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"Così l'Italia spreca il tesoro di Internet", di Riccardo Luna

C’è una favola che gira da così tanto tempo che molti ormai ritengono che sia una storia vera. Racconta che Internet, nella sua avanzata inesorabile, distrugga più posti di lavoro di quanti riesca a crearne: la morale è che la rete ci farebbe perdere occupazione. Accade invece esattamente il contrario. Il saldo fra posti di lavoro creati e perduti grazie a Internet è sempre positivo: il dato varia molto a seconda di quanto ciascun Paese abbia effettivamente investito nella rete, ma il segno finale non cambia. Ed è un segno più. La foto del ruolo trainante di Internet nello sviluppo economico è in un report che la società di consulenza McKinsey ha preparato in occasione del G8 dello scorso maggio, quando il presidente francese Sarkozy volle un prologo (l’e-G8) per analizzare l’impatto della rete sulla politica e sulla economia. Quel report metteva a confronto tredici paesi: quelli del G8 più Cina, Brasile, Corea del Sud, India e Svezia. In questa compagnia l’Italia non ci faceva una bella figura, visto che eravamo in fondo a tutte le classifiche.

Per capire le ragioni di questa debacle, allora venne commissionato un focus proprio sull’Italia le cui conclusioni sono in arrivo nei prossimi giorni. L’economista della Bocconi Francesco Sacco, che partecipa al gruppo di lavoro che sta ultimando il rapporto, ha anticipato quello che forse sarà il dato saliente: l’occupazione. Ebbene dallo studio sugli ultimi quindici anni emerge che Internet ha creato 700 mila posti di lavoro, ne ha distrutti 380 mila
con un saldo netto positivo di 320 mila posti. “Distrutti”, non è un verbo scelto a caso: i posti perduti infatti “non sono privi di un costo sociale”, come ha ricordato qualche giorno fa il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò, e una società matura deve farsene carico, ma non chiudendo la porta al futuro.

Stefano Quintarelli, uno dei pionieri di Internet in Italia, titolare del più autorevole blog su questi temi, ricorda cosa accadde in Inghilterra nel 1865 quando, per proteggere il posto di lavoro di “cocchieri, vetturini, personale di stalla e agricoltori”, venne emanato il Red Flag Act per cui ciascuna automobile doveva essere preceduta da un pedone con una bandiera rossa in mano. Ironizza Quintarelli: “Chi sentiva il bisogno di queste macchine infernali, che tra l’altro per legge dovevano muoversi con equipaggi di tre persone ad una velocità massima di tre chilometri orari in città?”.

La stessa cosa, una avanzata a passo d’uomo dietro una bandiera rossa che segnala il pericolo in corso, rischia di capitare con Internet. Soprattutto in Italia, il paese che meno si sta avvantaggiando della ricchezza che la Rete porta alla economia. In Francia per esempio il risultato occupazionale è questo: un milione e 200 mila posti di lavoro creati in quindici anni, 500 mila perduti, saldo positivo 700 mila. In pratica, da noi ogni due posti perduti se ne creano tre, in Francia cinque.

Perché questa enorme differenza? Ci sono tanti motivi: il più evidente è la scarsa diffusione della banda larga e quella, pressoché inesistente, della banda ultralarga (fino a 100 megabit al secondo). Calcola Sacco: “È dimostrato che ogni 10 per cento di aumento di penetrazione della banda larga, la ricchezza di un paese in termini di Pil cresce dell’1 per cento. E ogni mille nuovi utenti di banda larga si creano 80 nuovi posti di lavoro”. Ci sarebbe da correre a dare un senso al tavolo aperto mesi fa dal ministro Paolo Romani con le società di telecomunicazioni che finora non ha prodotto nulla o quasi. Del resto quando lo scorso giugno il ministro Tremonti provò ad inserire nella manovra del Patto di Stabilità una norma che equiparava l’accesso a Internet ad un diritto universale facendo propri gli obiettivi della Agenda Digitale Europea (connessione garantita minima per tutti a 30 megabit: oggi siamo sotto i 3), fu messo in minoranza dallo stesso governo e ne uscì un articolo molto blando che si limitava a generici auspici.

Non è però solo una questione di fibra (ottica). C’è una questione di cultura. Di incapacità di capire il potenziale di innovazione portato dalla rete non solo per le aziende che offrono servizi Web, ma soprattutto per le altre. Secondo McKinsey, “Internet comporta una modernizzazione per tutti i settori economici e il maggiore impatto positivo si registra per le imprese tradizionali: tre quarti della ricchezza totale prodotta dalla rete viene da aziende che non si definiscono Internet player ma che hanno beneficiato dalla innovazione digitale”. In questo ambito, il ruolo più importante sembrano giocarlo le piccole e medie imprese, che grazie alla rete possono fare economie di scala, aprirsi a nuovi mercati e recuperare competitività: fra 4800 casi analizzati in occasione del G8, “le aziende con una forte presenza Web sono cresciute molto di più, fino al doppio di quelle che invece non usano la rete. Le prime hanno anche un valore doppio di esportazioni e di posti di lavoro creati”.

