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"Lega, le radici del disincanto", di Guido Moltedo

La lettura romana delle vicende leghiste illumina solo un emisfero dell’attuale pianeta padano. E non è neppure quello prevalente e decisivo. Bossi contro Maroni, cerchio magico contro maroniti. La Lega, un partito come gli altri, è il sottotesto di questa narrazione giornalistica, con le stesse dinamiche di potere degli altri. Il che è pure un po’ vero. Uno dei problemi del partito di Bossi è, infatti, quello di essere diventato forza di potere, capace di esercitare la sua influenza nei Palazzi romani.
Come gli altri partiti, è soggetto a essere osservato con le lenti della lotta di potere intestina, con tutto il repertorio di ambizioni, congiure, colpi bassi, veleni. Ciò nonostante, è altrove che occorre analizzare la Lega e la crisi che l’attraversa.
È il suo progetto che non convince più. Che non funziona più, proprio nel famoso “territorio”, dove anche i suoi avversari ne ammettono un considerevole radicamento. Cos’è, dunque, che sta venendo meno, e in modo perfino precipitoso?
La fatica fisica di Umberto Bossi è lo specchio implacabile di un corpaccione – il partito più vecchio, dopo quello radicale, sulla scena politica della seconda repubblica – che arranca.
Il suo ormai incompresibile linguaggio – non solo per via dei problemi fisici che lo tormentano – è il riflesso di una mistica confusa, che si sbiadisce, una mistica di cui egli è ed è stato l’incarnazione e che era l’amalgama di realtà territoriali diverse, era l’ideologia aggregatrice di regioni orgogliose della propria singolare identità storica come la Lombardia, il Piemonte, il Veneto, era il filo che collega città grandi e piccole fiere del proprio campanile e della propria torre, province di mare, di montagna, di pianura.
Il fallimento del raduno leghista a Venezia, quest’anno, non è semplicemente un insuccesso politico stagionale, ma segna plasticamente l’esaurimento di una “narrativa” che, intorno alla figura, alla biografia, alla gestualità, del suo capo incontrastato e indiscusso, ha consentito di costruire una realtà fittizia – la Padania – al cui interno problemi cogenti e reali avrebbero dovuto trovare soluzione.
Oggi Bossi non è più in grado di rimotivare e rilanciare la sua “invenzione”. E Maroni non è capace di proporre un disegno alternativo e prospettico, altrettanto attraente e coinvolgente. Per questo la scalata del ministro degli interni non procede. Si sente dire che i maroniani – consapevoli di non potere contare su una leadership carismatica, semmai Bobo prenderà il posto dell’Umberto – stiano costruendo la trama di una “nuova” Lega: avulsa dal credo padano e lontana da ogni sia pur larvata tentazione secessionistica, ma basata su un forte pragmatismo, figlio del “buon governo” degli amministratori locali leghisti.
Ammesso che un simile disegno sia in cantiere, basterebbe a colmare il vuoto delle troppe promesse politiche inesaudite e a compensare la delusione di una base sempre più a disagio per l’inspiegabile (pertanto opaca e sospetta) subalternità di Bossi a Berlusconi e di Maroni alle logiche di potere romane? La vulgata del “buon governo leghista” è in realtà anch’essa sottoposta a un severo esame da parte degli elettori del centrodestra.
Ci sono amministratori popolari, come il vicesindaco (e reale sindaco) di Treviso, Giancarlo Gentilini, che ama definirsi «federalista convinto, ma federalista italiano» e ha la forza di dire che «non c’è più la Lega delle origini», senza nascondere la portata della crisi e dei suoi responsabili: «Certo stiamo vivendo un momento particolare, e io da un po’ dico che ci vuole una rivoluzione nel cuore della Lega. Dobbiamo riprendere la carica rivoluzionaria, la gente ci chiede di cambiare, a partire dall’alto».
E c’è il presidente della provincia di Treviso, Leonardo Muraro, sempre più contestato dai suoi elettori, ultimamente inviperiti per la stangata sugli automobilisti (il raddoppio dell’Ipt, Imposta provinciale sulle trascrizioni). Un altro figlio della Marca, Luca Zaia, da Conegliano, decimo presidente della regione Veneto, è per molti suoi elettori una grande delusione. I veneti si chiedono: che cosa è cambiato con lui alla presidenza? Dov’è la sua impronta? A me che l’ho votato, che cosa è arrivato di diverso? Notizie, poi, come il milione di euro spesi per il restyling di palazzo Ferro- Fino, la sede della Regione, e gli 80mila per rifare il buvette, non aiutano a rafforzarne l’immagine. E parliamo del Trevigiano, il cuore della Liga veneta, e di una regione, il Veneto, in cui la Lega avrebbe pure potuto correre da sola, conquistando il governo della Regione.
Questi dati, da soli, ci dicono come il panorama degli amministratori leghisti sia distante dalla mitologia dominante fino a qualche mese fa.
Di qui il disincanto crescente dell’elettorato “padano”. Che difficilmente cambierà bandiera, tuttavia. Caso mai resterà a casa, se si voterà, e il centrosinistra perderà tempo se penserà di star fermo sotto l’albero aspettando che cadano i frutti leghisti. «Mal che vada, finché ci sarà Bossi, la Lega porterà a casa il suo sei/sette per cento», avverte Fabio Fioravanzi, star televisiva veneta, che conosce come pochi la scena del centrodestra della sua regione. Purché sia l’Umberto, e non il Trota, il Bossi di cui parla Fioravanzi.
«Nessuna eredità dinastica. Renzo potrà essere eletto in parlamento, e perché no? Ma la leadership, quella no», dice Fioravanzi. Dunque, né congiure di palazzo marioniane, né leadership “diffusa” degli amministratori, né passaggi dinastici. Anche nel suo “territorio” la Lega sa di essere un partito del leader: dopo di lui il diluvio.

da Europa quotidiano 23.09.11

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“Nord in fuga dal Carroccio”, di Paolo Natale

