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"La scuola non può escludere", di Marco Rossi Doria

Mentre la metà dei giovani italiani ha un lavoro incerto o non lo ha, vi è il 20% di tutti i ragazzi tra i 15 e i 25 anni che non hanno completato la scuola superiore. Né hanno ottenuto una qualifica professionale spendibile. Il loro fallimento a scuola è precoce, si vede presto. Ha bisogno, per essere vinto, di supporto speciale e costante lungo gli anni – dalla prima infanzia fino a tutta l’adolescenza. Un supporto che oggi non c’è. Anche perché l’offerta di istruzione è troppo standardizzata per poter affrontare un’esclusione sociale e culturale multi-dimensionale, che ha bisogno di azioni flessibili, mirate, innovative e concordate tra le scuole e fuori. Sono tutti ragazzi poveri che vengono da famiglie povere. Sono due milioni. Sono spesso analfabeti funzionali: parlano, scrivono, leggono male, non conoscono i loro diritti; pur esposti ai media non hanno strumenti di lettura del mondo, delle informazioni, delle opportunità. Sono concentrati nelle aree urbane, nelle periferie sempre più abbandonate soprattutto del Mezzogiorno, ma non solo. Spesso hanno alle spalle storie di profonda frustrazione vissuta in modo ripetuto a casa, nel quartiere, a scuola. Una storia senza conferme positive. Cosa fanno? Cercano vie di uscita, si parlano sul cosa e come fare, nutrono sogni nonostante tutto. Fanno prove eroiche di emancipazione. Provano ad emigrare al Nord. Alla mercé di nuovi caporalati fanno tentativi faticosi di indipendenza e entrano e escono dal lavoro incerto o al nero. Provano a crescere, così, entro un girotondo di esperienze le cui costanti sono l’estrema brevità del rapporto di lavoro, il bassissimo reddito, le condizioni di lavoro non protetto e il grado basso di competenza e apprendimento richiesto per le mansioni svolte. Ovunque sono a un passo dall’alcool e dalle droghe alle quali devono saper dire di no. Ovunque circondati dal piccolo crimine di sussistenza nei quali cadono in una minoranza. In quattro grandi regioni sono anche nella immediata prossimità della criminalità organizzata, alla quale, in maggioranza, sanno resistere. Non hanno rappresentanza politica né sindacale. Non hanno banche o forme di credito solidale su cui contare per mettere su una qualche storia di autopromozione e di rinascita personale. Vengono aiutati da un privato sociale che, però, è ormai stremato in un paese privo di welfare. Senza via di riscatto né supporto che sia tale pesano sulle famiglie più povere d’Italia. Lì dove la crisi pesa trenta, cinquanta volte di più. Di fronte alla scena dei giovani poveri d’Italia, noi – che ci candidiamo alla guida del Paese – dobbiamo a loro e a noi stessi una presa di posizione. Che sia chiara, concreta. Che sia impegno politico, civile e etico insieme. Che si faccia una patrimoniale subito. Le cui risorse siano utilizzate, in modo diretto, a ridare la speranza innanzitutto a questi ragazzi e ragazze. I soldi vengano dati alle Regioni e alla grandi città. Come è stato per la 285 del primo governo Prodi. Sappiamo dove: le grandi aree urbane del Sud e le periferie povere delle città in generale. Si mettano su dispositivi semplici, che già hanno funzionato. Ci si concentri su 5 cose che tutte le esperienze mondiali ci ripetono che sono le cose da fare: 1) aumentare scuole materne e nidi e soprattutto rafforzare l’istruzione di base negli istituti comprensivi, dando più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato, a partire dalle aree metropolitane del Sud, creando vere e proprie zone di educazione prioritaria nella aree di massima concentrazione della dispersione scolastica; 2) puntare sul sistema di formazione professionale – che in alcune aree già argina questa specifica crisi – con al centro un triennio di intenso lavoro intorno al sapere fare, ai mestieri, con l’aggiunta di ore ben dedicate alle competenze di cittadinanza – saper leggere e scrivere, capire discorsi, seguire procedure logiche, usare i nuovi media; 3) creare task-force in tutte le aree più depresse, che coinvolgano, in progetti ad personam, scuole, imprese, parrocchie, centri sportivi, sindacati; 4) rafforzare le ore di alfabetizzazione nell’apprendistato e offrire un pacchetto di 300 ore annue personalizzate ai giovani adulti tra i 18 e i 28 anni, per acquisire le competenze minime necessarie per stare al mondo; 5) avviare un piano di sostegno al microcredito – d’accordo con banche, fondazioni e responsabilità sociale di impresa – per progetti di vera promozione di impresa, con procedure rigorose, controlli severi ma anche forte sostegno educativo. C’è da buttare giù questo governo. Ma c’è anche da dare subito speranza a chi ne ha più bisogno.

