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"Oggi l’Iva, domani il condono", di Raffaella Cascioli

Tra i deputati della maggioranza cresce l’ipotesi di un intervento tombale su edilizia e tasse. Sarà ancora il fisco il piatto ghiotto dell’inevitabile manovra che da qui a qualche settimana il Tesoro si accinge a varare nella legge di stabilità perché quella appena approvata e illustrata ieri dal ministro Tremonti all’Ecofin è già insufficiente? Difficile a dirsi, ma, nel giorno in cui scatta l’aumento dell’aliquota Iva dal 20% al 21%, è quantomeno singolare che non si escluda nella maggioranza la possibilità di un ricorso al condono. Anzi, molti segnali vanno proprio in questa direzione.
Non solo perché si tratta di un modo rapido per fare cassa, ma anche perché nelle ultime settimane sono molte le pressioni in tal senso emerse all’interno del Pdl. Pdl e non solo, visto che la Lega teme di non riuscire più a rinviare un intervento massiccio sulle pensioni con l’abolizione tout court di quelle di anzianità.
C’è chi, anche tra i lumbard, sarebbe disposto a chiudere un occhio sul condono pur di evitare misure ben più dolorose.
Se infatti il Carroccio non è in grado di sostenere le tensioni interne qualora si decidesse di intervenire nuovamente sulla previdenza, non c’è dubbio che il condono rappresenterebbe una risorsa. Tanto più in un momento in cui la politica economica del governo è in confusione.
Proprio ieri il il vice presidente dei deputati leghisti, Alessandro Montagnoli, ha sostenuto che pur essendo «sempre stati contrari all’ipotesi del condono, in questa fase economica e ad alcune condizioni precise», una sanatoria «potrebbe essere presa in considerazione».
In sostanza, i leghisti sarebbero disposti ad azzerare il contenzioso tra il fisco e i cittadini prima del varo della riforma fiscale: «Se ne ricaverebbero 4-5 miliardi di euro, da destinare alla crescita».
Quanto certo sia l’eventuale introito è difficile dirlo visto che, proprio questo mese, il direttore dell’agenzia delle entrate, Attilio Befera, ha sostenuto come dei circa 4 miliardi di incasso tuttora attesi dalle procedure del condono 2002 «circa 2,5-2,7 sono inesigibili».
Fatto sta, però, che in occasione della conversione in legge della manovra di Ferragosto, fra gli altri, è spuntato anche l’emendamento, presentato dal deputato Domenico Scilipoti, che impegna il governo a valutare se adottare un condono fiscale ed edilizio. Non stupisce che Scilipoti, non da oggi acceso sostenitore del condono tombale, intenda per questa via recuperare nuove misure economiche, magari anche con il ricorso non solo al condono fiscale ma anche a una sanatoria edilizia per tutti gli abusi realizzati fino al 31 dicembre 2010 per una volumetria non superiore al 25% dell’esistente.
È tuttavia quantomeno inconsueto che l’ordine del giorno sia stato accettato ufficialmente nell’aula della camera dal rappresentante del governo nella persona del sottosegretario all’economia Alberto Giorgetti.
È anche vero che, nelle stesse ore, un altro sottosegretario all’economia, Bruno Cesario, ha dichiarato che «allo stato non sono allo studio misure ricollegabili al cosiddetto condono».
Tuttavia sempre alla camera, per iniziativa del deputato napoletano Pdl Laboccetta, sono state raccolte oltre 40 firme a sostegno della proposta di condono fiscale.
Si capisce così come siano in molti ad accarezzare il ricorso a questa misura. Laboccetta, insieme al collega Mazzocchi, ha già inviato un documento al segretario Pdl Angelino Alfano per aprire una pacata riflessione nel partito sul ricorso al condono. «Siamo infatti convinti – ha spiegato l’esponente Pdl – che attraverso un nuovo concordato fiscale e un nuovo patto tra stato e contribuenti si possa dare un concreto impulso per il rilancio dell’economia».
«Il desiderio di favorire chi le tasse non le ha mai pagate, evitando che finalmente siano chiamati a versare quanto dovuto – ha osservato Antonio Misiani, tesoriere del Pd – è così forte da provocare nel centrodestra una vera e propria crisi di astinenza. Ma di condono in condono l’Italia rischia il fallimento».

