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"Chi ci Salverà? Migliaia di Giovani Imprenditori", di Edoardo Nesi*

A me pare del tutto evidente che la crescita in Italia non tornerà più finché non si andrà a metter mano al problema gigantesco della perdita di competitività dei nostri prodotti sui mercati mondiali a causa dell’avvento di questa globalizzazione selvaggia, al fatto che abbiamo letteralmente consegnato ai cinesi le chiavi di casa nostra. Contrariamente a quanto ci viene detto, questa non è una crisi globale. È la crisi dell’Occidente. La Cina, l’India, il Brasile, la Russia crescono. Crescono eccome. Sono i Paesi che profittano dalla globalizzazione mentre noi la subiamo. Vittime e prigionieri della rigidissima disciplina di bilancio europea e del sacro terrore degli abbaioni dei mercati finanziari, schiacciati come siamo dalla soma del nostro titanico debito e della nostra altissima — e condivisissima — evasione fiscale, non possiamo né lanciare programmi di spesa infrastrutturale, né abbassare le tasse alle piccole e medie imprese e ai loro dipendenti, come qualche giorno fa ha proposto Obama. Eppure bisogna ricominciare a crescere. Come?
Una volta scalciata nel dimenticatoio l’idea che la nostra economia possa sostenersi coi soli servizi, mi pare difficile, se non impossibile, ipotizzare in Italia una crescita che non sia trainata dall’industria e dall’artigianato. Ma quale industria? Quale artigianato?
Abbiamo bisogno di una crescita vera, che duri anni e crei ricchezza condivisa. Una crescita che non porti solo un aumento dei fatturati delle aziende, ma un aumento dell’occupazione a tempo indeterminato. È evidente da anni che gran parte delle aziende italiane, soprattutto le più grandi, riescono ormai a creare occupazione stabile solo all’estero, attraverso la delocalizzazione. Non in Italia.
Non abbiamo solo bisogno di nuovi politici che sostituiscano la gran falange di avvocati e commercialisti che ci governa oggi. Abbiamo bisogno di nuovi imprenditori che si aggiungano a quelli che già ci sono. E bisogna andare a cercarli col lanternino tra quelle ragazze e quei ragazzi meritevoli che nemmeno le nostre povere scuole sono riuscite a fiaccare. Non solo nelle case patrizie, dove sono però molti i giovani costretti a mordere il freno, ma ovunque, anche e forse soprattutto tra le figlie e i figli dei disoccupati, dei cassintegrati, degli immigrati. Bisogna andare a cercare le migliori e i migliori di quella generazione dimenticata, alla quale ormai tanti anni fa era stato promesso — ricordate? — un nuovo miracolo italiano.
Perché abbiamo bisogno di nuove aziende. Aziende che usino la globalizzazione invece di subirla, che ricordino la cruda lezione del declino del manifatturiero e siano capaci di superarla e sublimarla. Aziende che producano solo ed esclusivamente prodotti impossibili da fabbricare a prezzo ridicolmente più basso in Cina o in India o in Vietnam. Aziende diversissime tra loro: aziende senza neanche una macchina, che producano e vendano idee ed esistano solo su Internet, oppure ancora aziende artigianali che però sappiano mettere in comunione l’artigianato delle mani con un nuovo artigianato del pensiero.
Migliaia e migliaia di aziende piccole e furbe e agili che sappiano vendere cultura, prima e più d’ogni altra cosa, ispirandosi all’unico punto di forza che ci viene universalmente riconosciuto e discende direttamente dal Rinascimento, quel patrimonio di eccellenza e gusto e sapienza e creatività ed eleganza e saper vivere che gli americani, gli inglesi, i giapponesi, i tedeschi e ora anche i cinesi ci invidiano e che, se fatto diventare prodotto, riusciremo sempre a vendergli. Sempre.
