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"Precari, Cota dà la scossa leghista", di Alessandra Ricciardi

In tempo di crisi, è un bel tesoretto, quello messo a disposizione dalla regione Piemonte: 10 milioni di euro per dare un’occupazione a chi nella scuola pubblica, causa tagli, quest’anno non avrà un contratto. Ma ne potranno beneficiare «prioritariamente» i precari regionali, ovvero gli iscritti «alle graduatorie ad esaurimento» dell’ultimo triennio. E chi è arrivato quest’anno? Niente da fare, anche se ha un punteggio più alto, deve solo sperare di essere ripescato dopo che avranno rifiutato tutti gli altri iscritti in lista. La svolta leghista arriva con l’intesa sottoscritta tra regione Piemonte, ufficio scolastico regionale e Inps, un’intesa con cui si stima che circa 600 disoccupati, tra docenti e personale Ata, possano avere un lavoro su progetti specifici, dall’apertura delle scuole di montagna al sostegno all’handicap. L’intesa, finanziata con i fondi regionali del piano per l’occupazione, attende ancora la firma finale del ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, per essere operativa nell’ambito del progetto nazionale del salvaprecari. E non è affatto scontato che il ministro dica sì.

I proponenti, in testa il governatore del Piemonte, Roberto Cota, non fanno mistero dell’intento, abbastanza leghista, di tutelare chi vive e lavora sul territorio (anche se per il momento solo in base al criterio dell’iscrizione in graduatoria e non della residenza) contro il personale che è giunto quest’anno da altre regioni, con la speranza di avere più chance di lavoro.

Magari tra un anno o due anche l’assunzione a tempo indeterminato. «Non si tratta di privilegiare gli uni rispetto agli altri», spiega Alberto Cirio, assessore all’istruzione del Pdl a cui però non difetta il credo regionalista, «ma solo di applicare la regola del buon senso, perché con risorse regionali è giusto che si pensi a difendere il lavoro di chi in questa regione ci vive e paga le tasse». Una posizione non condivisa dai sindacati, che compatti hanno rifiutato di siglare l’intesa. La motivazione? Si rischia di discriminare chi ha deciso di trasferirsi in Piemonte, nelle graduatorie permanenti o di istituto, e avrebbe i requisiti per il salvaprecari se dovesse restare senza un posto. Casi che sarebbero isolati, «una norma manifesto, proprio per questo più indigesta», è la posizione di Cgil, Cisl e Uil. Ma il dubbio che si possa legittimamente dare precedenza a chi era iscritto in graduatoria, a dispetto di chi ha un punteggio più alto ed è giunto con l’aggiornamento delle liste quest’anno, è forte anche tra i tecnici di viale Trastevere.

L’invito è ad attendere le valutazioni complessive del ministro prima di dare per chiusa la partita. Un primo sì ministeriale in verità c’è già stato, ed è quello del direttore scolastico regionale del Piemonte, Francesco de Sanctis. «Premiare la continuità didattica dovrebbe essere la priorità di tutti», è il commento di Mario Pittoni, capogruppo Lega in V commissione al senato, che da tempo si batte per graduatorie regionali.

