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"Danimarca, la manovra di Helle", di Mariella Gramaglia

Quarantaquattro. Dieci. Novantasei. Tre numeri che, se in Danimarca esiste qualcosa di simile al lotto, le elettrici dovrebbero correre a giocare. 44 è l’età della nuova giovane primo ministro, Helle Thorning Schmidt. Dieci gli anni durante i quali i socialdemocratici, oggi guidati da lei, sono rimasti fuori dal governo. 96 quelli trascorsi dal primo suffragio davvero universale del Paese, quello femminile. Quasi un secolo, ma speso benissimo, si direbbe. Oggi Copenaghen sembra un gineceo. Una regina concede alla giovane Helle l’incarico di formare un nuovo governo di coalizione che, per reggersi in piedi, dovrà convincere della solidità del suo programma altre due signore: la leader dei social-liberali, più moderata di Thorning Schmidt, e quella assai più radicale della Lista per l’unità, una sorta di Sinistra e libertà in versione scandinava.

Se tutte quante saranno all’altezza della sfida, lo dirà il futuro. Per ora Helle propone un programma classicamente di sinistra: più tasse sulle banche e sui redditi alti per finanziare la ripresa economica, la sanità e l’istruzione. Con un corollario inedito, però. Ogni danese dovrà regalare alla collettività, qualunque sia il suo salario, 12 minuti al giorno del suo tempo di lavoro. A ben vedere si tratta di un’ora alla settimana, o di una mezza giornata al mese, ma comunicativamente è geniale. Chi non è disposto a regalare al suo Paese il tempo di un caffè o di una telefonata trascinata, se questo giova a tutti? Certo, i conti pubblici si risanano in altro modo. Però aumenta il Pil e migliorano i servizi senza costi aggiuntivi e i cittadini hanno detto di sì.

Helle Thorning Scmidt è la quarta primo ministro nel nostro piccolo e antico continente. Su Angela Merkel, che con il potere e l’autorevolezza intimorisce 495 milioni di abitanti dell’Unione, tranne uno su cui è meglio sorvolare, c’è poco da aggiungere. Ma pochi sanno di Jadranka Kosor, eletta primo ministro della Croazia il 6 luglio 2009, a soli diciotto anni dalla proclamazione dell’indipendenza.

E ancor meno di Micheline Calmy Rey, socialista e presidente della Confederazione Elvetica fino al dicembre prossimo. In Svizzera, ultimo Paese dell’Europa geografica in cui le donne hanno conquistato il voto nel 1971, la presidente della confederazione non conta granché, ma almeno le mamme hanno un modello più moderno di Heidi da proporre alle loro bambine. Nel 2012 le donne premier potrebbero diventare cinque: sono iniziate ufficialmente le primarie francesi e Martine Aubry sembra battersi bene con Hollande, più attenta al mondo ambientalista, più preoccupata dei rischi del nucleare che la cultura politica e industriale francese ha sempre minimizzato.

Non sono né sante, né navigatrici, né eroine. Probabilmente commettono molti errori e non hanno trovato la pietra filosofale per risolvere i problemi del continente per il fatto di esser donne. Semplicemente sanno leggere, scrivere e far di conto e per questo, non per la loro grazia e disponibilità, riempiono le prime pagine dei giornali nei rispettivi paesi.

E noi? Ridotti a dividerci in due partiti. Quelli che considerano Manuela Arcuri un’eroina per essersi sottratta alle lusinghe del nostro presidente del Consiglio e quelli che pensano sia solo abile ad alzare il proprio prezzo nel suk erotico del nostro scontento. Un povero italo-danese, commentando sulla rete gli eccessi di eleganza della sua neo-premier, scriveva ieri: «È un peccato veniale, l’importante è che nel tempo libero non si travesta da suora».

E se le donne che il 13 febbraio scorso hanno scosso dal torpore milioni di italiane e di italiani si facessero sentire di nuovo? Non per sottolineare ancor più la mestizia boccaccesca in cui tutti affoghiamo, ma per giocare un gioco un più ambizioso. Prendano i 54 miliardi di euro della manovra di Tremonti, immaginino di sedere a Palazzo Chigi e al ministero del Tesoro e ci spieghino che cosa avrebbero fatto se avessero governato. Lo so, non è ora. Ma ci sarà pure un «quando» anche a casa nostra.