Ed è qui che cade l’Italia, secondo Sacco: sull’atteggiamento di chiusura delle piccole e media aziende verso la rete. I 700 mila posti di lavoro creati da Internet in 15 anni riguardano soprattutto le grandi aziende, le altre hanno invece un saldo zero: uno si crea e uno si distrugge.
Che fare? Investire sulla rete, naturalmente, a partire dalle entrate impreviste dell’asta in corso per le frequenze dell’Internet mobile, come ha scritto Calabrò al governo e al parlamento. Ci si aspettavano 2,4 miliardi di euro: siamo già sopra i 3 miliardi. Ce n’è abbastanza per abbattere il digital divide, portando finalmente la banda larga in tutto il paese: “Il valore socioeconomico di coprire il 100 per cento della popolazione – sostiene Sacco – è più alto di quello di portare la banda ultra larga al 30 per cento della popolazione”. In palio, c’è il nostro futuro prossimo: secondo la società di consulenza Boston Consulting, oggi in Italia Internet vale il 2 per cento del Pil, pari a 36,1 miliardi di euro: nel 2015 questo valore può raddoppiare, con una crescita annua fra il 13 e il 18 per cento”. Dipende dalle scelte che faremo oggi.

La Repubblica 22.09.11

"Sindacati e imprese sottoscrivono il patto. Sacconi sconfitto", di Massimo Franchi

L’accordo del 28 giugno è «legge», mette nell’angolo l’articolo 8 della manovra e il piano per isolare la Cgil portato avanti dal ministro Sacconi. Prendendo in contropiede i giornalisti, ieri mattina di buon’ora industriali e sindacati si sono visti nella foresteria di romana di Confindustria (Via Veneto, dove era stato raggiunto e siglato) per sottoscrivere definitivamente l’accordo ormai passato alla storia sindacale come «quello del 28 giugno». Emma Marcegaglia ha riunito i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl accelerando sui tempi previsti, rispondendo positivamente alla richiesta di Susanna Camusso di impegnarsi in modo netto per aggirare l’articolo 8 della manovra che prevede la possibilità di derogare, a livello aziendale, a qualsiasi norma dei contratti nazionali. I PUNTI DELL’ACCORDO L’accordo prevede la certificazione degli iscritti alle organizzazioni sindacali, elezioni periodiche (triennali) delle Rsu e fonda la rappresentatività delle organizzazioni sulla media tra iscritti e voti ottenuti nelle elezioni con una soglia del5%per negoziare il contratto nazionale. Rilancia il ruolo del contratto nazionale di lavoro, considerato «fonte primaria» rispetto alla contrattazione aziendale. Il punto più discusso è invece quello del riconoscimento erga omnes degli accordi approvati dalla maggioranza delle Rsu. In assenza delle Rsu, nelle aziende più piccole, possono sottoscriverli le Rsa di quei sindacati che rappresentino la maggioranza degli iscritti. Questi accordi potranno però essere sottoposti a referendum se richiesto da una delle organizzazioni territoriali delle confederazioni, analogo diritto viene riconosciuto al 30% dei lavoratori dell’impresa. In più vengono previste “clausole di raffreddamento” che evitino gli scioperi se previsto nei contratti aziendali. In attesa dei nuovi contratti nazionali di lavoro, possono essere definite intese modificative sulle prestazioni lavorative, orari e organizzazione del lavoro. Infine si chiede al governo di incrementare e rendere strutturali le riduzioni di tasse e contributi sulla produttività. REAZIONI A firma avvenuta, i commenti dei firmatari sono tutti improntati al carattere «storico» dell’accordo. Emma Marcegaglia spiega in una nota che «le parti hanno manifestato l’impegno a far sì che le rispettive strutture, a tutti i livelli, si attengano a quanto concordato» e «che le materie delle relazioni industriali e della contrattazione sono affidate all’autonoma determinazione delle parti». Per Raffaele Bonanni «con l’accordo si è messo fine a tutte le polemiche delle ultime settimane, perché si è stabilito che saranno le parti sociali, in piena autonomia, a gestire tutti i punti che l’articolo 8 demanda alla volontà di sindacati ed imprese. Quindi, per quanto riguarda le tutele previste dall’articolo 18, resteranno pienamente valide, visto che la Cisl e tutte le altre organizzazioni sindacali, non tratteranno questo punto per loro libera volontà». Per Luigi Angeletti «è un fatto importante che fuga ogni preoccupazione e distorsione che c’è stata in seguito». Molto negativo invece il commento della minoranza Cgil, che con Gianni Rinaldini parla di «due gravi errori: sottoscrivere un accordo senza la consultazione degli iscritti, come previsto dallo Statuto, e illudersi di aver tutelato i lavoratori dai guasti dell’articolo 8, perché la legge è comunque superiore a qualsiasi accordo». Da Corso d’Italia ricordano però che all’ultimo direttivo della Cgil, quello del 9 settembre, si è dato mandato alla segreteria di sottoscrivere l’accordo una volta ottenuto l’impegno formale di Confindustria, Cisl e Uil sulla sua applicazione. Il prossimo direttivo convocato per lunedì 26 settembre deciderà le modalità della consultazione degli iscritti

L’Unità 22.09.11

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“Confindustria e sindacati neutralizzano l’articolo 8”, di Roberto Giovannini

Una firma che «blinda» il nuovo sistema contrattuale nato dall’intesa tra sindacati e Confindustria del 28 giugno. E chiude la porta – apparentemente in modo drastico e definitivo, almeno per le imprese che aderiscono alla organizzazione guidata da Emma Marcegaglia – alla possibile applicazione dell’articolo 8 della manovra di Ferragosto. Quello che consente gli accordi anche sui licenziamenti in deroga a quanto previsto dallo Statuto dei Lavoratori. La firma che rende pienamente operativo il testo dell’intesa che stabilisce le nuove regole sulla rappresentanza e la contrattazione, con una importante aggiunta, è arrivata al termine di un rapido incontro convocato in tutta fretta tra la numero uno di Confindustria Emma Marcegaglia e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.

