko definitivo. Purtroppo quando si tratta di salvaguardare la propria sopravvivenza la maggioranza ha i numeri. Non penso che i vari Scilipoti vengano improvvisamente colpiti da un senso dello Stato o da un orgoglio nazionale e facciano cadere il governo. Ma anche se non abbiamo il colpo del Ko diamo colpi ai fianchi. Sulle intercettazioni faremo una battaglia in Parlamento durissima, utilizzando tutti gli strumenti possibili. Il problema è che Berlusconi mostra di assorbire tutto. Una qualsiasi delle vicende in cui è implicato missioni. Ma noi dobbiamo mantenere un`opposizione incalzante e se arriva il momento del Ko politico, non esiteremo».

Ammettiamo che alla fine ci sia il passo indietro: pensa sia auspicabile andare al voto anticipato o dar vita a un governo di transizione?

«Intanto, dobbiamo tutti sapere che la fine del berlusconismo sarà più lunga di quello che sento a volte dire. Anche quando non sarà più premier, il sistema di potere, le tv, i giornali, restano. Non finirà tutto d`incanto come nelle favole. E allora dovremo farvi fronte, mentre saremo impegnati a rimettere a posto le regole e a bloccare l`emorragia economica. Per questo penso che adesso ci sarebbe bisogno di una parte finale di legislatura in cui un nuovo governo cambi la legge elettorale e rassicuri gli investitori con una fase in cui si chiude l`emergenza. Saranno necessarie operazioni difficili, anche impopolari, e lo potrà fare un governo che non ha il problema del consenso. Chiaramente, se non sarà possibile, si va ad elezioni anticipate».

Con quale alleanza, secondo lei: quella della foto di Vasto o quella con anche Casini, che però dice no alla “nostalgia dell`Ulivo”?

«Non mi fermo di fronte a un`intervista tattica o a una fotografia, a frenate o accelerazioni. La nostra prospettiva è mettere in campo un`alleanza il più larga possibile delle attuali opposizioni. Anche la prossima legislatura sarà di transizione, perché risanare l`economia, ricostruire il senso dello Stato, il rispetto delle regole, la credibilità della politica è lavoro che deve fare uno schieramento il più ampio possibile. Noi siamo un partito che rappresenta i due terzi di tutte le opposizioni, dobbiamo tenere aperta questa prospettiva. Anche perché sarà un lavoro biblico quello che ci sarà da fare per ricostruire sulle macerie del berlusconismo, sarà necessario avere un consenso sociale molto forte».

E la fine dei bipolarismo?

«Tutt`altro, l`approdo è un bipolarismo senza Berlusconi, tra progressisti e moderati, ma ora la priorità è la ricostruzione, per poi andare allo scontro politico tra avversari normali».

Qualcuno nel Pd è rimasto scandalizzato dalla foto di Vasto con Bersani in mezzo tra Di Pietro e Vendola: lei?

«Io non mi scandalizzo. È chiaro che si parte dal proprio campo. Ma non è sufficiente, quella foto, va allargato il campo».

Ma non temete che Casini, una volta che Alfano avrà trovato una via d`uscita per Berlusconi, ascolti le sirene di chi dice che la collocazione naturale dell`Udc è con i conservatori, come dimostra anche il fatto che Pdl e Udc in Europa stanno nello stesso partito?

«Non penso che il campo naturale dell`Udc sia la destra. L`Udc per sua natura sceglie il campo di volta in volta. E Casini sa perfettamente che se anche Berlusconi non sarà più il premier, nella la prossima legislatura tutti gli altri saranno gli stessi di ora, Bossi e tutti gli attuali ministri. Non è che di colpo cambiano tutte, le persone, restano tutte. E non è che di colpo, tolto Berlusconi, diventano dei conservatori inglesi o la Cdu tedesca. Rimarranno tutti i conflitti, tutti i collateralismi. Una legislatura di transizione servirebbe anche a dare tempo alla destra italiana di diventare una destra normale. Non si può fare in due ore, forse potranno farlo in una legislatura»

"Esperimento italiano fra Ginevra e il Gran Sasso: in dubbio la teoria della relatività", di Giovanni Bignami