La Stampa 18.09.11

"Inquinatori sì, ma prescritti. In fumo l’inchiesta "Gomorra"", di Antonio Salvati

Dalla realtà al film. L’operazione «Cassiopea» e il traffico di rifiuti tossici seppelliti nel Casertano erano al centro delle vicende raccontate nel libro e nel film «Gomorra». «Non luogo a procedere»: niente processo per i 95 accusati di aver riempito le campagne del Casertano di rifiuti tossici. C’ erano almeno un milione di buone ragioni per portare davanti al giudice quelle 95 persone. Tante quante le tonnellate di rifiuti speciali che secondo gli investigatori vennero prelevate dal Veneto e dal Piemonte e seppellite in ogni anfratto della provincia di Caserta, ma anche in Umbria, nel Lazio, in Sardegna, in Puglia e in Calabria. Eppure, una volta lì, il gup di Santa Maria Capua Vetere Giovanni Caparco non ha potuto fare altro che emettere una sentenza di non luogo a procedere. Il che significa che per quelle indagini iniziate dodici anni fa non ci sarà nessun processo.

Quasi tutti i reati contestati, infatti, sono finiti per essere cancellati dal tempo e anche le accuse più gravi sono state nel corso degli anni derubricate in reati minori «inghiottiti», a loro volta, dalla prescrizione. «Cassiopea», come fu ribattezzata l’inchiesta, venne salutata da tutti come l’alba di una nuova era di contrasto ai reati ambientali. E, nei fatti, così è stato. Basti pensare che prima delle indagini del Nucleo operativo ecologico di Caserta guidati dall’allora pubblico ministero Donato Ceglie, il traffico illecito di rifiuti non era neanche contemplato nel codice penale e lo si contrastava con delle semplici contravvenzioni. Roberto Saviano ha dedicato ampie pagine del suo «Gomorra» alla rivoluzione partita dagli uffici della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Era il 1999: tutto iniziò dopo un controllo effettuato dai carabinieri in un’azienda di conglomerati bitumosi ubicata in provincia di Napoli. Fu quello il primo tassello che portò poi nel 2002 alla richiesta di 98 ordinanze di custodia cautelare a carico di imprenditori, trasportatori, faccendieri, titolari di cave dismesse e affini. Tutti quelli che secondo la Procura avevano «tombato» rifiuti vicino a corsi d’acqua e accanto alle coltivazioni di frutta e verdura.

Una ventina di viaggi alla settimana, così come documentato dai carabinieri, treni di Tir carichi di scorie il cui rischio cancerogeno, è stato accertato, era particolarmente alto. Dalle polveri da abbattimento dei fumi delle industrie siderurgiche e metallurgiche alle ceneri da combustione di olio minerale. In tre anni di indagini gli investigatori scoprirono un’organizzazione in grado di «collocare» a prezzi stracciati qualsiasi tipo di rifiuto. Utilizzando un meccanismo diabolico nella sua semplicità: le scorie venivano prelevate dal produttore e depositate presso un centro di stoccaggio, qui la sostanza veniva declassata della sua pericolosità «semplicemente» cambiando la dicitura del rifiuto sulle bolle d’accompagnamento. E poi «scompariva». Seppellita come la speranza di una vita normale per le migliaia di persone che vivevano accanto a questi depositi o mangiavano la frutta e la verdura nata sui campi «concimati» dalle melme acide e dai solventi industriali. Nel 2003 fu avanzata la prima richiesta di rinvio a giudizio a carico degli indagati: da allora tutto si è mosso lentamente, troppo.

Anzi, come in un perverso gioco, si è tornati spesso al punto di partenza. Come nel 2005, quando il giudice del tribunale di Santa Maria Capua Vetere ravvisò in quelle contestazioni gli estremi del reato di associazione mafiosa. Per questo si dichiarò incompetente spedendo il fascicolo a Napoli, sede della Direzione Distrettuale Antimafia. All’esame delle carte però, il pubblico ministero della Dda valutò insostenibile in giudizio quell’accusa e ne propose l’archiviazione. Proposta accettata nell’ottobre dello stesso anno con contestuale ritorno degli atti a Santa Maria Capua Vetere. Basta poco a farsi trascinare dal vorticoso valzer delle udienze preliminari rinviate, figlie di competenze territoriali contestate, accuse sostenibili e non, difetti di notifiche e altro ancora: dal 17 ottobre 2008 (la richiesta del pubblico ministero è datata febbraio dello stesso anno), al 17 aprile del 2009 fino al 20 ottobre successivo e arrivando al gennaio del 2010 e così continuando fino al verdetto dell’altro giorno.