La chiave sono le cinque righe aggiunte al testo già concordato a fine giugno. Qui Confindustria e sindacati sanciscono il proprio impegno «a far sì che le rispettive strutture, a tutti i livelli, si attengano a quanto concordato e che le materie delle relazioni industriali e della contrattazione sono affidate all’autonoma determinazione delle parti». Questo significa che – almeno sulla carta – il famoso articolo 8 non potrà essere utilizzato da tutte le organizzazioni sindacali e dalle aziende che aderiscono alle associazioni firmatarie. Sulla carta, perché naturalmente un’impresa può certo decidere di non rispettare l’intesa a rischio di essere espulsa. E in ogni caso, l’accordo, sia nella parte sul sistema contrattuale che nell’appendice sull’articolo 8, vale soltanto per il mondo di Confindustria: per ora non riguarda né i commercianti, né gli artigiani né altri comparti.

«Abbiamo sottoscritto in via definitiva l’accordo interconfederale del 28 giugno», ha annunciato il leader degli industriali Emma Marcegaglia, all’uscita della foresteria di Confindustria, incassando poi, nel pomeriggio, anche il plauso del direttivo di viale dell’Astronomia convocato per un esame della grave e delicata situazione economica e per un aggiornamento dello stato dei lavori con il governo sui provvedimenti di crescita. Ma è la Cgil ad essere la più soddisfatta anche se la firma in calce all’accordo ha riacceso le polemiche con la minoranza (prevalente nella Fiom) che ha sempre chiesto alla confederazione di rinunciare all’accordo ed è alla vigilia di un nuovo round sulla piattaforma dei metalmeccanici. «Con la firma abbiamo ribadito che la contrattazione è materia dell’autonomia delle parti e non del governo», ha spiegato Susanna Camusso. «La firma di tutti è il segnale che l’operazione del governo sull’articolo 8 non è stata condivisa dalle parti. L’accordo ha un senso preciso: il primo è che Confindustria, Cgil, Cisl e Uil rivendicano nell’autonomia delle parti un valore; mentre il secondo è che il vero rapporto tra le parti è quello dell’accordo del 28 giugno», ha aggiunto il leader Cgil. Parole che non piacciono alla minoranza, che accusa Camusso di aver cancellato nei fatti la consultazione degli iscritti già annunciata: «è un atto di gravissima lesione della democrazia interna», accusa Gianni Rinaldini, sottolineando che «pensare di aver messo in tutela i lavoratori dai guasti dell’articolo 8 con questa intesa applicativa è pura illusione, perché la legge è comunque superiore a qualsiasi accordo».

Soddisfatta anche la Cisl: «la firma fuga ogni preoccupazione e distorsione che c’è stata sull’articolo 8», ha spiegato Raffaele Bonanni. Sulla stessa linea il leader Uil, Luigi Angeletti. Soddisfatto è anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che però continua a difendere l’articolo 8 della manovra. «Il governo – dichiara in una nota – apprezza la definitiva conferma dell’accordo del 28 giugno sulla contrattazione aziendale» e «la responsabilità di tutte le organizzazioni firmatarie». Tuttavia, precisa che «la legge vi aggiunge la sua “forza” per dare certezza agli accordi e si limita a definire le materie che liberamente e responsabilmente le parti possono regolare».

La Stampa 22.09.11

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“Lavoro, le parti sociali sconfessano la manovra”, di Valentina Conte