da Europa Quotidiano 17.09.11

"Tre domande sul conflitto con la procura", di Carlo Federico Grosso

Gli avvocati Longo e Ghedini hanno annunciato, ieri, che Berlusconi non si farà interrogare come persona offesa nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta estorsione realizzata ai suoi danni. I due legali sostengono che il premier dovrebbe essere, al massimo, sentito come imputato in un procedimento connesso o collegato (Rubygate). E quindi, a loro giudizio, con l’assistenza dei difensori. La Procura di Napoli ha fatto sapere che non vi sono le condizioni perché egli possa essere considerato imputato in un procedimento connesso, e che egli dovrà pertanto presentarsi, in quanto persona offesa da un reato, come una normale persona informata sui fatti e rendere testimonianza senza nessuna assistenza e che, ove egli dovesse rifiutare di presentarsi, sarebbe giocoforza procedere alla richiesta di un suo accompagnamento coattivo.

Un nuovo conflitto fra Berlusconi e Procure, dunque. Su quali presupposti tuttavia, e perché? Apparentemente il presidente del Consiglio non dovrebbe, infatti, avere difficoltà a presentarsi davanti ad una Procura che lo ha individuato come vittima di un reato e, dicendo il vero, contribuire a ricostruire la verità dei fatti perpetrati a suo danno. Ed invece, evidentemente, teme qualcosa. Ma, bando alle supposizioni o ai sospetti, rimaniamo ai fatti. Chi ha ragione, giuridicamente, in questo contrasto di posizioni fra Procura partenopea e difesa del premier?

Procediamo per gradi. Prima domanda: davvero un presidente del Consiglio può essere citato, a discrezione, da una Procura perché deponga come teste? La risposta è, ovviamente, positiva. Non si vede infatti perché un’autorità pubblica, per elevato che sia il suo rango, dovrebbe essere esentata dal dovere, civico prima ancora che giuridico, di riferire all’autorità giudiziaria ciò che sa intorno a circostanze oggetto di indagini, collaborando in tal modo all’accertamento della verità. La legge stabilisce, d’altronde, tassativamente i casi nei quali un soggetto è esentato dal dovere di testimoniare (prossimi congiunti, titolari di segreti professionali, di segreti di ufficio, di segreti di Stato). Ciascuno di questi casi ha una sua ratio. Al di fuori di essi il dovere di testimoniare è tuttavia, giustamente, inderogabile, e vale ovviamente per tutti, cittadino comune e pubblica autorità.

Seconda domanda. Che cosa accade se il testimone, citato, non si presenta? La legge prevede che, in questo caso, l’autorità giudiziaria può disporre il suo accompagnamento coattivo. Nel caso di specie, poiché Berlusconi è parlamentare, e l’accompagnamento coattivo costituisce una, sia pure circoscritta, limitazione della sua libertà personale, sembrerebbe che l’autorità giudiziaria debba, comunque, sottoporre alla Camera la richiesta di accompagnamento per l’autorizzazione. Il che creerebbe qualche problema alla Procura, ma, forse, anche al Parlamento, in quanto non sarebbe agevole dimostrare che il parlamentare è vittima di accanimento quando l’autorità giudiziaria intende sentirlo per tutelare, ed eventualmente rafforzare, la sua posizione di vittima di un reato. Ma veniamo all’emergenza dell’ultima ora. Davvero Berlusconi, come sostengono i suoi difensori, ha diritto di essere sentito in qualità di imputato di procedimento connesso (o collegato) e pertanto con l’assistenza dei difensori, e, eventualmente, con le ulteriori garanzie riconosciute a questo tipo affatto particolare di «testimone»?

