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"Un giorno di guerra a Lampedusa caccia ai clandestini dopo la rivolta", di Attilio Bolzoni

Senza patti chiari Lampedusa salta in aria. Se l´Italia non riuscirà a trovare un altro accordo con i nuovi signori che comandano dall´altra parte del Mediterraneo, di barconi ne arriveranno sempre di più. E sarà invasione. Negli ultimi dieci giorni ne sono sbarcati quasi milleduecento di tunisini, all´improvviso. Una settimana prima il ministro Maroni aveva parlato di «un bilancio totalmente positivo della collaborazione bilaterale in materia di sicurezza» con la Tunisia, poi sono approdati in massa e in queste ultime ore a Lampedusa è scoppiata la guerra. Lo scenario del Mediterraneo è molto complicato ma molto confusa e incerta è anche la nostra politica. Non bastano più gli slogan governativi e le rassicurazioni continue del ministro degli Interni («L´accordo con la Tunisia funziona, l´impegno di Tunisi per la lotta ai clandestini ha dato frutti», 12 settembre), non bastano più annunci e promesse. Adesso c´è bisogno di qualcosa d´altro o Lampedusa rischia di diventare un campo di battaglia permanente fra l´Africa e l´Europa.
I ponti aerei o i rimpatri forzati non risolveranno mai la vicenda dei barconi e dei disperati che raggiungono le scogliere e le spiagge dell´isola più a sud dell´altro mondo, per ogni rientro di trenta «clandestini» il lunedì e il giovedì (come era previsto dagli accordi del 5 aprile) ci saranno altri cento o duecento disperati al giorno in avvicinamento o con i piedi già sul suolo italiano. Tutti schedati e poi rinchiusi, per una settimana o per un mese, nel famigerato “centro di accoglienza” divorato ieri dalle fiamme. I conti non tornano, i numeri sono numeri: ne arrivano di più di quanti ne possiamo – secondo le intese stipulate – mandare indietro. È proprio questo il punto: l´accordo siglato nell´aprile scorso con Tunisi, subito dopo la “rivoluzione dei gelsomini”, non regge più. Ne è prova la rivolta di Lampedusa e non solo di Lampedusa, ma anche di Restinco, di Brindisi, di Montecampione. Le lunghe e le lunghissime permanenze in quei “centri” scatenano ribellioni e tumulti.
«Saranno intensificati di molto i rimpatri», dichiarava appena quattro giorni fa il ministro della Difesa Ignazio La Russa in visita a Lampedusa «per portare il ringraziamento del governo ai militari impegnati nell´emergenza immigrazione». Neanche ventiquattro ore dopo un aereo carico di 100 magrebini è atterrato a Tunisi ma le autorità locali ne hanno fatti scendere solo 30 – i vecchi accordi erano quelli – costringendo i piloti della nostra Aeronautica a riportare tutti gli altri in Italia. Nuovi patti. Ecco cosa servono ora. Senza quelli Lampedusa s´incendia.
Sdrammatizzano tutti i nostri ministri, si dicono «soddisfatti», parlano di «efficaci misure», ma nell´isola di frontiera c´è lo stato d´assedio e la caccia all´uomo. Gli accordi fatti sono diventati carta straccia perché non hanno tenuto conto della disperatissima situazione che c´è oggi in Tunisia, soprattutto nel sud di quel paese – al confine con la Libia – dove tutto è crollato. Chiusi gli alberghi (principale fonte di reddito per quella popolazione), il commercio fermo, una disoccupazione totale che ha provocato l´esodo di migliaia di ragazzi verso Capo Bon e con l´obiettivo di arrivare qui, a Lampedusa, in Italia, in Europa. Il ministro Maroni va e viene da Tunisi per prendere contatti con i nuovi governanti, qualche giorno fa è riuscito a strappare la “quota” 100 di “clandestini” a settimana da riportare indietro. Basterà? Basterà mai raddoppiare o triplicare il numero dei naufraghi da rimpatriare per non trasformare Lampedusa in un inferno?
Sull´isola è “emergenza” a singhiozzo. A Roma se ne accorgono solo quando c´è il fumo e quando c´è il fuoco. Lo fanno apparire solo un problema di ordine pubblico, di poliziotti e di carabinieri che caricano, di «delinquenti tunisini che vanno mandati via e arrestati in Tunisia» (dichiarazione della vicesindaco di Lampedusa e senatrice della Lega Nord Angela Maraventano), di «tensioni» fra la popolazione locale e gli altri, gli invasori. Per l´Italia e il suo governo è veramente un´isola lontana, Lampedusa. E pensare che soltanto pochi mesi fa il premier voleva comprarsi una villa – mai comprata – proprio lì. L´aveva promesso, però. Come aveva promesso parchi e casinò. A Lampedusa sono arrivati solo naufraghi pronti a tutto pur di sopravvivere.