La Cisl: abbiamo messo la parola fine a tutte le polemiche delle ultime settimane. Confindustria e sindacati chiudono in modo definitivo l´intesa raggiunta il 28 giugno scorso su contrattazione e rappresentanza. Con un incontro a sorpresa, avvenuto ieri di buon mattino presso la foresteria degli industriali in via Veneto a Roma, la presidente Marcegaglia e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil – Camusso, Bonanni, Angeletti – hanno siglato l´accordo interconfederale di giugno, integrandolo con un nuovo impegno formale. Solo poche righe per affermare che «le materie delle relazioni industriali e della contrattazione sono affidate all´autonoma determinazione delle parti». Un principio che di fatto consente di superare, sconfessandolo e depotenziandolo, l´articolo 8 della manovra di Ferragosto, la contestata norma sulla possibilità di derogare, in sede di contrattazione aziendale e territoriale, al contratto nazionale e alle leggi in materia di lavoro, anche sui licenziamenti tutelati dall´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Esulta la Cgil, che ha preteso quelle righe per chiudere l´accordo. Soddisfatti gli altri sindacati e Confindustria per la ritrovata unità. Il ministro del Lavoro Sacconi, in una nota, «apprezza la responsabilità» di tutte le parti, ribadendo che «la legge vi aggiunge la sua “forza” per dare certezza agli accordi e si limita a definire le materie che liberamente e responsabilmente le parti possono regolare».
Si chiude così, con la firma di ieri, un percorso accidentato che rischiava di naufragare dopo il “blitz” estivo del governo. «Da oggi le parti sociali potranno trattare, siglare accordi e, qualora ci siano dissidi, far decidere alla maggioranza», spiega Bonanni della Cisl che poi precisa: «Abbiamo messo la parola fine a tutte le polemiche delle ultime settimane. Saranno le parti in piena autonomia a gestire tutti i punti che l´articolo 8 demanda alla volontà di sindacati e imprese». Le tutele previste dall´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori «resteranno pienamente valide», assicura Angeletti della Uil.
La firma di ieri «ha un senso preciso» per il segretario Camusso della Cgil. Ovvero che «l´autonomia delle parti è un valore» e che «non si è condivisa l´operazione del governo sull´articolo 8». Al contrario, si ribadisce che «il rapporto tra contratto nazionale e contratto aziendale è quello definito dall´accordo del 28 giugno». Un accordo che pone la contrattazione di secondo livello sotto l´unico ombrello del Contratto nazionale, fonte primaria per l´individuazione delle materie derogabili a livello locale. «Se qualcuno pensa di utilizzare l´articolo 8 – prosegue la Camusso – allora guarda ai sindacati di comodo e ai contratti pirata». Sul punto, la Cgil chiede l´abolizione dell´articolo 8, annunciando un ricorso alla Consulta.

La Repubblica 22.09.11

"Terry e le radici dell'etica del successo", di Franca D'Agostini*

Ricordate il «tipo strano», quello che «ha venduto per tremila lire sua madre a un nano»? Personaggio formidabile, compare verso la fine de «La città vecchia», la famosa canzone di Fabrizio De André. Ora il tipo in questione non sembra essere più molto strano, a giudicare dalla filosofia di vita esposta da Terry De Nicolò, amica di Gianpi Tarantini, in un’intervista televisiva poi diventata un video che circola in rete. Dice Terry, senza mezzi termini: «Per avere successo devi essere pronta a venderti tua madre». Il nichilismo etico di Terry si esprime in un sistema di vita molto chiaro e conciso: chi vuole avere successo deve vendersi l’anima ed eventualmente la mamma; così è, e così, dice, «è giusto che sia», e chi la pensa diversamente è un moralista invidioso e «lofio».

Simili dichiarazioni hanno suscitato, come è giusto, commenti perplessi e inorriditi. Ma vorrei provare a chiedermi: se Terry ha torto, dove e come esattamente ha torto? Perché in definitiva «non è bene» vendere la propria madre, ed eventualmente bambine esili in tubino nero, a un nano?

Gli argomenti contrari normalmente sono due: l’etica e la legge. Quanto alla legge, la risposta è chiara, e Tarantini la conosce bene: vendere, comprare, trafficare non paga molto perché prima o poi si finisce in galera. Già, però molti dei comportamenti consigliati da Terry non sono propriamente perseguibili: chi riesce davvero a distinguere prostituzione (o ricatto) da un amichevole e benevolo scambio di favori? I giudici conoscono bene questo terreno scivoloso: è il fenomeno della vaghezza giuridica, di cui ovviamente si avvantaggia il trasgressore.

Tutto sta dunque nell’essere furbi, sgusciare tra le maglie del sistema, e a delitto non segue castigo. Dio sa quanto questa prassi sia consolidata. Conosciamo un gran numero di persone che condividono in dettaglio le tesi etico-pratiche di Terry, senza averne la straordinaria ancorché stolida onestà. Persone che di questo tipo di regola conoscono bene il meccanismo, e non si lasciano intercettare. Semplicemente: contrattano, vendono e comprano, ma non per telefono.

Dunque dobbiamo passare all’etica. Ma come funziona l’etica? Perché mai è meglio essere leali, generosi, onesti, piuttosto che scaltri, opportunisti, manipolatori e menzogneri? La letteratura sull’argomento è vastissima. Ma chiaramente Terry non ci sente da quel lato: l’etica è già scartata a priori. In effetti, il suo ragionamento non è per nulla toccato da considerazioni morali: se si concepisce l’etica nel senso dell’ethos, come un regime di valori collettivi, corrispondenti a sentimenti collettivi, Terry vince, non c’è dubbio. Chi decide che tu, che hai il senso della collettività, che sei buono, e generoso, sei meglio di me, che ho il senso dell’opportunità, e sono furbo ed egoista? È chiaro: lo decide la collettività degli uomini, il famoso senso civile; ma questa collettività, come insegna Nietzsche, potrebbe sbagliare, ed essere costruita precisamente su valori sbagliati, che bloccano e reprimono le libere forze della vita. Di qui si passa con facilità da Nietzsche al darwinismo, e il quadro è completo.

