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"I «piccoli» pagheranno al posto dei grandi", di Patrizia Ruffini

L’estensione delle regole del patto di stabilità interno, da sempre riservate esclusivamente ai Comuni con popolazione superiore a 5mila abitanti, anche ai centri con più di mille anime avrà un impatto pesante. Far sentire le briglie dei vincoli di finanza pubblica anche ai centri con una popolazione compresa fra mille e 5mila abitanti, con bilanci dotati di risorse meno voluminose e con scarsi margini di manovra, farà tornare a galla i problemi dei picchi e della insostenibilità per i municipi che si verranno a trovare con saldi di competenza mista in avanzo. Sarà più difficile in questi enti di minori dimensioni gestire gli eventuali picchi di manovra prodotti da una base di calcolo più ampia. Così come sarà più devastante in questo contesto subire gli effetti negativi del nuovo meccanismo della virtuosità, quando non si è “baciati” dai parametri.

Saranno molti i piccoli Comuni che vedranno accendersi il semaforo rosso nella spesa per investimenti, anche per il venir meno della possibilità di ricorrere al debito, con tutto ciò che ne deriva in termini di blocco delle manutenzioni straordinarie e delle opere pubbliche.
Non vanno sottaciute poi le difficoltà derivanti dai fenomeni patologici generati dal patto (ritardi nei pagamenti delle fatture dei lavori pubblici, aumento dei residui passivi nei bilanci, impossibilità di utilizzare gli avanzi di amministrazione e così via) e dalla burocrazia che il meccanismo si porta con sè (monitoraggi, certificazioni, controlli, prospetti da allegare ai bilanci, programmazioni dei pagamenti in conto capitale, visti di compatibilità monetaria e così via), la quale sarà più pesante in contesti poveri di risorse umane.

Ci si chiede poi se il venir meno del muro che da anni divide in due il comparto, spazzerà via anche tutte le altre differenziazioni di regole che prendono a riferimento proprio il discrimine dell’assoggettamento o meno al patto.
L’idea di estendere il raggio d’azione anche ai restanti due terzi dei Comuni potrebbe essere giusta, ma l’errore è nelle modalità scelte. La manovra bis decide il secco assoggettamento dei municipi con più di mille abitanti al patto di stabilità a partire dall’anno 2013, senza preoccuparsi di una norma di ingresso con la quale traghettare nel nuovo sistema una platea così ampia di soggetti, che conta quasi il doppio dei Comuni rispetto a quelli attualmente assoggettati ai vincoli di finanza pubblica. Il problema è analogo per le unioni di Comuni con popolazione fino a mille abitanti, che dal 2014 saranno soggette alle stesse regole di finanza pubblica previste per i centri con una popolazione corrispondente.

Certamente i Comuni sopra i 5 mila abitanti avranno un alleggerimento del sacrificio a loro carico, grazie alla quota scaricata sui piccoli: secondo le stime Ifel nel 2013 la percentuale sulla spesa media per questi enti, grazie all’estensione della platea, scenderà dal 18% al 15,8%. Ma, come in altri casi, dalla strada scelta derivano più problemi che soluzioni.

Il Sole 24 Ore 19.09.11

"Editoria, riparte l’assalto al pluralismo: coi tagli cento testate a rischio", di Roberto Monteforte

