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"Scuole a rischio crolli. Il 57% non ha neppure il certificato di staticità", di Mariagrazia Gerina

Sono vecchie. Quasi tutte costruite prima del 1990. E, in questi anni, nessuno si è preoccupato del loro stato di salute. Eppure, più della metà delle scuole italiane non ha neppure il «certificato di idoneità statica », che poi – spiega il presidente del Consiglio nazionale dei geologi, Gian Vito Graziano – è «quel documento che certifica la buona salute dei pilastri, delle travi e di tutte le parti strutturali dell’edificio». Ebbene, il 57% degli edifici scolastici ne è sprovvisto, avvertono i geologi italiani. Tocca a loro, a pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, lanciare l’allarme sullo stato fisico della scuola pubblica italiana. Non usano giri di parole i geologi italiani. Ogni giorno – avvertono – nove milioni di persone, tra studenti, insegnanti e personale amministrativo rischiano la pelle tra le aule scolastiche. Tanto più che tra quegli edifici senza alcun pezzo di carta che ne documenti lo stato di salute un buon 34% si trova in aree sismiche. Eil presidente del Consiglio nazionale dei geologi parla esplicitamente di «totale carenza di sicurezza rispetto agli attuali standard normativi sul rischio sismico». Secondo i dati forniti dallo stesso ministero – ricorda infatti il professor Vito Graziano -, la quasi totalità, ovvero il 95% delle cinquantamila scuole italiane, è stato costruito tra il 1900 e il 1990. Più della metà, risale a prima del ‘65, mentre il46%è stato costruito tra il ‘65 e il ‘90. Nell’11% dei casi si tratta di edifici pubblici, costruiti in origine per un diverso uso. E quando vengono sottoposti a verifica difficilmente superano l’esame. In Sicilia, la situazione è particolarmente allarmante, visto che il90%degli edifici pubblici verificati non hanno superato il test antisismico, come ricorda il presidente dei geologi siciliani, Emanuele Doria, che avverte: «La classe politica deve fare qualcosa». Al ministero dell’Istruzione lo sanno benissimo. Tre anni fa, quando l’ennesimo crollo nel liceo Darwin di Rivoli, costato la vita al giovane Vito Scafidi, diede avvio alla cosiddette anagrafe dell’edilizia scolastica: 1329 edifici scolastici a rischio nel Lazio, 1.258 in Sicilia, 1025 in Lombardia, 1.061 in Veneto, recitano gli elenchi provvisori trasmessi a settembre 2009ai sindacati e mai ufficializzati. Sono cifre che imporrebbero un piano di intervento a tappe forzate. E finanziamenti adeguati. Forse per questo viale Trastevere preferisce non divulgarle. Nonostante l’obiettivo fosse terminare il censimento del rischio entro il 5 agosto 2009. All’indomani della tragedia di Rivoli – ricorda la Flc Cgil nel dossier sull’avvio dell’anno scolastico – il capo della Protezione civile stimò che per far fronte all’emergenza edilizia scolastica sarebbero serviti circa 13miliardi. Mentre mettendo insieme tutti i finanziamenti erogati dal ‘96 ad oggi si sfiorano appena i 3 miliardi. Compresi quei 358 milioni provenienti dai fondi Fas, sbloccati dal Cipe a maggio 2010. Che sono poi gli ultimi stanziamenti per l’edilizia scolastica. Non solo il governo non ha più rifinanziato la legge nazionale 23 del ‘96.Maha anche legato le mani agli enti locali. «Nelle casse ci sono 4 miliardi che potrebbero essere spesi subito per mettere in sicurezza le scuole italiane», denuncia la responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi: «Per questo avevamo chiesto al governo di sottrarre almeno questo capitolo di spesa dal Patto di stabilità». Niente da fare. Restano solo quei 358 milioni «oltretutto destinati a una serie di interventi, tutti decisi a Roma senza passare per la conferenza delle regioni», denuncia la responsabile scuola del Pd, che su questo fronte prima dell’estate ha chiesto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta.