Non conoscendo né gli atti del procedimento milanese né di quello napoletano non sono ovviamente in grado di dare una risposta. Posso, soltanto, fornire qualche indicazione sulle norme che regolano l’interrogatorio di persona imputata in un procedimento connesso (o «collegato»). Si ha «connessione» o «colleganza» di procedimenti quando essi riguardano situazioni fra loro interdipendenti. Quando si tratta, ad esempio, di reato commesso da più persone, ma processate separatamente; o di un reato commesso per eseguirne od occultarne un altro; o quando la prova di un reato influisce su quella dell’altro. In queste situazioni l’imputato, interrogato nel procedimento connesso, rischia di danneggiare la sua situazione processuale in quello a suo carico. Per questa ragione gli si assicura l’assistenza del difensore e, se del caso, addirittura il diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Sostenendo che Berlusconi, a Milano, è imputato di processo connesso a quello per cui si procede a Napoli, i suoi difensori affermano dunque, nella sostanza, che il rapporto con la minore Ruby avrebbe qualche collegamento, quantomeno probatorio, con l’estorsione di cui egli sarebbe persona offesa. Davvero? E non sarebbe, questa, un’ammissione per certi versi addirittura pericolosa per il premier? Non potrebbe trattarsi allora, dato che i suoi difensori sono, tecnicamente, molto preparati, soltanto di un espediente, l’ultimo, per ritardare, o addirittura bloccare, l’iniziativa giudiziaria in corso?

La Stampa 17.09.11

"Il cavaliere risponda", di Ezio Mauro

Mentre il governo è assente di fronte ad una crisi finanziaria senza precedenti, e Napolitano invita ogni italiano ad assumersi le sue responsabilità, dalle inchieste di Napoli e di Bari emerge un premier impegnato quotidianamente ad organizzare una rete di prostituzione di enormi dimensioni: una questione tutt´altro che privata, poiché le carte dimostrano che i fornitori vogliono essere pagati attraverso gli appalti e gli incarichi di Stato – quindi col denaro pubblico – mentre il capo del governo è oggetto di un ricatto permanente che gli costa tempo e denaro, lo rende disponibile a tutto e dunque lo priva della sua libertà. Invece di giustificare questa ragnatela di abusi che sta imprigionando la presidenza del Consiglio (dopo averle già tolto ogni autorità) Berlusconi parla di “trappolone”, “spionaggio sistematico”, “aggressione” per arrivare a un “ribaltone”, e invita gli italiani alla rivolta annunciando “io non mollo”.
Sarebbe più utile che il premier spiegasse agli italiani alcune cose: perché ha tanta intimità con delinquenti e trafficanti? Perché si nasconde dietro schede telefoniche peruviane, come qualsiasi malfattore? Perché ripara i suoi atti di beneficenza, se sono tali, dietro accordi segreti e misteriosi? Perché invita Lavitola a non tornare in Italia? Perché quel linguaggio da malavita per mascherare i pagamenti fatti dalla sua segretaria? Perché usa lo Stato per tacitare i ricattatori, presentando Bertolaso a Tarantini e intervenendo sulla Finanza su ordine di Lavitola? Perché usa la Rai e i suoi dirigenti per ottenere favori da giovani donne in cambio di promesse di carriera nello spettacolo? Perché paga chi minaccia di metterlo “con le spalle al muro” invece di denunciarlo? Perché ha paura di essere interrogato dai magistrati di Napoli? Perché col Paese in crisi passa più tempo a parlare con Lavitola e Ghedini che con Trichet e Barroso? Il Paese attende risposte da chi confessa al telefono di fare il Premier «a tempo perso».

La Repubblica 17.09.11

"Piccole scorie crescono: l’Italia e il rebus dei rifiuti nucleari", di Pietro Greco