da ItaliaOggi 20.09.11

"La crisi e le democrazie", di Jean-Paul Fitoussi

In questo momento, viviamo una lenta regressione della democrazia nei Paesi ricchi e particolarmente in Europa. Per il momento niente di essenziale è ancora in gioco perché le libertà individuali sono dappertutto garantite, ma l´ascesa degli estremismi politici, la tentazione protezionista, il riemergere dei nazionalismi europei, trovano un terreno fertile nella crescente precarizzazione della società, nel declino delle classi medie, nell´aggravamento della disoccupazione e delle disuguaglianze. Oggi va di moda dire che siamo in questa situazione perché dobbiamo confrontarci con un “trilemma” politico, ma io piuttosto parlerei di un “teorema dell´impossibilità”. I tre quesiti del trilemma riguarderebbero democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione: dovremmo rinunciare ad almeno uno perché non sono compatibili, secondo una tesi enunciata anche recentemente da Daniel Rodrik su Repubblica. Ma credo che sia un modo un po´ retorico di vedere le cose, piuttosto i tre elementi sono concatenati. Se rinunciamo alla democrazia rinunciamo alla sovranità nazionale perché non vedo come la democrazia possa esistere senza sovranità nazionale. Si dice anche che la sovranità nazionale non può essere compatibile con la globalizzazione. Invece dobbiamo superare l´immagine antica di una sovranità e di una democrazia onnipotenti e di una globalizzazione che ne limita la portata: la globalizzazione è un fenomeno che oggi esiste in un mondo popolato di Stati nazione. Piuttosto il compito di questi Stati è di proteggere le popolazioni, e proteggere la gente non significa protezionismo bensì sistemi di sicurezza e di assicurazione sociale che consentono a queste popolazioni di sopravvivere agli shock dell´economia mondiale.
Bisogna superare tutti questi schematismi e concentrarsi sul vero problema che oggi esiste, la crescita delle disuguaglianze, che rompe questa sì i parametri delle democrazie al punto che minaccia anche il suffragio universale, già oggi a rischio perché esposto alle pressioni dei ricchi che controllato i think-tank, le scuole, le università, i media. Al punto che anche se l´uguaglianza formale è rispettata ci sono classi di cittadini che hanno un´influenza sul voto molto maggiore della loro importanza numerica.
Ecco, questo è il vero problema su cui concentrarci, e il banco di prova per qualunque governo che voglia dirsi tale. La disuguaglianza è aumentata molto di più in America che in Europa, ma adesso il presidente Obama ha proposto al Congresso un piano per il lavoro da quasi 500 miliardi di dollari che, se sarà approvato, darà un forte colpo alle disuguaglianze. Invece in Europa rischiamo di scivolare indefinitamente lungo questa china per la mancanza di un governo europeo e per l´assenza di provvedimenti comuni. Abbiamo creato la moneta senza un principe: a questo punto la democrazia è incompleta e lo resterà fino a quando gli elettori francesi, tedeschi, italiani e tutti gli altri non riusciranno ad esprimere un governo europeo dotato di una vera sovranità su tutto il continente. Un governo dovrà essere in grado anche di imporre e far rispettare delle regole precise, e quanto queste regole siano indispensabili lo dice il comprovato fallimento dell´ideologia dei mercati, secondo la quale il mercati sono perfetti e non hanno bisogno di norme. Fin dal Medioevo abbiamo imparato che un mercato per funzionare ha bisogno di leggi e di una forza polizia che le faccia rispettare, e si è visto che i mercati senza regole non possono funzionare e anzi fanno solo guai. Per risolvere questo problema occorre limitare la potenza dei mercati, e l´unico modo per farlo è imporre precise regole. Questo aumenterà la potenza delle democrazie attribuendo ai popoli la scelta fra diversi modelli di sviluppo senza aspettare che siano i mercati a scegliere per essi. Se oggi un mercato non può funzionare senza legge, questa legge non potrà mai esserci senza una sovranità europea. Finché non avremo un vero governo europeo non ci sarà stabilità.

La Repubblica 20.09.11

"Se la crisi accelera", di Stefano Lepri

È faticoso far capire ai tedeschi che salvare l’euro è interesse anche loro. Per riuscirci Angela Merkel alza il tono; finita la tornata di elezioni regionali che ha ammaccato non poco la sua maggioranza – segnando un complessivo spostamento a sinistra – potrà forse impegnarsi di più. La prima cosa da mettere in chiaro è che finora dalle traversie dell’euro la Germania ha guadagnato. Il soccorso a Grecia, Irlanda e Portogallo finora non è costato nulla, perché fatto di prestiti a tassi remunerativi. Si aggiunge il vantaggio netto dell’isteria dei mercati, che mentre spingeva in su gli interessi sui titoli di Stato dei Paesi deboli, ha abbassato i rendimenti di quelli tedeschi.

Grazie a questi tassi anormalmente bassi (l’altro lato dello spread che preoccupa noi italiani) il governo di Berlino ha risparmiato 3,4 miliardi di euro in interessi quest’anno, e potenzialmente 32,8 nell’arco di sette anni, secondo i calcoli di due noti centri studi tedeschi, quelli di Halle e di Kiel. Se ci saranno futuri oneri da sopportare, da parte di tutti i Paesi membri, per salvare l’euro, la quota a carico della Germania andrà valutata anche su questo sfondo.

