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"Inagibilità scolastica: nove edifici su dieci hanno bisogno di cure", di Mariagrazia Gerina

«Che nessun genitore debba più piangere i suoi figli», così si era detto Antonio Morelli, dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, 31 ottobre 2002. «Da allora, nulla è stato fatto perché quello che è accaduto ai nostri figli non si ripeta nel resto d’Italia», recita la sua denuncia amara, nove anni dopo.«Avremmodovuto imparare da San Giuliano: e invece sette anni dopo, a L’Aquila altri ragazzi sono finiti sotto le macerie», gli fa eco Carlo Fonzi, abruzzese, che di mestiere fa il preside, mentre scorre le immagini della Casa dello studente sbriciolata. «La scuola che dirigo attualmente si salvò, perché più periferica», racconta. Questione di fortuna, in un certo senso. Perché l’istituto magistrale Collecchi, come la maggior parte degli altri edifici scolastici abruzzesi, non aveva neppure il certificato che ne garantisse l’agibilità statica. Quello arrivò postumo. «Ma ancora oggi mancano il certificato anti-incendi e quello igienico- sanitario», denuncia. Voci dalla scuola che frana. E cifre, non meno drammatiche, quelle raccolte da Cittadinanzattiva nel suo IX Rapporto sulla Sicurezza degli edifici scolastici. Illustrato alla presenza anche del capo della protezione civile Franco Gabrielli, già prefetto de L’Aquila. Il 42% delle scuole italiane si trova in una zona sismica. E ancora oggi, solo il 41% possiede quel maledetto certificato di agibilità. Su 88 edifici scolastici esaminati a campione lungo tutta la penisola, dalla Sicilia alla Lombardia, ben diciassette presentano lesioni strutturali. Mentre i distacchi di intonaco sono ancora più diffusi. Presenti nel 18%delle aule scolastiche. Quelle in cui gli studenti vengono stipati anche in più di 30. Che secondo Cittadinanzattiva sono l’l’1,7 ogni cento e non lo 0,6% come dice il ministro, che comunque, tradotto in cifre vuol dire: 66mila alunni stipati in 2220 classi pollaio. Pavimenti sconnessi (nel 21% dei casi), finestre rotte (33%), banchi e sedie rotte (rispettivamente nel 13% e nel 18% dei casi), tapparelle o persiane chenon esistono (56%). In sintesi: nell’89% delle scuole ci sarebbe bisogno di interventi ordinari. Mentre nel 31% di interventi straordinari. Eppure quando la scuola chiede che siano effettuati anche con urgenza, una volta su tre, non ottiene risposta. E il problema non è solo l’agibilità statica. L’88% delle aule non ha porte anti-panico. Il certificato anti-incendio, ce l’ha poco più di una scuola su 4 (28%). Quello igienico-sanitario è assente nel 60% dei casi. Un dato drammatico, che il Rapporto non riesce a rilevare, riguarda la presenza di amianto. C’è però un rapporto riservato del ministero dell’Istruzione, citato da Cittadinanzattiva, che fa venire i brividi: l’amianto, sarebbe ancora presente in 2.400 scuole. Una stima che purtroppo, potrebbe essere sbagliata per difetto. Visto che il 44% delle scuole è stato costruito tra il 1961 ed il 1980: «Anni in cui – osserva Cittadinanzattiva – si faceva massiccio utilizzo dell’amianto». E lo stato che fa? Ci vorrebbero 13 miliardi solo per intervenire nelle aree sismiche. Ma il sottosegretario Mantovani suggerisce che è meglio «non demoralizzarsi » più di tanto: «Il ministro Gelmini è riuscito a strappare dalle unghie di Tremonti, un miliardo di fondi Fas», sorride, snocciolando le cifre di quello che lui considera un successo. Ossia di quel miliardo, appena 161milioni sono stati ad oggi impegnati per interventi in 1588 istituti. Mancano all’appello altre 200 scuole e altri 197 milioni della prima tranche da 358 milioni, sbloccata dal Cipe a maggio 2010. La seconda tranche da 400milioni è ancora sub judice. E sarà oggetto domani di un primo confronto tra Stato e Regioni. «Non vedo cosa ci sia da essere soddisfatti», osserva la deputata Pd Rosa De Pasquale, che presenterà una interrogazione per conoscere come siano stati spesi quei soldi. Mentre la senatrice Pd Mariangela Bastico ricorda che gli enti locali hanno le mani legate dal Patto di stabilità, che non risparmia neppure questa voce di spesa. E un osservatorio permanente per sapere che fine fanno i soldi destinati all’edilizia scolastica è ciò che chiede anche Cittadinanzattiva. Insieme all’anagrafe degli edifici, non ancora ufficializzata dal ministero.

L’Unità 21.09.11

«Riforme subito o Governo a casa», di Nicoletta Picchio

Lo dice prima di lei l’economista Jacques Attali: «Questa settimana è cruciale per la credibilità dell’Italia. Il governo deve annunciare le riforme entro una settimana», anche perché «se non si arriverà ad un salvataggio della Gracia, subito dopo l’Italia è a rischio». La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, condivide e rilancia: «O il Governo vara riforme serie nell’immediato, domani o nei prossimi giorni, oppure deve andare a casa. Non ho paura a dirlo, è evidente che è così». Per poi precisare: «Siamo una democrazia parlamentare, è il Parlamento che deve decidere, non sta a Confindustria. Ma serve il coraggio di riforme impopolari, il paese rischia tantissimo. Continueremo ad essere una voce forte, senza paura di essere criticata». Se ne parlerà nel direttivo e nella giunta di oggi e domani: «Decideremo cosa fare». E intanto continua il pressing: «Ripetiamo da settimane che il tempo è scaduto e che la situazione è inaccettabile, anche perché l’Italia è un paese serio, ha grandi potenzialità, siamo il secondo esportatore d’Europa e il secondo paese manifatturiero».

