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"Caso Fassino-Consorte: Il gip chiede il processo anche per il Cavaliere", di Luigi Ferrarella

«È un’intercettazione che, se gliela diamo a Berlusconi, vince le elezioni». Non andò proprio così, ma quasi: la rimonta del centrodestra fin quasi al pareggio con Prodi alle elezioni del 2006 ebbe tra i propellenti la pubblicazione il 31 dicembre 2005 su Il Giornale, edito da Paolo Berlusconi, dell’intercettazione nella quale il non indagato segretario ds Piero Fassino il 18 luglio chiedeva «Allora, abbiamo una banca?» al n.1 di Unipol Giovanni Consorte, lo scalatore della Bnl poi bloccato dai pm per aggiotaggio. L’intercettazione non era depositata agli atti, e neppure trascritta o riassunta, ma esisteva solo come file audio nei pc della Gdf, dei pm, e dell’azienda privata «Research control system» che per i pm faceva le intercettazioni. Decisiva, nel 2010, è stata la confessione al pm Maurizio Romanelli proprio dell’amministratore di Rcs, Roberto Raffaelli, che tramite l’imprenditore Fabrizio Favata aveva agganciato Paolo Berlusconi, offertosi in cambio di 40.000 euro al mese di propiziare l’aiuto del premier per il progetto di espansione della Rcs in Romania. Raffaelli ammette d’aver trafugato e portato nella villa di Arcore a Silvio e a Paolo Berlusconi un computer con l’audio, alle 7 di sera della vigilia di Natale 2005 in un incontro organizzato e così dipinto da Favata: «In una sala vi era il grande albero di Natale bianco… Berlusconi appariva stanco a occhi chiusi… Raffaelli fece ascoltare al presidente la telefonata e lui, nel sentirla, sobbalzò sulla poltrona…». Sarà poi Paolo a ribadire a Favata i ringraziamenti del premier, assicurando che «qualsiasi cosa avessimo avuto bisogno bastava un fischio, la riconoscenza della famiglia Berlusconi è al di là della vita». Il 10 giugno scorso Raffaelli patteggia 20 mesi, Favata è condannato a 2 anni e 4 mesi e a risarcire Fassino con 40.000 euro per i danni morali, Paolo Berlusconi è rinviato a giudizio. E il premier? Il pm proponeva di archiviarlo, ma ieri il giudice Stefania Donadeo ha respinto l’archiviazione e ordinato al pm di chiedere (a un altro gup) anche il suo rinvio a giudizio per concorso nella rivelazione di segreto d’ufficio. Decisione che per l’avvocato Niccolò Ghedini è «infondata», «incredibile» e viziata da «una conclamata questione di incompetenza».

Il Corriere della Sera 16.09.11

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«Il nastro un regalo a Silvio per avere una ricompensa», di Luigi Ferrarella

