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"Signor dietrofront", di Massimo Giannini

Ci sono molti modi per naufragare. Giulio Tremonti lo sta facendo alla sua maniera. Inseguito dal fantasma di Marco Milanese, che è per lui come un morto che afferra il vivo, il ministro scompare e riappare, simula e dissimula, dice e non dice.
Schiacciato dal peso di una crisi economica che ha saputo fiutare ma non ha voluto affrontare, schiantato dai vecchi patti e dai nuovi ricatti subiti dal suo ormai nemico Cavaliere, l´ex “genio dei numeri” alterna le solite fughe nei cieli stellati dell´alta filosofia kantiana alle discrete sortite negli scantinati della bassa macelleria italiana.
Oggi alla Camera sarà convertita in legge la manovra più confusa e contraddittoria del dopoguerra. Uscita da ben quattro pasticciati rifacimenti, su ciascuno dei quali il ministro è stato costretto a piazzare il suo imbarazzato cappello, la maxi-stangata da 54 miliardi non ci salva dal feroce verdetto quotidiano dei mercati e non ci basta a raggiungere il pareggio di bilancio nel prossimo triennio. Lo hanno capito tutti, e prima di tutti lo ha capito la Commissione europea, che già ci avverte dell´opportunità di pensare fin da ora a un pacchetto di misure aggiuntive perché i tagli di spesa non reggono e le entrate da evasione non garantiscono.
E Tremonti? Cosa dice? Cosa pensa? Nessuno lo sa. A Cernobbio e a Marsiglia ha divagato, parlando di Heidegger e di Habermas. Ma ora scopriamo che, nel frattempo, ha anche lavorato a due importanti dossier. Il primo dossier riguarda le privatizzazioni. Si annuncia un nuovo, gigantesco piano di cessione del patrimonio pubblico. Si vocifera addirittura di un “Britannia 2”. Cioè di un bis di quanto accadde il 2 giugno 1992, quando il governo Amato alla canna del gas, e con il Paese a un passo dalla bancarotta, avviò un piano di dimissioni che dieci anni dopo avrebbe fruttato circa 180 miliardi di vecchie lire. Allora fu Mario Draghi, direttore generale del Tesoro, a spiegare ai signori della City riuniti sul panfilo della Regina Elisabetta in rotta tra Civitavecchia e l´Argentario, il grande saldo di fine stagione per lo Stato Imprenditore. Oggi, a quanto pare, ci risiamo. Si parla di cessioni pubbliche per 400 miliardi di euro, tra quote di Eni ed Enel, Terna e Poste, Rai e beni immobili.
Benissimo. È una soluzione buona e giusta, che semmai andava fatta all´inizio della legislatura, in un progetto ragionato e organico, non con l´acqua alla gola della tempesta finanziaria e delle elezioni anticipate. Ma è un´operazione credibile? No, non lo è. Soprattutto perché il ministro che la patrocina è lo stesso che in tutti questi anni ha criticato le privatizzazioni degli Anni Novanta, e ha rinfacciato al Draghi del “Britannia 1” di aver svenduto le aziende pubbliche per pagare il prezzo dell´entrata italiana nel club di Maastricht.
Il secondo dossier riguarda la Cina. Si apprende ora che il ministro dell´Economia, in questi ultimi giorni, ha ricevuto in via riservata una vasta delegazione del Cic, ricchissimo fondo sovrano di Pechino, interessato a comprare i nostri gioielli di famiglia (meglio se energetici) e disposto ad acquistare (quasi fosse una contropartita) tanta parte dei nostri titoli di Stato.
Benissimo. La Cina e un interlocutore prezioso, anche se ingombrante. Una delle poche economie mondiali che tirano, e che dispongono di risorse finanziarie pressoché illimitate. Averla come “socio” nelle privatizzazioni, in un rapporto di partnership equa e vigilata, può aiutarci. Così come può aiutarci averla come compratore di ultima istanza dei nostri Btp, quando la Bce smetterà prima o poi di esserlo.
Ma oggi è un´operazione credibile? No, non lo è. Soprattutto perché il ministro che la sovrintende è lo stesso che in questi anni ha additato la Cina come il nostro nemico peggiore. Lo stesso che nel suo fortunato best-seller La paura e la speranza con il quale ha orientato a favore della destra la campagna elettorale del 2008, scriveva: «I cinesi fanno piani strategici… Piani imperiali. Farli non è colpa della Cina. I cinesi fanno i cinesi. Subirli e invece una colpa dell´Occidente e soprattutto dell´Europa, che ne riceverà il danno maggiore. Una colpa che, in Europa, e anche specificamente propria di quella quinta colonna costituita dagli eurocinesi…». Tremonti ha sempre indicato la Cina come una minaccia. Al punto di considerare il via libera all´ingresso di Pechino nel Wto il «peccato originale» dell´Occidente, l´inizio della sua fine. Al punto di considerare la data di quel via libera, l´11 dicembre 2001, alla stessa stregua simbolica dell´11 settembre 2001, quando l´America subì l´attacco alle Torri Gemelle e cominciò lo scontro di civiltà. Al punto da costruire su questo teorema il cuore del processo a Romano Prodi, allora presidente della Commissione Ue e dunque «quinta colonna» degli «eurocinesi».
Travolti dagli eventi epocali, sconvolti dai risentimenti personali, i politici possono anche cambiare idea. Basta aver l´onestà di ammetterlo. Basta avere il coraggio di riconoscere di aver sbagliato. E basta, soprattutto, non pretendere che l´opinione pubblica dia ancora credito a chi ha commesso errori così numerosi, così gravi, così imperdonabili. In questi giorni si parla di un governo dei migliori. Non sappiamo se esistono. Ma siamo certi che questo, ormai, e solo il governo dei peggiori.

