Latest Posts

"Perchè siamo il paese dell'incultura scientifica", di Carlo Rovelli

L’amara riflessione di un fisico teorico sulla scuola e sui saperi in Italia. Sui gravi deficit accumulati. E sul fatto che le discipline umanistiche prevalgano sulle altre

PENSO che la scuola italiana sia fra le migliori del mondo. Paradossalmente, penso lo sia soprattutto per chi vuole dedicarsi alla scienza, come ho fatto io. Non per caso giovani italiani brillano in tutti i migliori centri di ricerca del mondo. Hanno qualcosa che altri paesi fanno fatica a offrire: non solo fantasia e creatività, ma soprattutto un’ampia, solida e profonda cultura. Sono convinto che studiare Alceo, Kant e Michelangelo offra a uno scienziato strumenti di pensiero più acuminati che non passare ore a calcolare integrali, come fanno i ragazzi delle scuole d’élite di Parigi. Sapere, conoscenza, intelligenza, formano un vasto complesso dove ogni parte si nutre di ogni altra. La nostra intelligenza del mondo si basa su tutto ciò insieme. Questo insieme è la cultura. Non voglio dire che per fare buona scienza sia strettamente necessario avere tradotto versi di Omero dal greco, o leggere Shakespeare, però penso che aiuti molto. Mi sono trovato spesso a lavorare con colleghi di formazione assai diversa.
Uno dei miei collaboratori (e amici) più stretti ha studiato nei college libertari dove si fuma marijuana e poi nelle top università degli Stati Uniti: non sa chi è Virgilio, ma ha una capacità di pensiero critico che io non ho. Un altro viene dal quell’amalgama di civiltà asiatica antica ed educazione inglese che è la scuola indiana, e ha una sottigliezza di pensiero analitico che io non avrò mai. Ma la capacità di guardare lontano e individuare i problemi chiave è venuta alla nostra collaborazione dalla scuola italiana, dall’ampiezza della sua prospettiva storica e culturale.
Questo la nostra scuola sa offrirlo. Al contrario, è la scienza che manca nella scuola, anzi, manca drammaticamente nella società italiana. L’Italia resta pericolosamente un paese di profonda incultura scientifica, sia confrontato con gli altri paesi europei, dove la scienza è rispettata profondamente, come non lo è da noi, sia forse ancor più confrontato con i paesi emergenti, che vedono nella cultura scientifica la chiave del loro sviluppo. L’Italia è un paese di profonda incultura scientifica nella mancanza di scienza seria a scuola; nell’incapacità di avere discussioni dove si ascoltano con attenzione argomenti e contro-argomenti; nella diffusa ignoranza di scienza delle nostre élite, fin nel nostro parlamento, e peggio ancora nella stucchevole prosopopea di chi si fa vanto di non capire nulla di scienza.
In Italia, quando si dice “cultura” si pensa spesso, ahimè, a musei e opere liriche, quando non ai formaggi col miele delle valli. Cose preziose, per carità, ma non è qui la cultura. La cultura è la ricchezza e la complessità del nostro sapere, l’insieme degli strumenti concettuali di cui dispone una comunità per pensare a sé stessa e al mondo. Cultura classica e scientifica sono facce complementari di questo insieme, che si rafforzano l’una con l’altra.
La cultura del nostro paese è ricca, stratificata, e vivace. Se aziende italiane vendono dappertutto nel mondo, disegnatori italiani guidano lo stile del pianeta, se l’Italia è fra le dieci potenze economiche del mondo, è perché, nonostante la nostra caratteriale auto-disistima, siamo un popolo colto e intelligente. Ma l’incultura scientifica del paese è una nostra debolezza severa. I paesi più ricchi come i paesi emergenti sanno che senza cultura scientifica adeguata un paese oggi diventa rapidamente arretrato. Il nostro paese arretra. Un paese lungimirante come la Cina oggi investe nella fondazione di università una fetta
considerevole della sua ricchezza; giovani cinesi sono mandati in giro per il mondo, per raccogliere sapere e riportarlo a casa; nel mio piccolo gruppo di ricerca, a Marsiglia, ce ne sono quattro. Lo stesso stanno facendo i paesi arabi più lungimiranti. La stessa Africa sta costruendo centri di cultura e di educazione avanzata. L’Italia le sue università le sta smantellando. La sfida per il futuro passa attraverso la cultura anche scientifica del paese. In America come in Canada come in Inghilterra le università sembrano alberghi di lusso o ville patrizie, e sono rispettate come templi del sapere; in Italia le migliori università sembrano caserme decrepite.
E pensare che la scienza moderna è stata inventata in Italia… L’Italia è innamorata del suo Rinascimento, come quegli uomini che per tutta la vita continuano a raccontare la loro giovinezza, ma si dimentica spesso del frutto forse più straordinario del maturo Rinascimento italiano: uomo di musica e di lettere, profondo conoscitore e amante dell’antichità classica, di Aristotele e Platone, uomo completo del Rinascimento. Sto parlando di Galileo, l’iniziatore della scienza moderna, primo a capire come interrogare la Natura, primo a trovare una legge matematica che descrive il moto dei corpi sulla Terra, primo a guardare nel cielo cose che nessun umano aveva mai prima potuto immaginare. Il sapere scientifico moderno, che ha cambiato il mondo, ci ha permesso di vivere come viviamo, ci ha dato la ricchezza fiammeggiante della conoscenza di oggi, ha visto nascere una parte importante di sé in Italia, raccontato in una limpida lingua italiana da uno fra i migliori scrittori che abbia avuto il nostro paese, sempre lui: Galileo. Mi piacerebbe che l’Italia fosse orgogliosa di Galileo, non solo di Raffaello.
Mi piacerebbe che l’Italia si allontanasse dall’idea che la cultura sia solo arte antica, o culto sterile del proprio passato; che l’Italia desse alla cultura e alla cultura scientifica in particolare la dignità che deve avere nella formazione di una persona.

