Latest Posts

"Manovra, le famiglie pagheranno 33 miliardi", di Laura Matteucci

Trentatrè miliardi sui 54 complessivi. Tanto peseranno sulle famiglie gli interventi diretti e indiretti di una manovra che deprimerà ulteriormente i consumi. A Perugia, al meeting annuale di Confesercenti, il presidente Marco Venturi diffonde dati che confermano ancora una volta gli effetti della manovra sui bilanci familiari. Di fronte a stime di crescita che continuano a contrarsi, Venturi chiede al governo di «rendersi conto che, per reperire risorse, sono necessari tagli alla spesa poiché la pressione fiscale effettiva è alla soglia insostenibile del 54%». Solo l’aumento dell’Iva significherà 140 euro in più l’anno, con un maggior gettito che arriverà alle casse pubbliche dalle famiglie pari a 3,4 miliardi. «Il 70% del peso della manovra graverà sui nuclei familiari », sostiene la confederazione delle pmi. Critiche pesanti arrivano anche da parte del presidente della Camera Gianfranco Fini («l’aumento dell’Iva è una scelta che rischia di congelare ancor di più i consumi»), e del leader dell’Udc Pierferdinando Casini: «Preoccupazioni molto serie, sono quelle di tutti gli italiani che vedono una manovra fatta di rattoppi e ripensamenti, non è strutturale e non affronta i temi della crescita».
INCONGRUENZE A pagare maggiormente l’Iva al 21%, incremento appena scattato su quasi tutti i beni di consumo, saranno le famiglie del Nordovest (166 euro aggiuntivi), di meno quelle delle isole (102). I nuclei composti da imprenditori e professionisti pagheranno 220 euro in più, impiegati e dirigenti 189 euro, 149 gli operai. E gli aumenti, secondo le associazioni dei consumatori, potrebbero moltiplicarsi con ricadute sull’inflazione e aggravi fino a 306 euro annui per una famiglia di tre persone, 408 se i componenti sono quattro. Secondo il Codacons un negozio su tre ha già aumentato i prezzi, e Confesercenti sottolinea anche alcune incongruenze: «Anacronistiche – viene sottolineato – due aliquote molto diverse (4 e 10%) su beni alimentari le cui differenze sono demandate a complesse definizioni e a scarsa logica». Inoltre, «si paga il 20% di Iva se si acquista il caffé da preparare in casa, mentre se lo si consuma al bar viene gravato del 10%». In tema di consumi interviene anche il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, per dire che l’anno scorso gli italiani hanno cercato di mantenerne inalterato il livello, erodendo i propri risparmi (il tasso di risparmio è calato del 9%). «Le famiglie hanno considerato che la crisi fosse transitoria, mentre ora – fa notare Giovannini – il clima di fiducia sta peggiorando, visto che le misure prese nella manovra prefigurano 3-4 anni di stretta molto forte». A questo scenario «aggiungiamo il dramma di migliaia di chiusure di imprese commerciali e del turismo», riprende Venturi. «Nel solo biennio di congiuntura negativa 2008-2009 il saldo tra aperture e chiusure è salito a meno 110mila: in soli 24 mesi, insomma, hanno chiuso 30mila imprese in più rispetto ai tre anni che precedono la crisi» Ma il problema è dato soprattutto dalle previsioni. Sulla crescita i conti non tornano: dalle stime aggiornate Confesercenti-Ref risulta che «le speranze di ripresa nel 2012 svaniscono con un Pil che crescerà dello 0,1% e con i consumi bloccati su una crescita zero rispetto al 2011 (dopo aver registrato nel 2010 l’1% e quest’anno solo lo 0,5%)». Tutto questo mentre la pressione fiscale non fa che aumentare. Una stima confermata anche dalla Cgia di Mestre: «Nel 2014 – dice il segretario, Giuseppe Bertolussi – gli effetti delle manovre di luglio e Ferragosto faranno schizzare la pressione fiscale reale oltre il 54%», un livello «che rischia di deprimere l’economia e gettare nello sconforto milioni di italiani fedeli al fisco». La Confesercenti continua a battere sui tagli alla spesa: «In tre anni con meno sprechi potremmo recuperare 20 miliardi e altrettanti dalla cessione del 5% del patrimonio pubblico non utilizzato dalla p.a – chiude Venturi – Se si aggiungono altri 11 miliardi con la riduzione del10%delle partecipazioni pubbliche si potrebbe contare su più di 50 miliardi al posto di nuove tasse».