Ora quel che è interessante però è che tanto Nietzsche quanto Darwin sono autori dell’Ottocento. Terry senza saperlo ha come maestri (a parte Sgarbi, l’unica auctoritas citata) signori che vivevano in un’epoca molto diversa dalla nostra, e non avevano a disposizione un buon numero di risorse intellettuali e tecniche di cui invece oggi disponiamo. Per esempio, non conoscevano la teoria delle decisioni e dei giochi, non avevano la più pallida idea di come la matematica potesse far funzionare la logica e poi i computer, non conoscevano neppure lontanamente la possibilità di avere una visione globale, e tuttavia dettagliata, dei fenomeni.

A parte le effettive tesi di Nietzsche e Darwin (che evidentemente non sono affatto da appiattirsi su una specie di Wille zur Macht generico come è quello professato dalla nostra amica), è assolutamente evidente che il problema rappresentato da Terry non è la mancanza di etica: è solo una questione di conoscenza a metà. Terry ha incominciato a riflettere, a darsi ragione dei fenomeni, quindi si è fermata: esattamente al punto in cui si fermavano i nichilisti dell’Ottocento, e a cui sono ancora fermi molti autorevoli intellettuali contemporanei.

In effetti, se Terry esaminasse da vicino la natura dell’egoismo sociale da lei professato, scoprirebbe cose interessanti: per esempio, scoprirebbe che i comportamenti cooperativi sono sempre preferibili, non sul piano etico, ma precisamente sul piano economico. Così, l’altruismo è economicamente vantaggioso, mentre l’egoismo crea alla lunga individui e società poveri, o mediocri. È il famoso risultato di Nash, raccontato in A Beautiful Mind , ma ampiamente sviluppato da schiere di filosofi ed economisti, di cui non si parla mai, preferendo invece ostinarsi su qualche pseudo-Nietzsche o pseudo-Darwin.

Se continuasse le sue riflessioni, forse scoprirebbe anche, con sorpresa ancora maggiore, che i suoi argomenti sono già stati sconfitti nel V secolo avanti Cristo. Il punto principale in effetti – così direbbe Socrate redivivo – non è il vendere la madre, sono le tremila lire. Devi sempre chiederti: quanto? Per quanto sei disposto a venderti e a vendere? E quanto o che cosa sei disposto a cedere, in cambio? Ti accorgerai che non c’è limite: quando avrai venduto la madre dovrai vendere qualcosa d’altro, e poi ancora e ancora. Quella vaghezza che è il problema dei giudici nel catturare il trasgressore è anche il problema del trasgressore, nel fermarsi. D’altra parte, abbiamo di fronte agli occhi un ottimo e ineccepibile esempio: Fabrizio De André non ci dice nulla del destino del tipo strano, ma quanto alla parabola del nano, la conosciamo, e non ci sembra per nulla invidiabile.

*docente di Filosofia della Scienza al Politecnico di Torino e autrice di «Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico»

La Stampa 22.09.11

"Dopo i tagli, i ritardi nei trasferimenti dei fondi per il funzionamento delle scuole e per le politiche educative, strangolano la scuola pubblica", di Osvaldo Roman

I finanziamenti di cui alla Direttiva 2011 della legge 440/97 e i fondi per la gratuità dei libri di testo del bilancio 2011 (forse) arriveranno alle scuole e ai comuni solo ad anno scolastico inoltratato. L’ultima consistente riduzione dei fondi per l’offerta formativa delle scuole, che segna praticamente l’affossamento di una normativa che era stata concepita per sostenere l’autonomia delle istituzioni scolastiche, risale alla legge di stabilità (Finanziaria) 2011.Infatti dalla legge di stabilità 2011 risulta:
(clicca qui per leggere l’articolo)

"Dimissioni "costose" per Mediaset", di Francesco Manacorda

Quanto vale per le aziende dell’imprenditore Silvio Berlusconi il ruolo di premier di Silvio Berlusconi? Ieri la Borsa ha dato una risposta grezza ed estemporanea, ma comunque significativa: circa 160 milioni di euro. A tanto ammonta, infatti, la perdita cumulata nella giornata dal colosso Mediaset (-5,32% la quotazione) e dell’assai più piccola Mondadori (-3,75%). E’ vero che Piazza Affari ha chiuso in ribasso dell’1,65% e quasi tutte le azioni del listino sono scese. Ma i cali dei due titoli che fanno capo alla Fininvest della famiglia Berlusconi sono assai più sensibili della media del mercato. E soprattutto, le azioni Mediaset e Mondadori sono scese bruscamente proprio sull’annuncio della visita del presidente del Consiglio al Quirinale, mentre il governo sembra sempre più vicino al capolinea.

Il mantra berlusconiano dell’assenza di conflitto d’interessi, spesso e volentieri ripetuto in questi anni anche da chi guida le aziende del premier – uno per tutti il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, che ama anzi sottolineare come la presenza dell’amico Silvio al governo abbia danneggiato l’azienda televisiva – si scontra così con il giudizio, certo non politico, del mercato finanziario. Le aziende di Berlusconi valgono di più perché e finché lui resta a Palazzo Chigi.