L’Unità 20.09.11

"Un carroccio contro i lavoratori", di Cesare Damiano

Altro che “sindacato del Nord”. Nell’ignobile farsa messa in scena dal governo Berlusconi con le due manovre d’estate, la Lega ha giocato un ruolo da protagonista. E, nonostante le dichiarazioni, a pagare il conto più salato sono proprio i lavoratori, quelli che gli uomini del Carroccio proclamano di voler difendere. Clamoroso è il caso previdenza. Più volte in questi mesi, con fare bellicoso, Bossi ha scandito che “le pensioni non si toccano”. Posizione comprensibile dal momento che gli assegni di anzianità – contro i quali periodicamente si concentrano gli attacchi del centrodestra – interessano i “lavoratori precoci”, quelli che hanno fatto il loro ingresso in fabbrica o in officina prima dei diciotto anni. Un fenomeno presente quasi esclusivamente nelle regioni del Nord, dove fra gli operai e i pensionati la Lega si è costruita un proprio bacino elettorale.
Nonostante i proclami, però, le cose sono andate in tutt’altra direzione e il risultato, per le lavoratrici e i lavoratori, è stato disastroso. Senza che la Lega trovasse la forza di far seguire alle promesse azioni concrete.
I fatti sono inconfutabili. In un anno, con la complicità del ministro Sacconi (un altro che ha sempre giurato che le pensioni non sarebbero state toccate), il governo ha cambiato tutto o quasi. Prima – per decreto – ha introdotto l’innalzamento generalizzato dell’età pensionabile attraverso l’aggancio alla speranza di vita. Poi, ha alzato l’asticella (da 60 a 65 anni) per le dipendenti della pubblica amministrazione, utilizzando ad arte una direttiva europea che non richiedeva i 65 anni, ma la parità fra uomini e donne. Subito dopo, nonostante il solenne impegno a non coinvolgere le lavoratrici del settore privato, ha deciso di applicare anche a loro, attraverso un allineamento progressivo (di manovra in manovra sempre più ravvicinato nel tempo), le disposizioni introdotte per il pubblico impiego. Nel frattempo, per non far torto a nessuno, con l’introduzione di
una nuova “finestra fissa”, ha allontanato – da subito – di un anno il pensionamento per tutti (18 mesi per i lavoratori autonomi), compresi coloro che hanno maturato i 40 anni di contributi: i lavoratori precoci di cui parlavamo in precedenza. Gli stessi che in uno degli ultimi vertici di Arcore, nonostante Bossi, il centrodestra aveva in un primo momento deciso di punire eliminando dal computo dei 40 anni necessari per accedere alla pensione il periodo del servizio militare e quello (volontariamente riscattato) degli studi universitari. Nei fatti un ulteriore aumento da uno a sei anni (e più) dell’età pensionabile. Una norma che il centrodestra è stato costretto a cancellare precipitosamente non in base a un autonomo ripensamento, ma sotto la spinta della montante protesta popolare, della nostra opposizione e di quella dei sindacati. Tutto ciò senza contare il
tentativo d’assalto alle pensioni di reversibilità messo in atto in prima persona da Roberto Calderoli, ministro (leghista) per la Semplificazione. Un attacco a vedove e vedovi, persone in maggioranza a basso reddito. Una proposta per il momento accantonata che, per il “sindacato del Nord”, sarebbe stata una vera e propria debacle.
A rendere il bilancio più pesante, per un partito che si proclama difensore dei lavoratori sul territorio, c’è poi l’articolo 8 della manovra, quello che consente alla contrattazione aziendale di derogare leggi e contratti fino a permettere la libertà di licenziamento. Di fatto uno svuotamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Per operai e impiegati delle imprese private, concentrati soprattutto nel centro-nord, un altro colpo micidiale, specie in un momento tanto difficile per l’occupazione. Per risanare i conti non serve tentare di far cassa con le
pensioni né tantomeno ridurre i diritti. Sfatiamo questo luogo comune liberista secondo il quale attaccare lo Stato sociale sia il massimo della modernità: si tratta semplicemente di una politica di destra, direi persino reazionaria. Occorrono politiche di sviluppo, tagli agli sprechi e, finalmente, un occhio anche a patrimoni, rendite e speculazione internazionale. L’età pensionabile, per effetto delle riforme dell’ultimo governo Prodi, sta aumentando. Già nel 2013 l’età minima per uscire dal lavoro sarà di 61 o 62 anni. La rappresentazione di un sistema previdenziale statico, da aggredire con interventi traumatici, è fuori della realtà. Se lo si vuol riformare si stabilisca il principio dell’uscita flessibile verso la pensione, in una età compresa tra i 62 e i 70 anni, a scelta del lavoratore. Ma a questo governo non importa nulla delle vere riforme.