Chissà cosa è successo davvero tra Ginevra e il Gran Sasso. Certo i neutrini non si sono fermati a bere un caffè, anzi, sembra che, come nei fumetti, siano andati più veloce della luce. Ci vorrà un po’ di tempo per capire cosa è successo davvero. Perché, anche se piccola, i neutrini una massa ce l’hanno. Anzi, proprio questa è stata una scoperta recente, premiata con un Nobel nel 2002.
Ma Einstein ci ha insegnato che un corpo con massa non può andare al di là della velocità della luce, anzi neanche uguagliarla. E allora? Ai posteri l’ardua sentenza. Il risultato, se di risultato si tratta, si gioca sulla precisione della misurazione dei tempi di transito. E qui la fisica non perdona: la luce avanza a 300 mila km al secondo e, per decidere chi arriva prima tra fotoni e neutrini, bisogna avere un fotofinish di straordinaria precisione.
Per il momento, si tratta di un passa-parola tra fisici a metà tra lo scettico e l’entusiasta. Noi, però, non possiamo non notare l’importanza sempre maggiore dei neutrini per il futuro della comprensione dell’universo. Se i neutrini italo-svizzeri fossero davvero superluminali, cambierebbero non solo fondamentali paradigmi della fisica, ma forse anche alcune nostre idee sulla formazione e composizione dell’universo. Penso soprattutto alla materia oscura, il grandissimo problema della cosmologia moderna. Ma penso anche ai neutrini viaggiatori, portatori di messaggi ancora non letti dal cielo.
Finora abbiamo visto solo due sorgenti celesti di neutrini: il nostro Sole ed una Supernova nella Grande Nube di Magellano. Proprio dalle osservazioni del Sole abbiamo capito che i neutrini devono avere una massa e che perciò, fino a ieri, non potevano andare alla velocità della luce. Vien da pensare al risultato annunciato due giorni fa a Bradford, Inghilterra, da Carlos Frenk, grande cosmologo anglomessicano, che mette in dubbio le poche idee che ci eravamo fatti sulla natura delle particelle responsabili della materia oscura. Potrebbero non essere quello che pensavamo e potrebbero anche non essere alla portata del Cern. E allora? Non ho la minima idea se i due risultati siano connessi e comunque entrambi hanno bisogno di conferma. Certo, parlando dei neutrini e delle loro strane proprietà, viene voglia di spalancare il cielo ad una nuova astronomia, fatta appunto con i neutrini, dopo che da migliaia di anni ci accontentiamo dei messaggi portati dal fotone viaggiatore.
E’ la fine del monopolio dell’astronomia elettromagnetica, cioè quella fatta con i fotoni che anche i nostri occhi possono vedere? Sarebbe affascinante fare astronomia con i neutrini, perché intorno a noi c’è un universo dove vanno e vengono neutrini senza che riusciamo a cogliere il messaggio che portano. Se poi fossero più veloci della luce, sarebbe anche più divertente. Ma attenzione: tutte le volte che abbiamo messo seriamente alla prova la relatività generale di Einstein, il vecchio Albert è uscito vincitore.

La Stampa 23.09.11

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“Relatività in crisi? Così potrebbe cambiare la concezione del cosmo. Nuove dimensioni e strane curvature dello spazio-tempo”, di Barbara Gallavotti