E’ paradossale riaccendere il faro sul conflitto d’interessi, mentre Berlusconi sembra assediato da problemi più gravi? Non troppo. Intanto perché ieri, in una delle sue giornate politicamente più difficili, il premier ha convocato nella sua residenza privata proprio Confalonieri. E proprio Confalonieri gli avrebbe consigliato di tener duro e di non cedere ad alcuna richiesta di un passo indietro. Di più: il valore del Berlusconi governante nei confronti delle aziende di famiglia, rischia di pesare per un uomo che si trova a far fronte a una situazione successoria complessa, con un divorzio in corso e cinque figli tra cui dividere un gruppo enorme, ma non infinito. La forza economica dell’imprenditore, che due decenni addietro fu decisiva nello spingere Berlusconi nel suo ruolo politico, rischia così di trasformarsi adesso in una trappola che può ostacolare un passo indietro.

La Stampa 22.09.11

"Se la Lega alza il tiro", di Nadia Urbinati

«Il popolo è sempre sovrano e quindi è l´unica figura che è sempre sopra il Capo dello Stato». A dirlo è l´onorevole Reguzzoni della Lega Nord per difendere la proposta di “secessione democratica” del suo leader, Umberto Bossi. Ma chi sia il popolo e come si faccia a identificarlo il parlamentare leghista non lo dice. Presumibilmente il popolo che dovrebbe per referendum decidere sul destino delle regioni del Nord Italia (quali?) è quello che vota Lega Nord. Un partito è il popolo. Questa è l´ideologia populista, negatrice della Repubblica italiana, che un partito centrale nell´attuale coalizione di governo propugna. L´ideologia del popolo-leghista sovrano è un esplicito rifiuto delle regole del nostro Stato, della nostra sovranità, un caso inconfutabile di violazione della lealtà a quella carta costituzionale che i ministri tutti, anche quelli della Lega, hanno giurato di difendere e rispettare. Quel giuramento è carta straccia.
Ci spiegava Ilvo Diamanti che la rivendicazione della “secessione democratica” fatta da Bossi nel corso del suo ultimo comizio a Venezia rivela la consapevolezza che la Lega, partito “di governo” e “di movimento”, sta avendo una crisi di consenso presso i suoi stessi elettori. L´alleanza granitica con Berlusconi costa moltissimo al partito che ha fatto della reazione contro “Roma ladrona” la sua ragione di esistenza prima e del suo successo elettorale poi. L´essere tra gli artefici della seconda Roma ladrona (quella post-tangentopoli per intenderci) sembra difficile da digerire anche per chi è legato al Carroccio da una fede entusiasta. Un partito che è anche movimento non ha altra scelta strategica per recuperare il gradimento se non alzare il tiro. Ecco la ragione della proposta di “secessione democratica”.
Come ricordano gli storici, questa fu la strategia ricorrente del Partito fascista, anch´esso partito di lotta e di governo. Prima che l´opinione degli italiani fosse un´orchestrata propaganda di regime, quando ancora c´era la libertà di stampa, ogni volta che Mussolini avvertiva un declino nei consensi alzava la posta in gioco spostando in avanti il livello del contendere, costringendo così i suoi avversari a stare al suo gioco. Ci spiegava Diamanti come sia decisamente improbabile che la proposta di secessione abbia la maggioranza, perfino nelle regioni dove la Lega ha molto seguito. Ma non è questo che interessa Bossi. La sua proposta vuole avere prima e sopra tutto un effetto simbolico; vuole spostare l´attenzione dei fedeli leghisti lontano dai problemi seri, come il marciume romano sostenuto dalla Lega e la crisi economica che mette in ginocchio i comuni, la culla del culto leghista. È dunque il partito della Lega Nord il popolo sovrano di cui si parla, ed é la sua leadership a incoronarsi rappresentante legittimo del popolo, sopra il Presidente della nostra Repubblica, e per ragioni strategiche.
Parlare di un referendum democratico per dichiarare una secessione è quanto di più assurdo ci possa essere. Ci sono esempi – pochissimi – di divorzio per vie pacifiche e consenzienti tra popoli, è vero. Ma senza referendum, e per ragioni ovvie. L´esempio è quello relativo alla ex Cecoslovacchia, uno stato creato dopo la caduta dell´Impero Asburgico con la fine della Prima guerra mondiale, in un tempo in cui era opinione generale tra gli statisti che stati di media grandezza potessero meglio garantire un ordine internazionale pacifico. Boemi e Slovacchi furono costretti a unirsi: gli uni protestanti e gli altri cattolici, entrambi raggruppati territorialmente come a formare due regioni molto omogenee. Una diversità etno-linguistica radicale che appena le occupazioni, nazista prima e comunista poi, cessarono non tardò a dare i suoi esiti politici. Il matrimonio tra cechi e slovacchi è durato settantacinque anni. Ma non è finito con un referendum. Alla fine della Guerra fredda si passò dalle autonomie regionali alla formazione di “gruppi parlamentari” nelle due zone del paese fino a giungere alla rottura quando gli slovacchi non si accontentarono dell´autonomia e boicottarono il governo federale fino alla separazione del 1992.
Gli stati – poiché la secessione dà origine a una sovranità a tutti gli effetti – non si fanno con referendum, cioè con una decisione legittimata da procedure e regole preesistenti. Del resto, pare assurdo usare le regole fatte dal sovrano dal quale ci si vuole separare. E se per assurdo si votasse con quelle regole chi dovrebbe partecipare alla decisione di questo divorzio politico per via referendaria? Solo la parte che vuole il divorzio o l´uno e l´altro partner? Questa domanda mette in evidenza l´assurdo, poiché se il popolo padano si dichiara sovrano, allora lo fa prima e a prescindere dal referendum. Lo dichiara e lo decide con atto arbitrario. Le secessioni sono atti di formazione di uno stato e quindi scelte che rompono con le regole sovrane esistenti. Sono atti d´arbitrio, esito di lotte e trattative sulle quali pesano i rapporti di forza tra le parti. Il presunto referendum sarebbe illegittimo e se il popolo della Lega lo dichiarasse legittimo si assumerebbe la responsabilità di una rottura con la Repubblica italiana. A Bossi può far comodo usare la propaganda movimentista, ma la sua proposta è davvero gravissima, una sovversione della nostra carta costituzionale sulla quale egli stesso ha giurato.