L’Unità 21.09.11

"Bunga bunga e silenzi cattolici", di Massimo Faggioli

La chiesa cattolica ha interessi politici e sociali di prima grandezza in Italia, e il Concordato è lo strumento di mutua protezione che stato e chiesa si sono dati e hanno rinnovato, nella Costituzione del 1948, per mantenere la pace religiosa. Tra le macerie culturali e istituzionali lasciati dal berlusconismo, vi è anche la comprensione dell’importanza politica di quel patto. Ne è testimone la ripetuta domanda retorica di quanti si indignano per la scarsa indignazione dei cattolici verso Berlusconi: «Ma la chiesa, che fa di fronte a Berlusconi?» (domanda che ricorda quella degli indignati della piccola borghesia impaurita di fronte al crimine: «Ma la polizia, che fa?»).
Chi pone questa domanda attribuisce inconsciamente alla chiesa cattolica in Italia un potere di “polizia” che nacque, nell’Europa della Riforma e della Controriforma, contemporaneamente al potere della “politica” come potere al di sopra e più forte delle divisioni confessionali.
Nel caso dell’Italia, invocare il giudizio profetico della chiesa sul potere di Berlusconi risponde alla tesi del cattolicesimo come “super-potere” in Italia, il vero sovrano rispetto ad una sovranità popolare debole o fittizia.
Ma coloro che chiedono una sollevazione delle mitre e dei pastorali contro il decadimento delle istituzioni repubblicane domandano alla chiesa italiana di proclamare uno “stato d’eccezione” extra-costituzionale e di varcare una soglia delicata (una soglia dalla quale più volte la chiesa è stata invitata, da quegli stessi indignati, a tenersi lontana).
Non vi è dubbio che nei confronti del berlusconismo la chiesa italiana e il Vaticano hanno colpe gravi di acquiescenza e sottovalutazione, colpe di cui stanno pagando il prezzo in termini di credibilità e capacità di azione. Per di più, la contesa, in corso da anni ormai, tra la Cei e il Vaticano per la supremazia sulla politica ecclesiastica italiana non depone a favore di un’istituzione ecclesiastica cosciente della posta in gioco.
Ma è anche ora di chiedersi “cosa ha fatto Berlusconi alla chiesa”. Giustamente si evocano i favori giuridici e fiscali elargiti alla chiesa. Ma per comprendere cosa sia accaduto a questo paese negli ultimi due decenni, fermarsi all’elenco dei favori significa non vedere la mutazione morale e culturale inoculata da Berlusconi ad un paese che la chiesa cattolica italiana sapeva di aver smarrito già negli anni Settanta.
Per descrivere la pluridecennale guerra culturale mossa dal berlusconismo non esiste termine migliore di “Kulturkampf”, “battaglia di civiltà”, “lotta tra culture”. Questa settimana Benedetto XVI si reca in visita a Berlino, città simbolo del Kulturkampf della Prussia luterana contro il cattolicesimo tedesco. Nel linguaggio moderno, Kulturkampf è stato tradotto nel mondo anglosassone con “culture wars”, le guerre culturali tra liberal e conservatori volte a minare alla base i valori di riferimento del fronte opposto.
In Italia, la guerra culturale condotta da Berlusconi contro i valori di riferimento di un cattolicesimo indolente (ma diffuso e senza offerte religiose alternative) non ha portato nessuno dei valori del liberalismo, e sembra dissiparsi nel libertinismo.
Due sono le ragioni importanti, tra le altre, del successo di questo Kulturkampf berlusconiano. La prima ragione è che gran parte del cattolicesimo e del liberalismo italiani non hanno visto – impegnati com’erano a farsi la guerra tra loro dalla fine dell’Ottocento – la sfida culturale lanciata dal berlusconismo dai primi anni Ottanta in poi. La seconda ragione riguarda il fatto che la generazione di italiani formati (come tutti gli occidentali) all’interno di una “post-modernità” che ha smantellato ogni “grande narrazione” (religiosa, ideologica, mitologica) come spiegazione della realtà non è stata capace di vedere il berlusconismo come “narrazione”, per quanto triviale: il Drive In delle maggiorate come programma politico.
Non è un problema solo italiano.
Per certi vescovi la sola “guerra culturale” in corso è quella mossa dalla sinistra liberale delle libertà civili, erede del Sessantotto, contro il modello tradizionale di famiglia e di “legge naturale”; per certi liberal la sola guerra culturale mossa contro il liberalismo è la testimonianza dei valori di una fede cristiana e cattolica che deve sempre essere culturale e controculturale al tempo stesso.
Ma sul lato dei rapporti tra chiesa, morale e politica in Italia la violenza del linguaggio berlusconiano impone di uscire, specialmente in questo momento, da uno schema ideologico “liberal contro cattolici”. L’epilogo del berlusconismo mette in evidenza il cortocircuito tra queste due percezioni parziali e crea un’opportunità per spezzare le grucce ideologiche di quel Kulturkampf.

da Europa Quotidiano 21.09.11

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“Lo strano silenzio della Chiesa”, di BARBARA SPINELLI