La Repubblica 22.09.11

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“È saltato l´accordo con Tunisi ora ci sarà un´ondata di sbarchi”, di Vladimiro Polchi

Il Pd: il ministro venga a riferire in Parlamento. Le organizzazioni dei rifugiati: è la conseguenza di una politica miope fatta solo di repressione. Salta il tappo della Tunisia: chiusa una falla, se ne apre un´altra. Se con l´ingresso dei ribelli a Tripoli i flussi di migranti dalla Libia hanno rallentato fino quasi ad arrestarsi, è la rotta tunisina che torna a far paura. A non girare a pieno regime è sia la macchina delle espulsioni che quella dei respingimenti e del controllo alle frontiere: i due capisaldi dell´accordo Italia-Tunisia del 6 aprile scorso. «La crisi economica e l´instabilità politica di Tunisi – spiega una fonte qualificata del Viminale – stanno facendo traballare l´intesa, nonostante gli sforzi di Maroni». Il rischio? «L´accordo ridotto a carta straccia e una nuova imponente ondata di sbarchi». Le testimonianze dei migranti lo confermano: «Stando ai loro racconti – sostiene Flavio Di Giacomo, portavoce in Italia dell´Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) – nei porti tunisini e sulla rotta per l´Italia non c´è più alcun controllo».
Un passo indietro. A Lampedusa sono arrivati dall´inizio dell´anno 50.403 migranti, più della metà dalla Tunisia e il resto dalle regioni sub-sahariane, via Libia. «Oltre ventimila tunisini – ricorda Di Giacomo – sono arrivati da metà febbraio ad aprile, poi il flusso si è arrestato in seguito all´accordo con il governo italiano. A inizio agosto gli sbarchi di tunisini sono però ripresi: più di duemila fino a oggi». Sul tavolo degli imputati è proprio l´accordo in base al quale l´Italia ha donato al Paese nordafricano 6 motovedette, 4 pattugliatori e un centinaio di fuoristrada e la Tunisia si è impegnata a «rafforzare i controlli per evitare nuove partenze e accettare la riammissione rapida degli sbarcati».
«La sensazione – sostiene Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana – è che gli accordi fra i due governi sul controllo dei flussi di immigrati in questo momento non funzionino». Ad incidere è anche l´instabile quadro politico tunisino, in vista delle elezioni dell´assemblea costituente fissate per il prossimo 23 ottobre. «Quanto sta succedendo – dichiara il direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, Christopher Hein – è la conseguenza di una politica miope. Gli accordi fatti dal governo italiano non hanno considerato la particolare condizione socio-economica della Tunisia». E così, nonostante la visita di Maroni a Tunisi il 12 settembre, tanto i controlli ai porti d´imbarco da parte dei militari tunisini, che le intercettazioni in mare supportate dalla marina militare italiana rischiano di saltare. Non è tutto.
I tunisini presenti a Lampedusa sono destinati al rimpatrio forzato. Non rientrano infatti tra i potenziali richiedenti asilo (a differenza di quanti partono dalle coste libiche), né tra quanti hanno diritto a un permesso di soggiorno temporaneo. Lo ribadisce il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli: «Il problema di Lampedusa riguarda cittadini tunisini che non possono essere inseriti nel circuito dell´accoglienza come stabilito dall´accordo del 6 aprile». L´accordo prevede infatti la concessione di un permesso speciale solo a chi è sbarcato “dall´1° gennaio 2011 alla mezzanotte del 5 aprile”. Per tutti gli altri “viene disposto respingimento o espulsione”. Ma anche qui la macchina va a rilento, nonostante la promessa di passare da 30 rimpatri al giorno a 100: «Un ritmo – fanno sapere le fonti del Viminale – che finora difficilmente è stato mantenuto, anche perché non sempre Tunisi autorizza i trasferimenti».
Sul caso Lampedusa si riaccende lo scontro politico. «Il ministro Maroni venga immediatamente in Senato a riferire su ciò che sta avvenendo – chiede Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd – perché la situazione degli sbarchi non è assolutamente governata». Mentre per Luciano Dussin, vicepresidente vicario dei deputati della Lega Nord, «i messaggi di buonismo del centrosinistra e le reticenze della magistratura nell´applicare le nostre leggi sono un mix pericoloso che lascia intravedere la possibilità di arrivare nel nostro Paese senza regole».