Da anni tuona contro «gli abusi» delle intercettazioni, nella cui pubblicazione (legittima quando gli atti sono depositati) denuncia uno «strumento di lotta politica» ai suoi danni: ma adesso proprio il presidente del Consiglio è a un passo dall’essere processato per aver usato nel 2005 una intercettazione, non depositata agli atti, contro il capo dell’opposizione suo avversario politico dell’epoca (il segretario ds Piero Fassino) e dalle pagine del quotidiano di proprietà della sua famiglia (Il Giornale).
«Tutti i coimputati — ricostruisce il gip Stefania Donadeo — hanno riferito» che la vigilia di Natale 2005 ad Arcore il destinatario della intercettazione coperta da segreto non era Paolo bensì Silvio Berlusconi, «unico interessato alla pubblicazione della notizia riguardante un avversario politico, stante l’approssimarsi delle elezioni politiche», perché «tale notizia avrebbe leso, così come è stato, l’immagine di Piero Fassino». Tanto più che la prima pubblicazione dell’esordio di Fassino a Consorte («Allora, abbiamo una banca?») nell’articolo era monca delle due battute successive, e cioè della risposta di Consorte («Sì, è chiusa») e del commento di Fassino («Siete padroni della banca, io non c’entro niente»). L’uomo delle intercettazioni della Procura (Raffaelli) e il mediatore Favata, come pure Petessi, sponda di fatture false di Raffaelli, hanno «confermato che l’incontro con Silvio Berlusconi aveva la finalità principale di consentire a Raffaelli di parlare con il presidente del Consiglio delle prospettive di espansione» della sua società di intercettazioni «sul mercato estero e in particolare in Romania. In tale occasione, d’accordo con Paolo Berlusconi, Raffaelli aveva portato come regalo a Silvio Berlusconi la registrazione della conversazione telefonica tra Fassino e Consorte», che dunque «costituiva non la ragione dell’incontro, ma solo» appunto «un regalo per Silvio Berlusconi nella speranza di essere adeguatamente ricambiati». Questo, per il gip, è anche «il motivo per cui Paolo Berlusconi, pur avendo avuto conoscenza della conversazione coperta da segreto almeno tre mesi prima, avendola già ascoltata alla fine di settembre, non ne dispone la pubblicazione se non immediatamente dopo averla fatta ascoltare al fratello». Se l’editore de Il Giornale «fosse stato interessato allo scoop giornalistico, non avrebbe atteso l’incontro con il fratello». Invece «il suo principale, se non unico interesse, era — per il gip — non la pubblicazione della notizia, ma il conseguimento dei 40.000 euro mensili richiesti a Raffaelli per poter perorare i suoi progetti in Romania: progetti che potevano essere attuati solo se il fratello Silvio fosse intervenuto. Per questo la conversazione era un regalo da parte di tutti a Silvio Berlusconi».
A «comprovare il concorso» del premier nella rivelazione di segreto d’ufficio», sono «proprio la condotta tenuta nella sua abitazione la sera del 24 dicembre 2005 e il dato storico dell’avvenuta pubblicazione nei giorni immediatamente successivi» (il 27 dicembre la notizia delle intercettazioni, il 31 e poi in gennaio i testi). Quando infatti ascoltò la conversazione, «la sua reazione, dinnanzi alla rivelazione da parte di un incaricato di un pubblico servizio di una notizia coperta da segreto d’ufficio e riguardante un esponente politico», non fu «di disapprovazione, bensì di compiacimento e di riconoscenza». E «ascoltando la conversazione, compiacendosi e dimostrandosi riconoscente verso Raffaelli e Favata», Silvio Berlusconi «ha acconsentito esplicitamente che il fratello Paolo, lì presente e fautore dell’incontro, completasse il regalo ricevuto, ovvero pubblicasse la notizia». Con annessi ringraziamenti e assicurazioni a Favata e Raffaelli, «tramite il fratello Paolo, di gratitudine eterna».
Le versioni dei coimputati divergono invece sul fatto che il premier abbia o meno trattenuto la chiavetta sotto l’albero di Natale. La consegna a Silvio Berlusconi, negata da Raffaelli e non nota a Petessi, è asserita da Favata: il quale però poi aggiunge che Paolo Berlusconi il 27 dicembre (quando sul Giornale c’era il primo cenno ma non ancora il testo delle intercettazioni) gli chiese una seconda chiavetta da consegnare al direttore Maurizio Belpietro, «che io — sostiene Favata — ho avuto da Raffaelli in piazza della Repubblica e ho portato a Paolo Berlusconi in via Negri» (sede della redazione). Il gip non si avventura: mentre «è pacificamente provato l’ascolto delle telefonate intercettate» da parte del premier, «non è invece possibile ritenere altrettanto pacificamente provata la consegna della chiavetta a Silvio Berlusconi». Ma, in ogni caso, «la successiva richiesta della chiavetta destinata al direttore Maurizio Belpietro» appare al gip funzionale al fatto che «gli autori degli articoli, nonché il direttore deputato al controllo, avessero necessità di ascoltare le conversazioni, e quindi di averle su supporto informatico per poi trarne diverse utili informazioni da sviluppare in articoli» succedutisi tra fine dicembre e gennaio. Per questo il giudice ordina al pm di iscrivere nel registro degli indagati anche il direttore per omesso controllo nella rivelazione di segreto d’ufficio (art. 326), ravvisandone «una responsabilità non come concorso doloso» nel reato, ma «per “fatto proprio” punibile a titolo di colpa per non aver attuato il dovuto controllo (art. 57) necessario a impedire che con il mezzo della pubblicazione fossero commessi reati».

Il Corriere della Sera 16.09.11

"La valanga giudiziaria e le tensioni nel Carroccio aumentano le incognite", di Massimo Franco