È passato un anno da quando la Sogin – la società che si occupa della messa in sicurezza degli impianti nucleari italiani ancora in funzione e di quelli dismessi – ha consegnato al governo l’elenco dei circa 50 luoghi candidati a diventare il “deposito definitivo” dei rifiuti radioattivi. L’allora ministro ad interim dello Sviluppo Economico, Silvio Berlusconi, ordinò di tenere segreto l’elenco. Non disse perché. Sta di fatto che negli ultimi dodici mesi nulla si è mosso e ancora oggi non sappiamo quale sarà il futuro delle scorie nucleari del nostro Paese.
Non ne abbiamo molte, di scorie nucleari. Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ammontano a 27.500 metri cubi. Cui bisogna aggiungere un volume compreso tra 30.000 e 60.000 metri cubi che deriveranno da quello che i tecnici chiamano il decommissioning – sì, insomma,lo smantellamento – dei pochissimi impianti nucleari che abbiamo avuto attivi in passato e chiusi dopo il referendum del 1987. In totale, dunque, abbiamoun volume compreso tra 55.000 e 100.000 metri cubi di rifiuti nucleari da smaltire. Vero è che una parte proviene dagli ospedali o da attività sanitarie o da attività di ricerca e che questa parte aumenta di anno in anno. Ma si tratta di una piccola parte, 2.000 metri cubi o giù di lì, che cresce al ritmo di qualche decina di metri cubi l’anno. Insomma, la verità è che a un quarto di secolo dalla “fine del nucleare” in Italia il problema dei rifiuti è tuttora irrisolto. E le possibili soluzioni sono tenute segrete per volontà del governo. L’attenzione è quasi sempre rivolta ai rifiuti di III categoria, quelli cosiddetti ad attività alta: perché hanno una lunga vita (anche migliaia di anni) e detengono il 95% della radioattività complessiva. Ma questi rifiuti sono contenuti nel5%del volume. Mentre, pur contenendo il 5% della radioattività complessiva, quelli di II categoria – rappresentati da materiali contaminati di natura metallica (in genere ferro) o organica (garze, guanti, camici) – rappresentano il 95% del volume totale. In pratica, il piccolo grande problema italiano è non solo come smaltire poche migliaia di metri cubi di materiale altamente radioattivo, ma anche come smaltire una quantità non banale – 95.000 metri cubi – di materiali poco radioattivi.
Va da sé che, per quanto a bassa attività, questi rifiuti se dispersi, perunqualsiasi motivo, nell’ambiente lo contaminano. E, se si vogliono evitare effetti sulla salute umana, un ambiente contaminato da rifiuti radioattivi a bassa attività o deve essere evacuato per due o tre secoli o deve essere disinquinato, con difficoltà e costi piuttosto alti. Come si fa a smaltire questi rifiuti? O meglio, come si fa a smaltirli in sicurezza, ovvero con la ragionevole certezza che non si diffondano nell’ambiente? Non esiste un sistema economico per abbattere la loro radioattività e renderli innocui. Gli scienziati e gli ingegneri in tutto il mondo
consigliano una procedura che è diventata uno standard, in due fasi: La prima è quella del “condizionamento”. Che, tradotto dal gergo tecnico, significa provare a ridurre il volume del materiale ferroso e a bruciare il materiale organico, incapsulando le ceneri radioattive in cemento o materiali inerti. Dopodiché si individua un sito di superficie – il “deposito definitivo” – dove tenerli in sicurezza, in un contenitore di calcestruzzo piuttosto spesso e possibilmente interrato, per almeno 300anni e aspettare che la radioattività decada naturalmente e rientri nei limiti del fondo naturale. Per chi non ha molte scorie di III categoria e/o comunque è in attesa di individuare un “sito geologico”, collocato in una qualche cavità sotterranea in grado di ospitarli in sicurezza per i prossimi millenni, il sito di superficie delle scorie a bassa attività può candidarsi a ospitare per i prossimi 50 o 100 anni anche i rifiuti più attivi e pericolosi.
Come sta la situazione in Italia, in attesa che il governo ci dica almeno perché tiene segreti i nomi dei siti candidati? Beh, la situazione è questa.
Una parte del combustibile irraggiato ad alta attività è in Francia per essere condizionato. Ma un’altra parte dei rifiuti ad alta attività è presso il sito di Saluggia, in provincia di Vercelli, dov’è ospitato il combustibile irraggiato proveniente dalle centrali di Trino, Latina e del Garigliano e dove si concentra l’85% delle radioattività italiana.
Gli standard internazionali vorrebbero che questi siti, anche se provvisori, stiano molto lontani dall’acqua. Purtroppo il sito di Saluggia è a pochi metri dalla Dora Baltea e per questo è ad alto rischio: a un rischio, addirittura planetario, secondo la definizione autorevole del premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia.
Ma non bisogna dimenticare i siti che ospitano i rifiuti di II categoria, meno pericolosi ma più ingombranti. Non fosse altro perché la loro gestione ci costa dai 300 ai 400 milioni di euro l’anno che paghiamo noi tutti, magari senza saperlo, a rate bimestrali con la bolletta elettrica. La gran parte delle scorie a bassa attività si trova ancora nelle aree delle vecchie centrali da smantellare: Garigliano, Latina, Caorso, Trino Vercellese. Ma altri 26.000 metri cubi si trovano sparsi in decine di siti, in condizione di relativa sicurezza, a loro volta distribuiti in quasi tutte le regioni. Il più grande è quello Nucleco della Casaccia, alle porte di Roma: che da solo ospita oltre 6.000 metri cubi di scorie radioattive a bassa attività. Ma ci sono decine di altri siti, anche con pochi metri cubi di materiale radioattivo. Poche di queste scorie sono in condizione che possiamo
definire di massima sicurezza. Tutti sono in attesa di trasferimento. In attesa proprio come noi: che da oltre un anno vorremmo conoscere la lista dei candidati a sito definitivo e sceglierne, al più presto,uno in grado di ridurre il rischio di un incidente nucleare magari minimo, ma pur sempre – come è accaduto ad Avignone ieri l’altro – capace di evocare orribili fantasmi.