Aziende future, tutte da inventare, libere di non doversi limitare a innovare l’esistente, ma protese a creare il nuovo. Aziende che vendano prodotti che oggi non esistono, e dei quali io non capisco né il funzionamento né l’utilità, ma i miei figli sì. Potrebbe essere proprio questo uno dei requisiti per capire se un prodotto è davvero innovativo, e se avrà la possibilità di aver successo in futuro: se lo capisce la mia generazione, allora è un prodotto vecchio, e probabilmente esiste già.
Dobbiamo fornirle di capitale, però. E i soldi vanno necessariamente presi dalla montagna di denaro bigio appena tornata dalla Svizzera. Basterebbe l’un per cento di quella montagna, e sarebbe come staccare un pelo da un cinghiale. Ma sarebbe anche un miliardo di euro — soldi sacri, da difendere con le mazze ferrate e coi lanciafiamme, da tenere lontani dalle mire di tutte le cricche e di tutti quei maledetti ladri che per anni hanno profittato d’uno Stato cieco e sordo e negligente. Non
un regalo. Quando le nuove imprese create dalle nostre ragazze e dai nostri ragazzi saranno salde sulle gambe, dovranno rendere il denaro
che li ha aiutati a nascere.
Sia chiaro, non vengo da Marte. Lo so benissimo che in Italia l’industria finanziata dallo Stato ha sempre, o quasi sempre, prodotto perdite e sprechi. Non sono nemmeno un teorizzatore dell’intervento dello Stato nell’economia — tutt’altro. Però credo che l’avvento brutale di questa globalizzazione selvaggia abbia cambiato per sempre le regole dell’economia mondiale, e a nostro danno. Oggi, lasciar fare al mercato vuol dire continuare inermi ad assistere a un declino inarrestabile, deciso oltralpe e oltreoceano e da noi subìto. E credo anche che lo Stato possa essere governato molto meglio di come è stato governato finora. Nonostante tutto, ho ancora fiducia nella politica e nei suoi liberi poteri.
Certo, è una scommessa. Una scommessa gigantesca, senza certezza alcuna di successo né di ritorno. Ma almeno ci saremo scrollati di dosso il pastrano del pessimismo e dell’inazione, e avremo scacciato la maledizione che vuole che l’Italia non sia più un Paese dove intraprendere.
Son sicuro, funzionerebbe. O, meglio, funzionerà se saremo capaci di investire in un’idea e in un popolo, di comportarci come quei padri e quelle madri che capiscono che l’unico modo per aiutare davvero i loro figli e le loro figlie è dargli fiducia prima che la meritino, nella speranza forte e calda che un giorno la meritino, nella certezza che la meriteranno. Ci vorrà fede e incoscienza, ragione e sostegno ferreo. Ci vorrà un’unità di intenti che costringerà tutti a cedere qualcosa in nome del bene comune. E ci vorranno anni, ma funzionerà, ne sono sicuro. E mentre attendiamo che funzioni, ci godremo lo spettacolo magnifico e magmatico di migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi alle prese con il tentativo di prendere in mano le loro vite e creare benessere per sé e per il proprio Paese, invece di vederli smarrirsi in un mondo enorme, vuoto e inconoscibile in cui — come comprensibilmente finiscono per pensare, così mozzandosi il futuro — di loro non c’è poi gran bisogno.
Non abbiamo altra strada, mi pare. Le riforme, anche quelle più necessarie, richiedono troppo tempo, troppa capacità di giudizio, troppa condivisione per essere intrapresa da questa classe politica tremebonda, fatta di improvvisati.
Se tutto questo vi sembra ingenuo e utopico, se un sorriso cinico vi si è già allargato sul volto e avete avviato a scuotere la testa, o siete già rassegnati al declino del nostro Paese, o da questo declino vi sentite per qualche ragione protetti.
E sbagliate. Perché i vostri posti di lavoro non dureranno per sempre, e le vostre rendite si estingueranno piano piano, e persino le vostre pensioni sono a rischio. Considerate che gran parte dei giovani italiani non ha nessuna di queste tre cose, e nemmeno una speranza ragionevole di conseguirle in futuro.
I vostri soldi non vi basteranno, e i vostri privilegi svaniranno da un giorno all’altro, come è già successo a tanti. Come è successo a me. For the times they are a-changin’, come cantava mille anni fa Bob Dylan.