La Lega di lotta e di governo perde i pezzi. E li perde sia tra chi ne enfatizza il ruolo di “lotta”, sia tra chi ne sottolinea il ruolo di fedeltà al governo.
Gli elettori leghisti della prima specie, coloro che hanno come reale obiettivo la terra promessa, la Padania, o quanto meno un forte federalismo, almeno fiscale, sono da mesi in tumulto per il mancato rispetto della loro “piattaforma” irrinunciabile.
Gli elettori della seconda specie, coloro che pensano al movimento leghista come a una sorta di nuova Dc, legata alle tematiche locali ma con l’obiettivo di far funzionare finalmente il mondo produttivo, vedono con raccapriccio una forte incapacità del governo di snellire il paese, di dargli una forma più moderna e competitiva.
Sganciati dall’economia di sussistenza, troppo “meridionale”. Il malcontento dunque serpeggia tra le fila, come avrebbe detto Renato Pozzetto. Fino alla primavera scorsa, l’appeal elettorale della Lega era in costante e significativa crescita.
Da poco più dell’otto per cento delle politiche 2008, le intenzioni di voto prima e i comportamenti poi, alle europee e alle regionali dei due anni successivi, rilanciavano il partito nordista oltre l’asticella del dieci, con punte sfolgoranti in Veneto, in Piemonte e perfino sotto la linea gotica. Oserei quasi dire, oltre la stessa Padania.
E anche i cittadini meridionali vedevano nella Lega un movimento politico (quasi) da imitare, nella sua estrema capacità di rispondere puntualmente ai bisogni espressi dalla popolazione di riferimento. Tanto che da più parti si ipotizzava la nascita di una “Lega del Sud”, capace di entusiasmare anche i cittadini di quelle aree.
Poi, poco alla volta, un po’ di questo entusiasmo ha cominciato a venire meno. L’appiattimento sulla fedeltà a Berlusconi, comunque e dovunque, ha iniziato a far nascere un po’ di malessere tra l’elettorato antico e nuovo, tra gli adepti dell’ultima ora e tra gli incalliti fedeli. Che si sfogavano nelle radio e nelle lettere al giornale, e disertavano i tradizionali appuntamenti, le adunate di Pontida o di Venezia. Che non riconoscevano quasi più la consueta abilità del loro leader naturale di dettare l’agenda, come quasi sempre aveva fatto nei momenti cruciali della crescita.
Se ne è avuto un primo puntuale riscontro nelle amministrative di maggio, quando anche nelle consuete roccaforti leghiste (Novara innanzitutto, la città di Cota) sono cominciate le emorragie di voti, le perdite di consensi. Verso l’astensione, in parte, ma anche verso i candidati sindaci di altri schieramenti, a Milano, a Torino, in alcuni comuni più piccoli in Veneto, in Lombardia, in Piemonte.
I luoghi dove maggiormente si stava instaurando una nuova egemonia, che non ha però fatto in tempo a consolidarsi. Diviso all’interno tra quelli vicini a Bossi, più tradizionalisti, e quelli che vedono in Maroni il leader di una Lega nuova, più pragmatica e meno enfatica, il popolo leghista si trova oggi disorientato, insicuro del proprio cammino futuro, in balia di un accordo con il premier che non soddisfa le sue aspettative, né in un senso né nell’altro.
Oggi anche il movimento padano soffre una decisa crisi di consenso negli orientamenti di voto, ed è in procinto di tornare alle cifre di qualche anno fa, intorno al 9 per cento dei consensi. La fedeltà di voto leghista appare nelle ultime indagini demoscopiche tra i più bassi, vicini al 50 per cento del precedente elettorato, laddove il Pd e gli altri partiti di centro, di centrosinistra e sinistra (pur nell’elevata indecisione) si fermano almeno 15 punti sopra quella soglia.
E anche tra chi si dichiara ancora leghista, il disappunto nei confronti di Berlusconi si incrementa quotidianamente: almeno un terzo dichiara che il suo giudizio nei confronti del premier è molto peggiorato dopo le ultime vicende; oltre la metà pensa che i comportamenti di Berlusconi siano molto preoccupanti; la fiducia nella sua figura come capo di governo è ancora più bassa.
Continuando su questa incerta strada, è altamente probabile che la Lega incontri un drastico ridimensionamento, non solo elettorale, ma anche nel ruolo di riferimento dei cittadini del Nord che avevano creduto in lei, nella sua capacità di dare finalmente una svolta a questa politica centralizzata e scarsamente legata al territorio.
Il partito del Nord rischia di trasformarsi, agli occhi dell’opinione pubblica settentrionale, in una riedizione in piccolo delle antiche manovre democristiane: il potere purchessia.