La Marcegaglia, Attali e Franco Manfredini, presidente di Confindustria ceramica, sono sul palco, all’inaugurazione del Cersaie, (salone ceramica per architettura-arredobagno), settore in cui l’Italia è leader nel mondo, come sottolinea Manfredini, che fattura quasi 5 miliardi di euro ed esporta a livello globale. Applaude la sala quando la presidente di Confindustria incalza: «Siamo stufi di essere lo zimbello internazionale. Vogliamo essere valutati sui nostri prodotti e non derisi per colpe che non abbiamo. L’Italia sta perdendo credibilità, è inaccettabile essere il punto debole che rischia di far saltare la Ue».

L’Italia è stata degradata da Standard & Poor’s e ciò preoccupa Confindustria: «Ci declassa perché fa una valutazione complessiva, c’è una fragilità del governo ad implementare le decisioni e non si cresce». Ecco perché le riforme non possono attendere: mentre la presidente di Confindustria parlava a Bologna, al ministero dell’Economia si stava svolgendo l’incontro tra governo e organizzazioni imprenditoriali (vedi pagina 7) e domani ci sarà il Consiglio dei ministri. «È essenziale che si decidano cose che diano il senso della discontinuità». Non misure spot, ma interventi incisivi. A partire da fisco e pensioni: vanno eliminate quelle d’anzianità. «Non importa se si scontenta la Lega o i sindacati, o chi altro. Bisogna salvare il paese. La spesa pensionistica è il 2,5% rispetto al Pil, più della media Ue». Poi il fisco: bisogna tagliare le tasse di imprese e lavoratori, coloro che reggono il paese. E gli imprenditori sono disponibili anche a ritocchi dell’Iva o ad una patrimoniale, «purché non sia una misura spot, ma inserita in un disegno di riforma». Bisogna tagliare la spesa pubblica in modo strutturale, «ma non con tagli lineari che penalizzerebbero ricerca, innovazione, università». E poi infrastrutture, privatizzazioni e liberalizzazioni riducendo il perimetro dello Stato nell’economia, eccessivo.

Anche Attali non ha fatto sconti all’Italia: «La crisi non è finita, siamo sull’orlo del precipizio e l’Italia è una delle grandi domande». Il perché lo spiega: se non verrà fatto nulla rapidamente, prima fallirà la Grecia, poi mancherà la fiducia nelle banche francesi e italiane, poi verrà meno la fiducia che l’Italia restituisca il debito, quindi una analoga incapacità Ue. Alla fine crollerà l’euro. Per Attali vanno riformate le pensioni, il mercato del lavoro e aumentate le tasse. Posizione, quest’ultima, che la Marcegaglia contesta: «Abbiamo già il record di pressione fiscale, alzarle vorrebbe dire non crescere».

È d’accordo invece con l’economista sulla mancanza di regole internazionali e di leadership europea: «È imbarazzante, come lo sono i vertici Sarkozy-Merkel; c’è la volontà di sostituirsi alle istituzioni europee ma poi questi signori non decedono nulla oppure cose che non possono essere applicate come la Tobin Tax, quando si sa che gli Usa non l’accetteranno mai».

Il SOle 24 Ore 21.09.11

"Dimissioni subito", di Claudio Sardo

L’Italia sta pericolosamente scivolando verso il fallimento. Bisogna dire le cose come stanno, visto che il governo ha a lungo tentato di oscurare la verità sulla crisi e sulla propria incapacità di affrontarla. Se vogliamo evitare un drammatico default dello Stato, che travolgerebbe la moneta unica e l’intera Europa, occorre una presa di coscienza, un’assunzione di responsabilità delle classi dirigenti, una riscossa civica.
Ma al nostro Paese serve innanzitutto una svolta politica. Questo governo non ce la fa più. Anzi, non esiste già più agli occhi del mondo, come dimostrano le disposizioni di quasi tutte le cancellerie che tengono i loro leader a debita distanza dal nostro presidente del Consiglio. Il governo Berlusconi ha già fatto fallimento. Ed è interesse nazionale che questo non coinvolga definitivamente il Paese.
Non è certo il declassamento di Standard & Poor’s la prova regina del discredito accumulato dal nostro esecutivo. Questo giornale non ha mai preso per oro colato le sentenze delle agenzie di rating e anche nel numero odierno ospitiamo commenti assai critici sull’operato, sui criteri di giudizio di questi istituti e sui loro intrecci proprietari, che condizionano non ingenuamente il mercato. L’approssimativa reazione di Palazzo Chigi al downrating è invece una testimonianza robusta della confusione e dell’impotenza del governo. Non è soltanto S&P a dire che l’Italia soffre per un’esecutivo e una maggioranza così fragili dalimitare l’affidabilità e la capacità di risposta dello Stato. Non è solo S&P a dire che la manovra correttiva, per quanto pesante, è inadeguata a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 perché il prezzo del discredito del governo è altissimo e si paga con l’aumento del costo del debito (ovvero dei tassi sui Bot). Si può legittimamente ribadire il primato della politica a fronte del giudizio di un’agenzia di rating. Ma non si può negare che questo governo difetta proprio nell’esercizio del primato politico.Ha semplicemente alzato le mani dal volante. Ha gestito una manovra da 50 miliardi, che doveva mettere il Paese al riparo della speculazione, con una confusione e un pressapochismo che ne ha distrutto la credibilità prima ancora dell’entrata in vigore. E l’immagine, ieri pomeriggio, della maggioranza disfatta alla Camera che andava sotto a ripetizione, sia pure su questioni marginali, rendeva plasticamente l’idea del declino irreversibile. Ieri, è vero, al quartier generale di Berlusconi si brindava per il trasferimento dell’inchiesta Tarantini a Roma. Un punto a favore del premier, che
aveva rifiutato l’intimazione a comparire come testimone davanti alla Procura. Ma anche questo, a ben vedere, è un segno di disfacimento. Berlusconi pensa ai suoi guai giudiziari. In cima ai suoi pensieri c’è la resistenza personale, il corpo a corpo con la giustizia, la difesa nel bunker senza più alcun progetto di medio periodo per il Paese. Tutto ciò che si muove è per il Cavaliere una minaccia. E intanto la manovra pesante e iniqua attanaglia l’Italia reale. Tagli e tasse senza crescita spingono l’economia in una spirale di stagnazione recessione. La crescita è l’obiettivo a cui devono tendere le forze della ricostruzione. Per rilanciare la crescita occorrono interventi strutturali. E occorre fiducia. Ma la sfiducia verso Berlusconi sta diventando sfiducia verso l’Italia. Lo dimostra il fatto che un’economia più in difficoltà della nostra, quella spagnola, è oggi maggiormente protetta dalla speculazione dopo le elezioni anticipate annunciate da Zapatero. Sono necessarie altre prove per dimostrare che il governo Berlusconi rappresenta un pericolo e un ostacolo per il Paese?
La linea governativa di difesa è che il nostro bilancio primario è migliore di quello francese e tedesco. Che le nostre famiglie hanno maggiori risparmi e patrimoni immobiliari.Che le nostre banche sono le meno contaminate dai titoli spazzatura. Ma non è una linea di difesa valida. Perché la sfiducia che accompagna questo sgangherato esecutivo – con un premier noto nel mondo per le feste notturne e i rifiuti diurni di sottostare alla legge, con il principale alleato che inneggia alla secessione, con una maggioranza che si regge su Scilipoti ed è sempre più divisa su tutto – rischia esattamente di vanificare i punti di forza dell’economia reale. Quelli su cui dovrebbe poggiare un rilancio, un’opera di ricostruzione. La dignità impone a Berlusconi le dimissioni. Dimissioni subito perché, come è stato detto ieri, gli italiani non possono diventare lo zimbello del mondo. Chiunque ha a cuore il Paese dovrà, subito dopo, dimostrare di essere pronto a servirlo.