Sebbene sia l’unica cosa che conta davvero, la manovra economica sembra oscurata: travolta dalla valanga di intercettazioni e di veleni che scorrono fra il presidente del Consiglio e la magistratura. L’interrogatorio di Silvio Berlusconi come presunta vittima di un ricatto sui suoi incontri con ragazze da parte di Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola, non ci sarà. Il premier lo rifiuta perché i magistrati della Procura di Napoli non si sono accontentati della sua memoria difensiva; e dunque si ritiene perseguitato. Non solo. La sua imputazione decisa ieri dalla magistratura di Milano per il caso Unipol e la notizia che sarebbero state registrate oltre 100 mila telefonate, acuisce i sospetti e la rabbia del capo del governo.
Che effetto tutto questo possa avere sulla credibilità dell’Italia è prevedibile: negativo. Per capire l’eventuale impatto sui titoli di Stato italiani, invece, sarà necessario aspettare. Ieri il Financial Times rilanciava l’ipotesi di un prossimo declassamento dell’Italia. Eppure, non andrebbe considerato troppo «significativo», essendo frutto del «nervosismo dei mercati». Per ora i contraccolpi di quanto avviene si scaricano nel recinto della maggioranza: scosse contraddittorie ma continue.
Così, Berlusconi continua a prosciugare il Fli di Gianfranco Fini, provando a portargli via tre deputati. Ma ritorna l’incognita dell’alleanza con la Lega. Un articolo pepato di Panorama sulla moglie di Umberto Bossi è stato definito «una carognata» dai ministri Roberto Maroni e Roberto Calderoli, che ne hanno chiesto conto al premier come editore del settimanale. E questa tensione a pochi giorni dal voto parlamentare sull’arresto di Marco Milanese, ex braccio destro di Giulio Tremonti, aumenta le incognite sulla tenuta del centrodestra. Se qualcuno ottenesse lo scrutinio segreto, la prospettiva che l’ex consigliere del ministro dell’Economia finisca in prigione diventerebbe probabile.
E di rimbalzo si farebbe complicata anche la posizione di Tremonti. Ma forse, il problema più spinoso sono gli equilibri dentro la Lega e la leadership declinante di Bossi. Gli attacchi alla famiglia del capo dei lumbard vanno letti più come il prodotto delle faide in atto nel Carroccio, a cominciare dalla lotta per la successione, che come una manovra berlusconiana. Mai come in questa fase il presidente del Consiglio ha bisogno che il suo principale alleato tenga in mano il partito: una capacità non più così scontata. Se smotta la sponda rappresentata da Bossi, la fine del governo sarebbe inevitabile.
L’impressione, invece, è che ormai nessuno dei leader del centrodestra controlli per intero il suo esercito. Le dinamiche che si sono messe in moto privilegiano le contestazioni. Basta registrare le proteste contro la manovra economica da parte di alcuni sindaci leghisti, o i piani più o meno vistosi di esponenti del Pdl per arrivare a un governo senza più Berlusconi a palazzo Chigi. Si tratta di un dissenso destinato a non arrivare alla rottura fino al momento in cui, per un incidente o per qualche imprevisto, il governo dovesse cadere. Solo a quel punto esploderà. Anche se Berlusconi non cederà fino all’ultimo, asserragliato a palazzo Chigi: costi quello che costi.

Il Corriere della Sera 16.09.11

"Roma vede i Rom solo come nomadi", di Navi Pillay*

All’epoca della mia visita in Italia, nel marzo 2010, i temi riguardanti i Rom dell’Europa Orientale erano prioritari. Oggi, la loro situazione sembra alquanto oscurata dal dramma di rifugiati e immigrati provenienti dal travagliato Nord Africa. Ma non per questo dovrebbero essere dimenticate le questioni attinenti ai diritti umani affrontate dai Rom. Durante la mia visita l’anno scorso, mi recai in due insediamenti Rom alla periferia di Roma. Il primo, in via Marchetti, era una baraccopoli non autorizzata. Il secondo, in via Candoni, era stato creato dalle autorità. In quell’occasione incontrai anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni, che mi garantì che i Rom avrebbero beneficiato del cosiddetto Piano per i Nomadi elaborato dal governo, attraverso il loro ricollocamento da insediamenti illegali a «campi» regolamentati.

Manifestai la mia seria preoccupazione circa tali soluzioni, osservando che, in nome della sicurezza, il «campo modello» ufficiale, in via Candoni, era circondato da alti muri di cinta con torri di sorveglianza della polizia. Ciò non lo distingueva affatto da quello non autorizzato, altrettanto segregato, lontano dalla città, dalle opportunità di lavoro che essa può offrire, dai suoi servizi sociali. La soluzione è l’integrazione nel tessuto della vita urbana. Questo solamente può condurre a un reale godimento dei diritti umani gruppi in precedenza marginalizzati e stigmatizzati, tra i quali i Rom.

Trattare interi gruppi etnici come «problemi di sicurezza» ne pregiudica ulteriormente diritti e benessere. Il governo italiano ha mantenuto il proprio approccio condizionato dalla sicurezza e continua a trattare i Rom come «nomadi» che non sono in grado di vivere in normali ambienti urbani. Ma la maggior parte dei Rom non è composta da nomadi in qualunque senso si voglia intendere tale termine. Un Rom che viveva nell’insediamento di via Marchetti mi disse con ironia amara: «Naturalmente, se passi da un trasferimento coatto all’altro, diventi un “nomade” che deve poter vivere in un “campo”. Come possono pensare che noi non vorremmo lavori, case, e mandare a scuola i nostri figli come chiunque altro?».

Come ebbi modo di verificare lo scorso anno attraverso i miei contatti diretti con gli abitanti di via Marchetti, quell’insediamento comprendeva un numero di Rom dalla Bosnia che si trovavano in Italia dagli inizi degli Anni Novanta, costretti ad allontanarsi a causa del conflitto interetnico che produsse un genocidio. Alcuni di essi mi mostrarono documenti che indicavano che era stato loro riconosciuto lo status di rifugiati. Altri avevano carte che attestavano la positiva considerazione del loro caso da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che aveva portato – quasi un decennio fa – l’Italia a riconoscerne il diritto a rimanere sul suo territorio. Anche queste famiglie furono sottoposte a trasferimenti coatti in giugno, senza alcuna assistenza e senza un posto dove poter andare.