L’Unità 18.09.11

"La Chiesa, il Cavaliere e il suo Doppio", di Gian Antonio Stella

Il Cavaliere, oltre che il premier, fa anche il cattolico «a tempo perso»? Le autorità vaticane sembrano aver scelto di tacere, per ora, su quel pollaio di finte infermiere e squillo russe e ballerine sudamericane che emerge dalle intercettazioni e che una delle ragazze coinvolte ha definito «un gran troiaio». Un silenzio assoluto.
Lo stesso Silvio Berlusconi, però, sa che il quadro delle sue notti brave con Gianpi Tarantini («Tu porta le tue, io le mie. Poi ce le prestiamo. La patonza deve girare…») rischia di guastare irrimediabilmente un rapporto con la Chiesa che aveva coltivato accuratamente. Giorno dopo giorno. Per anni.
Tutta la sua storia politica, coerentemente con la tesi di Don Gianni Baget Bozzo («ho sempre creduto nello Spirito Santo e considero Berlusconi come un evento spirituale») ha traboccato fin dall’inizio di messaggi, parole, rimandi religiosi. Nelle omelie elettorali: «Tutti dobbiamo diventare missionari, dobbiamo farci apostoli… Spiegheremo il vangelo di Forza Italia, il Vangelo secondo Silvio!». Nelle professioni di fede: «Sono religioso, cattolico praticante. Ho cinque zie suore e la domenica un mio cugino sacerdote viene ad Arcore a celebrare Messa nella mia cappella privata. Sì, mi comunico spesso. Anche perché se non lo faccio, mia madre mi chiama in disparte e mi rimprovera: “Cos’hai fatto a Dio, che oggi non hai preso l’ostia?”». Nelle interviste in cui spiegava gli incontri con Giovanni Paolo II: «Mi ha dato la sua benedizione. Ma con l’aria di pensare che non ne avessi un bisogno particolare». Negli annunci: «Il programma verrà presentato in dodici disegni di legge come le dodici tavole».
E via così, per anni. «Ho anche Sgarbi, nella funzione di San Giovanni Battista». «Ho detto: vade retro Satana a tutti i pastrocchi della Prima Repubblica». «Sui referendum mi rimetto serenamente al giudizio di Dio». «Berrò l’amaro calice di tornare a Palazzo Chigi». «Noi e Buttiglione abbiamo gli stessi ideali, la famiglia, il cattolicesimo, una posizione che si riflette nel magistero di Giovanni Paolo II». «Il male di questo Paese è che tutti guardano alle loro parrocchie, invece bisognerebbe stare attenti alla diocesi». A un certo punto confidò: «Io sono in collegamento continuo con lassù, mi aiuta il circuito delle zie suore». E rivelò: «L’altro giorno nella cappella di Arcore ho visto mia madre in colloquio diretto col mio angelo custode, con mio padre e anche con le zie che sono dall’altra parte: con accenti accorati li rimproverava di non aiutarmi abbastanza». E qualche giorno dopo a Maria Latella che gli aveva chiesto con un pizzico di irridente incredulità quali richieste facesse lui all’impalpabile protettore, rispose con un sospiro addolorato: «L’idea dell’angelo custode suscita la sua ironia, forse le sembra una cosa fanciullesca… E io sorrido con qualche amarezza per il disprezzo cosi poco laico per questa elementare dimensione della fede, per questo amore che noi cattolici portiamo agli agenti della Divina Provvidenza».
Quando andò a trovarlo l’inviato di Famiglia Cristiana, volle dunque trascinarlo a tutti i costi, di stanza in stanza, fino alla cappella. «Presidente, non serve, la mia è un’intervista politica». «I suoi lettori devono sapere». «Quando faccio la Messa ad Arcore», raccontò a un settimanale, «la chiesa si riempie di giovani. La religione spinge tutti noi a migliorarci, a tendere verso l’alto». Fino alla sortita più famosa: «Uno che arriva come me alla guida dell’Italia è come se fosse stato unto dal Signore». Di più: «Quando si assume un ruolo come questo, la vita cambia. I cattolici la chiamano la Grazia dello status. È una cosa che ti fa diventare una persona diversa senza che tu te ne accorga. Già stanotte ho dormito da persona diversa, anche se con lo stesso pigiama». E mano a mano che Don Luigi Verzé lo confortava nella convinzione d’essere stato scelto da lassù («l’ho sempre detto, Silvio è stato mandato dalla Divina Provvidenza per salvare questo Paese») il Cavaliere si lanciava nel racconto di parabole: «All’Ospedale San Raffaele una madre mi pregò di convincere il figlio bloccato provvisoriamente su una sedie a rotelle a riprendere a camminare. Mi presentai dal ragazzo e gli dissi: “Giacomo, fatti forza. Alzati e cammina”. Lui, dopo alcuni giorni, si alzò». Un prodigio. Come tanti altri. Che gli avrebbero strappato battute come quella con cui annunciò di aver trovato un punto d’accordo su Bankitalia: «San Silvio da Arcore ha fatto un altro miracolo». Fino alla sublimazione del celebre gesto nel salotto di Bruno Vespa, quando porse la mano all’incerto giornalista: «Annusi, annusi!». «Cosa devo annusare?». «È odore di santità». E tanto deve essersi convinto, nel tempo, di questa sua dimensione al di là dei due divorzi e di una vita, diciamo così, sessualmente spericolata, che un giorno dell’estate 2008, alla Messa per il nuovo campanile di Porto Rotondo, chiese al vescovo di Tempio Pausania: «Eccellenza, perché non cambiate le regole per noi separati e ci permettete di fare la comunione?». «Lei che ha potere, si rivolga a chi è più in alto di me», gli disse quello sorridendo. Il Papa, in qualche modo, gli rispose dal Quebec: «Coloro che non possono ricevere la comunione a motivo della loro situazione, troveranno comunque nel desiderio di comunione e nella partecipazione all’Eucaristia una forza e una efficacia salvatrice». Parole che avrebbe interpretato come un via libera. Facendo la comunione in pubblico almeno un paio di volte, ai funerali dell’alpino Matteo Miotto e a quelli di Raimondo Vianello. E adesso? Cosa faranno i vertici della Chiesa dopo aver letto quei dialoghi («Ieri sera avevo la fila fuori dalla porta della camera… Erano in undici… Io me ne son fatte solo otto perché non potevo fare di più») finiti su tutti i giornali del pianeta? Lo vedremo nei prossimi giorni. Ma certo, stavolta, se venissero confermate certe testimonianze, sarà difficile per lui spiegare che anche Nicole Minetti vestita in una notte brava con «una tunica scura da suora, compreso il copricapo ed una croce rossa sul velo» facesse parte del «circuito» delle zie monachelle.