Non sono giorni normali per i fisici. Da qualche tempo si sussurrava di risultati importanti ottenuti dall’esperimento «Opera». L’attesa per la presentazione ufficiale dei dati era palpabile, ma il sentimento predominante era una sorta di entusiastico scetticismo. Nessuno si lasciava andare ad analisi tecniche, perché la collaborazione «Opera» non aveva ancora terminato di analizzare i dati e la prima comunicazione ufficiale è prevista per oggi. Ciò nonostante, poteva capitare che qualcuno accettasse di immaginare cosa avverrebbe della nostra visione dell’Universo, se i risultati fossero confermati e, dunque, si scoprisse che i neutrini possono viaggiare più veloci della luce.
Ad essere in gioco è uno degli assunti fondamentali della Relatività, quello secondo il quale nulla può viaggiare più veloce della luce, perché, se così fosse, cambiando il sistema di riferimento dell’osservatore, potrebbe avvenire di vedere un fenomeno prima del verificarsi delle sue cause (il che è assurdo). I neutrini sono particelle speciali, le uniche nel mondo dell’infinitamente piccolo ad essere dotate di massa, seppur minuscola, ma prive di carica elettrica. Questa peculiarità non basta però a giustificare il risultato di «Opera» e dunque, se fosse confermato, bisognerebbeimmaginare delle drastiche correzioni alla Relatività (cancellarla sembra impossibile, perché sono troppe le prove a favore della sua validità). Si dovrebbe quindi pensare all’esistenza di nuove dimensioni o a strane curvature dello spaziotempo che permettano ai neutrini di prendere inedite scorciatoie. Un po’ come se, dovendo unire su un atlante L’Aquila e Ginevra, anziché tracciare una linea sulla carta si piegasse il foglio, portando le due città a coincidere, e poi le si congiungesse, forando il foglio con una matita.
Dopo la fuga di notizie, l’atmosfera fra i fisici è cambiata e ieri era praticamente impossibile trovare qualcuno che accettasse di toccare ufficialmente l’argomento della velocità dei neutrini prima del seminario di oggi. L’entusiasmo per una possibile scoperta che cambierebbe il volto della fisica è stato soverchiato dall’urgenza di non farsi travolgere dagli eventi e di procedere nel valutare con cura i dati. Del resto, anche se i fisici del Gran Sasso saranno convincenti, bisognerà attendere che altri analoghi esperimenti confermino l’esistenza del fenomeno. Negli Usa e in Giappone si stanno probabilmente attrezzando a ripetere la misura, ma occorrerà aspettare almeno un anno prima di sapere se l’Universo è tanto diverso da come pensavamo. La scienza ha tempi lunghi e anche a Stoccolma sono abituati ad attendere.

La Stampa 23.09.11

"Genitori, aprite gli occhi", di Giuseppe Caliceti

Il nuovo anno scolastico ripropone, aggravati, tutti i problemi degli anni precedenti, dopo che sulla scuola pubblica si è scagliata la scure della Gelmini. In dieci anni la condizione della scuola italiana, e la qualità della vita al suo interno, è peggiorata davvero e sistematicamente. Il sistema culturale che ha nei media il centro di irradiazione ha rimodellato definitivamente l’economia degli affetti e del desiderio di un paio di generazioni. La cultura e l’intelligenza non interessano alla classe dirigente italiana, che al limite se ne riempie la bocca per promuovere le immagini delle aziende, o in chiave paternalistica per accreditare localismi e al massimo pubblicizzare il turismo. I genitori di alunni e studenti devono capire che non esistono più, per i loro figli, diritti acquisiti. Occorre difenderli. Di più: riconquistarseli, questi diritti, perché tanti sono stati già tolti. Insomma, oltre all’impegno che i genitori richiedono ai propri figli nello studio, in questi anni la scuola chiede più impegno anche a loro.
In questi tre anni c’è stata una narrazione bugiarda da parte del governo di quanto è successo a scuola. Affermare che con tagli a fondi e docenti, tagli epocali, la qualità della scuola potesse migliorare, non era solo una cosa impossibile ma un falso. L’ideologia del ritorno al passato come modello per il futuro della scuola ha avuto buon gioco sui genitori degli alunni di oggi perché faceva leva sul loro ricordo dell’infanzia, che però è molto diversa dall’infanzia di oggi. È un modello vecchio, anacronistico, classista, poco solidale verso chi ha più difficoltà di apprendimento. Il fatto è che il minore è visto – e lo dice anche la parola “minore” rispetto a un presunto “maggiore” – come un soggetto non ancora politico, come un progetto di adulto, un prototipo. E non come una persona in fase di crescita. Una persona a tutti gli effetti. Questo comporta tutta una serie di miserie. Occorre tornare a spiegare bene agli studenti, ma anche ai loro genitori, che tra apprendere e informare e/o convincere a fare qualcosa, per esempio comprare un prodotto o pensarla in un certo modo, c’è una grande differenza. Colpisce sempre pensare alla grande quantità di soldi che il mercato spende per convincere e alle somme sempre più esigue e esangui destinate a educare e istruire. Non credo sia un caso.
Il nostro sistema formativo è vecchio: prevede che basti conoscere e magari amare una materia, per saperla insegnare, come dicono Mastrocola e Gelmini. In realtà occorre sempre partire dalla didattica e dalla pedagogia. Se non si parte da lì, non si sta parlando di educazione, di scuola, ma di altre cose. Spesso noi docenti, in questi anni, ci siamo trovati ad insegnare valori e contenuti esattamente opposti a quelli dei politici: pensiamo alla questione immigrazione. Il fatto è che i valori costituzionali sono stati messi in discussione da questo governo in più casi. Molti docenti si sono trovati spiazzati. Non sanno più a chi dar retta: al governo o alla Costituzione? La scuola pubblica è il cuore di qualsiasi democrazia. E al ministero dell’Istruzione abbiamo “saggi” come Vittadini, gran capo di Comunione e Liberazione e fondatore della Compagnia delle Opere: gente che è contro la scuola pubblica e a favore delle private. Gelmini ha gridato mille volte «viva il merito», «premiamo il merito», ma ha fatto esattamente l’opposto con la sua controriforma: ha tolto alle scuole pubbliche italiane che i dati Ocse-Pisa del 2007 reputavano migliori delle private; e la scuola primaria italiana dal 2008 a oggi è scesa dal primo al tredicesimo posto in Europa. Di che merito parla? I genitori di alunni e studenti aprano gli occhi e, se per loro sono veramente la cosa che hanno più cara al mondo, difendano i loro figli da chi gli nega anche solo di sognare un futuro.