D’altra parte, è difficile a tutti gli europei orientarsi, quando perfino gli esperti non concordano sulla via d’uscita meno costosa. Economisti famosi fanno a gara a indicare soluzioni divergenti. Solo sui giornali di ieri l’americano Nouriel Roubini sentenziava che per la Grecia non c’è nulla di meglio che tornare alla dracma, mentre l’anglo-olandese Willem Buiter ribatteva che così si metterebbe quel Paese in ginocchio in cambio di vantaggi effimeri.

Tuttavia per l’insieme dell’area gli studi concordano: una rottura sarebbe la catastrofe peggiore, con una recessione di portata simile a quella del 2009 (sentiremo oggi che ne dice il Fmi) e un futuro più incerto. Proprio perché i primi da convincere sono i tedeschi la banca svizzera Ubs valuta il costo di una rottura dell’euro cifrandolo come spesa media a carico di ciascun cittadino della Germania: 6-8.000 euro in caso di ritorno al marco. Sarebbe molto inferiore, forse un decimo, il costo di una insolvenza dello Stato greco. È questa la soluzione di cui tutti parlano sottovoce, ma che occorre non menzionare ufficialmente non tanto per non agitare i mercati, che lo sanno benissimo, quanto per buone ragioni politiche. Che la Grecia risani il bilancio e ristrutturi la propria economia è una necessità in ogni caso; non poteva tirare avanti a lungo un Paese che, nel 2010, consumava 110 per ogni 100 che produceva all’interno. Non si può offrire una sanatoria ad Atene prima che abbia fatto tutto il necessario; né prima che sia chiaro che si tratta davvero di un «caso unico» come si è affermato negli ultimi vertici europei. L’Irlanda sta già cavandosi dai guai da sola, il Portogallo ha forse imboccato la strada buona (entrambi i Paesi dopo nuove elezioni e un cambio di governo); ma hanno bisogno di altro tempo. Occorre poi essere pronti a resistere al contraccolpo del default greco con risorse sufficienti per fermare attacchi dei mercati a Italia e Spagna; pronti, anche, a ricapitalizzare le banche europee, specie le francesi, gravate da troppi titoli di Stato greci in cassa. Sarebbe un’Europa, come dice un recentissimo rapporto dell’americana Citibank, del «chi rompe paga e i cocci sono suoi»; dove cioè i governi se sbagliano fanno bancarotta ma senza conseguenze devastanti. Occorre però che il «minimo necessario» su cui l’Europa riesce a trovare l’accordo si trovi a un livello più alto di quanto è avvenuto finora. Quanto tempo si potrà andare avanti così? Qualche mese, dicono i meno pessimisti; oppure qualche settimana. Un cambio di prospettiva in Italia certo aiuterebbe.