L’Unità 21.09.11

"Immigrazione non fa rima con ragione", di Giovanna Zincone

.La prima elementare della scuola di via Paravia alla periferia di Milano è stata smembrata non solo perché era piccola, ma anche perché c’erano solo 2 studenti italiani su 18. La stragrande maggioranza degli altri, cioè dei bimbi stranieri, a quanto è dato sapere, era nata in Italia e aveva pure frequentato l’asilo, quindi non aveva handicap linguistici. Sul banco degli accusati è tornato il tetto del 30% di studenti stranieri imposto alle scuole.

Certo, va riconosciuto che quel tetto è diventato flessibile: può ora tenere conto delle difficoltà reali e non di quelle solo ipotetiche dei piccoli immigrati. Ma allora perché non togliere del tutto il criterio della nazionalità e valutare piuttosto le sole competenze? È la multietnicità che va evitata, che fa comunque paura? Si osserva che i genitori italiani scappano dalle scuole con troppi stranieri: dovremmo precisare «poveri». Infatti, i genitori italiani, quando si trasferiscono all’estero, iscrivono i figli in scuole internazionali e li collocano felicemente in classi in cui possono trovarsi ad essere anche gli unici bimbi italiani in una congerie di nazionalità diverse. Molti genitori, anche in Italia, fanno di tutto per iscrivere i loro pargoli in istituti internazionali. Senza alcun timore di traumatizzare i piccoli. Lo fanno solo in costose scuole straniere frequentate da eleganti ragazzini? Non necessariamente. L’esperienza positiva dell’asilo Bay, nel quartiere di San Salvario a Torino, dimostra che, se ben gestiti, gli asili pubblici multietnici piacciono molto a quei genitori italiani che vogliono semplicemente bambini aperti al mondo. E magari chi manda i figli in scuole con ragazzi stranieri può ottenere pure un altro inatteso vantaggio: compagni un po’ più inclini alla disciplina. Infatti una recente ricerca del Cnel ha reso noto che le famiglie immigrate criticano la scuola italiana perché da noi si studia troppo poco e non c’è rispetto per gli insegnanti.

Sappiamo, tuttavia, che gli studenti immigrati hanno in media qualche difficoltà in più, ma questo vale proprio per chi non ha avuto l’opportunità di entrare e restare nelle scuole italiane fin da piccolo. Quindi, che un bambino di via Paravia sia dovuto tornare a studiare in Marocco invece di frequentare la stessa scuola elementare della sorella maggiore non è una buona notizia. Tutto sommato, però, in questo tipo di misure almeno un piede la ragione lo ha posato: nel voler mischiare gli studenti, purché non si creino disagi e abbandoni scolastici,c’è del buono.

Non si può dire lo stesso dei progetti di legge della Regione Veneto che assegnano a chi risiede in regione da 15 anni una corsia preferenziale per l’accesso ai servizi sociali, inclusi asili, servizi alla prima infanzia, buoni scuola. Che questa mossa giovi al benessere dell’economia locale è infatti molto dubbio. Il rapporto Excelsior-Unioncamere-Ministero del lavoro anche quest’anno ci informa della carenza di candidati italiani per alcuni tipi di lavori. Mancano ad esempio infermieri, e noi sappiamo che stiamo importando personale sanitario, in particolare donne, dall’Europa dell’Est. Immaginiamo un’infermiera romena anche mamma, che probabilmente non può contare su una rete locale di familiari, e si sente respingere la domanda di iscrizione del proprio bimbo al nido. Se lo sa in anticipo, in Veneto non ci va proprio. Il mercato del lavoro italiano è carente pure di farmacisti e metalmeccanici. Che diciamo al papà lavoratore, fosse anche italiano ma di Parma, che servirebbe davvero a Vicenza? Per il bene dei tuoi figli resta dove sei? Le identità, l’affetto per i propri luoghi è un sentimento apprezzabile purché non straripi in danno per la stessa collettività che si vuole privilegiare, purché lasci spazio alla ragione. Del resto lo stesso rilancio della secessione padana, in un’Italia già affollata di problemi, non appare il massimo della ragionevolezza.