La Repubblica 22.09.11

Lampedusa. Il governo riferisca sulla guerriglia urbana che sta sconvolgendo l'isola

Una vera caccia all’uomo è in corso di svolgimento a Lampedusa dopo l’incendio di un centro di accoglienza e gli scontri tra isolani, immigrati tunisini e forze dell’ordine. E il governo si dimostra ancora una volta impreparato. É guerriglia urbana a Lampedusa. Una clamorosa tensione sfociata con gli scontri tra gli isolani e gli immigrati e tra quest’ultimi e le forze dell’ordine dopo i disordini di ieri pomeriggio che hanno visto anche l’incendio del centro di accoglienza. A colpi di pietra decine di italiani hanno sfogato la loro rabbia contro i tunisini rei di aver scatenato un vero inferno nell’isola. E in clima surreale di caccia all’uomo, con il sindaco di Lampedusa Bernardino De Rubeis asserragliato nel Comune e i bambini barricati nelle scuole, si attendono con fiducia le prime mosse del governo italiano. Un governo fantasma.

Che fine hanno fatto le promesse fatte da Berlusconi di rendere Lampedusa una terra colorata come Portofino? Avrà scelto definitivamente la sua nuova dimora sull’isola? I lavori per la costruzione del Casinò a che punto stanno e soprattutto che fine ha fatto la proposta di candidare Lampedusa per il Premio Nobel per la Pace? Ricordiamo solo le parole conclusive del suo show sull’isola: “entro 48 ore sarà tutto finito”!

“Il Ministro Maroni venga immediatamente in Parlamento a riferire su cio’ che sta avvenendo a Lampedusa. Le immagini che stanno facendo il giro del mondo appaiono una ulteriore conferma del fatto che la situazione degli sbarchi e della permanenza dei migranti sul territorio del nostro Paese, nonostante la demagogia e gli annunci fatti in pompa magna dal Presidente del Consiglio, di ville, parchi e casino’, non e’ assolutamente governata”. Lo ha dichiarato Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del PD.

Per Livia Turco, presidente del Forum Immigrazione e Politiche sociali del PD “la situazione dopo la rivolta di ieri nel centro di accoglienza di Lampedusa e i violenti scontri che oggi si stanno verificando in diverse zone della città tra tunisini e polizia, desta enorme preoccupazione. La situazione è divenuta esplosiva perché il governo fa tutto meno che svolgere i propri compiti. Infatti, le rassicurazioni date giorni fa al sindaco De Rubeis dal ministro Maroni, al fine di riportare alla normalità la situazione nel centro di accoglienza, si sono, come visto ieri, rivelate infondate. La forte tensione nel centro di Lampedusa, più volte denunciata sia dall’amministrazione locale che dalle organizzazioni operative sull’isola, avrebbe dovuto provocare una reazione immediata del governo. Invece, la tensione continua a salire e il governo persiste nella sua inerzia. Il ministro Maroni dia delucidazioni su quanto sta accadendo a Lampedusa e sui i provvedimenti che verranno adottati per ripristinare diritti e legalità sull’isola. I cittadini di Lampedusa sono stanchi di essere vittime di una situazione per cui non hanno nessuna colpa. Maroni si attivi e eviti che la situazione degeneri ulteriormente”.

“La situazione a Lampedusa sta degenerando con scontri violenti tra la polizia e gli immigrati tunisini, nel silenzio tombale del governo. E’ assolutamente urgente che il governo venga in Parlamento a riferire sui fatti di oggi, sulla drammatica condizione sia degli immigrati nel centro di accoglienza che degli abitanti dell’isola siciliana”. Lo hanno dichiarato i senatori Francesco Ferrante, Roberto Di Giovanpaolo, Roberto Della Seta e Marco Perduca.
“Purtroppo – hanno continuato i senatori del Pd – ciò che sta accadendo a Lampedusa ha tutta l’aria di una tragedia annunciata di cui il governo ha precise responsabilità. A parte show mediatici e promesse, niente è stato fatto per migliorare le condizioni degli immigrati detenuti nel centro di accoglienza e per allentare la pressione sugli abitanti dell’isola. Lampedusa è stata abbandonata a se stessa. E’ urgente che il ministro dell’Interno Maroni venga a riferire in Senato su quanto sta avvenendo e su quanto il governo intende fare per affrontare la situazione”.

