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"I mercati in allarme paura di un’eurocrisi la terapia d’emergenza non sta funzionando", di Federico Rampini

Quando i risparmiatori sono pronti a prestare alla Repubblica federale tedesca per due anni, senza chiedere interessi. Si separano dai propri soldi, li prestano a uno Stato (sia pure solido e affidabile), sono disposti a recuperarli solo due anni dopo, e senza averci guadagnato proprio nulla. Com’è possibile? Cosa c’è dietro? Le crisi europee arrivano d’estate: 2011, 2012, e adesso 2014? Il minimo storico segnato in questi giorni dai titoli di Stato tedeschi ci riporta indietro quasi ai livelli della primavera/ estate 2012, uno dei momenti più terribili per l’eurozona, quando diversi paesi della periferia sembravano sull’orlo della bancarotta. Ora non c’è all’orizzonte il default di uno Stato sovrano. La notizia che ieri ha diffuso paura sui mercati globali: il possibile crac di una banca portoghese, l’Espirito Santo. Ma davvero? Stiamo parlando di una piccola banca in un piccolo paese, come può trascinare al ribasso le Borse da New York a Shanghai?
In realtà i guai dell’Espirito Santo sono poca cosa, l’albero che nasconde la foresta, o forse un pretesto: dietro c’è una crisi ben più profonda che avvolge l’economia reale dell’eurozona. Qui le dimensioni cambiano: si tratta di un colosso di stazza pari all’America e alla Cina. Chi s’illudeva che i recenti aggiustamenti di politica monetaria della Bce, più i vaghi accenni di maggiore flessibilità nell’austerity merkeliana, avessero generato la svolta della ripresa, ora si ricrede. Cade la produzione industriale in Francia e Italia, seconda e terza economia dell’eurozona, e cade anche in Olanda, l’allievo esemplare del maestro tedesco. La crescita tedesca rallenta pure lei, perché frenata da quel che accade nei paesi vicini. L’inflazione resta inchiodata allo 0,5% cioè vicina alla soglia della deflazione che è una malattia mortale: genera sfiducia, paralizza consumi e investimenti, aumenta il peso dei debiti. I tassi tedeschi crollano perché la paura fa scattare la corsa verso il bene rifugio. Il Bund, per l’appunto. Quando tutti vogliono comprare il titolo di Stato tedesco, il suo prezzo sale e i rendimenti scendono. Fino allo zero assoluto. Non sta funzionando dunque quella terapia d’emergenza che la Bce ha avviato, a base di credito gratis e promesse di finanziamenti alle piccole imprese.
Si conferma quel che sostengono da tempo gli osservatori più critici, da Paul Krugman all’istituto Bruegel di Bruxelles fino agli economisti italiani de LaVoce. info: Mario Draghi ha agito troppo tardi e ha fatto ancora troppo poco. Anche le ultime mosse della Bce restano al di sotto di quelle terapie d’emergenza che per cinque anni consecutivi la Federal Reserve americana ha usato con spregiudicatezza per rianimare la crescita. La prova: l’euro continua a viaggiare su una parità fra 1,35 e 1,37 dollari. «Una folle sopravvalutazione », l’ha definita il chief executive
di Airbus che ogni giorno deve fare i conti con i suoi concorrenti della Boeing che fatturano in dollari svalutati. Come peraltro tante imprese esportatrici italiane o francesi, strangolate da un euro troppo forte, funzionale solo ai livelli di competitività dell’industria tedesca. «L’euro forte è una delle grandi perversioni post-crisi del 2007», riconosce anche il Financial Times.
Nel frattempo maturano cambiamenti anche nella politica monetaria americana. Quella sì, vittoriosa, visto che ha generato cinque anni di crescita. Ora la Fed può permettersi il suo “disarmo”. A ottobre cesserà i suoi acquisti di bond sui mercati, quella “pompa della liquidità” con cui ha inondato di dollari l’economia reale. Dopo cinque mesi in cui la creazione netta di nuovi posti di lavoro è stata superiore ai 200.000 al mese, i segnali che la ripresa è solida ci sono tutti. I mercati stanno anticipando un rialzo dei tassi americani, evento dalle conseguenze formidabili perché farà scendere il valore di una montagna di bond accumulati nei portafogli delle famiglie e delle banche. Tuttavia la presidente della Fed invita a non precipitare i tempi. Si rifiuta di usare l’arma dei tassi d’interesse per “bucare” le bolle speculative di alcune categorie d’investimenti (azioni e immobili).
La Yellen rappresenta una novità vera nel panorama dei banchieri centrali. E’ una economista di sinistra, convinta che si può e si deve fare ancora molto per guarire i traumi sociali dell’ultima recessione. Non si accontenta del calo costante del tasso di disoccupazione. Vuol veder salire anche i salari. Vuol vedere ritornare sul mercato del lavoro quei disoccupati scoraggiati che erano scomparsi dalle statistiche. Per questo vorrebbe mantenere il tasso direttivo della Fed a quota zero ancora per un altro anno, almeno, cioè fino all’autunno 2015. Un gioco serrato e pericoloso si sta svolgendo in questi giorni, fra i grandi investitori che anticipano le mosse future della Fed, e spingono al rialzo i tassi. Può essere questo l’inizio della fine di “The Boom of Everything”, come il New York Times ha definito il lungo rialzo nel valore di Borse, bond, immobili. Quel “boom di tutto” ha avuto il suo epicentro in America. Poiché la legge di gravità impone che almeno alcuni mercati comincino a scendere, gli investitori Usa sono alla ricerca di un pretesto, di un detonatore negativo, per dare il via alle vendite. Forse lo hanno trovato. Come fonte di notizie pessime, l’eurozona riesce a non deludere quasi mai, da cinque anni in qua.