da Europa Quotidiano 23.09.11

"Il salvagente padano", di Curzio Maltese

“Il comunismo non passerà!”. L´aria giuliva di Fabrizio Cicchitto, in mezzo a un gruppo di parlamentari della maggioranza in festa per il salvataggio di Milanese dall´arresto, del governo e della poltrona, magari non in quest´ordine, è il ritratto di una classe dirigente fuori dal mondo. Brindano alla buvette, s´abbracciano come a una vittoria del mundial. Berlusconi accarezza Bossi e poi Maroni, manco fossero le sue bambine. Lo spread volato a 400 punti? La Borsa che ha bruciato 100 miliardi in tre mesi? Il debito pubblico fuori controllo? Il rischio di un´asta dei Bot deserta? E chi se ne frega. Il declassamento da parte delle agenzie di rating? Domenico Scilipoti, che è il simbolo di questa maggioranza di governo a tempo perso, nemmeno lo sa che cos´è Standard & Poor´s e lo confessa ai microfoni Rai. “Mai sentiti. Me lo spieghi lei” dice al giornalista basito. Forse è un telefilm, come Starsky & Hutch.
Massì, chi se ne frega della crisi. Che non c´era, anche quando c´era, ma qui in ogni caso non è mai arrivata. Vivono tutti felici e contenti, blindati nel privilegio, nella speranza di durare più a lungo possibile, almeno fino al 2013. “Tanto i numeri ci sono”. Trecentoquattordici voti, fatta la tara di qualche collega tradito da un sussulto di dignità, risultano comunque sette più degli altri e tre più del necessario. Sono questi i numeri. Gli altri, i disoccupati in aumento, i risparmi dileguati, le stime di (non) crescita, qui non contano. Non da ieri, certo. Il debito pubblico italiano nel 2001 era 1300 miliardi, oggi ha superato i 1900. Con la parentesi dei venti mesi di Prodi, che aveva posto qualche timido freno, il debito sotto Berlusconi è cresciuto di un terzo, quasi 600 miliardi. Un record da far impallidire il mentore Craxi. E meno male che c´era quasi sempre Tremonti a “tenere in ordine i conti”, come si è detto perfino dall´opposizione. A dar retta ai magistrati, pare invece che non tenesse in ordine nemmeno quelli con il braccio destro Milanese.
Il Quintino Sella de´ noantri, che pensa o s´illude di avere un futuro oltre il berlusconismo, non si è presentato al voto, per salvare la faccia. Ma gli altri, consapevoli di doversi trovare un lavoro vero quando il festino sarà finito, c´erano tutti. A cominciare da Bossi, il più patetico. C´è chi servo nasce e per tutta la vita cerca un padrone. Ma l´Umberto ridotto a giustificare davanti alla base il suo esser diventato il maggiordomo di Arcore, evocando il sol dell´avvenire della Padania libera e della secessione, tutto per assicurare un avvenire al Trota, sinceramente stringe il cuore. Berlusconi lo tratta come se fosse l´altro il vecchio e lui si vanta d´essergli fedele. “Se mancano voti, non sono della Lega” si precipita a commentare Bossi, di fronte alla lieve delusione del Cavaliere. Ed è una delle poche volte in cui dice il vero. I leghisti ci sono tutti, compresi quelli di Maroni, che avevano mandato in galera Papa soltanto per poi sedersi al tavolo delle trattative. Indifferenti all´indignazione che monta fra gli stessi loro elettori.
Ma che importa? Lo show deve andare avanti. Il governo più sputtanato dall´opinione pubblica mondiale tira a campare ancora qualche mese, forse un anno intero. Nel frattempo matura la pensione delle onorevoli anime morte, marciscono i processi nella prescrizione, il Paese perde anche l´ultimo treno, ma senza accorgersene, soprattutto se s´informa dai telegiornali. C´era chi voleva trasformare il Parlamento in un´aula sorda e grigia col manganello e chi l´ha fatto col libretto degli assegni in mano. Speriamo soltanto che anche Standard & Poor´s non sappia chi è Scilipoti.

La Repubblica 23.09.11

La Lega salva Milanese dal carcere

“Il Carroccio continua a fare il partito di lotta e di governo, ma non potrà ancora lungamente andare a raccontare bugie ai suoi militanti. La verità è che oggi il partito di Bossi salva Milanese per salvare le sue poltrone” afferma Anna Finocchiaro. Sei voti, questo è oggi il peso del Governo alla Camera dei Deputati. Sei voti che bastano a far respinge la richiesta di arresto per Marco Milanese, deputato PdL accusato dalla Procura di Napoli di associazione a delinquere, corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio. A tutti i deputati Pd in Aula per votare a favore, con il resto dell’opposizione si aggiungono anche 7 voti della maggioranza, ma ancora non basta. La richiesta di arresto per Marco Milanese viene rifiutata con 312 no e 306 sì.

Con questo voto continua la progressiva e sempre più chiara divaricazione tra le proclamazioni giustizialiste della Lega, nelle manifestazioni pubbliche, e la contraria azione politica, nelle aule parlamentari. Malgrado le solenni e ripetute affermazioni fatte al popolo leghista, il Carroccio continua ad allinearsi, ordinatamente alle posizioni del PdL. Sembrano lontanissimi i giorni degli scontri in Aula in cui al grido “Roma ladrona” i leghisti srotolavano striscioni e lanciavano pezzi di carta come coriandoli. Scontri che spesso degeneravano in vere e proprie risse. Oggi la Lega, senza strepiti e compatta vota contro i propri principi, superando anche la prova del voto segreto.

“Con che faccia i deputati leghisti torneranno questa sera in Padania? Oggi la Lega è stata decisiva per salvare dall’arresto di Marco Milanese. Evidentemente la paura di perdere poltrone, auto blu e potere ha prevalso su tutto. Peggio per loro: se hanno deciso di affondare insieme a Berlusconi, che affondino. Ora tappezzeremo tutto il Nord di manifesti per spiegare ai cittadini che la Lega, in nome del potere, tiene in vita un governo completamente screditato anche al prezzo di salvare cricche e amici dei mafiosi”. Così commenta Antonio Misiani componente della Commissione Bilancio della Camera dopo il voto in Aula.

Oriano Giovanelli, Presidente del Forum Riforma della Pubblica Amministrazione Pd stigmatizza il ruolo della Lega nel sostenere ad oltranza le posizioni del PdL in materia di Giustizia: “Il voto su Milanese di questa mattina è particolarmente grave per la credibilità delle istituzioni già fortemente logorata da questo governo. La Lega magnona ha salvato Milanese ma non la propria faccia ormai indissolubilmente legata ad un governo in avanzato stato di putrefazione”.

Anche Anna Finocchiaro, interviene dopo le votazioni facendo notare come il voto di oggi “ha dimostrato che la Lega forcaiola di ‘Roma ladrona’, pur di tenere in piedi questo governo perché ha paura di prendere una sberla alle elezioni, come peraltro ha già fatto alle amministrative, è disponibile a votare contro l’arresto dell’onorevole Marco Milanese. Già il fatto che il voto su una misura così delicata, come la decisione sulla restrizione della libertà personale, diventi una partita politica la dice lunga sulla reale tenuta di questa maggioranza”.

Prosegue il Presidente del Gruppo Pd alla Camera – “la Lega oggi vota ordinatamente ma proprio il fatto che lo deve fare dà l’idea di quanto divisa e fondata su ricatti sia la maggioranza. Il Carroccio continua a fare il partito di lotta e di governo, ma non potrà ancora lungamente andare a raccontare bugie ai suoi militanti. La verità è che oggi il partito di Bossi salva Milanese per salvare le sue poltrone”.