Il sostegno che i vertici della Chiesa continuano a dare a Berlusconi è non solo uno scandalo, ma sta sfiorando l´incomprensibile. Che altro deve fare il capo di governo, perché i custodi del cattolicesimo dicano la nuda parola: «Ora basta»? Qualcosa succede nel loro animo quando leggono le telefonate di un Premier che traffica favori, nomine, affari, con canaglie e strozzini? Non sono sufficienti le accuse di aver prostituito minorenni, di svilire la carica dimenticando la disciplina e l´onore cui la Costituzione obbliga gli uomini di Stato? Non basta il plauso a Dell´Utri, quando questi chiamò eroe un mafioso, Vittorio Mangano? Cosa occorre ancora alla Chiesa, perché si erga e proclami che questa persona, proprio perché imperterrita si millanta cristiana, è pietra di scandalo e arreca danno immenso ai fedeli, e allo Stato democratico unitario che tanti laici cattolici hanno contribuito a costruire?
Un tempo si usava la scomunica: neanche molto tempo fa, nel ´49, fu scomunicato il comunismo (il fascismo no, eppure gli italiani soffrirono il secondo, non il primo). Se Berlusconi non è uomo di buona volontà, e tutto fa supporre che non lo sia, la Chiesa usi il verbo. Ha a suo fianco la lettera di Paolo ai Corinzi: «Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi!».
Anche l´omissione è complicità. Sta accadendo l´intollerabile dal punto di vista morale, in politica, e i vertici della Chiesa tacciono: dunque consentono. Si può scegliere l´afonia, certo, o il grido inarticolato di disgusto: sono moti umani, ma che bisogno c´è allora di essere papa o vescovo? (avete visto, in Vaticano, Habemus Papam?). Dicono che parole inequivocabili son state dette: «desertificazione valoriale», «società dei forti e dei furbi», «cultura della seduzione». Ma sono analisi: manca la sintesi, e le analisi stesse son fiacche. D´un sol fiato vengono condannati gli eccessi dei magistrati, pareggiando ignominiosamente le condanne. Da troppo tempo questo è, per tanti laici cattolici scandalizzati ma non uditi, incomprensibile. Quasi che il ritardo nella presa di coscienza fosse ormai connaturato nella Chiesa. Quasi che l´espiazione (penso ai mea culpa di Giovanni Paolo II, nobili ma pur sempre tardivi) fosse più pura e santa che semplicemente non fare il male: qui, nell´ora che ci si spalanca davanti.
Un gesto simile a quello di Cristo nel tempio, un no inconfondibile, allontanerebbe Berlusconi dal potere in un attimo. Alcuni veramente prezzolati resterebbero nel clan. Ma la maggior parte non potrebbero mangiare insieme a lui, senza doversi ogni minuto giustificare. Non è necessario che l´espulsione sia resa subito pubblica, anche se lo sapete, uomini di Chiesa: c´è un contagio, del male e del malaffare. Forse basterebbe che un alto prelato vada da Berlusconi, minacci l´arma ultima, la renda nota a tutti. Questa è l´ora della parresia, del parlar chiaro: la raccomanda il Vangelo, nelle ore cruciali.
Sarebbe un´interferenza non promettente per il futuro, lo so. Ma l´interferenza è una prassi non disdegnata in Vaticano, e poi non dimentichiamolo: già l´Italia è governata da podestà stranieri in questa crisi (Mario Monti l´ha scritto sul Corriere: «Le decisioni principali sono prese da un «governo tecnico sopranazionale»), e Berlusconi d´altronde vuole che sia così per non assumersi responsabilità.
Resta che gli alleati europei possono poco. E una maggioranza che destituisca Berlusconi ancora non c´è in Parlamento. Lo stesso Napolitano può poco, ma la sua calma è d´aiuto, nel mezzo del fragore di chi teme chissà quali marasmi quando il Premier cadrà. Il marasma postberlusconiano è fantasia cupa e furba, piace a chi Berlusconi ce l´ha ormai nelle vene. Il marasma, quello vero, è Berlusconi che non governa la crisi ma si occupa di come evitare i propri processi: tanti processi, sì, perché di tanti reati è sospettato. L´Italia è un battello ebbro, il capitano è un simulacro. Non ci sono congiure di magistrati, per indebolire la carica. Il trono è già vuoto. Il pubblico ministero, organo dello Stato che rappresenta l´interesse pubblico, deve per legge esercitare l´azione penale, ogni qualvolta abbia notizia di un reato, e in molte indagini Berlusconi è centrale: come corruttore o vittima-complice di ricatti. Gli italiani non possono permettersi un timoniere così. Se sono economicamente declassati, la colpa è essenzialmente sua.
Berlusconi non farà passi indietro, gli oppositori si ridicolizzano implorandolo senza mai cambiare copione. Oppure vuole qualcosa in cambio, e anche questo sarebbe vituperio dell´Italia. Il salvacondotto proposto da Buttiglione oltraggia la Costituzione. Casini lo ha smentito: «Sarebbe tecnicamente e giuridicamente impossibile perché siamo in uno Stato di diritto».
Perché la Chiesa non dice basta? Si dice «impressionata» dalle cifre dell´evasione fiscale, ma la vecchia domanda di Prodi resta intatta: «Perché, quando vado a messa, questo tema non è mai toccato nelle omelie? Eppure ha una forte carica etica» (Famiglia cristiana, 5-8-07). E come si spiega tanta indulgenza verso Berlusconi, mentre Prodi fu accusato di voler essere cristiano adulto? Pare che sia la paura, ad attanagliare i vertici ecclesiastici: paura di perdere esenzioni fiscali, sovvenzioni. Berlusconi garantisce tutto questo ma da mercante, e mercanti sono quelli che con lui mercanteggiano, di quelli che Cristo cacciò dal tempio rovesciandone i banchi. E siete proprio sicuri di perdere privilegi? Tra gli oppositori vi sono persone a sufficienza, purtroppo, che non ve li toglieranno. Paura di un cristianesimo che in Italia sarebbe saldamente ancorato a destra? Non è vero. Non posso credere che lo spauracchio agitato da Berlusconi (un regime ateo-comunista)abbia ancora presa. Oppure sì? Penso che la Chiesa sia alle prese con la terza e più grande tentazione. Alcuni la chiamano satanica, perché di essa narra il Vangelo, quando enumera le prove cui Cristo fu sottoposto: la prova della ricchezza, del regno sui mondi: «Tutte queste cose ti darò, se prostrandoti mi adorerai». La Chiesa sa la replica di Gesù.
Il Papa ha detto cose importanti sulla crisi. Che agli uomini vengon date pietre al posto del pane (Ancona, 11 settembre). La soluzione spetta a politici che arginino i mercati con la loro autorevolezza. Non saranno mai autorevoli, se ignorano la quintessenza della decenza umana che è il Decalogo. Ma neanche la Chiesa lo sarà. Diceva Ilario di Poitiers all´imperatore Costanzo, nel IV secolo dC: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l´anima con il denaro».