È ripartito l’assalto ai giornali politici, no-profit e editi dalle cooperative. L’alibi è quello dei tagli ai costi della politica, in realtà si colpiscono voci scomode. I tagli sono già pesanti, 4 mila i posti a rischio. Tagliare i costi.
L’ opinione pubblica insiste per un taglio dei costi della politica. Ma attenzione a non buttare con l’acqua sporca anche il bambino. Perché c’è chi tenta di sfruttare l’emergenza legata alla crisi per realizzare una violenta e pericolosa sforbiciata non tanto alla “casta”, ma ai diritti e alle forme di democrazia. Non vi è solo l’articolo 8 della Manovra straordinaria che mette in discussione le garanzie fissate dallo statuto dei lavoratori. Anche il diritto all’informazione e la tutela del pluralismo rischiano di uscire triturate con i tagli alle testate non profit, di idee, cooperative e politiche, oggi veramente a rischio chiusura, praticata dal governo Berlusconi. Vi sono i tagli su ciò che si è già tagliato. Oltre a cancellare i contributi indiretti come le agevolazioni sulle tarif-
fe postali, per quelli diretti dai 408 milioni di euro del 2008 lo scorso anno si è passati a 195 milioni per il 2010, 2011 e 2011. Ma in realtà quelli realmente disponibili non saranno più di 90 milioni di euro, visto che su quella posta vanno ora a gravare anche i circa 50 milioni di euro della convenzione tra Stato e Rai ed altri 50 milioni l’anno destinati a coprire il debito storico che l’amministrazione pubblica ha verso le Poste. Sono spese che nulla hanno a che fare con le finalità del Fondo per l’editoria. Risorse incerte e comunque dimezzate.
IL DIRITTO SOGGETTIVO
A questo si aggiungono gli effetti drammatici della cancellazione del diritto “soggettivo” al finanziamento pubblico. Ora, con la logica del “riparto” degli stanziamenti, solo a fine anno le aziende potranno sapere l’entità delle risorse che saranno disponibili, per un finanziamento che sarà disponibile solo l’anno seguente. Questa incertezza sulle risorse disponibili ha già praticamente impedito agli amministratori di indicare cifre certe nei loro bilanci e questo ha finito per rendere ancora più problematico, incerto e oneroso il rapporto con il
sistema bancario. Non è certo facile, in queste condizioni, mettere in campo strategie di impresa, di vero rilancio del settore, accettando la sfida dell’innovazione tecnologica e programmare investimenti a medio termine. Così un centinaio di testate rischiano la chiusura e circa quattromila dipendenti, tra giornalisti e poligrafici, la disoccupazione. Si tratta in molti casi di giornali che esprimono un punto di vista critico nel panorama editoriale italiano e che ne arricchiscono il pluralismo. Dal Manifesto ad Avvenire, da Salvagente a Terra, dalle testate diocesane, ai quotidiani editi da cooperative di giornalisti che assicurano l’informazione delle comunità locali, sino ai quotidiani politici come Liberazione, La Padania, Europa, Il Secolo d’Italia, come la stessa Unità. Voci antiche e spesso scomode.
L’ARTICOLO 21
Questo spiega l’intervento correttivo della politica che per garantire la piena applicazione dell’articolo 21 della Costituzione ha assicurato un sostegno a queste realtà, prima con l’istituzione delle provvidenze e poi del Fondo per l’editoria. Quindi, non una tassa a favore della «casta» o a favore dei costi della politica, come qualcuno denuncia dimenticando le richieste di pulizia e di una radicale riforma dei criteri di assegnazione dei contributi.Che occorra bonificare il settore, disboscandolo dalle finte cooperative o dalle testate nate solo per raccogliere il finanziamento pubblico, lo chiede proprio l’articolato mondo dell’editoria non-profit, di idee, cooperative e politica, da Mediacoop alla Fnsi, al Comitato per la libertà di informazio-ne e il pluralismo, a direttori e alle redazioni dei giornali politici interessati. Da tempo sul tavolo vi sono proposte precise per definire criteri oggettivi e rigorosi per l’assegnazione dei contributi legati alla tiratura, alla reale diffusione e alla effettiva occupazione delle aziende interessate che anticipino la Riforma di sistema da tempo annunciata, ma che tarda a venire. Per questo un gruppo trasversale di parlamentari tra cui il senatore del Pd Vincenzo Vita ha già annunciato un emendamento per la prossima Manovra “ordinaria” di ottobre, che anticipi la Riforma, legando il finanziamento a criteri di selezione che favorisca le aziende vere, con dipendenti regolarmente assunti, con un prodotto che è in edicola. L’altra richiesta è di assicurare almeno quei180 milioni di euro stanziati lo scorso anno.
Chi si appella al mercato e alle sue logiche regolarizzatrici dovrebbe ricordarsi dell’anomalia italiana: l’andamento del mercato pubblicitario. È l’altra faccia del conflitto di interessi del premier Berlusconi. A differenza degli altri principali paesi europei – dati 2008 – in Italia la televisione drena oltre il 58%della pubblicità, con Mediaset che la fa da padrona aggiudicandosi il 35% del mercato. Alla Rai va il 15% e alle altre emittenti nazionali l’8%. Alla stampa va complessivamente meno del 30%, di cui ai quotidiani va il 18% e ai periodici il 10%. Il fatturato pubblicitario di Internet, in espansione, non supera il 5%. Per capire l’anomalia basta confrontarla con i dati europei: la media è del 30% alla Tv, 45% alla stampa, il 5% alla radio e 20%per gli altri mezzi, quelli «mondo» sono 39% per la Tv, 40% Stampa, 8% Radio e 13 % altri mezzi (dati Zenith Optimedia).
Questo dato già significativo, diventa davvero drammatico se guardiamo alla realtà dell’editoria «no profit». La raccolta pubblicitaria premia i gruppi editoriali forti e se in media pesa per il 50% delle entrate, per questo settore e a prescindere dalla tiratura, non supera il 15 % delle entrate. Il contributo pubblico, in parte, compensa questa discriminazione. Assicurare la vita di queste voci non è un problema di democrazia?