*vincitore del Premio Strega 2011

Il Corriere della Sera 13.09.11

Scuola, Pd a Gelmini: ripristinare insegnamento storia dell’arte a superiori

De Biasi e Ghizzoni: la storia dell’arte va insegnata e non umiliata. “Con allarme due anni fa, nel corso dell’esame della ‘epocale’ riforma delle scuole superiori, abbiamo denunciato l’impoverimento dei contenuti della scuola e in particolare abbiamo segnalato lo scempio della drastica riduzione delle ore di storia dell’arte, fatto tenuto un po’ sotto silenzio dal sistema dei media. Ci ritroviamo oggi meno sole, grazie alle autorevoli prese di posizione pubbliche che chiedono con convinzione di ripristinare l’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole italiane. La storia dell’arte e’ la nostra storia, e’ parte della nostra identità nazionale, e’ educazione al bello, e dunque al rispetto. E’ attraverso lo studio dell’arte che capiamo il faticoso cammino della cultura come leva di civiltà. Nulla di più moderno e attuale. Il ministro Gelmini se ne deve fare una ragione. non è mai troppo tardi per capire e per agire. riveda quella scellerata decisione e ripristini la storia dell’arte fra le materie degne di insegnamento. Dalla crisi economica e civile in cui siamo immersi si esce guardando alla cultura, unica strada di sviluppo umano”. Lo dichiarano le deputate democratiche, componenti della commissione Cultura della Camera, Emilia De Biasi e Manuela Ghizzoni.

Scuola, Pd a Gelmini: da Ocse bocciatura politiche governo

Ghizzoni: ministro mistifica dati, realtà italiana rispecchia suo fallimento. L’indagine Ocse sull’educazione non rappresenta l’occasione per attribuirsi meriti (inesistenti) o per mistificare un’amara realtà: l’Ocse, infatti, fornisce indicatori utili per orientare le politiche scolastiche. Qualcuno dovrebbe spiegarlo al ministro. E sì, perchè davanti ai dati Ocse che affermano che l’Italia investe meno della media in istruzione, solo il 4,8% del PIL contro il 6,1%, che la percentuale dei nostri diplomati è ben inferiore alla media europea e che lo stipendio dei docenti ha perso l’1%, l’ineffabile Gelmini afferma che i dati confermano “la necessità di proseguire nella direzione delle politiche adottate dal governo”. Cioè quella dei tagli. Siamo davvero al paradosso. E la cosa è ancora più grave se si pensa che l’anno preso a riferimento dall’OCSE è il 2008, cioè l’ultimo prima dei “cura” imposta dalla Gelmini, che alla scuola ha fatto bere l’amaro calice di 8 miliardi di tagli. Per il bene del Paese, sollecitiamo il ministro ad avere il coraggio di guardare in faccia la triste realtà nella quale ha fatto precipitare la scuola pubblica italiana e ne tragga l’unica conseguenza possibile: si faccia da parte, lei che ha scambiato la scuola per un bancomat, e lasci spazio a chi crede nella scuola pubblica quale leva dello sviluppo personale e della crescita del Paese”.

"Come si impoverisce una nazione. La scuola senza storia dell'arte", di Carlo Bertelli