Il Corriere della Sera 18.09.11

******

“Il vocabolario della patonza”, di FRANCESCO MERLO

IN QUESTA fogna di parole «le bimbe» non sono più i pargoli di Gesù ma le ninfette. E Berlusconi non dice mai «donna», preferisce « patonza» che è il volgare banale e, vedrete, diventerà linguaggio d´epoca «la patonza deve girare», una frase abbagliante come un fulmine che illumina benissimo l´estetica e l´etica del berlusconismo e perciò gli sopravviverà. Un po´ come “la Corazzata Potemkin è una boiata pazzesca”, “Milano da bere” e “mani pulite”. Berlusconi infatti è il più trito turpiloquente di questa Italia con la patta sbottonata, non è D´Annunzio né Bukowski che cercava “la macchina da fottere”. E non c´è mai nel suo lessico da pelo che so?, una gazzella, un airone, un´aquila, solo «gnocca» , «due bambine piccole», «fica», e ovviamente «troia» che però è la femmina-merce che gli resiste, non importa se perché non le piace o perché vuole «prima vedere cammello». Insomma, ci sono tutti i consunti riflessi condizionati del pensionato dalla vita, quello che insegue le donne ma non si ricorda perché.
E a forza di bugie diventa sincero. «Erano in undici e me ne sono fatte solo otto» è, per esempio, la diminutio che certifica l´esagerazione, l´iperbole da barzelletta che svela il contrario di quel che declama. Entrambi, Berlusconi e Tarantini, sanno – ma non se ne curano – che quella menzogna rende trasparente l´impotenza, il bisogno di mangiare con avidità senza mai potersi saziare. «Avevo la fila fuori dalla porta» dice, come i seduttori flosci di Brancati che facevano ‘catenaccio´ nei bordelli e poi praticavano il gigantismo del sesso parlato. Berlusconi chiede «un caravan» di puttane, millanta prestazioni a mitraglia dicendo «non potevo fare di più, a certe cose non si può arrivare». Sembra davvero il romanzo postumo di Brancati sul sesso rianimato: «Stamattina mi sento bene, sono contento della mia resistenza».
Di sicuro è un tossico dipendente dinanzi al quale persino Tarantini, il pusher, sembra un ingenuo calvinista. Quella libidine sfrenata è troppo anche per lui. Tarantini gli parla per esempio di Francesca e Manuela «che è decisa, posso confermarglielo» ma, senza rendersene conto, lo mette in allarme dicendogli «per martedì ho preso un mezzo appuntamento».
Mezzo? Partono, sotto traccia, rimandi e metafore al fare le cose a metà e al mezzo uomo che raggiungono i nervi snervati di Berlusconi: «Vabbé, ma cosa facciamo una cena a quattro?». E qui Tarantini, che continua a non capire l´irritazione, smette per un attimo di truffarlo e lo affronta: «Sì, io preferirei di sì…, in pochi è meno imbarazzante». Leggetela bene l´immediata reazione di Berlusconi e immaginate il tono: «E poi? Il dopo come viene?» sbotta umiliandolo e richiamandolo alla durezza del suo mestiere di mezzana. «E poi…» il povero Tarantini cambia discorso.
Ecco, sono tanti i piccoli equivoci tra di loro: «E´ molto carina» dice Tarantini della merce. «Molto?» chiede Berlusconi che vuole più dettagli, vuole dar corpo a quel ‘molto´. Ma Tarantini crede che Berlusconi non ha sentito e ripete. «… carina». Il punto è che le sole divagazioni che gli sono consentite sono le adulazioni: «Ma lei che ci fa alle donne, dottore?». Questo è il copione che si sono dati. Certo, è pietoso il finto torneo di lussuria con Berlusconi nel ruolo dell´adone desiderato, del beato tra le donne: «C´è stata una cosa di brasiliane, russe, italiane. Ho qui i numeri di otto nuove». Entrambi recitano e Tarantini, come Lavitola, non è pagato solo per trovare la merce – «tu, quelle due mi devi portare!» – ma anche per confortare la vanità: «Senti che voce? Stanotte ho fatto le sei e mezza in un locale. Donne a go-go…. Non ti dico poi cosa succede a Napoli. Quando vado lì ormai sono santo veramente».
E bisogna dire che in questa commedia consapevole Berlusconi è disperatamente solo. Esibisce una lascivia arcaica fatta apposta per essere truffata da Tarantini e da tutte le ragazze della sua scuderia che tra loro gli danno del «vecchio rincoglionito». E si preoccupano solo del compenso: «Chi mi da i soldi, tu o lui?». Chissà come devono sentirsi, leggendo queste trascrizioni, quelli che a Berlusconi hanno voluto davvero bene, e chissà la vergogna di quel suo mondo fatto di mamma Rosa e di ben 4 zie suore. Il laico musulmano Erdogan non lo ritiene all´altezza della moralità dell´Islam, e invece la Chiesa romana, cattolica e politicante, non si imbarazza per quella frase-sintesi «la patonza deve girare» che segna il legame ambientale di Berlusconi con questo tempo storico, lo arreda, sostituisce l´osceno al tragico della politica e della vita.
Tutta la patonza di cui si informa – «e l´altra, com´è l´altra?» – è il tesoretto di questa comitiva di governo, piccioli e spiccioli della cassa comune dei copulanti associati: «Poi ce le prestiamo». E ognuno ha il suo ‘parco patonze´. «Posso portare anch´io le mie?» chiede Berlusconi al suo pappone di professione: non può rischiare di mostrarsi sprovvisto di una materia anatomica di cui è conoscitore, amante e possessore e si riserva la botta da maestro: «Voglio che tu abbia le tue, se no mi sento in debito». E c´è tutto l´immaginario di un ‘papi´, altra parola d´epoca, che è al tempo stesso Gozzano e Sade, la tenerezza e la pedofilia, nelle «ballerine» che pretende indossate «senza calze», nella richiesta di «gonne corte» e nel vestitino aderente e nero. «Mi metto un tubino nero corto e non troppo scollato?» chiede la merce a Tarantini. La risposta è «mettitelo scollato» perché il ricottaro conosce l´urgenza della bava e della sporcificazione «delle fanciulle offerte al drago» come anticipò all´Italia la dolente signora Veronica.
E tocca il fondo del degrado lessicale quando dice «ieri sera mi sentivo carico perciò ho telefonato …» e «mi sono scaricato». Qui la vanità passa dal pavone al caprone, il carnevale esagerato diventa frasario da voltastomaco: da Brancati si scende ai sottoproletari di Verdone, ai graffiti sui muri dei gabinetti delle stazioni: «Vieni senza mutande».
E c´è sempre, in ogni pensiero e in ogni momento, l´ossessione della vecchiaia. «Sono vecchietto» dice di sé. E la merce che compie 29 anni «sta diventando vecchietta». E sono «vecchietti» anche Carlo Rossella e Fabrizio Del Noce, che Berlusconi convoca ed esibisce nel serraglio perché le ragazze si sentano «di fronte a due uomini che possono decidere del loro destino». A Tarantini dice: «L´unico ragazzo sei tu, gli altri siamo vecchietti, ma con molto potere» che è il surrogato della virilità e della giovinezza.
E la vecchiaia qui non è più l´età della saggezza, della cautela e del sorriso ma la sfida invasata all´anagrafe, più torello di quand´era ragazzo: «Ce ne sono quaranta», «non se ne vanno neanche con le cannonate», «sono stato eletto playboy dell´anno», è un millantare da ex goliarda logorato, un armamentario da soldato di leva di sessant´anni fa, un impossibile ritorno da ricco ai suoi venti anni scoperecci ma poveri, un eccesso così eccessivo che la verità, a furia di menzogne, viene di nuovo fuori in un dettaglio autentico: non se ne vanno perché «il prezzo è buono e il vitto pure».
Ma non si può ringiovanire a pagamento. Come gli studenti fuori corso che truccano il libretto universitario e raccontano a casa finti esami e finte lauree, Berlusconi non è per nulla interessato alla Merkel, al Papa, ad Obama, e al vero Sarkozy preferisce l´imitatore del Bagaglino: «Faccio il premier a tempo perso» è un´altra verità inconsapevole resa evidente dall´abuso di bugie, come «la patonza deve girare», come quel carico e scarico sull´indistinta carne che non è un prolungamento, un seguito, un ritorno alla polluzione adolescenziale ma è l´incontinenza della vecchiaia malvissuta, quel ritrovarsi i calzoni maculati di gocce e di chiazze, poche e sparse.

La Repubblica 18.09.11

"Bambini «compressi» e aule inagibili Il caso Catanzaro", di Luciana Cimino

Alcune classi elementari «dirottate» in un liceo della città. Create aule di 20 metri quadrati con 25 studenti: eppure il rapporto dovrebbe essere di 1,80 metri quadri per ragazzo. Se ci fosse un premio per la città con le scuole più fatiscenti forse spetterebbe a Catanzaro, dove ben tre istituti negli ultimi due anni hanno chiuso perché dichiarati inagibili. In uno è crollato il tetto, un altro non era antisismico (in uno dei territori a più rischio terremoti della penisola… ) un altro, sebbene costruito recentemente, si è scoperto che poggiava su una falda acquifera. Non male come primato per un capoluogo di Regione. Fondi ministeriali per affittare sedi dignitose, dopo la cura Gelmini-Tremonti, nonce ne sono, e un complesso scolastico, al sud poi, non si costruisce in pochi mesi.Afarne le spese sono come sempre gli studenti. In questo caso parliamo di bambini. Che all’inizio dell’anno, nella situazione emergenziale, sono stati sistemati “alla buona”. Alcune quarte e quinte elementari dei plessi che hanno chiuso sono andate al Liceo Linguistico/ Scientifico Fermi, raggruppando così ragazzi adolescenti e maturandi con bambini. Le prime e le materne sono state accorpate invece alla Elementare Murano del quartiere Lido. Causando un sovraffollamento da primato. La scuola infatti per questi bambini è cominciata due giorni dopo che nel resto della Calabria: il tempo di finire i muri divisori che consentivano di ricavare dalle aule più grandi due locali. Non solo: anche la sala mensa, una conquista recente dell’istituto, è stata adibita ad aula. Sapete qual è il risultato? 25 bambini in classi di 20 metri quadrati inclusi banchi, sedie, cattedra e tre maestre. Quando la legge prevede un metro quadrato e 80 centimetri netti (e cioè arredi esclusi) per bimbo. I genitori della scuola Murano non ci stanno a vedere «soffocare» i loro figli e minacciano battaglia. «Non hanno lo spazio per giocare, devono anche mangiare in aula perché la sala mensa è occupata, ma come fanno? – dice la mamma di un bimbo di tre anni – io dico: va bene, data la situazione di emergenza non rispettate i metri qudrati per bimbo, ma non al punto di farli soffocare». «Una maestra ci ha detto che finché c’è bel tempo li porteranno fuori a giocare perché dentro non c’è spazio – dice un padre – ma d’inverno? Li tengono legati alle sedie? Sono bambini dell’asilo». E Costantino, che ha iscritto un bambino di 4 anni: «Mio figlio mi dice che non può neanche correre, volevo andare a fare una denuncia ai carabinieri, mi hanno fermato, mi hanno detto di non essere impulsivo». «I miei figli stanno in classe come dei topi – s’indigna Paride, fotografo, due bambini in quella scuola di 3 e 5 anni – non sono classi, sono trappole, che dobbiamo fare chiamare gli avvocati? È una scuola pubblica o no?». E non c’è alcuna speranza che migliori la situazione nel corso dell’anno scolastico. «La dirigente è stata chiara – dice Maria Fratto, rappresentante dei genitori della materna – rimane tutto così fino a giugno». Per questo hanno pensato di convocare un’assemblea pubblica con tutti gli esponenti poltici locali che vorranno interessarsi al caso (di destra e di sinistra) e, sopratutto, di scrivere una lettera aperta al sindaco di Catanzaro, Michele Traversa (centrodestra), al Ministro Gelmini e al Dirigente scolastico regionale Francesco Mercurio che giusto tre giorni fa in una conferenza stampa sull’avvio dell’anno scolastico regionale, svoltasi proprio nel capoluogo, non ha evidenziato nessun problema per le scuole catanzaresi. E anche per la dirigente della scuolaMuranoè tutto a posto, anzi «a misura di bambino», come dice lei stessa ad un giornale locale. Per Caterina Anania, dirigente del VI circolo didattico, infatti, secondo le parole riportate ieri dal la Gazzetta del Sud: «benché sia una sistemazione tampone» sarebbe addirittura per i bambini un ambiente «più consono» che negli anni passati. Nontace la dirigente però altri problemi: «L’unica carenza che abbiamo è quella relativa al personale tecnico-amministrativo, il cui numero è sempre inferiore a quanto servirebbe, per via dei numerosi tagli che colpiscono il settore ».Nonsi nasconde invece l’assessore alla scuola Stefania Lo Giudice (Pdl) che però come prima cosa dice: «È una situazione ereditata dalla precedente amministrazione di centro sinistra». Poi spiega che «è una soluzione temporanea,abbiamo preso la decisione in 20 giorni, i lavori per sdoppiare le aule si sono svolti in tempi record». A proposito delle mamme e dei padri in protesta, Lo Giudice afferma: «Il lamento dei genitori è strumentale, trovano scuse, il sovraffollamento in realtà non c’è, i bambini sono solo un po’ sacrificati». «Il nostro obiettivo – continua – è ristrutturare le scuole chiuse o fatiscenti». Con quali fondi, visto che dal Miur non arriva un euro e la manovra ha tagliato i fondi agli enti locali? «Io la manovral’avrei votata lo stesso ma le casse comunali effettivamente sono sofferenti». Tre milioni di euro. La pietra tombale sulle scuole catanzaresi la mette l’assessore ai lavori pubblici con delega all’edilizia scolastica, Giuseppe Calabretta: «Ci vogliono almeno 3 milioni di euro per rendere agibile una sola scuola. Il vero discorso è quello delle risorse, senza dire questo non si possono dare tempi». Le scuole a norma per gli studenti catanzaresi rimarranno un’utopia.