“Per l’ennesima volta la Lega salva un parlamentare indagato per corruzione e favoreggiamento. Viene da chiedere: che partito è diventato quello di Bossi? Quali sono i principi che difende? E viene quindi da pensare che la Lega dietro il paravento della lotta contro Roma ladrona, in realtà protegga i ladroni. Bossi dice vedremo giorno per giorno. In realtà, l’Italia lo vede da tre anni minacciare con il dito puntato per poi piegarsi sempre agli ordini del padrone” – commenta Davide Zoggia responsabile Enti Locali Pd.

Dichiarazione di voto di Ettore Rosato sulla richiesta di arresto avanzata dalla magistratura di Napoli nei confronti del deputato Pdl, Marco Milanese

Signor Presidente, onorevoli colleghi, ancora una volta, ci troviamo a dover decidere su una richiesta della magistratura, che domanda di poter eseguire un provvedimento a carico di un nostro collega. È bene ricordare sempre, che non siamo un tribunale: non dobbiamo stabilire noi tra innocenza o colpevolezza; non sta a noi decidere se il collega Milanese meriti l’arresto o meno. Noi dobbiamo solo valutare se il comportamento del giudice che ha presentato la richiesta sia viziato da un accanimento nei suoi confronti. Dobbiamo decidere, cioè, se c’è fumus persecutionis nei confronti dell’onorevole Milanese.
Ci dobbiamo chiedere se il GIP di Napoli, Amelia Primavera, il giudice che chiede l’autorizzazione, sia mossa da una volontà di prevaricare il Parlamento, ovvero da un’ostilità preconcetta verso di noi e verso l’onorevole Milanese.
Colleghi, non possiamo che rispondere di «no» a questo quesito. Il GIP Amelia Primavera e i pubblici ministeri che le hanno chiesto la misura cautelare, non sono animati da alcun intento vessatorio o invasivo della sfera di autonomia della Camera. Di conseguenza, non possiamo definirlo un perseguitato politico o una vittima dello scontro tra politica e magistratura.
E c’è anche un fatto nuovo ed estraneo a questo procedimento, ma significativo e utile da ricordare: la correttezza di questo magistrato, la sua indipendenza da qualsiasi tipo di valutazione politica. L’assoluta imparzialità è manifestata – se mai ve ne fosse stato bisogno – dalla sua decisione di accogliere l’istanza presentata dall’onorevole Ghedini in qualità di legale del Presidente Berlusconi sulla competenza territoriale del caso Tarantini.
E se anche l’onorevole Ghedini riconosce il merito e l’importanza di quella decisione, assolutamente non scontata, ciò attesta che la dottoressa Primavera sta operando con serenità e senza pregiudizi, all’interno delle regole processuali che il Parlamento ha approvato.
Lo hanno spiegato bene le relazioni di minoranza dei colleghi Samperi e Palomba: il deputato Marco Milanese è coinvolto in un vorticoso giro di opachi acquisti di automobili, imbarcazioni, oggetti preziosi, pacchetti viaggio e affitto di immobili di pregio. Di queste utilità, egli sempre fruisce, mai paga. Cambia di frequente automobile: Bentley, Porsche, Ferrari. Ha due cassette di sicurezza a Roma e due a Milano: vi si reca spesso, fino al 14 dicembre 2010, in quel caso la mattina presto, in concomitanza con l’arresto di Paolo Viscione, poi non vi si reca più. Nell’arco di pochi mesi, versa molte migliaia di euro in contanti sul suo conto corrente: non le eccedenze di occasionali prelievi del bancomat, ma decine e decine di migliaia di euro, senza spiegazioni contrattuali.
Nomina nei consigli di amministrazione delle società partecipate dal Ministero dell’economia e delle finanze, non docenti universitari o professionisti di rango, ma amici di Voghera; il sindaco di quella città è un altro suo conoscente. Questi personaggi vengono arrestati per corruzione con l’accusa che loro erano i corruttori e il deputato Milanese il corrotto. Successivamente, il giudice Primavera decide di porre termine alla custodia cautelare perché le prove acquisite sono solide e viene meno il pericolo dell’inquinamento delle stesse.
Il collega Milanese non ha saputo spiegare tali circostanze. Ci ha detto che è innocente e che è un perseguitato, ma non ha impugnato la misura cautelare presso il tribunale del riesame come fanno tutti gli imputati detenuti.
Egli non chiarisce dove sia la persecuzione da parte dei magistrati, i quali vogliono vederci chiaro relativamente ad un giro di acquisti di gioielli dove non compare mai uno scontrino fiscale o una ricevuta, relativamente ad un deposito, nella sua cassetta di sicurezza, di mille sterline d’oro, le quali prima sembrano sue e poi della moglie separata. Inoltre, i magistrati vogliono vederci chiaro in un rapporto che consentiva di scavalcare le ordinarie competenze e gerarchie nella Guardia di finanza e che fa dire al generale D’Arrigo che il collega Milanese era il plenipotenziario su quell’Arma, con tutte le conseguenze che questo ha, anche nei fatti che gli sono imputati di violazione del segreto istruttorio.
Nel suo operare per fini di arricchimento personale, l’onorevole Milanese coinvolge il Ministero dell’economia e delle finanze, la Guardia di finanza, nonché società pubbliche e strategiche per il Paese. Il quadro accusatorio dimostra che l’onorevole Milanese sfrutta la sua posizione e il rapporto diretto e fiduciario con il Ministro, e motiva, dunque, il perché di una richiesta di misura cautelare. Viceversa, le motivazioni addotte in Giunta e in quest’Aula dal relatore per la maggioranza sono, invece, le solite: quelle già sentite nell’ultima occasione sull’autorizzazione a procedere nei confronti del collega Papa.
Il richiamo all’indipendenza del Parlamento e la presunta persecuzione giudiziaria di cui anche il collega Milanese sarebbe vittima, così come la questione che alcuni deputati dell’opposizione si siano giovati in passato di voti negativi all’arresto, non solo rientrano nella litania della retorica spiccia, ma non costituiscono la base per un argomentare serio sui fatti di oggi.
Ogni caso fa storia a sé e, comunque, quando le richieste erano connotate da eccessi e da vizi palesi, anche la nostra parte politica lo ha riconosciuto.
Ma questo non è il caso dell’onorevole Milanese. Appare poi, in tutta la sua strumentalità, anche la tesi sostenuta per cui addirittura il fumus persecutionis venga non dal giudice ma da Paolo Viscione che si vuole vendicare di Milanese per questioni di candidature. Se il giudice Amelia Primavera è persona seria ed imparziale, come ha dimostrato ampiamente anche nel caso Tarantini, che ho ricordato poco fa, questo dovrebbe bastare anche nella sua capacità di valutare i testimoni, cosa che peraltro ha fatto con grande attenzione, confrontando ogni singola dichiarazione con le tante prove documentali raccolte, come si evince da tutte la documentazione che è pervenuta anche a questa Camera.
Nella relazione di maggioranza avete scritto che gli indizi non sarebbero sufficientemente riscontrati e che mancherebbero le esigenze cautelari. Sono giudizi infondati e immotivati; agli atti dell’inchiesta tutti gli elementi indiziari sono stati oggetto di verifica e controprova, ora documentale, ora testimoniale, o mediante il controllo dei tabulati. L’onorevole Milanese, non Viscione, incorre peraltro in numerose contraddizioni, queste, unite alle sue persistenti relazioni nella Guardia di finanza, dove, tra parentesi, ancora oggi sono in corso le indagini per identificare i complici, al suo ruolo di consigliere del Ministro, fino alla notifica dei provvedimenti giudiziari con tutta la rete di relazioni che ne consegue, sono un oggettivo sintomo sul piano dell’inquinamento probatorio.
Ai colleghi di maggioranza che giustificano il voto contro la richiesta del magistrato con la necessità di far sopravvivere questo Governo, rammento la crisi che sta colpendo, anche in queste ore, il nostro Paese; crisi che richiede di avere, ancora di più, un Parlamento legittimato per poter fare le scelte difficili che ci attendono ancora nelle prossime settimane.
I cittadini devono avere la convinzione, anzi la certezza, che chi siede qui non si considera superiore alla legge ma come primo ad essere soggetto alla legge. Oggi l’unico quesito che si pone alle intelligenze e alle coscienze di quest’Aula è se davvero noi pensiamo che Marco Milanese sia un perseguitato politico e che se fosse stato un cittadino come tutti gli altri sarebbe indagato. Ebbene, le risposte sono per noi certe: non è un perseguitato politico e se non fosse stato un parlamentare sarebbe già sottoposto alla custodia cautelare come Viscione, Barbieri e Marchese. Se c’è chi pensa che il problema sia l’uso eccessivo della carcerazione preventiva, come ho sentito anche oggi, l’occasione per sollevare le obiezioni non è questa, quella strumentale a tutela di un unico deputato, già di per sé privilegiato e tutelato in maniera rafforzata, ma la sede legislativa dove si fanno o si dovrebbero fare le riforme. Lo dico in particolare alla maggioranza che dal 2008 produce carcere per i più disgraziati; in carcere non c’è solo l’onorevole Papa, ma migliaia di detenuti in attesa di processo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico); processi rallentati, ostacolati dalle vostre leggi e dal taglio delle risorse ai tribunali ed al personale che dovrebbe operare in quelle sedi.
In questa vicenda, la separazione dei poteri, l’autonomia del Parlamento e il fumus persecutionis non c’entrano affatto. Onorevoli colleghi, è bene ricordare che ci troviamo di fronte ad una vicenda che descrive unicamente ma puntualmente un sistema corruttivo gestito con grande disinvoltura da posizioni di grande potere e responsabilità.
Concludo, parlando per me, ma sono certo anche per tutti i miei colleghi: nessuno di noi spingerà con leggerezza quel tasto, non lo facciamo per una motivazione politica, lo ha detto con chiarezza il nostro segretario Bersani ieri, ma lo facciamo dopo un attento esame di merito dei fatti e per le conclusioni a cui siamo giunti. In base a questi fatti esprimiamo la nostra posizione che è a difesa di questo Paese e dei suoi principi costituzionali, che, fatte salve tutte le garanzie parlamentari, ci vogliono tutti uguali davanti alla legge. Per questo voteremo contro la proposta contenuta nella relazione di maggioranza della Giunta per le autorizzazioni (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Futuro e Libertà per il Terzo Polo).