L’Unità 20.09.11

Governo sfiduciato. S&P declassa l'Italia

Il rating del debito pubblico passa da A+ ad A. Berlusconi incolpa i media (!) ma per S&P il governo italiano non è pronto ad affrontare questioni chiave per la crescita economica. Fassina: “Oltre al danno la beffa: dopo aver approvato una scia di manovre pesantissime ed inique, i conti non tornano perché l’economia va in recessione”. Questo governo è arrivato al capolinea e la sua credibilità per i mercati internazionali è definitivamente finita. Questa è la sintesi del declassamento del rating sul debito italiano realizzato dall’agenzia Standard and Poor’s che ha ha abbassato il Belpaese da A+ ad A. Ma i guai non sembra finiti in quanto dato l’outlook negativo per l’Italia in futuro potranno esserci ulteriori tagli e declassamenti.

In un comunicato S&P spiega come la prospettiva di crescita italiana è indebolita e che “probabilmente limiterà l’efficacia del programma di consolidamento del bilancio in Italia. La fragile coalizione di governo e le differenze politiche all’interno del Parlamento continueranno probabilmente a limitare la capacità dell’esecutivo di rispondere con decisione a un contesto macro-economico interno ed esterno difficile”.

Per Standard and Poor’s gli obiettivi di bilancio fissati nella manovra del governo italiano sono “difficili da raggiungere. Le autorità italiane rimangono riluttanti ad affrontare le questioni chiave, come gli ostacoli strutturali alla crescita, il basso tasso di partecipazione al lavoro e mercati dei servizi e del lavoro troppo strettamente regolati”.

Paradossale la reazione dello sfiduciato Berlusconi che, come al solito, ha riacceso la macchina del fango dando la colpa ai media. “Le valutazioni di Standard and Poor’s – si legge in una nota di Palazzo Chigi – sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche”. Anche questa volta resta il dubbio circa quali quotidiani Berlusconi faccia riferimento. Forse Libero e il Giornale?

Per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria nazionale del PD, “i limiti delle valutazioni delle agenzie di rating sono noti, tuttavia l’analisi che ha indotto Standard&Poor’s ad abbassare il merito di credito del debito italiano e a prospettare uno scenario di ulteriore declassamento sono in larga misura condivisibili. Dall’inizio della legislatura, noi ripetiamo che sono necessarie riforme, politica industriale, investimenti per sostenere il Pil al fine di rendere credibile la discesa del debito pubblico”.

“Il governo Berlusconi, invece – prosegue Fassina – ha navigato a vista secondo il consolidato spartito populista. Il Ministro dell’Economia ha continuato a mettere pezze a colori sulla finanza pubblica. Così, oltre al danno la beffa: dopo aver approvato una scia di manovre pesantissime ed inique che sulla carta dovrebbero portare non solo al pareggio di bilancio, ma ad un avanzo nel 2013, i conti non tornano perché l’economia va in recessione. Per uscire dalla spirale distruttiva nella quale si trova il Paese è necessaria, prima di tutto, la sostituzione del governo Berlusconi con un esecutivo credibile, affidabile, autorevole, ad ampia base parlamentare. A tale esecutivo va affidato il compito di riaprire la stagione delle riforme, della politica industriale, degli investimenti per sostenere la crescita. Non servono ulteriori manovre di finanza pubblica. Serve, invece, correggere l’iniquità delle manovre estive al fine di minimizzarne l’impatto depressivo. Un esecutivo credibile, affidabile ed autorevole serve, inoltre, ad esercitare pressione politica su Germania e Francia al fine di dare all’area euro gli strumenti di governance per invertire la rotta della cieca austerità. La permanenza di Berlusconi a Palazzo Chigi – conclude Fassina – porta solo l’Italia a fondo”.

“Non hanno vergogna e neppure un briciolo di responsabilità verso lo Stato questi signori della destra. Questa notte le agenzie di rating hanno declassato l’Italia perché sostengono che il Governo non ha credibilità né capacità di affrontare la crisi”, così Antonio Misiani, tesoriere del PD. “E’ la stessa cosa che sostiene la Confindustria. Di fatto è anche la stessa tesi del documento sottoscritto qualche tempo or sono da tutte le forze sociali. E qual è la reazione di palazzo Chigi? Sarebbe tutta colpa della stampa. Pur di restare al suo posto, Berlusconi e i suoi collaboratori sono disposti a far pagare al paese un prezzo insostenibile. Sulle loro spalle ormai pesa una responsabilità tremenda, la colpa di portare l’Italia verso una crisi epocale, che si scaricherà violentemente sui più deboli, ma che coinvolgerà tutti”.