La Stampa 18.09.11

"Mr Prezzi, il cappuccino?", di Attilio Geroni

«Tre euro e trenta, grazie». Pago la prima colazione, due brioches e un cappuccino. Abituato al «tre euro e venti» guardo lo scontrino e scopro che ad essere aumentato è il cappuccino, e mica di poco: dieci centesimi. Mr. Prezzi, please, venga a prendere un caffé da noi. Proprio perché l’Iva non c’entra niente. È successo venendo al giornale una mattina. Non una mattina qualsiasi, ma sabato 17 settembre, giorno dell’Iva al 21%. Pendolarismo relativamente facile nel week-end, Gallarate-Milano e ritorno. Si può partire un po’ più tardi per arrivare al lavoro senza incolonnarsi subito dopo la barriera. Si può gustare con più calma la colazione, di solito due brioches e un cappuccino. Ci si può fermare a chiacchierare con qualche amico, in una cornice da bar sport alle nove del mattino: «Tre euro e trenta, grazie». Pago, saluto, esco e comincio un tour minimalista per vedere se il mondo di alcuni dei miei acquisti preferiti – elettronica varia, ma soprattutto cd musicali – è già impercettibilmente cambiato nel primo giorno di rincaro.

Vado a piedi verso il negozio di riferimento, Carù Dischi, in piazza Libertà. E ripeto mentalmente, senza una ragione precisa, «tre euro e trenta, tre euro e trenta». Paolo Carù, il proprietario del negozio, è un amico. Resiste in un’attività dove quasi tutti stanno chiudendo perché il suo pubblico è una nicchia di appassionati duri e puri del rock americano, del country, del bluegrass. È critico musicale, dirige la rivista «Ultimo Buscadero», e Carlo Massarini ha fatto tappa da lui con il Cooltour: «No, incasso io il colpo. Non riverso nulla alla clientela, anche se i margini sono già piuttosto bassi. Pensa che il doppio dei Grateful Dead, venduto al pubblico a 16 euro e 50, come negoziante lo pago 11,88 più l’Iva». Mi offre un caffè, prendo invece un cappuccino (basta brioches) e alla fine offro io. Siamo in un altro bar: «Due euro e quaranta, grazie».

Non molto lontano, sempre slow sulla strada per Milano, sulla statale del Sempione, c’è Mediaworld. Qui l’aumento dell’Iva è già realtà per i consumatori. Un cartello avverte che non c’è stato ancora tempo per correggere, ma che la cassa batterà il prezzo maggiorato dell’incremento Iva. Vedo sugli scaffali l’ultimo cd dei Red Hot Chili Peppers, prezzato a 14,90, che invece costerà 15,02. Reparto telefonini: «Certo, abbiamo aumentato, a tutto quello che vedi bisogna aggiungere il rincaro dell’Iva», spiega un addetto alle vendite.

Fuori di nuovo, stavolta a fare benzina, non prima di aver controllato il giorno prima (venerdì 16) i prezzi di benzina e gasolio. È come ha calcolato un collega del giornale, gli aumenti sono compresi tra 1,2 e 1,3 centesimi. Alla Q8 la super è andata da 1,572 a 1,587, il diesel da 1,455 a 1,470; alla Ip da 1,549 a 1,558, da 1,433 a 1,441; all’Avia da 1,545 a 1,558, da 1,410 a 1,421 e via crescendo.

Mai stato bravo coi numeri, ma il rincaro non mi disturba, nonostante il pendolarismo quotidiano in auto. A disturbarmi sono invece i «tre euro e trenta, grazie» e i «due euro e quaranta, grazie», dove il cappuccino, pochi giorni fa, costava 10 centesimi in meno. Direte: ma che c’entra l’Iva al 21%? Niente, appunto. Mr. Prezzi c’è (forse) del lavoro per lei.

