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Festa nazionale democratica dell'Università e della Ricerca dal 20 al 24 settembre a Cagliari

Sarà Cagliari, dal 20 al 24 settembre, ad ospitare quest’anno la Festa nazionale democratica dell’Università e della Ricerca: cinque giorni di presentazioni, incontri e dibattiti, organizzata dal Dipartimento e dal Forum nazionale Università e ricerca del Partito Democratico nazionale in collaborazione con la segreteria regionale e quelle territoriali del PD.

Molti esponenti politici nazionali hanno confermato la loro presenza: la presidente dei senatori democratici Anna Finocchiaro, che aprirà la Festa il giorno 20 settembre, il vicesegretario Enrico Letta, che giovedì 22 si confronterà col coordinatore di SEL Gennaro Migliore, e poi Gianni Cuperlo e Pippo Civati. Nella serata di venerdì 23 saranno ospiti della Festa Luigi Zanda, vice presidente dei senatori democratici, e il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu. Nello spazio dedicato di approfondimento dedicato ai libri, tra gli altri saranno alla festa il vicepresidente del Senato Vannino Chiti e le deputate Alessia Mosca e Flavia Perina. La giornata conclusiva vedrà ospiti il segretario nazionale dei Giovani democratici Fausto Raciti, Ivan Scalfarotto ed Eleonora Voltolina, che discuteranno di giovani generazioni, precariato, lavoro. Parteciperanno alla serata conclusiva, infine, lo scrittore Flavio Soriga e il blogger e giornalista Diego Bianchi, alias Zoro.

Numerosi gli esponenti del mondo della ricerca e dell’università presenti, a partire dal presidente della Conferenza dei rettori, Marco Mancini, dal rettore di Cagliari Giovanni Melis insieme a numerosi loro colleghi, dai rappresentanti di docenti, ricercatori, studenti e lavoratori delle università. La giornata di mercoledì 21 sarà dedicata alla ricerca e alla scienza: sono previste lezioni di divulgazione scientifica e riflessioni sulla università come luogo di cultura e come attivatore di ricerca, impresa e sviluppo, che vedranno protagonisti Gian Luigi Gessa, Giacomo Cao, Beatrice Villari, Julian Nida-Rumelin, Sylvie Coyaud, Enrica Puggioni, Francesco Sitzia, Alessandra Tanesini, Letizia Gabaglio, Piergiorgio Strata, Andrea Mameli, Patrizio Bianchi, Alessandro Giari, Mario Mariani, Francesco Pigliaru, Francesca Puglisi, Filippo Taddei e Matteo Colaninno.

Si parlerà di Università anche nelle giornate di giovedì 22 e venerdì 23: nella prima, oltre a due sessioni sull’Università a Cagliari, con molti esponenti delle istituzioni cittadine, interverranno Luigi Berlinguer, Luciano Modica e Francesca Coin. Nella seconda, dedicata più specificamente al sistema universitario, attraversato da un pesante processo di ridimensionamento a causa delle azioni del governo Berlusconi, interverranno, tra gli altri i parlamentari Giovanni Bachelet, Manuela Ghizzoni e Walter Tocci, e poi il rappresentante degli studenti nell’Ateneo cagliaritano Marco Meloni (jr.), il rappresentante della Rete 29 aprile Guido Mula, il segretario regionale dei GD Mauro Usai e la docente universitaria Maria Del Zompo.

Alla Festa parteciperanno inoltre Marco Meloni, responsabile nazionale Università e ricerca del Partito Democratico, Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum nazionale Università ricerca e saperi del PD, Micaela Morelli, presidente del Forum regionale Università e Giuseppe Pulina, presidente del Forum regionale Ricerca.
Saranno numerose anche le personalità politiche locali presenti: il segretario regionale del Partito Democratico della Sardegna Silvio Lai, quello provinciale di Cagliari Thomas Castangia e quello cittadino, Yuri Marcialis, dirigenti e iscritti dei Giovani democratici, che cureranno direttamente spazi di dibattito e gruppi di lavoro con esperti e esponenti delle istituzioni. Tra i rappresentanti i sindaci di Cagliari e Sassari, Massimo Zedda e Gianfranco Ganau, il presidente della provincia di Cagliari Graziano Milia, il segretario del Partito Silvio Lai, esponenti del PD sardo in Parlamento – Antonello Cabras, Francesco Sanna, Paolo Fadda, Siro Marrocu, Caterina Pes e Amalia Schirru – e nel Consiglio regionale, con il Capogruppo Mario Bruno, i componenti della Commissione Istruzione Francesca Barracciu e Giuseppe Cuccu, i consiglieri cagliaritani Marco Espa, Chicco Porcu e Gianpaolo Diana.

Bossi avvisa il governo "Fino al 2013? Troppo", di Fabio Poletti

Svoltato l`ultimo tornante, a salutare Umberto Bossi c`è un bandierone grande così. Un tricolore come non si era mai visto sul Monviso. E cento sindaci di centro, di destra e di sinistra a cantare l`inno d`Italia più forte del Va` pensiero. «Da quando sono al governo loro, i Comuni sono strangolati», giura Luca Gosso, sindaco di Busca provincia di Cuneo, uno che gioca in casa. Umberto Bossi fa il nervoso. Alza l`indice e il mignolo e urla:
«Cornuti…». E la festa dei popoli padani che inizia qui e finirà a Venezia è bella che rovinata.