In generale, quando si tratta di prendere decisioni, sarebbe opportuno avere chiara la scala di priorità dei nostri scopi e basare le nostre strategie su una preventiva analisi del contesto e della realtà. Ad esempio, sfoltire le carceri, prima ancora che una necessità di ordine pubblico, rappresenta un dovere morale, al quale il nostro governo è stato più volte richiamato. In linea teorica, quindi, fece bene a suo tempo l’allora ministro della Giustizia Alfano, a comunicare con soddisfazione che l’Italia era stata il primo stato Ue a conformarsi alla decisione-quadro che consente di spedire nelle carceri del paese di origine le persone condannate o già detenute in un altro paese membro. Ma i sindacati degli agenti penitenziari sollevarono ben presto il dubbio che il provvedimento potesse rivelarsi un boomerang: perché i detenuti italiani all’estero, almeno secondo i loro dati, erano ben più numerosi di quelli stranieri in Italia.

L’impressione generale è che dietro gli scopi dichiarati, spesso sensati, di questi e altri singoli provvedimenti in materia migratoria si nasconda un altro scopo, perfettamente razionale ma rischioso: incassare voti stigmatizzando gli immigrati. La strategia è apparsa per molto tempo pericolosa per i suoi effetti collaterali, di cui abbiamo dato qualche piccolo esempio, ma pur sempre un efficace strumento acchiappavoti. I risultati delle elezioni danesi cominciano a far scricchiolare anche questa ipotesi. Non solo lo xenofobo Partito del Popolo Danese perde consensi, ma 3 elettori su 4 si sono dichiarati stufi della sua influenza politica negli ultimi 10 anni. Anche se non lo fanno sugli scudi di una vittoria gloriosa, i socialdemocratici e i loro alleati vanno al governo. Nel programma elettorale della coalizione vincente c’era anche qualche piccolo sconto sulla severità in tema di immigrazione. Questo non significa che avercela con gli immigrati non continui a pagare elettoralmente, in Danimarca come altrove. Ma in tempo di crisi le priorità sono altre, gli elettori chiedono misure efficaci per rilanciare l’economia e ridurre l’insicurezza. Chiedono misure impregnate di ragione? E di una ragione non ristretta all’orizzonte della convenienza elettorale immediata? Non è detto, ma di queste abbiamo urgente bisogno. E ovviamente di una leadership politica che sappia spiegarle e renderle accettabili all’opinione pubblica.

La Stampa 21.09.11

"Ecco perché Gelmini non vuole che si insegni la Costituzione", di Franco Labella

Il pollo di Trilussa e le classi-pollaio.
La statistica, si sa, non dà un’immagine precisa della realtà. E’ la storia del famoso pollo di Trilussa. Certo che poi, quando si sente la giovane scrittrice di favole dire che il numero delle classi-pollaio (quelle con un numero di alunni superiori a quello consentito dalle norme sulla sicurezza e dal buonsenso pedagogico) è statisticamente inferiore all’1% del totale delle classi in tutta Italia, qualche ulteriore dubbio viene. “Non si può dare la rappresentazione di una scuola nella quale la norma sia costituita da classi con oltre 30 alunni” è la dichiarazione ANSA del giovane Ministro. L’anno scorso avevo due prime di 32 alunni con un portatore di handicap. Quest’anno ho una prima di 26 con un portatore di handicap ed anche una seconda con 32 studenti frutto della fusione di due prime. Ho fatto poi una piccola indagine, limitata a dove vivo, solo tra colleghi, parenti e conoscenti e il numero delle classi che superano il limite consentito è decisamente superiore a questo famoso 1%. Vuoi vedere che il pollo si mangia solo a Napoli?

Mele e pere.
Con le statistiche ed i confronti numerici la giovane scrittrice di favole ed il MIUR non hanno vita facile. I colleghi di Storia dell’Arte segnalano all’opinione pubblica la riduzione delle ore di lezione in seguito al riordino gelminiano delle scuole superiori. Qualche mese fa una interrogazione di deputati del PD aveva segnalato la stessa questione a proposito delle ore di Diritto ed Economia . In entrambi i casi le risposte del Ministero sono state che non c’era alcuna riduzione. Perché, secondo il loro metro, bisognava confrontare i tagli attuali solo con le “mele” (gli indirizzi di ordinamento) e non anche con le “pere” (le numerose sperimentazioni come le Brocca tutte eliminate dal riordino). Finisce che la scuola deve restare alla frutta….

Educarli da piccirilli.
La giovane scrittrice di favole non ritiene necessario che la Costituzione venga studiata a scuola. E’ per questo che non attiva l’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione” anche se ad ogni intervista o quando va al Quirinale continua a parlare della “disciplina che non c’è” nelle pagelle degli studenti italiani. Come non segnalare allora che, grazie ai loro insegnanti ed a chi ha finanziato il dono, ad ognuno dei 720 alunni di un circolo didattico di Ponticelli, periferia difficile napoletana, nei giorni scorsi è stata donata una copia della Costituzione? Poche favole e tanta Costituzione. I piccirilli ringraziano.