Per Vincenzo Vita, componente Pd nella commissione di Vigilanza Rai, “secondo Berlusconi le agenzie di rating si sarebbero fatte influenzare dalla stampa. Considerando che Mediaset, più la maggior parte dei Tg della Rai, a cominciare dal Tg1 di Minzolini, più la Mondadori, il Giornale, Libero, il Foglio e il Tempo sostengono a spada tratta il governo, il presidente del Consiglio dovrebbe fare i conti con se stesso: o hanno ragione le agenzie di rating e quindi l’Italia sta andando a fondo per colpa del suo governo, oppure dovrebbe chiarirsi innanzitutto con i direttori a lui più vicini. Evidentemente tutto questo è drammatico e grottesco insieme. Quando un regime arriva ad attaccare l’informazione, persino quella più benevola o che controlla direttamente, è sicuramente alla fine dei suoi giorni”.

Per Francesco Boccia, coordinatore economico Commissioni parlamentari “incapaci di governare stanno trascinando il paese nel baratro con la loro insipienza. Le giustificazioni portate da palazzo Chigi che definiscono valutazioni politiche giornalistiche le analisi dei mercati sono inaccettabili e irresponsabili”.

“Quando ogni giorno si chiedono soldi in prestito è inevitabile – afferma Boccia – che siano altri a valutare il grado di solvibilità, non si può mettere ai voti la matematica. Quando dicevamo che la manovra non sarebbe servita a nulla perché incapace di modificare l’andamento strutturale del paese ci siamo sentiti rispondere che sbagliavamo”.

“E’ stata introdotta la patrimoniale? No. e’ stata fatta la lotta all’evasione? No. E’ stata fatta la riforma fiscale? No. Sono state fatte le liberalizzazioni? No. L’elenco delle cose non fatte sarebbe lunghissimo ma purtroppo il tempo per il paese è scaduto, come ha denunciato preoccupata anche Confindustria. Berlusconi è il problema e deve fare un passo indietro”.
“Se non lo fa, lo faccia Tremonti – se ha ancora un minimo di decoro istituzionale – per aprire una crisi di governo che possa approdare almeno ad un governo di salvezza nazionale. Noi – conclude Boccia – non vogliamo regolamenti i conti, l’unica nostra preoccupazione è salvare il paese e gli italiani”.