Il Sole 24 Ore 18.09.11

"Il tempo è ora. L’Italia non è ancora un Paese per donne", di Francesca Izzo

Siamo ormai sommersi da un fiume di rivelazioni sulla vita e i rapporti personali del premier e dalle inchieste giudiziarie che le accompagnano. Quando due anni fa cominciò a squarciarsi il velo di protezione, con la pubblica denuncia di Veronica Lario e i casi Noemi e D’Addario, solo alcune donne, dissero che non era una faccenda privata. Solo alcune, tra il silenzio o l’irrisione dei più, dissero che lo scambio sesso-denaro-potere aveva un fortissimo senso politico. La mercificazione del corpo femminile, ostentata da un uomo ai vertici dello Stato, era il segno di un degrado sociale, civile, morale dell’intera nazione. Che un presidente del Consiglio potesse permettersi di concepire ed esibire quel tipo di rapporto con le donne senza che la comunità nazionale, le sue classi dirigenti sentissero il dovere di sanzionarlo eticamente e politicamente voleva innanzitutto dire che lo condividevano e che la dignità il prestigio, il ruolo internazionale dell’Italia, offuscati dalla mancata reazione a quei comportamenti, non era in cima ai loro pensieri.
Ci furono appelli, discorsi, analisi che caddero nel vuoto finché, dopo l’ennesimo scandalo, il 13 febbraio di quest’anno non si riempirono le piazze di folle mai viste in tutta la storia italiana, richiamate da parole come dignità e rispetto e dall’idea che Berlusconi era solo il sintomo di una questione che chiamava in causa l’intera società italiana. Il fortunato slogan di quella giornata Se non ora quando? era ed è rivolto agli uomini, in specie agli uomini che in schiacciante maggioranza compongono la nostra classe dirigente politica, economica, culturale, religiosa,
per sollecitarli a riparare rapidamente i danni e a mettere mano alle storture della nostra società, a cominciare dalla crescente, intollerabile emarginazione delle donne. Il movimento delle donne ha messo in evidenza il nesso tra i comportamenti eclatanti del premier e le drammatiche condizioni di vita delle donne italiane. Ed ha dunque proposto di stipulare un patto finalmente paritario per innovare radicalmente le strutture sociali ed economiche, costruire un welfare anche a misura di donne, contrastare il declino economico e culturale dell’Italia, rinunciando a privilegi assai discutibili, come la diversa età pensionabile.
Ma non c’è stata risposta. Anzi è arrivata una manovra che aggrava in modo feroce l’uso delle donne come supplenti gratuite di un Welfare in dissoluzione. La crisi è andata avanti a ritmo vertiginoso tanto che l’Italia è diventata uno dei paesi Presi di mira dalla speculazione internazionale, e l’intreccio perverso tra vicende personali del presidente del consiglio e la situazione complessiva ha raggiunto un livello insostenibile. Ma ancora non si vede un segno orte e efficace di reazione, è come se i gangli vitali del paese, tutte le forze che si reputano interpreti della nazione, le classi dirigenti politiche, economiche, burocratiche, religiose, culturali fossero bloccate.
Il turbamento è così profondo perché prevale l’impotenza generale: di chi spera di guadagnare da questi fuochi mediatici e giudiziari, di chi teme di rimanere schiacciato dal terrificante quadro di intrighi e ricatti, di chi non riesce a concepire proposte politiche adeguate.
Insomma c’è qualcuno, ci sono forze in questo Paese, qui ed ora, capaci di spezzare questo gioco al massacro? Di prendersi la responsabilità di chiamare tutti, donne e uomini, ad un nuovo patto per ridare forza e prestigio all’Italia, innanzitutto in Europa? Di far convergere gli intenti, di compiere quel grande sforzo collettivo a cui si è più volte appellato il Presidente della Repubblica, insomma di aprire una stagione costituente con le donne protagoniste?
Ora è il tempo.