L’Unità 18.09.11

"Chi non si rassegna. La mia giornata di prof in trincea", di Mila Spiccola

Istituto “Salvatore Quasimodo”, Palermo, Italia. Venticinque studenti in una classe con tre disabili e non potrebbero essere più di venti alunni. In una seconda ho 25 alunni di cui tre disabili. Ce ne potrebbero stare massimo 20 con un disabile, «recita la legge », ma il diavolo è nel dettaglio e abbiamo solo una sezione di spagnolo, per cui «non se ne può spostare nessuno, hanno fatto spagnolo, possiamo chiedere alle famiglie… Sennò possono far ricorso. La coordinatrice può convocarle e chiedere il permesso». È il nuovo preside che parla e io alla parola “ricorso” mi blocco. Per carità, un ricorso da una mamma dibimbodisabile… Cerco nell’elenco dei coordinatori delle classi approvato in collegio ieri, in fondo è nell’interesse del bambino, come faccio a seguirne tre io di disabili? E gli altri 22? Il sostegno nelle ore di arte non c’è, non disegneranno mai? E perché? E poi, dei tre, solo uno è un “H grave”, un bimbo paraplegico, gli altri hanno “solo” disturbi da iperattività. Ve lo immaginate un bimbo paraplegico accanto a 2 iperattivi dichiarati e a 22 con l’argento vivo (vivaddio) addosso? In quella seconda ci sono anche i quattro bocciati dello scorso anno. Iperattivi? Di più. Chiamiamole simpatiche canaglie. Rieccolo il diavolo e questa volta è nelle procedure: il coordinatore di quella classe è il/la collega di matematica, in quella sezionenon è stato ancora assegnato, cattedra vacante. Le convocazioni per le assegnazioni delle supplenze a Palermo quest’anno sono previste a fine settembre, e anche l’assegnazione dei docenti di sostegno. Ancora non ho l’elenco completo dei miei alunni, saranno circa 250 alunni. Nome, cognome, carattere, bravo, bravino, capace, abile, competente… 250 alunni. Nell’anno del Signore 2011 lei ha detto che tutto va bene e la crisi Emma non la sente. Quanto costa un diario? «Dai 13 euro in su prof! Ce ne sono anche di 25 euro… » mi risponde Giovanni della 2L. «Ragazzi che ne dite se ce lo facciamo noi il diario? Giuro lo facciamo bellissimo». Vedo facce sbigottite e rimangio quello che ho detto. Perché la dovrebbe sentire il mio Giovanni senza il suo diario la crisi? «Ok, non ho detto nulla». Stiamo eleggendo i rappresentanti di classe, tocca ai prof della prima ora di oggi: candidati, programma, proposte, elezioni, presidente di seggio, segretario. Verbale. Scrutinio. Che ne dite? Lo facciamo un manifesto elettorale? Con lo slogan!! «Professoressa, ahi ahi, stai facendo politica… in classe? Non si può». «Levati di mezzo, sto facendo democrazia». «Ragazzi, qual è la parola più immediata che vi viene da accostare a democrazia? ». «Voto e scelta». «E se io non li conosco questi cinque candidati come scelgo? Lo capite che è importante conoscerli vero? Se devono rappresentarvi. E che cos’è una dittatura?». «Prof la sua». Ridiamo. Sì, è vero. «Però dai, Giovanni, ogni tanto faccio scegliere anche a voi.. ». Quando chiedo a Giovanni di andare a fare una fotocopia, mi sento rispondere: «Prof non si può…». Niente fotocopie, le devo prenotare due giorni prima e solo per casi eccezionali. Mi sta benissimo avere 250 alunni, ma cavolo, una fotocopia!! ». I libri? So perfettamente chi in quella classe ha il libro e chi non ce l’ha». Chiedo: «La mail ce l’abbiamo tutti vero?». Sanno che li sto fregando, per mail non si scappa. «Segnatemi qua la vostra mail, vi mando i compiti per casa, ripasso sull’arte romana? Ce la fate per domenica mattina? Così li guardo nel pomeriggio». E così le lezioni, e così i disegni, e così tutto il resto… Esegui, scansiona, invia, ricevi, stampa, correggi. Attrezzarsi per resistere e per esistere. Classi 2.0: che sarà mai un libro di testo? Che sarà mai il tempo non calcolato? Piccole cose di valore non quantificabile e infatti nessuno ce le paga. Suona la campanella, corridoio… Via.. c’è il Preside alle mie spalle. «Professoressa lunedì ci va lei a questo primo incontro del corso di aggiornamento sulla didattica laboratoriale?». Agita un foglio in mano. «Ma è il mio giorno libero… sì, certo.. . Ok». Ho rotto le scatole a tutti sulla didattica laboratoriale, sulla noia dei banchi, sulle classi trasversali. Mo’ pedala, professoressa. «Dalle 9 alle 17 al liceo Meli, ce la fa poi a stendermi una paginetta che la inseriamo nel fascicolo e poi la relazioniamo ai colleghi? Fa la referente del progetto?». «Segretaria del consiglio d’istituto, rsu, responsabile regolamenti, commissione viaggi… ». «Senti Mila, ti faccio il mio elenco?» replica Giuliana mentre posiamo i registri. Sono per le scale di casa adesso, con la bolletta del conguaglio della luce in mano, mannaggia alla mia miseria… Faccio due conti mentre salgo le scale di casa. E penso già a martedì. Oggi è il 17 settembre e sono strafortunata: sono un’insegnante di ruolo. Emma la crisi non la vive, il caos non lo vede e le urla non le ascolta. Come troppi altri del resto. Figli anche loro di sua madre?