Il Manifesto 23.09.11

Il Pd: «Il 5 novembre in piazza nel nome del popolo italiano», di Simone Collini

Bersani attacca il premier «impresentabile» all’Onu e dà appuntamento alla manifestazione del 5 novembre a Roma. Cesa ai parlamentari Udc dopo il voto su Milanese: «Preparatevi al voto a marzo». Il 5 novembre il Pd scende in piazza «in nome del popolo italiano». Pier Luigi Bersani lascia Montecitorio dopo il voto su Marco Milanese parlando di «giornata amara per il Parlamento». In ogni caso. Perché se anche quel no all’arresto sancito dai voti di Pdl e Lega fosse stato «ispirato da una continuità di governo, dall’esigenza di sopravvivere», dice il leader Pd, anche questo sarebbe «da irresponsabili». Mentre tutti gli occhi sono puntati sul crollo della Borsa, l’impennata dello Spread, il ministero del Tesoro che rivede al ribasso il Pil, il governo ancora una volta si mostra incapace di affrontare la crisi economica e il «premier a tempo perso» è impegnato in sempre più numerose vicende giudiziarie («Italiani a tempo pieno» è la campagna d’affissione lanciata ieri, mentre da stamattina sui muri delle città del nord compariranno i manifesti sulla Lega «salva-cricca»). Per questo Bersani lasciata Roma e arrivato a Cortona dove apre la scuola di formazione politica del Pd che andrà avanti fino a domenica dà appuntamento alla manifestazione del 5 novembre con lo slogan «in nome del popolo italiano». «Noi non siamo semplicemente l’opposizione, noi vorremmo interpretare un’esigenza di riscossa per la ricostruzione di questo Paese». Vuole una piazza «larga», il leader del Pd: «Cercheremo di chiamare tutti». Perché a questo punto la priorità è «rimettere il Paese all’altezza della sua dignità».
Il voto su Milanese non è che una goccia. Le notizie sulle vicende giudiziarie del premier, le intercettazioni, le battute, hanno fatto il giro del mondo. Scuote la testa, Bersani: «Noi siamo la settima potenza industriale, siamo uno tra i primi dieci Paesi del mondo. Ma possiamo essere ridotti che all’Onu si parla di Palestina e Frattini interverrà lunedì, in coda a tutti, perché noi mandiamo il ministro degli Esteri e non mandiamo il presidente del Consiglio. E non lo mandiamo perché è impresentabile».
Bersani non si capacita di come il governo si arrocchi nonostante si dimostri ogni giorno incapace di far fronte alle «condizioni reali del nostro Paese». Per il leader del Pd serve «un nuovo inizio, una discontinuità, un gesto»: «Cosa ci vuole ancora per cambiare governo? Abbiamo uno Spread di oltre 400 punti e le imprese sono con l’acqua alla gola», twitta sul cellulare.
Dar vita a un governo di transizione è l’ipotesi sempre in campo. Anche se, nella stessa Udc, strenua sostenitrice del governo di responsabilità nazionale, dopo il voto di ieri iniziano ad emergere perplessità sulla possibilità di andare a una soluzione come questa. Avrebbe detto infatti il segretario dei centristi Lorenzo Cesa ai parlamentari del suo partito: «Preparatevi al voto. Ormai è chiaro che dopo oggi non vi è alternativa alle elezioni anticipate. Servirebbe un governo di responsabilità nazionale, ma senza sponde nel Pdl l’ipotesi è impraticabile. Dunque, non perdiamo tempo e prepariamoci perché a marzo si vota»
Nel Pd la soluzione del governo di transizione rimane in cima alle ipotesi, ma Bersani non si vuole far trovare impreparato di fronte al rischio di una precipitazione verso le urne. Per questo sta impegnando il partito in una serie di iniziative che culmineranno, dopo la giornata di mobilitazione straordinaria del 15 ottobre, con la manifestazione del 5 novembre a Roma. E il candidato premier? Bersani ribadisce che non vuole mettere «il carro davanti ai buoi» e che il modello dell’uomo solo al comando si è già visto che non funziona. «Adesso bisogna lavorare al progetto, poi viene coalizione e infine il candidato, che si sceglierà con meccanismi di ampia partecipazione. Finalmente entreremo in una democrazia seria».