L’Unità 18.09.11

"L'errore che non possiamo permetterci", di Giuliano Amato

Si dice che in crisi delicate come quella che stiamo attraversando i commenti improvvisati dei leader politici sono tra i fattori che più spingono i mercati al ribasso. C’è addirittura chi ha costruito un diagramma che affianca le dichiarazioni dei maggiori leader europei e gli andamenti dei titoli pubblici dei Paesi in difficoltà. Ne esce un’impressionante coincidenza fra tali dichiarazioni e le impennate degli spread. Sarebbe presuntuoso dire che gli editoriali e gli articoli che tanti di noi scrivono sugli stessi argomenti possono produrre effetti altrettanto rilevanti. Ciò non esclude, però, che dovremmo almeno non fare danni e, possibilmente, assolvere al vero compito di chi scrive sui giornali: aiutare chi legge a capire ciò che sta succedendo e magari illuminare la strada di chi è alle prese con i problemi da noi commentati o discussi. Ebbene, leggendo ciò che si viene scrivendo sul tema dei debiti sovrani europei, non ho l’impressione che questi criteri siano sempre rispettati.

Al contrario, mi pare che prevalgano sempre più le analisi e le proposte più estreme, all’insegna di quel “pensare l’impensabile” a cui retoricamente si ricorre quando il pensabile si è esaurito, con l’effetto di prendere le distanze dal campo di battaglia e di lasciarvi soli gli operatori, accrescendone caso mai le incertezze e le angosce.

A suscitare in me questa reazione sono le voci sempre più numerose, che sostengono l’indispensabilità di nulla di meno dell’integrazione politica per uscire dai guai in cui ci troviamo, nonché quelle, a loro volta crescenti, che preconizzano default nazionali a catena e morte dell’euro come gli esiti più prevedibili che abbiamo davanti. Ora, lo capisco benissimo che quando la matassa si aggroviglia, chi è immerso ad occhi bassi nel tentativo di sbrogliarla può avere bisogno di qualcuno che lo aiuti ad alzare gli occhi e a trovare la sua vita di uscita. Chi mi conosce, inoltre, sa bene quanto io sia convinto della necessità di rafforzare l’integrazione politica europea e pensi, fra l’altro, agli eurobond in questa stessa prospettiva.

Due cose però mi colpiscono. La prima è che, nonostante la diversità degli argomenti utilizzati, i fautori dell’integrazione e i profeti di sventura finiscono in realtà per approdare alla stessa conclusione. La seconda è che i giornali sui quali è da ultimo evocata più di frequente la necessità dell’integrazione politica europea per mettere l’euro al sicuro sono L’Economist e il Financial Times. Può darsi che a pensare male qualche volta si sbagli, ma mi chiedo quale sia il messaggio che queste convergenze trasmettono a chi legge, si tratti di operatori finanziari, di imprenditori, di consumatori o di funzionari pubblici. Il più probabile è: «Quale che sia il fronte su cui combattete, lasciate perdere. L’esito è segnato».

È un messaggio sbagliato. Ed è sbagliato perché lontano dalla realtà dei fatti, che si dipanano lungo percorsi neppure sfiorati da chi punta solo alle soluzioni estreme. Fra quanti quei fatti li vivono la previsione più diffusa è che ci vorranno anni per uscirne e che nel corso di questi anni attraverseremo un non esaltante processo di avanzamenti, rallentamenti e aggiustamenti, di sicuro molto più costoso di quanto potrebbe essere altrimenti e tuttavia capace di un approdo, che non sarà né l’Europa divenuta federale, né l’euro perduto lungo la strada.
Certo, questa prospettiva mette fuori quadro i generalissimi argomenti con cui nutriamo gli editoriali che amiamo scrivere di più. E ci costringe a un’analisi ravvicinata della tormentata navigazione in corso e delle mosse volta a volta necessarie per evitare gli scogli. Ma è solo così che, a questo punto, evitiamo di apparire profeti (o menagramo) che parlano dall’eremo.

Prendiamo il caso oggi più spinoso, che è il caso greco. La Grecia è in grande sofferenza, ha abbattuto in pochi mesi di oltre sei punti del Pil il suo indebitamento riducendo stipendi e pensioni e alzando le imposte, il suo tasso di crescita è ampiamente sottozero, eppure le viene detto che ancora non basta. Proprio venerdì l’Ecofin ha rinviato l’attesa tranche di 8 miliardi di prestito europeo, che servono ai greci per pagare gli stipendi.
Con questi dati in mano, possiamo certo desumere che la Grecia finisca in default. Ma è anche possibile che continui a trascinarsi in una sequenza di default parziali (in quanto tali mai ultimativi come il default totale) e di parziali aggiustamenti. Lo scambio di titoli previsto nell’accordo in corso di elaborazione con i creditori privati comporta già un valore ridotto per i titoli oggi in circolazione e alla fine il debito complessivo dovrebbe uscirne abbattuto di almeno il venti per cento.