La Repubblica 11.07.14

"Che cosa significa quel voto sul Senato", di Stefano Menichini

Da una parte c’è il voto di una commissione parlamentare, solo il primo, su un testo di legge che dovrà avere ancora molti passaggi. Dall’altra ci sono correzioni in peggio di previsioni economiche che riaprono scenari inquietanti: manovre correttive, aumenti di tasse, pesanti tagli di spesa (tutte ipotesi ieri scartate seccamente dal presidente del consiglio).
Le due dimensioni non sembrano paragonabili, quanto a impatto sulla realtà italiana. Un percorso di auto-riforma della politica, per quanto atteso e apprezzato, suonerà sempre distante dalla condizione di famiglie e imprese rispetto ai conti che non migliorano e ai consumi che non ripartono. Oggi molti commentatori rimarcheranno il contrasto e lo metteranno a carico del governo, provando a sminuire il successo della prima approvazione della riforma costituzionale che mette fine al bicameralismo in vigore dal 1947.
Non è una contraddizione alla quale si possa rispondere facendo spallucce: i dati economici sono veri e preoccupanti, le previsioni sul Pil vanno riviste al ribasso con le conseguenze del caso, Padoan ne ha parlato con Napolitano.
Renzi però ha un ragionamento semplice da proporre, che di per sé non risolve nulla ma restituisce il senso di quanto si sta facendo. Perché la connessione tra crisi e riforme delle istituzioni c’è, eccome.
Non saranno né una ricetta né un’ideologia, tanto meno una manovra, a risolvere la crisi. La sua dimensione globale, che non risparmia nessuno, imporrà la ricerca di soluzioni tutte politiche. Nuovi strumenti, revisioni dei trattati, cambi di rotta che oggi appaiono irrealistici e potranno divenire obbligati. A quel punto conteranno la credibilità e l’energia che paesi e leadership sapranno mettere in gioco, perfino più delle rispettive condizioni di salute economica.
Ecco la gigantesca prova di forza ingaggiata da Renzi. Dimostrare che l’Italia può andare contro i suoi tabù e contro i suoi vizi ancestrali. Non risanarsi miracolosamente da sola, ma presentarsi al momento delle decisioni avendo rimesso a posto le tessere del puzzle impazzito che è il nostro sistema, essendoci liberati di scorie e zavorre, avendo recuperato fiducia e orgoglio per il semplice fatto di aver cambiato in casa nostra ciò che sembrava impossibile cambiare. Insomma: senatori che votano a grande maggioranza la sostanziale fine della propria stessa istituzione. Non proprio un fatterello banale e scontato, direi.

da Europa Quotidiano 11.07.14

"Ecco il nuovo Senato: cento membri, niente fiducia ma eleggono il Colle" (di g.c.)