L’Unità 23.09.11

"Il crollo dei mercati e i canti di nerone", di Franco Cordero

L´annus horribilis continua inesorabile: e monotono in casa berlusconiana. La manovra imposta dall´Ue (quarta versione) riscuoteva segnali positivi dal mercato, mercoledì 7 settembre, sebbene vi manchino novità strutturali, ma niente garantisce che siamo fuori della tempesta: l´Italia è la più debole tra i soci importanti, malata contagiosa, da tenere d´occhio; nelle previsioni d´una stentata crescita viene ultima, col miserrimo 0.50%. Era disceso dalle nuvole, soi-disant imprenditore geniale: qualunque cosa tocchi, diventa oro; e s´impegna al miracolo economico, firmando il contratto nel salotto televisivo; sono il suo forte le pantomime da fiera.
Corre l´undicesimo anno dell´era berlusconiana, meno i due d´uno spettrale intervallo centrosinistro: le Camere gli ubbidivano (mai viste maggioranze simili); gli avversari stavano a testa china, cappello in mano. Ogni tanto brandiva l´arma plebiscitaria, sicuro d´avere due elettori su tre dalla sua. Il collasso sbalordisce e non incolpi stelle nefaste o prose nemiche. Se lo combina da solo, disincantando le platee: inetto, ciarlatano, abile solo nell´arricchirsi, enorme parassita, spende il tempo politico in frodi legislative intese all´impunità; le finanze vanno a picco e lui manda una lettera autografa alla Camera affinchè vieti l´uso del materiale fonico sulle serate postribolari d´Arcore (bel delirio d´onnipotenza, in spregio alla procedura penale). Nella terribile crisi planetaria non muoveva dito, intento ai loschi affari suoi. Costituito in mora dall´Ue, giocava carte false.
Almeno non strepitasse vantandosi salvatore del Paese contro toghe rosse e mercati, mentre indagini svelate dalla sua stampa aprono scenari dove figura molto male, sotto possibile ricatto da chi gli portava demoiselles a pagamento: nega d´essere parte lesa e racconta d´avere soccorso dei bisognosi (pratica una carità molto particolare, verso lenoni, traviate rampanti, malaffaristi), senza sospettare l´effetto ilare nel pubblico; è una campana sorda in materia autocritica. Varie voci lo qualificano falso testimone: stavolta non rischia condanne perché nemo tenetur turpitudinem suam detegere; ammettendo d´essere ricattabile patirebbe nell´onore (art. 384 c. p.), ammesso che quest´eterea entità gli prema; mille volte l´abbiamo visto insensibile alla vergogna, germe dell´etica. Ai bei tempi spacciava favole sguaiate trovando larga audience: adesso fredde occhiate misurano parole, smorfie, maschere, gesti; mala tempora, gli converrebbe stare quatto. Intanto qualcosa sta muovendosi nel clero Pdl. Mercoledì 7 settembre l´autorevole ex ministro Beppe Pisanu (tra i fondatori del partito-chiesa) gli consigliava d´uscire in punta di piedi: ancora poche settimane fa sarebbe stato impensabile; e i molossi contraddicono a mezza voce, notando come manchino i presupposti del governo a larghe intese; sfiduciato o dimesso B., andiamo al voto. Tutto lì: persistendo l´antica fedeltà (pro tempore, beninteso; nessuno arrischia un capello nel servizio disinteressato), il traditore finirebbe alla gogna; invece ne parlano signorilmente. Sintomo infausto.