www.partitodemocratico.it

"Il pareggio di bilancio nella costituzione", di Alessandro Pace

La nostra Costituzione, nell´affermare, all´art. 81, il principio dell´annualità dei bilanci e dei consuntivi approvati dalle Camere, dispone che con «la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese». La Consulta, nell´interpretazione di questa norma, pur negando che essa costituzionalizzi il principio del pareggio di bilancio, ha ripetutamente sottolineato che la norma in questione esprime il principio del tendenziale equilibrio finanziario dei bilanci dello Stato, tanto su base annuale quanto su base pluriennale. Il che significa che, mentre l´obbligo di “copertura” va osservato nei confronti delle spese che incidono sopra un esercizio in corso, lo stesso rigore non sarebbe richiesto – per la Corte – per gli esercizi futuri.
Di qui la rilevanza del suggerimento della Bce, rivolto ai paesi dell´Unione europea, di inserire nelle rispettive Costituzioni il principio del pareggio di bilancio: suggerimento che il Governo Berlusconi ha fatto proprio nella riunione dell´8 settembre mediante l´approvazione di uno schema di disegno di legge costituzionale nel quale, pur proclamandosi che «il bilancio rispetta l´equilibrio delle entrate e delle spese», giustamente si prevedono delle deroghe – sulla falsariga del progetto approvato dalla Commissione D´Alema (art. 103) e del progetto di revisione costituzionale approvato in Spagna da Camera e Senato lo stesso giorno – nelle «fasi avverse del ciclo economico» ovvero ricorrendo «uno stato di necessità» non sostenibile «con le ordinarie decisioni di bilancio». Stato di necessità che deve essere «dichiarato dalle Camere in ragione di eventi eccezionali, con voto espresso a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti».
Ma se il principio del pareggio di bilancio non può non implicare deroghe in considerazione di eventi eccezionali e se esso si esprime, nello schema di disegno di legge costituzionale, con le semplici parole che «il bilancio rispetta l´equilibrio delle entrate e delle spese», vien fatto di chiedersi se tale principio non sia già di per sé desumibile dall´attuale art. 81, senza alcuna forzatura lessicale ma con un´interpretazione adeguata alla gravità dell´attuale situazione finanziaria. D´altra parte, se è vero che le scelte di bilancio sono decisioni fondamentali di politica economica che, in ragione di tale loro natura sono costituzionalmente riservate alla determinazione del Governo e all´approvazione del Parlamento, è altrettanto vero che esse sono pur sempre scelte “discrezionali” e non “libere nel fine” (il che contrasterebbe con il secondo comma dell´art. 1 della Costituzione). E quindi tali scelte, proprio perché discrezionali, non dovrebbero considerarsi sottratte in linea di principio al sindacato di ragionevolezza e di proporzionalità spettante al giudice delle leggi.
Il che sarebbe di grandissima importanza sotto un altro aspetto, in un mondo che ormai vive, nel bene e nel male, sulla “comunicazione”. Se infatti una siffatta “svolta” giurisprudenziale venisse in un qualche modo autorevolmente anticipata nei mass media (si pensi alle interviste, in tal senso, del Presidente della Corte costituzionale Francesco Saja, alla fine degli anni ‘80), essa comunque costituirebbe, per i mercati finanziari e per le autorità europee, un segnale ben più forte e determinato dell´annuncio di una qualsivoglia futura modifica costituzionale, che in ogni caso non potrebbe essere definitivamente approvata che tra svariati mesi, e sempre che le Camere non vengano sciolte prima.
Ciò tuttavia non significa che la modifica costituzionale dell´art. 81 non sia opportuna, anche se andrebbero comunque meditate le perplessità sollevate in sede Astrid (si allude al pareggio del bilancio di competenza, di cassa o di competenza economica? al pareggio del bilancio preventivo o del bilancio consuntivo?). E l´opportunità deriva da ciò, che nel proclamare il principio del pareggio, il nuovo art. 81 ne circoscriverebbe le possibili deroghe.
Ma c´è di più: la modifica costituzionale sarebbe necessaria sotto un altro ben preciso aspetto. È infatti di tutta evidenza che se nel “nuovo” art. 81 non viene introdotta alcuna specificazione con riferimento alla giustiziabilità costituzionale delle leggi che violano il dovere di pareggio, alla Corte costituzionale le relative questioni di costituzionalità verrebbero anche in futuro sottoposte dalla Corte dei conti con grande ritardo in sede di controllo di provvedimenti di spesa attuativi di leggi contrastanti con l´art. 81 Cost. o in sede di giudizio di parificazione del bilancio. Di qui il suggerimento, già presente in dottrina, di riconoscere in Costituzione alla Corte dei conti il potere di sollevare in via diretta, davanti alla Consulta, le questioni di legittimità costituzionale in materia di spesa pubblica.

La Repubblica 20.09.11

"Il prezzo alto della decadenza", di Isabella Bufacchi

Il declassamento inferto da Standard & Poor’s sul rating italiano, abbassato a sorpresa di un gradino ieri notte dalla “A+” alla “A” con prospettive rimaste negative, avrà ripercussioni gravi per il rischio-Italia. Innanzitutto per le motivazioni alla base di questa retrocessione, che esprime un giudizio severissimo sul degrado e sul declino della vita politica ed economica del paese, i due cardini che dovrebbero sorreggere l’affidabilità creditizia sovrana, la capacità di uno Stato di ripagare i propri debiti. E che in Italia sono venuti a mancare.

S&P’s ha declassato la Republic of Italy perché la crescita, già fiacca, si è indebolita ulteriormente e le prospettive della ripresa economica sono peggiorate anche a causa di un governo incapace di governare e di una classe politica incapace di rispondere alle sfide della globalizzazione. L’incertezza dello scenario politico è alla base di questo declassamento, perchè spetta al Governo e al Parlamento iniettare nel sistema non tanto spesa pubblica ma fiducia nel futuro per far ripartire l’economia.

Per far questo servono riforme strutturali che le agenzie di rating invocano, invano, da anni, di retrocessione in retrocessione. Il fatto politico ha inciso fortemente su questo giudizio negativo e il prezzo che l’Italia dovrà pagare per l’inadeguatezza del Governo sarà alto. Sì perchè questa retrocessione si farà sentire questa mattina sul differenziale del rendimento tra i titoli di Stato italiano e quelli tedeschi. Il sorvegliato speciale da qualche settimana è infatti l’ampliamento dello spread tra i BTp decennali e i Bund, che già ieri era risalito sopra quota 380 punti nonostante gli acquisti della Bce si fossero assestati su una media superiore ai 10 miliardi settimanali. Il Securities markets programme ha superato la soglia dei 150 miliardi: ma questo non ha impedito al BTp di tornare a rendere il 5,60 per cento.