Il traguardo è vicino. Oggi pomeriggio la riforma del Senato approda in aula, anche se ieri sera la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama non ha votato la fine del Senato elettivo. Lo farà stamani: garantisce il capogruppo dem Luigi Zanda. Serrati i tempi, come voleva Renzi. Lunedì dibattito no-stop dalle 11 alle 22, mercoledì già si comincia a votare. Intanto in commissione via libera a due emendamenti che cambiano il quorum per l’elezione del capo dello Stato e il numero di firme necessarie per il referendum popolare. Passano cioè da 500 mila a 800 mila. I Radicali protestano: «È contro la democrazia». Il “patto del Nazareno” tra Renzi e Berlusconi tiene, nonostante tutti i malumori. A finire ko sono le opposizioni e i “frondisti” del Pd e di Forza Italia. Avevano chiesto più tempo per il dibattito, uno slittamento di almeno una settimana. Non l’hanno ottenuto. Vogliono il Senato elettivo. Ma la forma della futura Camera delle autonomie prevederà che ciascuna regione non abbia meno di due senatori e il restante dei seggi saranno attribuiti con criterio proporzionale tenuto conto della composizione di ciascun consiglio regionale. A indicare i nuovi senatori saranno i consiglieri regionali che voteranno una lista composta anche da un sindaco. La giornata è fatta di botta e risposta e di nuove tensioni tra il governo e la maggioranza che accelerano e i dissidenti. Alla cena di mercoledì prossimo a Bruxelles per le ultime nomine Ue, il premier vuole arrivare con un primo voto sul nuovo Senato per dimostrare che l’Italia fa sul serio e ha già cominciato a cambiare l’architettura istituzionale. E le riforme provocano maretta tra i 5Stelle. Forza Italia è nel caos. I Dem sono divisi e la minoranza apre il fronte Italicum, la nuova legge elettorale, che vuole sia modificata.

Schede di Sebastiano Messina
ELETTIVITÀ DI SECONDO GRADO
Gli italiani non lo voteranno più. 500 milioni di indennità in meno
SE STAMATTINA la commissione approverà l’emendamento più scottante, gli italiani non voteranno più per il Senato. Almeno non nelle cabine elettorali. Saranno i consiglieri regionali a indicare — con una elezione di secondo grado: eletti che eleggono altri eletti — i nuovi membri di Palazzo Madama. Che non saranno più 315 ma 100, ovvero 95 tra consiglieri regionali e sindaci più 5 senatori di nomina presidenziale. Il meccanismo contenuto nell’emendamento depositato ieri pomeriggio dai relatori Finocchiaro e Calderoli prevede che le elezioni si svolgano nei Consigli regionali, con un sistema rigorosamente proporzionale destinato a impedire che chi ha la maggioranza nelle Regioni si accaparri tutti i seggi disponibili. Le votazioni avverranno su liste concorrenti, e i candidati potranno essere solo consiglieri in carica o sindaci (uno per lista). Oltre a ciascun candidato andrà indicato anche un candidato supplente, che prenderà il posto dell’eletto nel caso in cui lui, per qualsiasi ragione, decadesse dalla carica di consigliere regionale o di sindaco.
Per i nuovi senatori non è più prevista l’indennità (che nella nuova formulazione della Costituzione viene riservata ai soli deputati). Se si considera che oggi un senatore senza cariche particolari oggi riceve ogni mese più di 14 mila euro — tra indennità, diaria e rimborsi forfettari per viaggi e assistenti — in questo modo lo Stato risparmierà ogni anno oltre mezzo miliardo di euro.
 
L’ITER DELLE LEGGI
Modifiche in tempi strettissimi ai testi approvati dalla Camera
SCOMPARE (finalmente) il bicameralismo perfetto. Sulle leggi che esulano dalle sue nuove competenze costituzionali, il Senato potrà esprimere proposte di modifica (su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti, da presentare entro dieci giorni dal momento in cui la legge verrà trasmessa a Palazzo Madama), ma in tempi strettissimi: gli emendamenti dovranno essere votati entro trenta giorni, dopodiché la legge tornerà alla Camera che entro i successivi 20 giorni si pronuncerà definitivamente (e potrà anche respingere le proposte di modifica). La procedura sarà un po’ complicata per le leggi che riguardano i poteri delle Regioni e le autonomie locali: in questi casi, per respingere le modifiche richieste dal Senato, alla Camera sarà necessaria la maggioranza assoluta dei suoi componenti (e non solo dei presenti). A differenza di quanto era stato ipotizzato in un primo momento, i senatori saranno chiamati a esprimersi anche sulle leggi di bilancio, ma dovranno votare le proposte di modifica entro 15 giorni: anche in questo caso però l’ultima parola spetterà alla Camera. Il governo, inoltre, avrà il potere di chiedere che sui provvedimenti indicati come «essenziali per l’attuazione del programma di governo» la Camera si pronunci entro il termine tassativo di 60 giorni: alla scadenza del tempo, ogni provvedimento sarà posto in votazione «senza modifiche, articolo per articolo e con votazione finale».
 