Lui non vuol andarsene, ovvio: le dimissioni ripugnano all´Ego tirannico; sarebbe catastrofe psichica nonché politica, irrimediabile, non essendo presumibile la seconda vita d´un perdente prossimo agli ottanta più che ai settanta; non parliamo delle ripercussioni nel fiabesco patrimonio; e i maledetti processi? S´era giocato tutto, quasi una roulette russa. Fallisce l´assurdo tentativo del decreto urgente che lo salvi dai dialoghi intercettati (14 settembre). Gli sgherri meno presentabili, senza futuro fuori del serraglio, chiedono decisioni estreme, sbarrano gli occhi, battono pugni sul tavolo, urlano ma è schiuma da poco. I cauti scoprono lembi d´anima finalmente moderata, nella logica del salvare il salvabile.
Ormai basta una spinta. Supponiamo che lo spread con i titoli tedeschi resti agli allarmanti livelli attuali o addirittura salga, nonostante l´onerosa manovra, mentre Berlusco illo tempore felix, in fuga dai pubblici ministeri, affonda tra scandali e affari penali; il senso sarebbe chiaro: l´Italia rimane sotto tiro finché sia identificabile nel malfamato. A quel punto le Camere voteranno: merita ancora fiducia?; e presumiamo vari giudiziosi «no» nelle sue file. Troppe cose sono cambiate dall´Avvento 2010, quando pochi voti venali gli evitavano una débâcle, ma concessa l´improbabile risposta positiva, la legislatura ha le settimane contate; tempi calamitosi richiedono governi seri. Sul responso elettorale esistono pochi dubbi. È peso morto l´allora invincibile agonista e nell´attuale partito tirano arie discordi: era compagnia di ventura nel culto del padrone; caduto o svilito il quale, ai postberlusconiani resta la via della destra senza collare delineata dai futuristi. Sull´altra sponda anche i sinora interessati alla mistica del Capo sanno che handicap sia trascinarselo logoro, perdente, ormai molesto. L´ideale sarebbe un partito del «Caro Estinto», fabulous man, con tutti gli assets (reti televisive, giornali, editoria, capitali), sotto la guida della bellicosa figliola, i cui carismi cantava uno che s´è votato alla Casa d´Arcore, sotto cimiero, barbuta, cotta, relatore dell´insigne ddl sul processo cosiddetto breve. Quest´Ordine dei credenti, che ubbidiscono e combattono, batte bandiera Mediaset. Vi figurano colonnelli post-Msi, l´onniloquo capogruppo veterano piduista, lo speaker già radicale, il ministro socialcattolico, declamatore gesticolante dell´historiette osée su cinquanta monache violate, meno l´unica riluttante, e quanti messeri.
Speculavamo su dei futuribili. Lo scherzo prognostico è anche augurio. Chiudiamolo nello stile lieve d´Esopo, Fedro, La Fontaine, Leopardi fabulante (non Orwell: nel finale tragico d´Animal Farm niente distingue più i maiali dall´uomo). La rana s´era gonfiata a dismisura: gli animali l´adoravano, finché cade il velo; vedono quanto sia brutta e lì svanisce la batracomonarchia. Provvedano le Parche, se hanno a cuore le sorti d´Italia.

La Repubblica 23.09.11

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“Il governo regge l’Italia no”, di MARCELLO SORGI

La notizia del giorno è che il governo regge, seppure a malapena, ma il Paese non regge più. Basta solo confrontare, ancora una volta, ciò che ieri accadeva dentro e fuori il Palazzo, per capire fino a che punto è arrivato lo scollamento.