L’Unità 18.09.11

"Un premier allo sbando connivente e ricattato", di Eugenio Scalfari

Ce la faremo da soli? Molti ci sperano, magari per scaramanzia. Oppure per quel “dover essere” che implica un richiamo alla coscienza morale, ma è chiaro e l´abbiamo scritto più volte che da questa crisi si può uscire tutti insieme o tutti insieme affonderemo perché l´economia internazionale è a tal punto intrecciata da costruire un unico sistema di forze e di debolezze.
Lo si è visto venerdì scorso, quando cinque Banche centrali – la Fed americana, la Bce europea, la Banca d´Inghilterra, la Banca giapponese e quella svizzera – hanno inondato di liquidità il sistema bancario europeo con prestiti in dollari a tre mesi per cifre illimitate. I mercati hanno respirato, le Borse sono ritornate in positivo, gli “spread” sono diminuiti. La via di salvezza è questa? Stampare moneta per tirare i Paesi fuori dalla recessione che li minaccia, magari a prezzo di scatenare l´inflazione?
No, non è questa la via e le Banche centrali lo sanno bene. L´inflazione a due cifre – che avrebbe il pregio di svalutare i debiti sovrani riducendoli a carta straccia – è l´imposta più odiosa perché è la più regressiva che possa immaginarsi, colpisce tutti i redditi fissi, stipendi, salari, pensioni, arricchisce i già ricchi e impoverisce i ceti medi. Spezzerebbe definitivamente una coesione sociale già indebolita da crepe profonde.
Le Banche centrali possono intervenire per fornire all´ammalato una boccata d´ossigeno in attesa che la terapia contro la malattia faccia il suo effetto. Purché la terapia sia appropriata e somministrata con tempismo nella giusta misura.

Questo discorso riguarda tutti i Paesi convinti dalla crisi, ma da noi, in Italia, esiste ed opera con sempre maggiore intensità un altro elemento aggravante. Noi da tempo non siamo più governati. Da tempo il nostro Paese è scivolato agli ultimi gradini della credibilità internazionale. Il “premier” che guida il governo è diventato una barzelletta, le cancellerie evitano di incontrarlo, le autorità europee alle quali chiede l´elemosina di un incontro rifiutano di comparire insieme a lui nelle conferenze stampa.
Ci vorranno anni e anni prima di poter recuperare la perduta dignità, ci vorrà un tenace lavoro di restauro delle istituzioni, occupate o insidiate da una vera e propria banda della quale il “premier” fa parte o dalla quale è sistematicamente ricattato.
In questi giorni la curiosità dell´opinione pubblica è concentrata soprattutto sulla sfilata di prostitute o di “ragazze di vita” fornite da procacciatori su richiesta del presidente del Consiglio e avviate verso le sue residenze private e semi-pubbliche. Ma l´attenzione principale dovrebbe invece essere rivolta ai contatti sistematici del premier con alcuni lestofanti di professione, a cominciare da quel Lavitola che al tempo stesso lo serve e lo ricatta.
È certamente scandaloso che mentre il Paese attraversa la sua più grave crisi economica il premier confidi alle ragazze che gli si concedono di fare il capo del governo “a tempo perso”; è altrettanto scandaloso che passi il suo tempo di lavoro con i suoi avvocati per evitare i processi e soffocare le intercettazioni invece di studiarsi i dossier del debito, della disoccupazione, d´una economia che è ormai l´ultimo vagone del traballante treno europeo. Ma lo scandalo che non ha precedenti nella storia d´Italia è la connivenza del capo dell´esecutivo con una banda che esplicitamente mette le mani nella casse dello Stato, deturpa e stravolge le istituzioni, i pubblici appalti, le pubbliche imprese.
Connivente e al tempo stesso ricattato. Lavitola concerta con lui le promozioni nel comando della Guardia di finanza. Tarantini ottiene di essere presentato e raccomandato a Bertolaso per essere inserito tra gli interlocutori della Protezione civile. Le “ragazze di vita” vengono compensate con posti alla Rai o nei consigli regionali o addirittura in Parlamento. Imprese pubbliche come la Finmeccanica sono contaminate dalla corruzione che arriva fino ai vertici dell´azienda e ne influenza le scelte.
Tutto ciò avviene non solo sotto gli occhi con l´attiva complicità della più alta autorità di governo. Ma non soltanto, perché alcuni ministri non possono non sapere. Non può non sapere il ministro dell´Economia da cui la Guardia di finanza dipende e da cui dipendono le imprese pubbliche possedute dal Tesoro. Vero è che anche quel ministro non sta messo affatto bene; indipendentemente dall´esito della votazione che si svolgerà tra pochi giorni alla Camera sulla richiesta d´arresto del deputato Marco Mario Milanese, il processo che lo vede coinvolto riguarda appunto il suo ruolo di controllore delle imprese pubbliche delegatogli in esclusiva dal ministro con tutto ciò che ne consegue, ivi compresi i suoi maneggi con i vertici della Guardia di finanza.
Esistevano due “lobbies” (così disse il ministro al nostro giornale poche settimane fa) in quel corpo così importante per la lotta contro l´evasione fiscale e contro la corruzione: una lobby faceva capo ad un gruppo di alti ufficiali con rapporti diretti con palazzo Chigi, l´altra con altri ufficiali con rapporti col ministro. Lo scandalo non consiste nell´esistenza di tali rapporti, che sono dovuti; consiste nel fatto che fossero contrapposti, come erano e sono contrapposti tra loro il “premier” e il ministro dell´Economia, contrapposizione non secondaria nella pessima gestione della crisi che ha richiesto cinque manovre finanziarie in due mesi, le ultime delle quali avvenute (per fortuna) su ordine della Bce come contropartita ai suoi interventi sul mercato dei titoli di Stato.
Questa è dunque la situazione in cui si trova il nostro Paese: il presidente del Consiglio collude con lestofanti che mirano ad ingrassare i loro portafogli con pubbliche risorse; con essi si dà del tu, con essi scambia baci e abbracci, con essi programma appuntamenti e favori, li introduce nella pubblica amministrazione, interviene a proteggerli quando si sentono minacciati, li finanzia con denari contanti che non lasciano tracce, parla attraverso telefoni forniti di schede al riparo (così sperano) di intercettazione.
Ma quando la connivenza non basta, lui, il premier, viene messo “con le spalle al muro” col ricatto.
Un capo di governo ricattabile è un pericolo gravissimo, non sostenibile in nessun Paese del mondo. I magistrati di Bari sono stati finora prudenti: alcune intercettazioni assai sconvenienti verso capi di governo stranieri (Merkel, Sarkozy) non sono state allegate all´ordinanza comunicata alle parti, per evitare una vera e propria crisi diplomaticamente squalificante. Non toglie che quelle frasi sono state dette da un premier evidentemente fuori controllo.
Un personaggio in queste condizioni continuerà a governare, con la maggioranza di Scilipoti fino al 2013?

