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"Contestare il leader: la moda (bipartisan) degli ultras dei partiti", di Fabio Martini

Il capo è mio e me lo contesto io. Nella risorgente stagione dell’intolleranza popolare per i politici, sta prendendo corpo un fenomeno nuovo: la contestazione sulla pubblica piazza di big della politica da parte di militanti della stessa area. Per ora si tratta di piccoli scrosci, eppure la casistica si sta velocemente infittendo. Nel giro di poche settimane, uno dopo l’altro, sono stati presi di mira non soltanto leader oramai temprati come Massimo D’Alema o Silvio Berlusconi, ma anche personaggi finora immuni a contestazioni da parte dei propri aficionados. Come Gianfranco Fini, Umberto Bossi, Nichi Vendola, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi. Persino il sindaco di Firenze Matteo Renzi, il rottamatore dei «vecchi», per qualche minuto, è finito dentro il tritacarne e proprio nella sua città.

E’ come se si stesse rapidamente consumando quell’aura di rispetto che in lunghe fasi della Repubblica ha preservato anche i leader più controversi dalle proteste dei propri fans. Per il professor Alessandro Campi, siamo ad un passaggio di fase, ad un tornante a suo modo «storico»: «Si stanno sommando un fenomeno più epidermico, il malessere in una fase di stallo politico e di crisi economica e un fenomeno più profondo, di lunga durata. Sta cioè cominciando ad entrare in crisi il modello della leadership monocratica, inamovibile e carismatica creata da Berlusconi ma mutuata da quasi tutti gli altri. Cittadini ed elettori, che in quello schema erano relegati in un ruolo subordinato e di ascolto, stanno tornando a voler essere protagonisti, dicendo la loro».

E proprio questo «riprendersi la parola» da parte dei cittadini-militanti sembra essere il filo rosso che congiunge contestazioni tra loro assai diverse. L’altra sera il sindaco di Firenze Matteo Renzi si è presentato alla festa democratica della sua città con il consueto armamentario di battute taglienti che finora alle feste del Pd gli avevano garantito tanti applausi e qualche sopito mugugno. Ma l’altra sera, quando ha ribadito con schiettezza e argomentazioni lapidarie i motivi per i quali non ha aderito allo sciopero generale della Cgil, stavolta dalla platea sono sibilate urla: «Vergogna!». E quando Renzi ha detto che, a suo parere era giusto varare una manovra da 45 miliardi, si sono alzate di nuovo grida belluine: «Torna ad Arcore!». Certo, con le consuete battute «pane al pane» («Toglietevi il prosciutto dagli occhi, se a Firenze abbiamo salvato asili e servizi sociali è perché abbiamo fatto un accordo col governo»), alla fine Renzi se ne è andato tra gli applausi, ma intanto sulla sua immagine è restata l’ombra della mini-contestazione in casa.

Ma se un personaggio come Renzi le proteste in qualche modo se le va a cercare, ben diverso è il destino che ha colpito due veterani, sinora immuni da contestazioni in casa come Bossi e Fini. Nel giro di 25 giorni, ai due è capitato qualcosa che non avevamo mai visto in 25 anni. Fino a pochi mesi fa, quando Bossi o gli altri leghisti arrivavano all’hotel Ferrovia di Calalzo di Cadore, si apriva un pellegrinaggio a caccia di baci, foto ricordo, in un cicaleggio di «viva Bossi» e «viva la Lega». Quest’anno è girato il vento. Dopo Ferragosto, accerchiato dalle contestazioni da parte dell’(ex) popolo leghista bellunese, Bossi si è mimetizzato tra baite e uscite laterali e alla fine ha dovuto lasciare (di notte) l’hotel. E su Fini, due giorni fa, è caduta una mini-contestazione proprio nella «sua» Mirabello, il paese emiliano dove era nata la mamma e dove 24 anni fa Giorgio Almirante lo lanciò come proprio erede. E una settimana fa, Pier Luigi Bersani ha attraversato tra sorrisi e applausi il corteo della Cgil, ma anche lui ha dovuto ascoltare qualche rasoiata a lui indirizzata: «Siete tutti uguali…».

Persino a personaggi come Nichi Vendola e Rosy Bindi, in costante feeling con le proprie platee, è capitato di incorrere in contestazioni, seppur fugacissime: al Governatore pugliese davanti a Mirafiori; alla presidente del Pd, il 9 luglio a Siena, quando davanti all’assemblea delle donne «Se non ora quando?», è stata fischiata non appena ha detto: «Chiederò al mio partito di ascoltare le vostre ragioni…». Dice il professor Arturo Parisi, un politico che la politica l’ha studiata per decenni: «E’ ripartito tutto con i referendum: 27 milioni di italiani ci hanno spiegato quanto sia impellente la domanda di partecipazione diretta e di massa. Quando si aprono cicli di questo tipo non tengono più i canali delle deleghe, le tranquille passeggiate nei cortei…».