da La Repubblica

Art bonus, on. Ghizzoni “Il Paese può ora vivere anche di cultura”

“Finalmente, dopo anni di disinteresse se non di vero e proprio spregio, cultura e turismo tornano ad essere strategici per lo sviluppo, anche economico-occupazionale, del Paese”: la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, vice-presidente della Commissione Cultura della Camera, accoglie con soddisfazione l’approvazione del cosiddetto Art bonus. “Ora il privato che voglia contribuire alla ristrutturazione della Torre civica di Novi o del castello di San Felice, solo per citare due monumenti dell’area del cratere sismico – conclude l’on. Ghizzoni – non avrà più alcun alibi”.

Dalla politica del “con la cultura non si mangia” a un Paese che finalmente può vivere anche di cultura. La conversione in legge del cosiddetto Art bonus è un importante risultato per la tutela del nostro patrimonio storico-artistico, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo nel nostro Paese. Nei suoi 16 articoli contiene provvedimenti di notevole impatto come il consistente credito d’imposta previsto per quei privati che vogliono investire in cultura o come la possibilità finalmente data ai Comuni e agli Enti pubblici in generale di assumere lavoratori della cultura con contratto a tempo determinato, quindi tutelato, anche in deroga ai limiti che precedenti normative prevedevano per questo tipo di assunzioni. Penso, ad esempio, al beneficio che questo tipo di provvedimenti potrebbe  portare alle zone colpite da fenomeni come il sisma che nel 2012 provocò gravi danni al patrimonio culturale pubblico in Emilia. Ora il privato che voglia contribuire alla ristrutturazione della Torre civica di Novi o del castello di San Felice, solo per citare due monumenti di quell’area, non avrà più alcun alibi. La detassazione prevista nel decreto Art bonus è oggi davvero significativa. A questo risultato hanno lavorato con grande determinazione il ministro Franceschini che ha seguito tutti i lavori delle Commissioni interessate così come tutti i gruppi parlamentari che hanno contribuito, con il loro apporto, a migliorare il testo approdato in Parlamento. Finalmente, dopo anni di disinteresse se non di vero e proprio spregio, cultura e turismo tornano ad essere strategici per lo sviluppo, anche economico-occupazionale, del Paese”.