L’Unità 19.09.11

"Una Scuola Condivisa: democratica, inclusiva, colta e solidale", di Giulia Tosoni

Un volume per tesi, che attraverso l’analisi delle quattro stagioni attraversate dalla scuola italiana dal 1960 ad oggi punta a dimostrare che un patto per rifondarla e rilanciarla, tra le forze politiche oggi all’opposizione è possibile quanto necessario. E’ questo il fulcro dell’ultima pubblicazione del docente e pedagogista Franco Frabboni, “Una scuola condivisa” (Liguori Edizioni), presentato alla Festa Democratica Nazionale della Scuola a Modena. Ne hanno discusso, insieme all’autore, Adriana Querzè, assessore all’Istruzione di Modena, e Adriana Comaschi, giornalista de L’Unità. Al termine della presentazione, Frabboni ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Professor Frabboni, quali sono state le stagioni della scuola pubblica italiana che lei descrive nel suo ultimo libro?
Le due stagioni “luminose”, la primavera e l’estate, corrispondono al periodo tra il 1960 e il 2000. La primavera è la stagione dei grandi pedagogisti, laici e cattolici, che insieme hanno saputo dare un’impostazione inclusiva e volta all’emancipazione degli individui alla nostra scuola. L’estate arriva con l’affermazione del tempo pieno e prolungato, che porta nel 2000 la nostra scuola primaria ad essere considerata la migliore in Europa, copiata e studiata nel resto del mondo. Ma il 2000 è anche l’anno del documento di Lisbona, che lancia gli obiettivi per la società della conoscenza. L’autunno comincia con l’arrivo della Moratti e si trasforma in inverno con la Gelmini, che ha ribaltato i pilastri su cui si fondava la nostra scuola: da democratica a meritocratica, da inclusiva a separatista, dal pensiero critico e plurale all’infanzia imbalsamata, dalla solidarietà alla competizione. Un periodo buio in cui scivoliamo nelle classifiche europee fino all’attuale 13mo posto, frutto anche di un ulteriore imbarbarimento della classe politica di governo.

Il fatto che lei indichi come primavera ed estate due stagioni ormai lontane, significa che la scuola condivisa va costruita guardando al passato?
No, naturalmente non è possibile una semplice riproposizione del passato. Ma occorre una condivisione nelle grandi finalità. La scuola di quegli anni poggiava su di una cultura pedagogica cattolica e laica insieme, che teneva uniti alcuni valori e alcuni obiettivi di fondo. Oggi questi pilastri stanno nella difesa della scuola pubblica, che non significa cancellare la parità scolastica, ma riformarne i criteri per tutelare la qualità; nella scuola laica, che non è contrapposta al pensiero cattolico, ma tutela anzi il pensiero plurale; nell’apprendimento permanente, per tutto l’arco della vita. Questa è una grande esigenza attuale, perché altrimenti l’analfabetismo di ritorno diventa un dramma. La fruizione dei media, dalla TV ai computer, deve poggiare su basi cognitive che restano nel corso della vita, bisogna puntare sulle “intelligenze multiple” di Gardner. L’apprendimento degli adulti e della terza età ha effetti positivi sulla produttività del lavoro e sulla salute degli anziani, con ricadute positive per l’intera società.

Oggi la scuola pubblica sembra il terreno di una guerra permanente fra opposti ideologici destinati a non incontrarsi mai, eppure lei scommette su un patto possibile fra forze politiche diverse per una scuola condivisa. Come si ricostruisce l’incontro su un terreno comune? E’ possibile, con un cambio di scenario politico, archiviare la demonizzazione della cultura del ’68, l’abituale confusione tra merito e meritocrazia, la cancellazione delle regole condivise, nel nome della lotta al “permissivismo”, con atteggiamenti autoritari e punitivi?
Io ho l’impressione che le posizioni tra il Partito Democratico, le altre forze del centrosinistra e il nuovo Terzo Polo si siano nel tempo riavvicinate. E’ vero che qualcuno nel centrosinistra è caduto nel tranello dell’”emergenza scuola”, si è fatto colpire dalla propaganda sulla “meritocrazia”, ma su questi fondamenti c’è la possibilità di mettersi d’accordo. Il merito, ad esempio, va premiato, ma questo tema, quello dell’eccellenza, riguarda soprattutto l’università. Occorre mettere le mani sulla condizione attuale delle scuole: completare un percorso iniziato e mai portato fino alle scuole secondarie, colmare il divario crescente tra istituti professionali, tecnici e licei. In passato la scuola svolgeva un ruolo di emancipazione, oggi non più. Aumentare a dismisura le tasse e i costi dei percorsi di istruzione vuol dire operare una selezione di classe. Tutto questo va bonificato attraverso un patto di stabilità, che metta la scuola al riparo dagli scossoni politici e lavori per un cambiamento in profondità.