La Repubblica 14.09.11

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“La retromarcia di Tremonti su Pechino da pericoloso dragone a cavaliere bianco”, ROBERTO MANIA

Pecunia non olet. Non è alta filosofia, ma è la filosofia che un po´ muove il mondo. Giulio Tremonti dopo aver circumnavigato tra i classici del pensiero economico, essersi inerpicato sulle vette della teologia e aver attraversato con leggerezza la politologia novecentesca concedendosi incursioni in souplesse tra i giuriconsulti, è sceso a terra. Molto a terra. La Cina non è più il suo incubo diurno, ma forse la sua salvezza, il suo Cavaliere bianco. Le privatizzazioni non sono più roba da post-comunisti parvenu alleati di un pugno di nostalgici azionisti, ma uno dei modi per ridurre la montagna di debito pubblico accumulato negli anni dei governi del Caf e che lui – retrocesso da super a ministro semplice con lettera autografata dai tecnocrati che albergano all´Eurotower di Francoforte – non è mai riuscito ad abbassare nella seconda Repubblica.
Se non è un dietrofront quello dell´autore dei due best seller “Rischi fatali” e “La paura e la speranza”, che tanto piacquero alla destra nostrana in cerca di una identità nell´epoca della globalizzazione fino a da farne un Manifesto, certo è un ripensamento profondo. Poco filosofico e molto dettato dalla realpolitik. Addio ai dazi e al neoprotezionismo rancoroso forzaleghista. Viva i cinesi.
«I cinesi fanno i cinesi», ha detto più volte senza molta originalità. Ma i cinesi, nel frattempo, sono cambiati. Ora, dopo aver copiato le nostre scarpe e i tessuti pratesi, possono comprare: titoli di Stato (ne possiedono già il 21 per cento di quelli a stelle e strisce) e quote di industrie e multiutility tricolori. Ecco il ripiegamento tremontiano. Già anticipato, peraltro, nelle conclusioni del suo “Rischi fatali”: «Per avere un pezzo di futuro dobbiamo rinunciare ad un pezzo di passato». Anche del pensiero del passato, evidentemente. Dunque non è più come nel 2005 quando Tremonti scriveva: «La Cina minaccia oggi pressoché tutti i nostri principali settori di specializzazione. La guerra commerciale tra Cina e Italia non è solo minacciata. È già iniziata». Ora siamo all´armistizio che prepara la pace. E probabilmente, oggi, il nostro ministro dell´Economia non citerebbe più Napoleone Bonaparte: «Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà». Piuttosto: viva Pechino, dove nel dicembre di due anni fa parlò con orgoglio per la prima volta agli studenti della scuola del partito comunista.
E pace anche con le odiate privatizzazioni. Con tanto di retromarcia storico-politica. Diceva, sempre nell´anno di grazia 2005: «Il ciclo storico delle privatizzazioni è quasi completato. Di grosso restano le aziende locali, ma si tratta di un patrimonio collocato nel retroterra, nelle Regioni, nei Comuni, non gestito dal potere centrale». Ora Giulio Tremonti, in piena emergenza e con lo spread che peggiora e che esprime anche il voto dei mercati sul suo operato, corteggia il fondo sovrano “China investment corporation”. Ora Giulio Tremonti che prepara il “Britannia 2” (sul primo, quello del ‘92, iniziò la stagione delle privatizzazioni), vuole vendere quel che ancora controlla e che non pochi guai gli ha procurato anche per via del suo ex consigliere politico Marco Milanese. Che è un po´ come dire: Primum vivere, deinde philosophari.