La Stampa 13.09.11

"Ustica, i ministeri condannati a risarcire", di Salvo Palazzolo

È ancora uno dei misteri d´Italia, nonostante trent´anni di indagini e processi. Da ieri, la strage di Ustica è ufficialmente anche un mistero di Stato: la sentenza di un giudice del tribunale civile di Palermo, Paolo Proto Pisani, chiama in causa i ministeri dei Trasporti e della Difesa, e li condanna a pagare un maxi risarcimento da 100 milioni di euro a 81 parenti di una quarantina di passeggeri che persero la vita sull´aereo Itavia, la sera del 27 giugno 1980.
Tre anni è durato l´ultimo processo chiesto dai familiari delle vittime: il ministero dei Trasporti veniva citato per «non aver saputo garantire la sicurezza del volo»; il ministero della Difesa, per «l´occultamento della verità e i depistaggi». Il giudice ha accolto in pieno le richieste, riconoscendo «danni morali e psichici notevolissimi»: nella parte finale della sentenza si parla esplicitamente di «ostacoli frapposti all´accertamento delle cause del disastro e alla punizione dei colpevoli», che devono «essere posti a carico del ministero della Difesa».
Dicono gli avvocati dei familiari, in un comunicato: «Questa sentenza rende giustizia per la ultra trentennale tortura che i parenti hanno dovuto subire ogni giorno della loro vita, anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi di alcuni soggetti deviati dello Stato».
Non sono bastate dunque le assoluzioni dei generali dell´Aeronautica nel processo celebrato a Roma fra il 2000 e il 2005 ad evitare il maxi risarcimento. Anche perché sono rimaste assoluzioni costellate da dubbi e da troppi episodi andati prescritti. Adesso, nella sentenza civile, tornano anche i nomi di una cinquantina di militari che il giudice istruttore Rosario Priore aveva messo sott´inchiesta con l´accusa di aver nascosto o distrutto documenti utili all´indagine. Per tutti, pagherà il ministero della Difesa. Già tre anni fa, il tribunale di Palermo aveva adottato una decisione analoga, dopo l´istanza di una quindicina di familiari delle vittime di Ustica. Allora il risarcimento era stato quantificato in un milione e 390 mila euro.
«Da Palermo potrebbe ripartire la ricerca della verità – dice l´avvocato Daniele Osnato, che crede alla tesi del missile, probabilmente di nazionalità francese – nella sentenza si parla esplicitamente del famigerato “Punto Condor”, un tratto dell´aerovia militare usata dai francesi, la “Delta Wisky”, che incrocia proprio sopra il cielo di Ustica l´aerovia civile “Ambra 13”. La pericolosità di quel punto era stata più volte segnalata da piloti dei mezzi di linea». Gli altri avvocati – da Alfredo Galasso a Massimiliano Pace, Giuseppe Incandela, Gianfranco Paris, Fabrizio e Vanessa Fallica – auspicano che adesso novità importanti possano arrivare anche dall´apertura degli archivi dei servizi segreti libici: «In concomitanza con la caduta del regime di Gheddafi – dicono – dovrebbe essere concesso all´Italia un accesso diretto a quei documenti, senza alcuna manomissione».
La sentenza di Palermo non è invece piaciuta al sottosegretario alla presidenza del consiglio Carlo Giovanardi: «È in totale contrasto con la sentenza della Cassazione e con altre sentenze del tribunale civile di Roma». Giovanardi insiste: «È ormai accertato, sulla base della documentazione acquisita presso la Nato, che nessun altro aereo era in volo in prossimità del DC9 mentre una commissione di periti internazionali ha concluso all´unanimità per l´esplosione di una bomba in una toilette di bordo». Gli risponde l´associazione dei familiari delle vittime: «La verità ha trovato una conferma nelle parole dell´ex presidente Cossiga. Il governo solleciti piuttosto le risposte alle rogatorie avanzate a Stati Uniti e Francia». Proprio dopo le parole di Cossiga, che ha parlato di un missile francese in quella drammatica sera del 1980, i magistrati della Procura di Roma sono tornati ad aprire un nuovo fascicolo d´indagine. Ma senza le risposte alle loro rogatorie, l´inchiesta è destinata ad arenarsi.

La Repubblica 13.09.11

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“L´azione di depistaggio è stata provata ma avremo giustizia solo con la verità”, di Luigi Spezia

«Il governo, dopo questa sentenza, deve dimostrare di avere una dignità nazionale e con un minimo di autorevolezza deve rivolgersi ai paesi alleati e chiedere di sapere chi è stato il responsabile della strage. Perché i risarcimenti chissà se li avremo mai: siamo solo al primo grado, mentre ciò che conta davvero è arrivare alla verità, che significa sapere chi sono gli autori e il perché della strage». Daria Bonfietti, bolognese, è la presidente dell´Associazione dei familiari delle vittime di Ustica. Nel disastro sul Tirreno perse il fratello e non smette di lottare contro «il muro di gomma» della verità negata.
Questa di Palermo è una sentenza importante?
«Sì, perché è stata riportata in primo piano la ricostruzione del giudice Rosario Priore e la conseguente sentenza di primo grado che ha condannato quattro generali dell´Aeronautica per alto tradimento, mentre altri sessanta dipendenti dei ministeri dei Trasporti e della Difesa, accusati di reati dalla falsità alla distruzione di atti, venivano assolti ma per prescrizione. Siamo andati a chiedere ai giudici se per questi comportamenti provati non ci fossero responsabilità dei datori di lavoro, i ministeri appunto. I giudici di Palermo hanno detto che questa responsabilità c´è».
E´ stata anche riconosciuta la lesione al diritto di ottenere giustizia…
«Certo, una giustizia che si può avere soltanto sapendo la verità. Si sa che c´è stata una battaglia aerea quella sera sul Tirreno, in una zona – il punto Condor – che i ministeri dovevano sapere essere un punto pericoloso, dove si incrociavano voli militari. Il disastro poteva essere impedito e poi, una volta avvenuto, decine di dipendenti hanno depistato, contribuendo a creare un grave danno psicologico ai familiari».
Ieri è intervenuto di nuovo il sottosegretario Carlo Giovanardi che nega l´esistenza di una battaglia aerea e ricorda che la Cassazione ha respinto la tesi di Priore.
«Non c´entra nulla la sentenza di Cassazione, che andrebbe spiegata. Questa è la sentenza di un Tribunale civile che doveva sancire la responsabilità o meno dei ministeri per i quali lavoravano decine di persone accusate e poi assolte per prescrizione. Forse Giovanardi continua a mestare nel torbido in tutti questi anni proprio per allontanare l´attenzione su questi processi ai ministeri».
Ci sono ancora speranze di arrivare alla verità?
«Chiedo al governo di fare uno scatto e con una azione diplomatica forte chiedere a paesi amici e alleati di scrivere l´ultimo pezzo di verità. La procura di Roma ha fatto rogatorie verso paesi come la Francia e ancora aspetta le risposte. Solo così lo spessore civile di questa sentenza potrà dispiegarsi davvero».