Come se non bastasse la crisi, la manovra, i tagli e i sacrifici ci si mettono pure i cento sindaci. Altro che Padania verde. Vede nero il leader del Carroccio sempre più affaticato. A chi gli chiede se il governo dura, fa una faccia così: «Per adesso si va avanti, poi vediamo…». Che possa resistere fino al 2013 non ci crede più nemmeno lui: «Mi sembra troppo lontano…

Ma anche se l`Italia va giù noi non precipitiamo perchè abbiamo la Padania. Il Nord non muore». Però a guardare questi cento sindaci che vengono da Saluzzo, da Crissolo, Torre Pellice, da tutte le province del Piemonte, come minimo sembra che agonizzi. I cartelli sbattuti in faccia ai cento leghisti – mai così pochi per questo infiaschettamento annuale dell`ampolla – sono tutto un programma:

«Lontani dal Nord, comodi a Roma», «Avevate detto vicini ai Comuni, meglio che stiate lontani». Fino a quel «Noi stiamo con il sindaco Tosi», primo cittadino a Verona, leghista in odore di eresia, che farebbe intendere un mal di pancia pure dentro al partito.

Roberto Cota, atletico governatore del Piemonte che salta da un sasso all`altro, minimizza: «Ma va là, sono del Pd, vengono qui per farsi vedere perchè ci siamo noi…».

Sarà. Ma pure al comizio di Paesana del pomeriggio – con doppio cordone di polizia che non si sa mai e mai si era visto – si capisce che i mal di pancia della Le- ga sono fortissimi. Il ministro Roberto Calderoli che pure è tra i più allineati, mette le mani avanti che non si sa mai: «Non è il momento di discutere di leadership, ma quando ci sarà la discussione sulla successione a Silvio Berlusconi, anche la Lega avanzerà la sua candidatura…». Applausi fiacchi. Quasi quasi emoziona di più il deltaplano con il fumogeno verde che svolazza nel cielo.

«Se cade ci divertiamo di più…», se la ride facile il ministro della Semplificazione in braghette di jeans e camicia verde di ordinanza. Su un improbabile quad si aggira pure Renzo «il Trota» Bossi.

Sfoggia una t-shirt bianca con il faccione dei padre. Il leader della Lega lo incorona e lo promuove come minimo a delfino: «Sul Po dopo di me ci sarà lui…». E se non bastasse l`aria che tira dentro la famiglia, circondata dal cerchio magico dei fedelissimi, il leader del Carroccio fa di più: «Alla manovra del governo manca qualcosa sui giovani. Ho detto a Renzo di prepararmi qualche legge apposta su di loro…».

Il braccio ancora fasciato al collo, Umberto Bossi pensa al futuro del movimento mai intorcigliato come stavolta. E quando va male ma proprio male come ora, deve tirare fuori qualcosa a cui non crede più nessuno: «Che l`Italia stia andando a picco lo hanno capito tutti. Bisogna preparare qualcosa di alternativo.

La Padania…». Il sogno di andare da soli chissà dove, spunta sempre. La Realpolitik della Lega, detta altre priorità. Umberto Bossi si infila in spinose questioni che alla base del partito piacciono niente: «Ci sono in giro troppe intercettazioni…

Beato lui, se Silvio Berlusconi non riesce ad andare dai magistrati…». Spiegare la manovra tutta tasse e tagli è un`impresa sovrumana pure per lui. «Dopo il federalismo abbiamo portato a casa i contratti territoriali, con gli stipendi più alti nelle zone dove costa di più la vita», annuncia lui anche se non è vero.

Ma guardare al futuro è pure peggio: «Sono acciaccato, spero che l`acqua del Po ci porti bene». Per ora qui alla sorgente, sembra far crescere solo il dissenso dei sindaci del Nord strangolati dalla manovra che adesso si chiedono: «Se il federalismo è questo qui, meglio di no!».

La Stampa 17.09.11

"Le colonie Usa e la lezione sul debito", di Marta Dassù

Echi della storia: distanti ma istruttivi. Il dibattito europeo sulla crisi del debito ricorda una delle dispute più accese della vita iniziale degli Stati Uniti. A un decennio circa dalla formazione dell’Unione (1781), il primo segretario del Tesoro americano, Alexander Hamilton, condusse la sua battaglia per trasferire a livello federale parte del debito accumulato dalle 13 colonie durante la guerra di indipendenza. Hamilton propose un piano in due fasi. La prima prevedeva appunto che il governo federale si accollasse il debito contratto dagli Stati. La seconda prevedeva la creazione di una Bank of America, un embrione di Banca Centrale. Queste proposte si scontrarono però – lo ricostruisce su Aspenia un articolo di «Germanicus» – con un’opposizione feroce. Contro di esse si mosse l’allora segretario di Stato Thomas Jefferson, uno dei padri della Dichiarazione di indipendenza. Le sue obiezioni erano di carattere costituzionale. Secondo Jefferson, il piano del segretario del Tesoro costituiva un’aperta violazione dei diritti degli Stati, a tutto vantaggio del governo federale. E soprattutto costituiva un pericoloso precedente: non vi era nulla, infatti, nella Costituzione che autorizzasse la creazione di una Banca degli Stati Uniti. Si tenga conto che quando il governo federale cominciò ad emettere banconote (solo a metà dell’800, per finanziare la guerra civile), la Corte suprema dichiarò in prima battuta incostituzionale l’emissione dei «biglietti verdi». Più che le obiezioni di Jefferson, era però l’opposizione di alcuni Stati ad ostacolare il piano di Hamilton.