COMPETENZE RIDOTTE
Un ponte tra lo Stato e le Regioni diritto di parola sulla Costituzione
IL NUOVO Senato non potrà occuparsi di tutto. La novità più importante è senza dubbio che non potrà più esprimere la fiducia (o la sfiducia) al governo. Il suo compito prevalente sarà quello di esercitare «la funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica», ovvero Regioni e Comuni. Solo per alcune materie conserverà la funzione legislativa e i poteri di sindacato ispettivo.
Potrà per esempio interrogare i ministri, verificare l’attuazione delle leggi, esprimere pareri sulle nomine governative e nominare commissioni d’inchiesta sulle autonomie territoriali, ma Palazzo Madama dovranno passare solo le riforme della Costituzione, le leggi costituzionali, le leggi elettorali degli enti locali e le ratifiche dei trattati internazionali. Tutte le altre saranno di competenza della Camera dei deputati.
Nello stesso tempo, con la modifica del Titolo V della Costituzione, lo Stato rovescia il sistema per distinguere le sue competenze da quelle delle Regioni. Mentre oggi vengono elencate tutte le materie su cui queste ultime possono legiferare, con la riforma è lo Stato a delimitare la sua competenza esclusiva (l’elenco va dalla A alla Z, partendo dalla politica estera per arrivare agli aeroporti, passando per la produzione di energia, il governo del territorio, i beni culturali, il turismo e la tutela della salute, materie sulle quali sono sorti numerosi conflitti tra lo Stato e le Regioni).

ABOLITI QUELLI A VITA
Senatori di nomina presidenziale saranno cinque: in carica per 7 anni
SCOMPAIONO i senatori a vita, sostituiti nel nuovo Parlamento dai senatori di nomina presidenziale. Il loro numero sarà limitato a cinque, e la durata del mandato (non ripetibile) sarà fissata in sette anni. Non cambia, invece, il criterio di scelta: dovranno essere «cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario ». E gli attuali senatori a vita, che fine faranno? Oggi sono 5 (Ciampi, Monti, Cattaneo, Piano e Rubbia) e la riforma costituzionale sembrerebbe tagliata su misura per loro, perché stabilisce «la permanenza in carica dei senatori a vita già nominati». Ma ai cinque bisognerà aggiungere anche Napolitano, che alla fine del suo mandato presidenziale avrà diritto al seggio di senatore a vita che aveva ancora prima di essere eletto al Quirinale. E quindi è probabile che il nuovo Senato abbia non 100 ma 101 senatori

QUIRINALE
Regole più “rigide” per eleggere il presidente della Repubblica
ANCHE il prossimo presidente della Repubblica sarà eletto con alcune importanti novità. Scompariranno i delegati regionali, ma cambierà anche il numero di votazioni per le quali sarà richiesta la maggioranza dei due terzi, un quorum altissimo che solo in pochi (e tra questi Ciampi, Cossiga e Napolitano) sono riusciti a superare. Attualmente la Costituzione impone questo quorum fino al terzo scrutinio, oltre il quale è sufficiente la maggioranza assoluta, ovvero la metà più uno. La nuova norma invece il quorum dei due terzi per primi quattro scrutini, poi lo fa scendere ai tre quinti nei successivi quattro, e solo alla nona votazione (non più alla quarta) lo abbassa alla maggioranza assoluta dei «grandi elettori». Un incentivo alle larghe intese, ma nulla di più: Saragat fu eletto al ventunesimo scrutinio, e Leone al ventitreesimo.  

da La Repubblica

"In 10 anni formati 65mila ricercatori ma l'università ne ha assunti meno del 7%", di Marzio Bartoloni

A fare i conti sul più grande spreco di risorse umane qualificate degli ultimi anni è un’indagine promossa dalla Flc Cgil e presentata oggi alla Sapienza di Roma

Tante ore in laboratorio o in aula a fare docenza al posto del professore di cattedra tra poche garanzie e stipendi da fame. E con un’unica certezza: in nove casi su dieci le università dove hanno lavorato anche per diversi anni non li assumerà. È quanto è capitato ai 65mila ricercatori precari che tra il 2003 e il 2013 hanno lavorato nelle università italiane che poi nel 93% dei casi li ha espulsi. A fare i conti sul più grande spreco di risorse umane qualificate degli ultimi anni è un’indagine promossa dalla Flc Cgil e presentata oggi alla Sapienza di Roma.