La Repubblica 13.09.11

“La nostra priorità? Rimotivare i docenti dopo questi anni bui”, di Marco Rossi Doria

La scuola non esiste. Esistono le scuole. Chiedere a un dirigente o a un gruppo di insegnanti cosa serve per dare speranza all’istruzione fa subito i conti con la grande diversità. Le scuole però hanno anche molte cose in comune e l’esperienza dello stare a scuola è universale. Ma contiene una quantità infinita di diversissime esperienze. Richieste, bisogni, capacità, fallimenti, dibattiti, idee. È il cantiere umano più grande e complesso che ci sia. Anche perché è l’unico che tiene insieme le generazioni; e che fa i conti con una questione che riguarda il mondo intero e cioè che tutti abbiamo uguali diritti ma al contempo non siamo affatto uguali. Nelle scuole questo riguarda ogni gesto, parola, intento, azione. Ogni volta.

Qui Roma Filomena Fotia ha la responsabilità di tutte le scuole di Zagarolo, provincia di Roma: dalla scuola d’infanzia fino alla media e poi liceo e istituto professionale. Fa il bilancio partecipato con ragazzi e famiglie, per mostrare come stanno i conti e trovare insieme soluzioni. Sa che anche il personale amministrativo ha disperato bisogno di formazione se no come si amministra nel bel mezzo dei tagli e delle mille maniere necessarie per uscirne.

Da cosa partire? «Partiamo dal rimotivare i docenti», spiega Filomena. «Sono stati depressi da questi anni bui. Ma sanno ripartire. Con loro ho lavorato sul fondare una scuola della seconda opportunità per chi non ce la può fare e sulla riduzione dei bocciati ma senza regalare niente. Come si fa? Si lavora sulle competenze, a partire da quelle irrinunciabili e poi dalla relazione. Questo implica un mutamento profondo degli approcci verso il come si impara e mette al centro il laboratorio ovunque, anche al liceo. C’è un lavoro di accompagnamento dalla scuola d’infanzia fino alla terza media e oltre. Perché i ragazzi hanno anche bisogno di una presa in carico. E dalle famiglie c’è una richiesta di supporto sul come si educa per la vita. Certo, noi dobbiamo restare scuola. Ma c’è un forte bisogno comunitario».

E i soldi? «Io chiedo ai genitori del liceo, come fanno tanti: cento euro l’anno – confessa Filomena, che è di sinistra da sempre e sa che sta rompendo un tabù – . Così posso fare una scuola che sia tale. Tutte cose che vanno direttamente ai ragazzi: laboratori, uscite, progetti costruiti insieme a loro. E sto scoprendo che c’è una delega alla scuola da parte della comunità. Perché quei soldi non vanno a tuo figlio ma a tutti, una ridistribuzione. Ed è un atto di fiducia nuovo, un gesto solidale dal singolo verso l’istituzione che si fa garante. Poi faccio alleanze con gli enti locali, ogni volta che è possibile. Non basta chiedere. C’è da condividere quello che si vuole fare. È politica in senso proprio».

Qui Verona Cambiamo scenario e ci spostiamo a Nord. Ernesto Passante dirige a Verona tre scuole dell’infanzia, tre primarie, due medie e il centro per adulti. Mille adulti e 750 bambini. Il 40% non sono italiani, eppure quasi tutti nati in Italia. Ha diretto un istituto di ricerca pedagogica. Ha un’esperienza di valutazione dei sistemi educativi: «Sono contro lo straripante pessimismo. Oltre ai tagli che ci segano le gambe c’è anche questo diffuso richiamo nostalgico alla scuola che fu. Che affossa ogni spinta in avanti. Ma quando mai torneremo indietro? È cambiato tutto. Bisogna inventare nuove vie». Quali sono le proposte possibili? «Intanto sempre dare dignità al lavoro dei docenti. Ma ci vuole anche un nuovo contratto. Alcuni stanno qui 32 ore e fanno mille cose, altri fanno quel lavoro specifico. Sono entrambi validi. Ma non è la stessa cosa. Poi, formare i gruppi di insegnanti e non i singoli. Ma farlo accompagnando l’azione con la riflessione comune, guidata. Ci sono docenti senior, preparati, che saprebbero farlo, monitorati. E poi tre cicli di studio: 4 + 4 + 4 anni. Con un anno in meno di scuola per tutti. Grande attenzione al sapere di cittadinanza, quello irrinunciabile, da piccoli. E alle superiori un anno per riprendere tutti i fondamentali e curare il metodo. Ma poi semplifichiamo le discipline intorno ai grandi temi della vita nella biosfera e dell’umanità. Che sono le questioni di cerniera del dibattito odierno. Non si possono più fare decine di materie male. E va rivista la corrispondenzaclasse-aula. Ci vuole una differenziazione. Non si tratta di dividere in serie A e

B ma per livelli, interessi, inclinazioni o debolezze. Di ciascuno. Non è facile questo lavoro, i ragazzi ci sfidano. Le famiglie pure. Una volta allentati i conflitti ci chiedono un tempo infinito in cui essere scuola, assistenza, comunità, terapia. Dobbiamo decidere cosa siamo. E siamo scuola. Poi dobbiamo creare tutte le alleanze e darci il giusto tempo per farlo».

La Stampa 13.09.11

"Otto milioni sui banchi. Ed è subito protesta", di Flavia Amabile

La denuncia delle famiglie: mancano 65 mila insegnanti di sostegno, La Flc-Cgil sottolinea il taglio ai bidelli: sono 14.500 in meno rispetto all’anno scorso”. Ritorno a scuola per quasi otto milioni di studenti a partire da ieri. Il ministro dell’Istruzione ha augurato a tutti «in bocca al lupo» e ha provato a lanciare parole di rassicurazione ma sono servite a poco: l’anno si è aperto comunque tra proteste e novità non del tutto piacevoli. I bidelli, ad esempio. Sono stati 14.500 i posti tagliati solo quest’anno, alla fine di un triennio che ha portato ad un calo di quasi 2 bidelli su 10. Risultato? Interi edifici senza nessuno a pulire o vigilare, come denuncia la FlcCgil in un dossier. A Roma i ragazzi di una scuola media del centro saranno invitati a pulire i propri banchi se dovessero sporcarli, alla Carlo Levi di Bari i ragazzi potranno andare in bagno solo per due ore al giorno e alla Vittorio Alfieri già lo scorso anno i genitori vigilavano a turno l’ingresso.