In seguito, sono rimasta scossa nell’apprendere che, dall’agosto 2010, sei bimbi Rom hanno già perso la vita a Roma o nei suoi dintorni, a causa di incidenti connessi alla mancanza di sicurezza negli insediamenti dove erano costretti a stare. La soluzione proposta ogni volta dopo tali tragedie è sempre stata la stessa: trasferimenti coatti.

Se da una parte un livello considerevole di risorse continua a indirizzarsi verso l’organizzazione di tali trasferimenti, viene invece data scarsa attenzione alle misure di inclusione sociale. Un recente rapporto su Rom e Sinti della Commissione speciale sui diritti umani del Senato italiano è giunto alla conclusione che le attuali politiche non hanno raggiunto alcun progresso al riguardo.

Mi sono particolarmente preoccupata quando, nel contesto delle elezioni locali tenutesi quest’anno in Italia, il partito del primo ministro Berlusconi ha fatto ricorso a un’aperta retorica antiRom come strumento di campagna elettorale. In contrasto, accolgo con piacere l’espressione di sostegno manifestata da Papa Benedetto XVI in occasione di un incontro con i Rom lo scorso giugno. Purtroppo, appena dieci giorni dopo l’udienza con il Pontefice, l’insediamento di via Marchetti è stato oggetto di trasferimenti coatti, con le autorità locali a sostegno della tesi che ciò fosse a grande vantaggio della sicurezza.

Secondo fonti affidabili della società civile, il trasferimento coatto di via Marchetti è stato condotto in una maniera che ha violato gli standard internazionali. La data non è stata annunciata in anticipo. Contro le rassicurazioni che mi erano state date nel 2010, agli abitanti non sono nemmeno stati offerti posti alternativi a via Candoni o in altri simili insediamenti ufficiali. Alcuni di coloro che sono stati allontanati si sono comunque spostati nell’insediamento di via Candoni, vivendo ai suoi margini, senza alcun alloggio loro fornito. Il sovraffollamento ha portato al deterioramento delle condizioni di vita in via Candoni. E le promesse di lavori e altri miglioramenti in favore dei residenti autorizzati del «campo» non si sono materializzati.

L’Unione Europea ha adottato un quadro per le strategie nazionali per l’integrazione dei Rom, in base al quale gli Stati membri dell’Ue devono formulare strategie inclusive che mirino a miglioramenti tangibili in materia di educazione, impiego, salute e alloggi per i Rom.

La posizione del governo italiano è in contrasto con lo spirito e gli obiettivi di tali disposizioni quadro. Occorre che l’Italia attui un cambiamento drastico nel proprio approccio e si discosti da politiche che sono principalmente mosse da motivi di sicurezza, piuttosto che da una visione di integrazione.

Se ci fosse abbastanza volontà politica da riconoscere quello che ora appare come l’ovvio fallimento dell’approccio fondato sulla sicurezza, l’elaborazione e la successive attuazione di una Strategia nazionale per l’integrazione dei Rom potrebbe segnare un punto di svolta. Oltre a creare una Strategia nazionale inclusiva in linea con le richieste politiche dell’Unione Europea, l’Italia dovrebbe anche essere attenta a rispettare i propri obblighi legali, che derivano da standard internazionali in materia di diritti umani.

*Alto Commissario Onu per i Diritti Umani

La Stampa 16.09.11

“La politica può aiutare l’economia. Quel che ci insegna la Spagna”, di Michele Salvati