La Stampa 20.09.11

"Quanto ci costa il cavaliere", di Tito Boeri

Giulio Tremonti, che ha dimostrato in questi anni grande fantasia nel trovare nomi accattivanti per i nuovi balzelli che ha introdotto nel nostro sistema fiscale, forse la chiamerebbe Papi´s tax. È quella tassa aggiuntiva che paghiamo per ogni giorno in più in cui Silvio Berlusconi rimane a Palazzo Chigi.Rendendo, con la sua permanenza, il nostro Paese meno credibile agli occhi degli investitori internazionali, non in grado di onorare gli impegni di rientro del debito e volto solo a prendere tempo, a procrastinare quelle scelte difficili che comunque, prima o poi, dovremo compiere. A quanto ammonta questa tassa? Difficile stabilirlo, ma è sicuro che c´è, è reale e tutt´altro che insignificante.
Secondo Nouriel Roubini, il solo annuncio delle dimissioni di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi porterebbe a ridurre lo spread fra i btp e i bund tedeschi decennali fra i 50 e i 100 punti base, in modo permanente. Prendiamo il livello più basso di questa forchetta di valori. A regime implica risparmi della spesa per interessi sul debito di più di mezzo punto di pil. Verrebbero ottenuti gradualmente man mano che i titoli vanno a scadenza e vengono rinnovati con nuove emissioni. Circa due miliardi in meno nel primo anno, poi 3,5 nel secondo anno fino a raggiungere 8 miliardi nell´arco di 7-8 anni. Non so come Nouriel Roubini sia arrivato a questa stima, ma so che ha frequenti contatti con gestori di hedge funds, fondi pensione e fondi comuni di investimento e con loro discute scelte macroeconomiche di portafoglio, su quali Paesi investire e quanto investire. Alcuni studi hanno provato a quantificare gli effetti degli annunci degli scandali sessuali del premier sui rendimenti dei nostri titoli di stato trovando che questi hanno contribuito ad allargare lo spread in modo statisticamente significativo. Oggi che la Bce interviene massicciamente in acquisto dei nostri titoli di stato è molto più difficile identificare gli effetti dell´ultima serie di rivelazioni sulla sincerità e il senso dello stato del nostro Presidente del Consiglio. Ma ci sono studi tra l´economia e la psicologia, basati su tecniche di priming, che documentano come gli individui messi a conoscenza di particolari poco edificanti sulla vita privata dei leader politici rinuncino a comprare i titoli di stato di quei Paesi. Ed è intuitivo a tutti che non compreremmo mai un´auto usata da chi in pubblico dice una cosa e in privato ne fa un´altra. Fin che rimane a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi è, volenti o nolenti, il primo venditore dei nostri titoli di stato e non vi è dubbio che il mercato ci fa pagare un prezzo per la sua scarsa credibilità personale.
Ma il costo più elevato della presenza di Berlusconi a Palazzo Chigi è legato alla paralisi decisionale. Un governo con un leader sempre più screditato agli occhi dell´opinione pubblica non è in grado di avviare alcuna riforma strutturale, tiene il Paese attaccato alla bombola ad ossigeno offerta dalla Bce. Questa situazione è peggiore dell´instabilità politica. Perché un governo fragilissimo che tira a campare dà la certezza agli investitori che nulla, proprio nulla, verrà fatto fino alla fine della legislatura per portare il Paese su di un sentiero di crescita. Mentre un´instabilità politica che sia preludio di nuovi equilibri più solidi e duraturi offre almeno la speranza di un qualche cambiamento in tempi più ravvicinati. Non è casuale che la Spagna sia oggi ritenuta più credibile dell´Italia, penalizzata da uno spread inferiore al nostro, nonostante vada ad elezioni politiche a novembre. Un leader con senso dello Stato come Zapatero ha capito che in tempi così difficili è meglio lasciar governare prima possibile chi gode del consenso della maggioranza nel Paese anche se magari non ancora in Parlamento. È una questione anche di durata dei governi. La crisi del nostro Paese può essere affrontata solo con riforme che avranno effetti nel corso del tempo, in genere non prima di due-tre anni. Il nostro governo ragiona già come se si andasse alle elezioni nel 2012, i suoi angusti orizzonti sono al massimo di sei mesi. Ce lo dicono più che le esternazioni di Bossi il fatto che la manovra è stata fin dall´inizio concepita come ultraleggera nel 2012 e solo dopo le insistenze della Bce sono state introdotte misure di riduzione del disavanzo anche nel prossimo anno. Non senza prima assicurarsi un cospicuo rifinanziamento del Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica (Ispe), il bancomat a disposizione del Ministro dell´Economia, proprio per quest´anno elettorale che sta per aprirsi. Paradossalmente siamo già in campagna elettorale pur avendo un governo che potrebbe alla fine restare in carica per un altro anno e mezzo. Senza un piano per uscire dalla crisi, con la certezza che la manovra appena varata è fortemente recessiva (ce lo confermerà nei prossimi giorni il Fondo Monetario Internazionale) e che, dunque, sarà necessario un nuovo intervento. Il nostro esecutivo è in attesa solo di tempi migliori e di un salvataggio dell´Europa che, in queste condizioni, non verranno mai.

La Repubblica 20.09.11

Bersani: “Bossi illude i suoi e resta con il miliardario”

Il leader della Lega inneggia alla secessione per tentare di tenere a bada una base in fibrillazione, delusa da un federalismo di facciata proposto da questo governo. Bindi: “Un ministro non può dileggiare la Costituzione”. Dopo 15 anni, il leader della Lega, nonché ministro della Repubblica italiana, Umberto Bossi propone ancora ai militanti del Carroccio riuniti a Venezia alla Festa dei Popoli padani, di combattere per rendere la Padania libera ed autonoma dal resto dell’Italia che la sfrutta e non produce ricchezza. Tutto questo, “se non basta la via democratica di un eventuale referendum per la libertà, un tentativo democratico si può anche percorrere”, ammette Bossi.