«Gli insegnanti di sostegno sono 94 mila, il picco più alto raggiunto nella scuola italiana», avverte il ministro. Ne mancano oltre 65 mila rispetto alle esigenze, rispondono da «Tutti a scuola», associazione di bambini afflitti da deficit intellettivo e sensoriale che domani scenderanno in piazza a Roma per protestare.

Il Codacons ha avvertito che è ancora alto il rischio di classi-pollaio, gli esempi non mancano: a Roma si è evitata per poco una classe da 42 persone mentre in Umbria da 37 si è riusciti ad arrivare a 31 alunni in classe. Il ministro si difende ricordando che le classi sovraffollate sono «poco più di 2 mila su oltre 340 mila, sono lo 0,6% e non rappresentano l’immagine della scuola italiana».

Nulla da fare per la Gelmini, insomma. Partito l’anno scolastico sono partite comunque anche le proteste. L’appuntamento più importante è per il 7 ottobre con manifestazioni in tutt’Italia ma ieri a Roma in molti sono scesi in piazza. I ragazzi dell’Unione degli studenti hanno organizzato flash mob al Pincio e alla Stazione Termini di Roma. I prof di latino e greco dei licei classici si sono dati appuntamento davanti al ministero con striscioni e megafono per protestare contro la riforma. Secondo i docenti l’unificazione degli insegnamenti di storia e geografia e la riduzione delle ore di italiano non solo fornirà una preparazione minore agli studenti ma ha creato squilibri nell’assegnazione delle cattedre. All’interno delle graduatorie ora entrano docenti di varie materie che concorrono tra loro. «Si crea così – spiegano – una guerra fra poveri per il lavoro che coinvolge Nord e Sud, docenti giovani e di ruolo, tutto a scapito di un settore da tempo alle prese con tagli e ridimensionamenti». La loro protesta è stata ascoltata. I prof di latino e greco hanno incontrato il direttore generale del ministero per il personale che ha ammesso lo squilibrio e promesso che il problema verrà sanato nel 2012.

Il taglio dei fondi alla scuola sarà di 48 milioni di euro rispetto allo scorso anno. Dunque le risorse per l’offerta formativa continuano a essere ridotte. La direttiva 2011 che sarà presentata in commissione Cultura alla Camera prevede uno stanziamento di 78,7 milioni di euro, contro i 126,7 resi disponibili nel 2010. A questo punto anche la Flc-Cgil annuncia un’intensa mobilitazione perché – spiega il segretario generale, Mimmo Pantaleo -«le emergenze organizzative sono tantissime e i dirigenti scolastici, anziché occuparsi del miglioramento della qualità formativa, devono fare salti mortali per garantire che le scuole possano funzionare regolarmente».

La Stampa 13.09.11

"Uscire dall´incubo con l´energia pulita", di Giovanni Valentini

Incidente risolto, allarme cessato. Ci risiamo ancora una volta. Dalla Francia all´Italia, l´incubo nucleare scavalca rapidamente le Alpi, diffondendo paure ancestrali. Ma evidentemente in questo campo le “lezioni” (come gli esami) non finiscono mai. Nella lugubre contabilità dei disastri causati dalla mano dell´uomo un morto e quattro feriti nel sito di stoccaggio delle scorie radioattive a Marcoule, vicino ad Avignone e al confine italiano, costituiscono un bilancio meno grave delle sei vittime provocate nella stessa giornata di ieri dallo scoppio nella fabbrica di fuochi artificiali a Frosinone, vicino a Roma. E probabilmente in entrambi i casi si tratta di fatalità, incuria, imprudenza. Non c´è dubbio, però, che lo spettro della nube nucleare evoca sempre dubbi e angosce più profonde, richiamando il rischio della catastrofe atomica che incombe – come una maledizione biblica – sulle sorti dell´umanità.
Saranno pure scorie o rifiuti quelli che si sono incendiati e hanno provocato l´esplosione nel sito a sud della Francia. E sarà pure vero, come si sono affrettati a distinguere i portavoce della lobby d´Oltralpe, che questo è “un incidente industriale” piuttosto che un incidente nucleare. Resta tuttavia la preoccupazione che quando si parla di sostanze radioattive nessuno sa mai bene qual è e quale può essere la portata dell´incidente, quali gli effetti e le conseguenze.
La tragica “lezione” di Fukushima insegna. La prima preoccupazione ricorrente in questi casi è quella di negare, smentire, ridimensionare, rassicurare, tranquillizzare. Eppure, l´esperienza ancora recente del disastro giapponese ammonisce che quando si ha a che fare con i danni prodotti dall´energia atomica le cautele non sono mai troppe, le precauzioni e i controlli non bastano mai.
Ma, al di là del suo eventuale impatto effettivo sul territorio e sulla salute della popolazione, l´”incidente industriale” di Marcoule ripropone un problema di sicurezza che non riguarda soltanto la Francia o, per la sua vicinanza, l´Italia, bensì l´intera comunità europea. All´indomani del disastro di Fukushima, molti Paesi – a cominciare dalla ricca e potente Germania – annunciarono un´immediata verifica dei propri impianti, la chiusura di quelli più obsoleti e comunque la riduzione dei loro programmi nucleari o addirittura l´uscita definitiva. È tempo ormai di passare dalle parole ai fatti e anche qui di mantenere gli impegni.
La svolta della “green economy”, a favore dell´energia pulita, non è più rinviabile. Né l´Occidente progredito ed evoluto può legittimamente pretendere dai Paesi emergenti il rispetto dei parametri o degli standard ambientali, se non è in grado di dare il buon esempio adottando un modello di sviluppo virtuoso e sostenibile: cioè compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Lo “spread” finanziario fra i titoli di Stato rappresenta senz´altro un valore importante di cui tener conto, ma quello energetico e quello ecologico non sono certamente da meno: altrimenti, si fa dumping, concorrenza sleale.
In questa direzione, il Belpaese può ambire a svolgere un ruolo di orientamento e di guida. Abbiamo il più alto debito pubblico d´Europa, ma abbiamo anche il più grande patrimonio storico e culturale del mondo. E abbiamo, soprattutto, le maggiori risorse naturali e paesaggistiche del Vecchio Continente. A Bruxelles il nostro presidente del Consiglio dovrebbe andare, magari senza sottrarsi ai magistrati che chiedono di ascoltarlo sulle sue vicende giudiziarie personali, non solo per difendere doverosamente i nostri interessi economici, ma anche per rivendicare autorevolmente il primato di un´identità nazionale che appartiene a tutto il popolo italiano.
La questione energetica, anche per merito del recente referendum contro il nucleare, fa parte integrante di questo discorso. Quella che in passato è stata erroneamente rappresentata come una nostra debolezza, un handicap, un´arretratezza, in realtà può costituire un punto di forza. E anche un motivo di legittimo orgoglio.
Dentro o fuori i confini dell´Europa, non c´è progresso senza sicurezza. Non c´è sviluppo senza rispetto per la persona umana. Coniata la moneta unica, dobbiamo introdurre ora l´energia unica, fondata sulle fonti pulite, alternative, rinnovabili.