Siamo un paese antico, ma siamo una paese vivo. A Luras in Sardegna di erge un ulivo di 3800 anno; a Palombara Sabina nel Lazio, presso l’Abbazia di San Giovanni in Argentella, sorge un ciliegio che ha 3 metri di diametro. Questi “patriarchi” del mondo vegetale ci raccontano la nostra storia. E’ una memoria di lavoro secolare e di affetti. Uno dei più toccanti testi della letteratura italiana è attribuito ad una contadine che si separa dai suoi monti: “addio monti sorgenti dall’acque….”. Paesaggio, affetti, ricordi sono nel nostro essere italiani e sono alimentati da una sorgente privilegiata, che è la nostra consuetudine con l’arte nelle città antiche, nei borghi e nelle campagne dove brandelli di territorio sono stati risparmiati alla speculazione.
Ci domandiamo quanto questi sentimenti potranno resistere in un paese che si dispone a dimettere quello che è stato per generazioni uno strumento per capire ciò che ci circonda, ovvero la storia dell’arte che ora, leggiamo, viene bandita persino da alcuni istituti turistici. Nei nostri licei classici la storia dell’arte è entrata nel 1923. E quando il turismo che costituisce una parte rilevante del nostro bilancio, si è strutturato come insegnamento, è entrata tra le materie scolastiche.
Oggi quel taglio è un segno allarmante. Oltretutto in palese contraddizione con le dichiarazioni del Ministro per i Beni culturali Giancarlo Galan all’indomani dell’atto di vandalismo compiuto contro la fontana del Moro in Piazza Navona: “sarebbe utile insegnare la storia dell’arte fin dalle elementari”. Certo non sarà male se si darà qualche notizia di storia dell’arte ai bambini. Un tempo si cominciava con le matite colorate chiuse in una astuccio con la scena di Cimabue che ammirava Giotto intento a ritrarre una pecora. E’ allora giusto chiedersi quali amministratori, quali comunità sapranno resistere agli assalti della invadenza commerciale e del cattivo gusto se andiamo incontro a generazioni che non hanno ricevuto un insegnamento adeguato che aiuti a comprendere architetture, dipinti, sculture, paesaggio, strade e case, palazzi, ville e chiese, ponti e piazze. Credo che il Ministro per in Beni Culturali abbia individuato la radice. Speriamo che la collega Ministro dell’Istruzione lo ascolti.

Il Corriere della Sera 13.09.11

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“Se la scuola rinuncia alla storia dell’arte”, di Lorenzo Salvia

Letizia Moratti aveva esagerato. Era il 2002 e l’allora ministro dell’Istruzione voleva rendere obbligatorio l’insegnamento della storia dell’arte fin dalle elementari. Buoni propositi di inizio mandato, caduti nel vuoto come tanti annunci. Perché poi, invece che aggiunta alle elementari, la storia dell’arte è stata tagliata alle superiori. Una decisione presa con la legge Gelmini varata due anni fa. Ma che adesso comincia a far sentire i suoi effetti, perché quella riforma piano piano si estende a tutte le superiori: l’anno scorso toccò solo alle prime classi, quest’anno sono coinvolte anche le seconde, l’anno prossimo si arriverà alle terze e così via. Della questione, però, si torna a discutere perché proprio sulla storia dell’arte al ministero dell’Istruzione è stato creato un tavolo tecnico. Certo, è una formula burocratica che può partorire un aggiustamento o un nulla di fatto. Ma in ogni caso se ne parla di nuovo.
«Speriamo che ci possa essere una marcia indietro» dice Clara Rech, presidente dell’Anisa, l’associazione nazionale degli insegnanti di storia dell’arte. A suo tempo erano stati proprio loro a battagliare per limitare i tagli, arrivando a coinvolgere anche il presidente della Repubblica che, pur senza entrare nel merito, aveva fatto sentire la sua voce: «Per quanto mi consentiranno le mie competenze — aveva scritto Giorgio Napolitano in una lettera — non mancherò di sostenere la validità e la sempre maggior diffusione dell’insegnamento di questa materia nelle scuole».
Ma cosa ha cambiato la riforma per la storia dell’arte? Poco nei licei. Al classico le ore di lezione sarebbero addirittura aumentate. Ma solo in teoria perché moltissimi licei prevedevano questa materia in forma sperimentale anche al ginnasio dove adesso non c’è più. Stesso discorso per il linguistico mentre allo scientifico le cose sono rimaste uguali. La vera batosta è arrivata per gli istituti tecnici e commerciali dove, con poche eccezioni, è praticamente sparita. Persino all’istituto professionale del turismo dove pure avrebbe il suo perché in un Paese come l’Italia dove il turismo è anche Venezia, Firenze, Roma, e le altre città d’arte. «È stato un vero non senso per quel museo a cielo aperto che è l’Italia», dice la professoressa Rech, la presidente dell’associazione. Anche perché, a suo giudizio, le conseguenze non sarebbero solo scolastiche: «Se nella formazione di un geometra ci fossero alcuni elementi di storia dell’arte nel nostro Paese avremmo qualche scempio e bruttura in meno».
Passata la riforma alcune scuole si stanno riorganizzando. Tre classici di Roma, ad esempio, hanno deciso nella loro autonomia di reintrodurre questo insegnamento anche nei primi due anni, al ginnasio, proprio come avveniva prima della riforma in modo sperimentale. Sono il liceo Augusto, il Giulio Cesare e l’Anco Marzio e il progetto potrebbe essere esteso l’anno prossimo ad altre scuole. Così la storia greca viene studiata in parallelo alla storia dell’arte greca. E la cosa sembra piacere ai ragazzi e alle loro famiglie. Non è un caso che pochi anni fa, quando la Francia decise di introdurre questa materia nel suo ordinamento, il ministro dell’Educazione Luc Chatel disse di voler prendere a modello proprio l’Italia.
Adesso quel modello non c’è più. Con ricadute che si fanno sentire anche sugli insegnanti. Fino all’anno scorso la professoressa Nellina Sciurba insegnava storia dell’arte all’Istituto tecnico Varalli di Milano. «Ma con la riforma ho perso la cattedra — racconta — e a 58 anni mi sono dovuta rimettere a girare, come una ragazzina. Per quest’anno ho avuto un’assegnazione provvisoria in un liceo artistico».
L’anno prossimo si vedrà. Sempre meglio di Vincenza D’Amico da Caltanissetta, neoassunta a 63 anni dopo 40 di precariato. Lei insegna alle medie, educazione artistica, e tra due anni andrà dritta in pensione. Un altro segnale che l’arte va messa da parte. Anche a scuola.