Nonostante tutto, continuo a ritenere che un default sul debito pubblico dell’Italia, e di conseguenza un collasso del sistema monetario europeo, siano eventi improbabili. Eventi con probabilità bassa, ma non nulla, e soprattutto crescente nel tempo, se non interviene una risposta adeguata della nostra politica e di quella europea. Limitandoci alla nostra — perché è su questa che possiamo intervenire — continuo a ritenere che solo uno scatto di serietà collettiva sia in grado di sventare il pericolo in modo definitivo. Per evitarlo nell’immediato forse basta di meno: una manovra di riduzione del disavanzo appena credibile, che si può fare anche nelle attuali condizioni politiche. E infatti è quella che sta per essere approvata dal Parlamento, senza che di quello scatto si veda l’ombra. È per passare da manovre dettate dall’emergenza e dall’affanno ad una strategia che coniughi in modo efficace rigore, equità e crescita che è necessario lo scatto di serietà di cui dicevo. È questo che chiedeva de Bortoli nel suo editoriale dell’11 settembre.
La Spagna ha una struttura industriale più debole della nostra e si era illusa di aver superato il Pil pro capite italiano alimentando una bolla immobiliare insostenibile nel lungo andare. Una bolla che, esplodendo, ha prodotto disastri: il tasso di disoccupazione è tornato ai livelli intollerabili degli anni Ottanta e buona parte del sistema bancario è sull’orlo del collasso. Eppure la valutazione dell’economia spagnola da parte dei mercati, espressa dai Cds (i premi che bisogna pagare per assicurarsi contro l’insolvenza del debitore) o dallo spread dei Titoli di Stato spagnoli rispetto ai corrispondenti tedeschi, è analoga o migliore di quella italiana. In questi giorni, nettamente migliore. Perché? Una parte della spiegazione sta certamente in un rapporto Debito/Pil più favorevole del nostro. Ma la parte maggiore, credo, sta nella fiducia che gli osservatori internazionali nutrono per il sistema politico e istituzionale spagnolo. Dopo alcune esitazioni iniziali, Zapatero si è rapidamente adeguato alle richieste di rigore che gli provenivano dall’Unione Europea e in questi giorni ha fatto passare in modo bipartisan quella costituzionalizzazione dell’obbligo di pareggio di bilancio cui la Germania è particolarmente sensibile. Zapatero non si candiderà alle prossime elezioni e probabilmente il partito socialista pagherà con una sconfitta elettorale le politiche incaute che il capo del governo ha perseguito. Quale che sia il vincitore, mercati e istituzioni internazionali sono però convinti che la lezione è stata appresa sia dai socialisti, sia dai popolari, e della Spagna si fidano più che dell’Italia, nonostante una situazione economica oggettivamente molto grama.
Parlando di nuora (Spagna) perché suocera (Italia) intenda ho presentato due degli ingredienti che giocano nel giudizio dei mercati e delle istituzioni internazionali: il debito pubblico e il sistema politico. Il terzo è costituito dalle riforme, quelle che possono far quadrare il cerchio di rigore, equità e crescita. Due degli ingredienti appena menzionati (la riduzione del debito e le riforme) riguardano la torta, gli esiti cui vogliamo arrivare. Il terzo riguarda il pasticciere, chi la produce: un pessimo pasticciere, una politica confusa e poco autorevole, non riuscirà mai a produrre una buona torta, una torta che quadri il cerchio. È una torta difficile da produrre nell’attuale situazione italiana e anche un buon pasticciere farebbe fatica. Ma un cattivo pasticciere, una cattiva politica, è escluso possa riuscirci. Per il medio e lungo periodo, quello in cui speriamo di non essere tutti morti, questo è il grande problema. Un problema di cui per ora non si intravvede una soluzione.
Il presidente del consiglio — certo non una risorsa in una situazione in cui dipendiamo così fortemente dal giudizio internazionale — è però ancora il miglior acchiappavoti di cui dispone la coalizione di centrodestra. E anche se la sua uscita dall’agone politico fosse imminente, egli lascerebbe alle sue spalle, nella parte politica di cui è il leader, una situazione di grande confusione e instabilità. Sul lato opposto dello spettro politico la situazione non è molto migliore. Tanti piccoli partiti, alcuni con concezioni di politica economica poco realistiche. E anche nel partito maggiore e più responsabile, diverse visioni e orientamenti, e diversi attori in lotta tra loro: non passa giorno senza che, tra gli oppositori di Berlusconi, emerga una nuova candidatura alla leadership. La lotta per la leadership è parte integrante della politica, e di per sé non è fonte di disordine o di debolezza: anche in Spagna, o in altri Paesi in cui la politica funziona, c’è lotta. Ma ci sono anche regole: il gioco elettorale e costituzionale è stabile e il sistema dei partiti si è ad esso assestato. Da noi una transizione costituzionale che dia maggiori (ma controllati) poteri al capo dell’esecutivo non c’è mai stata: in una vera «Seconda Repubblica» non siamo mai entrati. E il sistema elettorale è sempre in discussione. Senza punti fermi di natura costituzionale ed elettorale, senza chiare regole del gioco, la competizione tra i partiti, il contrasto tra gli interessi, il conflitto tra le ambizioni personali producono disordine, incertezza, confusione. Insieme alle continue manifestazioni di corruzione e di arroganza, essi rendono la politica odiosa agli occhi dei cittadini. Ma soprattutto la rendono incomprensibile per gli stranieri, per le istituzioni e i mercati che debbono valutare della nostra affidabilità.
Insomma, la politica è il vero problema ed è nella politica che deve avvenire lo scatto di cui dicevo. A chi gli chiedeva ragione di un esito politico-elettorale, si dice che Nixon abbia risposto: «It’s the economy, stupid», è l’economia, stupido. La famosa frase si può invertire per spiegare un esito economico, il nostro deludente esito economico: «È la politica, stupido!».