Il grande spreco dei 65mila ricercatori
L’indagine sui percorsi di vita e di lavoro nel precariato universitario, condotta da un’equipe di ricercatori di diversi atenei italiani, è frutto di un poderoso lavoro di analisi dei dati del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca sui contratti dei ricercatori precari degli ultimi 10 anni, arricchito dalla raccolta di interviste (on line e de visu) per approfondimenti qualitativi. L’indagine mette in luce in particolare che tra il 2003 e il 2013 i contratti precari della ricerca – tra tempo determinato, assegni di ricerca, co.co.pro e post-doc – sono quasi raddoppiati, passando da 18.000 nel 2003 a 31.000 nel 2013. Una scelta, questa, fatta dai nostri atenei di fronte al continuo blocco del turn over e alla riduzione costante dei fondi a disposizione. A conti fatti in questo stesso decennio nelle Università italiane hanno lavorato con contratti precari oltre 65.000 ricercatori. Di questi più del 93% è stato espulso dal sistema universitario. Circa il 6,7% è stato invece assunto.

Il documento riassuntivo dell’indagine

Hanno 35 anni di età e accumulano in media 6 contratti
I ricercatori precari che hanno risposto alla survey hanno una età media di 35 anni, in maggioranza sono donne (57%) e nel 70% dei casi non hanno figli. Per questi ricercatori il numero medio di contratti accumulati è di 6,2. Ma ben il 10,4% ne ha avuti addirittura tra 13 e 31. Una precarietà che influisce sul lavoro visto che l’84,3% considera il proprio lavoro accademico influenzato dalla situazione contrattuale e il 43,8% avverte di non riuscire a dare continuità al proprio lavoro di ricerca. Non è quindi una sorpresa leggere che il 60% dei dottorandi intervistati considera molto o del tutto probabile la possibilità di lasciare l’Italia per lavorare all’estero in ambito accademico. Tra l’altro colpisce anche come si disperdano le competenze acquisite, visto che chi è stato espulso dall’università in un caso su tre nella sua professione non utilizza più gli skill professionali che erano stati acquisite lavorando nella ricerca.

da Il Sole 24 Ore

"Atenei sempre più precari", di Massimo Franchi

«Vogliamo stabilizzazione»

L’università italiana è, letteralmente, tenuta in piedi dai precari. I dati del Miur – del 2012, gli ultimi disponibili – danno un’idea delle dimensioni: i docenti sono oltre 52mila strutturati, ma erano 60 mila nel 2008; i docenti temporanei sono 32mila, ma erano meno della metà – 15mila – nel 2005. Nello stesso periodo c’è stato un boom degli assegni di ricerca, passati dai 10.251 del 2005 ai 20.078 del 2012. La curva è ancora più inclinata nella duplicazione dei ricercatori a tempo: erano solo 6 nel 2004, sono 2.871 nel 2012.

Ma il dato che dà l’idea di quanto il precariato sia una malattia incurabile nell’università italiana è quello che riguarda la percentuale di stabilizzazione di questo esercito di precari: solo il 6,7 per cento di loro ha avuto un posto a tempo determinato nell’arco degli ultimi dieci anni.

Se questi sono «i grandi numeri», per la prima volta qualcuno ha cercato di fare un’analisi qualitativa del precariato universitario: la Flc-Cgil ha commissionato una ricerca ad un pool di ricercatori – rigorosamente precari – coordinati da Emanuele Toscano per capire meglio chi sono e cosa si aspettano dal futuro. Il quadro che esce dai 1.861 questionari compilati è sconfortante. L’età media è di 35 anni, sono in prevalenza donne (57 per cento), quasi il 27 per cento ha figli, ma il 28 per cento non ha una casa. Il dato che più colpisce rispetto alla loro carriera universitaria è quello del numero dei contratti: in media sono 6,2, ma oltre il 10 per cento può annoverare più di 13 contratti con punte – si spera inarrivabili – di addirittura 31 contratti. Il percorso lavorativo di questi dottori è una specie di calvario, acuito dall’autonomia che ha trasformato i singoli atenei in aziende in cui bisogna far tornare i conti tagliando naturalmente sul costo del personale: si passa senza soluzione di continuità da assegni di ricerca – la forma contrattuale che va nettamente per la maggiore rappresentando quasi il 50 per cento del totale – a co.co.pro, da dottorati a posti da ricercatore a tempo determinato, mentre le cattedre sono sempre più un miraggio anche a causa di baroni inamovibili che vedono la pensione come una iattura da scansare a qualunque costo. La docenza – tenere corsi, lezioni ed esami – quindi è spesso un optional naturalmente non retribuito: lo fa l’80 per cento dei ricercatori a tempo indeterminato, oltre il 60 per cento dei ricercato a tempo determinato e – questo il dato più allarmante – quasi il 50 per cento dei precari con contratto parasubordinato. L’altra faccia della medaglia è quella della risposta con cui il 30 per cento dei precari ammette di aver «spesso» «svolto lavoro non retribuito».