Il cronometro.
Aprono le scuole e continuano i tagli. Come si reagisce? Uno pensa con l’informazione alle famiglie, coinvolgendo l’opinione pubblica, facendo intervenire il noto intellettuale o prof. universitario a sostegno della causa ma anche con gli scioperi, le azioni di protesta, i flash mob e i gazebo davanti alle scuole. Roba “comunista” insomma. Nel Belpaese qualcuno, però, non rinuncia all’inventiva e alla creatività ma, soprattutto, evita la roba “comunista”. Ci sono Dirigenti scolastici di scuole che, in presenza dei tagli alle risorse, invece di premere per avere quello che serve per le supplenze, si inventano l’ora di lezione di 59 minuti. A che servirà mai questa trovata? Serve a far accumulare ai docenti riottosi preziosi minuti da recuperare nelle supplenze. Così si trova il modo di far fare gratis quello che dovrebbe essere pagato. Certo l’ora di 59 minuti richiede alte professionalità. Mica puoi sbagliare e farla di 58 o 57. Per cui al prossimo concorso per Dirigenti scolastici invece del quizzone, pure infarcito di errori, magari sarà il caso di farci venire la FIN o la FIDAL. Nel nuoto e nell’atletica i cronometri li sanno far funzionare. Abituiamo a questo pure le scuole. In fondo, come si dice, l’importante non è vincere la sfida educativa. Basta partecipare. E se lo diceva De Coubertin avrà avuto ragione pure lui.

La settimana corta.
Troppa scuola fa male.
Parola della giovane scrittrice di favole che, su questo assunto, ha costruito il riordino delle superiori. Ventisette ore per i bienni sono più che sufficienti a fronte delle trenta ore della media inferiore e alle precedenti trentatré delle sperimentazioni bocciate in blocco. Se il messaggio è questo come si fa ad impedire la moda della settimana corta? Ormai le scuole fanno a gara. Vuoi mettere la famiglia che si riunisce di sabato e sopperisce alle mancanze delle scuole con una bella visita ai musei o con la gita nelle città d’arte. Ma veramente la nostra platea non è fatta di liberi professionisti che non lavorano di sabato. Ma veramente la scuola dovrebbe essere un presidio in quella realtà difficile di Palermo, Napoli e perfino Milano. Ma veramente con la settimana corta il problema alle famiglie glielo creiamo. Troppa scuola fa male. Ce lo chiede l’Europa. E poi risparmiamo anche sulla carta igienica……

Zeitgeist.
Lo spirito del tempo pervade, ahimè, anche le scuole. Autonome fino al punto da non riuscire a impedire che le poche risorse vengano pure impiegate per qualche stranezza, diciamo così. Nei giorni scorsi abbiamo appreso dai giornali di una piacevole alleanza tra un Dirigente scolastico ed il suo DSGA di Piazza Armerina. Virtuosi nell’amministrare i fondi? Alleati nel far quadrare i conti nonostante i tagli? Pronti a far pagare alle famiglie i contributi “volontari” senza i quali le scuole ormai non vanno avanti? Insomma, non esageriamo. Pronti a servire lo Stato o meglio a servirsi dello Stato con qualche piccola distrazione di fondi. Ma per una buona causa. La loro. E se una volta con le malversazioni ci si pagava, magari, le rate del mutuo o l’auto di lusso, oggi bisogna essere “moderni” e seguire modelli illustri. Con i soldi i due si pagavano i viaggi. Dal Belpaese del bunga bunga fino alla lontana Romania. Alla riscoperta della Dacia romana? Per testare le mete dei viaggi delle scolaresche? No alla scoperta delle escort. Rumene. Ma per via dell’Impero, non per altro.

GLI SPICCHI PRECEDENTI

Moderatamente critico
E’stata un’estate terribile. La crisi economica. I dittatori in fuga. Terremoti e uragani. E l’Italia alle prese con la speculazione finanziaria, la manovra ed i grandi evasori. Ma siamo sempre il Belpaese. Dove rassicuranti certezze ci tranquillizzano. Come quella della Costituzione ignorata da molti rappresentanti del popolo. Un filmato delle Iene di qualche mese fa e disponibile sulla Rete, ha mostrato, purtroppo, lo “spettacolo” di deputati che ignorano il testo fondamentale. Si discute della casta, di ridurre il numero di deputati e senatori, di eliminare gli sprechi. Mai che si discutesse anche della cultura costituzionale che a volte manca proprio a loro, a più di qualche rappresentante eletto. Dopo l’on. Fabio Garagnani (Pdl) (v. Spicchi precedenti) ora tocca all’on. Manlio Contento (sempre Pdl e questa è la seconda rassicurante certezza). L’onorevole ha presentato una interrogazione all’on. Ministro Gelmini per chiedere quali iniziative intende adottare a livello disciplinare nei confronti di un docente, Michele Trotta, che ha commesso una colpa terribile. Si è fatto corrompere per promuovere qualche studente? Ha costretto studentesse a rapporti per favorirne la carriera scolastica? Si è appropriato della carta a scuola per fotocopiare un romanzo scritto da lui medesimo? S’è portato a casa i panini della mensa scolastica? Niente di tutto questo. Ha una responsabilità ben peggiore. Ha mostrato il dito medio o fatto pernacchie al suo Dirigente scolastico? Ha definito “nano” il suo DSGA che non lo retribuiva, per il mancato arrivo dei fondi ministeriali, per il suo ruolo di vicario? Acquerella, acquerella. La colpa è di essere stato moderatamente critico. “Riformare l’esame di Stato? Prima vanno riformati i ministri Gelmini e Brunetta”. Questa è la frase terribile pronunciata dal docente del Belpaese. In cui vige ancora l’art. 21 della Costituzione. Che l’on. Contento, evidentemente, non ha ben presente. Come l’on. Garagnani del resto. E , per inciso, a Costituzione vigente, i Ministri , anche gli on. Gelmini e Brunetta, sono Ministri pro-tempore. Non a vita. Per fortuna. Se si può scrivere. Ma devo chiedere all’on. Contento. Non ho, come lui, l’insindacabilità dei giudizi e dei voti espressi. E non sono moderatamente critico.