Il più risoluto era la Virginia, Stato ricco del Sud che all’epoca includeva anche gli attuali West Virginia e Kentucky. Le sue finanze erano relativamente sane, e i suoi abitanti non avevano nessuna intenzione di pagare di tasca propria per le «scelleratezze» finanziarie dei puritani del Nord. La Virginia, alla fine, dette il proprio assenso al piano di risanamento. In cambio, però, ottenne da Hamilton la promessa che la capitale federale sarebbe stata spostata in un territorio ritagliato fra la stessa Virginia e il Maryland, sui terreni lambiti dal Potomac. Dove appunto sorgerà Washington. La collocazione del Campidoglio a poche ore di distanza dalle tenute patrizie della Virginia avrebbe simboleggiato la leadership politica dell’Old Dominion all’interno dell’Unione originaria. A parti geograficamente rovesciate (il Sud americano dell’epoca come il Nord europeo di oggi) e al di là di tutte le differenze (abbiamo già la Bank of Europe, senza avere una gestione federale del debito), le analogie con quel primo dibattito sono interessanti, se viste «across the Atlantic»; e non del tutto accidentali. Le difficoltà dei neonati Stati Uniti, così come quelle dell’Unione Europea, confermano infatti una «legge» molto semplice: in un’Unione di Stati ancora poco strutturata – come era l’Unione iniziale delle colonie americane e come è oggi l’Ue – si creano sempre forti tensioni distributive. Che possono essere superate, almeno temporaneamente, se gli Stati più ricchi e competitivi si assumono responsabilità commisurate al loro status, accettando di contribuire più degli altri al funzionamento dell’Unione. È quello che fece la Virginia, decidendo di barattare qualche Bot dell’epoca con una posizione di guida all’interno dell’Unione americana delle origini.

Nel caso dell’Unione Europea, questo ruolo può essere svolto solo dalla Germania. Ma Berlino appare restia a farsene carico. Negli Anni Novanta, una leadership tradizionalmente favorevole all’integrazione ha cominciato a mettere in discussione l’entità del proprio contributo netto al bilancio comunitario. Oggi, stigmatizza il rischio che l’Ue si trasformi in una costosa «Transfer-Union» respingendo proposte, come gli eurobond, che potrebbero alleviare le pressioni sull’euro. Si dirà: perché meravigliarsi se i tedeschi esitano a pagare per rimediare ai problemi altrui? È un’osservazione corretta in un’ottica contabile ma lo è meno in una visione strategica. La Germania è stata storicamente un grande contributore (il «paymaster», si sarebbe detto a Richmond) ma anche uno dei grandi beneficiari dell’Ue, traendone vantaggi tangibili sia sul piano politico che su quello economico. Berlino ne ha anche tratto vantaggi indiretti, immateriali: per esempio politiche regolatorie e standard che hanno quasi sempre finito col mutuare modelli tedeschi. Il punto vero in discussione è se questi benefici siano esauriti, o siano diventati inferiori ai costi, come sembra ritenere una parte dell’élite tedesca a più di due decenni dalla riunificazione del Paese. La risposta razionale è che non sia così. L’ormai famoso studio di Ubs sui costi di una spaccatura dell’euro dimostra che sarebbero molto superiori, per i contribuenti tedeschi, ai costi del salvataggio combinato di Grecia, Irlanda e Portogallo. Angela Merkel ne è sicuramente consapevole. Ma ha scelto di muoversi, dall’esplosione della crisi greca in poi, per piccoli passi, data la debolezza interna della coalizione di governo e visti i paletti fissati da una Corte costituzionale apparentemente più vicina all’eredità di Jefferson che non a quella di Hamilton. Il rischio è che questa logica politica gradualista, combinata a una visione economica che forza gli Stati in debito a misure drastiche di austerità, faccia saltare l’Unione monetaria prima di farla decollare come Unione politica.

Teniamo quindi conto degli echi della storia. La solidarietà fiscale è una delle battaglie fondative, una battaglia esistenziale, per le Unioni fra Stati. Può essere vinta solo a condizione che gli Stati più forti abbiano il coraggio di scelte costose ma vantaggiose: è il prezzo della leadership. D’altra parte, gli Stati più deboli devono a loro volta accettare vincoli sostanziali, costituzionali ma non solo, alle proprie politiche di bilancio, come avviene del resto in un assetto americano (la quasi totalità dei singoli Stati della Federazione si sono dati leggi più o meno strette sul «balanced budget») di cui stiamo prendendo alcuni pezzi ma non l’insieme. Questo è lo «scambio» originario della storia travagliata degli Stati Uniti. Vedremo se sarà lo scambio alla base del futuro europeo.