La Repubblica 22.09.11

"Un pesante distacco dalla realtà", di Michele Brambilla

Di che cosa si parla in questi giorni in Italia? Ascoltando i discorsi della gente comune, non solo degli imprenditori, ma anche dei semplici dipendenti o di chi si incontra al bar o al supermercato, diremmo che non ci sono dubbi sull’argomento più gettonato. Più che un argomento è una domanda: quanto durerà questo governo? Dalle inchieste dei magistrati emergono comportamenti incredibili da parte di chi è incaricato di guidare il Paese; e già questo è un fatto che fa chiedere a molti che cos’altro debba ancora succedere. Ma poi, soprattutto, c’è una crisi economica senza precedenti. Quando mai s’è sentito parlare di un possibile fallimento dell’Italia? Saranno anche paure esagerate, ma molti italiani si sono precipitati in banca per vendere i propri titoli di Stato nel timore che possano non essere rimborsati.

Anche dall’estero si guarda all’Italia come a un Paese sull’orlo del baratro e quindi bisognoso di una svolta. L’Europa ci ha appena imposto un manovra di cui il nostro governo, se non altro per un bieco calcolo di consensi elettorali, avrebbe volentieri fatto a meno. Standard and Poor’s dopo aver declassato l’Italia ieri ha declassato sette nostre banche.

I grandi giornali di mezzo mondo ci chiedono che cosa aspettiamo a darci una mossa, per mossa intendendo il cambiamento della guida politica.

E questa è oggettivamente la richiesta che viene da grandissima parte del Paese. Non solo del Paese politicamente schierato, quello in servizio antiberlusconiano effettivo e permanente: ma anche di quel mondo che in Berlusconi ha sperato, più o meno convintamente. Da Confindustria a quegli imprenditori del Nord che, come ha raccontato Marco Alfieri in un reportage su questo giornale, per Berlusconi avevano messo anche la faccia, e che ora non ne possono più. Insomma: giusta o sbagliata che sia, sale la richiesta di un cambio di passo. Per essere più espliciti, di una nuova guida politica. Che è tutta da studiare, e che non è detto che debba comportare un ribaltone parlamentare con un cambio di maggioranza: ma che dia il segno tangibile di una novità, di un taglio netto con una gestione politica che ci ha portati sull’orlo del fallimento.

Tutti dunque ne parlano. Tutti tranne chi dovrebbe per primo porsi il problema. Ieri Berlusconi è salito al Quirinale e qualche povero illuso aveva messo in giro la voce che, di fronte al Capo dello Stato, il premier avrebbe affrontato il discorso su un suo possibile passo indietro. Ma lasciando il Colle il premier ha assicurato che l’argomento non è neppure stato sfiorato. E uno dei suoi uomini, il ministro Giancarlo Galan, l’ha liquidata così: «Ho parlato con Berlusconi e mi ha detto che posso rassicurare gli italiani: il Presidente della Repubblica non si è dimesso». Quanto a Bossi, le sue parole sono state le seguenti: «Il governo va avanti? Penso di sì. Non so cosa sia andato a fare Berlusconi dal presidente Napolitano».

Temiamo di saperlo noi. Al Capo dello Stato che gli riportava le preoccupazioni sue, del Paese intero e di mezzo mondo, il premier pare abbia risposto di stare tranquillo, che le cose vanno bene, che è tutta colpa degli speculatori stranieri, che non bisogna dare retta ai giornali, che le inchieste della magistratura lo rinvigoriscono e che presto tirerà fuori dal cappello un piano per lo sviluppo che farà ripartire l’economia.

Viene in mente il titolo di un film di una decina di anni fa: «Fuori dal mondo». Solo che quel film parlava dell’estraniarsi volontario, dal mondo, di una suora di clausura. Mentre qui fuori dal mondo ci sono ahimè coloro che il mondo dovrebbero guidarlo. Le battute di Galan, gli sproloqui di Bossi e il Berlusconi che annuncia l’arma segreta danno l’idea di una classe dirigente ormai totalmente staccata dalla realtà.