La Repubblica 21.09.11

"La linea di affondamento", di Massimo Giannini

Il verdetto di un´agenzia di rating non vale come un voto di sfiducia del Parlamento. Dunque non sarebbe giusto se il downgrading di un debito sovrano fosse di per sé sufficiente a far cadere un governo. Ma la «retrocessione» decretata da Standard & Poor´s nei confronti del nostro Paese non si presta ad equivoci. La bocciatura inflitta dei «signori del rating» certifica quanto purtroppo è già noto, e quanto le cancellerie, le istituzioni europee e i mercati finanziari decretano ormai quasi ogni giorno. L´Italia di non ha più un governo nel pieno delle sue funzioni. La sua maggioranza politica è fragile, le sue manovre economiche insufficienti. E tutto questo pesa in modo determinante sul futuro della nazione, che difficilmente potrà risanare i conti pubblici e far ripartire la crescita economica.
È accaduto quello che si temeva da giorni. L´unica differenza è il nome dell´agenzia. Tutti aspettavano la batosta di Moody´s. E invece è arrivata quella di S&P, che ha giocato d´anticipo. La sostanza non cambia. Il caso Italia è ormai esploso, ed è deflagrato anche in campo internazionale. Non deve ingannare la reazione delle Borse (cresciute per il solito rimbalzo tecnico dopo una lunga serie di ribassi), né quella dello spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi (contenuto intorno a quota 380 punti grazie alla rete di protezione attivata della Bce). Questo downgrading colpisce il «Sistema Italia», sia nell´Eurozona che nel resto del mondo. Ed è inevitabile che sia così. Non possiamo certo gioirne, ma dobbiamo ammettere che ce lo siamo meritato. Paghiamo quella che Tito Boeri ha definito la «Papi tax». Il «costo» della permanenza a Palazzo Chigi di un presidente del Consiglio che ormai nuoce al suo Paese per il solo fatto di restare al suo posto. Se togliesse il disturbo, farebbe calare in un colpo solo di 50, 100 o secondo alcuni analisti anche di 200 punti il «rischio Italia» sui Btp o sui Cds.
Le agenzie di rating non sono l´oracolo di Delfi. Negli ultimi tre anni, dal crac di Lehman Brothers in poi, godono di una fama discutibile. Persino Obama, insieme alla business community iper-liberista d´America, le ha criticate più volte. Ma nel caso italiano non si può dargli torto. Quando S&P scandisce nel suo rapporto che il declassamento del rating italiano «riflette la nostra visione di prospettive di crescita indebolita» che «probabilmente limiterà l´efficacia del programma di consolidamento del bilancio», non fa altro che mettere nero su bianco quello che Bankitalia, parti sociali, opposizioni, economisti e istituzioni «terze» ripetono da mesi. Quando aggiunge che «la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all´interno del Parlamento continueranno probabilmente a limitare la capacità dell´esecutivo di rispondere con decisione a un contesto macro-economico interno ed esterno difficile», non fa altro che mettere per iscritto quanto gli italiani toccano con mano ogni giorno. Compresa la giornata di ieri, che ha visto lo sparuto e disperato drappello della maggioranza forzaleghista andare sotto alla Camera per ben cinque volte.
Quello che allarma di più è la prospettiva di medio periodo. L´outlook è negativo perché questo governo non ha la forza né la voglia di imprimere la svolta che serve. E se mai ve ne fosse bisogno (al di là delle rassicurazioni di rito che arrivano dai portavoce della Commissione europea preoccupati dall´effetto-domino sulla moneta unica) ci sono le previsioni appena aggiornate dal Fondo Monetario Internazionale. L´Italia crescerà dello 0,7% quest´anno e dello 0,3% nel 2012. In altre parole, siamo alla crescita zero, pratica e non più solo simbolica. In questo scenario, immaginare che le manovre appena varate siano sufficienti a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013 è una pia illusione anche per gli esperti di Washington.
Di fronte a tutto questo, la reazione del miserevole Palazzo romano preoccupa e indigna. Preoccupa la risposta del ministro dell´Economia, sempre più nascosto dietro al suo misterioso «cespuglio», in attesa dell´ordalia di domani con la quale il Parlamento dovrà decidere sull´arresto del suo collaboratore Marco Milanese: «i mercati avevano già scontato la decisione di S&P», pare abbia detto Giulio Tremonti, lamentandosi con i suoi interlocutori perché «non ci si deve far dettare la linea» e perché «i tempi degli Stati non sono i tempi dei comunicati stampa». Al di là del tono, come al solito a metà strada tra il Qoelet biblico e il pamphlet filosofico, resta da capire se c´è ed eventualmente qual è «il tempo» dello Stato italiano. E cos´ha fatto il ministro in questi tre anni e mezzo, per completare la riforma delle pensioni, riformare il mercato del lavoro, sostenere ricerca e sviluppo, liberalizzare ordini e professioni, privatizzare il patrimonio pubblico. Due settimane fa, a Marsiglia, aveva annunciato che la settimana dopo il governo avrebbe lanciato il «tagliando per la crescita». Lo stiamo ancora aspettando.
Indigna la replica di Berlusconi, che come al solito grida al complotto: «è colpa della stampa», dice il presidente del Consiglio, innescando l´immediata replica dell´agenzia «incriminata». È ormai un riflesso patetico e condizionato, quello del Cavaliere: qualunque sia il giudizio che lo riguarda (pubblico o privato, penale o personale) la responsabilità non è mai sua, premier «a tempo perso». O sono i soliti giornali in mano alla sinistra, come sbraita a casaccio davanti alle telecamere del suo addomesticato duopolio televisivo, oppure addirittura i «circoli mediatico-finanziari anglofoni», come ha avuto l´impudenza di scrivere nella lettera al «Foglio» di sabato scorso. In attesa di un invisibile Dino Grandi dentro un impresentabile Pdl, siamo tornati al «non mollo» e alla «Perfida Albione». Cioè alla farsa italiana. Se non fosse che invece quella che si sta consumando, per nostra sfortuna, rischia di diventare una mezza tragedia.
Avanti così, e l´Italia affonda. Lo ha capito l´establishment nazionale, con Emma Marcegaglia che per la prima volta dice in esplicito «o fa le riforme, o il governo va a casa». Lo ha capito la stampa mondiale, con la «Bild» che scrive «il Bunga bunga ci tira giù tutti». Gli unici a non averlo capito, oltre all´irriducibile Cavaliere, sono i suoi luogotenenti e i suoi alleati, asserragliati nel «Gran Consiglio» trasformato in una trincea. Anche loro, ormai, sono uno «scandalo permanente».