La Stampa 17.09.11

"Bersani benedice il nuovo Ulivo", di Fabio Martini

La scenetta rende l’idea. Antonio Di Pietro, che dopo mesi di «corteggiamento» alfine è riuscito ad avere lì al suo fianco sia Nichi Vendola che Pier Luigi Bersani alla festa dell’Idv, si sta producendo in uno dei suoi numeri. Dice Tonino: «Ho sentito qualcuno che ha proposto un salvacondotto per Berlusconi. Ma mica siamo alla guerra civile!». In quel momento Bersani sta bevendo un po’ d’acqua, ma appena sente la battuta sulla guerra civile, scoppia a ridere, facendo appena in tempo a levarsi il bicchiere dalla bocca, in uno sbruffo di plateale, simpatica condivisione. Scenetta che racconta un clima, un clima «cameratesco». Sembrava non si riuscisse a farlo mai questo pubblico dibattito a tre, BersaniVendola-Di Pietro, perché il leader del Pd aveva sempre trovato una scusa giusta per tirarsi indietro e sottrarsi all’ultimo momento ad una foto di gruppo che, finora, aveva ritenuto prematura. Ma ieri pomeriggio, decidendo di non dare di nuovo forfeit e di venirci alla Festa Idv, Bersani si è trovato gli altri due ben disposti ad assecondarlo, speranzosi di essere imbarcati in coalizione col Pd. E così, quando Enrico Mentana, ha provato a tirare le somme, è riuscito a «creare» la notizia. Ha chiesto ai tre: «Allora, possiamo dire che è nato il nuovo Ulivo?». A quel punto Bersani ha annuito e gli ottocento in platea si sono immediatamente alzati in piedi, in una standing ovation durata un minuto e mezzo.
Mentre la gente applaudiva, erano altamente espressive le facce dei tre. Antonio Di Pietro – in giacca ma senza cravatta sorrideva (la sua mission era riuscita); Nichi Vendola – tutto vestito di nero dalla giacca ai pantaloni, dalla t-shirt alle scarpe con i buchini – mostrava un viso moderatamente compiaciuto, probabilmente perché nella road map riassunta da Mentana ma suggerita da Bersani, a un certo punto sarebbero previste anche le Primarie. Quanto al leader del Pd era il più serio dei tre. Si è sentito «incastrato»? Quando il battimani si è quietato, Bersani non ha smentito il senso di quel che era accaduto per effetto della sottolineatura di Mentana: a Vasto, dunque, sembra davvero esser nato il nucleo di base (Pd-Sel-Idv) della coalizione che sfiderà il centrodestra alle prossime elezioni. E che Bersani immagina di poter guidare, come candidato a Palazzo Chigi.
Nel corso del dibattito, che si è svolto nel cortile del castello rinascimentale di palazzo D’Avalos, è stato grosso modo stabilito un tragitto, che era stato proposto da Bersani e che gli altri due leader hanno sembrato condividere: poiché si dovrebbe votare nella primavera del 2012, occorrerà entro la fine dell’anno, arrivare alla stesura di un programma (da mettere a punto in un «seminario di tre giorni»), definire le alleanze, celebrare le Primarie di coalizione e approntare una «squadra di combattenti». Una accelerazione nella definizione di questa alleanza a tre, sbilanciata sul fianco sinistro e rispetto alla quale proprio Bersani aveva provato a mettere qualche paletto: «Questo è il nucleo ma bisogna aprire il più possibile» la coalizione politica e sociale, «non bisogna essere settari», bisogna parlare ai ceti sociali delusi da Berlusconi» non dimenticando che sono state le «nostre divisioni che hanno aperto la strada al governo del centrodestra». E a Vendola, che l’ha invitato a parlare alla manifestazione di Sel, prevista per il primo ottobre a piazza Navona, Bersani ha dato la risposta più «riformista» del pomeriggio: «Parteciperò ad una manifestazione nella quale ci faranno una foto, non perché protestiamo, ma perché presentiamo un progetto per il Paese». Di Pietro, di nuovo sfottente con Casini: «Non si può andare a letto una volta con la bionda, una volta con la mora…». Ma Casini, dal convegno organizzato dal gruppo di Giuseppe Fioroni (minoranza Pd) ha liquidato la svolta del nuovo Ulivo: «Non credo alla politica della nostalgia, l’Ulivo è fallito». E Fioroni: «Guai a tornare alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto!».