Ma il grido:”secessione, secessione”, appare alle opposizioni di governo una sorta di ‘equilibrismo’ della Lega per tentare di tenere a bada una base in fibrillazione, delusa da un federalismo di facciata proposto da questo governo.

“Bossi – ha commentato il Segretario del PD Pier Luigi Bersani – fa sognare il popolo leghista, mette davanti il sogno per non dire ben chiaro che continua a stare con il miliardario. Vorrà dire che la farà con Berlusconi la secessione – ha aggiunto sarcastico Bersani, obiettando – la gente non può mangiare con le favole, adesso abbiamo dei problemi seri e la Lega deve prendersi le sue responsabilità e rispondere di quello che sta facendo al governo”.

“Questo governo non esiste più – ha osservato Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato – ormai è un’accozzaglia politica, con Bossi che ricattando il Pdl, torna a invocare la secessione del Nord per paura di perdere i propri elettori. Peraltro – ha sottolineato Finocchiaro – l’evocazione della secessione rende Umberto Bossi incompatibile con il ruolo di ministro”.

Anche Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea nazionale del Pd ha parlato di “una Lega imbarazzata, indignata al Nord e rassegnata a Roma, che torna alla secessione per nascondere il fallimento completo del governo”.

La Presidente dell’Assemblea democratica Rosy Bindi ha stigmatizzato il silenzio del Pdl alle ‘uscite bossiane’. “Un sistema intollerabile di ricatti politici incrociati continua a paralizzare l’esecutivo. Non si spiega altrimenti – ha notato Bindi – il silenzio del presidente del Consiglio sulle gravissime affermazioni di Bossi a Venezia. Un ministro della Repubblica non può impunemente permettersi di incitare alla secessione e dileggiare la Costituzione”. La Presidente ha poi definito l’invocazione della Padania “una pura finzione, l’ennesimo inganno per spostare l’attenzione dai fallimenti del governo. Anziché parlare degli aumenti dell’Iva, del disastro nella scuola e nella sanità, del saccheggio delle risorse agli enti locali, delle difficoltà delle imprese e delle famiglie, Bossi si nasconde dietro la logora bandiera del federalismo a cui non crede nessuno. Il Paese non merita questi ministri e questo governo. C’è bisogno al più presto di ritrovare speranza e futuro”.

Sulla stessa linea le osservazioni di altri dirigenti del PD su un leader del Carroccio che “tuona a Venezia ma subisce a Roma e ricerca un equilibrismo impossibile”.

“Bossi cerca solo di nascondere ai suoi elettori di far parte del governo Berlusconi per uscire indenne dall’imminente crollo. E’ un equilibrismo impossibile – ha detto Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del PD – visto che tutti sanno come Bossi e la Lega abbiano votato tutti, ma proprio tutti, i provvedimenti voluti dal presidente del Consiglio: dalle leggi ad personam, agli scudi per gli evasori fino ai tagli contenuti nella manovra che hanno ucciso il federalismo, la ragion d’essere dello stesso leghismo”.

Ha chiarito Cesare Damiano, capogruppo PD in Commissione Lavoro: “Bossi si prepara alle elezioni mentre continua a fingere di aver protetto gli operai del Nord, in realtà, con il voto della Lega: non bastano più 40anni di contributi per andare in pensione ai lavoratori, per lo più concentrati al Nord, che hanno cominciato a lavorare a 15 anni. Non solo alle lavoratrici del pubblico impiego ma anche alle operaie, il governo ha regalato un prossimo innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni. Dulcis in fundo, con la complicità della Lega, con l’ultima manovra gli accordi aziendali potranno prevedere il licenziamento”.

Ha definito ironicamente Umberto Bossi “un anziano collezionista di vecchi cimeli”, il senatore del Partito Democratico Ignazio Marino. “La secessione, le baionette, la Padania: tutte anticaglie da rispolverare due o tre volte l’anno per i comizi su qualche palco del Nord Italia. La Lega si ostina a presentarsi come un partito di opposizione ma da più di mille giorni fa parte di questo esecutivo con il quale ha impedito l’abolizione delle Provincie, ha negato la riduzione delle auto blu, ed ha votato per proteggere Silvio Berlusconi dalle accuse di sfruttamento della prostituzione minorile. La Lega invoca la secessione – ha concluso Marino – ma fino ad ora ha dimostrato di non avere il coraggio di andare oltre le parole: si manterrà fino al 2013 ben salda alle stesse poltrone dei palazzi contro cui afferma di voler marciare”.