L’Unità 16.09.11

Irisbus. Il PD al fianco dei lavoratori

Bersani: “Chiudere un’azienda come quella è inaccettabile”. Enrico Letta: “Una decisione che impoverisce ulteriormente il territorio”. Veltroni scrive una lettera al Sottosegretario Gianni Letta. “Dopo Modena e Termini anche Avellino: il risultato del Piano Fiat ad ora è che siamo a tre stabilimenti chiusi”. Lo ha dichiarato il leader del Pd, Pier Luigi Bersani commentando la vicenda Irisbus. “È inaccettabile – ha continuato – che in una situazione come quella del trasporto pubblico in Italia, e con la tradizione industriale che abbiamo, l’Italia si lasci scappare una situazione come questa. Se Fiat non ha più intenzione di restare si cerchi un attore industriale vero, che sappia cosa sono gli autobus. Perché chiudere un’azienda come quella è inaccettabile”

“Esprimo profonda preoccupazione per la decisione della Fiat di chiudere Iribus ad Avellino”. Lo ha detto il vicesegretario nazionale PD, Enrico Letta a margine della Festa Regionale dei Giovani Democratici della Campania. “È una decisione che impoverisce ulteriormente il territorio”.

“Gentile dottor Letta, negli ultimi giorni alcune centinaia di famiglie, quelle dei quasi mille lavoratori dell’Irisbus della valle dell’Ufita, – pezzo importante del panorama industriale del nostro Paese – vivono con il fiato sospeso, nell’attesa di sapere se continueranno ad avere un posto di lavoro”. E’ quanto ha scritto Walter Veltroni in una lettera inviata al sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta.

“La vertenza in cui sono coinvolti – si legge nel testo – le è certamente nota e dopo averne parlato con i lavoratori ebbi modo di parlarne con il ministro Romani. Rientra nel quadro delle dismissioni e delle vendite previste dalla Fiat nella sua lunga e complessa politica di ristrutturazione e riguarda un’impresa del gruppo che produce autobus e vetture spesso acquistate da comuni, province e regioni per il trasporto pubblico. So bene – aggiunge – qual è la linea di Palazzo Chigi in materia, ma nel caso di questa impresa, la cui produttività dipende in gran parte dagli ordinativi di amministrazioni locali sempre più vittime della scarsità di fondi pubblici, credo sarebbe auspicabile un intervento diretto del Governo”.