La Camera, per soli sei voti, e con un complicato intreccio di franchi tiratori, ha evitato l’arresto a uno dei deputati più impresentabili: quel Milanese, già braccio destro di Tremonti, che passava la vita a lucrare, grazie al suo incarico, su favori grandi e piccoli, si faceva regalare barche e auto di lusso, nonché la casa alle spalle di Montecitorio che aveva riservato al suo principale. Inoltre, sull’assenza del responsabile dell’Economia (in missione a Washington al Fondo monetario internazionale), a una votazione che lo riguardava così da vicino, è nato subito un caso: Berlusconi lo ha definito «ministro immorale», parlandone come di un disertore. Ma se c’era un problema di moralità, come mai il governo ha preteso di evitare l’arresto proprio a chi era accusato di averla violata?

E questa non è stata l’unica incongruenza della giornata. Mentre si votava a Montecitorio, la Borsa di Milano precipitava, anche a causa del declassamento di sette importanti banche italiane da parte di Standard & Poor’s, finendo come fanalino di coda dei mercati in sofferenza. Lo spread tra i titoli di Stato e quelli tedeschi nuovamente superava l’allarmante quota dei quattrocento punti. E nelle stesse ore il governo, rivedendo stime precedenti, fissava le previsioni di crescita dell’Italia per i prossimi tre anni sempre al di sotto di un punto percentuale, tra 0,6 e 0,9.

Ma di tutto ciò Berlusconi non sembrava particolarmente turbato: i suoi unici motivi di rammarico restavano Tremonti (anche se il ministro era a Washington a difendere la credibilità dell’Italia), e quei maledetti «soli» sei voti di scarto che gli avevano abbassato la media delle ultime performances parlamentari. D’altra parte, un esempio del metro di misura con cui il presidente del Consiglio valuta la gravità della situazione s’era avuto proprio qualche giorno fa, in occasione del down-grade del debito dell’Italia, quando il Cavaliere aveva accusato, ricevendone una replica secca e circostanziata, la stessa Standard & Poor’s di aver agito per ragioni politiche ed essersi basata solo sulla lettura dei giornali.

L’approssimazione e la superficialità con cui il premier continua a rapportarsi ai drammatici sviluppi della crisi sono inspiegabili, in un uomo che ha un passato da imprenditore e dovrebbe conoscere i fondamentali dell’economia nazionale. Ma tant’è. Se le banche italiane sono in difficoltà e cominciano a chiudere i rubinetti del credito, come ormai lamentano gran parte delle imprese, grandi, medie e piccole, e se la Confindustria lancia un allarme dopo l’altro, spiegando che la situazione non è più sostenibile, la risposta del governo non può essere che l’economia non c’entra e si tratta di un attacco politico mirato a far fuori il presidente del Consiglio. E neppure che è pronto un piano per rimettere tutto a posto. Piuttosto

che il piano, dopo quattro o cinque manovre insufficienti negli ultimi mesi, occorrono scelte immediate e precise, tre o quattro cose, non lunghi e inutili elenchi: tagli decisi, non il maquillage praticato finora, alla spesa pubblica e a quella per le pensioni; un altro pezzo importante di patrimonio nazionale messo in vendita per rianimare i mercati; semplificazioni e leggi innovative per attirare gli investimenti.

Ma al contrario, il timore è che il governo venga fuori con un altro libro dei sogni, grandi riforme costituzionali per le quali non c’è più tempo, alla fine della legislatura, lavori pubblici e infrastrutture che partono, o ripartono, sulla carta, mentre cresce il numero dei disoccupati. L’altro rischio concreto è che il Parlamento sia di nuovo ingorgato da leggi ad personam, invocate per aprire uno squarcio nella rete dei processi in cui il Cavaliere è imputato: questa sì, l’unica sua vera preoccupazione, che da mesi lo assorbe completamente e gli impedisce di dedicarsi ad altro.

Berlusconi ripete tutti i giorni che resisterà fino all’ultimo. Finché lo sostiene una maggioranza, per quanto malconcia, è suo diritto. Ma se vuol restare a Palazzo Chigi a qualsiasi costo, è suo dovere decidersi a governare.

La Stampa 23.09.11