Mentre Stefano Fassina, il responsabile Economia e Lavoro del PD, dati alla mano ha commentato l’incoerenza della Lega, che ormai va avanti solo per slogan, evidenziando come “grazie all ‘accoppiata Bossi-Sacconi, con l’art 8 contenuto nella manovra economica approvata dal governo, si colpiscano pesantemente proprio i milioni di operai e di lavoratori del Nord. Il federalismo ottenuto dalla Lega sta portando ovunque meno servizi e più tasse, sia per le famiglie che per le imprese. Lo stipendio diverso regione per regione c’è già, c’è da sempre: nel Mezzogiorno le retribuzioni sono circa il 30% più basse che nel Nord. I contratti territoriali definiti al di fuori della cornice dei contratti nazionali – ha detto Fassina – determinano la concorrenza al ribasso sulle condizioni di lavoro e sulle retribuzioni tra lavoratori di diversi territori”.

La verità è che la confusione sotto il cielo della maggioranza non è mai stata così grande e il Paese è ormai guidato da una compagine che non esiste più. In un contesto economico-finanziario così complicato l’Italia non può permettersi di essere guidata da leader così logori. “Per il bene del Paese Berlusconi e Bossi si arrendano all’evidenza e facciano un passo indietro – ha concluso Antonio Misiani, deputato e Tesoriere del Partito Democratico – è l’atto di generosità più grande che possano fare nei confronti degli italiani che vogliono tornare ad essere orgogliosi del loro Paese”.

Anto.Pro.

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Geologi denunciano: il 57% degli edifici scolastici è insicuro, 9 su 10 in Sicilia. Nove milioni di persone a rischio incolumità

Edilizia scolastica poco sicura in tutta Italia con la maggior parte delle scuole, circa il 46%, costruite tra il ’65 e il ’90 e 9 milioni di persone, tra docenti, personale amministrativo e alunni, a rischio quotidiano di incolumita’. A pochi giorni dall’avvio del nuovo anno scolastico, sono questi alcuni dei dati poco rassicuranti snocciolati da Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi. “Su oltre 50 mila scuole presenti in Italia -ha affermato Graziano – il 95% degli edifici scolastici e’ stato costruito, secondo dati del ministero dell’Istruzione, tra il 1900 e il 1990 e, in particolare, il 46% di questi e’ stato realizzato tra il 1965 e il 1990. Cio’ evince una totale carenza di sicurezza in merito agli attuali standard normativi sul rischio sismico, primi tra tutti i dettami delle nuove norme tecniche sulle costruzioni del 2008 e le varie circolari ministeriali successive”. Graziano ha poi menzionato la mancanza di certificazione di moltissimi istituti scolastici per quanto concerne l’agibilita’ statica e la loro collocazione in aree a forte rischio sismico: “Il 57% delle nostre scuole non possiede il certificato di idoneita’ statica, cioe’ quel documento che certifica la buona salute dei pilastri, delle travi e di tutte le parti strutturali di un edificio, e il 34% delle stesse e’ ubicato in aree sismiche”. Gli fa eco Emanuele Doria, presidente dei geologi di Sicilia, il quale sottolinea come “l’11% degli edifici scolastici nazionali sono rappresentati da manufatti nati originariamente con altre destinazioni d’uso e oggi piu’ che mai, vedi le nuove norme tecniche sulle costruzioni, conosciamo l’importanza di dare il valore idoneo di classe d’uso agli edifici da progettare. In Sicilia, il 90% degli edifici pubblici verificati non hanno superato i test antisismici, la nostra classe politica ha il dovere di fare qualcosa per garantire maggiore sicurezza alle nostre scuole e a quanti le vivono nel quotidiano”. Auspicato l’avvio di studi di microzonazione sismica a livello comunale, perche’ “si istituisca un fondo aggiuntivo al contributo nazionale per l’effettuazione di studi di microzonazione sismica, a favore della sicurezza degli edifici nelle zone a rischio sismico, come gia’ fatto da molte regioni”.

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