Il Corriere della Sera 13.09.11

"Credibilità calpestata", di Paolo Soldini

E tre. Nel giro di poche ore, fonti della Commissione Ue hanno ripetuto per la terza volta, ieri pomeriggio, che l’incontro di Berlusconi con il presidente Barroso, oggi a Strasburgo, «è stato chiesto dal governo italiano». Si sapeva. Nessuno ha nemmeno provato, a Roma, a sostenere una cosa diversa. Anche perché se da palazzo Chigi ci avessero provato, sarebbero stati smentiti subito Pia Ahrenkilde, la portavoce del presidente, ha aggiunto che la visita era stata sollecitata «recentemente» senza far nulla per nascondere il fastidio. D’altra parte al Berlaymont, il palazzone della Commissione a Bruxelles, i giornali italiani li leggono e quindi sanno tutti come stanno le cose. Resta da chiedersi se e quanto si sia risentito lo stesso Barroso per il fatto di essere utilizzato come la ridicola scusa dietro cui nascondersi ai pm italiani da quello che, almeno in passato, ha sempre considerato un amico e che fu, all’epoca della sua elezione, uno dei suoi sponsor. Nel suo entourage insistono sul fatto che il presidente ha l’abitudine di recarsi lui nelle capitali dell’Unione (almeno le più importanti) quando c’è qualcosa di delicato da discutere. Tant’è che ieri era a Berlino, e quando il colloquio con la Merkel è stato concordato a nessuno è venuto in mente che potesse essere lei a raggiungerlo da qualche parte. Berlusconi invece viaggia volentieri. Quando lo cercano i giudici. Ma c’è un altro palazzo, a Bruxelles, dove l’irritazione per le improvvise impellenze del premier italiano rischia di essere anche più forte. E’ il Justus Lipsius, la sede del Consiglio Ue. Un alto funzionario ha confermato che il presidente, Herman Van Rompuy, ha sentito Silvio Berlusconi non più tardi di venerdì pomeriggio. E’ stata una lunga chiacchierata, dedicata proprio alla disanima della manovra italiana. Cioè quello che, pochissime ore dopo, il governo di Roma ha sostenuto dovesse essere l’argomento dell’incontro «urgente» del martedì successivo, ovvero oggi. Che cosa può essere cambiato, da venerdì sera a stamani, da rendere necessario un supplemento di discussione? L’unica novità è stata la (prevedibile) scivolata delle Borse di ieri, ma l’incontro era stato chiesto prima. Poiché anche al Justus Lipsius leggono i giornali italiani, l’irritazione dev’essere notevole. C’è poi il terzo polo: il Parlamento europeo. Qui ci si chiede come abbia fatto la Presidenza del Consiglio italiana a non accorgersi che oggi è il giorno del rendiconto agli europarlamentari della presidenza di turno polacca e che quindi il presidente dell’assemblea Jerzy Buzek non avrebbe potuto certo ricevere Berlusconi, come gli avevano chiesto da Roma. Mandare in bianco il capo di un governo dell’Unione non è cosa che si faccia a cuor leggero, ma il povero Buzek, che è fra l’altro quasi a fine mandato, non poteva proprio fare altro che promettere, come ha fatto: se ho un ritaglio di tempo…Insomma: tre passi, tre gaffes. Neppure l’urgenza di scappare dai pm può giustificare tanta goffaggine diplomatica e istituzionale. Messa in bella mostra, inoltre, proprio nelle ore in cui da Bruxelles arrivavano nuovi ammonimenti sulla manovra. E nel momento in cui nella Bce infuria lo scontro sull’opportunità di continuare a comprare titoli italiani; la Germania preparandosi a discutere l’adesione al rinnovo del fondo salva-Stati guarda all’Italia come alla Grecia; Commissione, Consiglio e Parlamento europeo ci stanno addosso con gli occhi di Argo. Questa ennesima berlusconata internazionale ha assestato un altro colpo pesantissimo alla credibilità dell’Italia. Se questo governo non molla, prima o poi arriverà il colpo di grazia.