La Repubblica 13.09.11

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“L´incubo delle discariche atomiche in Italia 300 ettari di scorie eterne”, di Antonio Cianciullo

La Ue ci impone di metterle in sicurezza entro il 2015. «AAA cercasi cimitero radioattivo per 80-90 mila metri cubi di sostanze radioattive». Il referendum dello scorso giugno ha sepolto il ritorno dell´atomo ma non ha potuto risolvere tutti i problemi accumulati in una breve stagione nucleare. In Italia non esistono impianti come quello di Marcoule, con il forno per la fusione di metalli a bassa radioattività. In compenso ci sono le scorie inviate all´estero per il cosiddetto ritrattamento (serve a ridurre i volumi ed estrarre l´uranio) che devono ancora tornare; quelle che devono ancora partire; quelle che devono ancora prodursi perché nasceranno dallo smantellamento delle quattro centrali nucleari chiuse dopo il referendum del 1987.
L´Italia combatte da tre decenni con il problema dei materiali contaminati dalla radioattività e la soluzione non si intravede ancora. Negli anni Ottanta avevamo cominciato a inviarli a Windscale, un centro di trattamento in Gran Bretagna che nel 1981 ha adottato il nome di Sellafield tentando di cancellare la memoria degli incidenti che si erano susseguiti. Stanno sempre lì e prima o poi si porrà la questione del rientro.
Nel 2007 è stato firmato un altro accordo, questa volta con la Francia che si è impegnata ad accogliere nel centro di La Hague 235 tonnellate di combustibile irraggiato. Il trasporto non è ancora completato: manca il 2 per cento delle barre che verrà spedito entro il prossimo anno. Il cammino di ritorno dei materiali – vetrificati, ma sempre radioattivi – dovrebbe avvenire tra il 2020 e il 2025.
Infine c´è il problema delle vecchie centrali, attorno alle quali non si è ancora spenta la protesta. In particolare a Trino Vercellese, con le sue scorie appena sette metri più alte delle acque del Po: una piena eccezionale potrebbe portarle via.
La Sogin, la società che ha il compito di gestire i rifiuti nucleari e lo smantellamento delle centrali, ricorda che entro il 2015, secondo la direttiva europea, dovrà essere pronto il piano per la messa in sicurezza dei depositi nucleari in cui affluiranno anche i materiali radioattivi provenienti dal circuito ospedaliero. Per costruire la discarica nucleare italiana servono 300 ettari poggiati su uno strato geologico impermeabile: si sceglierà tra una rosa di 50 candidati.
L´operazione è necessaria perché al momento i rifiuti radioattivi non hanno fissa dimora: in parte sono rimasti all´interno delle centrali; in parte vengono conservati in forma liquida a Saluggia, in un sito che – nonostante la costruzione di un muro di recinzione – è in una situazione resa precaria dalla vicinanza con la Dora Baltea e dalle frequenti inondazioni della zona.
Quando si riuscirà a risolvere il problema e quanto ci costerà? «Il decommissioning dei siti nucleari italiani, che realizzeremo entro il 2020, costerà 6 miliardi di euro: tutte le centrali spariranno e sui siti tornerà un prato», afferma Giuseppe Nucci, amministratore delegato di Sogin. «Si tratta di un progetto che ridurrà fortemente il rischio perché metterà in sicurezza materiali che oggi sono sparsi in siti non pensati per questa funzione».
«Scontiamo ancora gli errori del passato: portare i rifiuti radioattivi all´estero non solo non risolve in alcun modo la questione della sistemazione delle scorie, ma rappresenta una fonte di inquinamento e di rischio nucleare durante le fasi di trasporto», replica Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. «Il ritrattamento serve non alla sicurezza ma a recuperare uranio e plutonio dalle barre esauste per creare nuovo combustibile o armi nucleari».

La Repubblica 13.09.11

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“La vita con la maschera dei bimbi di Fukushima”, di Ilaria Maria Sala

Con i suoi trecentomila abitanti, Koriyama, nella prefettura di Fukushima, è parte di un Giappone di provincia semi invisibile. Non c’è l’allegria di Osaka o gli splendori di Kyoto, non c’è la ricchezza culturale e materiale della metropoli tokyoita e delle città che la circondano: è un piccolo centro industriale che lavora, e che malgrado i suoi edifici moderni resta attaccato alla terra. Allontanandosi dal centro si passa da una periferia modesta alla campagna: siamo in una regione agricola, famosa per il riso e la frutta (le pere in particolare), e per la verità, poco altro. Una città che non cercava pubblicità.