Il Corriere della Sera 16.09.11

"Quell'insulto può far saltare tutto", di Paolo Soldini

Se è una leggenda metropoliatana, lo è tanto in Italia che in Germania. Se Silvio Berlusconi ha veramente detto “quelle cose” su Angela Merkel e risulterà pubblicamente che le ha dette, sarà uno scandalo senza
precedenti per tutti, ma il problema, paradossalmente, sarà più grosso in Germania che in Italia.
Gli insulti del capo del governo di Roma alla cancelliera da noi sarebbero, in fondo, l’estrema rappresentazione del fatto che il governo italiano praticamente non esiste più e che alla sua guida (teorica) c’è un irresponsabile. Siamo governati da una barzelletta, ma lo sapevamo già. E’ a Berlino e dintorni, invece, che l’eventuale conferma delle esternazioni berlusconesche provocherebbe un terremoto.
Fino a ieri sera, della vicenda avevano parlato soltanto due giornali nazionali: la popolar-scandalistica Bild, il che non stupisce, e la seriosa e conservatrice Welt, il che invece stupisce e suggerisce considerazioni preoccupanti, considerata la notoria vicinanza di quel quotidiano al potere che conta. Ma le notizie girano. Al
punto che esisterebbe già la decisione sulla prima mossa “nel caso che”: il richiamo a Berlino “per consultazioni” dell’ambasciatore a Roma, Michael H.Gerdts. L’ambasciatore, ieri, non era rintracciabile, anche perché, per una straordinaria combinazione, l’ambasciata stessa è stata chiusa per l’intera giornata per non
meglio precisate “ragioni logistiche”. Certo, il caso diplomatico sarebbe enorme, più grave anche delle crisi bilaterali innescate dal giubilo del presidente Pertini per la vittoria sui “panzer tedeschi” ai campionati del mondo di calcio dell’82. Ma conseguenze ancora più pesanti si verificherebbero sul piano politico. A partire dal paradosso per cui Angela Merkel, la quale di Berlusconi ha un’opinione non proprio lusinghiera, si troverebbe sotto attacco proprio per la sua buona disposizione nei confronti dell’Italia, del suo debito e per l’appoggio che sta dando, sia pure obtorto collo, alla manovra del governo italiano. L’altro giorno durante la sua visita a Roma il ministro dell’Economia e vicecancelliere Philipp Rösler ha rotto un tabù: ha sostenuto la convenienza del fallimento della Grecia. Nessun politico, né in Germania né altrove, l’aveva mai fatto. La mossa di Rösler ha scatenato la bagarre: Christian Lindner, capo del suo partito, la liberale Fdp, l’ha appoggiato ed è diventata così ufficiale la fronda alle posizioni del governo sulla crisi: la Grecia dev’essere salvata – aveva detto poche ore prima la cancelliera – perché altrimenti si innescherebbe un devastante effetto domino, e il fondo salva-stati dev’essere quanto meno confermato, se non ampliato come chiede la
Commissione Ue. In Germania quando si scrive Grecia si tende, purtroppo, a leggere Italia: l’accoppiamento, peraltro, è stato reso esplicito in Germania proprio dalla Merkel. Ragion per cui lei, lo meriti o no (più no che sì, adire il vero), in questi frangenti lei viene considerata la santa patrona dell’euro canonico e dei
paesi “periferici”. La partita è complicata e per la cancelliera molto rischiosa. La sua linea che si può chiamare “europeista” con (molto) beneficio d’inventario è contestata dalla Bundesbank, allineata sulle posizioni che giorni fa hanno portato Jürgen Stark alle clamorose dimissioni dal board della BCE, dal partito
alleato della Fdp, da una buona parte della Csu e da ampi settori della stessa Cdu. Sulla carta la cancelliera ha già perso la maggioranza e il 29 settembre il Bundestag dovrà votare sull’adesione tedesca al fondo salva-stati. E a quella data si arriverà sull’onda delle elezioni di Berlino, nelle quali, domenica, la cancelliera rischia una bella batosta. Con questi chiari di luna, c’è da credere che in queste ore alla cancelleria sulla Sprea stiano molto, molto attenti ai documenti e alla indiscrezioni che arrivano da Roma. Se la situazione precipitasse Angela Merkel potrebbe contare sull’appoggio della Spd, di una parte che per fortuna pare maggioritaria dell’opinione pubblica e, last not least, della Confindustria, terrorizzata dall’idea che un tracollo dell’euro comprometta l’export, unico e vero miracolo tedesco. Ma dovrebbe difendersi da argomenti possenti. “Tu difendi l’Italia e guarda come ti ripagano”: la demagogia avrebbe largo corso, sostenuta dalla destra politica e dal prestigio della Bundesbank. Poi vallo a spiegare che una cosa è l’Italia e un’altra, molto diversa, è Silvio Berlusconi.