“Gli impianti – ha ricordato Veltroni – si trovano in un’area già colpita dalla disoccupazione e potrebbero essere rilevati con successo da altri imprenditori, visto che l’Irisbus opera in un settore strategico che tornerà in buona salute non appena finirà la crisi e che ha a che fare con quella priorità ambientale e sociale che è il trasporto pubblico. Questa, d’altronde, era la soluzione positiva che si andava profilando qualche giorno fa, fino a quando il Gruppo DR, prima fattosi avanti per l’acquisto della società, si è ritirato all’ultimo momento facendo ripiombare nell’incertezza centinaia di lavoratori. Mi rivolgo a lei – conclude – per sollecitare un impegno del Governo alla ricerca di una soluzione che scongiuri la chiusura, il declino del comparto in Italia e il futuro incerto di centinaia di famiglie che vivono in un’area fragile, esposta alle mire della criminalità organizzata”.

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«La battaglia dei lavoratori IrisBus è una sfida che deve vincere non solo l’Irpinia, ma tutto il Mezzogiorno» a dichiararlo è Enzo Amendola, segretario regionale PD Campania, davanti ai cancelli dello stabilimento di Valle Ufita, che la Fiat ha deciso di chiudere. Con Amendola c’erano i sindaci della zona, rappresentanti sindacali e il segretario regionale di Sel, Arturo Scotto.

«In questa vicenda drammatica ci sono due gravi assenze. La prima è della Regione Campania, che addirittura non partecipa neanche ai tavoli nazionali. Per questo abbiamo presentato una mozione di sfiducia all’assessore regionale alle attività produttive e ai trasporti che si discuterà il 20 settembre in Consiglio regionale. Bisogna dare un segnale di cambiamento, partendo dalla cacciata di Sergio Vetrella» continua il segretario regionale PD.

“La seconda è del governo nazionale. Noi saremo tutti a Roma per sostenere i lavoratori durante l’incontro del 21 settembre convocato presso il ministero dello sviluppo economico. Il Pd chiede a gran voce che il governo sia presente al tavolo con i suoi rappresentanti e metta in campo proposte concrete per salvaguardare i livelli occupazionali e il futuro dello stabilimento. E’ impensabile che questo governo nazionale stia smantellando l’intero apparato produttivo del Mezzogiorno” ha concluso Amendola.

“La convocazione, il prossimo 21 settembre, da parte del ministro Romani, del tavolo per la vertenza Irisbus di Valle Ufita è un’iniziativa utile, a patto che ognuno si assuma le proprie responsabilità e sia disposto a fare fino in fondo la propria parte”. Lo ha affermato il vice capodelegazione del PD al Parlamento europeo, Andrea Cozzolino.

“Non è più il momento degli annunci – ha spiegato Cozzolino -. Dalle parole bisogna passare ai fatti. L’appuntamento di mercoledì prossimo va preparato bene. È fondamentale la presenza anche della Regione Campania. La Giunta Regionale, finora assente, deve contribuire a garantire le risorse necessarie al rilancio dell’azienda. Gli strumenti a disposizione ci sono, a partire dagli incentivi e dai fondi previsti dal Paser”.

“D’altro canto – ha aggiunto l’europarlamentare del Pd – è essenziale che il governo faccia tutto quanto è nelle sue possibilità per garantire il decollo di un nuovo piano industriale. Non si possono più accampare scuse e alibi che renderebbero vana qualsiasi riapertura delle trattative da parte di Fiat, che deve impegnarsi a garantire, anche con nuovi partner se necessario, l’indispensabile continuità produttiva e occupazionale dello stabilimento. È in gioco il mantenimento di un importante presidio lavorativo e produttivo per tutto il Mezzogiorno. Sarebbe inaccettabile la chiusura di Irisbus in un momento di crisi economica così drammatica”.

www.partitodemocratico.it

L’assalto di Sacconi «Referendum sull’acqua ridiscutiamo l’esito…», di Andrea Carugati