Nel corso della Festa Democratica Nazionale della Scuola, molti relatori hanno posto la necessità, nel momento in cui il centrosinistra dovesse tornare al governo, di ripartire soprattutto dalla valorizzazione delle esperienze positive, lasciando per una volta la scuola al riparo dall’ennesima riforma che stravolge tutto. Lei che cosa ne pensa? Viene prima la riforma dei cicli o il rilancio dell’autonomia scolastica?
La riforma dei cicli è la prima condizione, è assolutamente necessaria. Abbiamo portato per legge l’obbligo scolastico a 16 anni ma è evidente che a questa misura si deve accompagnare una riorganizzazione dei percorsi formativi sullo schema del 4+4+2. Questo è indispensabile perché la scuola dell’obbligo possa ridurre la selezione che applica ora, bisogna mettere mano sulla scuola secondaria per renderla all’altezza dei suoi obiettivi.

Terminiamo con il tema dei docenti: nel patto per la scuola condivisa, ci sarà spazio per definire una volta per tutte un percorso di formazione iniziale e di accesso all’insegnamento?
La formazione iniziale è stata cancellata e occorre ripristinarla. Penso che le SSIS vadano ripristinate, magari non con una struttura unica, ma all’interno delle diverse facoltà universitarie. Poi Scienze della Formazione dovrebbe fare da congiunzione tra i percorsi, occupandosi di fornire gli strumenti metodologici, della didattica, ai futuri insegnanti.

www.partitodemocratico.it

Bersani: «Il governo non arriverà al 2013 Il partito del nord è il Pd», di Gigi Marcucci

Altri dueanni di Berlusconi? Nessuno se lo può permettere. Non può l’opposizione e sarebbe letale per il Paese. Fino al 2013 con questo governo «sarebbe un disastro», taglia corto Pier Luigi Bersani. «Non ci si arriva» anche perché «tutte le volte che Berlusconi dice che intende rimanere fino alla fine del mandato «lo spread sale». Poi il segretario del Pd cita De Andrè, la “Domenica delle salme”, e tenta di rianimare «le voci potenti» che sin qui hanno taciuto o emesso flebili obiezioni. «Non è solo di Berlusconi la responsabilità». Un ri- ferimento a forze sociali, borghesia e grandi quotidiani perché battano un colpo e si eviti di avvicinarsi ulteriormente al baratro. Da Bologna, intervistato alla Festa dell’Unità dal direttore Claudio Sardo, Bersani conferma che il quadro nazionale è plumbeo, come il cielo nuvoloso che ieri, per la prima volta, ha rotto la lunga estate dei crolli in borsa e degli spread alle stelle, dei Lavitola e dei Tarantini. Sui giornali tedeschi sono uscite le dichiarazioni irriferibili che Berlusconi avrebbe fatto sulla cancelliera tedesca Angela Merkel, ricorda il segretario. «I tedeschi – osserva – si aspettavano una smentita radicale che però non è arrivata». E così la credibilità del Paese va a picco. Tanto che Berlusconi non può nemmeno presentarsi all’Onu, dove si discute tra l’altro di Palestina e Libia, cioè della parte del pianeta appena fuori dalla porta di casa : «Adesso trova più imbarazzante quel tribunale di quello di Milano». È una Festa da un milione di ingressi in poco meno di un mese quella a cui il leader del Pd racconta di un Paese che non ce la fa più, dove Berlusconi «ha inchiodato il Pdl e il
Pdl sta inchiodando le istituzioni». Un’Italia simile a un treno senza guidatore, sconvolta da una crisi finanziaria senza precedenti. Un orizzonte che spinge guardare oltre frontiera, a cercare legami sempre più solidi coi progressisti europei e a pigiare sull’acceleratore del Nuovo Ulivo ipotizzato a Vasto, condividendo un palco con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. «Qui non siamod i fronte a un passaggio qualunque», dice Bersani, ricordando che la prossima legislatura dovrà necessariamente avere una valenza costituente. «Il punto è dire cosa vogliamo noi, non chiedere se gli altri vengono o non vengono», detta il segretario. E ricorda l’esperienza delle ultime elezioni amministrative («Ormai il partito del Nord siamo noi», manda a dire alla Lega): «Dove sono venuti con noi abbiamo vinto, dove non sono venuti, ai ballottaggi gli elettori hanno scelto noi». Insomma pochi patemi per eventuali dinieghi centristi e nessuna nostalgia per il terzismo di «quelli che si dà una botta a destra e una a sinistra e così, biblicamente, si aprono le acque, passi dall’altra parte e sei anche asciutto». «Abbiamo già dato», scandisce Bersani. Ma subito ribadisce che la voce del Pd deve arrivare «all’area popolare e ai ceti medi traditi da Berlusconi». Meglio non scherzare con una situazione in cui non è solo un premier«a tempo perso» a perdere consensi. C’è una crisi di fiducia che ormai lambisce tutte le istituzioni, spiega il segretario. «Crozza mi chiedeva cosa intendo dire con la frase “Quando piove, piove per tutti”. Intendevo dire proprio questo». Inevitabile il passaggio sulla «dolorosa» vicenda Penati, la tempesta che da Sesto soffia sul Pd. «Dolorosa perché su queste cose noi abbiamo un elettorato ipersensibile», attacca il segretario. Ricor- da che la diversità del partito non è cromosomica ma politica, insiste tra l’altro sul fatto che il Pd è l’unico partito a far certificare i propri bilanci. «Qualcuno ci scherza sopra – dice – anziché chiedere che tutti gli altri partiti facciano la stessa cosa». Già, i partiti. «In Italia siamo gli unici a chiamarci partito», dice Bersani, aggiungendo che in Europa e nel mondo quel nome non ispira tanta soggezione ed è adottato da tutte le organizzazioni politiche rappresentative. «L’alternativa alla politica dei partiti è l’uomo solo al comando». E
anche qui, verrebbe da dire, abbiamo già dato.