www.partitodemocratico.it

Università, PD: "un altro no alla "riforma" Gelmini"

Ghizzoni: non abbiamo mai avuto dubbi sulla bruttezza e sull’inefficacia della legge 240 sull’università – nota come legge Gelmini – così come non li abbiamo mai avuto sul fatto che i suoi effetti sarebbero stati distorsivi e penalizzanti per il sistema. Ne arriva conferma, ad esempio, dal decreto sui criteri per il riparto delle risorse destinate al piano straordinario per i reclutamento di professori associati. Infatti, la norma della legge 240 istitutiva del piano- ma sarebbe forse meglio denominarlo “pianino” poiché si avvarrà di soli 13 milioni “sottratti” al Fondo di finanziamento ordinario (FFO) – non ha liberato le nuove assunzioni di associati dalla tagliola del 90%. Questa percentuale rappresenta il rapporto tra FFO e spese per il personale che le università non devono superare per poter procedere a nuove assunzioni. Tale rapporto ormai dipende ben poco dalle politiche adottate dalle università ed è invece fortemente condizionato dai continui tagli del governo al fondo di finanziamento ordinario. In questo contesto, anche gli Atenei più risoluti nel perseguire rigorose politiche del personale saranno nell’impossibilità di rispettare la soglia suddetta. Basti considerare, ad esempio, che per il prossimo anno (2012) mancano ben 300 milioni per raggiungere almeno la copertura degli stipendi del personale.
Con la conferma del vincolo del 90% il governo impedisce a circa un terzo degli Atenei di reclutare nuovi professori associati e di reintegrare, almeno parzialmente, i vuoti di docenza determinati dal blocco del turn over e dai tanti pensionamenti intercorsi negli ultimi anni. Con questo decreto, quindi, la Gelmini ancora una volta blocca l’ingresso di giovani docenti e impedisce il meritato avanzamento di carriera a ricercatori in servizio. La riforma “epocale” mostra in fase di attuazione il suo vero scopo: assecondare l’invecchiamento e l’impoverimento dell’università italiana.
Eppure, in sede di audizione tutti i soggetti consultati avevano chiesto l’eliminazione del vincolo del 90%. Perfino i deputati di maggioranza hanno dovuto ammettere che sarebbe stata una saggia decisione, ma si sono nascosti dietro un dito sostenendo che non era possibile in sede di approvazione di un decreto regolamentare modificare una norma di legge. Il Pd ha votato contro lo schema proposto dal governo ed ha annunciato la presentazione di una leggina che cancelli il vincolo del 90% almeno nell’ambito del piano per assunzioni degli associati, da approvare in commissione nelle prossime settimane in sede legislativa. È un modo per chiamare i deputati di maggioranza ad una prova di coerenza. Se davvero oggi si sono accorti della necessità di correggere la legge Gelmini potranno farlo votando a favore della proposta del PD.

"Vertice con Bossi e visita al Quirinale. Berlusconi cerca di puntellare il governo", da repubblica.it

In mattinata incontro tra il premier e lo stato maggiore della Lega anche in vista del voto di domani su Milanese. In serata colloquio con Napolitano sulla tenuta della maggioranza e le misure per la crescita. Di Pietro: “Mandiamoli a casa prima che ci scappi il morto”. Faccia a faccia in mattinata con Umberto Bossi e colloquio con il presidente della Repubblica in serata. Per Silvio Berlusconi quella di oggi è l’ennesima giornata campale nel tentativo di fronteggiare una situazione che si fa via via più complicata. L’ingorgo di problemi per il premier si fa sempre più ingarbugliato: declassamento del debito italiano da parte di S&P, guai giudiziari, maggioranza traballante, voto sull’arresto di Marco Milanese 1dietro l’angolo e come se non bastasse rigurgiti secessionisti della Lega 2. E proprio quest’ultimo aspetto è stato al centro con ogni probabilità dell’incontro avvenuto stamane a palazzo Grazioli tra il presidente del Consiglio e una delegazione del Carroccio guidata dal suo leader storico.