Contratti dunque come roulette, quasi sempre mettendo da parte la competenza e il merito. Un intervistato su tre specifica che il contratto attuale «utilizza poco o per nulla le competenze professionali acquisite lavorando all’università». Peggio stanno comunque il 16 per cento di intervistati che non lavorano più nell’università. E le motivazioni per questo addio non sono solo strettamente di contratto – il mancato rinnovo lo è per il 55 per cento delle donne e il 53% degli uomini – visto che per circa il 40 per cento è dovuto al fatto di «non avere alcuna possibilità di crescere professionalmente» – 19,3 per cento – o «per una scelta legata all’instabilità professionale» – 18,5 per cento. Territorialmente i precari sono più presenti nelle università del Nord – 50 per cento – e negli atenei più grandi – il 54 per cento si concentra nelle università con più di 20mila studenti. Chi ha ancora un contratto non è comunque soddisfatto: il 62 per cento si definisce «poco» o «per nulla soddisfatto» della propria condizione contrattuale, mentre il 53,2 per cento non riesce a immaginare il proprio futuro professionale fra 10 anni e conseguentemente sono pronti ad irrobustire la schiera dei cervelli in fuga: ben il 60 per cento dei dottorandi «considerano molto o del tutto probabile lasciare l’Italia per lavorare all’estero in ambito accademico».

«RISPOSTE O MOBILITAZIONE»

La ricerca è stata presentata ieri mattina alla facoltà di Architettura di Roma Tre ed è stata l’occasione per la Flc Cgil di lanciare la mobilitazione sull’intero comparto scuola-università. «Ormai infatti anche nelle scuole i docenti entrato con contratti da co.co.co e le chiamate dirette delle scuole premiano il clientelismo e mai il merito», sottolineano dal sindacato. «Vogliamo rilanciare il tema della stabilizzazione del precariato che è ormai sparito dal dibattito politico – spiega il segretario generale Mimmo Pantaleo – perché in questi anni sono i precari ad aver garantito il funzionamento di scuola e università. Per questo chiediamo il ripristino del 100 per cento del turn over e una flessibilità nell’età pensionabile. Se non avremo risposte dal governo – chiude Pantaleo – in autunno lanceremo una grande mobilitazione nazionale».