La Stampa 17.09.11

"Scuola e ragazzi disabili.Dov’è il diritto allo studio?", di Mariagrazia Gerina

C’è una battaglia drammatica, che i genitori di bambini e ragazzi disabili, stanno combattendo a colpi di ricorsi. Per difendere il diritto allo studio dei loro figli. E ottenere ciò che i tagli indiscriminati del governo negano: un insegnante di sostegno, che aiuti i loro figli a integrarsi in classe, per tutte le ore di cui hanno bisogno. I ricorsi sono diventati un fenomeno di massa. «È quello che consigliamo a tutte le famiglie con ragazzi disabili: appellatevi al Tribunale amministrativo », racconta Rolando Alberto Borzetti, padre di un ragazzo disabile e moderatore della mailing list di Edscuola, dedicata alla scuola e alla disabilità tra i banchi. Solo che, ormai,nemmeno le sentenze bastano. Quelle danno ragione alle famiglie. E indicano anche il numero di ore che spetta a ciascun ragazzo disabile, in base ai certificati medici presentati. E però poi gli insegnanti di sostegno assunti dal ministero non bastano. LA COPERTA CORTA «La famiglia di un bambino diversamente abile ha fatto ricorso per assicurare al proprio figlio la presenza dell’insegnante di sostegno per tutto il tempo scuola. Il ricorso è stato vinto e obbliga la scuola ad assicurare le 30 ore al bambino», scrive nella mailing list di Edscuola la responsabile del «gruppo H» di quella scuola, che si trova in Veneto. L’ufficio scolastico provinciale, per ora, non ha abbastanza insegnanti per coprire anche quelle trenta ore. E allora che fare? Dare attuazione alla sentenza e togliere ore di sostegno agli altri ragazzi disabili che frequentano la scuola? Oppure dividere gli insegnanti in modo da dare a tutti i ragazzi un po’ ma non tutte le ore? In realtà, come le rispondono i moderatori, questo è solo uno dei tanti casi. La coperta è corta. E a restare senza sono i più indifesi. Co stretti a una guerra tra poveri a cui si ribellano. Anche per questo – racconta Borzetti – stanno prendendo piede i ricorsi collettivi. Meglio unirsi e insieme dare battaglia agli Uffici scolastici provinciali. E al ministero. «Ma gli insegnanti di sostegno sono 94mila quest’anno, 3.500 in più dello scorso», ripete il ministro Gelmini.Come a dire: quelli sono e quelli devono bastare. I ragazzi disabili però sono più di 200mila. E soprattuto ogni caso va valutato a sé. Perciò non ha senso a priori un tetto al numero di insegnanti di sostegno. Comeha stabilito la sentenza della Corte Costituzionale del 26 febbraio 2010. Ogni ragazzo che ne ha bisogno, ha diritto al sostegno, per tutte le ore che gli sono necessarie. E il numero di insegnanti di sostegno necessari è quello che non lascia scoperto, di volta in volta, neppure un ragazzo. LA SPESA NECESSARIA Secondo l’associazione Tutti a scuola, ci vorrebbero altri 65mila insegnanti di sostegno per garantire a ogni ragazzo disabile che frequenta la scuola italiana quel diritto allo studio che la Costituzione gli riconosce. Per pagare quei docenti ci vorrebbero tre miliardi. Tanti? Pochi? «Bisogna trovarli, è una spesa necessaria che non ammette tagli », avverte Toni Nocchetti, presidente dell’associazione Tutti a scuola Onlus, che è scesa in piazza davanti al Parlamento per protestare. E gridare al governo di dimettersi se non è capace nemmeno di assicurare i diritti fondamentali ai più deboli. Come confermano le cronache della scuola italiana in questi primi giorni dell’anno scolastico. E non sono solo gli insegnanti di sostegno che mancano. Colleferro, in provincia di Roma. Un’insegnante denuncia una situazione «davvero critica, anzi esplosiva». In una classe della sua scuola, l’Its Cannizzarro, ci sono 37 alunni: due di loro sono disabili. E avrebbero bisogno, anzi diritto a una classe con non più di 20 ragazzi, se la parola «integrazione » ha ancora un senso. E se i criteri stabiliti dallo stesso ministero dell’Istruzione hanno ancora validità. Altrimenti – avverte l’insegnante di quella scuola pollaio – «è il diritto allo studio che viene negato ».