Berlusconi sa di dover fare affidamento in queste ore sulla correttezza del capo dello Stato, ma le ultime uscite del Senatur rischiano di far precipitare i già difficili rapporti con il Quirinale 3. A conclusione del vertice, durato circa un’ora e mezza, nessun partecipante ha rilasciato dichiarazioni, ma non è difficile immaginare che altro argomento al centro dei colloqui siano state
le possibili misure da inserire nel provvedimento per la crescita annunciato dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

E proprio di questo, stando almeno a quanto lasciano trapelare gli stati maggiori del Pdl, parlerà Berlusconi anche nell’appuntamento fissato per le 19 sul Colle con Giorgio Napolitano. L’inziativa sarebbe partita da palazzo Chigi con l’intenzione di rassicurare il presidente della Repubblica su cosa intende fare il governo per rilanciare la crescita e lo sviluppo dopo che proprio ieri Napolitano aveva chiesto di accelerare su un pacchetto di misure in tal senso. Ieri il capo dello Stato aveva ricevuto però anche i capigruppo del Pdl, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto e il ministro leghista dell’Interno, Roberto Maroni, con l’intenzione di sondare la maggioranza 4 e capire la sua capacità di affrontare la crisi economica. Non è escluso quindi che il tema sarà al centro stasera anche del confronto tra Napolitano e Berlusconi che proprio domani deve passare attraverso le forche caudine del voto segreto sulla richiesta di arresto dell’ex braccio destro di Tremonti, Marco Milanese 5, nell’ambito dell’inchiesta P4.

Intanto, ad infiammare ancora di più un quadro già di per sé molto teso, arrivano anche le dichiarazioni di Antonio Di Pietro. Tornando a chiedere le dimissioni di Berlusconi, il leader dell’Idv parla di un esecutivo che “chiuso nel suo bunker, pensa di poter ancora governare il Paese mentre nel Paese sta sbocciando la rivolta sociale”. “Prima che ci scappi il morto – conclude Di Pietro – mandiamo a casa questo governo”. Affermazioni alle quali ha replicato con durezza il Pdl. “Di Pietro ha toccato il fondo – sostiene il portavoce Daniele Capezzone – Con la sua frase di oggi e il suo ‘prima che ci scappi il morto’, l’ex pm si conferma un incendiario irresponsabile”.

Torna oggi a chiedere un passo indietro del premier anche il Pd. “Non mi piacerebbe per l’Italia che il cambio politico avvenga sui problemi del collaboratore di Tremonti. Serve un sussulto di dignità e spererei che Berlusconi si dimetta oggi, prima del voto su Milanese”, dice il segretario Pierluigi Bersani. “Per salvare la dignità del paese – aggiunge il leader democratico – faccia un passo indietro per esprimere consapevolezza della gravità della situazione e generosità”.

www.repubblica.it

"Tremonti non rischia: nel nuovo decreto solo riforme a costo zero", di Alessandro Barbera

Nulla su pensioni e liberalizzazioni. «Mancano le condizioni politiche». Poco o niente sulle privatizzazioni. «Argomento da approfondire con calma». Un altro decreto ci sarà, ma conterrà solo misure «a costo zero»: nuove norme per lo snellimento burocratico, la possibilità di emettere obbligazioni per chi finanzia le grandi opere, forse una mini Tremonti-ter per le infrastrutture, risorse alla banda larga dall`asta delle frequenze.
Ieri mattina al ministero dell`Economia c`erano Abi, Confindustria e Rete Italia, l`associazione che raccoglie le piccole imprese. Dall`altra parte del tavolo quattro ministri: Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Roberto Calderoli e Altero Matteoli. Dopo quattro ore di discussione, la sintesi di una fonte presente all`incontro non è rassicurante: “Un incontro deludente”. Il governo non sa che fare e aspetta gli eventi”, ovvero il voto di domani sul caso Milanese e le sue eventuali ricadute politiche. I fatti raccontano una verità solo in parte diversa.

II ministro dell`Economia sciorina le ragioni per le quali, spiega, è inutile prendere nuove misure «sotto la pressione dei mercati». A meno che non si tratti di «riforme strutturali» lontane dall`orizzonte. Le liberalizzazioni, ad esempio. Il ministro parla di una norma «alla greca», la stessa da mesi, ovvero la modifica dell`articolo 41 della Costituzio-ne che dovrebbe rendere possibile tutto ciò che non è espressamente vietato. E comunque, «niente dogmi ideologici. Non facciamoci trascinare come schiavi dietro al carro del libero mercato».