* * *
Di tanto è crollata la credibilità di Berlusconi (tutti i sondaggi la stimano ormai al 22 per cento contro il “no” del 78) e di altrettanto è cresciuta quella del presidente della Repubblica. Il quale, costretto e indotto dall´emergenza delle circostanze, ha interpretato con il consueto rigore e scrupolo ma anche con accresciuta fermezza i poteri che la Costituzione gli conferisce. L´abbiamo visto nella gestione della manovra finanziaria, l´abbiamo visto anche quando, appena qualche giorno fa, ha rifiutato di firmare il decreto che il premier reclamava per bloccare la pubblicazione delle intercettazioni effettuate dalla Procura di Bari.
Il Presidente conosce e ha sempre rispettato i limiti che la Costituzione pone all´esercizio delle sue prerogative. In occasione della sua partecipazione in videoconferenza al meeting dello studio Ambrosetti di alcuni giorni fa, Napolitano ha ricordato che in una democrazia parlamentare l´esistenza del governo non può esser messa in discussione fino a quando esista una maggioranza che lo sostiene. Soltanto quando quella maggioranza venisse meno il Capo dello Stato diventa il “dominus” della partita, per insediare un nuovo governo che possa ottenere la fiducia del Parlamento ovvero per sciogliere anticipatamente le Camere.
Questo pensa il Capo dello Stato ed è certamente nel giusto, anche se alcuni costituzionalisti sostengono che i suoi poteri sono ancora più ampi per quanto riguarda lo scioglimento anticipato della legislatura, forse dimenticando che il decreto di scioglimento richiede anche la firma del presidente del Consiglio.
Tutto ciò detto, il Capo dello Stato ha, per Costituzione, il potere di inviare messaggi al Parlamento su qualunque tema e in qualunque circostanza. Può anche esternare il suo pensiero in altri modi, comunicati, lettere, interviste; ma il modo solenne è quando rivolge il suo messaggio al Parlamento, cioè ai delegati del popolo sovrano.
Noi pensiamo che quel momento sia arrivato. Pensiamo che spetti al Presidente investire il Parlamento del problema della credibilità del governo. Nel Parlamento ci sono le opposizioni ma c´è soprattutto la maggioranza ed è alla maggioranza parlamentare che un messaggio presidenziale sulla credibilità del governo dovrebbe essere indirizzato.
So bene che il Presidente detesta essere “tirato per la giacca”. Noi non vogliamo affatto commettere quella scorrettezza. Ci limitiamo a segnalare che un passo del genere rientra perfettamente nelle sue prerogative. Ovviamente spetta a lui soltanto di decidere se utilizzare il suo diritto di messaggio su un tema così delicato, ma così capitale per le sorti stesse della democrazia.
Nella sua dichiarazione di voto sulla manovra, in nome del gruppo parlamentare del Pd, Walter Veltroni ha denunciato il pericolo dei giovani che nella piazza di Montecitorio gridavano “chiudete il Parlamento”. Tra i tanti rischi che corre la democrazia c´è anche questo: la spinta crescente contro le istituzioni democratiche.
Non saranno i mercati a farlo ma la persistenza dell´attuale governo a potenziare l´attacco ai titoli e alle Borse. Non sarà la magistratura a stabilire le sorti del premier, ma la sua connivenza e ricattabilità con chi soddisfa i piaceri che placano la sua malattia psichica. Perciò occorre che il Parlamento esca dall´apatia e dall´afasia. Il Capo dello Stato può stimolarlo a compiere i suoi doveri.

La Repubblica 18.09.11

"Il cavaliere fugge nella menzogna", di Massimo Giannini

Silvio Berlusconi passerà alla storia come il “premier a tempo perso”, secondo la definizione che lui da di se stesso conversando amabilmente con Maristelle Polanco, una delle innumerevoli “bambine” che hanno allietato le “serate eleganti” di Arcore, di Palazzo Grazioli o di Villa Certosa. Il presidente del Consiglio azzarda ora un rancoroso contrattacco. Protesta sul “Foglio” per l´inaccettabile “aggressione politica, mediatica, giudiziaria, fisica, patrimoniale e di immagine” a cui è stato sottoposto. Denuncia la “campagna di delegittimazione che punta a scardinare il funzionamento regolare delle istituzioni”. Lamenta il “regime di piena e incontrollata sorveglianza” al quale lo hanno sottoposto magistrati e giornali comunisti, con l´obiettivo di costruirgli addosso “l´immagine di ciò che non sono, con deformazioni grottesche delle mie amicizie e del mio modo di vivere il mio privato”. Accusa sdegnato il “circuito mediatico e giudiziario completamente impazzito”, che sta cercando di “trasformare la mia vita privata in un reato”.
Bisogna sempre ascoltarlo, il Cavaliere, quando urla la sua onestà politica e il suo rigore morale di fronte agli scandali innumerevoli che lo travolgono. Quando grida al mondo le sue “verità”, cercando di mascherare lo “scandalo permanente” della sua vita privata, incompatibile con un incarico pubblico perché esposta al ricatto sistematico e disposta all´abuso di potere. Berlusconi tace o parla d´altro, come sempre. Fugge altrove. Nell´altrove dell´autocelebrazione manipolatoria e del complotto mediatico-finanziario. Lo fa perché non può rispondere alle domande che lo inseguono da tre anni, e che chiamano in causa la sua ossessione sessuale, perseguita e soddisfatta ad ogni costo e con tutti i mezzi. Compreso l´uso di una “ragnatela” di faccendieri senza vergogna (ai quali si consegna inerme, tentando di nascondere i suoi vizi con i suoi soldi) e di manager senza scrupoli (ai quali fa saldare il conto delle sue bravate aprendo al giro dei suoi lenoni affamati la cassaforte degli appalti pubblici). Al centro della ragnatela non c´è Tarantini né Lavitola. Non c´è Intini né Guarguaglini. Il “ragno” è lui. E´ lui che chiede «ragazze sempre più giovani» e «non troppo alte». È lui che passa ore al telefono per organizzare i bunga bunga. E´ lui che retribuisce lautamente i suoi pusher di escort, vestendo i panni della vittima ricattata, quando è in realtà il vero carnefice di se stesso.
Non è un “teorema” mediatico-giudiziario. E´ invece il quadro chiaro, che emerge rimettendo in ordine fatti e documenti. Da una parte l´autodifesa del Cavaliere, affidata non solo alla lettera al “Foglio” ma prima ancora al “Memoriale” inviato ai pm di Napoli che cercano invano di sentirlo come testimone. Dall´altra parte le intercettazioni telefoniche, gli interrogatori, le ordinanze dei Gip: insomma i materiali agli atti delle inchieste di Bari, di Napoli, di Milano. Il confronto è impietoso. Il presidente del Consiglio non solo non spiega nulla. Ma depista, confonde, quasi sempre mente.