"Una svolta dopo l’era Olli Rehn", di Paolo Soldini

Un socialista al posto che fu di Olli Reh,I il cerbero della disciplina di bilancio in formato austerity

Quella che fino all’altra sera poteva parere un’ipotesi da fantascienza, è diventata una prospettiva concreta ieri, dopo che Jean-Claude Juncker l’ha evocata davanti all’assemblea degli eurodeputati del gruppo Socialisti&Democratici suscitando legittima (e piacevole) sorpresa ma anche parecchie domande.
Se il candidato alla presidenza della Commissione ha ritenuto di potersi sbilanciare affermando chiaro e tondo che il commissario agli Affari Economici e Monetari «sarà un socialista» (del quale circola già il nome: quello del francese Pierre Moscovici), significa due cose: la prima è che ha parlato sulla base di un qualche accordo predefinito. Non ha detto, infatti, «io proporrò un socialista». Non ha espresso un proposito: ha dato una notizia. La seconda cosa è che non teme defezioni di rilievo tra le file dei popolari quando,tra sei giorni, dovrà sottoporsi al voto (segreto) del Parlamento.
Non che la fronda della destra del gruppo possa essere determinante, visto che per lui voteranno comunque i socialisti, i Verdi e i liberali, ma per Juncker sarebbe comunque un problema politico se venisse eletto con l’ostilità certificata di una porzione troppo ampia del proprio schieramento di provenienza. C’è da pensare, perciò, che abbia ricevuto qualche rassicurazione in proposito. Ed a chi se non dalla componente del Ppe che ha più forza, più potere e – diciamo così – più appoggi, cioè quella tedesca eterodiretta dalla cancelleria? Se ne ricava un sillogismo: Juncker vuole un socialista alla guida degli affari economici e monetari nella futura Commissione, la cancelliera tedesca non dice no a Juncker, ergo la cancelliera tedesca vuole un socialista agli affari economici e monetari ed è pronta ad accettare Moscovici o chi sarà. La logica non fa una grinza, ma contraddice tutto quello che s’era visto e sentito dire fino alla vigilia. E cioè che Angela Merkel e il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble come successore di Rehn avrebbero voluto Jyrki Katainen, finlandese come lui e soprattutto, come lui (anzi forse ancor di più), campione del rigore. Kataynen avrebbe fatto coppia con lo spagnolo Luis de Guindos,un uomo che ha molti debiti di riconoscenza con Berlino, piazzato alla presidenza dell’Eurogruppo. Oppure,secondo uno schema che viene ipotizzato in questi giorni tra Bruxelles e Berlino, avrebbe assunto anche la guida dell’Eurogruppo con l’unificazione tra le due cariche. Che cosa è successo, allora?
Non era vero che Merkel e Schäuble puntavano su Katainen, come, senza essere smentiti, sostenevano in Germania i media «amici»? Oppure hanno cambiato idea? È aperta la caccia alle illazioni. Le quali non sono poi tanto campate per aria se si considera che dietro al carosello dei nomi ci sono solidissimi fatti di sostanza. Qual è, veramente, la posizione dei vertici di Berlino sulla questione che, generalizzando a larghe spanne, si può rubricare sotto il titolo «margini di flessibilità»? Da quanto hanno riferito deputati italiani che hanno partecipato alla riunione con Juncker, questi avrebbe manifestato un atteggiamento abbastanza aperto. «Ha espresso disponibilità», secondo il capogruppo del Pse&D Gianni Pittella e «impegno per garantire più flessibilità», secondo Alessandra Moretti. E valgono in proposito le considerazioni di sopra: non si sarebbe sbilanciato tanto se non contasse su un qualche assenso preventivo del Ppe,e cioè, inevitabilmente, degli eurodeputati popolari tedeschi. E però non si può certo dimenticare che il presidente del gruppo popolare è quel Manfred Weber nel dibattito sull’apertura della presidenza italiana ha attaccato durissimamente le posizioni italiane sulla flessibilità. Weber non è uno che passava lì per caso: un mese fa è stato eletto alla guida del gruppo con una maggioranza schiacciante: 190 voti (tra cui quelli italiani, alla faccia della coerenza) su 194. E poiché viene dalle file della Csu «sorella» della Cdu di Angela Merkel, se deve valere anche qui la logica del sillogismo, si è autorizzati a ritenere che la cancelliera la pensi esattamente come lui. Ci sono delle incongruenze, insomma. E possono avere una sola spiegazione: a Berlino regna l’incertezza. C’è un fronte rigorista senza se e senza ma che si è espresso l’altro giorno in modo molto vigoroso con il presidente della Bundesbank Jens Weidmann e ci sono posizioni più aperte non tanto sul capitolo della «flessibilità» in sé e per sé, perché la formula canonica è che il Patto di Stabilità va rispettato alla lettera, quanto su quello dei piani per gli investimenti e delle disponibilità in termini di risorse proprie dell’Unione e di politiche nazionali favorevoli alla crescita. Per esempio, in Germania, il rafforzamento della domanda interna e il ridimensionamento delle esportazioni. Lo scontro è, e sarà sempre di più, su questa trincea.