Tutto è rinviato ad un «piano decennale sulla crescita» per il quale il governo chiede il contributo tecnico della Banca d`Italia. «Il momento è assolutamente complesso, ma proprio per questo dobbiamo dare l`idea di cosa fa questo Paese nelle prossime tre legislature».

Tremonti chiede al vicedirettore generale Ignazio Visco di mettere a punto una bozza. Una novità, visti i rapporti difficili del ministro con il governatore uscente Mario Draghi. Per la Banca d`Italia altro non si tratta che di «leale collaborazione istituzionale», come è giusto che sia. Altri, sotto la protezione dell`anonimato, offrono una lettura più politica: «Tremonti ha finalmente capito di aver sbagliato e poiché pensa al futuro, cerca di ricucire un rapporto con la struttura».

Quali che siano le ragioni, il piano ha tempi lunghi. Nel breve, arriverà solo un pacchetto di micro-misure, molte delle quali utili ad attuare decisioni già prese o che potrebbero arrivare in futuro da un governo diverso. Su tutte la revisione degli estimi catastali, utile ad anticipare al 2012 l`entrata in vigore dell`imposta unica sui servizi o, se necessario, all`applicazione di una patrimoniale straordinaria sugli immobili.

«A meno di fatti eclatanti (la caduta del governo, ndr) dovremo essere pronti per la metà di ottobre, in tempo per la legge di stabilità», spiega un ministro.

Dall`altra parte del tavolo speravano di avere risposte su come ridurre il debito, la ragione che ha spinto Standard and Poor`s, prima di Moody`s, al declassamento del rating. O ancora, se ci saranno finalmente interventi sull`età pensionabile, come invocano economisti e organismi internazionali. Sul primo punto le idee restano quelle appena abbozzate da alcuni deputati Pd].

Sulle pensioni pesano, come macigni, i no di Lega e sindacati. Sacconi ha preparato una ipotesi di contributo di solidarietà da chiedere ai pensionati baby, ma il gettito atteso è basso.

Altro, almeno per ora, non c`è. Il governo resta convinto che il problema «è più grande di noi». Tremonti cita Bismarck: «Se ti piacciono le leggi e le salsicce, non guardare mai come vengono fatte». L`impero tedesco di oggi non è quello del cancelliere di ferro, ma poco ci manca. «Tutto o molto dipenderà da cosa farà la Germania». Tremonti si affida a lei, convinto che, a conti fatti, farà di tutto per difendere il futuro dell`euro.