La Repubblica 14.09.11

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“Pechino fa shopping”, di Romeo Orlandi

In via di principio, l’acquisto da parte della Cina di titoli pubblici italiani è una notizia verosimile, ragionevole, potenzialmente vantaggiosa per i due contraenti.
L’Italia ha un debito pubblico che si avvicina al 120% del Pil, mentre la Cina detiene le riserve più cospicue al mondo, 3.200 miliardi di dollari.
Una parte di esse è gestita dal Cic, China Investment Corporation, il fondo sovrano di Pechino e uno dei più grandi al mondo. È normale che le cicale chiedano aiuto alle formiche.
Appartiene alla logica della globalizzazione trovare nuovi clienti quando i vecchi impongono uno spread insostenibile per le casse dello stato.
La Cina ha notevoli interessi ad accrescere la sua presenza in Italia. Innanzitutto amplia l’impiego delle risorse, erodendo il dominio del dollaro. Si tratta di una semplice diversificazione del portafoglio per non subire ricatti da parte statunitense.
La minaccia di un Q3, un terzo quantitative easing da parte della Casa Bianca, avrebbe il risultato di indebolire il valore del dollaro e con esso quello delle riserve cinesi. Un euro forte è dunque nell’interesse di Pechino, anche per fini commerciali: la ricca Europa è la principale destinazione delle merci cinesi.
L’Italia, infine, ha uno scrigno di valore da offrire. I gioielli di famiglia di Eni ed Enel, la tecnologia delle multinazionali tascabili, l’amicizia della terza economia dell’area euro sono asset preziosi per Pechino. Ora che la missione di Grilli in Cina e di Lou Ji Wei in Italia non sono più ammantate di riservatezza, è possibile delineare alcune considerazioni al di là di quelle in punta di teoria economica.
Siamo agli estremi rimedi? L’Italia ha compiuto una spettacolare virata nei confronti della Cina. Sono sbiaditi i richiami alla dittatura, alle invasione delle merci cinesi, agli allarmi per la chiusura delle fabbriche nel Nord. L’attenzione non è più imperniata sulla protezione dell’industria nazionale, con la denuncia delle condizioni di lavoro in Cina. Scompaiono il Tibet, i diritti umani, e ritorna il pragmatismo.
Se l’economia vince sulla politica, significa che la situazione è seria. Il regista di questa operazione, Giulio Tremonti, era ironicamente il più accanito anticinese. Sulla via di Damasco, ha appreso che pecunia non olet. Però ora l’Italia ha minore peso negoziale, è poco sorretta da un’Europa comunque divisa ed ha come interlocutore un paese che la crisi internazionale ha reso relativamente più solido.
Cosa e quanto comprerà la Cina? È prevedibile un approccio prudente. I primi investimenti negli Stati Uniti del Cic sono stati negativi, a conferma dell’inesperienza cinese. Le critiche in patria hanno ridimensionato gli acquisti.
Anche se le dichiarazioni a sostegno dell’euro sono costanti, gli acquisti di titoli greci, portoghesi e spagnoli sono stati ridotti, più eclatanti che sostanziosi. La quota del debito pubblico italiano detenuta da Pechino è riservata.
Fonti del Tesoro la valutano intorno al 4% del totale, ma alcuni analisti stimano un valore più alto. Esistono comunque margini di aumento, ma l’esperienza induce a ritenere che la Cina non sarà il cavaliere bianco delle finanze italiane.
Le dichiarazione cinesi sono sintomatiche: «Il Cic conserva un rigoroso orientamento commerciale ed è guidato da interessi puramente economici e finanziari». Cosa dirà l’Europa? Forse è accaduto involontariamente, ma il calendario dell’incontro tra Lou e Tremonti non poteva essere meno opportuno.
La Bce aveva appena affermato che i suoi acquisti di Btp non sarebbero stati né automatici, né infiniti. Le dimissioni del falco Jürgen Stark sono state cristalline nell’evidenziare le tensioni nel board di Francoforte. Nel momento in cui Angela Merkel, finora alleata di Roma pur tra molte esitazioni, vince una battaglia in Europa, l’Italia trova un altro cliente in Asia.
Le prime reazioni dei mercati allo scoop di ieri del Financial Times sono state tiepide, lo spread con i titoli tedeschi è sempre attestato sui valori massimi. L’esempio della Grecia non sparge ottimismo. Pechino ha comprato titoli ellenici (e si è impossessata del Pireo), ma questo non ha impedito ad Atene di vacillare sulla soglia del default.
In conclusione, gli interrogativi sull’iniziativa del Tesoro mettono in secondo piano la sua efficacia. La Cina da molti anni ha guardato con interesse al nostro paese. Assenze, ritardi, incomprensioni hanno acuito una distanza che non ha oggettivamente ragione di esistere.
Aprirsi alla Cina richiede capacità gestionale e lungimiranza, qualità disperse in antagonismi sterili. Aprire una trattativa per vendere Btp a Pechino può essere un’operazione tanto giusta quanto necessaria. Bisognerà lavorare per non farla diventare preda di mercati spietati che potrebbero giudicarla insufficiente e tardiva, too little, too late.

da Europa Quotidiano 14.09.11

"Storia dell'arte una riforma contro l'italia", di Francesco Bonami

Per tutta la vita andando in giro per il mondo quando la gente scopriva che ero italiano, di Firenze, e per di più che lavoravo nel campo dell’arte regolarmente esclamava «Of course!», è ovvio!, che uno nato a Firenze abbia scelto come professione l’arte. Naturale, come per uno nato su un’isola fare il pescatore. Wonderful! Meraviglioso! Essere così fortunato da nascere in un Paese dove a colazione si mangia pane e Rinascimento. Chissà come rimarrebbero delusi i miei interlocutori se avessi avuto il coraggio di confessare che in Italia Educazione Artistica e Storia dell’Arte sono da sempre, nelle scuole inferiori e superiori, materie considerate un gradino sopra l’Educazione Fisica.