“TARANTINI, IMPRENDITORE DI SUCCESSO”
Ai pubblici ministeri napoletani che si rifiuta di incontrare Berlusconi scrive poche righe, nel suo “Memoriale”: «Ho conosciuto il signor Tarantini e sua moglie alcuni anni orsono. Mi è stato presentato come un imprenditore di successo e da più parti ho avuto su di lui positive indicazioni».
Tutto qui. Il riferimento è vago. Nulla dice sulle modalità e sulle ragioni che hanno fatto incrociare le strade di un capo di governo e di uno spiantato trafficante di escort e cocaina. Nel passato di Tarantini non risultano agli atti “imprese di successo”. La sua unica “impresa” è l´organizzazione di un vorticoso giro di prostitute, che lo stesso Tarantini “gestisce” a Bari e offre ai potentati locali, e che assolda dall´estate del 2008 per entrare nelle grazie del premier. Ci riesce, fin da quell´agosto. Di lì a un mese inizia a organizzare le “serate” berlusconiane. Nulla dice di tutto questo, il presidente del Consiglio. Nulla dice delle ragazze che, da quel momento e nell´anno successivo, “ordina” allo stesso Tarantini. Le 3.500 pagine depositate dalla procura di Bari sono un campionario infinito e ormai persino abusato. Basta leggere le conversazioni tra il Cavaliere e il suo “fornitore”. «Vedi Giampaolo, ora al massimo dovremmo averne due a testa. Perché ora voglio che anche tu abbia le tue, se no mi sento sempre in debito. Tu porta per te e io porto le mie. Poi ce le prestiamo. Insomma, la patonza deve girare…». «Erano in undici… io me ne son fatte solo otto perché non potevo fare di più…».
Si indigna ora il Cavaliere, nella sua lettera al “Foglio”: «È del tutto inaccettabile e addirittura criminale che persone che sono state presenti a mie cene con numerosi invitati siano marchiate a vita come escort”. Basta leggere le carte, per scoprire che, ospitate nelle “serate eleganti”, le ragazze sono retribuite per le loro prestazioni. “Devo trovare subito una troia», si dispera l´imprenditore cocainomane barese. Paga Tarantini. Ma dai brogliacci della procura emerge che, in diversi casi, paga anche il premier. È il caso del 6 settembre 2008, quando a Tarantini la Di Meglio spiega: «Io non ho detto niente, Stamattina, andando via, ha detto, ‘ah metti questo in borsa´, e io ho detto ‘no guarda, non ti preoccupare, non ti sentire obbligato a…´. ‘No mi fa piacere! ´. Però io non ho chiesto, assolutamente…». E´ il caso, ancora, della telefonata che lo stesso premier fa a Tarantini il successivo 17 ottobre, quando gli dice: «Guarda che hanno tutto per pagarsi da sole, sono foraggiatissime…».

“Lavitola, direttore di giornale”
Ancora più sintetico, per non dire reticente, si dimostra il Cavaliere quando spiega la sua “Conoscenza con Valter Lavitola”: «Conosco Lavitola da parecchi anni, in particolare per la sua attività di giornalista e di direttore di giornale». Tutto qui. Troppo poco, per giustificare quello che i magistrati di Napoli, nell´ordinanza di arresto di Tarantini, descrivono come “un anomalo rapporto di interlocuzione privilegiata”, caratterizzato da un “tono di speciale vicinanza”. Troppo poco, per spiegare la natura delle relazioni tra il capo del governo e quello che ai pm appare come “un attivo e riservato informatore su vicende giudiziarie di specifico e rilevante interesse dello stesso Berlusconi”. In pochi, in Italia, conoscono Lavitola, almeno fino al settembre di un anno fa, quando la macchina del fango berlusconiana parte all´attacco di Gianfranco Fini per la sua casa a Montecarlo e il dinamico direttore-editore dell´”Avanti” sforna documenti taroccati nelle sue ignote trasferte tra Santa Lucia e Panama. Berlusconi apprezza, evidentemente.
E´ con Lavitola la telefonata dell´ottobre 2009, quando suggerisce al premier la nomina di un generale “amico” alle Fiamme Gialle: «Presidente, si ricorda la faccenda di cui le venni a parlare, la faccenda del generale? Non per fare il numero uno, per fare una mediazione e lui il numero due…». E Berlusconi, solerte: «Allora lo devo chiamare… Gli fissiamo un appuntamento. Allora lui si chiama? Spaziante?». Ed è ancora con Lavitola un´altra telefonata del 13 luglio scorso, con il premier che chiama con una scheda Wind, intestata a Ceron Caceres, di origine peruviana. Nella conversazione Lavitola parla dell´inchiesta P4, sputa fuoco contro Letta e Bisignani e gli parla di una nota che serve a Paolo Pozzessere, manager di Finmeccanica ora travolto dallo scandalo e dimissionato l´altro ieri, che invece il Cavaliere vuole sentire («Fammi chiamare da Pozzessere», dice). E´ la nota telefonata nella quale il premier dice “…tra qualche mese vado via da questo paese di merda…”. Ed è di nuovo con Lavitola la telefonata del 24 agosto scorso, quando il premier consiglia al suo sodale latitante, che lo chiama dall´estero: “Resta lì, e vediamo un po´…”.
Perché il presidente del Consiglio intrattiene un rapporto del genere, con un personaggio così losco ed ambiguo? Perché parla con lui usando utenze peruviane? Perché accetta i suoi consigli sulle leggi da approvare, persino sulle nomine da fare nei corpi dello Stato? Perché – come vedremo più avanti – lo riempie di denaro contante, da dividere con il socio Tarantini? Il “Memoriale” non lo dice.

I SOLDI AI TARANTINI, “FAMIGLIA DISPERATA”
La domanda più importante che i pm di Napoli vorrebbero rivolgere al premier, riguarda l´enorme quantità di denaro versato in questi anni a Tarantini. Nell´ordinanza d´arresto del faccendiere il versamento di queste “consistenti cifre e benefici” si quantifica in “appannaggi mensili in forma occuplta di quasi 20 mila euro, più una somma “una tantum di 500 mila euro”. Perché questa gigantesca prebenda, a beneficio di uno spregiudicato “spacciatore” di donne e di droga? Nel suo “Memoriale”, il premier ripete la favola del “Grande Benefattore”: “Dopo il suo arresto Tarantini e la moglie mi scrissero delle accorate lettere… mi fecero sapere di essere in gravissime difficoltà economiche… chiedendomi aiuto per finanziare la loro azienda e per evitare il fallimento… Feci quindi avere al Tarantini e alla moglie del denaro consegnandolo direttamente al Lavitola o facendolo consegnare dalla mia segreteria…”.
L´uomo generoso. Questa, dunque, è la leggenda che il premier cuce su se stesso. Carte alla mano, i magistrati di Napoli raccontano nell´ordinanza una verità totalmente diversa. “La ragione giustificativa di tali dazioni risiede nella vicenda processuale radicata a Bari, dove il Tarantini è indagato (per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione) e Berlusconi è coinvolto anche se solo mediaticamente…”. Il premier, in altre parole, paga il silenzio del suo lenone sulla compagnia di escort che gli ha fornito negli anni. Vuole che patteggi la pena, e che eviti così un dibattimento nel quale uscirebbero tutte le intercettazioni telefoniche sulle “serate” di Casa Berlusconi, il cui contenuto è ritenuto “catastrofico per l´immagine del premier”.
Ecco perché il presidente del Consiglio paga. Ancora una volta, deve insabbiare e nascondere la sua “sexual addiction”. I suoi “aguzzini”, Tarantini e Lavitola, non hanno con lui l´atteggiamento che lui stesso descrive nel “Memoriale”, raccontandosi come il Buon Samaritano. “Lo dobbiamo tenere sulla corda”, “metterlo in ginocchio” si dicono Tarantini e Lavitola al telefono prima dell´estate. Tarantini parla con la moglie Nicla, il 14 luglio: «Quando lui si sputtanerà io gli andrò addosso… lo dovrò mettere con le spalle al muro». Lei gli risponde: «Noi non abbiamo più niente da perdere, lui invece ha da perdere questo e quell´altro… Hai capito, gli compra le case, le sistema, gli trova lavoro a quattro mignotte… Lui si è fatto arrivare a casa minorenni, vogliamo parlarne? E adesso il problema era Giampaolo…». Questo è lo stato d´animo dei Tarantini, “famiglia bisognosa” miracolata dal Cavaliere. E´ un presepe che non regge, quello costruito dal premier nel suo “Memoriale”. Lo spazza via il pragmatico Lavitola che, a fine luglio dice a Giampi: «Più merda c´è, meglio è».