da L’Unità

“È la collera che distrugge la democrazia”, di Fabio Gambaro

Le minacce che insidiano dall’interno la democrazia sono a volte più pericolose degli attacchi esterni. Per Ambrogio Lorenzetti, ciò era evidente già nel 1338, l’anno in cui dipinse a Siena il celebre affresco del “buon governo”. Lo ricorda oggi lo storico Patrick Boucheron in un libro affascinante che in Francia sta riscuotendo l’elogio unanime del pubblico e della critica: Conjurer la peur (Seuil, pagg. 288, euro 33), un denso saggio “sulla forza politica delle immagini” che parte proprio da un’originale e dettagliata analisi dell’opera con cui il pittore senese mise in guardia contro gli Effetti del buono e del cattivo governo in città e in campagna.
Secondo lo studioso francese, professore di storia medievale alla Sorbona, l’insegnamento dello straordinario affresco è ancora oggi di grandissima attualità, specie alla luce delle ultime elezioni europee e dei risultati del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Pur essendo stato dipinto quasi sette secoli fa, il lavoro visionario di Lorenzetti continua a dirci qualcosa sui rischi che corre la democrazia e sulla necessità di difenderla.
«Nell’affresco del buon governo, di solito si sottolineano le allegorie della giustizia, della pace e della concordia, se ne dà insomma una lettura rassicurante», spiega Boucheron, di cui in Italia è appena stato pubblicato Leonardo e Machiavelli (Viella, pagg. 157, euro 19), un saggio che prova a ricostruire l’incontro tra le due grandi figure del Rinascimento. «In realtà, l’opera di Lorenzetti non è per niente rassicurante. Al contrario, è inquietante, perché tradisce un sentimento d’urgenza di fronte a una minaccia sfuggente e poco identificabile. È il momento in cui il comune sta per passare sotto il controllo della signoria, sullo sfondo di una crisi finanziaria che provoca il fallimento di alcuni banchieri, spingendo il popolo a cercare la protezione di un uomo provvidenziale. L’affresco mette in guardia contro questa lenta e insidiosa sovversione delle istituzioni da parte di una realtà ancora indefinita ma estremamente minacciosa. Insomma, le analogie con il nostro presente non mancano. «La minaccia da scongiurare è quella della tirannide che prende forma all’interno della democrazia?
«All’epoca si usava questa espressione. Ma al di là delle parole, che per altro possono essere inadeguate alle realtà attuali, Lorenzetti ci dice che il peggior nemico della democrazia è la collera che erode dall’interno le istituzioni collettive. Nell’affresco, la minaccia non viene da un nemico esterno alla città, ma dal cuore stesso della società comunale, minando a poco a poco il vivere civile. È il cattivo governo che consente l’emergere del risentimento e della demagogia. La storia ci ha insegnato che certe evoluzioni silenziose e senza rotture apparenti sono estremamente pericolose. A forza di piccole rinunce, piccoli tradimenti, piccole vigliaccherie collettive, un bel giorno all’improvviso ci si rende conto che la repubblica, il bene comune, il vivere civile non esistono più. Per questo, al centro dell’affresco di Siena figura un gruppo di danzatori che “scongiurano” la paura. Rappresentano la volontà di mobilitare le energie e le passioni collettive per cercare di reagire contro chi corrompe la democrazia dall’interno»
Lorenzetti mette l’arte al servizio di un messaggio politico forte…
«Innanzitutto insiste sull’idea che la politica deve essere finalizzata al buon governo. Questo si realizza non tanto perché esercitato in nome di principi giusti e da persone virtuose, ma solo in quanto riesce concretamente a prendersi cura delle persone, producendo effetti benefici nella vita quotidiana. Contemporaneamente però Lorenzetti ci dice anche che questo ideale non è mai pienamente raggiungibile. Più si cerca di realizzarlo e più esso si allontana, forse perché alla costruzione del bene comune domandiamo sempre di più. Non a caso, nell’affresco, la donna che rappresenta la pace è melanconica e triste. Esprime la consapevolezza di chi sa che l’orizzonte della politica è anche inevitabilmente fatto di delusioni e frustrazioni. Ciò però non deve scoraggiare gli individui. Al
contrario, la lucidità deve essere uno stimolo a continuare la battaglia. Come diceva Machiavelli, per centrare il bersaglio, occorre mirare più in alto».
Una parte dell’affresco rappresenta la città in tempo di pace. Che tipo di società immagina Lorenzetti?
«La sua città è molto diversa dalla celebre Città ideale conservata ad Urbino. La sua è una città viva e animata, risultato di una molteplicità di punti di vista. Per il pittore senese, la vita in tempo di pace non è perfezione immobile e divina. Al contrario è una società dinamica di uomini reali con i loro limiti e le loro contraddizioni.
La vita civile nasce da contrasti e compromessi. E la democrazia è l’arte di organizzare le divergenze e ricomporre i conflitti. Insomma, la città di Lorenzetti è una successione di conversazioni, dove ognuno ha diritto alla parola. All’epoca, i comuni italiani avevano l’ossessione della circolazione armoniosa della parola. Per questo, i teorici dell’eloquenza civile diffidavano degli oratori popolari capaci di trasformarsi in demagoghi. Per loro, quando la parola pubblica si carica di risentimento e d’invidia è il segno che la vita politica si sta degradando. Che poi è quello che accade oggi un po’ dappertutto in Europa».
La funzione politica dell’artista è rendere visibile il pericolo che incombe sulla società?
«L’affresco di Lorenzetti mostra le conseguenze negative del cattivo governo. La creazione artistica è anticipazione, ci mette in guardia sui rischi a venire. L’artista sente il pericolo, come quei gatti che nelle miniere sentivano il grisù prima degli uomini, permettendo di evitare la tragedia. L’artista non è un profeta, ma solo qualcuno che ha una sensibilità più spiccata degli altri».
Dare un volto alle minacce e alle paure, significa conoscerle e quindi un po’ combatterle?
«Penso di sì. Quando il pericolo è indefinito e impreciso fa sempre più paura. La forza politica delle immagini è proprio questa capacità di rendere visibile ciò che ancora non lo è, mettendo il risultato a disposizione di tutti. Lorenzetti è come se dicesse ai suoi concittadini, e in fondo anche a noi: “Adesso non potrete mai più dire che non sapevate”. Che poi è la stessa intenzione all’origine del mio lavoro».
La sua concezione della storia incrocia diversi filoni di ricerca, dalla storia culturale alla storia economica, dalla storia politica alla storia dell’arte. È il vecchio sogno di una storia totale?
«In parte sì. Soprattutto però difendo l’idea di una storia inquieta e disorientata. A scuola, ci hanno sempre insegnato a orientare la storia secondo la freccia del tempo, costringendoci a pensarla come necessariamente unidirezionale. Io preferisco interessarmi ai momenti di rottura o d’involuzione, quando appunto la storia perde l’orientamento. Come ad esempio la crisi dei comuni medievali. Questa storia disorientata è di conseguenza una storia inquieta, che non è fatta per confortare le nostre certezze o le nostre identità. Non trasmette sicurezze. Al contrario, è una storia che c’interroga e suscita dubbi, ma proprio per questo è molto più interessante. Per me la storia è igiene dell’inquietudine e un esercizio di disorientamento che ci aiuta ad organizzare il nostro inevitabile pessimismo. Ci aiuta a essere lucidi, che significa guardare in faccia il baratro che si avvicina e provare a dominare le nostre paure».  