Poi è arrivato l’11 marzo 2011, il terremoto, lo tsunami, e la distruzione della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, e la schiva Koriyama si è ritrovata nell’occhio del ciclone. Il terremoto qui ha fatto un solo morto, ma si è lasciato dietro molti danni: oggi la maggior parte delle case troppo danneggiate per essere riparate sono state demolite, ma si vedono ancora edifici ricoperti di plastica che vengono rimessi in sesto, e dei cartelli attaccati alle porte con scritto «ispezionato». Se sono verdi, significa che l’edificio sarà salvo. Rosa, e verrà abbattuto.

Ma questo è niente. Quello che è grave, a Koriyama, è il trovarsi a 50 chilometri dalla centrale atomica esplosa: fuori dal raggio di evacuazione obbligatoria, fuori dalla zona più pericolosa, ma in un territorio ricoperto di «punti caldi», dove le radiazioni sono più alte del dovuto, e i rischi, per ora, un mistero che si cerca di penetrare malgrado la scarsità di informazioni disponibili. Koriyama è sufficientemente al sicuro da aver ricevuto 2000 sfollati che abitavano in prossimità della centrale, e che ora vivono in file di prefabbricati bianchi che emanano desolazione. Ogni tanto si notano gli adesivi che dicono «gambaré Fukushima!», qualcosa come «coraggio, Fukushima!».

Oggi i livelli di radiazioni, dopo aver raggiunto punte inquietanti in aprile, non dovrebbero presentare rischi per la salute degli adulti, ma i bambini, più sensibili alla radioattività, devono invece essere protetti. «Durante l’estate, tutti i cortili e i campi da gioco delle scuole sono stati “grattati”, per togliere il suolo di superficie che conteneva più materiale radioattivo», dice Anne Kaneko, amministratrice di un’azienda di cartone per imballaggi. «Di quanto? Non si sa: si pensa che sia di circa cinque centimetri, ma questa è una delle tante cose che non sappiamo con sicurezza. La terra grattata è stata messa in un angolo, e ricoperta con dei grossi teloni di plastica, fintanto che non si saprà cosa farne».

Un’operazione che migliora solo in parte la situazione, dal momento che i bambini più piccoli, in ogni caso, hanno il permesso di giocare all’aperto solo per un’ora al giorno. Tomoko Sakuta, maestra e madre di una ragazzina di otto anni, spiega che «ogni mattina, prima di far uscire mia figlia, guardo la televisione per controllare il livello delle radiazioni. Fino ai dieci anni, i bambini devono andare e tornare da scuola con una mascherina, per evitare di inalare particelle radioattive che potrebbero interferire con il loro sviluppo. Ho dovuto spiegare a mia figlia che non può toccare la terra, e nessuna pianta, che non si deve avvicinare al fiume che c’è dietro casa, che è pericoloso anche toccare un fiore. Mi sembra che mi ascolti», dice.

Per cercare di calmare l’inevitabile ansia, la prefettura di Fukushima ha organizzato durante l’estate degli incontri fra medici e genitori per spiegare quello che era successo e le possibili conseguenze: «Ma i medici non è che fossero esperti in queste cose. Erano stati chiamati a loro volta a Tokyo, per un seminario, e al ritorno ci hanno detto quello che avevano imparato», dice la signora Sakuta. «Prima del seminario, non sapevo che la bambina non dovesse toccare l’erba», sospira. Proprio mentre parla, la ragazzina torna da scuola, cappellino in testa e mascherina che le copre il volto. «Lo sai perché devi stare coperta?», le chiede la mamma. «C’è una cosa chimica nell’aria che fa male», dice la piccola, e scappa via buttando in terra mascherina e cappellino.

Per un’altra mamma la situazione è più complessa: «Io ho due ragazzi, uno di sette e l’altro di tredici anni. Ho l’impressione di star tenendo in gabbia dei grossi cani irrequieti, che sbattono contro le pareti per l’impazienza di uscire. Durante l’estate potevano uscire solo un’ora a settimana, le radiazioni erano più alte di adesso, e credevo che saremmo impazziti tutti. Adesso è consentita una passeggiata fino a un’ora al giorno».

Per tutte le mamme, poi, c’è l’ansia del cibo. Prima cosa ad essere stata eliminata, l’acqua del rubinetto, poi a seconda di quello che dice il giornale si evita un alimento o l’altro: «Qui, siamo sempre stati fieri dei nostri agricoltori, e adesso li vediamo andare in bancarotta. Vorrei sostenerli, ma se poi compro cose che fanno male alla mia bambina?», si chiede Sakuta, tormentata e sfiduciata. «Per i pasti scolastici, però, voglio fidarmi, non ho altra scelta: non tutti possono semplicemente partire», dice.

Altrove, non è così: come la signora Toshiko Yasuda, di Yokohama, che ha creato un gruppo di mamme che si oppone alla presenza di alimenti di Fukushima nelle mense delle elementari, l’Associazione per proteggere i bambini di Yokohama dalle radiazioni. Per ora la scuola, e il ministero dell’Educazione, sembrano indifferenti alla loro inquietudine ma, come dice il sito web dell’Associazione di Yokohama, non possono essere i bambini, o le loro mamme, a preoccuparsi del reddito dei contadini di Fukushima. Per ora, il governo non sta ascoltando.

La Stampa 13.09.11

"Piazza Affari è l'ora dell'angoscia", di Francesco Manacorda

In luglio dominava la preoccupazione; in agosto, sull’onda della manovra straordinaria, era spuntata la timida speranza che qualcosa cambiasse davvero. Adesso, invece, è l’ora dell’angoscia. Nella City milanese, tra gli uomini che ogni giorno guidano la finanza e l’economia di casa nostra, il rientro dalle ferie è stato amaro: i timori di qualche settimana fa hanno lasciato il posto a un sentimento più profondo e palpabile. Lo alimenta la sensazione di essere dentro una caduta senza freni, senza fondo e senza fine come quella di Piazza Affari, che solo nell’ultimo mese ha perso quasi il 12%, in un semestre poco meno del 40%. Lo rafforza ieri il giudizio senza sfumature che arriva dall’asta dei Bot dove i rendimenti schizzano oltre il 4%.