E mentre il mercato scontava già stancamente nei prezzi e nei rendimenti il declassamento imminente di un gradino (o anche due) da parte di Moody’s, che si sarebbe dovuta allineare al rating più basso di Standard & Poor’s, è stata quest’ultima ad annunciare una retrocessione inaspettata: l’outlook negativo che gravava sulla “A+” dallo scorso maggio aveva fatto sperare il mercato – e fors’anche il Governo – in tempi lunghi, quelli tradizionali compresi tra 12 e 24 mesi. Ma di questi tempi tutti gli schemi stanno saltando. E nonostante l’outlook di lungo respiro, saltando a piedi pari il negative credit watch, S&P’s ha deciso di declassare l’Italia perchè una crescita inesistente e in ulteriore calo abbinata a una crescente incertezza politica, a una manovra restrittiva e costi di raccolta in salita peggiorano le prospettive della dinamica di un debito/Pil già al 120 per cento. L’intervento della Bce sul secondario è un’arma potentissima e oggi gli acquisti della banca centrale saranno fondamentali per evitare che lo spread schizzi nuovamente sopra i 400 punti, mantenendo il rendimento del BTp decennale sotto la soglia psicologica del 6 per cento. Ma l’arma della Bce è spuntata perchè a termine: i mercati sono ossessionati dal dopo-Bce.

L’Italia dovrà rimborsare l’anno prossimo poco meno di 200 miliardi di titoli di Stato a medio-termine in scadenza, la cifra più elevata in Eurolandia contro i 160 circa della Germania e i 115 della Francia. Il modo in cui la portentosa Bce lascerà il campo a un inedito Efsf sarà decisivo: questo passaggio di testimone dovrebbe tranquillizzare e non esaperare some ora gli asta-ansiogeni. La Bce potrebbe allora annunciare il quantitative easing, suggeriscono i BTp traders, seguire l’esempio della Federal Reserve e della Bank of England. Il bilancio della Banca centrale europea è poco più che raddoppiato dall’inizio della crisi a oggi: era di 1.200 miliardi nel luglio 2007, è arrivato a 2000. Quello della Fed e della BoE è triplicato nellla crisi: la Bce potrebbe acquistare titoli di Stato dell’eurozona per altri 1.600 miliardi, arrivando a quota 3.600 ipotizzano i sostenitori del QE. Un solo sentore che l’Eurotower sarebbe disposta a tanto potrebbe rasserenare spread e rendimenti nell’eurozona periferica.

Il Sole 24 Ore 20.09.11

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S&P declassa l’Italia: governo troppo debole. Il premier: tutta colpa dei giornali

L’agenzia di rating Usa, Standard and Poor’s ha declassato il debito sovrano a breve e a lungo termine dell’Italia portandolo a «A» da «A+» e a «A-1» dal precedente «A-1+». L’Outlook è negativo. Il declassamento, spiega S&P in un comunicato «riflette la nostra visione di prospettive di crescita indebolita» per il Paese. Inoltre, spiega l’agenzia di rating «la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all’interno del Parlamento continueranno probabilmente a limitare l’abilità dell’esecutivo a rispondere con decisione a un contesto macro-economico interno ed esterno difficile».

Per Standard and Poor’s, le autorità italiane «restano riluttanti» ad affrontare alcune questioni chiave, «come gli ostacoli strutturali alla crescita, il basso tasso di partecipazione al lavoro, e mercati dei servizi e del lavoro troppo rigidamente regolati».

Euro in difficoltà sui mercati asiatici dopo il declassamento del debito sovrano dell’Italia da parte dell’agenzia di rating Standard&Poor’s, che lo ha abbassato da A+ ad A: nelle contrattazioni del mattino a Tokyo la moneta unica europea passava di mano a 1,3638 rispetto al dollaro, contro 1,3679 della chiusura a Wall Street. Euro in calo anche nei confronti dello yen: da 104,89 a 104,42.