È un default parziale? Non sta a me dirlo, ma di sicuro farà parte della sequenza che prima dicevo. Ed è una sequenza in fondo alla quale l’Europa non sarà federale, ma l’euro sarà vivo e viva, ancorché esangue, potrebbe essere la stessa Grecia.
E l’Italia? L’Italia è sotto attacco da tempo, vive essa stessa sotto l’incubo di spread sempre più elevati e di acquirenti sempre più diradati per i suoi titoli. Ha pericolosamente sbandato nella messa a punto dei rimedi, che sono venuti cambiando di giorno in giorno, e se la cava per ora sotto la tenda ad ossigeno degli acquisti della Banca centrale europea. Ce la farà quando sarà fuori dalla tenda? È facile uscirsene con prognosi negative per la stessa Italia e, ancora di più che nel caso greco, per l’euro, magari aggiungendo, come fa George Soros nell’articolo che pubblica oggi Il Sole 24 Ore a pagina 19), che creando subito un ministero del Tesoro europeo l’euro (e anche l’Italia) li potremmo salvare.

Purtroppo il Tesoro europeo non è all’ordine del giorno, mentre all’ordine del giorno è possibile e necessario mettere le misure che concorrono al tasso di crescita dei paesi in difficoltà, in modo da garantire, oltre che la sopravvivenza dei loro cittadini, il pagamento dello stesso debito futuro. Preoccupiamoci allora di avere politiche nazionali più efficaci di quelle attuali, un costante sostegno della liquidità delle banche, un robusto impegno europeo che si avvalga, già oggi, di quegli eurobond finalizzati agli investimenti, che non destano in Germania la diffidenza degli eurobond proposti da più parti per alleggerire i debiti nazionali. Anche questi potranno arrivare, ma in una fase successiva della sequenza, quando avremo avviato, rodato ed eventualmente migliorato il fondo europeo salva-Stati.

L’ho già detto, non è esaltante. Non a caso i mercati ne parlano dicendo muddling through, che in italiano tradurrei con “navigare a vista”. Non li lasciamo soli. Se vogliamo un domani con l’euro incastonato nell’integrazione politica europea, sarà davvero difficile arrivarci se non ci impegneremo tutti nel muddling through che ci attende nel futuro più prossimo.