Lo conferma lo «spread» tra i Btp italiani e i Bund tedeschi – la sirena d’allarme che in questi mesi tutti abbiamo imparato a conoscere e temere -, tornato vicino al livello di assoluto pericolo dei 400 punti.

E’ vero – si spiegano da mesi l’uno con l’altro i protagonisti dell’economia che la tempesta è globale e tocca anche l’economia reale degli Usa; è vero che la crisi dei debiti sovrani si sta trasformando in una crisi del sistema bancario europeo; ed è vero anche che, sebbene l’Europa stia esponendo al mondo il suo peccato originale di un deficit politico, l’Italia non può fare la fine della Grecia perché ha un sistema assai più robusto e conti pubblici più in ordine. Eppure proprio l’innesto su questa crisi globale di un deficit di credibilità italiana che appare ormai conclamato – e acuito, invece che sopito, dal balletto estivo delle manovre a ripetizione – rischia di presentare al nostro Paese un conto tra i più salati, vanificando anche parte degli effetti della manovra. Un esempio? Il solo aumento dei tassi dei Bot annuali di ieri, circa un punto su 7,5 miliardi, costerà 75 milioni di euro l’anno di maggiori interessi, mentre il contributo di solidarietà del 3% previsto dalla manovra sui redditi sopra i 300 mila euro dovrebbe portare nel 2012 appena 35 milioni nelle casse pubbliche.

Le grandi banche italiane franano in Borsa, pur essendo probabilmente più sane, e con bilanci più leggibili, delle loro omologhe francesi e tedesche perché i mercati temono quel debito sovrano tricolore che sta nelle loro casse. L’economia reale non vede ancora una crisi galoppante, ma i primi segnali che il 2011 sarà un anno molto diverso da quello che l’industria si aspettava ci sono tutti. Segnali certificati proprio ieri dal primo calo anno su anno – dopo diciannove mesi in crescita – della produzione industriale. Rallenta l’export verso mercati tradizionalmente forti come Usa e Germania; s’incominciano ad avvertire tensioni sul costo del denaro; un settore portante come quello delle costruzioni ha subìto uno stop evidente, assicurano gli operatori. Le misure per la crescita devono ancora venire, mentre la manovra in arrivo avrà di sicuro qualche ricaduta recessiva. I bilanci di quest’anno – per tutti – si faranno soprattutto tagliando i costi, non certo puntando ad aumentare i ricavi. Nel mondo finanziario chi può permetterselo farà altre drastiche pulizie di bilancio, in attesa di un periodo che si annuncia tutt’altro che tranquillo.

Tante sicurezze sono saltate: il banchiere che lo scorso inverno spiegava allegro di aver investito una piccola parte del suo considerevole patrimonio in titoli di Stato greci, «perché danno rendimenti fantastici e figuriamoci se faranno mai default», adesso s’interroga sulla saggezza delle sue scelte e per sicurezza sta alla larga anche da quelli italiani. Chi prima delle ferie d’agosto aveva tentato il colpo con qualche acquisto in Borsa, pensando di aver già visto il peggio, ha dovuto ricredersi e prendere atto delle perdite. Nelle grandi banche d’affari e negli studi legali – dove pure i periodi di crisi davano in passato ottime opportunità di business – i telefoni squillano assai meno di un paio di mesi fa. Gli investitori stranieri non si fanno più vivi con la stessa frequenza: preferiscono aspettare per capire meglio che fine farà l’Italia nella tempesta globale.

Anche i nostri produttori e uomini della finanza, disorientati dalle crisi, cercano di capire dove, come e quando se ne uscirà. Se guardano al quadro globale sperano quasi che il morbo che ha colpito Grecia, Italia e Spagna si propaghi al più presto alle banche francesi e tedesche – e a Parigi già ieri se ne è avuta più di un’avvisaglia – convinti che solo così i due azionisti di maggioranza dell’Europa si decideranno a muoversi, colmando il vuoto politico che affligge l’Unione. Se guardano all’Italia chiedono un cambio di passo: che sia un governo tecnico o di solidarietà nazionale in fondo per loro poco importa. Quel che conta è provare a chiudere almeno quel deficit di credibilità che aggrava il peso della crisi.

La Stampa 13.09.11

"Berlusconi sconfitto sulle dieci domande" di Ezio Mauro

Silvio Berlusconi ha perso. Per togliere di mezzo le dieci domande che Repubblica con Giuseppe D´Avanzo gli ha rivolto ogni giorno per sei mesi (chiedendogli conto di bugie e falsità sullo scandalo del “ciarpame politico” sollevato dalla first lady per lo scambio tra candidature e favori sessuali) il Presidente del Consiglio aveva denunciato il nostro giornale per diffamazione, chiedendo una condanna a un milione di euro per danni al suo onore e alla sua reputazione. La sentenza del Tribunale di Roma respinge la richiesta di risarcimento del Capo del governo (e anzi lo condanna a rifondere le spese processuali) con questa motivazione: le dieci domande “costituiscono legittimo esercizio del diritto di critica e lecita manifestazione della libertà di pensiero e di opinione garantita dall´articolo 21 della Costituzione”.
Il caso senza precedenti di un leader politico che denuncia delle domande, perché non può rispondere, ha fatto il giro del mondo, così come gli insulti del Premier ai nostri giornalisti e il suo invito agli industriali a boicottare la pubblicità su Repubblica. Tutto inutile. Perché il tribunale ha stabilito che è legittimo anche in Italia – per un giornale che intenda farlo – svelare le menzogne del potere e chiederne conto, è legittimo incalzare un Premier su vicende poco chiare finché non si assuma la responsabilità di spiegarle davanti alla pubblica opinione. La pretesa di Berlusconi di soffocare un´inchiesta scomoda e di zittire un giornale è stata sconfitta.Ma è stato respinto anche il tentativo di delegittimare il ruolo della stampa, con il timbro della magistratura. Il Presidente del Consiglio aveva infatti definito le dieci domande “retoriche, diffamatorie e discreditanti”. La sentenza le considera invece espressione del diritto di cronaca e del diritto di critica, le giudica “fondate su un solido nucleo di veridicità”, le ritiene “civili” e “corrette”. Soprattutto, la sentenza sancisce che “in un Paese democratico è diritto-dovere della stampa chiedere conto e ragione dei propri comportamenti a chi ricopre cariche politiche e di governo” in modo che i cittadini possano giudicare l´uomo pubblico “non solo sull´attività svolta, ma anche con riferimento al suo patrimonio etico e alla coerenza dei comportamenti”.
È quello che Repubblica e D´Avanzo hanno sostenuto in questa battaglia giornalistica. Che oggi continua, perché nel mezzo della crisi ci sono molti altri punti oscuri che attendono dal Premier qualche risposta. A risentirci.