L’Unità 13.09.11

"Se Mille morti vi sembrano pochi. Non abbassiamo la guardia sul lavoro", di Sergio Rizzo

Brutto risveglio, l’incredibile strage di Arpino. Bruttissimo, dopo i trionfalistici annunci di qualche mese fa, quando ci hanno detto che il numero dei morti sul lavoro nel 2010 si era fermato sotto quota mille. Come se 982 cadaveri fossero pochi. E la mattanza continua. Gli esperti diranno che in casi come quello di ieri entra sempre in gioco la «fatalità». Ci spiegheranno che le nostre regole in materia di sicurezza sul lavoro sono avanzatissime. E argomenteranno che il numero dei decessi da qualche anno è in calo progressivo. Almeno, di quelli ufficiali. Perché proprio questo è il punto: che cosa nascondono le cifre «ufficiali» sugli infortuni?
A proposito del drammatico incidente avvenuto in provincia di Frosinone è presto per dare giudizi. Ma è inevitabile trarre intanto una conclusione: guai ad abbassare la guardia sulla sicurezza in un Paese la cui ossatura è costituita da piccole e piccolissime imprese. Caratteristica che favorisce oggettivamente il diffondersi della piaga del lavoro nero e irregolare. Che automaticamente significa minore (quando addirittura inesistente) sicurezza. Non a caso le verifiche degli enti di previdenza e del ministero del Lavoro fanno sempre emergere percentuali allucinanti di irregolarità. Intendiamoci: non che i lavoratori regolari della grande industria siano in una botte di ferro, come dimostra la tragedia della Thyssen Krupp di Torino. Ma certo è che questo stato di cose, considerando che in Italia le «morti bianche» sono ancora ai massimi livelli fra i grandi Paesi europei, dovrebbe indurre a investire massicciamente nei controlli.
C’è invece il fondato sospetto che accada perfino il contrario: se è vero che fra gli effetti deprecabili dei tagli di bilancio c’è anche la riduzione delle ispezioni. Una analisi compiuta dalla Uil sui bilanci sanitari di alcune Regioni ha dimostrato che nel 2010 le spese per le attività di prevenzione della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro di competenza delle Asl hanno registrato un calo del 60% nel Lazio e del 75% in Abruzzo. Decisamente non era questo che intendeva il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lanciando qualche tempo fa un drammatico appello per le morti sul lavoro.