da La Repubblica

"Decreto cultura, si amplia l'art bonus", di Marzio Bartoloni

Via libera della Camera al testo – Alberghi: tax credit anche sui mobili

Senza voti contrari e senza bisogno di ricorrere alla fiducia e dopo solo due giorni di aula il decreto cultura ieri ha incassato il via libera della Camera. Che ha introdotto una serie di modifiche che vanno dall’estensione dell’art bonus all’introduzione di distretti turistici con zone a «burocrazia zero» fino alla possibilità per gli alberghi di usare il tax credit anche per l’acquisto di mobili. Novità subito accolte positivamente dal ministro Dario Franceschini: «Il Parlamento ha migliorato ed arricchito la portata delle norme del decreto».
Tra le altre new entry rispetto al testo iniziale ci sono anche la scelta ogni anno di una capitale italiana della cultura, le deroghe per assunzioni di giovani nei luoghi di cultura, la «carta del turista» con sconti e promozioni e un tax credit per la ristrutturazione delle piccole sale cinematografiche che per il 2015 e il 2016 potranno beneficiare di un credito d’imposta del 30% sui costi sostenuti per restauro e adeguamento tecnologico (il 20% ancora non sono digitalizzate). 
La modifica simbolicamente più importante riguarda però forse l’ampliamento dell’art bonus che è un po’ la bandiera di questo provvedimento: dopo l’intervento di Montecitorio il credito d’imposta del 65% sarà riconosciuto non solo alle donazione a sostegno di istituti e luoghi di cultura pubblici, ma anche a quelle a favore dei concessionari e affidatari di beni culturali pubblici (privati profit e no profit) destinate sempre a realizzare interventi di manutenzione, protezione e restauro. Un portale unico presso il Mibact raccoglierà tutte le informazioni sulle donazioni e sugli interventi realizzati e in corso d’opera. Sul fronte del «Grande progetto Pompei» sono state ridimensionate le deroghe al codice appalti ed è stata introdotta più trasparenza nelle procedure di gara, rafforzando la normativa anticorruzione e innalzando le garanzie a corredo delle offerte delle imprese (dal 2% al 5% del prezzo base del bando). Ogni anno Palazzo Chigi sceglierà poi la «Capitale italiana della cultura» e i progetti saranno finanziati dal Cipe, su proposta del Mibact, a valere sulla quota nazionale del Fondo per lo sviluppo e la coesione. Parallelamente nascerà il «Programma Italia 2019» per sostener le città italiane candidate a diventare «Capitale europea della cultura». Istituti e luoghi della cultura pubblici potranno infine assumere a tempo determinato professionisti under 40 per servizi di accoglienza e assistenza al pubblico e interventi di tutela, vigilanza, ispezione, protezione, conservazione e valorizzazione dei beni culturali. Si tratta della prima concreta applicazione della legge sulle professioni culturali appena approvata dal Parlamento (la cosidetta legge Madia).
Corpose anche le novità al testo per il turismo: oltre agli sconti sull’arredamento degli alberghi che si uniscono a quelli già previsti per le ristrutturazioni si prevede l’estensione del tax credit del 30% sulla digitalizzazione anche alle agenzie di viaggi e ai tour operator incoming (quelli cioè che portano turisti in Italia). In pista anche nuovi criteri per la classificazione degli alberghi: entro tre mesi il ministero rivedrà le classificazioni per adeguarle a quelle utilizzate all’estero premiando accessibilità ed efficienza energetica delle strutture. Un gruppo di lavoro all’Economia rivedrà poi le norme sul tax free shopping che consente ai non residenti di recuperare l’Iva pagata sugli articoli acquistati. Infine con i distretti turistici saranno favorite aggregazioni e reti d’impresa, individuando zone a «burocrazia zero» dove saranno semplificate all’osso le procedure di avvio ed esercizio delle attività imprenditoriali.

da Il Sole 24 Ore