Chissà come sarebbero delusi nel venire a sapere che oggi il ministro della Pubblica Istruzione ha fatto una riforma abbastanza confusa da rendere queste materie ancora meno essenziali all’insegnamento scolastico tanto che in alcuni istituti sono addirittura eliminate. Che situazione paradossale quella di vivere dentro un museo e non avere fin da piccolissimi la possibilità di conoscere gli strumenti per utilizzare la realtà che ci circonda al meglio. Pare che l’arte e la cultura siano quasi una seccatura dalle nostre parti. Ma guarda cosa ci è capitato! Nascere in una nazione piena di opere d’arte. Costretti a mantenerle. Obbligati a rispettarle. Per difendersi da questo mal di Dio allora l’unica strada è quella d’ignorarle, di non conoscerle, di disprezzarle e se nessuno ci vede anche di rovinarle.

A parte gli scherzi. La crisi economica ci devasta e ci fa perdere di vista molte altre cose non meno importanti del denaro e dei nostri risparmi. Tra queste cose la cultura e l’insegnamento. Due cose che vanno mano nella mano nella crescita di un individuo civile e responsabile e nella crescita del Paese dove vive. Un tempo l’ignoranza era una vergogna. Non a caso c’era il maestro Manzi che ci ricordava sulla Rai che non era mai troppo tardi per sconfiggere l’analfabetismo e quindi la nostra ignoranza. Poi, non so bene quando, essere ignoranti è diventato quasi un merito. Fare il «grano» è diventato più importante che studiare. Anzi studiare è stato considerato da molti quasi un intralcio al benessere economico. Perché mai tentare di fare il professore di scuola media, figuriamoci il maestro delle elementari, se con lo stipendio che guadagnerei non potrei mai permettermi quello che altre professioni possono offrirmi. Così la scuola è diventata quasi tempo buttato via. Figuriamoci la storia dell’arte. Sembrano essere di questa opinione un po’ tutti, dal ministro dell’Economia a quello della Pubblica Istruzione. Per fortuna il nuovo ministro dei Beni Culturali ha preso il suo incarico come una vera responsabilità, un lavoro difficile ma serio, non semplicemente come una poltrona da occupare. Davanti al vandalismo e l’ignoranza non alza le spalle ma reagisce. Chi deturpa un’opera d’arte, un monumento, non importa quanto famoso o importante sia, non compie uno scherzo di cattivo gusto, compie un crimine per il quale deve finire in galera. Ma questo crimine verso il patrimonio artistico è un crimine del quale sono responsabili tutti coloro che considerano la cultura poco più di una ginnastica. Coloro che ritengono l’arte ed il suo insegnamento una perdita di tempo e magari di denaro. E’ ora di cambiare rotta. Sarebbe triste se i nostri figli e nipoti davanti alla meraviglia di chi, più sfortunato di noi, è nato in un Paese senza un patrimonio artistico fossero costretti a dire «I am sorry», mi dispiace, io di arte non ne so niente. Sarebbe triste vivere fra gente cresciuta con la convinzione che Carpaccio è un antipasto e Bellini un cocktail leggero.