L’Unità 10.09.11

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«Un nuovo governo per ritrovare dignità» Intervista ad Anna Finocchiaro di Simone Collini

La capogruppo al Senato «L’Udc deve prendere posizione, non è tempo di terzismi. Da Alfano ci saremmo aspettati più lungimiranza. Il punto è la perdita di dignità, il fatto che in tutto il mondo ormai siamo oggetto di scherno. E la principale causa è il nostro presidente del Consiglio». Per Anna Finocchiaro non c’è più tempo da perdere: «Questo governo non esiste più, ormai è una accozzaglia politica che sta in piedi solo con i voti di fiducia in Parlamento. C’è un urgente bisogno di un nuovo governo e un nuovo premier per portare l’Italia fuori da questa immonda palude». Alfano fa sapere che “Berlusconi non ha alcuna voglia di dimettersi” e che il Pdl non vuole “larghe intese”. «Ha perso una buona occasione per fare qualcos’altro che il portavoce del presidente del Consiglio. Peccato. Da un giovane segretario di partito ci si sarebbe aspettati più lungimiranza».
Ma ha senso continuare a invocare un nuovo governo, se questa è la controparte?
«E allora cosa, vogliamo tenerci uno che fa “il premier a tempo perso” e svergogna il nostro Paese agli occhi dell’opinione pubblica? Un ministro della Repubblica che dimostra di essere incompatibile col suo ruolo, che invoca la secessione del Nord per paura di perdere i propri elettori e per ricattare il suo alleato? C’è un’enorme discrepanza tra il Paese, i suoi problemi, le diffi- coltà degli italiani, e questa panto- mima del tutto incompatibile con l’interesse dell’Italia. È necessario che Berlusconi, che ormai vive ossessionato dai suoi processi e dalle sue “bambine”, lasci con urgenza il governo. Se non lo capisce da solo glielo faccia capire chi in questi anni gli è stato attorno, ha governato, ha legiferato».
Un aspinta ulteriore potrebbe venire anche dalla classe dirigente diffusa, da chi ha ruolo di direzione o di orientamento nella società?
«Segnali importanti cominciano adarrivare. La stessa posizione di Confindustria ha registrato dei toni e una determinazione che non avremmo sospettato in altri momenti. Ma adesso bisogna capire se la classe dirigente del centrodestra si può definire tale, se qualcuno dimostra cioè di pensare all’Italia, che in questo momento di grave crisi deve anche sopportare il macigno ulteriore della perdita di credibilità e di prestigio in sede internazionale».
Nel caso in cui Berlusconi si decidesse a fare un passo indietro, per il Pdl a via maestra sarebbe il voto o un governo di transizione?
«Si farà ciò che è più utile al Paese e che sarà possibili nelle condizioni politiche che si dovessero creare. Ma ciò che è evidente è che l’Italia non può sopportare più questo governo. Noi siamo il primo partito e mai il centrodestra è stato così debole, quindi siamo i meno preoccupati all’ipotesi del voto anticipato. Ma ogni decisione andrà presa pensando non al bene del partito ma al bene dell’Italia».
Dai sondaggi emerge che il Pd sta pagando la vicenda-Penati.
«Noi pagheremo tutto, è ovvio. Ma abbiamo una sola strada e l’abbiamo già percorsa, dimostrando un comportamento trasparente e coerente. Abbiamo deciso di sospendere dal partito chi è indagato per fatti gravissimi, non abbiamo mai attaccato la magistratura e non abbiamo mai fatto nulla per sottrarre qualcuno ai
processi con leggi e leggine. E stiamo lavorando per rendere ancora più rigoroso il nostro codice etico e più penetranti i poteri della commissione di garanzia».
Come giudica l’atteggiamento dell’Udc verso il Nuovo Ulivo?
«L’Udc sta giocando una partita più da spettatore che da attaccante. Ha deciso di fare del terzismo la sua
chiave. Inunmomentodi grave difficoltà per il Paese i cittadini chiedono a ciascuna forza politica di assumer- si delle responsabilità, e l’Udc non lo sta facendo.Ma ora deve essere chiaro a tutti che non ci sono alibi per nessuno.O da una parte o dall’altra. Terzismi possono essere utili in altre fasi, non in questa».
Però anche nel Pd c’è chi esprime perplessità sull’accelerazione impressa alla festa dell’Idv sull’alleanza a tre.
«Ma Bersani lo ha detto chiaramente, prima si definisce il programma, poi vengono le alleanze e infine si
sceglie il candidato premier».
E l’Udc va coinvolto in questo percorso fin dal primo passo?
«Noi abbiamo tentato e tenteremo ancora di coinvolgere nella definizione del programma tutte le forze politiche di opposizione. Ma non tutto è nelle nostre mani. Spero però ora si rendano tutti conto che di fron-
te alla gravità della situazione certi atteggiamenti rischiano di diventare stucchevoli».
Il Pd ha depositato al Senato una proposta di legge elettorale, mentre sembra certo che saranno raccolte le firme necessarie per un referendum che farebbe tornare il Mattarellum.
«Lavoriamo perché si avvii il processo in Parlamento. La nostra proposta garantisce la possibilità di formare governi più stabili di quanto non fossero quelli nati dal Mattarellum, che non prevedendo il doppio turno spinge verso alleanze non omogenee. Dopodiché, se non si riuscisse, ben venga il referendum perché tutto è meglio del Porcellum».