IL PREMIER: GIUDIZIO POLITICO
«Il governo ha sempre ottenuto la fiducia dal Parlamento, dimostrando così la solidità della propria maggioranza. Le valutazioni di Standard & Poor’s sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche. Vale la pena di ricordare che l’Italia ha varato interventi che puntano al pareggio di bilancio nel 2013 e il governo sta predisponendo misure a favore della crescita, i cui frutti si vedranno nel breve-medio periodo». Questa la nota emessa dalla Presidenza del consiglio dei ministri, sul downgrade di Standard&Poor’s deciso ieri.

www.unita.it

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Italia, ecco cosa cambia dopo la «retrocessione»

Interessi più alti, maggiori costi e – soprattutto – una maggiore incidenza sul debito: il declassamento di Standard’s and Poor avrà per il sistema bancario nazionale le stesse conseguenze che in estrema sintesi dovrebbe sopportare un imprenditore privato con un’azienda finanziariamente in crisi che si rivolgesse ad un istituto per ottenere in prestito del denaro.

«La prima conseguenza – spiegano gli esperti – è che le banche «degradate» andranno a pagare di più sul debito. Infatti, quando un istituto emette una obbligazione sul mercato (chiede in sostanza del denaro agli investitori) offre un certo rendimento.

La banca «sotto esame» che vorrà fare una nuova emissione, la dovrà emettere a livelli di prezzo più bassi e con un rendimento più alto». Sono penalizzati, allo stesso modo, anche quegli investitori che hanno sottoscritto obbligazioni dell’istituto quando questo aveva un rating più alto: «se il cliente intende vendere il titolo tagliato, anzichè tenerlo in portafoglio, per piazzarlo e renderlo appetibile dovrà – a sua volta – offrire rendimenti più alti», e cioè in pratica fare uno «sconto».

La decisione odierna della società di rating americana comporterà pertanto nell’immediato costi più alti per le banche ed una minore fiducia da parte degli investitori.

www.unita.it

"Presidi, il futuro è un quiz", di Paola Fabi

Quel pasticciaccio brutto dei quiz del concorso per dirigenti scolastici è davvero risolto? Il ministero dell’istruzione ha annunciato solenne ieri che la prova si svolgerà il 12 ottobre.
Salvo ulteriori intoppi o rinvii, aggiungiamo noi. E non per mancanza di fiducia ma perché il tanto atteso concorso per presidi finora ha vissuto un percorso un po’ accidentato, aggiungendo incertezza alla già incerta stagione scolastica.
Prima il rinvio per la presentazione della domanda di ammissione al concorso sulla quale molti candidati hanno equivocato e su cui pende già qualche minaccia di ricorso.
Poi il rinvio di una settimana causa imprecisioni ed errori nei test a risposta multipla predisposti dal Miur e che dovrebbero servire per una prima scrematura dei candidati.
Secondo il ministero guidato da Mariastella Gelmini si trattava di «pochissimi e marginali refusi». Secondo organizzazioni, esperti e sindacati si trattava di domande «opinabili».
Ora quindi, il Miur dovrà operare un bel taglio ma, soprattutto, dovrà evitare che anche uno solo dei quesiti possa scatenare migliaia e migliaia di ricorsi al Tar per l’ammissione con riserva al concorso vero e proprio.
E visto che le domande pervenute a viale Trastevere sono oltre quarantaduemila il lavoro non sarà facilissimo.
Un concorso che arriva proprio nell’anno in cui la scure dei tagli sulla scuola si abbatte proprio sulla poltrona dei dirigenti scolastici, che già da molto tempo gestiscono più di una scuola (i cosiddetti “reggenti”).
Molti i presidi, fenomeno presente su tutta la Penisola, con più di due istituti da gestire e, molto spesso, con sedi anche molto lontane.
Con la manovra bis di luglio il governo ha deciso la soppressione, oltre della figura del vice, di tutte le direzioni didattiche e di tutte le secondarie di primo grado per costituire per l’intero primo ciclo soltanto istituti comprensivi (in pratica elementari e medie insieme).
Inoltre, i nuovi e i vecchi istituti dovranno raggiungere una dimensione di almeno mille alunni contro i 500-900 previsti ora. Le scuole più piccole saranno affidati in reggenza a un altro dirigente perché privi della titolarità della direzione dirigenziale.
Una bella sforbiciata che dovrebbe portare alla chiusura di 1.100 scuole e alla riduzione degli organici amministrativi. I dirigenti scolastici potrebbero diminuire di oltre 3.100 posti. Per i presidi che resteranno la vita non sarà certo facile visto che si troveranno a dirigere scuole più grandi, con un numero maggiore di sedi – di cui circa 2000 in reggenza – con più docenti, alunni, organi collegiali da rinnovare e rappresentanze sindacali da rieleggere.
L’obiettivo dichiarato della manovra è quello di garantire una continuità didattica con gli istituti comprensivi, riuscire a contenere la spesa per la rete scolastica (circa 200 milioni di euro all’anno) e finanziare con i risparmi il sistema nazionale di valutazione. Questo secondo le intenzioni.
La ristrutturazione delle istituzioni scolastiche, però, oltre alla riduzione di organico comporterà anche una revisione dell’offerta formativa, la ricomposizione dei collegi docenti, il cambio dei revisori dei conti, nuovi bilanci e modificherà completamente la funzione dirigenziale. Chissà se questo è scritto nei test?