da L’Unità

"Non mi pento di nulla, rifarei tutto", di Giovanni Egidio

«Dove ho sbagliato? Non lo so, non chiedetemelo oggi. So però che c’è una sentenza di condanna in appello, e so che le sentenze si rispettano, anche politicamente. Quindi, me ne vado. Con enorme amarezza, penso possiate capirlo, ma me ne vado».
Alle 14 e 40 i giudici escono dalla camera di consiglio e leggono il dispositivo che infligge un anno di pena a Vasco Errani per “falso ideologico”. Nemmeno un’ora dopo, alle 15 e 30 esce il comunicato della regione a firma del governatore: “Mi dimetto ma rivendico la mia onestà”.
Lui è a Ravenna e da lì non si muoverà per tutto il giorno. Ma non è una decisione che nasce nel salotto di casa, nulla viene dettato di getto. «Chi mi conosce lo sapeva, e penso che ormai mi conoscano in tanti. Se c’era la condanna ero pronto a lasciare, questo era chiaro e deciso da tempo». Dimissioni irrevocabili, ovviamente, e pronte nel cassetto. «Non farò come Formigoni » aveva detto agli amici già nei mesi scorsi. Per questo non tornerà indietro, nonostante la segreteria nazionale del Pd gli abbia chiesto subito di ripensarci, nonostante Renzi gli abbia telefonato per ribadirgli tutta la stima. No, Errani non ci ripenserà. Figurarsi, nemmeno ha rimpianti per quel “falso ideologico” che macchia la sua carriera alla guida della regione rossa durata quasi 15 anni, nato da una dichiarazione spontanea che il governatore emiliano decise di inviare in procura.
Un autogol clamoroso, secondo i più. Una accusatio manifesta dopo una excusatio non petita, evidentemente, secondo i giudici. Insomma, un errore non da Errani.
«Piano, piano. Da un punto di vista strettamente processuale è chiaro che se io non avessi spedito quella lettera per dimostrare la mia estraneità ai fatti, non sarei mai stato coinvolto in questa vicenda processuale. Quindi, se volete, voi chiamatelo pure un errore. Però resta il fatto che io rifarei tutto dalla a alla zeta, e questo vorrei che fosse chiaro. Perché un conto è la strategia, un conto sono io, la mia rispettabilità, il mio senso del dovere. E io, per senso del dovere, ho ritenuto giusto inviare quel testo ai giudici. Loro sostengono che io abbia mentito? Benissimo, rispetto la magistratura come ho sempre fatto e ne traggo le conseguenze. Però ricorro in Cassazione, com’è nel mio diritto. E tengo a precisare che in tutto questo processo non è mai stato dimostrato, dico mai, che una mia decisione o un mio atto abbia influito sull’erogazione di fondi alla cooperativa Terremerse presieduta da mio fratello. Io sono accusato di altro, sono accusato di aver ricostruito in modo mendace la procedura seguita dalla regione. Ma siccome continuo a pensare che non sia vero, mi appellerò». Per il giudice di primo grado, che si espresse nel novembre del 2012, il fatto non sussisteva. Tant’è che Errani Vasco venne assolto con formula piena. Poi la procura guidata da Roberto Alfonso decise di appellarsi, addirittura rilanciando. Un anno aveva chiesto in primo grado, due anni fu invece la richiesta in appello. «Errare è umano, perseverare è diabolico», commentò l’avvocato Gamberini, subentrato nella difesa di Errani dopo che la fatidica lettera in procura era già stata inviata, e cioè i buoi erano già scappati.
Il mondo politico emiliano romagnolo non avrà molto tempo di riflettere sulla condanna al governatore di sempre, perché le dimissioni immediate aprono la via alle elezioni anticipate. Si sarebbe dovuto votare nella primavera del 2015, si voterà con ogni probabilità il prossimo autunno. Da qui ad allora cosa succederà?
«Sinceramente non ho avuto modo di guardarci bene, comunque studieremo lo statuto e al solito rispetteremo le regole. L’unica certezza che avevo in questi giorni era che da condannato non potevo restare. E infatti non resterò. Della poltrona non mi interessa nulla, dell’onore delle istituzioni e del mio, invece sì».
Dal primo pomeriggio e fino alla tarda sera di ieri, sono continuati a piovere attestati di stima e telefonate di affetto, sostegno, solidarietà. Errani ha rappresentato a lungo il meglio del buon governo di sinistra, l’eredità del vecchio Pci sposata al riformismo emiliano. Perfino l’uomo del dialogo col nemico, voluto e riconfermato dallo stesso Berlusconi per presiedere la conferenza Stato-Regioni. Il leader indiscusso in Emilia, scelto anche da Bersani per affiancarlo in campagna elettorale alle ultime politiche, quando il Pd arrivò primo ma non vinse. Non è salito sul carro di Renzi dopo le primarie, Renzi però è salito da lui in Emilia per visitare le zone terremotate, riconoscendogli un “lavoro straordinario” nella riorganizzazione del dopo sisma. Ieri Errani è restato tutto il giorno a Ravenna, ma non è detto che ci rimanga a lungo.  