LE “FOTOGRAFIE” DI MARINELLA
Dunque, il premier paga. Questa verità non può più negarla neanche lui. Come paga? «Si trattava di somme che variavano tra i 5 mila e i 10 mila euro, 5 mila per il Tarantini e 5 mila per la moglie… Ho una cassaforte dove tengo sempre disponibile una somma di contanti….».
Almeno su questo, il Cavaliere non mente. Viola la legge, perché nel tempo versa in nero e in contanti una somma totale che lo stesso Tarantini, nell´interrogatorio del 2 settembre in carcere, quantifica in circa 700 mila euro. Ma non può mentire. Resta da scoprire un´altra verità: perché, se versa il suo obolo per beneficienza, non lo fa alla luce del sole? Perché, viceversa, sente il bisogno di occultare questa “incombenza” affidandola alle cure riservate della sua segretaria Marinella Brambilla, e di farla truccare con quello che i magistrati chiamano “un linguaggio criptico, convenzionale”? E´ la farsa delle “foto da stampare”, scoperta nella telefonata del 23 giugno tra la Brambilla e Lavitola: «Allora, riusciamo a stampare 10 foto, mandami… chi mi mandi, il solito Juannino, li, il tuo?». Questo è il gergo. Segreto e cifrato, come quello dei gangster. Perché? Se i soldi servono ad alleviare le pene di una famigliola in difficoltà, perché mimetizzarli da “foto” e farli transitare illegalmente usando balordi intermediari sudamericani? Perchè occultare le tracce di ciò che si sta facendo, invece che esserne pubblicamente orgoglioso? Il Cavaliere paga non per aiutare, ma per zittire. Per questo non è tranquillo. C´è una prova a carico: è la deposizione della stessa Brambilla, interrogata dai pm il 13 settembre: nel confermare i versamenti, la segretaria racconta che quando il premier gli diede ordine di pagare Lavitola con 10 mila euro «era sicuramente infastidito e piccato: disse qualcosa tipo: ‘quello è un rompiscatole´…». Perché quel fastidio, se il “regalo” del Cavaliere era un´opera buona che serviva a sfamare una bocca, e non a chiuderla?

LE AZIENDE PUBBLICHE COME MERCE DI SCAMBIO
C´è un ultima verità, che emerge dalle 100 mila intercettazioni di Bari, e che il presidente del Consiglio non chiarisce. Per la prima volta da quando le inchieste sono cominciate, si profila con nettezza un “metodo Berlusconi” che piega anche le aziende pubbliche e gli apparati dello Stato alle logiche della circonvenzione sessuale e della spartizione affaristica. Nasce quello che i magistrati chiamano un «comitato d´affari sul gruppo Finmeccanica, con la prospettiva di entrare nel capitale di una società di progetto, ancora in fase di costituzione a cui sarebbero stati destinati i circa 280 milioni di euro che il governo aveva stanziato … per materiali, servizi ed opere per conto della Protezione Civile». E´ Berlusconi che si fa chiamare da Paolo Pozzessere. E´ Berlusconi, il 12 novembre 2008, che chiama Tarantini dalla sua macchina e passa la cornetta a Guido Bertolaso, seduto a fianco a lui, perché si mettano d´accordo per un appuntamento d´affari. E´ Berlusconi, il 10 dicembre 2008, che incontra il presidente di Finmeccanica Guarguaglini, per chiedergli di far entrare Tarantini nella società controllata dalla Selex (di cui è amministratore delegato Marina Grossi, moglie di Guarguaglini) che dovrà gestire l´appalto da 280 milioni della Protezione Civile. «Ho visto Guarguaglini, poi ti riferisco».
Questo è l´abisso, nel quale precipitano il capo del governo e le sue istituzioni, lo Stato e le sue aziende, i soldi privati e quelli pubblici. Questo è il vero “scandalo permanente”. Un presidente del Consiglio che usa la menzogna e abusa del suo ruolo. Che semina illegalità e immoralità. Che è ormai interamente posseduto dai suoi vizi, e per questo non può più governare.

La Repubblica 18.09.11

Risalire in cattedra

I maestri cattolici dell’Aimc: “L’avvio del nuovo anno scolastico in tutte le regioni d’Italia. Si apre un anno in clima di forte preoccupazione sul futuro anche prossimo del nostro Paese”. Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa a firma della presidenza nazionale dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici. Tra pochi giorni si completerà l’avvio del nuovo anno scolastico in tutte le regioni d’Italia. Si apre un anno in clima di forte preoccupazione sul futuro anche prossimo del nostro Paese, a causa di una crisi economica che brucia risorse, costringendo a sacrifici tutte le famiglie e con un’incidenza molto forte anche sul piano valoriale e culturale.

La scuola, per sua natura e mandato sociale, è luogo di confronto con un presente che è già futuro, quello degli alunni, e con un passato che si fa presente, dettato dalla propria essenza di istituzione preposta alla formazione delle nuove generazioni. La scuola, quindi, non è, e non può sentirsi estranea alla situazione storica in cui opera, ma non può, altresì, esserne condizionata o, ancor peggio, divenire luogo e contesto di avvilimento e sfiducia. Ancora una volta, l’istituzione scuola ha pagato un conto che ormai sembra non avere più fine, in termini di risorse ma, soprattutto, di contenimento della spesa quale principale paradigma di riferimento.

L’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC), all’apertura di un nuovo anno scolastico, sollecita i professionisti di scuola, a “risalire in cattedra”, non perché la condizione contrattuale e impiegatizia li obbliga, ma perché il nostro Paese, oggi come non mai, ha bisogno di docenti e dirigenti che siano esempio di competenza, serietà e coerenza per i propri alunni e per tutta la società; che siano in grado di credere, realizzare e vivere una scuola diversa da quella che viene prospettata negli ultimi anni; che sentano pienamente la responsabilità di essere promotori di futuro e di speranza per tutti i ragazzi, futuri cittadini del Paese Italia in cui sia ancora bello vivere.

Riaffermiamo, dunque, le ragioni della scuola, crediamo nel nostro ruolo e convinciamo i decisori politici che la scuola non è un capitolo di spesa improduttiva nel bilancio nazionale, ma una risorsa su cui investire almeno in fiducia e credibilità.

Un augurio particolare l’AIMC rivolge ai colleghi che operano in situazioni logistiche difficili; a quelli che, dopo anni di precariato, iniziano l’anno da “titolari” e a quelli che, per l’ennesima volta, non lo saranno nonostante professionalità e sacrificio; ai tanti docenti che si apprestano ad affrontare l’iter concorsuale per la dirigenza scolastica; ai tanti dirigenti che hanno il compito di gestire complessità ed essere riferimenti saldi per tutta la comunità scolastica; ai genitori a cui va riconosciuto l’insostituibile e prioritario compito educativo; a tutti gli alunni e gli studenti e, in particolare, alle bambine e ai bambini che entrano a scuola per la prima volta, affinché l’esperienza scolastica contribuisca a renderli sempre più consapevoli della bellezza di una vita piena vissuta insieme agli altri.

www.partitodemocratico.it