L’Unità 19.09.11

"Noi docenti, in prima linea per difendere la scuola", di Marco Rossi Doria

Ritorno al passato “Abbiamo meno ore, creiamo classi con 40 alunni come negli Anni Settanta”. Chi fa scuola ogni giorno può anche protestare ma poi si rimbocca le maniche.
Cagliari
«Anche se senti falsi o lontani i comunicati del Ministero, quello che conta all’avvio di anno è rispondere agli alunni, è la relazione educativa, il legame con chi impara, l’artigianato della didattica riscoperto con i tuoi colleghi. Non è rassegnazione, siamo indignati. Ma sentiamo la responsabilità civile. E anche un’altra cosa: l’attaccamento al lavoro, la non rinuncia». Insegnante di ruolo da 29 anni, esperta di didattiche attive del movimento di cooperazione educativo, Luisanna è maestra in una scuola del centro di Cagliari con 900 alunni. «Stiamo riprovando di fare le classi aperte, come negli Anni Settanta, mettendo insieme 40 bambini per poi fare gruppi, ricomporli, riorganizzarsi per difendere la scuola attiva, quella che non incolla nei banchi ma crea azione, entusiasmo, possibilità, favorendo le compresenze rese difficili dal taglio delle ore. Non possiamo rinunciare al nostro saper fare scuola, alle esperienze, ai risultati di tanti anni. Sarebbe un rinnegare se stessi, una dignità».

Napoli
Il senso di queste parole lo conferma Paola Carretta. Ha insegnato lettere nella difficilissima periferia orientale di Napoli. Poi è stata dirigente nelle scuole difficili del centro storico e poi a Piscinola, Pianura, Soccavo. La scuola Pirandello a ordinamento musicale – che ha appena lasciato per andare in pensione – ha 700 alunni.
«È da anni che abbiamo imparato a fare le nozze coi fichi secchi, senza che il dibattito pubblico del Paese se ne occupasse. Qui, nella scuola di base, dove si crea cittadinanza, il progetto su cittadinanza e Costituzione, che ha visto una partecipazione entusiasta dei ragazzi deve cercare oggi i soldi nel pacchetto sulla sicurezza. Scoviamo fondi sempre più scarni ovunque, con difficili negoziazioni. Perché è da tempo che i soldi a sostegno dell’autonomia delle scuole – legge 440 del 1997 – sono una chimera. Qui, fino al 2013, c’è ancora qualcosa dal Fondo sociale europeo per l’obiettivo dedicato al Mezzogiorno. Ma poi? Si fa fatica a fare bene la musica, gli strumenti non possiamo comprarli più per i ragazzini meno fortunati; è faticoso tenere in piedi il progetto sportivo fondato sul canottaggio; bisogna letteralmente inventarsi come curare le competenze cruciali in Italiano, matematica, lingue straniere, quelle misurate dall’Ocse. Eppure a continuare a fare queste cose ci si riesce. Ma solo grazie all’abnegazione dei docenti, alla dedizione. Ce ne sono anche di meno bravi. Ma sono un’esigua minoranza. La scuola tiene grazie a questo attaccamento».