La Stampa 14.09.11

"Cosa significa essere italiani", di Carlo Galli

«L´Italia è il Paese che amo». In questa dichiarazione – l´inizio della Grande Propaganda – c´era molta verità. Berlusconi ama veramente l´Italia perché ama veramente se stesso, avendo evidentemente operato una sintesi a priori fra l´Italia e la propria persona. Il suo amore non è un rapporto con l´oggetto amato; è il preventivo annullamento della sua autonomia, a cui segue l´identificazione con l´amante. Non è neppure un´inclusione: è un´illusione, un culto idolatrico.
un culto il cui primo adepto, oltre che il primo beneficiario, è proprio Berlusconi. Il quale crede veramente di essere l´Italia. Non di rappresentarla – come nelle moderne dottrine della regalità il Re col proprio corpo concreto rappresentava l´intera complessità del regno – ma di coincidervi.
Una delle conseguenze di questa smisurata proiezione egolatrica è la indistinguibilità di pubblico e privato – l´annullamento del conflitto d´interessi, trasformato nella più perfetta identità d´interessi, passati presenti e futuri, fra Berlusconi e l´Italia – , ma anche la loro intercambiabilità (è Berlusconi che decide che cosa è pubblico, come per esempio la telefonata per Ruby, e che cosa è privato, come le serate con le escort). Un´altra è la coincidenza della parte col Tutto, del suo Partito con l´intero Popolo (il nome del Pdl è tutto un programma), e quindi l´esclusione degli avversari di Berlusconi dall´Italia – da questa Italia fittizia, fatta di proiezioni mentali, ma anche molto concreta nella sua configurazione di potere – . Quelli che lo criticano perdono ogni legittimità politica e morale, poiché non sono una parte che si contrappone, com´è normale in una democrazia, a un´altra parte, ma sono faziosi, traditori e sabotatori, che attaccando il Capo attaccano ipso facto il Paese. Nemici interni, dunque. Una terza conseguenza è che sovrana non è la legge, che vorrebbe considerare Berlusconi un cittadino fra gli altri; sovrano è lui, che è l´Italia, e che in quanto tale è il soggetto della legge e non è soggetto alla legge. Chi potrà mai voler processare l´Italia se non degli anti-italiani?
L´identificazione del governo con lo Stato, e dell´opposizione con l´attività anti-nazionale, è, certo, un´abusata strategia retorica, di ogni tempo e di molti Paesi – per lo più autoritari –; ma in concomitanza con la crisi finale della sua politica e della sua stessa avventura pubblica, Berlusconi sta toccando il grottesco. Il suo ricorso al tema-chiave della sua propoganda, alla radice della sua costruzione di legittimità, è ormai parossistico. Ora, è giunto il momento di squarciare il velo di Maya, di spezzare l´incantesimo, di dissipare le nebbie dell´illusione. E di spiegare a tutti (molti, in verità, lo stanno già comprendendo da soli, all´amara luce dell´esperienza), e in primis all´interessato, che Berlusconi non è l´Italia, che l´Italia non è Berlusconi, e che essere italiani non è essere berlusconiani. Che Berlusconi non è il destino dell´Italia e che lo si può attaccare senza essere anti-italiani.
Essere italiani non è una cosa soltanto, non significa realizzare un´essenza, un carattere, una vocazione unica. L´Italia non ha un´identità compatta, né nella nazione né nella razza, né nella religione né nell´ideologia. E quindi essere italiani vuol dire molte cose; essere portatori di interessi diversi, di ideali diversi, di visioni del mondo e della società differenziate. E questa pluralità, questa complessità – che hanno radici nella storia e nella geografia, nell´economia e nella politica –, non riconducibili a una unanimità, a un unico modello omologante, a un pensiero unico, possono essere una ricchezza, una riserva d´energie e di prospettive, se il punto d´unificazione del Paese, l´essenza dell´essere italiani, non sta nell´identificazione fra l´Italia e un Capo – che in realtà è stata superficiale ed episodica, e che ha avuto come effetto reale la più grave frantumazione della nostra società in mille linee di frattura disarticolate – ma al contrario nella sovranità della legge e nel più solenne dei vincoli: la Costituzione.
Essere italiani, oggi, può significare, in positivo, il riconoscersi in un´unità giuridica e politica, in un sistema di norme e in un´idea di democrazia pluralistica, che costituiscono, in realtà, un patto di uomini e di donne libere. Uniti dal rispetto delle leggi, e quindi dalla reciproca fiducia in se stessi, e dal riconoscersi nelle istituzioni: dall´identificarsi non in un uomo ma nella Repubblica e nei suoi ordinamenti. Essere italiani significa prendere sul serio la Costituzione, che è l´essenza dell´italianità, il progetto di una patria viva e libera perché consapevole della propria ricchezza plurale e della propria volontà di un destino civile comune. Una patria, un Paese, che non dipende dalle affabulazioni, dai rancori e dalle smanie narcisistiche di Uno – che dapprima ama, e che infine, quando l´incantesimo finisce, ingiuria –, ma dall´orgoglio civile di tutti. Dalla voglia, di tutti, di sciogliere il vincolo – tutt´altro che indissolubile – col Capo, e di riprendere, dopo tanti anni perduti, un cammino comune, libero dall´eccezione permanente, dall´anomalia in servizio perenne ed effettivo. Convinti che sia possibile, e magari anche bello, essere italiani.

La Repubblica 14.09.11

"Criteri di valutazione: ultimi ad applicarli, primi a criticarli", di Pietro Greco