L’Unità 17.09.11

"Referendum, l’Emilia è da record. Anche grazie ai dem", di Fabrizia Bagozzi

Modena chiuderà a 12mila firme, Ravenna a 15mila, Bologna oltre 30mila. Alla festa del Pd di Modena anche ieri la coda al banchetto anti-Porcellum era più lunga di quella del (rinomatissimo) ristorante di Vignola. I referendari pensavano di chiudere a 10mila firme, un risultato già di per sé fuori dall’ordinario, invece gratteranno dal basso le 13mila. Alla festa dell’Unità di Bologna in poco meno di due settimane uno solo dei tre banchetti ospitati ha raccolto 5mila firme e da giorni la fila per sottoscrivere è lunghissima (fra Idv, Sel, Pli, Unione popolare, Democratici e Segni si pensa di superare quota 30mila).
Comunque vada a finire – e fra i cauti sostenitori del referendum contro il Porcellum comincia a diffondersi una scaramanticamente repressa euforia – l’Emilia-Romagna è già da record.
Un risultato spinto dai sei promotori a cui ha dato però un importante contributo l’atteggiamento del Pd emiliano al quale in tempi non sospetti ha reso merito il padre della consultazione referendaria, Arturo Parisi.
E del resto, nel Pd, il gruppo dirigente dell’Emilia-Romagna è stato il primo ad aprire le sue feste ai tavoli referendari: «Se venite senza bandiere per noi non c’è problema», era stata però l’antifona rispondendo alle richieste dei referendari.
Era fine agosto. Poi c’è stata una graduale evoluzione. E subito dopo Prodi (in comune, a Bologna) alla festa Pd di Ravenna ha firmato il ravennate Vasco Errani, presidente della regione e vicino al segretario Bersani. Sempre a Ravenna, Errani ha poi invitato a firmare.
Poco a poco hanno sottoscritto tutti i più importanti dirigenti del Partito democratico: il sindaco di Bologna Merola, il segretario del Pd locale Donini, tutti i segretari delle 11 unioni provinciali da Piacenza a Rimini e, a Modena, insieme al capogruppo alla camera Dario Franceschini, anche il segretario regionale Stefano Bonaccini.
Diversamente dal Pd sardo o da quello friulano, quello emiliano non si è impegnato come partito nella raccolta firme. Ma, come spiega Bonaccini, il messaggio era chiaro: «I nostri militanti ed elettori hanno capito che ci siamo mobilitati per dare una mano alla raccolta firme, senza metterci il cappello sopra. Con l’idea di costringere il governo a cambiare la legge elettorale».
E aggiunge: «Il Pd ha una sua proposta di riforma elettorale che io ho votato e che è preferibile al Mattarellum perché garantisce il bipolarismo, indica prima chi governa, fa in modo che in parlamento ci sia una identica percentuale di uomini e donne e impedisce i casi Scilipoti e Calearo: cambiare opinione è legittimo, ma se è così occorre dimettersi e ripresentari alle elezioni con altri partiti».
Infine, «poiché il centrodestra ha dimostrato di non voler cambiare il Porcellum, la consultazione referendaria può essere uno strumento di pressione per arrivare alla riforma in parlamento. O per far saltare il banco, visto che la Lega farebbe fatica a votare col Mattarellum».
Intanto, questo fine settimana sarà decisivo per raggiungere le 560mila firme di sicurezza.
Da qui al 30 i referendari hanno promosso 10 giorni di mobilitazione straordinaria.
E ieri, al banchetto di Campo de’ Fiori a Roma, è intervenuto il parlamentare democratico David Sassoli: «Dobbiamo compiere ogni sforzo per raggiungere un risultato necessario per l’Italia».