Il Sole 24 Ore 18.09.11

"Mirafiori, non si lavora nemmeno a settembre", di Massimo Franchi

Nell’appiccicaticcio settembre torinese, Mirafiori èun gigante abbandonato. Nelle settimanein cui proverbialmente riaprono scuole e fabbriche, i cancelli di Corso Tazzoli, tornati celeberrimi nei giorni del referendum di gennaio, rimangono desolatamente vuoti. Riapriranno martedì per una delle quattro volte nell’intero mese di settembre. Da buon sabbaudo, Edi, funzionario Fiom, tiene i conti e le percentuali: «Dal primo gennaio al 31 agosto i lavoratori delle Carozzerie che costruiscono Idea e Musa hanno lavorato solo 29 giorni su 170 totali giorni lavorativi, con l’83% di giorni di cassa integrazione. Quelli che producono la MiTo, più fortunati, hanno lavorato 72 giorni, con 57% di giorni di Cig». Considerare agosto come mese lavorativo non è forviante. Lo spiega Rosa, decana delle carrozzerie: «Primo perché le ferie per farle le devi accumulare e con così pochi giorni di lavoro, molti di noi non lo hanno fatto. In più con 830 euro al mese in ferie non ci vai». Lei, capello nero e accento del Sud, come Gianfranco fa parte dei «fortunati» della linea Mi- To, la berlina che «ancora si venducchia ». Cristian e Nina invece degli sfortunati:«Ma siamo tutti sfigati a lavorare in Mirafiori oggi», dicono in coro. «Poi ci sono quelli ancora più sfigati, quelli che hanno inidoneità per malattie da lavoro, soprattutto tendiniti e tunnel carpale per le ripetizioni dei gesti. Ce ne sono alcuni che da gennaio hanno fatto solo uno o due giorni di lavoro, anche perché i capi hanno la regola di non chiamarli mai», racconta Nina. Ormai in loro, come gli altri 5400 operai delle Carrozzerie e in generale nei 15mila di Mirafiori, c’è «assuefazione» a questa situazione. «Le cose vanno avanti così dal 2009, da quando sulla scia degli incentivi abbiamo fatto gli ultimi sabati di straordinario per costruire la Punto, ora passata a Melfi, e le ultime Multipla ».Da due anni dunque si va avanti con la cassa e sarà così anche per l’anno prossimo, visto i ritardi di Fiat nel decidere il futuro dello «stabilimento più importante in Italia» (Marchionne docet). «Anche se decidessero il modello da produrre domani, bisogna cambiare le linee e ci vorrà quasi un anno. Per ora hanno solo liberato la lastratura, un casermone gigantesco che vuoto fa paura e che solo a scaldarlo fa spendere milioni», spiega Nina. Niente Suv («Non ci abbiamo mai creduto,non ci voleva ungenio a capire che portare i motori dall’America sarebbe stato troppo costoso», fa notare Rosa), forse un utilitaria, qualcuno sussurra addirittura l’Ypsilon dismessa a Termini Imerese (sussurra Giorgio Airaudo). Il loro futuro è legato alle decisioni di Marchionne. Lo chiamavamo «maglioncino blu», «ma ormai il signorino ci ha raccontato un sacco tale di frottole che lo chiamiamo molto peggio fra di noi. Da anni non vediamo i modelli nuovi promessi e oramai la situazione è zero futuro, dice sconsolato Gianfranco, l’unico dei quattro che lavora al montaggio. Nonostante i richiami del «governatore » leghista Cota, chi lavora a Mirafiori da 30 anni come Rosa «questa volta» ha «veramente paura di veder chiudere la fabbrica. È molto peggio del 2002 quando arrivò la voce che volessero chiudere Termini e Mirafiori. Qua da tre anni non si vede via d’uscita». «La speranza per molti è arrivare all’età giusta per la mobilità e poi il prepensionamento: è triste ma è l’unica prospettiva possibile”, commenta amaro Gianfranco. El’orgoglio di lavorare alla Fiat, a Mirafiori, dove c’è la storia dell’auto in Italia? «Non c’è più, non siamo più gratificati », rispondono in coro. L’idea di quello che «era» lavorare qui e «non è più« la dà l’esperienza di Cristian, unico single del gruppo. «Sono andato a chiedere un mutuo: se anche solo 10 anni fa dicevo che ero un tempo indeterminato Fiat mi facevano ponti d’oro, mesi fa invece il direttore di una filiale Unicredit mi ha negato un mutuo ed erano solo 60 mila euro». La cicatrice del referendum rimarrà a lungo. «Ci hanno già tagliato le pause: erano due da 15’ e una da 10’ e ora sono 3 da 10’ e giuro che a fine giornata la differenza si sente, mentre la mensa a fine turno non l’hanno ancora messa. Fra noi operai c’è sempre rispetto e si discute come prima. Con qualche delegato invece non si parla più. Noi capivamo chi ha votato “Sì” perché credeva che ci sarebbe stato lavoro», spiega Rosa. «Oggi in tanti hanno capito che era tutto un inganno e conosco molti che hanno tolto la delega ai sindacati firmatari. A volte ti viene voglia di urlargli: “Te l’avevo detto”, poi però capisci che stiamo tutti sulla stessa barca che affonda», conclude amaro Cristian. Sul futuro di Mirafiori (e della Fiat) anche l’ex sindaco Sergio Chiamparino, salvatore della patria nel 2002 e mediatore con la Fiom nel 2010, è disilluso. «Se la stella di Marchionne è eclissata lo decideranno le vendite di auto. A Marchionne vorrei solo dire che anche nella disastrata Italia le aziende che funzionano sono quelle che hanno rapporti positivi con gli operai. Mio padre era orgoglioso di avere la mutua Fiat, ora per loro non c’è più niente ».