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E Milanese salvo esce da retro. La diretta sms di Mattia Feltri

13.25 – Milanese se n’è andato dal retro. E con lui se ne è andata anche questa giornata

13.08 – Renato Farina: “La vera domanda rimane una: chi era la nona della fila?”.

13.02 – Nel Pdl molto nervosismo contro Tremonti. Qualcuno pare abbia detto che la sua assenza è imperdonabile”.

12.58 – Il racconto di Giancarlo Mazzuca: “Al momento del voto, a Milanese tremava forte la mano, sembrava avesse il Parkinson. E’ stato impressionante”.

12.51 – Esce Berlusconi, gli chiedono dell’assenza di Tremonti. Risposta: “Altra domanda?”

12.44 – Tutti in Transatlantico ad aspettare l’uscita di Milanese. Scilipoti sfoggia una tintura di capelli nuova di zecca

12.40 – Enrico Mentana: “La notizia è che del Popolo Viola sono in venti”

12.35 – Prima battuta di Milanese, ancora pallido: “C’era mia figlia che mi guardava in tv”.

12.31 – Salva anche la Madia: non ha partorito

12.26 – Secondo i primi calcoli, alla maggioranza mancano sette voti

12.24 – Il Popolo viola è più latitante di Lavitola: una ventina, svogliati e nemmeno tanto arrabbiati
12.20 – Berlusconi seccato per la maggioranza risicata.

12.17 – Ora attorno a Milanese è drappello di festanti. Donato Bruno, Repetti, Jannone

12.13 – Caldo abbraccio e caldo bacio della Santelli a Milanese. Scena quasi hard

12.10 – E’ finita 312 a 305. A destra esultanza contenuta. Milanese immobile. Dopo un paio di minuti manda un sms. Il primo a complimentarsi con lui è l’ex finiano Barbareschi.