da Europa Quotidiano 17.09.11

"Quei soldi spesi per il bene comune", di Salvatore Settis

Bella idea: parliamo di Denaro e bellezza nella Firenze del Quattrocento, e parliamone oggi. Il punto è come. È il denaro che genera bellezza, o la bellezza che va in cerca del denaro? Certo soldi e arte, in tempo di crisi, fanno coppia obbligata: e infatti la mostra in corso a Dublino, Terrible Beauty: Art, Crisis, Change è stata annunciata da El País col titolo lapidario Arte sin dinero, “arte senza denaro”. Solo perché il magro budget dell´ambiziosa mostra irlandese si ferma a 800.000 euro, o anche per dimostrare che la bellezza non ha poi bisogno di tanti soldi? Mercanti e banchieri fiorentini, si sa, innescarono in tutta Europa commerci e scambi raccogliendone formidabili profitti; ma spesero enormi somme in commissioni d´arte, fondarono chiese e conventi, costruirono palazzi, ordinarono statue e quadri. Alla morte di Lorenzo il Magnifico (1492), i Medici avevano speso il triplo dell´intero patrimonio del nonno Cosimo in architetture, pitture, sculture donate ai loro concittadini; opere che in buona parte sono ancora lì, nostre e per noi. A tanta generosità (o a tanto spreco) pose fine l´intransigenza di fra´ Girolamo Savonarola, coi suoi roghi delle vanità dove andarono in fumo opere d´arte che oggi Christie´s e Sotheby´s sarebbero felici di contendersi. Insomma, qualcuno ama dire, fu il Mercato che finanziò il Rinascimento. Ma perché tanta bellezza fu prodotta da quel denaro, e come mai ancor oggi possiamo goderne in strade e chiese di Firenze (e non solo)? Denaro e bellezza erano, sono e saranno un accoppiamento inevitabile, e i rari sponsor di restauri e mostre, oggi assai corteggiati, sono davvero, come qualcuno vuol farci credere, altrettanti emuli di Lorenzo il Magnifico? Questa perversa equivalenza dev´essere combattuta a ogni costo.
Fra il denaro dei Medici e dei Sassetti, dei Bardi e dei Peruzzi, e la bellezza che gli artisti hanno creato per loro e per noi vi fu allora una potente mediazione, anzi due: la condanna, religiosa e sociale, dei guadagni nati dall´usura rendeva indispensabile riscattare gli eccessi del profitto, davanti a Dio e davanti agli uomini. Perciò papa Eugenio IV, a Cosimo de´ Medici che gli aveva chiesto come potesse ottenere la misericordia divina senza rinunciare alla ricchezza, rispose: dando diecimila fiorini al convento di San Marco. Non è il nudo denaro che spiega e fonda l´arte e la bellezza del Rinascimento, bensì questa dimensione propriamente etica del donare a Dio donando alla città (e ai concittadini), investendo il denaro privato, comunque guadagnato, sul teatro delle strade e delle piazze, conquistando pubbliche benemerenze e mettendosi in gara con le altre famiglie di cospicua ricchezza. In quel mondo così radicalmente diverso dal nostro, massimo vanto dei ricchi era che il loro denaro privato producesse arte pubblica incrementando il bonum commune di pertinenza di tutti i cittadini (anche dei più poveri): ed è su questa concezione generosa e lungimirante del mecenatismo che si costruirono stabili fortune, e che i Medici finirono per trattare alla pari coi sovrani d´Europa, anzi col diventare sovrani essi stessi. Nulla di più lontano dai meschini connubi di arte e denaro che ci vengono propinati da politici a corto di idee, pronti a svendere il Colosseo o i templi di Agrigento, gettandoli sul mercato come fossero inutili ninnoli di una nonna spendacciona e per fortuna defunta. Nulla di più lontano dalle manovre indegne dei privati che si travestono da mecenati onde impadronirsi dei beni pubblici, privatizzandoli per proprio vantaggio, sottraendoli al portafoglio proprietario dei cittadini con la colpevole complicità di ministri e assessori.
Non è il denaro che misura la bellezza. Al contrario, «la bellezza non fa le rivoluzioni, ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei» (Camus); la risposta estetica ha una dimensione politica, mentre l´incapacità di riconoscere la bellezza «è in larga misura la condizione umana attuale, sostenuta e favorita dalla nostra economia» (Hillmann); è la cecità davanti alla bellezza che genera «cinismo, deriva morale, passività, resa, indisponibilità a scandalizzarsi anche dinnanzi alle più insopportabili nefandezze morali ed estetiche», ed è di qui che nasce e si radica in Italia «la politica di tagli alla cultura, alla scuola e alla ricerca, e un sistema dell´arte divenuto ormai una slot-machine» (Roberto Gramiccia). Abbiamo bisogno, oggi più che mai, della «terribile bellezza» che dà il titolo alla mostra di Dublino (aperta il 6 settembre), ma anche alla biennale di Lione (aperta il 15 settembre): di una bellezza non figlia del denaro, ma madre di pensiero, capace di riflettere e far riflettere sul nostro tempo, come nel famoso verso di Yeats, A terrible beauty is born (1916). La bellezza dell´arte non è fuga dal presente, ma impegno a intenderne conquiste e tragedie: è una bellezza terribile, perché regala libertà. Perciò anche alla bellezza del Rinascimento dobbiamo saper guardare sapendo che fu costruita sopra un senso potente e diffuso del bene comune, e cioè del capitale sociale che stiamo sperperando in nome di un banale mercatismo individualista. Nel rogo delle vanità di cui oggi avremmo bisogno sarebbero da bruciare non opere d´arte, ma le mille menzogne (a volte travestite da leggi, circolari, cataloghi di mostre) che contro la storia d´Italia e contro il bene comune fanno della bellezza la serva del denaro e del potere.

La Repubblica 17.09.11

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“QUANDO LE BANCHE EUROPEE FINANZIAVANO IL RINASCIMENTO”, di Antonio Pinelli