da Europa Quotidiano 20.09.11

"Iva, la tassa sui poveri: a loro costa il 60% in più che ai contribuenti ricchi", di Luisa Grion

Peserà soprattutto sui redditi bassi, su chi – lo voglia o no – impegna buona parte delle sue entrate in consumi. E l´aumento sarà minimo solo all´apparenza, perché se è vero che l´aliquota sale di un punto solo, è altrettanto fuori dubbio che quel balzo rischia di mettere in moto il volano dell´inflazione, di provocare un ulteriore aumento di prezzi senza creare, d´altro canto, alcun intralcio agli evasori.
La scelta del governo di contrastare il debito pubblico alzando l´Iva dal 20 al 21 per cento non è una scelta equa. Lo dimostra uno studio di Corrado Pollastri, ricercatore del Cer (Centro Europa Ricerche), che mette a confronto i redditi delle famiglie e i maggiori esborsi legati all´imposta.
Di per sé l´Iva è regressiva: incide maggiormente sulle famiglie povere, su quei soggetti che consumano del tutto o in gran parte le risorse per acquistare beni e servizi. E anche se a versarla sono le imprese, il costo finale viene scaricato in gran parte sul consumatore finale. Considerando tutti i beni e tutte e tre le aliquote presenti sul mercato, sostiene lo studio, già prima della manovra si poteva dire che per ogni mille euro di reddito le famiglie più povere (quelle che vivono con un reddito di nemmeno 8 mila euro l´anno) dedicano 143 euro all´Iva, le più ricche si fermano a 77. Ora con l´aumento dell´aliquota al 21 per cento i più poveri «sacrificheranno» all´Iva ulteriori 5 euro ogni mille di reddito, i più ricchi solo 3,2. Una sofferenza che pesa, nel primo caso, circa il 60 per cento in più.
Gli effetti della novità si manifesteranno in molti casi con un po´ di ritardo. Il rincaro varato dalla manovra, infatti non riguarda i beni primari, ma una miriade di altri consumi che comunque entrano nel carrello-base delle famiglie: bevande e vino, ma anche abbigliamento, calzature e servizi vari. I prezzi di alcuni beni sono già aumentati – la benzina prima di tutto, o le sigarette (dai 15 ai 20 centesimi in più a pacchetto) – ma altre mini-stangate sono in arrivo. «Basta aspettare che gli effetti del maggior costo dell´energia si abbattano sul trasporto e quindi sul prezzo dei prodotti finali» spiegano Adusbef e Federconsumatori. Ai centralini delle associazioni non sono arrivate particolari segnalazioni, ma già si sa che riscaldare casa con il metano, quest´anno, costerà in media 12 euro l´anno in più. E non è finita qui: lo studio del Cer mette in evidenza come, oltre ai rincari diretti, ne possano arrivare anche di indiretti. «In un mercato non perfettamente concorrenziale, un incremento simultaneo dei prezzi potrebbe indurre comportamenti opportunistici delle imprese oligopolistiche» si legge nel rapporto. Qualcuno potrebbe approfittarne per alzare i listini più di quell´1 per cento di Iva ordinato dalla manovra. Comunque sia, la misura non colpisce gli evasori: il commerciante, l´artigiano o il professionista possono applicare al prezzo l´imposta maggiorata, ma se non rilasceranno scontrino o ricevuta, lo Stato non ne vedrà gli effetti. Le famiglie pagano, ma non è detto che il gettito aumenti. Non solo: il prelievo sui consumi è finalizzato a motivi di cassa e non a finanziare operazioni di crescita (per esempio non genera riduzioni del prelievo sul lavoro). Sembra quindi siano state le caratteristiche distributive dell´imposta (basso impatto medio pro capite, amplia platea, prelievo indiretto) «a far preferire l´opzione Iva rispetto a forme di prelievo più esplicitamente penalizzanti per segmenti della base elettorale di riferimento della maggioranza di governo».

La Repubblica 20.09.11