Il Corriere della Sera 13.09.11

Ora Bruxelles avverte l´Italia "Preparatevi a nuove misure", di Andrea Bonanni

Rapporto sulle finanze Ue: dubbi sul recupero dell´evasione e sui tagli alle spese. Van Rompuy: “Serve un governo dell´Eurogruppo” No da sette Paesi dell´Est europeo. La Commissione europea giudica «plausibile» lo scenario economico presentato dal governo italiano e valuta positivamente l´impegno di risanamento delle finanze pubbliche poiché «il previsto sforzo fiscale sul 2010-12 è superiore allo 0,5% del pil e il percorso di aggiustamento dopo il 2012 è ben al di sopra delle disposizioni del Patto di Stabilità». Tuttavia Bruxelles avverte che «un´azione aggiuntiva sarà richiesta all´Italia se le entrate dovute a un migliorato adempimento degli obblighi fiscali saranno minori di quanto previsto nel bilancio, o se sorgessero difficoltà nelle restrizioni di spesa programmate». E´ questo il messaggio indirizzato al nostro Paese nel Rapporto sulle finanze pubbliche nella Ue pubblicato ieri.
Le considerazioni di Bruxelles sembrano confermare un certo grado di scetticismo circa l´effettiva portata del recupero dell´evasione fiscale, così come calcolato dal governo italiano. Una prudenza che era già stata resa pubblica quando, nelle settimane scorse, il commissario Rehn (Affari economici) aveva invitato a correggere la manovra in modo da non farne dipendere i saldi dal recupero della fiscalità evasa. Lo stesso grado di prudenza traspare nella valutazione della capacità del governo di contenere la spesa pubblica. A questo proposito, la Commissione sostiene che «l´introduzione di tetti alla spesa e ulteriori miglioramenti per il monitoraggio di bilancio di tutte le amministrazioni locali favorirebbero la disciplina di bilancio e rafforzerebbero la credibilità della strategia a medio termine».
L´appello di Bruxelles non sembra per ora trovare riscontri dalla sponda italiana. Proprio ieri, alla vigilia dell´incontro con le autorità comunitarie a Bruxelles e a Strasburgo per discutere della correzione di bilancio, Berlusconi ha confermato che la manovra non sarà ulteriormente modificata e «verrà varata con il voto della Camera questa settimana, spero entro mercoledì».
Il rapporto della Commissione prevede che il debito pubblico della zona euro dovrebbe raggiungere un picco dell´88,7% del pil nel 2012, rispetto al 66% del 2007, per poi riprendere gradatamente a decrescere. Intanto si vanno precisando i dettagli della riforma politica per dare una governance più credibile all´Unione monetaria. Ieri Barroso, in visita a Berlino dalla Merkel, ha confermato che entro settembre può essere operativa la riforma del fondo salva Stati (Efsf), che potrà così sostituirsi alla Bce nell´acquisto di bond sul mercato secondario.
Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha invece annunciato, incontrando il premier polacco, che a ottobre intende presentare le sue proposte per la creazione di «un governo economico» della zona euro. Van Rompuy ha intenzione di convocare una riunione dei capi di governo dell´Eurogruppo, cioè dei Paesi che fanno parte della moneta unica, prima del vertice europeo di metà ottobre. Ad essi proporrà la creazione di un super ministro dell´economia europeo, sulla scorta di quanto hanno già chiesto Merkel e Sarkozy nel loro ultimo vertice.
L´idea allarma i Paesi dell´Est europeo, che temono di vedersi relegati ad un ruolo di serie B. Con una lettera congiunta, i governi di Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Romania, Lituania e Lettonia, che non fanno parte dell´Unione monetaria, hanno detto che i nuovi meccanismi di governance della moneta unica stravolgono i Trattati dell´Ue e minacciano di indire nuovi referendum nazionali per decidere se rimanere o meno nell´Unione europea.