A Palazzo Strozzi di Firenze oltre 100 opere illustrano il rapporto tra arte ed economia dal Medioevo all´esplosione dell´umanesimo. È scandita in otto sezioni a partire dalla nascita del sistema bancario fiorentino. Dallo scambio tra profitto e salvezza dell´anima nasce anche la Cappella degli Scrovegni. Il mercante Chigi volle nel contratto che Raffaello rendesse la sua tomba immortale
Arte e denaro, arte e oro, arte e potere. Tre binomi inscindibili da sempre: dall´alba della civiltà a questo nostro problematico terzo Millennio, attraversato da roventi folate di ansie millenaristiche. Anzi, così drammaticamente attuali proprio in questo febbrile scorcio d´estate, che ha innalzato entrambi – arte e denaro – sull´altare d´oro zecchino dei «beni rifugio»: provvidenziale zattera di salvataggio, dove trovar riparo (ma solo per chi è in grado di interpretare alla lettera il warning «si salvi chi può») dagli effetti devastanti dei roghi accesi dal volatile spettro che si aggira per le borse. Roghi virtuali, è vero, ma non meno distruttivi di quelli appiccati a suo tempo dall´incauto apprendista stregone fra´ Savonarola.
Tre binomi inscindibili che però generano, paradossalmente, altrettante antinomie. Perché è vero che per realizzare le sue imprese l´arte ha bisogno di denaro e che spesso si è specchiata nell´indistruttibilità e nel fulgore metafisico dell´oro, crogiolandosi all´ombra del potere di chi lo accumulava nei propri forzieri. È altrettanto vero, però, che a cominciare dal Rinascimento l´arte, per affermare se stessa e il proprio intrinseco valore, ha fatto volentieri a meno dell´oro, simulandone ingegnosamente il fulgore e, soprattutto, sostituendo la «divina virtù» dei suoi più alti interpreti alla pretesa eternità del vile metallo. Contrapponendo all´arte del potere il potere dell´arte. Ovvero, se si preferisce uscire dal gioco retorico delle formule specularmente simmetriche, contrapponendo all´inesorabile caducità dei potenti, il proprio, inestinguibile, potere di fascinazione. Un potere sempre diverso, ma sempre rinnovato e operante: sempre «attuale».
Di questo intrigante, inesauribile tema, tratta l´insolita e intelligente mostra Denaro e Bellezza. I banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità, che terrà aperti i battenti fino al 22 gennaio 2012, proprio in quel Palazzo Strozzi che del connubio tra denaro e bellezza è uno dei prodotti più alti ed eloquenti. Un tema trattato da un´angolazione molto particolare, ma che va alla radice del rapporto tra arte e denaro: quella che ci parla della Firenze dei mercanti-banchieri e del fiorino come moneta di riferimento del commercio europeo, della Firenze dei Medici, di Lorenzo il Magnifico, del Botticelli e del Savonarola. Un approccio che ne descrive francamente connubi e conflitti, convergenze e contraddizioni, accostando decine di capolavori convenuti per l´occasione da musei vicini e lontani a stropicciate lettere di cambio, bilance di precisione, lucchetti, forzieri, partite doppie, borse bisunte. Dichiaratamente dialettico risulta, d´altra parte, anche l´approccio curatoriale, che intreccia le voci, talora in sintonia tal altra dissonanti, di due curatori dalla diversa sensibilità e specializzazione: la storica dell´arte Ludovica Sebregondi, esperta di arte religiosa tre-quattrocentesca e d´iconografia savonaroliana, e Tim Parks, noto scrittore e traduttore inglese, fresco autore di un bel libro, La Fortuna dei Medici, che declina questo tema proprio in chiave rinascimental-fiorentina, sottolineando come proprio il groviglio di tensioni generate dai due poli della diade arte/denaro sia all´origine dell´eccezionale fecondità artistica di quell´irripetibile «età dell´oro».
La mostra è scandita in otto sezioni e il visitatore, attraversandola, è sottoposto a una pioggia di stimoli e suggestioni. Nella prima, dedicata alla nascita del sistema bancario fiorentino come grande rete del commercio europeo, vedrà brillare il fiorino, fulgida moneta d´oro massiccio non più grande di 5 centesimi di euro, ma di valore tale da essere usato solo dai ceti abbienti; potrà inoltre apprendere il corrispettivo in merce e servizi di fiorini e «piccioli», e ammirare la gigantesca pala a fondo oro, commissionata nel 1372 dalla Magistratura fiorentina della Zecca. Le tensioni sono protagoniste nelle sezioni dedicate all´Arte del cambio, alle Leggi suntuarie e all´usura. La Chiesa condanna l´usuraio, perché lucra speculando sull´intervallo di tempo tra prestito e rimborso, mentre del tempo può disporre solo Dio. Ma lo scambio delle merci impone una circolazione di ricchezza, anche virtuale, che fa nascere e prosperare il sistema bancario. Come uscire dall´impasse? Come distinguere tra usuraio e banchiere? I Francescani, per aiutare chi era in difficoltà, istituirono i Monti di Pietà, ma l´odore di zolfo continuava ad aleggiare intorno ai banchi di cambio, come dimostra la quieta coppia di banchieri, marito e moglie, che pesa le monete in un celebre dipinto di Quentin Metsys, trasformata nei quadri di Marinus van Reymerswaele, un calvinista radicale che partecipò in Olanda anche a spedizioni iconoclaste nelle chiese, nell´immagine luciferina di una coppia di rapaci cambiavalute dalle grinfie adunche.
Ma un espediente si trovò e fu decisivo nel trasformare il banchiere da usuraio in mecenate: investire in arte parte del guadagno. Nacque così, dalla cappella degli Scrovegni in poi, passando per le imprese artistiche sponsorizzate dai Bardi, dai Peruzzi, dagli Strozzi, dai Medici e da tanti altri «Signori del denaro», il felice scambio tra profitto e salvezza dell´anima. Ad maiorem dei gloriam, certo, ma lucrando anche a spese dell´arte un interesse in termini di potenziamento della propria immagine terrena e un fiducioso lasciapassare per la salvezza eterna.
All´inizio del ´500, Agostino Chigi, il più «gran mercante della Cristianità», volle esplicitarlo senza troppi peli sulla lingua proprio nel contratto con cui acquistava una cappella funebre per sé e i suoi nella chiesa romana di Santa Maria del Popolo, affidando il compito di renderla artisticamente immortale al «divino» Raffaello. Traduco dal latino: «Per provvedere alla propria salvezza e desiderando ardentemente scambiare, con felice commercio, i beni terreni in celesti e quelli transitori in eterni». Quanta schietta concretezza di propositi in questo «felice commercio», che offre in pegno arte e denaro in quantità adeguate per assicurarsi una posto d´onore in Paradiso!

La Repubblica 19.09.11