La convenzione
Visto che Garagnani e Contento sono entrambi deputati, lo chiedo pubblicamente all’on. Gianfranco Fini, Presidente della Camera. Nell’ambito delle risorse legate al funzionamento dell’organo da lui presieduto, può provare a destinarne alcune alla valorizzazione e allo studio critico della Costituzione? Nelle scuole ed anche nella Camera dei deputati. Il sito della Camera ha un’interessante percorso didattico legato proprio alla Carta. Sono state presentate interrogazioni ed anche proposte di legge nel senso auspicato. Ma nelle scuole la Costituzione non è oggetto di studio specifico. “Cittadinanza e Costituzione” , nonostante quanto racconta la giovane scrittrice di favole, non esiste nemmeno sulle pagelle degli studenti italiani. A luglio il Consiglio dei Ministri, però, ha approvato l”Accordo di integrazione fra lo straniero e lo Stato”, che prevede, per i cittadini stranieri che chiedono di soggiornare in Italia per più di un anno, lo studio (con verifiche finali) della Costituzione e l’acquisizione di conoscenze di base relative al lavoro e agli obblighi fiscali. Agli stranieri sì e ai cittadini italiani no ? Se servono docenti in grado di collaborare alla crescita della cultura costituzionale nelle scuole ma anche nelle istituzioni, noi del Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia siamo a disposizione. Pronti a firmare anche una convenzione con la Camera dei Deputati. E a lavorare, ovviamente, senza alcuna retribuzione o compenso anche perché siamo in tempo di crisi. Ma non ci piace che anche la Costituzione entri in crisi.

L’Unità online

"La crisi vista dal Quirinale. Napolitano passa all’azione", di Mario Lavia

La maggioranza non tiene, spunta l’ipotesi della mozione di sfiducia Siamo al giro di boa. Uno che non adopera le parole a caso, Pier Ferdinando Casini, ieri mattina ha indirettamente comunicato la notizia politica del giorno dicendo che quello di Giorgio Napolitano «non è un silenzio inoperoso». Ed è vero: il presidente della repubblica da due giorni è passato all’azione. Con gli strumenti, beninteso, di cui dispone, innanzi tutto la famosa moral suasion, discreta. Ma è un fatto che gli avvenimenti delle ultime 48 ore lo hanno spinto a qualcosa di più: ad una ricognizione informale volta a qualcosa di concreto.
Cosa? La voce – perché di voce si tratta – riguarda la possibilità di giungere ad una mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni ma votata anche da un pezzo dell’attuale maggioranza.
Ipotesi tutt’altro che facile. Però il capo dello stato è troppo allarmato per l’ulteriore incarognirsi della situazione per lasciare ogni ipotesi intentata. Anche per questo lunedì pomeriggio ha chiamato al Colle Pier Luigi Bersani e ieri mattina Roberto Maroni, annotando la nuova presa di posizione di Beppe Pisanu e contattando molti altri personaggi del mondo politico. Il tutto dentro uno scenario terremotato (ieri alla camera il governo è andato “sotto” cinque volte).
Da dove nasca l’allarme è presto detto. Napolitano aveva riportato un brutta impressione dal colloquio al Quirinale con Berlusconi della settimana scorsa, quando il premier aveva chiesto il via libera ad un decreto sulle intercettazioni. Come si sa, il presidente aveva prontamente risposto picche. Ma quello che lo aveva colpito negativamente era stata la risposta, evasiva, di Berlusconi alle indiscrezioni su presunte frasi del premier su Angela Merkel.
Già, perché Napolitano è molto preoccupato per il deteriorarsi delle relazioni internazionali dell’Italia (confermato dalle voci su possibili passi diplomatici della Germania come «il richiamo dell’ambasciatore per consultazioni»). Il che, unito alla incredibile uscita di Bossi sulla secessione (duramente stigmatizzate ieri dal Colle: «fuori dalla storia e dalla realtà»), alla botta di Standard and Poor’s, alle continue richieste di dimissioni delle opposizioni e della Marcegaglia, e nel perdurante andamento drammatico della Borsa, ha costituito per il Colle un insieme di motivi più che sufficienti per agire.
Per questo, Bersani è stato convocato al Colle. «Scusate, intervengo adesso perché ho un impegno istituzionale…», ha spiegato il segretario del Pd mentre lunedì si trovava in un convegno del suo partito. Molti dei presenti hanno capito che qualcosa stava accadendo. E lo hanno compreso appieno poi, quando Bersani ha chiesto che il governo lasci il campo «ad horas», una formula più drammatizzante del solito, senza peraltro nominare la parola “elezioni”. E si capisce il perché.
Napolitano avrebbe chiesto al segretario del Pd di evitare di insistere su quella parola d’ordine – che commentatori e compagni di partito avevano letto come messaggio principale della kermesse di Vasto – richiamando l’attenzione su una domanda: quale fatto istituzionale può costringere Berlusconi a gettare la spugna?
Giacché – come ripetono al Colle – il Cavaliere ha ottenuto un voto di fiducia (sulla manovra) pochi giorni fa, e dunque occorre un atto parlamentare dello stesso tipo, stante l’atteggiamento tetragono del premier davanti ad ogni richiesta di passo indietro.
Una mozione di sfiducia al governo: ci sono le condizioni? Ecco perché il Quirinale vuole capire se sia vero oppure no che qualcosa in parlamento si sta muovendo. Il punto è sempre lo stesso: finché non si manifesta un esplicito dissenso all’interno dell’attuale maggioranza, poco si può fare.
Di qui il contatto di ieri mattina con Maroni, di cui tutti conoscono la volontà di voltare pagina e che viene indicato come l’artefice del dissenso leghista che potrà domani produrre il sì di Montecitorio all’arresto di Marco Milanese. E di qui i contatti “ordinari” del Colle con il governo e con la maggioranza (in serata ha ricevuto Gasparri e Cicchitto). Quello che bisogna appurare è se a Montecitorio ci possa essere una pattuglia – o qualcosa di più – di piediellini-leghisti disposti ad avallare un nuovo governo (il nome del suo primo ministro sarebbe quello di Schifani) formato da personalità svincolate dalle logiche di partito (come Pecorella e lo stesso Pisanu) e ovviamente comprendente esponenti dell’attuale opposizione e diversi “tecnici”.
Ma per ora Berlusconi è in sella e anzi barricato a palazzo Chigi, ad onta delle richieste di dimissioni che finiscono ogni dieci minuti sui terminali delle
Sotto la cenere della tenuta berlusconiana cova però il dissenso anche in zone pidiellin-leghiste e monta l’esasperazione delle opposizioni.
Gli ingredienti ci sono, manca l’innesco della miccia. Non sarà Giorgio Napolitano ad accenderla, non è questo il suo compito, che è piuttosto quello di garantire la piena funzionalità degli organi costituzionali, e uno di essi oggi praticamente non c’è: si chiama governo. E qualcosa bisogna fare.