«Altro che sorella acqua, mi auguro che troveremo il modo per rimettere in discussione il referendum». Così parlò ieri Maurizio Sacconi a un convegno del Centro studi di Confindustria. Un “coming out” assai improvvido, a soli tre mesi dal referendum con cui 27 milioni di italiani si sono chiaramente espressi per l’acqua pubblica. Ma il ministro si deve essere sentito autorizzato, in qualche modo, dalla crisi a travolgere i fastidiosi lacciuoli del voto popolare. E infatti le sue parole sono arrivate pochi minuti dopo un summit con industriali e banchieri, insieme a Giulio Tremonti, tutto dedicato alle misure per far ripartire la crescita e alle liberalizzazioni. A partire proprio dal settore dei servizi pubblici locali…Insomma, l’ineffabile Sacconi, già autore della proposta, poi cancellata a furor di popolo, di eliminare il riscatto degli studi e della naja ai fini della pensione e della terribile barzelletta sulle suore stuprate, stavolta voleva fare bella figura davanti ai rappresentanti di Abi e di Confindustria. E così ha pensato bene di aggirare il responso referendario, dopo aver «giurato sul figlio», abitudine appresa direttamente dal Cavaliere, a proposito della genesi del famigerato articolo 8 della manovra sui licenziamenti. «Giuro che ho letto la lettera della Bce e ho letto delle cose che mi hanno indotto a presentare certe norme…».
Non è la prima volta che il governo cerca di boicottare il referendum. Ci avevano già provato prima che gli italiani andassero alle urne, in particolare col nucleare, con una norma inserita per congelare il programma nucleare inserita in fretta e furia nel decreto milleproroghe. Ma l’intervento della Cassazione aveva sterilizzato la furbata del governo, consentendo agli italiani di votare. Anche sull’acqua c’era stato un timido tentativo di “sabotaggio” con il varo un mese prima del voto di una Authority. Che però non ha mai rischiato realmente di far saltare l’appuntamento referendario.

OPPOSIZIONI IN RIVOLTA
Le parole di Sacconi hanno scatenato una bufera. Un «golpe» contro la volontà dei cittadini, attacca il Comitato referendario per l’acqua, che chiede le dimissioni del ministro. Durissimo Nichi Vendola: «Ma quale idea della democrazia ha uno dei massimi esponenti del governo italiano quando in modo sprezzante si augura di trovare il modo per superare l’esito referendario di qualche mese fa? Tentare di sabotare il significato di un responso popolare così ampio è gravissimo. Il ministro Sacconi non ha la sensazione che le sue parole siano eversive?». Molto netti anche Pd e Idv. «È tempo che Sacconi, insieme all’intero esecutivo, rimetta in discussione se stesso, altro che il referendum dell’acqua», dice Stella Bianchi, responsabile Ambiente dei democratici. «Come dovrebbe essere chiaro a chiunque il voto di 27milioni di italiani semplicemente si rispetta e un governo degno di questo nome lavorerebbe per dare migliore tutela alla risorsa acqua, aumentare il controllo pubblico e sostenere un grande piano di investimenti. Ma il problema dell’Italia è appunto che non abbiamo un governo degno di questo nome». «Giù le mani dal referendum. L’Italia dei valori non permetterà che si calpesti la volontà degli italiani», attacca il portavoce Leoluca
Orlando. «Le parole del ministro Sacconi sono gravissime e sono la dimostrazione di come questo governo
continui a non rispettare le regole della democrazia e le scelte dei cittadini. Porteremo la questione in parlamento e alzeremo le barricate contro questo ennesimo atto di arroganza».
Il leader dei Verdi Angelo Bonelli parla di «attentato alla Costituzione » e di «volontà golpistica», di un «attacco senza precedenti alla volontà popolare». «Noi Verdi siamo pronti alla mobilitazione per difendere i referendum di giugno». E Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione: «Voglio sperare che il Presidente della Repubblica faccia sentire chiaramente la sua voce contro questo proposito eversivo e tuteli la volontà popolare».