La Repubblica 21.09.11

"Se il ministero premia gli studiosi che pubblicano in una lingua straniera", di Carlo Galli

Le discipline umanistiche e sociali si nutrono di tradizioni nazionali. Per non limitare libertà e pluralismo servirebbero maggiori incentivi alla traduzione. Come si valutano i lavori universitari? I nuovi criteri varati dal governo privilegiano gli altri idiomi con il rischio di creare un impoverimento. Né la scienza né la politica sono “neutre”: il sapere e il potere si influenzano a vicenda in lotte, e in alleanze, che assumono forme sempre nuove nei diversi contesti storici e sociali. Alla censura (metodo efficace ma primitivo) alla gestione “mirata” degli investimenti finanziari (sempre valido), si aggiunge oggi la “valutazione” della ricerca, attraverso la quale il potere politico misura quantità e qualità del lavoro svolto dagli studiosi con pubblico denaro. Nulla da eccepire, quindi, in linea di principio; per questa via si colpiscono abusi, e si incentivano i migliori.
Ma poiché la ricerca scientifica ha molto a che fare con la libertà, degli studiosi e dell´intera società, la sua valutazione è faccenda delicatissima. Si tratta di valutare senza interferire né distorcere: impresa non facile, come dimostra il nuovo dibattito che si è aperto al riguardo nell´Università italiana. In realtà, il dibattito non è nuovo: da molti anni, infatti, la ricerca viene valutata; nuovo è che lo faccia un´Agenzia di nomina ministeriale – l´Anvur: un organo in cui i saperi umanistici, sociali, politici, giuridici sono sottorappresentati –. E quindi nuovo è anche l´interesse che metodi e criteri della valutazione – finora annunciati, ma tra breve operativi – stanno suscitando sia in ambito accademico sia presso le case editrici di cultura.
Il problema centrale è, a questo punto, che i valutatori si dotino di strumenti raffinati e sensibili, davvero adatti a misurare la ricerca: e ciò non sarà facile. Molta attenzione ha già avuto, invece, da parte dell´Anvur, la questione della internazionalizzazione della ricerca, obiettivo è in sé condivisibile, ma che è stato perseguito dall´Anvur con una gaffe iniziale. Infatti, dapprima si sono privilegiate le opere pubblicate da editori stranieri; e solo dopo parecchie proteste si è ripiegato sull´accordare preferenza a quelle scritte in lingua diversa dall´italiano (anche se pubblicate da editori italiani, quindi). Un passo avanti, per non penalizzare i nostri editori nazionali di tradizione scientifica e di prestigio intellettuale consolidato.
Ma poiché da molto tempo non è più possibile dare per scontata la conoscenza della lingua italiana da parte di un medio intellettuale occidentale, l´obiettivo di fare conoscere la ricerca italiana all´estero non è privo di una sua legittimità. A questo punto, però, si deve riconoscere che non ha senso invitare a pubblicare genericamente in “lingua straniera”. Esiste una lingua della comunicazione scientifica internazionale, l´inglese – dal ruolo analogo a quello del latino, fino al XVII secolo –, la cui conoscenza è presupponibile in uno studioso di oggi; una lingua che può avere senso privilegiare nella valutazione della ricerca.
Sia chiaro: non ogni disciplina scientifica può costituire un´unica comunità internazionale, com´è il caso dei fisici; anzi, in molti ambiti umanistici le comunità scientifiche traggono senso – mezzi espressivi, temi di ricerca, inflessioni argomentative – proprio dal nutrirsi di una tradizione e di una lingua nazionale; e il mondo scientifico anglofono, benché vastissimo e potentissimo, non fa eccezione, e ha le medesime connotazioni “locali” di altre tradizioni di ricerca. Per il ricercatore, pubblicare in contesti che chiedono l´adeguazione a uno stile di lavoro, a scelte tematiche, a forme argomentative, che possono essergli estranee, è una limitazione di fatto della sua libertà, e in prospettiva dello stesso pluralismo delle espressioni del sapere. In questi casi, la vera internazionalizzazione della ricerca sarebbe la traduzione in lingua straniera di opere scritte in italiano; evento non molto frequente, ma che potrebbe esserlo, se gli incentivi pubblici alla traduzione di opere italiane fossero più rilevanti.
Nondimeno, può avere senso che lo Stato, in sede di valutazione, renda più vantaggioso per gli studiosi pubblicare in inglese (anche presso editori nazionali). Certo, vi è, qui, per il ricercatore una fatica aggiuntiva – scrivere in inglese –, ma la distorsione della ricerca e della sua libertà è meno grave di quella che nascerebbe dall´obbligo di pubblicare in sedi estere.
C´è però un´altra conseguenza di questa strategia: il sapere scientifico si isolerà ancora di più dal contesto sociale e culturale in cui opera; diventerà sempre più “specialismo”, rivolto, anche linguisticamente, soltanto ad altri specialisti. Il nesso moderno fra scienza e società, fra sapere e cittadini, garantito dallo Stato nazionale (certo, non per finalità disinteressate, ma con esiti dopo tutto progressivi), si allenterà ulteriormente. E ciò avverrà anche in quegli ambiti di studio – umanistici e sociali – in cui ha più senso e più valore che il sapere circoli in uno spazio condiviso non solo dagli addetti ai lavori (si pensi al mondo della scuola). Un rischio d´impoverimento del tessuto culturale e civile esiste, se la ricerca non parlerà più le lingue nazionali (o se le parlerà molto meno).
Fra i problemi aperti dal nuovo scenario della valutazione non c´è quindi solo quello, immediato, che gli studiosi sono oggetto e non soggetto del processo valutativo, come un corpo collettivo da disciplinare dall´alto – la storica debolezza dell´Università italiana –; c´è anche il problema, di lungo periodo, che l´internazionalizzazione della ricerca, che al senso comune sembra soltanto un bene, possa invece implicare anche conseguenze negative. Ovvero, che la società nel suo complesso possa essere resa meno colta da un processo che è riconducibile alla globalizzazione e alle sue contraddizioni. Difficili da contrastare, certo; ma senz´altro da indicare come oggetto di pubblica riflessione.