da Europa Quotidiano 21.09.11

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“E il Quirinale vuole sapere se la maggioranza tiene”, di FRANCESCO BEI

Tutti gli ingranaggi stanno scattando all´unisono e il Cavaliere sente la trappola stringerlo alla gola: l´azione delle procure, le intercettazioni, il processo Mills e, da ultimo, il declassamento di Standard & Poor´s. Una doccia fredda per il premier che considera la decisione dell´agenzia di rating americana «tutta e soltanto politica». Parte di un «disegno preciso» nato tra i «circoli anglofoni» che avrebbero interesse a speculare sul fallimento dell´euro.
I suoi consiglieri hanno studiato riga per riga le motivazioni del verdetto di condanna. Ieri giravano alla Camera con una cartellina che conteneva la versione originale del «rating», per spiegare che la stessa agenzia ammette di aver considerato «soltanto i fattori politici, senza assegnare alcuno “score” (punteggio) ai fondamentali dell´economia come la struttura economica, la bilancia commerciale e la politica monetaria».
Ma questi sono dettagli che all´estero non contano affatto. Se ne sta accorgendo il ministro Franco Frattini, volato a New York per l´assemblea dell´Onu disertata dal Cavaliere. Che sta avendo difficoltà ad avere incontri bilaterali per quello che tutti i giorni i giornali stranieri raccontano dell´Italia. Di questo deficit di credibilità del governo è massimamente allarmato il capo dello Stato, che non a caso ha intensificato in queste ore i suoi colloqui politici al Quirinale. Una serie di incontri – prima con Casini, poi con Bersani, ieri Maroni e i capigruppo del Pdl Cicchitto e Gasparri – che appaiono delle vere e proprie “pre-consultazioni” per capire come muoversi nel caso la situazione precipiti. E i segnali di scollamento della maggioranza sono evidenti. L´incontro di Cicchitto e Gasparri era stato chiesto sabato scorso dal Pdl per sottoporre al capo dello Stato il problema della «competenza» della procura di Napoli a indagare su Lavitola e Tarantini. Ma ieri di questo non si è parlato, anche perché nel frattempo i pm si sono spogliati da soli dell´inchiesta e l´hanno inviata a Roma. Il problema sul tavolo era invece proprio la tenuta della maggioranza, mitragliata ieri da ben cinque votazioni a Montecitorio su un provvedimento del ministro Prestigiacomo. Napolitano ha chiesto conto ai due ospiti dello sfarinamento del Pdl, dove si sono contati 44 assenti. E si è sentito rispondere il ritornello del «va tutto bene», «la maggioranza c´è» e «il governo tiene»: le ripetute sconfitte in Aula sarebbero attribuibili soltanto a una «trascuratezza» dei singoli deputati, convinti che «la loro presenza non fosse necessaria». Sta di fatto che quella condizione elementare richiamata da Napolitano a Cernobbio ai primi di settembre – «il governo resta al suo posto finché ha la maggioranza» – improvvisamente sta venendo meno. Di questo il presidente della Repubblica è preoccupato. Ne ha parlato anche con gli esponenti dell´opposizione, chiedendo loro fino a che punto fossero disposti a farsi coinvolgere in un governo di emergenza nel caso fosse indispensabile. E ha ricevuto risposte positive. Non è un caso se Pier Luigi Bersani ieri abbia riposto nel cassetto la richiesta di elezioni subito, per annunciare che il Pd è pronto a «servire il Paese» per fronteggiare la crisi, ma solo se ci sarà una «novità politica» (cioè un passo indietro del premier). Così come va letta con attenzione la dichiarazione di Pier Ferdinando Casini, reduce anche lui da un incontro al Colle nei giorni scorsi. Napolitano, ha detto sibillino il capo dell´Udc, «non ha la possibilità di fare quello che tutti noi vorremmo e forse in privato vorrebbe anche lui», ovvero sostituire Berlusconi. Tuttavia «il suo silenzio non è inoperoso». Come dire che il capo dello Stato si tiene pronto a tutto nel caso la maggioranza venga meno per un incidente parlamentare. Un “incidente” come quello che potrebbe capitare domani sul voto segreto per l´arresto di Marco Milanese. Italo Bocchino, parlando in Transatlantico con Dario Franceschini, faceva ieri questo pronostico: «Dai 20 ai 30 deputati del Pdl voteranno contro Milanese insieme a 30 maroniani. Dall´opposizione dobbiamo calcolare non più di 5 per ogni gruppo che non seguiranno le indicazioni ufficiali. Alla fine per pochi voti passerà il sì all´arresto». E Franceschini: «Io sui nostri deputati sono strasicuro».
In attesa di un voto che potrebbe travolgere tutto, Berlusconi ieri ha incassato con sollievo la decisione del Gip di Napoli sulla competenza dell´inchiesta Lavitola-Tarantini. «Era ovvio – ha commentato – che alla fine sarebbe stata ristabilita la correttezza delle cose, ma il danno enorme che ho subito e che ha subito il Paese chi lo ripaga? Ho fatto bene a non incontrarli, era una trappola e ora è evidente».