L’Unità 16.09.11

"Manovra, sciopero dei Sindaci. In piazza anche quelli del Pdl", di Mariagrazia Gerina

Mancavano solo i sindaci della Lega. Ad eccezione dell’italoamericana Sandy Cane, prima cittadina a Viggiù, nel varesotto, che del veto posto da via Bellerio non si è curata: «L’avevo promesso ai miei cittadini che avrei partecipato alla protesta contro la manovra, non potevo tirarmi indietro: mi avrebbero sputato in faccia», dice, con il linguaggio diretto proprio del suo partito. Più diplomatico il sindaco di Milano Pisapia. Ieri, a Palazzo Marino, al consiglio comunale straordinario sugli effetti della manovradoveva partecipare il sindaco di Varese, Attilio Fontana, in rappresentanza dei sindaci lombardi, per il consiglio straordinario sugli effetti della manovra. E non è andato. «I sindaci della Lega hanno avuto un momento di riflessione per problemi interni, ma io credo che molti di loro ritorneranno nel fronte compatto dei sindaci per cambiare o il patto di stabilità o la manovra almeno prima della finanziaria». Unfronte vastissimo che nel giorno dello «sciopero in fascia tricolore» contro la manovra del governo Berlusconi va da Gianni Alemanno, in prima linea nella protesta contro le scelte della sua stessa maggioranza – «non possiamo lasciare questa battaglia al centrosinistra», si schermisce con i colleghi di partito, e con Palazzo Chigi – a Luigi De Magistris, dal sindaco di Torino Piero Fassino a quello di Venezia Orsoni al sindaco di Firenze Matteo Renzi. L’Italia dei Comuni che scende in piazza contro il governo Berlusconi. Ottomila sindaci in fascia tricolore, che, scavalcando anche gli steccati della loro parte politica, ieri, lungo tutta la penisola, hanno simbolicamente riconsegnato le deleghe ai prefetti delle loro città per protestare contro la manovra che ai Comuni, che siano di destra o di sinistra, leghisti o no, chiede ancora un sacrificio di 6,2 miliardi solo nel 2012 (4,2 – precisa Alemanno – con l’introduzione della Robin tax i cui introiti però non saranno subito disponibili»). Una cifra enorme che ciascun sindaco declina per la sua parte. «I tagli ai comuni sono tagli ai tuoi diritti», recita il volantino che molti di loro ieri molti hanno distribuito di persona per spiegare ai cittadini le ragioni della protesta contro una manovra che, togliendo ancora risorse ai comuni e agli enti locali, rischia di togliere ai cittadini anche i servizi essenziali, trasporti, nidi, assistenza agli anziani e ai disabili.Odi renderli troppo cari per essere sostenibili.
Le manovre estive, secondo le stime dell’istituto per la finanza e l´economia locale, costeranno in media 136 euro a ogni cittadino: 172euro ai romani, 227 ai milanesi, 236 ai napoletani, 220 ai torinesi, 327 ai veneziani. Cifre da cui i sindaci di tutta Italia prendono le distanze, chiamando a raccolta i loro concittadini. È chiaro che la «responsabilità dei tagli la porta tutta il governo, la manovra costringe gli amministratori a mettere la loro faccia su decisioni che non hanno preso e che anzi contestano fortemente», denuncia il sindaco di Torino Piero Fassino, puntando il dito contro il paradosso. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi la spiega così: «È il governo che sta mettendo le mani nelle tasche dei cittadini». Una follia, contro cui si sono rivoltati anche sindaci del Pdl e della Lega. «Ci sono anche «Alemanno e Formigoni con noi», rivendica Renzi. «E non sono certo dei bolscevichi».
Formigoni sperava di poter incassare qualcosa di più con la protesta che nel caso dei presidenti di Regione riguardava soprattutto il trasporto pubblico. «Il ministro Fitto si è impegnato a istituire un tavolo». Un po’
poco vista la posta in gioco. Per esemplificarla, il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, la governatrice del Lazio Renata Polverini e Vito De Filippo, governatore della Basilicata, hanno simboicamente riconsegnato al governo i contratti del trasporto pubblico locale su ferro mettendo in evidenza l’ingestibilità delle ultime tre manovre che hannom tagliato al settore ben 1.450 milioni di euro. «Ma in gioco – hanno detto in coro – non c’è solo il trasporto, c’è la sanità, la manutenzione dell’edilizia scolastica, quella della rete stradale, l’assistenza alla persona, in una parola i servizi ai cittadini messi in discussione da decisioni unilaterali».

L’Unità 16.09.11