L’ANVUR, l’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca introdotta dal ministro Mussi e insediata dal ministro Gelmini, ha appena reso noti i criteri e i parametri con cui dovranno essere valutati i candidati e i commissari dell’abilitazione scientifica nazionale (in pratica, i concorsi). Ed è già polemica. Il più severo è stato, nei gironi scorsi, il filosofo Tullio Gregory con un articolo pubblicato sul Corriere della Sera.
I criteri e i parametri assunti dall’ANVUR sono quelli quantitativi usati a livello internazionale, basati sui dati bibliometrici: numero articoli su riviste con peer review, numero di citazioni, H index (numero di articoli per autore che hanno ottenuto un numero minimo di citazioni).
Tullio Gregory sostiene, a ragione, che questi parametri di tipo quantitativo non sono in grado di dare una valutazione affidabile della qualità del lavoro scientifico. E che affidarsi a questi parametri favorirà l’omologazione culturale. Queste critiche sono antiche e non immotivate (soprattutto nell’ambito delle discipline umanistiche). Se ne parla, a livello internazionale, da almeno trent’anni.
Senza venirne a capo. Perché non ci sono – o, almeno, nessuno li ha trovati a tutt’oggi – criteri migliori, da applicare peraltro a larga scala, che consentano di garantire l’oggettività della valutazione di un lavoro scientifico.
L’ANVUR non può non applicare questi criteri. Tanto più in Italia, dove è stato dimostrato – basti pensare alle valutazioni degli ultimi PRIN (Progetti di ricerca di interesse nazionale) – che anche i criteri non quantitativi (come la peer review ex ante dei progetti) utilizzati a livello internazionale finiscono per essere distorti e piegati a prassi che non premiano il merito.
L’Italia giunge buon ultima a utilizzare i criteri di valutazione bibliometrici. Non sarebbe credibile se fosse la prima a rifiutarli perché li ritiene non abbastanza perfetti.

L’Unità 13.09.11

Germania contro Italia all'Aja «Stragi naziste, non pagheremo», di Roberto Brunelli

Da ieri le ombre lunghe del Terzo Reich sono di nuovo a processo, questa volte alla corte internazionale dell’ Aja. Come in uno strano corto-circuito della storia, sui banchi opposti stanno sedute Germania e Italia: alle prese con i fantasmi del passato ma anche con il diritto internazionale, con i massacri compiuti dalle Ss ma anche con la realpolitik degli Stati sovrani, in bilico tra il diritto al risarcimenti delle vittime ed i sempre più delicati equilibri europei.

La richiesta tedesca è perentoria: Berlino chiede all’ Aja che vengano annullate le sentenze dei tribunali civili italiani sugli indennizi alle vittime di crimini nazisti. Si parla di cifre ingenti: per i tre procedimenti attualmente passati in giudicato, siamo a complessivi 51 milioni di euro, secondo un’interrogazione rivolta al governo federale dal partito di sinistra Die Linke. Tuttavia, solo limitandosi 47 procedimenti in corso, a quanto scrive la Süddeutsche Zeitung, non è improbabile che la somma finale da esborsare alle vittime e ai loro familiari si aggiri intorno ai 150 milioni di euro.

C’è poi chi pensa che i soldi teoricamente in ballo siano molti, molti di più: le richieste di risarcimento sono più di ottanta, e riguarda circa 500 ricorrenti. Il governo italiano, a quanto pare, spera anch’esso nell’ Aja per cavarsi d’impiccio. «Siamo qui per ottenere una decisione da parte vostra su una questione giuridica di grande importanza non solo per le due parti presenti, ma per l’intero diritto internazionale e la sua evoluzione futura», è stata la lapide che la consigliera giuridica del ministero tedesco degli esteri, Susanne Wasum-Rainer, ha lanciato addosso alla corte. Aggiungendo: «I governi di Italia e Germania ritengono che solo una vostra decisione permetterà di uscire dall’impasse».

Roma l’ha detto: la decisione dell’ Aja «sarà utile ad un chiarimento». Un modo per non esporsi più di tanto. La vicenda del ricorso al massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite comincia con la sentenza della Cassazione del 21 ottobre 2008, che riconobbe la Germania responsabile per essere stata il ‘mandante’ dei militari nazisti che – il 29 giugno del 1944 – uccisero 203 abitanti di Civitella, Cornia e San Pancrazio (Arezzo), sparando un colpo alla nuca di donne, bambini, uomini e vecchi, compreso il parroco del paese.

Ovviamente il governo federale, come afferma una nota dell’Ambasciata tedesca a Roma, ribadisce che il ricorso alla corte dell’ Aja «non si rivolge contro le vittime del nazionalsocialismo», la cui sofferenza il governo federale «ha riconosciuto illimitatamente», né vi è l’intenzione «di mettere in qualche modo in dubbio e relativizzare la particolare responsabilità tedesca per i crimini della seconda guerra mondiale».

Ma il fatto è che secondo Berlino l’Italia, permettendo l’avvio delle azioni civili contro la Germania, «viola i suoi obblighi giuridici internazionali». Wasum-Rainer ieri ai giudici della corte l’ha detta ancor più chiaramente: «L’oggetto della procedura è unicamente la violazione dell’immunità degli Stati da parte di tribunali italiani». Il fatto è che il principio dell’immunità degli Stati «vieta che uno Stato possa giudicare su un altro Stato». Punto e basta. Ma è proprio su questo che il dibattito in Germania è accesissimo. Da sinistra, si teme che se l’ Aja dovesse dar ragione a Berlino si creerebbe un precedente, sinanche in caso di futuri conflitti, negando alle vittime ogni prospettiva di risarcimento. «La questione, alla fine, e se gli Stati possano essere considerati responsabili civilmente per crimini di guerra», scrive ancora la Süddeutsche.