L’Unità 18.09.11

"L'Italia delle ragazze normali. Che avventura meravigliosa" di Barbara Stefanelli

Chi sono le ragazze italiane? Chi sono le ventenni e trentenni che in questo momento studiano, lavorano, progettano e costruiscono così il futuro del loro. Le tv, i giornali, i dibattiti di questi giorni sembrano proporci un’immagine unica. Ragazze carine, anzi spesso molto belle, che si somigliano tra loro e che usano il corpo con consapevolezza estrema: scambiano quello che hanno — e che possono offrire sul mercato libero delle risorse — per raggiungere un avanzamento economico e sociale. Ha fatto molto discutere l’ultimo saggio di Catherine Hakim, sociologa della London School of Economics, intitolato Il potere del capitale erotico. L’autrice sostiene che sarebbe assurdo negare alle giovani donne il diritto, quasi il dovere strategico, di sfruttare al massimo il proprio capitale estetico. Soprattutto se le giovani donne in questione sono sprovviste di altri mezzi: finanziari, intellettuali, di status sociale. Recensendo il libro, lo scrittore Will Self ha citato una battuta tratta dalla serie tv ormai globale «The Simpsons». Lisa dice alla sua insegnante: «Essere belle non è importante»; la signorina Hoover risponde: «Stupidaggini, questo è quello che i genitori brutti dicono alle proprie figlie». Le ragazze delle intercettazioni sembrano aver imparato bene la lezione: il «capitale erotico» deve fruttare il massimo in quei pochi anni di pienezza che la natura — ora esasperata dalla chirurgia — concede loro.
Sinora si è (quasi) sempre discusso solo di questo: se cioè le ragazze di Berlusconi, dall’Olgettina a Bari, siano figlie del femminismo o piuttosto una distorsione inquietante dell’emancipazione. Ma a questo punto la domanda più importante è davvero un’altra e chiede di superare quell’immagine unica, e ancora più quel pensiero unico, in cui continuamente ci imbattiamo. Queste giovani donne, che ossessivamente scrutiamo e commentiamo, rappresentano la maggioranza delle ragazze italiane? O comunque, pur in minoranza, costituiscono un’avanguardia dietro la quale «le altre» vorrebbero mettersi in coda? La «sexeconomics» all’italiana è davvero un’espressione di modernità?
La risposta è no. La modernità di tante giovani italiane sta altrove. Sta nelle università dove le studentesse ottengono risultati sempre migliori; sta nei curricula che vengono presentati per un’assunzione dove si sommano esperienze all’estero, volontariato, aggiornamento costante delle proprie abilità; sta nella creatività delle mamme blogger che sanno costruire dal basso nuove comunità, solidali, capaci di compensare in parte i vuoti del welfare; sta nell’ottimismo delle mamme single, che siano di ritorno o di andata; sta nell’energia delle ventenni pronte a partire per una città straniera forti solo di sé; sta in chi si impegna per i diritti delle persone, nelle associazioni, che sono un modo nuovo di fare politica; sta nelle giovani immigrate, le più aperte all’integrazione. Sta nelle storie «normali» di tantissime donne che ogni giorno provano a «tenere insieme» professione, famiglia, se stesse. L’avanzamento personale e la mobilità sociale vengono cercate, certo, ma in un altro modo. In un Paese che ha una delle medie più basse di lavoro femminile retribuito (un risicato 48% rispetto a una media Ocse del 59) e dove nello stesso tempo il numero di bambini per donna è uno dei più bassi d’Europa (il 24% delle donne italiane nate a metà degli anni Sessanta non ha fatto figli rispetto al 10% delle francesi). È di questo che vogliamo parlare e scrivere. Di questo gap di modernità che l’Italia non ha risolto e non risolve ancora, nonostante gli appelli della Banca d’Italia a non sprecare il 50% dei propri talenti — perché le donne rappresentano più della metà della nostra popolazione. Questo non perché le donne siano migliori, ma perché le società dove le donne e gli uomini lavorano accanto — in uno scambio davvero liberato da «un pensiero unico» sulla femminilità — funzionano meglio e garantiscono un futuro a chi verrà. E c’è un’ultima cosa: nelle centomila intercettazioni le ragazze parlano e parlano e non è difficile cogliere un filo di malinconia, di abbruttimento, di disagio nell’inseguire il premio contrattato. Le vite delle nostre ragazze «normali» sono assai più avventurose.

Il Corriere della Sera 18.09.11