La Repubblica 21.09.11

"Disabilità, storie di mala scuola", di Irene Privitera

Una lotta solitaria per il diritto allo studio del proprio figlio disabile. L’anno scolastico per Margherita Basso è cominciato così. Il piccolo G. ha otto anni, è affetto da una grave paralisi cerebrale, soffre di epilessia, non parla e mangia a fatica. La scuola italiana gli assegna un’insegnante di sostegno per 11 ore alla settimana. Margherita non ci sta: «Non lascio il mio bambino a scuola da solo, rimango con lui. Non potrei, è vero, ma finché le cose non cambieranno continuerò a farlo». L’anno scorso G. era seguito, per 22 ore settimanali, da un’insegnante a tempo determinato con nomina annuale. Da settembre oltre al dimezzamento delle ore c’è stato il cambio della cattedra. Siamo a Palermo, nel quartiere Montepellegrino. «Tre insegnanti di sostegno non bastano per un istituto che conta cinque disabili gravi – aggiunge Margherita – speriamo in nuove nomine del Provveditorato ma intanto io e un’altra mamma ci stiamo muovendo per fare ricorso al TAR».

Allontanare il mostro della solitudine non è facile («Non mi sono mai iscritta a un’associazione, qui le cose vanno a rilento»), ma su Facebook la giovane donna si avvicina a realtà che sono distanti dalla sua soltanto per la posizione sulla cartina geografica.

Nella ricca Lombardia le cose infatti non vanno diversamente: lo scorso novembre, assistite da “Avvocati per niente” e appoggiate da Ledha, 17 famiglie di Milano hanno avviato e vinto la prima causa antidiscriminatoria collettiva in Italia. «La sentenza esecutiva era stata pronunciata in gennaio – racconta un genitore – ma il MIUR ha fatto ricorso sostenendo che i nostri figli non fossero stati discriminati. Quel ricorso il ministero l’ha perso ma le cattedre sono state attivate ad aprile, quando l’anno scolastico era ormai quasi finito. E il mio bambino, così come altri, quest’anno avrà ancora un’insegnante diversa».

«La legge finanziaria 296/2006 usa l’espressione “effettive esigenze” dei singoli alunni disabili», spiega l’avvocato Salvatore Nocera, vicepresidente della FISH. Esigenze che andrebbero rispettate in maniera prioritaria, ma dei casi di disabili lasciati allo sbando nelle prime settimane di scuola si perde il conto, perché gli insegnanti (precari) spesso vengono assegnati a settembre inoltrato. «Se il dirigente scolastico mi consiglia di tenere a casa mio figlio e di portarlo a scuola soltanto due giorni la settimana non posso più credere nel diritto allo studio», si sfoga una mamma romana. Intanto il ministro Gelmini sottolinea che «quest’anno gli insegnanti di sostegno sono 94mila, il picco più alto mai raggiunto nella scuola italiana». Gli alunni disabili però sono aumentati di più di 7mila unità, passando da 181mila nell’anno scolastico 2009/2010 a oltre 188mila in quello successivo.

«Questi numeri soddisfano la media nazionale di un insegnante per due disabili (stabilito dalla legge 122/2010) – dice Evelina Chiocca, presidente del CIIS, Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno – ma cosa me ne faccio delle cifre se nel concreto non rispetto le necessità dei singoli alunni?». Il gioco della coperta troppo corta si ripete dappertutto: in una scuola del varesotto L., una bimba straniera sorda, divide con un altro alunno l’insegnante di sostegno, che racconta: «Ho conosciuto L. da qualche settimana, l’anno scorso mi occupavo soltanto dell’altro bambino, che dal rapporto 1 a 1 è passato a quello di 1 a 2. Sono precaria e non ho il titolo specialistico per il sostegno, ma mi aggiorno continuamente. Peccato che la continuità didattica che ho garantito ai miei alunni sia stata dettata puramente dal caso. Ogni anno non sai mai in che scuola ti manderanno».

E se la legge 104/92 stabilisce che in presenza di un disabile grave la classe non può essere composta da più di 20 elementi, la realtà e tutt’altra, e arriva a casi estremi come quello accaduto qualche anno fa a Genova: «Una classe seconda di un istituto professionale arrivò a comprendere 7 disabili», ricorda Paolo Fasce, coordinatore dei precari liguri della scuola. «La famiglia sta diventando l’unica vera risorsa per l’alunno portatore di handicap, è questa la triste realtà – spiega un’insegnante di sostegno del siracusano, che dopo 16 anni di carriera ha perso la cattedra ed è stata assegnata dal Provveditorato ad una nuova scuola – e noi maestre? Finiamo a litigare per spartirci una manciata di ore, è umiliante». I problemi non finiscono qui: manca ancora un’adeguata preparazione dei docenti curricolari, responsabili dell’integrazione scolastica tanto quanto gli insegnanti di sostegno. «Troppo debole il coordinamento tra le diverse figure – lamenta Giuseppe Argiolas, insegnante specializzato entrato in ruolo dopo 15 anni di precariato e componente del direttivo nazionale del CIIS – se non altro, negli ultimi anni e specialmente qui in Sardegna, ho notato una maggiore sensibilità nei confronti dei ragazzi disabili». Un’isola felice, verrebbe da dire, in un mare di caos.

da L’Espresso