Negli ultimi anni diversi tribunali italiani (e greci: non a caso anche Atene è coinvolta nel procedimento davanti alla corte internazionale) avevano dato risposta affermativa, condannando la Germania a pagare. Amnesty International addirittura teme che un’eventuale vittoria tedesca al processo dell’ Aja possa portare «ad un grande passo indietro per quello che riguarda la difesa dei diritti umani».

Berlino risponde di avere già erogato non pochi indennizzi e ricorda un accordo italo-tedesco del 1961 in cui il Bel Paese aveva accettato di rinunciare a tutte le richieste di riparazione concernenti la seconda guerra mondiale. «Se la Germania dovesse fallire all’ Aja, le conseguenze sarebbero imprevedibili», scriveva ieri la Frankfurter Allgemeine, il più autorevole quotidiano tedesco, prefigurando una violazione sistematica dell’immunità nazionale, con conseguenze disastrose nei rapporti fra gli Stati. «Arroganza tedesca», la chiama, di contro, la Tageszeitung.

La verità, scrive il giornale della sinistra, è che il governo federale vuole assicurarsi la non-applicabilità di sentenze che feriscano la sovranità tedesca. «Una posizione anacronistica e destrorsa», picchia duro la Taz, che non esita a parlare di un «feticismo della sovranità degno di un’epoca passata». Oggi toccherà all’Italia esporre il proprio punto di vista di fronte alla corte internazionale. Chissà se citerà i principi ratificati dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel marzo del 2006 circa il risarcimento delle vittime di gravi violazioni delle norme internazionali sui diritti umani. Entro la settimana l’ Aja dovrà decidere. Chissà se saprà diradare le ombre lunghe della storia.

L’Unità 13.09.11

"Mancano docenti e risorse ma Gelmini non se ne accorge?", di Mariagrazia Gerina

Il ministro non va in una scuola, come dovrebbe, ad aprire l’anno scolastico. Ma parla dalle tv del premier, mostrando soddisfazione. Il pd: migliaia di cattedre restano scoperte. Le scuole di ogni ordine e gradoriaprono i battenti tra i disagi e le proteste. Ma per il ministro Mariastella Gelmini, va tutto bene. Nel partito che l’ha portata al governo, come nella scuola pubblica italiana, che Berlusconi, tre anni fa, ha affidato alle sue mani. «Il Pdl è unito e compatto, ci sono le condizioni per proseguire e completare la legislatura», assicura, affrontando impettita, dei due corni quello che in questo momento forse turba di più i
suoi sonni. E con lo stesso spirito di rimozione, e una buona dose di ritualità, fa finta di avere sotto controllo
anche l’altra questione, che invece turba i sonni di insegnanti, genitori, studenti. Alle prese con una scuola che non ha niente a che fare con quella che il ministro annuncia dal vecchio, piccolo, rassicurante schermo. Forse non è un caso se il suo «in bocca al lupo» agli studenti (sic) ha preferito farlo dalle telecamere di Studio Aperto e da quelle di Mattino Cinque. Se avesse scelto una scuola qualunque per inaugurare il quarto anno scolastico dell’ultimo governo Berlusconi, avrebbe dovuto fare i conti con la scuola reale, prostrata da dieci anni di riforme del centrodestra. Ricordate le «tre i» del Cavaliere? Dieci anni dopo, restano i tagli,
conteggiati come successi. «Quest’anno completiamo il piano di razionalizzazione della scuola», annuncia trionfante Gelmini. Come se ci fosse da gioire per quei 20mila insegnanti in meno che quest’anno si vanno ad aggiungere agli altri 68mila docenti cancellati nei tre anni precedenti. Tagli, che il ministro occulta dietro l’unico argomento che davvero ha: «Abbiamo assunto 30mila giovani docenti», dice, dimenticando che molti di quegli insegnanti ormai hanno più di cinquant’anni e tralasciando di contare le cattedre che ancora una volta saranno coperte dai precari. Rimozioni propedeutiche a quanto segue sul tempo pieno. Addirittura in aumento, secondo i dati del ministero: «170mila bambini in più ne usufruiranno». E sul sovraffollamento
delle classi, che studenti e genitori ieri ancora una volta hanno toccato con mano: il problema «esiste, ma coinvolge solo 2mila delle oltre 340mila classi», assicura il ministro. Quanto al sostegno «quest’anno raggiungiamo il picco massimo di 94mila insegnanti», festeggia il ministro. Insomma: «Va tutto bene, madama la marchesa», le fa il verso Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, replicando con ben altri numeri. Il più grave parla di «202mila studenti con disabilità, l’85% dei quali ha una diagnosi di gravità e, secondo la sentenza della Corte costituzionale, ha diritto a un insegnante di sostegno dedicato che non ha». Mentre nel computo del tempo pieno, il ministro – la corregge Puglisi – include «tutti i tempi lunghi che superano le 27 ore settimanali imposte dal ministero». Mentre il tempo pieno è «un modello educativo» che prevede 40 ore settimanali e la compresenza di più insegnanti. Ormai una chimera, dopo i tagli all’organico e alle ore. Al di là dei proclami il ministro «non ha coperto nemmeno la metà delle cattedre che si sono rese disponibili per quest’anno», denuncia il senatore Antonio Rusconi, capogruppo Pd in commissione Cultura. Mentre la sua collega della Camera, Manuela Ghizzoni, considerando da una parte «le proteste», e dall’altra i «pochi fondi, la precarietà, le classi pollaio», pronostica «un’ennesima bocciatura che farà ricordare Mariastella Gelmini come il peggiore ministro dell’Istruzione della nostra Repubblica». La mobilitazione è già partita. E coinvolge stavolta anche i dirigenti scolastici, «costretti a fare salti mortali per garantire che le scuole possano funzionare regolarmente», come ricorda il segretario della Flc Cgil Mimmo Pantaleo. Invece di occuparsi del miglioramento della qualità formativa. Un tempo c’era una legge per sostenerla. Adesso, l’ultimo allarme è per i fondi che finanziano la 440 del 1997. Già ridotti da 140 a 87 milioni, potrebbero ora subire un ulteriore
colpo.