12.09 – Salvo!

12.06 – Milanese è una sfinge. Ed è terreo

12.05 – Fra un minuto si vota

11.04 – Ora il tocca agli interventi personali. Fra poco si vota. Mario Pepe: “La vita degli uomini è breve!”

12.03 – Bossi siede alla sinistra di Silvio. I due ascoltano un Paniz immaginifico

12.00 – La cera del premier, color terracotta, fa pendant con la faccia di Fini e col mogano del colonnato

11.59 – E’ arrivato Berlusconi.

11.58 – Andrea Ronchi, ex Pdl, ex finiano, adesso boh, siede dietro a Milanese

11.56 – Paniz wagneriano parla di sacrifici umani

11.54 – Paniz del Pdl attinge alla lirica: “il banco di Papa è qui. A tre metri da me. Vuoto!”

11.53 – Naturalmente il Pd vota per l’arresto. Rosato esprime un concetto già diffuso da Bersani: per noi l’immigrato e il parlamentare pari sono. Cioè, tutti in galera

11.51 – E’ arrivato Bossi. L’unico big iscritto a parlare è Di Pietro

11.48 – Il Pd affida le dichiarazioni di voto a Ettore Rosato. Dicono sia un franceschiniano… Si impara qualcosa tutti i giorni.

11.45 – “Aho, ve li dovrei fa paga’ ‘sti posti”, dice un commesso. In effetti in tribuna noi giornalisti ci siamo disputati i posti migliori, con vista su Milanese, con lo spirito degli avvoltoi

11.44 – Paolini della Lega dà prova di competenza giuridica, lui coglie “fumo persecuzione”.

11.43 – Ai banchi del governo, Brunetta, Craxi, Santanché, Carfagna

11.40 – Altro minisummit Lega-Pdl con Cicchitto, Verdini e Reguzzoni

11.37 – La lega promette mirabilie. Parla l’on. Paolini, per le dichiarazioni di voto: “Da due mesi Papa marcisce in galeeraa!”. Come no. Ce lo ha mandato lui e il partito suo.

11.35 – Grande eleganza nel gruppo dei finiani: la regimental verde e blu di Della Vedova è molto ben intonata col vestito blu e verde di Chiara Moroni

11.33 – Manuela Repetti (fidanzata di Bondi), Jole Santelli, il generale Speciale: tutti in fila a fare coraggio a Milanese

11.29 – Sui banchi del Fli spicca Carmelo Briguglio che si divora il Fatto

11.26 – Sono arrivati in coppia Bersani e Veltroni accolti da un timido applauso. Ci si accontenta di poco

11.24 – Marianna Madia, sul punto di partorire, è al suo posto circondata dalle parlamentari del Pd. Il piccolo è già un eroico bambino

11.22 – La seduta procede stancamente in un aula ancora semideserta. Tutto deve ancora cominciare

11.16 – Il ministro Maroni, capo dei leghisti che vogliono l’arresto di Milanese, va prima fra i suoi poi da Cicchitto. Lunga conversazione a due.

11.15 – Milanese è al suo banco. Ascolta reggendosi il mento.

11.07 – Tremonti (di cui Milanese è stato il braccio destro e al quale Milanese subaffittò la casa) non ci sarà: è partito per Washington.

11.02 – Si ipotizzano scenari raccapriccianti: la Madia che partorisce in aula per mandare in galera un uomo.

11.00 – Clamoroso al Cibali! E’ in arrivo Marianna Madia con le contrazioni!

10.58 – Amedeo Laboccetta del Pdl scuote il capo: “Io ci sono stato a Poggioreale…”.

10.55 – Dettagliano gli ex Dc: “E’ un caso da manuale perché i patti della notte sono fatti per essere rivisti, ribaltati, traditi”.

10.51 – Gli ex Dc spiegano che questo è il caso da manuale per il tradimento. Il tradimento di tutti contro tutti.

10.46 – L’arrivo di Berlusconi è preannunciato soprattutto dalla profusione di scollature. Il momento sarà drammatico, ma il lavoro è lavoro

10.41 – La discussione in aula non è ancora entrata nel vivo. In transatlantico gli umori sono contenuti fra il torpore mattutino e la tensione da manette.

10.36 – La cosa più brutta vista fin qui: i pantaloni stile Orazio di Disney indossati da Fiamma Nirenstein

10.33 – Giuseppe Moles, deputato del Pdl, è ottimista: “Milanese si salva”. Un berlusconiano non parlamentare azzarda: avrà più voti della maggioranza

10.29 – L’infortunio di Franceschini è privo di qualsiasi drammaticità: gli hanno tolto un neo sotto il piede. Commento degli astanti: “Non partiamo col piede giusto”

10.25 – Conversazione pulp con Gabriele Cimadoro, cognato di Antonio Di Pietro. Cronista: “Allora, ce la fate a mandare al gabbio anche questo?”. Cimadoro con sigaro: “Ah ah ah ah ah ah”.

10.15 – Oltre alle stampelle, Franceschini ha anche un inguardabile sandalo. Presto vi daremo la diagnosi

10.12 – L’arrivo di Berlusconi è atteso entro un’ora

10.08 – Antonio Angelucci alla camera con 38.8 di febbre. Dario Franceschini con le stampelle.

10.02 – La seduta è cominciata. Presiede Fini, con abbronzatura ormai di serie. Un deputato commenta: “Abbiamo un presidente flambé”.

9.57 – Marco Milanese: “Sono esausto. Questo sputtanamento quotidiano è esasperante. Se dovrò andar dentro, andrò dentro. Ma si sappia che quello che dovevo dire l’ho detto. La verità l’ho raccontata. Ed è devastante pensare che oggi il voto avrà implicazioni politiche che con me non hanno nulla a che vedere”. E’ terreo. Il volto di un uomo che ha paura.

9.48 – Ah già, è giovedì. E’ pieno di trolley…

9.44 – Davanti a un cappuccino, Stefania Craxi ricorda il padre e le si inumidiscono gli occhi: “Al sabato e alla domenica lui mandava via la scorta. Qui c’è gente che va scortata alle Maldive. Di che cosa hanno paura? Dei palombari?”