da La Repubblica

******

“L’addio di Errani (con l’onore delle armi) è più politico che giudiziario”, di Stefano Folli

Un epilogo personale che dice molto anche sulla storia di un Pd in via di trasformazione
Le dimissioni del presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, dopo la condanna in appello a un anno per falso ideologico, rappresentano un evento politico tutt’altro che secondario. Il personaggio ha avuto un ruolo di primo piano nella storia del post-comunismo italiano. Per quindici anni al vertice della regione “rossa” per eccellenza, a lungo presidente della conferenza Stato-Regioni, un rango elevato nel suo partito, amico di Bersani ma rispettato e stimato dai “renziani”: il ritratto di Errani è ben descritto da questi particolari e altri se ne potrebbero aggiungere.
La condanna in appello nel processo “Terremerse” è giunta dopo un’assoluzione in primo grado e ha lasciato il segno nel Partito Democratico. Intorno ad Errani si è creato subito un cordone di solidarietà, gli attestati di stima si sono moltiplicati. La segreteria del Pd gli ha chiesto “pro forma” di ritirare le dimissioni, peraltro date di slancio dall’interessato subito dopo aver avuto notizia della sentenza giudiziaria.
E qui naturalmente sono affiorate le polemiche. Come mai, si è domandato qualcuno, questo grande abbraccio a Errani quando invece il sindaco di Venezia, Orsoni, è stato abbandonato al suo destino appena poche settimane fa? Perché il “garantismo” a intermittenza? Ma la questione è mal posta e il parallelo non regge. Essere garantisti, soprattutto nel Pd, non significa essere ciechi o incapaci di distinguere le situazioni sul piano giudiziario e politico. Errani è un pezzo della storia vivente del Pd, così come ha preso forma in anni travagliati. Quale presidente dell’Emilia Romagna ha tutelato grandi e compositi interessi, ma sulla sua onestà personale in tanti sono disposti a giurare, amici e meno amici.
La vicenda di Orsoni è tutt’altra e rinvia alla storia oscura del Mose. Inoltre l’ex sindaco di Venezia tentò di restare in carica dopo il patteggiamento, lanciando obliqui segnali a chi era in grado di intenderli. Errani, viceversa, ha avuto l’intelligenza di lasciare la sua carica senza esitazioni, pur proclamando la propria innocenza. A Bologna, dopo tre lustri di governo, la sua parabola era comunque conclusa e ora il ricorso in Cassazione servirà a restituirgli l’onore (e con esso magari un nuovo incarico) oppure a consegnarlo all’oblìo politico.
In ogni caso fra Errani e Orsoni il paragone non è possibile e chi si sorprende per il diverso trattamento riservato dal Pd ai due amministratori dimostra di non avere il senso delle proporzioni. Piaccia o no, il garantismo è sempre legato alle circostanze, al peso dei personaggi in questione, alle loro storie politiche e umane.
Di fatto però l’uscita di scena di Errani, pur con l’onore delle armi, segna una nuova svolta nel Pd. Il partito dei “quadri” e del potere locale, il partito che per decenni è stato la spina dorsale del Pci, poi Pds, Ds e ora Pd subisce un altro “shock”. Dopo la sconfitta elettorale a Livorno e in altre storiche località, la coperta tradizionale diventa sempre più corta. La condanna penale c’entra fino a un certo punto, benché in passato forse non ci sarebbe stata. Ma l’incidente giudiziario, in fondo minore, è sovrastato dal lento smottamento politico. Si capisce che il centrosinistra sta cambiando fisionomia e la nuova fase appartiene ad altri protagonisti. Il “renzismo” va di corsa e magari finirà per deragliare, ma lo farà con un diverso stile e soprattutto altri volti.