La Repubblica 20.09.11

"Ambiente, governo battuto cinque volte e la Lega vota contro il suo relatore", da repubblica.it

Passano a Montecitorio gli emendamenti dell’opposizione, mentre viene bocciata la richiesta della maggioranza di rinviare il procedimento in Commissione. Colpo di scena al momento di approvare l’articolo 2 del testo: a dire no è solo il Carroccio. Alla fine la resa: “Ci rimettiamo all’Aula”. Pisanu: “Questo centrodestra non regge”. Fini: “Esecutivo debolissimo”. Ambiente, governo battuto cinque volte e la Lega vota contro il suo relatore Palazzo Montecitorio. Pomeriggio difficile per il governo. Battuto per ben cinque volte sulla legge sullo sviluppo degli spazi verdi urbani, alla fine alza bandiera bianca e si rimette all’Aula su tutti gli emendamenti al testo, “evidenziando che si vota qualcosa che non ha copertura finanziaria”. Ad ammettere la resa è stato il sottosegretario all’Ambiente Elio Belcastro dopo l’ennesima sconfitta della maggioranza, andata sotto per ben quattro volte sugli emendamenti di Pd e Radicali e battuta anche al momento di votare la richiesta di rinvio del testo in Commissione avanzata dal relatore, il leghista Angelo Alessandri.

A permettere il blitz dell’opposizione, le assenze nei banchi della maggioranza e lo stato di confusione che regna nel centrodestra che neppure la richiesta di sospensione di Alessandri è riuscita a ricolvere. Le correzioni al testo chieste da Pd e Radicali sono relative ad aspetti giudicati poco “pesanti”, vista anche la materia della legge all’esame di Montecitorio, ma l’aspetto clamoroso di quanto accaduto oggi pomeriggio in Aula è che sul secondo articolo della legge, comunque approvato, ha votato contro solo il gruppo della Lega. Una circostanza che il democratico Roberto Giachetti ha commentato così. “Visto che il relatore del testo è della Lega, vuol dire che nella Lega ci sono problemi”.

E che la maggioranza non sia più in grado di reggere alle pressioni economiche e giudiziarie è tornato ribadirlo anche un esponentre di spicco del Pdl come Giuseppe
Pisanu. “Nel nostro paese – ha detto – si è stabilito un intreccio perverso tra la crisi economica e la crisi politica, l’una alimenta l’altra”. L’ex ministro dell’Interno, dopo aver chiesto già nei giorni scorsi un segnale di rottura da parte della maggioranza, ha spiegato che “a mio avviso la debolezza politica è dovuta al fatto che abbiamo un governo che non è in grado di reggere il peso dei problemi che incombono e abbiamo un Parlamento che non è in grado di cambiare un governo che pur avendo la maggioranza numerica” non è in grado di tenere la situazione. “L’Italia non è stata mai stata così a rischio”. Un giudizio condiviso dal presidente della Camera Gianfranco Fini che cita proprio quanto accaduto oggi a Montecitorio. Il presidente Pisanu, ha confermato Fini, “fotografa un dato di realtà. Il governo è debolissimo ed è stato battuto quattro volte (poi diventate cinque, ndr) in Aula”.

www.repubblica.it

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Ambiente, governo battuto alla Camera

Per cinque volte è andato sotto sugli spazi verdi urbani. «Ci rimettiamo all’Aula». Fini: l’esecutivo è debolissimo.
Il governo è andato sotto alla Camera. Per cinque volte. Il voto riguarda un provvedimento sullo sviluppo degli spazi verdi urbani. Un emendamento dei Radicali eletti nel Pd su cui il governo aveva dato parere contrario è stato approvato dall’Assemblea di Montecitorio. Sono passati anche altri tre emendamenti sempre dell’opposizione. Il relatore ha chiesto la sospensione della sessione per una ventina di minuti. E alla ripresa è andato sotto una’ltra volta. Tanto che ha innalzato bandiera bianca per le assenze tra i banchi.