9.41 – Pochi deputati alla Camera. La seduta comincia alle 10. E’ tempo di fare colazione

9.40 – E’ arrivato Marco Milanese. E’ teso e dimagrito.

9.37 – Fuori dal Parlamento è atteso il Popolo Viola. In caso di salvataggio di Milanese si teme la guerriglia. Per ora nemmeno l’ombra di un manifestante

9.22: E’ la giornata di Marco Milanese. Oggi l’aula decide se il deputato del Pdl ed ex braccio destro del ministro Tremonti debba andare in carcerazione preventiva oppure no. Il voto è previsto intorno a mezzogiorno.

www.lastampa.it

Festa del Pd di Modena, è “boom” di presenze

Si stimano all’incirca 400-450 mila visitatori in 23 giorni con un incasso complessivo di 2 milioni e 815 mila euro. “Boom” di presenze alla Festa del Pd di Modena. E’ il dato che emerge dagli incassi dei parcheggi: poco meno di 160 mila euro, contro i 140 mila dello scorso anno, con un incremento di 11 punti e mezzo percentuali. Il che vuol dire all’incirca 300 mila visitatori, senza contare quelli che hanno raggiunto la festa in autobus, in bicicletta e a piedi. Complessivamente tra i 400 e i 450 mila visitatori nell’arco di 23 giorni, con un incasso che ha superato di poco quello dell’anno scorso (2 milioni 815 mila euro contro 2 milioni 788 mila). Un ottimo risultato – commentano gli organizzatori – tenuto conto che quest’anno la festa ha chiuso i battenti tutti i lunedì (tranne l’ultimo) e mancano all’appello gli incassi di bar e ristoranti privati che quest’anno non erano presenti alla festa, come lo Stallo del pomodoro e il bar Waffel.

Come sempre nel bilancio finale la parte del leone la fanno i ristoranti che quest’anno hanno incassato 2 milioni 98 mila euro (contro i 2 milioni 19 mila dello scorso anno). Seguono in classifica i punti ristoro che sfiorano i 300 mila euro d’incasso con un incremento di oltre il 20 per cento rispetto al 2010. Segno che in molti – anche per la crisi – hanno preferito risparmiare e consumare pasti veloci anziché sedersi al ristorante. Forse per la stessa ragione sono in flessione anche la libreria che ha incassato 142 mila 590 euro, l’8 per cento in meno dell’anno scorso; le sottoscrizioni volontarie (10 mila euro, pari al 45 per cento in meno) e quelle a premi (62 mila euro pari all’8,62 per cento in meno). Per l’Happy Our – il “salotto” della Festa – non sono possibili raffronti con l’anno scorso ma l’incasso di oltre 20 mila euro, tenuto conto dello spazio ridotto, dimostra comunque il successo della formula.

Tra i ristoranti il Falò si conferma il più gettonato con 287 mila euro d’incasso, contro i 259 mila euro dello scorso anno; seguono, a pari merito, il Vignola e il Family con 274 mila euro (ma l’anno scorso il Vignola era al terzo posto dietro al Family a 15 mila euro di distanza).

Grande partecipazione di pubblico anche agli spettacoli dell’Arena e alle iniziative politiche, in particolare quelle con i “big” democratici. All’intervista di Enrico Mentana al segretario Bersani sul palco dell’Arena, il 30 agosto, si calcola che abbiano assistito circa 5 mila persone.

Scuole di frontiera: senza insegnanti nel regno della camorra

Angela Cortese, consigliere regionale PD Campania, denuncia la situazione di una scuola del napoletano: in tempi di crisi, qui i docenti rifiutano l’immissione in ruolo. “Sarebbe il caso che la Gelmini raccogliesse il grido di allarme che viene dalla scuola media Viviani di Caivano, dove ben diciassette cattedre sono rimaste vuote poiché i docenti sono spaventati dal dominio della camorra”. L’auspicio è di Angela Cortese, consigliere regionale del Pd e membro delle commissioni Cultura e Anticamorra.

“La preside Carfora chiami in soccorso il ministro, massima autorità in materia scolastica nel nostro Paese. Può darsi che, visitando finalmente una vera scuola di frontiera, la Gelmini si renda conto di cosa significhino e di quanto siano necessarie cose come tempo pieno e organico funzionale”, osserva la consigliera del Pd.

“In tempi così duri per i lavoratori della scuola – fa notare la Cortese -, ci sono insegnanti che rifiutano un’immissione in ruolo. Un assurdo che da solo già dice tutto sul contesto ambientale che sta intorno a quell’istituto. Le aule deserte della Viviani sono la sconfitta più lacerante per il sistema dell’educazione, che in zone ad alta densità camorristica sarebbe chiamato a svolgere un ruolo decisivo e dovrebbe, perciò, farsi trovare particolarmente pronto e forte. Invece, la desolante assenza dello Stato lascia campo libero al proliferare della malerba criminale”.

“La drammatica situazione del Parco Verde di Caivano è peraltro nota da tempo, come altre nella nostra regione – conclude Cortese, già assessore alla Scuola della Provincia di Napoli- In realtà come quella in cui opera la Viviani, con 13 piazze di spaccio, una presenza asfissiante della camorra e un welfare criminale che sostituisce in tutto e per tutto quello statale, l’insegnante è solo e per 1.200 euro rischia ogni giorno la vita. Un Paese veramente civile non può permettere che questo accada”.