da Il SOle 24 Ore

"Grandi Opere con la crisi calano investimenti e proteste", di Valentina Conte

Si protesta meno perché si investe meno. Per la prima volta da nove anni, da quando cioè il fenomeno viene monitorato, gli impianti contestati sono diminuiti. Una buona notizia? Non proprio, a sentire gli esperti del Nimby forum. Anzi. Ad invertire la tendenza non sono né un improvviso cambio culturale, né un rinato confronto territoriale. Tantomeno lo snellimento burocratico. Piuttosto il calo degli investimenti, dovuto alla recessione, ma anche alla crisi “di affidabilità e reputazione dell’Italia”. Un paese in cui è difficile aprire una fabbrica, fare una strada, scavare un tunnel, mettere una pala eolica senza incappare nella burocrazia asfissiante, nei veti della politica, nel gorgo dei permessi, nelle sospensive dei Tar, nelle liti tra enti locali e Roma. E certo anche nelle proteste dei cittadini, spesso però lasciati soli.
I dati che oggi il Nimby forum – un progetto di ricerca attivo dal 2004, promosso dall’associazione no profit Aris – presenterà a Roma, nel suo IX osservatorio, raccontano dunque
un’Italia meno litigiosa. Certo, lo sviluppo di infrastrutture energetiche, viarie e per il trattamento dei rifiuti continua a incontrare difficoltà e ritardi. Intoppi che il governo Renzi intende superare con il decreto Sblocca-Italia, atteso entro luglio. Eppure ci si oppone meno: 336 impianti contestati nel 2013, contro i 354 del 2012 (-5%): dalla Tav alla Brebemi, dal cementificio di Pescara alla discarica di Chiaiano, dalla centrale idroelettrica di Maratea al gassificatore di Albano Laziale, dall’impianto eolico di Pachino all’inceneritore di Civitavecchia.
Un primo calo dei focolai dopo anni di boom, dunque. «C’era da aspettarselo, visto quanto
racconta il Censis nel suo ultimo rapporto, un crollo degli investimenti diretti in Italia del 58%. Dato cauto se confrontato con quello delle Nazioni unite: meno 70% tra 2011 e 2012», spiega Alessandro Beulcke, presidente di Aris. «Burocrazia e nimby (“ not in my back yard”, ovunque fuorché nel cortile di casa mia) sono un cocktail micidiale. Basti pensare a quanto accaduto in Sicilia, dove la Shell rinunciò al rigassificatore, dunque ad un investimento di 800 milioni di euro dopo averne già spesi 30, perché l’allora governatore Lombardo non firmò il decreto regionale, nonostante le altre autorizzazioni fossero arrivate, comprese quella del ministero dell’ambiente. Da questo punto di vista, ci aspettiamo un segnale forte e non più rinviabile con lo Sblocca-Italia».
A calare sono soprattutto i nuovi casi di proteste. Nel 2013 ne sono stati censiti solo 108 dai 152 del 2012. Il totale – pari a 336, come detto – è dunque composto di vecchi e nuovi focolai. Al top c’è il comparto elettrico (63,4% del totale dall’11,6% di nove anni fa). A seguire rifiuti (25,3%) e infrastrutture (9,5%, incidenza raddoppiata dal 2011 al 2013). Curiosamente, a trionfare nel comparto elettrico sono le centrali a biomassa (ben 111 contestate). Ciò si spiega con la loro capillarità sul territorio italiano, incoraggiata anche dagli incentivi fiscali. Ma il fatto che 153 casi (il 46% delle proteste 2013) si riferiscano alle fonti rinnovabili che sembrano godere di consenso popolare – tra biomasse, eolico, idroelettrico e fotovoltaico, la dice lunga sulle radici profonde dello scontento. Mosso da paure per qualità di vita, incompatibilità ambientale, ripercussioni sulla salute, ma anche speculazione e sostenibilità economica.
Quasi un terzo delle proteste del 2013 si concentra del nordest (Veneto e Lombardia), ma
l’Abruzzo balza al quinto posto (dopo Toscana ed Emilia Romagna), per via della ricerca di idrocarburi. Chi protesta? Non solo i comitati popolari (un terzo), ma anche – per metà addirittura – la politica nazionale (25%) e locale (24%). Rispetto alle associazioni ambientaliste (14%) e quelle di categoria come i sindacati (5,3%), la politica e i “pareri vincolanti” della burocrazia sono il vero tappo. Da far saltare.