La Repubblica 13.09.11

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“Patrimoniale e stop alle pensioni d´anzianità governo pronto a raschiare il fondo del barile”, di Roberto Petrini

Cinque versioni, ma potrebbe non bastare. I dubbi di Bruxelles sul gettito della lotta all´evasione fiscale su cui fa perno buona parte dell´ultima versione della manovra rischiano di riaprire il nevrotico marasma delle misure volte alla correzione della finanza pubblica e al raggiungimento del mitico pareggio di bilancio nel 2013. Berlusconi nega, il governo smentisce, ma non è escluso che con la nuova «Finanziaria» 2012, da varare nelle prossime settimane, siano necessari nuovi e dolorosi interventi sui conti pubblici.
La partita senza fine segnata da una sessione di bilancio che dura da mesi potrebbe non essere arrivata al capolinea. E il paese non può tirare l´atteso sospiro di sollievo. Una «manovra della disperazione», come sta avvenendo in Grecia, che nessuno vorrebbe ma che potrebbe essere necessaria. E allora sparate tutte le cartucce possibili, fino all´Iva e al taglio delle spese per l´assistenza, non restano che le misure triturate dalla polemica di agosto e bloccate dai veti incrociati e dai «nyet» della Lega. A partite dal dossier pensioni: mentre la Germania pensa ad elevare l´età di riposo a 69 anni da noi si va in pensione di anzianità a 58,3 anni. La Cisl è contraria, Bossi pure, ma sono in molti all´interno della maggioranza che potrebbero decidersi a tirare la volata ad una misura che abolisca i pensionamenti anticipati. Forti della norma, ormai approvata, che salvaguarda i lavori usuranti, i tecnici, stremati dal lavoro estivo, stanno nuovamente tirando fuori dai computer le ipotesi scartate. Come quella di «quota 100».
L´obiettivo sarebbe quella di «abolire» le pensioni di anzianità, salvaguardando soltanto l´uscita di chi ha 40 anni di contributi. Oggi le norme prevedono che si possa andare in anzianità a quota 96 (max 61 anni) nel 2012 e a quota 97 (max 62 anni) dal 2013: la riforma sarebbe impostata in modo di arrivare a «quota 100» nel 2015 (65 anni più 35 di contributi) attraverso un aumento della quota di un punto l´ anno (97 nel 2012, 98 nel 2013 e 99 nel 2014). Risparmi garantiti a regime: 3,5 miliardi.
Ma sull´ultima spiaggia delle finanze pubbliche, sotto il fuoco dei mercati e della speculazione, ci sarebbero altri bunker nei quali l´Italia potrebbe trovare rifugio. Il più importante resta quello della patrimoniale: la Lega, con la fumosa proposta Calderoli, che mescolava lotta all´evasione e tassa sui ricchi, non è affatto ostile. Per cercare ipotesi di lavoro, prese seriamente in considerazione in agosto dal governo, bisogna cercare tra le proposte della Cgil (che prevede una imposta straordinaria dell´1 per cento sui grandi patrimoni immobiliari sopra gli 800 mila euro) oppure in uno degli emendamenti della controproposta del Pd che indicava una imposta sotto l´1 per cento sui valori di mercato degli immobili. Idee condivise anche da grandi banchieri e dal mondo della finanza, da Montezemolo a Marchionne.
Mentre anche dal ministero del Tesoro giungono segnali: un seminario, nei prossimi giorni, esaminerà la questione della cessione del patrimonio pubblico e delle società locali di servizi pubblici. Impronunciabile la parola «condono»: ma una strada resta aperta per il recupero dell´Iva condonata nel 2002. La Corte di giustizia europea nel 2008 disse che quel condono era nullo: ma i termini di prescrizione erano scaduti e il fisco non poteva più bussare alla porta dei condonati. Ora i termini, dopo una pronuncia della Corte costituzionale, sono stati riaperti per l´intero 2012 anche se non c´è l´obbligo di fare accertamenti a tappeto. Un emendamento del Pd alla manovra prevedeva l´obbligatorietà dell´azione di recupero: il gettito, anche considerando solo il 50 per cento di quanto condonato in un solo anno potrebbe essere di 5,7 miliardi all´anno.

La Repubblica 13.09.11