www.partitodemocratico.it

"L'asta delle frequenze per salvare il trasporto pubblico", di Michele Meta*

Il governo Berlusconi ha inferto in questi anni al sistema Paese ferite profonde. Rischia di essere tuttavia mortale il colpo assestato a tutto il settore dei trasporti. La vicenda Alitalia, costata agli italiani svariati miliardi di euro, unita alla recente e vergognosa privatizzazione di Tirrenia, segnano l’intero percorso del governo fatto di svendite, regalie e privatizzazioni a favore dei soliti noti. La crisi della cantieristica italiana, legata alle scelte in materia di politiche portuali e aeroportuali, caratterizzano il declino e la deriva drammatica del nostro Paese. I 16.000 chilometri di ferrovie, che sono allo stesso tempo un patrimonio ed una possibile soluzione per la sostenibilità dei trasporti, sono lì a testimoniare lo sfascio provocato dalle politiche del governo Berlusconi. I trasporti regionali e quelli interregionali a media e lunga percorrenza sono tornati ai livelli del dopoguerra. In questo quadro, il colpo mortale al sistema è assestato dall’uno-due della scorsa e della recente Manovra economica. Si taglia un miliardo e mezzo di euro alle Regioni e si riducono a 400 milioni di euro le risorse per far funzionare il trasporto pubblico nelle20 Regioni e negli oltre 8000 Comuni. Un taglio pari a 4/5 delle risorse vitali per garantireuna prestazione sociale essenziale come i trasporti locali.
Di fronte a questo shock vanno raccolte le grida e le denunce dei Presidenti di Regione, che hanno clamorosamente consegnato al governo le deleghe sui trasporti, dei Sindaci, delle organizzazioni sindacali e degli utenti del servizio pubblico. Come Pd abbiamo presentato una mozione in Parlamento per chiedere al governo di mettere adisposizione delle Regioni per il trasporto pubblico una parte delle risorse derivanti dall’asta per le frequenze liberate dal passaggio al digitale. In questi giorni l’asta per le frequenze di telecomunicazioni, infatti, ha superato ormai ogni aspettativa con offerte che hanno raggiunto un valore superiore ai tre miliardi di euro. Il ministro Tremonti aveva previsto di destinare queste risorse alla riduzione dei tagli dei ministeri, diventati invece effettivi. Chiediamo quindi, una volta terminata l’asta, di destinare immediatamente 1,5 miliardi di euro per finanziare il trasporto pubblico locale. Sono convinto che nell’Aula della Camera saranno in tanti i colleghi che dimostreranno coerenza e voteranno con noi la mozione. Solamente rinunciando ai tagli e investendo in trasporto pubblico si possono generare benefici per l’ambiente, per l’economia, per le imprese italiane e per il lavoro. Acquistare 1000 treni per i pendolari con un’addizionale sulla Robin Tax, come ho proposto con una legge, vuol dire far circolare mezzi più sicuri e moderni e scongiurare la chiusura delle aziende italiane del settore. Promuovendo la rottamazione delle navi merci e la costruzione di navi mangiapetrolio si evita la chiusura di Fincantieri e si rinnova la flotta del Paese. Così come destinando risorse adeguate alle Regioni per il Tpl si potrebbe evitare la chiusura dell’Irisbus Iveco, unico stabilimento rimasto in Italia per la produzione di autobus urbani ed extraurbani, per offrire ai pendolari mezzi più moderni
e meno inquinanti.

Capogruppo Pd Commissione
Trasporti Camera dei Deputati

L’Unità 22.09.11

"Un pericoloso isolamento", di Massimo Franco

Si può anche concedere che Barack Obama sia stato sgarbato con l’Italia. Ringraziare davanti all’Assemblea delle Nazioni unite Lega araba, Egitto, Tunisia, Francia, Danimarca, Norvegia e Gran Bretagna per il ruolo svolto in Libia contro il regime di Gheddafi, dimenticando il governo di Roma, è un’amnesia singolare. Ma sottolineare l’omissione di un presidente degli Stati Uniti che vive lui stesso un momento di seria difficoltà non basta a eludere una domanda di fondo: perché l’inquilino della Casa Bianca non sente il bisogno di dire grazie anche a un’Italia immersa nel Mediterraneo?

Trovare una risposta confortante non è facile. Riesce impossibile sfuggire alla sensazione di un isolamento crescente del nostro Paese, che tende a essere trattato come il comodo capro espiatorio dei problemi dell’Occidente; e in particolare dell’Europa. Non ci si può non chiedere se un simile atteggiamento sia favorito anche dagli errori del governo di Silvio Berlusconi: dalle oscillazioni sull’operazione in Libia a quelle sulla manovra economica, fino alla tesi autoconsolatoria di un complotto anti-italiano. La verità è che dopo la perdita di ruolo che la Guerra fredda regalava all’Italia, certi atteggiamenti non le sono più consentiti.

E in una fase come l’attuale diventano imperdonabili. Quando si accredita un nostro ruolo in politica estera superiore alla realtà dei rapporti di forza, alla lunga il risveglio è brusco. Molto meglio guardare in faccia l’isolamento e individuarne l’origine; e smetterla di fingere che esista ancora una maggioranza politica e di fare piani per l’eternità: perfino nel centrodestra ormai c’è chi misura l’eternità del governo in termini di mesi ma anche di giorni. Il convulso tramonto del berlusconismo e l’involuzione della Lega non sono meno vistosi solo perché per Pdl e Carroccio non esistono alternative alla loro alleanza.

Purtroppo è vero che l’opposizione non offre molto. E l’evocazione lugubre di Antonio Di Pietro, secondo il quale se Berlusconi non getta la spugna «ci scappa il morto », non contribuisce ad alzarne le quotazioni: lo ammette anche il Pd, spaventato da un suo alleato che semina i germi di una guerra civile strisciante. Ma questo non basta a cancellare il sospetto che, comunque vada oggi la votazione segreta del Parlamento sull’arresto di Marco Milanese, ex braccio destro del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il governo sta concludendo la sua traiettoria.

Lo scontro virulento fra Palazzo Chigi e magistratura contribuisce a offrire all’opinione pubblica italiana e internazionale l’immagine di un’Italia immobilizzata e sfigurata dalle proprie faide interne. Somiglia a una sorta di conflitto tribale, nel quale l’istinto di sopravvivenza del centrodestra finisce per apparire insieme una risorsa e un limite: quasi un alibi per scansare i veri problemi. Protrarre nel tempo una situazione così tesa mentre la crisi finanziaria morde i risparmi, tuttavia, è rischioso. Più la conclusione sarà rinviata, più il «dopo» segnerà una rottura. E, alla fine, la realtà potrebbe prendersi una rivincita traumatica per tutti.

Il Corriere della Sera 22.09.11