La Stampa 21.09.11

"Come si è rotto il blocco sociale berlusconiano", di Rinaldo Gianola

Ci sono cose che noi italiani non avevamo mai visto, nè sentito. Forse solo la mente geniale di Philip Dick avrebbe potuto immaginarle in questa triste, dolorosa pagina del ventennio berlusconiano. Solo la drammaticità della crisi italiana che rischia di destabilizzare tutta l’Europa per colpa di «bunga bunga Berlusconi» come ha titolato ieri la Bild, il più diffuso giornale tedesco, può spiegare fatti clamorosi, quasi impensabili fino a pochi mesi fa. E come se un mondo intero si fosse ribaltato, è tutto il contrario di prima. I fedelissimi sono scomparsi, la claque si è spenta, gli alleati scappano, restano solo Ferrara&Minzolini, temerari guerrieri della prima serata Rai, a guardia del premier e della sua maggioranza sempre più fragile. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia afferma: «Siamo stufi di essere lo zimbello internazionale quando portiamo le nostre merci all’estero…», e invita il governo ad «andare a casa, non ho paura a dirlo». Un sindacalista più che moderatomcome Raffaele Bonanni dice che «abbiamo bisogno subito di una svolta». L’ex democristiano Beppe Pisanu: «Il Paese non è mai stato così a rischio». Protestano gli agricoltori, i commercianti sono furibondi, gridano i professionisti e le partite Iva, che si sentono traditi, colpiti nei loro interessi, nelle loro speranze da chi li aveva conquistati con promesse e sorrisi, barzellette e strizzatine d’occhi. Berlusconi è alla fine, qualunque sia la sua volontà, oggi è abbandonato dal suo blocco sociale, dal suo enorme, magmatico bacino elettorale. Se ne vanno le imprese, si lamentano lavoratori e pensionati, gridano giovani e precari. Soffre e non ha nemmeno la forza di reagire il mitico ceto medio, fatto a pezzi, “proletarizzato” secondo le analisi dei sociologi, proprio dalle stangate di Berlusconi. È la conclusione di una lunga stagione, che Berlusconi vorrebbe protrarre fino al 2013, quasi a voler chiudere con la naturale scadenza del voto la sua epoca di governo per poi ritirarsi come uno statista. D’altra parte il presidente del Consiglio si è proposto come «l’erede di De Gasperi» e si è ispirato, come azzardò all’alba della sua discesa in campo, «a Einaudi, il mio modello». Ma
probabilmente non ce la farà. Avrà il suo 25 luglio, come merita, consumato giorno dopo giorno, abbandonato e tradito da sostenitori ed elettori, dalla sua corte, dai suoi Tarantini impresentabili. Non c’è stata alcuna rivoluzione liberale, nessuna riforma di mercato. Niente liberalizzazioni, nessuna modernizzazione istituzionale, zero riforme fiscali. La destra ha messo e mette le mani nelle tasche degli italiani dopo aver vinto le elezioni promettendo milioni di posti di lavoro e un Nirvana delle tasse per tutti. C’è da chiedersi come sia stato possibile, come hanno potuto gli italiani credere a tutte queste balle. Con Berlusconi ha trionfato la rendita (“parassitaria”, avrebbe detto persino l’avvocato Agnelli), hanno fatto festa i gangster dell’evasione e dei capitali all’estero, hanno goduto i furbi, hanno vinto i miliardari, quel 10% di famiglie che possiede metà della ricchezza nazionale. La storia politica iniziata nel 1993 all’ipermercato di Casalecchio di Reno, tra gioiose mortadelle e la promessa di «un nuovo miracolo italiano», si sta esaurendo. Il senso della fine imminente è più chiaro in chi ha creduto in Berlusconi, mentre sperano nella svolta chi ha praticato faticosamente
l’opposizione, chi ha contrastato in minoranza la linea “culturale” del fondatore di Mediaset che da “Drive In” arriva direttamente e coerentemente all’ingaggio delle escort. Non si scappa, tutto si tiene. L’Italia, la solita Italia è forse pronta a cambiare cavallo. Ma si può far finta di niente? Si può stare tutti insieme solo perchè non ne possiamo più di Berlusconi? L’opposizione al premier non può ridursi a una melassa consociativa dove tutti fanno gli eroi. Bisogna distinguere, per non ripetere errori. Ci ricordiamo bene delle Assise confindustriali di Parma nel 2001, con migliaia di imprenditori che si spellavano le mani per Berlusconi e le sue illusioni. Ricordiamo altrettanto bene quando Tremonti correva alle assemblee della Confcommercio, quella di Billè, organizzazione che il ministro definiva «il mio azionista di riferimento». E giù risate, applausi conniventi. E ancora il presidente Marcegaglia è la stessa Marcegaglia che s’infilava nella cordata dei patrioti per salvare l’italianità di Alitalia? Non c’è niente da festeggiare anche se Berlusconi dovesse cadere domani, anche se lui e i suoi sodali dovessero scappare sotto il tiro delle monetine. L’Italia è talmente sfiduciata, delusa, appare come un paese così ingiusto e squilibrato che l’uscita di scena di Berlusconi potrebbe esser accolta solo con un sospiro. Poi bisognerà ricostruire tutto, un’altra volta.

L’Unità 21.09.11

"La valutazione della ricerca fa bene soprattutto ai giovani", di Stefano Fantoni*

Da quando si è ufficialmente insediata, all’inizio di maggio, dopo quasi cinque anni dalla sua istituzione, l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) è stata oggetto di numerosi interventi, alcuni di supporto, con suggerimenti costruttivi, altri di aspra critica che denunciano paure a mio avviso infondate. Mi sembra quindi opportuno fare il punto sulla logica che guida l’azione dell’Agenzia, più che rispondere a singoli interlocutori. Il campo di azione dell’Anvur è vastissimo, dalla valutazione della ricerca a quella delle strutture universitarie, dall’accreditamento di nuove sedi e corsi alla determinazione delle regole per l’accesso ai ruoli accademici, punto questo che ha comprensibilmente suscitato il maggiore interesse, e di conseguenza gli attacchi più violenti, cui cercherò di rispondere spiegando la ratio della nostra proposta. Nel fornire al ministro indicazioni per il regolamento sull’attribuzione dell’abilitazione scientifica per professore universitario associato e ordinario, gli obiettivi che Anvur si è posta sono: innescare un processo di miglioramento dell’Università e individuare metodi di riconoscimento della qualità dei ricercatori e docenti che riducano il margine di arbitrio delle commissioni valutatrici.