L’Unità 16.09.11

"«Non insegnare storia dell'arte mette a rischio il nostro futuro» Giulia Maria Crespi: l'ambiente si difende con la cultura", di Paolo Conti

«Il ministro Mariastella Gelmini cosa sa della storia dell’arte italiana, del nostro Paese, della Nazione che lei governa? Sarei felice di incontrarla e di rivolgerle alcune domande…». Giulia Maria Crespi, Presidente Onorario nonché fondatrice del Fai, il Fondo Ambiente Italiano, gioca con il suo personaggio («ormai sono vecchia, dico senza paura ciò di cui sono convinta») sfoderando l’arma dell’autoironia. Ma i suoi argomenti, e i ragionamenti che propone, sono seri e solidissimi: «Ho letto con sgomento giorni fa proprio sul Corriere della Sera della misera condizione in cui si trova l’insegnamento della storia dell’arte nel nostro Paese. Cancellato, sparito. L’Anisa, l’associazione degli insegnanti di storia dell’arte, possiede un prospetto che fa paura. Storia dell’arte scomparsa nel biennio dell’Istituto tecnico per il Turismo. Lo stesso avviene nell’Istituto Professionale Turistico, Istituto Professionale per la Grafica, Istituto professionale per la Moda. Niente insegnamento nel primo biennio dei licei classico e scientifico. Dico: nel classico! Ma come è mai possibile?»
Le due grandi passioni di Giulia Maria Crespi sono il Paesaggio italiano, quindi l’ambiente e la stessa tradizione agricola come parte integrante del contesto, e la storia della vicenda artistica del nostro Paese. Due capitoli che, ai suoi occhi, rappresentano un unicum: «I due temi sono strettamente collegati. Mi spiego. Non insegnare la storia dell’arte significa togliere una indispensabile conoscenza a intere, future generazioni di geometri, architetti, sindaci che dovrebbero rispettivamente studiare e governare il territorio. Ma come potranno farlo se ignoreranno l’arte italiana, così impregnata di Paesaggio culturale? Significa anche allevare nuove leve di funzionari statali, e quindi soprintendenti, che non avranno appreso da ragazzi i fondamenti della nostra storia artistica. Come faranno questi giovani soprintendenti a muoversi con conoscenza e responsabilità se non sapranno ciò che dovrebbero sapere?» Ma non è solo la macchina dei Beni culturali ad allarmare Giulia Maria Crespi: «Io mi domando e poi domando al ministro Gelmini. L’Italia è un paese che vivrà in futuro soprattutto di turismo legato alla cultura, al nostro patrimonio. Come è immaginabile educare i futuri operatori turistici privandoli di una disciplina fondamentale per il loro lavoro? Ridicolo! L’Italia è ricca solo di questo: di arte, di tesori, di musei, di passato…. Ha ragione lo storico e saggista inglese Paul Kennedy quando dice che l’Europa può ancora contare, per il suo futuro, sull’arte e la cultura. L’Italia più di tutti, aggiungo io, e quindi dobbiamo studiare e prepararci proprio per costruire quel futuro».
Giulia Maria Crespi si concede un piccolo tuffo nella memoria: «Da ragazza ho studiato bene la storia dell’arte, nel triennio finale ci si applicava sui testi di Paolo D’Ancona, Fernanda Wittgens e Irene Cattaneo. Ma davvero non capisco come si possa abolire l’arte nel primo biennio…» Un sospiro, di quelli tipici del Presidente Onorario del Fai: «Stiamo svendendo tutto ai cinesi, lo sappiamo bene. Ma i cinesi non potranno mai comprarci i Templi d’Agrigento o il Duomo di Milano. Quindi dobbiamo imparare a conoscerli e ad amarli perché rappresentano il nostro futuro».
Che fare, signora Crespi? «Dobbiamo protestare. Far sentire la nostra voce alla Politica. Ho saputo che il ministro Gelmini starebbe preparando un tavolo tecnico per esaminare il problema. E io vorrei sapere: chi siederà a quel tavolo tecnico? Quale conoscenza ha della storia dell’arte? Aggiungo che bisognerà quanto prima occuparsi anche della fine dell’insegnamento della musica. Nel resto d’Europa se ne apprende molta, di musica. Qui, nella patria del Melodramma, no. Tutto questo è grave, gravissimo, da irresponsabili…».