Roma
Paolo Mazzoli, fisico, ha insegnato per 15 anni nella scuola primaria dedicandosi alla sperimentazione della didattica in scienze con i più piccoli. Poi è diventato dirigente e oggi guida la scuola Angelo Mauri di Roma. Gli chiedo nel merito della finanziaria, legge 111 del 2011.
«La finanziaria ha l’articolo 19 dedicato alla scuola. Il comma 4 riunisce in istituti comprensivi, con minimo mille alunni, le scuole primarie e medie. Oggi sono in atto ricorsi da almeno 3 regioni. Ma ok: diciamo che, grazie all’abnegazione di chi fa scuola, può essere anche un’occasione. Per costruire una scuola di base, come in Danimarca, fondata sulla continuità dai 3 ai 14 anni. Ma questo si fa solo se ci sono dirigenti per tutte le scuole, cosa che non è. E poi il comma 6 vieta che ci siano docenti esonerati sotto le 55 classi. Ma come si fa a governare una sfida didattica e un’organizzazione complessa senza un team di coordinamento? Mi verrebbe di proporre di cassare il comma o di annullare qualche migliaio di esoneri e darli alle scuole autonome, una misura a costo zero. Intanto i docenti tengono, sì. Ma c’è bisogno di formazione. I bambini e il mondo sono cambiati e pure le discipline. Perché non estendiamo alle scuole medie e superiori le 2 ore pagate per progettare e riflettere insieme, che è la base di ogni formazione: da 20 a 22 ore; e alla scuola d’infanzia 23 ore di lezione +2 di progettazione comune. Ma a patto che ci siano spazi contrattuali e soldi anche per guidarla e poi sul sapere e su come si trasmette ci vuole una formazione che alzi l’asticella per tutti».