La soluzione che abbiamo proposto, aprendola al dibattito e recependo parte dei suggerimenti dei colleghi, è riassumibile in due semplici concetti: chi aspira a una data posizione accademica deve avere requisiti almeno pari a quelli della metà superiore di coloro che già la occupano, garantendo così nel tempo il miglioramento della qualità media; chi si propone come «commissario» deve essere non inferiore a coloro che dovrà valutare. Per stabilire il possesso dei requisiti richiesti, si fa riferimento alle due procedure utilizzate nelle università di tutto il mondo, e cioè gli indicatori bibliometrici (numero delle pubblicazioni, numero di volte in cui sono state citate, continuità della produzione scientifica…) e il giudizio dei pari, che pur prendendo in considerazione le stesse variabili (su cos’altro dovrebbe fondarsi un giudizio di merito?), qualifica i riferimenti quantitativi, considerati non del tutto affidabili, soprattutto nei settori delle scienze umane e sociali.

Si sono quasi immediatamente costituiti gli schieramenti contrapposti dei «quantitativi» e dei «qualitativi». Questi ultimi, in un clima da «pietà l’è morta», denunciano la scomparsa di criteri come la passione per la ricerca, la sopravvalutazione degli aspetti internazionali, e ancora, la meccanicità di criteri e indicatori che, nati in ambito tecnico-scientifico, sono di difficile applicazione in ambito umanistico e sociale.

Verissimo: nessuno auspica che siano applicati degli automatismi riduttivi. Ma una norma generale che vogliamo serva a migliorare il sistema universitario non può essere disegnata sui casi eccezionali. È possibile che l’utilizzo degli indicatori lasci fuori un ottimo studioso «di nicchia», ma per contro riduce l’accesso di molti non meritevoli. È probabile che le più diffuse banche dati di indicatori bibliografici presentino dei limiti, ma la soluzione è che gli accademici italiani si diano da fare per costruirne di più affidabili, cosa che in verità molte società scientifiche stanno già facendo. Non si può sostenere la (in)validità di uno solo dei due sistemi senza tenere presenti anche i limiti dell’altro, ed esiste una corposa letteratura scientifica in merito. E del resto gli esiti spesso nefasti della selezione senza precisi vincoli sono sotto gli occhi di tutti.

Intendiamoci: le commissioni sono e restano sovrane. Se riterranno di assegnare l’abilitazione scientifica a un docente che non ha i requisiti richiesti potranno farlo, ma dovranno motivare la loro scelta. Anche i singoli atenei potranno chiamare, nei concorsi locali, questi stessi docenti, ma se la qualità del loro lavoro non sarà soddisfacente, se ne terrà conto nel valutare le politiche di reclutamento. L’unico modo per evitare ingiustizie o collusioni è quello di penalizzare chi compie delle scelte con motivazioni diverse dal merito.

Accettando la sfida di dotare l’Università italiana di un sistema di valutazione, già presente in Paesi come l’Olanda, la Francia, l’Inghilterra, fin dall’inizio degli anni Ottanta, ci aspettavamo delle resistenze e le resistenze ci sono state. Alcune sincere e intellettualmente motivate, altre più manifestamente legate a gruppi di interesse o di potere. Ci incoraggia molto il forte appoggio da parte di molti giovani ricercatori operanti sia in Italia sia all’estero, ma anche quello, a volte inaspettato, di società scientifiche e ampi settori della società civile, consapevoli di quanto una buona Università sia condizione indispensabile per lo sviluppo economico e sociale, oltre che per la promozione dei singoli.

Ci stiamo giocando una partita molto importante non solo per il sistema universitario ma per il futuro del Paese. È richiesto un salto di qualità, che muova dalla valorizzazione delle specificità e delle eccellenze e dalla lucida individuazione degli elementi di debolezza. I nostri colleghi potranno aiutarci a sostenere questo salto di qualità che ci attendiamo verrà innescato dal processo valutativo. Poco costruttiva invece è una critica aprioristica di ogni forma di indicatore o modo di giudizio e ancor meno utile il rimpianto dei bei tempi andati in cui l’unico criterio utilizzato era il principio di autorità. Siamo fiduciosi che la parte più ampia e più sana del sistema universitario e della ricerca sia pronta come noi dell’Anvur ad accettare la sfida del cambiamento.

*Presidente Anvur

Il Corriere della Sera 21.09.11