Ieri abbiamo letto un pezzo della prefazione che Giulio Andreotti ha scritto a un libro sulla storia della Dc. Rievocando i tempi del dopoguerra, della Costituzione e della ricostruzione, Andreotti ricorda che non solo la Dc, ma anche gli altri partiti fissavano sempre, prima di ogni iniziativa politica, un obiettivo a lungo termine, un progetto per il Paese futuro. Saranno anche nostalgie del passato. Ma la miopia di chi ha preso il posto di quei politici fa di tutto per alimentarle.

La Stampa 22.09.11

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L´offerta del Senatur “Silvio fino a gennaio”, di Francesco Bei

«Umberto, cosa devo fare? Pensi anche tu che mi debba dimettere? Se me lo dici tu io lo faccio subito». Al termine di un incontro drammatico a Palazzo Grazioli con lo Stato Maggiore del Carroccio, il Cavaliere tenta il tutto per tutto. Getta sul tavolo in anticipo la carta delle dimissioni per poterla subito rimettere nel mazzo. È un bluff, visto che a passare la mano a un nuovo governo non ci pensa affatto. E dall´altra parte trova Bossi disposto a concedergli un altro giro di tavolo. Ma senza entusiasmo. «Io voglio solo la Padania», gli risponde laconico il Senatùr senza offrire ulteriori garanzie sul futuro. «Poi ne riparliamo a gennaio…». Ma tanto basta a Berlusconi per salire in serata al Quirinale e scacciare, in un colloquio teso e preoccupato con il capo dello Stato, il fantasma della crisi di governo.
E tuttavia la mano più difficile, quella che si gioca oggi alla Camera sull´arresto di Marco Milanese, il premier sembra essersela aggiudicata. Roberto Maroni non ha la forza necessaria per sostenere uno strappo così violento, visto che l´arresto dell´ex collaboratore di Tremonti provocherebbe lo squagliamento della maggioranza. Il ministro dell´Interno ha valutato con preoccupazione le conseguenze di una crisi di governo provocata dai suoi: «Non ce lo possiamo permettere – racconta un suo fedelissimo – perché ce la imputerebbero totalmente e noi saremmo finiti». E dunque Maroni garantirà oggi il voto dei suoi a favore di Milanese. La resa dei conti è spostata in avanti. A gennaio. Oppure molto prima, quando a fine settembre si voterà la sfiducia al ministro Saverio Romano.
Così, forte della sponda offerta dalla Lega, il Cavaliere alla sette della sera può salire baldanzoso al Quirinale per conferire con il capo dello Stato. Un colloquio richiesto da palazzo Chigi il giorno prima, per capire dalla viva voce di Napolitano il significato di quella sorta di «consultazioni» che hanno fatto irritare e preoccupare il Cavaliere. Nell´ora e un quarto di incontro, il capo del governo ripete il suo mantra e spande ottimismo sulla situazione finanziaria: «Il peggio è passato. Abbiamo presentato una manovra che ha ricevuto consensi da tutta Europa e adesso tocca al piano per la crescita. Stavolta lo seguirò personalmente. Ho messo al lavoro un nucleo di esperti per elaborare delle proposte da presentare al Consiglio dei ministri al più presto». Napolitano resta in ascolto. Scettico e preoccupato svolge un´analisi che non coincide con quella rosa e fiori del premier. «Il paese resta in grave difficoltà, lo spread è tornato a salire e oggi anche le nostre principali banche sono state declassate. Non possiamo permetterci alcun ritardo». Berlusconi elenca una serie di titoli senza riempirli di contenuti, ma dal presidente della Repubblica arriva l´invito pressante a trasformare quel libro dei sogni in realtà. Per Napolitano è questa «la vera sfida dopo la manovra», quella su cui «ci stiamo giocando tutto». Chiede misure per la crescita «il più possibile condivise», anche attraverso «ampie consultazioni in Parlamento e con le parti sociali». E tuttavia per Berlusconi «l´unica garanzia perché il paese sia al riparo da ulteriori tempeste è proprio la stabilità dell´esecutivo». Il suo, ovviamente. «Presidente, non c´è alcun problema per la tenuta della mia maggioranza. Ne ho parlato anche con Bossi, il nostro rapporto è solido». Quanto alle ripetute sconfitte della maggioranza in aula, «non hanno valore politico, sono solo incidenti parlamentari». Eppure Napolitano insiste nel chiedere certezze sulla tenuta della coalizione. «Siete sicuri sui vostri numeri?». E Berlusconi: «Lo vedremo su Milanese».
La giustizia è sempre il tormentone che accompagna ogni incontro di Berlusconi al Quirinale. «Sono un perseguitato, per fortuna ho trovato un Gip a Napoli che ha acclarato quello che vado dicendo da tempo. La competenza sull´inchiesta Tarantini è di Roma». Ma Napolitano, infastidito, cambia discorso e lo riporta sulle questioni concrete. L´economia, la tenuta del centrodestra. Alla fine si lasciano dopo aver parlato per tutto il tempo due lingue diverse. Ma Berlusconi, per un altro giorno, è convinto di averla sfangata. Tanto che ai suoi, tornato a palazzo Grazioli per un vertice sulla giustizia, consegna una battuta un po´ irriverente sul capo dello Stato: «Tranquilli, Napolitano non si dimette. E andiamo avanti».

La Repubblica 22.09.11