LE ASSENZE- Proprio queste assenze hanno permesso all’opposizione di far passare emendamenti su cui il governo aveva reso parere contrario, relativi ad aspetti poco «pesanti», data anche la materia del provvedimento all’esame dell’Assemblea di Montecitorio, ma anche di respingere la richiesta di rinvio del testo in commissione avanzata dal relatore Angelo Alessandri (Lega). Sul secondo articolo del testo, comunque approvato dall’Aula, ha votato contro solo il gruppo della Lega: una circostanza fatta notare da Roberto Giachetti del Pd. «Visto che il relatore del testo è della Lega, vuol dire che nella Lega ci sono problemi», ha detto. Ma il sottosegretario all’Ambiente Elio Belcastro evidenzia «che si vota qualcosa che non ha copertura finanziaria».

LE REAZIONI- Il primo a ironizzare è Dario Franceschini, Pd, che su Twitter commenta: « Rieccoli: primi due voti della settimana, maggioranza battuta due volte. Senza voto di fiducia la maggioranza non c’è più». Anche Gianfranco Fini sottolinea che «il governo è debolissimo». Secondo il Partito Democratico il governo sarebbe stato battuto 87 volte, «non c’è più la maggioranza». E Pier Ferdinando Casini aggiunge: «Solo chi non vuole vedere non vede la situazione…».

L’ALLARME- «Nel nostro paese si è stabilito un intreccio perverso tra la crisi economica e la crisi politica, l’una alimenta l’altra». A dare l’allarme è il presidente della commssione antimafia Beppe Pisanu, e aggiunge: «A mio avviso la debolezza politica è dovuta al fatto che abbiamo un Governo che non è in grado di reggere il peso dei problemi che incombono e abbiamo un Parlamento che non è in grado di cambiare un governo che pur avendo la maggioranza numerica» non è in grado di tenere la situazione.

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"Riprendiamoci la patria", di Francesco Benigno

La patria. Alcuni in questi giorni si chiedono se non sia meglio rinunciare ad averla, una patria italiana. Affidando magari il destino comune agli Stati Uniti d’Europa che verranno, se verranno. O vagheggiando di sostituire l’Italia con piccole patrie inventate, più che improbabili, implausibili. E allora non è forse inutile ricordare – a 150 anni dall’unificazione e al di là delle retoriche che accompagnano naturalmente ogni celebrazione – come l’Italia sia qualcosa di più di un’idea astratta e molto, molto di più, di un anelito nazionalista. L’Italia è stata un percorso comune ed è ora il risultato di questo percorso, una comunità dotata non solo di una lingua condivisa ma di speranze e delusioni, di conquiste e di sconfitte, di interessi e di sentimenti, vissuti, difesi, coltivati insieme. Certo, c’è chi teme che richiamare la patria possa significare evocare un patriottismo bellicista, se non un nazionalismo becero e cieco, quello che ci ha fatto diventare, buoni ultimi, colonizzatori, quello che ci ha condotto alle leggi razziali e ad una disastrosa, epocale sconfitta nella seconda guerra mondiale. Ne è venuta, nella cultura progressista una remora e come una titubanza, talora sommessa, tal altra gridata. Non sarà che difendere la patria significa difendere anche valori aggressivi, sentimenti superiorità che possano alimentare nuovi sogni di conquista, mascherati magari da operazioni di peace-keeping? Non sarà che attorno all’idea di patria si addensino comunque sentimenti viziati da un senso di superiorità e destinati, se non più ormai a fare vittime, quanto meno a provocare disagio? Non è così.
C’è un modo possibile di considerare la patria come un valore inclusivo, che non dimentica gli errori e gli orrori del passato,ma che rivendica al contempo alcuni momenti fondanti della nostra storia. Quelli in cui l’idea di patria si è incrociata e mescolata ai discorsi di democrazia, di libertà, di emancipazione. Già in epoca risorgimentale, quando la disponibilità di tanti giovani a morire per l’Italia non era il frutto di uno scomposto impeto nazionalistico, ma un raccogliersi attorno all’idea di costruire un luogo migliore, una comunità più grande, l’unica adatta ad affermare nuove regole comuni, di libertà edi governo rappresentativo. Ed è significativo che per loro, per quei giovani, l’impegno non fosse solo quello di cacciare lo straniero, ma contestualmente quello di abbattere il tiranno, il sovrano assoluto soi disant di diritto divino. Come dimostra la loro disponibilità a combattere anche per la libertà altrui, quella dei greci, dei polacchi e di tanti popoli sudamericani che ancora oggi ricordano (nei monumenti, nelle strade) gli italiani venuti a morire nelle loro guerre di indipendenza. E poi, una volta fatta l’Italia, come dimenticare che l’idea di patria ha accompagnato tutti gli aneliti riformatori di un Paese che ha faticato e lottato a lungo per ottenere condizioni più eque di lavoro e di rappresentanza, per uomini e ancor più perdonne? La battaglia democratica, repubblicana e poi socialista per un’Italia diversa è stata a lungo il desiderio di creare un paese migliore, una patria più accogliente e soprattutto più giusta. E di nuovo, all’indomani dell’8 settembre, i «ragazzi che andavano in montagna» non avevano forse in mente l’idea di una patria nuova, depurata da quel sovrappiù di insopportabile che vi aveva aggiunto il fascismo col suo nazionalismo vociato, la sua retorica inane , il suo razzismo latente (e poi dichiarato)? Questa storia comune, certo, non è un unico, dritto sentiero, illuminato dal sol dell’avvenire. È anzi un percorso accidentato; ma è anche la strada che ci ha fatto moderni, ragionevolmente benestanti e cittadini del mondo. Sicché l’Italia che i cittadini hanno cantato nelle cento piazze e nelle mille manifestazioni celebrative di quest’anno è in fondo il riconoscersi in questo percorso, l’idea di una patria inclusiva, memore della sua storia. Non un’Italia contro, schiava di un passato che pesa e
non passa mai, ma una base per progettare un futuro comune. E se qualcuno chiede poi chi siano mai questi italiani che hanno riscoperto il sentimento della patria si può rispondere con le parole di Jordi Pujol, il leader storico dell’autonomia catalana – uno che di federalismo se ne intendeva davvero – che era uso dire: «I catalani sono coloro che vivono e lavorano in Catalogna e che amano questa terra». Ecco, anche per noi italiani è così. Non siamo altro che coloro che amano l’Italia e che vogliono impegnarsi per migliorarla.