La Stampa 19.0911

"Come bestie da soma", di Lorella Zanardo

Mi parli di Clarissa, mi parli di Carolina, mi parli di quest’altra, della Luciana, chi sono? Prendi un caravan… cosa ti devo dire…». «Vedi, dovremmo averne due a testa se no mi sento sempre in debito, tu porta per te e io porto le mie. Poi ce le prestiamo. Insomma la patonza deve girare». Racconta uno degli investigatori che per due anni ha ascoltato le intercettazioni telefoniche che riguardavano anche il Premier che «si trattavano le donne come bestie da soma». Rispetto a due anni e mezzo fa ciò che emerge in questi giorni è diverso e, se possibile, peggiore. Allora Noemi e le altre parevano oggetti, gingilli, “grechine” sacrificali delle serate del drago, come ebbe a definire il marito, l’allora moglie Veronica. Non era emerso il lato bestiale che invece emerge ora dalle frenetiche richieste del faccendiere Tarantini ad un amico: «Trova una tr…a per favore. Io alle due sto salendo in aereo e non posso più chiamare, però trova qualche altra femmina».
Donne che diventano oggetto di scambio di favori importanti, di soldi, di carriere. Donne giovanissime, «le mie bambine», tante, tantissime da cercare costantemente, urgentemente: per ognuna si potrà chiedere al premier un prezzo sempre più alto. Tenerlo in pugno. Migliaia di intercettazioni che raccontano di questa frenesia, un’occupazione che prende tempo, tanto tempo da far definire l’altra occupazione, quella politica di Premier, un impegno «a tempo perso». Non c’è nulla da aggiungere, queste poche righe raccontano meglio di mille analisi la crisi di un Paese dato ormai per perso da molti commentatori esteri. I dettagli suscitano un’attenzione morbosa, molti lettori paiono alla ricerca di notizie sempre più volgari, di dettagli agghiaccianti su quella che appare essere stata l’occupazione principale del primo ministro negli ultimi anni. Un uomo malato su cui si chiuderà il sipario a breve. A noi l’eredità di uscire dal disastro. E come donna che racconta delle vite delle donne e che ne incontra migliaia nelle scuole in giro per l’Italia, constato che il disastro coinvolge e coinvolgerà prevalentemente noi donne.
In un Paese tradizionalmente maschilista, questo ci raccontano i dati internazionali che ci piazzano al 74esimo posto del Gender Gap, le donne hanno negli ultimi anni ricominciato in massa ad occuparsi dei loro diritti, attraverso azioni concrete che spesso hanno raggiunto obiettivi importanti: efficacissime sono state, tra le altre, le azioni delle giovani blogger in rete che hanno messo al bando numerose campagne pubblicitarie lesive della nostra dignità. Battaglie faticose quelle delle donne, che hanno poca visibilità sui media nostrani, che appaiono un giorno e vengono poi dimenticate per mesi. Faticosissime e portate avanti con energia incredibile e perseverante: in questi anni ho incontrato donne italiane impegnate in battaglie importanti per il welfare, per le donne violentate, per la scuola, per il rispetto dei diritti, diritti spesso per tutti e non solo per le donne. Donne che a testa bassa hanno proseguito la loro lotta tra il disinteresse quasi generale. E però è stato per la denuncia di alcune donne che lo scandalo è emerso. Donne diverse per età, provenienza politica, abitudini.
Ed è a causa dell’ossessione per le donne che il nostro primo ministro sta camminando verso la fine della sua carriera politica. Berlusconi scomparirà e allora si renderà necessario ricostruire dalle macerie, partendo proprio dalla questione femminile, quella che in questo Paese non si vuole affrontare. Una volta scomparso dalla scena il premier, si evidenzierà che il tema della valorizzazione di genere, della parità di diritti, della corretta rappresentazione nei media delle donne, coinvolgerà come una valanga il Paese tutto. Se si nega questa evidenza, se non si inizierà a lavorare concretamente suquesto tema, questo Paese non avrà futuro.
Citando Newsweek, che l’Italia sia un Paese in difficoltà lo si evince anche da comeconsidera e tratta le donne.
Il problema di Berlusconi e le donne è ormai da considerarsi malattia grave che coinvolge un Paese intero. Come si sia arrivati a questa scempio, come sia stato possibile che un degrado tale coinvolgesse politici, uomini d’affari, imprenditori. Come è stato possibile che per trent’anni si sia concesso ad un uomo, pur potente, di realizzare attraverso le sue reti televisive un suo personalissimo immaginario fatto di donnine e comici barzellettieri? Come può sfuggire ai più che le notti di Arcore altro non erano che la rappresentazione casalinga di uno dei tanti show che vanno in onda da trent’anni tutti i giorni sulle reti del Cavaliere e purtroppo anche sulla tv pubblica? Trasmissioni di cuiabbiamo riso,programmi che hanno guardato milioni di italiani con compiacimento. Le interviste alle ragazze del Premier lasciano ammutolite: «Lui è un leone, gli altri pecore invidiose. Devi essere disposta a tutto per avere, anche a vendere tua madre. Se vuoi essere re, se vuoi guadagnare 20mila euro e non 1000».
Su questo dovremo lavorare tutti e tutte, perché sia chiaro che le parole delle olgettine e delle altre ragazze, sono il frutto della non cultura di questi anni: con la scuola, messa in ginocchio, con la famiglia in crisi, la televisione è stata agente di socializzazione libera di spopolare ed ha potuto svolgere il ruolo di cattiva maestra.
Fate la prova: accendete la tv un pomeriggio o una sera qualsiasi e ascoltate: «Che entrino le bocce di Cristina e Francesca» urla una matura presentatrice mentre avanzano giovanissime superaccessoriate. Parrebbe una notte ad Arcore. «Ho sedici anni, non ho nemmeno il motorino. In tv e anche i politici, quelli dell’età di mio nonno, se la fanno con quelle della mia età. Mi dica lei, io che possibilità ho?» mi chiede un sedicenne in un liceo toscano. «Io non sono così», grida una ragazzina veneta indicando lo schermo su cui stiamo vedendo degli spezzoni tv, «io sono diversa, dov’è il mio posto?». Sarà urgente che la “questione fem-
minile” diventi il primo punto di una seria futura agenda politica del Paese. «I Paesi Italia e Grecia, che pur presentano iniziative significative appaiono ‘in resistenza’, come se la rappresentazione stereotipata della donna fosse un tratto antropologico fortemente radicato su cui non vale la pena avviare politiche evolutive». Queste le conclusioni del Censis nel suo rapporto “Donne e Media in Europa”. Intanto migliaia di ragazze reali esistono, ci sono, lavorano, studiano. È urgente renderle visibili. È già realtà in molti altri Paesi europei.

* Blogger e documentarista

L’Unità 19.09.11