Il Corriere della Sera 16.09.11

"Meno docenti, personale e alunni. Al sud parte la scuola che non c'è", di Gioia Salvatori

Nel Mezzogiorno dove la dispersione scolastica è più alta, i tagli producono danni aggiuntivi. Manifestazioni in Sardegna, proteste in Puglia. A Napoli l’odissea di Valeria, studente disabile. Ricominciare ogni settembre: a sperare in un posto di lavoro precario o a lottare per avere aule decenti, orario minimodi lezioni garantito o un insegnante di sostegno per la propria figlia disabile. Aspettare un sì o un no che fanno la differenza e la qualità della vita. Per troppi alunni, genitori e docenti precari, quelli in cui ricomincia la scuola sono giorni di battaglie, attese e speranze. Tra ieri e l’altro ieri sono tornati sui banchi tutti gli alunni di Sardegna, Puglia e Sicilia. Anche nelle regioni del Sud, quelle dove la dispersione scolastica è più alta e dove misere sono le possibilità di alternative lavorative per i docenti precari restati senza lavoro, la scure del ministero della pubblica istruzione si è abbattuta impietosa. Così ieri la Flc Cgil Sardegna ha manifestato davanti la sede della regione accusando il governatore sardo di essere complice del ministero nei tagli. In 350 hanno protestato chiedendo un incontro contro la manovra che «massacra la scuola pubblica» e coi numeri alla mano: -3,53 % di docenti rispetto allo scorso anno scolastico, -7% di personale Ata a fronte di un calo di alunni dell’1,45%. DATI ALLARMANTI Le cifre parlano da sole e fanno il paio con quelli della Puglia: meno 4mila cattedre in tre anni (2241 quest’anno) tanto che saltano i posti anche di insegnanti di ruolo: riciclati a seconda delle abilitazioni, magari spostati dalle superiori alle medie. Le classi pollaio fanno il paio coi tagli e in Puglia, regione in cui il 70%delle scuole ha problemi di edilizia scolastica legati allo stato o al numero delle aule, sono un problema serio. Capita così che da ieri i bambini di una seconda media con più di trenta iscritti abbiano fatto lezione in palestra: nessuna aula della scuola Fraccacreta di Bari Palese li poteva ospitare. Per l’assenza di amministrativi tecnici e ausiliari (Ata), invece, non si trovava chi andasse ad aprire i plessi distaccati dell’ottavo circolo Carbonara di Bari: alla fine lo hanno fatto gli insegnanti. Inutile ricordare i ritardi nelle nomine, ancora in corso, e l’assenza di insegnanti di sostegno: «La scuola in Puglia, soprattutto alle elementari e alle superiori, i gradi “riformati”, è iniziata nel caos perché alla riduzione di organici s’è sommato il ritardo nelle chiamate. Ad oggi mancano soprattutto insegnanti di sostegno, aspettiamo speranzosi la deroga promessaci dal ministero per questa categoria», dice Angela Giannelli della Flc Cgil Puglia.
GIANCARLO, PAPÀ CORAGGIO Anche Giancarlo Marzano, padre di Valeria, studentessa disabile al 100 % iscritta al secondo anno di un liceo sociopsicopedagogico di Napoli, aspetta. Aspetta di sapere se l’ufficio scolastico regionale darà a Valeria l’insegnante di sostegno per tutte le 27 ore settimanali di scuola o solo per 9, come gli hanno appena comunicato. Lui, dalla trincea dove ogni settembre ricomincia, ha diffidato tramite avvocati l’ufficio regionale citando una sua vittoria al Tar datata 2007. La sentenza stabilisce che sua figlia, finché studia, deve avere il sostegno a tempo pieno. Anche l’anno scorso ha dovuto avviare la stessa pratica di diffida per ottenere il sostegno sempre: l’ha spuntata ma c’è chi diabolicamente persevera. «Ogni anno gli stessi problemi senza contare che per noi sono macigni anche dal punto di vista psicologico. Lotto trasformando il mio
dolore privato in impegno pubblico – spiega il padre di Valeria – altrimenti non potrei vivere in equilibrio».
LE PROTESTE DI PALERMO Non si arrende, Giancarlo, come non si arrendono gli studenti siciliani che ieri hanno ripreso a protestare in occasione dell’avvio dell’anno scolastico. «Rifiuta il debito, riappropriati della scuola», è lo slogan. Gli striscioni sono comparsi su molti istituti superiori e c’è già la data della prima assemblea studentesca cittadina, il 20 settembre, e del primo corteo: da piazza Politeama il 7ottobre per la giornata di mobilitazione nazionale degli auto-organizzati del movimento studout. Sempre contro la crisi, ieri è partito da Palermo il «mercatone studentesco del libro usato»: è itinerante e lo organizzano i ragazzi delle superiori, gli stessi che, ad esempio al liceo classico Vittorio Emanuele II di Palermo, hanno iniziato coi doppi turni per insufficienza di aule già dal primo giorno di scuola. Pure l’ufficio scolastico della Sicilia si è mosso per chiedere deroghe agli organici: 15mila precari rimasti senza lavoro in tre anni sono una bomba: alcuni di loro fin dagli inizi di settembre si sono messi in sciopero della fame manifestando di fronte alla sede della regione e solo dopo la visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Palermo, hanno interrotto la protesta. Analoga, d’altronde, a quella di alcuni precari, docenti e Ata, che lo scorso anno sono stati senza mangiare per difendere il posto.

L’Unità 16.09.11