La Repubblica 09.07.14

Errani, parlamentari Pd di Modena: “Riconsideri le sue dimissioni”

I parlamentari Pd eletti in Emilia Romagna esprimono solidarietà al presidente Errani

I parlamentari Pd dell’Emilia-Romagna – tra cui i modenesi Davide Baruffi, Carlo Galli, Manuela Ghizzoni, Maria Cecilia Guerra, Edoardo Patriarca, Giuditta Pini, Matteo Richetti e Stefano Vaccari – esprimono solidarietà al presidente Errani e chiedono che ripensi alla decisione di dimettersi. Ecco la loro dichiarazione:

“Comprendiamo e condividiamo le ragioni dell’amarezza personale del presidente Errani. Gli esprimiamo la nostra piena solidarietà, pur rispettando il lavoro dei magistrati.  Siamo fiduciosi che saprà dimostrare la propria estraneità ai fatti che gli sono stati addebitati negli ulteriori gradi di giudizio, soprattutto perché siamo in presenza di una vicenda processuale che vede oggi ribaltata una prima sentenza di innocenza. Anche per questo chiediamo al presidente Errani di ripensare alla decisione di dimettersi dalla guida della Giunta regionale dell’Emilia Romagna”.

 

"Prof, parliamo di orari ma anche di stipendi", di Mara Carocci e Grazia Rocchi*

Il coinvolgimento di docenti, dirigenti, personale ATA, studenti e genitori è senza dubbio la condizione fondamentale perchè una riforma del nostro sistema scolastico possa essere realizzata. Non seguire questo metodo è stato uno dei gravi errori commessi nel passato.
Dobbiamo avere prima di tutto a cuore i bisogni formativi dei bambini e dei ragazzi e ogni nuovo assetto della funzione docente deve essere funzionale ad un nuovo modello di scuola che parta da una reale autonomia scolastica organizzativa e progettuale. In questo quadro, bisogna credere nella scuola, nelle tante intelligenze che, nel tempo e nonostante tutto, hanno alimentato una rete di grandi esperienze e di proposte formative: tutto ciò non va nuovamente umiliato, ma valorizzato.
Detto questo, pensiamo che vada rivista l’organizzazione del lavoro degli insegnanti, ma contemporaneamente ad un riconoscimento economico e di carriera, considerando che il loro lavoro va ben oltre le ore svolte in classe e nelle riunioni collegiali: ora che queste attività vengano riconosciute, partendo dal rinnovo del contratto bloccato da ben sette anni.
Non siamo pregiudizialmente contrarie a che la scuola termini a 18 anni, ma questo cambiamento non può e non deve avvenire solo in una logica di tagli e risparmi.
Giudichiamo utile ragionare su una riorganizzazione (non un taglio) della didattica e dell’obiettivo del raggiungimento delle competenze. Rendere più breve il ciclo degli studi su questa impostazione può essere preso in considerazione, ma, ripetiamo, solo se le stesse risorse vengono utilizzate entro un complessivo riordino della sua architettura.
Le scuole devono essere di certo sempre più aperte, escludendo però che la loro funzione diventi quella di una sorta di baby-sitteraggio. Come aprirle, su chi ricadono le responsabilità e cosa si fa durante l’apertura implica una progettualità che deve vedere partecipi gli enti locali e le altre agenzie educative. Non si inaugura una stagione nuova per la scuola avviando la discussione su interventi che riguardano cicli, aumento dei tempi di insegnamento, retribuzioni, senza stabilire un collegamento con un disegno organico e condiviso e che riguardi anche i nuovi investimenti che si intendono indirizzare sulla scuola.
Da persone che lavorano nella scuola e per la scuola, siamo convinte che si debbano trovare altre soluzioni rispetto all’organizzazione attuale, che deprime la professionalità dei docenti oltre che la motivazione loro e degli studenti. Di questo ci piacerebbe discutere, con pacatezza e senza pregiudizi.
* Deputate PD

da L’Unità