L’Unità 13.09.11

"Scuola. La bocciatura dell'OCSE. Sempre meno diplomati e laureati", di S.I.

Disagi e proteste hanno dato il via, ieri, al nuovo anno scolastico. Studenti e professori si sono subito fatti sentire contro i tagli applicati dal governo a suon di sit-in e flash mob, concentrati soprattutto nella Capitale, anche in vista del primo appuntamento di piazza previsto per il 7 ottobre. Le classi, invece, hanno accolto gli alunni fra i disagi: ci sono aule sovraffollate (le prime da 32 alunni del liceo Talete di Roma), le sedie che mancano, gli intonaci che vengono giù (a Pisa, alla primaria Novelli, i bambini sono stati costretti a disertare per motivi di sicurezza), i bagni utilizzabili solo in certe fasce orarie perché mancano i bidelli (succede alla media Levi di Bari).
E oggi l’Ocse si prepara a sfornare un’altra pagella fatta di luci e ombre sul nostro sistema scolastico che, scorrendo i dati, resta sostanzialmente immobile con i problemi di sempre: diplomati in calo, pochi laureati, programmi ingessati, docenti sottopagati, record di ore passate fra i banchi a cui non corrisponde una preparazione degli studenti, mancanza di un sistema di valutazione. Nel dettaglio, secondo il Rapporto che sarà diffuso oggi, in Italia si diploma l’81% dei giovani. Il dato è del 2009 e segna una flessione rispetto all’84% del 2008. La media Ocse è dell’82%. Fino al 2008 eravamo sopra la media. E restiamo sotto anche per quanto concerne i laureati: da noi sono il 33%, la media Ocse è del 38,6%. La laurea comunque continua a pagare in termini di occupazione. In Italia è poi record di ore passate fra i banchi. I nostri studenti fra i 7 e i 14 anni passano 8.316 ore fra i banchi mentre la media Ocse è di 6.732. I programmi sono rigidi e lasciano poco spazio alla flessibilità. Fra i 12 e i 14 anni, poi, i nostri studenti dedicano molto meno spazio allo studio delle scienze rispetto ai colleghi finlandesi, francesi, inglesi. C’è più attenzione alla lettura e alla comprensione del testo. Il che, però, non si traduce in un buon livello di preparazione dei nostri 15enni che, secondo l’Ocse, sono sotto la media. Eppure spendiamo molto per ciascuno studente: fra la primaria e l’università circa 9.200 dollari all’anno, in linea con il dato complessivo Ocse. Le risorse sono distribuite soprattutto sul sistema primario, per gli universitari restano le briciole mentre negli altri paese è il contrario. Anche la quota di Pil spesa per l’Università è bassa: l’1% contro la media Ocse dell’1,5%. La porzione di Pil spesa per l’Educazione è in tutto del 4,8% comprese le scuole dalla primaria alla secondaria di II grado, la media Ocse è del 5,9%. La nostra spesa è stabile dal 1995.
Così come sembra ingessato il sistema in cui gli insegnanti continuano ad essere i meno pagati (ma fanno anche meno ore dei colleghi tedeschi o statunitensi) e ad arrivare al top del salario ad un passo dalla pensione. Infine pochi studenti stranieri scelgono le università italiane: solo l’1,8%. Il ministro Gelmini ieri ha augurato buon anno a tutti e ricordato che la scuola sta cercando di migliorare «con l’aumento del tempo pieno e quello degli insegnanti di sostegno». Ma la strada da fare resta lunga.

Il Messaggero 13.09.11