L’Unità 20.09.11

"Ragazze normali Paese anormale (Il ministro Carfagna?…Tace)", di Caterina Soffici

Le ragazze italiane non sono tutte come le Papi Girl. Sai che novità. Il Corriere della Sera dedica un forum-inchiesta per tracciare l’identikit delle venti-trentenni e scopre che i sogni, le carriere, gli ideali delle giovani italiane non sono gli stessi delle varie Olgettine e delle ragazze di Bari. La notizia, semmai, sarebbe stata scoprire che il modello lo hanno dettato Terry De Nicolò e le altre puttanelle in fila per infilarsi nel lettone di Putin in cambio di soldi, programmi in tv, addirittura la conduzione di Sanremo.

No, certo che il modello non è quello. Il vicedirettore del Corriere Barbara Stefanelli (che bello una donna ogni tanto ai vertici dell’informazione nazionale!) nota che le tv, i giornali e i dibattiti di questi giorni sembrano proporci l’immagine unica, sempre quella, della donna tangente.

Sono figlie del femminismo o una distorsione inquietante dell’emancipazione? Né l’uno né l’altro. Vendere il proprio corpo in cambio di qualcosa ha un solo nome, e corrisponde a quello del mestiere più vecchio del mondo. Punto e basta, tutto il resto sono squallidi tentativi di giustificare comportamenti riprovevoli dietro falsi libertinismi (vi ricordate le mutande di Ferrara?) o peggio ipocrite rivendicazioni di libertà sessuali, quando non c’è donna meno libera di quella che si vende in cambio di qualcosa .

Ma torniamo alle ragazze che studiano e che lavorano. È vero, questa è la normalità italiana. Eppure nelle testimonianze al Corriere delle brave blogger, delle scienziate, delle ingegnere elettroniche, delle studentesse che si laureano prima e meglio dei proprio coetanei c’è anche un altro tipo di normalità. Cioè quell’amarezza profonda per una vita sempre in salita, perché non se la passano tanto bene, fanno fatica a mettere insieme uno stipendio, per il machismo negli uffici, perché comprarsi una casa rimane un sogno, un figlio è un lusso eccetera eccetera, per la difficoltà che fanno a conciliare la vita professionale e quella familiare (per inciso: vedrete ora che fiume di banalità con l’uscita di Ma come fa a far tutto? il film con Sarah Jessica Parker tratto dal best-seller della geniale Allison Pearson).

E però nella normalità ci sono anche tante anormalità. Come il fatto che Nicole Minetti indossi una maglietta con la scritta “Senza T-shirt sono ancora meglio” e ci vada a spasso per le strade dello shopping milanese a mo’ di sfida. Anormale è che due sere di fila Rai1, la rete ammiraglia della televisione pubblica italiana, mandi in diretta la finale di Miss Italia.

Fateli pure i concorsi di bellezza, l’importante è trattarli per quello che sono e non trasmetterli in prima serata sulla Rai, collocazione che trasforma un trito rituale fermo agli anni Cinquanta in un evento di importanza nazionale, anche se il pubblico manda un messaggio chiaro alla dirigenza di viale Mazzini con uno basso share del 16 per cento. “Perché la bellezza è un valore” era la pubblicità di Miss Italia. Appunto. Guarda caso lo sostiene anche Terry De Nicolò, una delle ragazze di Tarantini, cha passava dai letti Pdl a quelli del Pd (“ma con Frisullo basta una collanina dei cinesi”) e che filosofeggia, anche lei su un canale Rai, esprimendo concetti di questo tipo: “Poi, se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere, tu lo devi poter fare, perché soprattutto la bellezza, come dice Sgarbi, è un valore”.

Anormale è che mentre Dominique Strauss-Kahn, per la nota storia con la cameriera nera, si presenti in televisione e chieda ufficialmente scusa del comportamento moralmente colpevole il presidente del Consiglio italiano continua a dar di gomito al macho italiano: “Che ho fatto di male, in fondo? Ci ho provato con la Arcuri, è vero. Alzi la mano quell’italiano che al posto mio si sarebbe comportato diversamente”. Anormale è continuare a dire che non c’è niente di illegale. Che il peccato non è un reato. Il vero problema è che queste patonze, a forza di girare, si fermano sulle poltrone sbagliate. E allora, di fronte al presidente del Consiglio che assicura la presenza di Del Noce e Carlo Rossella alle “cene eleganti” e gozzoviglia al telefono con l’amico di merende che così “le ragazze hanno l’idea di essere di fronte a uomini che possono decidere del loro destino”; in questo paese di ragazze normali non è anormale che la ministra delle Pari opportunità Mara Carfagna non abbia ancora speso una parola, una considerazione, un pensiero?

Il Fatto Quotidiano 20.09.11