La Repubblia 13.09.11

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“L’Italia dell’egocrate verso il baratro”, di FRANCO CORDERO

Visto da fuori, l´attuale presidente del Consiglio è presto definito, un contraffattore sistematico: falsifica, froda, plagia, corrompe; da quando siede al governo, tenta anche d´estorcere (gli accordino l´impunità o devasta i sistemi). Ma nasce un quesito: fin dove sappia d´essere falsario e soperchiatore; se lo sapesse, ragionatore freddo, non sarebbe caso psichiatrico; e lo è, caso scolastico. Il nome latino, dementia paranoides, figura nel titolo d´un saggio freudiano 1911, la cui materia somministra memorie del dr Daniel Paul Schreber, magistrato tedesco affetto da disturbi mentali. Rex Berlusco, egolatra imperialista, barcolla sotto il peso d´un Ego elefantiaco, assordante, voracissimo: nel suo universo non esistono persone rispettabili, né valori o fatti obiettivi; gli scenari fluttuano. Se l´ha detta lui, e finché la dica, una cosa è reale, ad esempio, che l´Italia abbia economia sana e prospettive fauste, sebbene gli avvenimenti suonino musiche funeree. Lo stesso meccanismo sviluppa valutazioni pseudomorali: essendo lui sovranamente giusto, tale risulta ogni suo atto; pleno iure, dunque, comprava la sentenza che gli porta in casa il colosso dell´editoria italiana; e ulula vedendosi condannato a risarcire i danni. Sul piano estetico converte serate postribolari in passatempi spirituali. Gode d´un culto, s´infuria contro chiunque resista, scaglia atroci invettive, ogni tanto piagnucola. Nel genere nefasto è storia cospicua. Fuori della cerchia intima resta ignota l´origine dei capitali che investiva nell´industria edile. Nessun dubbio, invece, su come diventi monopolista delle televisioni commerciali, oltre ogni limite legale: pagava una canaille governativa; travolti costoro da purghe penali, salta in politica; l´ordigno televisivo cattura a milioni teste malleabili. L´exploit riesce contro avversari inetti: l´uomo venuto dal niente governa sei mesi, cade e nei sei anni d´opposizione (dicembre 1994-marzo 2001) diventa egemone; da allora mira al dominio assoluto, quasi fossimo una monarchia dell´Africa nera. Salta agli occhi l´impronta psicotica.
Ascesa sbalorditiva, incubava i semi del disastro. Come mai, è presto detto: un megalomane narciso, fotografato in pose nere da gangster marsigliese, furbissimo, molto temibile ma fortunatamente stupido, non diventa d´incanto statista; fosse lucido, starebbe tra le quinte, protetto da lobby; la discesa in campo segnala una coazione morbosa a riempire il palco. Non riesce a contenersi. Segue l´inevitabile: con quel passato, ha tanto da perdere nella lunga guerra giudiziaria; lo svelano pirata i tentativi d´affatturarsi un´assurda immunità. Al governo fa la figura del portantino ubriaco che irrompa nella sala operatoria impugnando un bisturi: non sa dove cominci il mestiere praticato da Cavour, Depretis, Giolitti, De Gasperi; la frode sotto forme giocose è l´unica sua arte. Quando anche sapesse il da farsi, lo farebbe accidentalmente perché in via principale coltiva interessi privati, secondo logiche d´affarismo disinvolto intuibili dal programma: Stato poco visibile, fisco magnanimo, «arricchitevi» (slogan corrente nella monarchia orléanista); en passant, con una piccola legge ad se ipsum liquida in 4 o 5 milioni i 300 d´un debito fiscale Mondadori. Se colpito da improvvisa metànoia, diventasse asceta del buon governo, finirebbe in una comoda clinica. Non può cambiare linea. In tema d´economia e ideologie docet ancora Marx. L´antropologo curioso sfogli le fotografie: da sinistra siedono al tavolo Marcello Dell´Utri, Flavio Carboni, Pasquale Lombardi, Arcangelo Martino, gentiluomini P3 (qui, 30 agosto, pp. 16-17); Dell´Utri scambia pensieri profondi col crinito-leonino Denis Verdini, ex macellaio, ora triumviro Pdl e discusso banchiere (2 settembre, pp. 16-17); inter alia, l´ancora più avventuroso Carboni possiede discariche tossiche da cui caverà l´oro muovendo pedine politiche (3 settembre, p. 17); la P3 esiste a tal fine. Sono o no icone istruttive? L´arte del corrompere è il motore immobile del Brave New World: l´Egocrate vi lavora; ha bandito una crociata della privacy affinché gli affari delicati corrano sicuri nei telefoni.
L´Italia berlusconiana era geneticamente destinata alla bancarotta: prima o poi, questione d´anni; deperiva a vista d´occhio sotto un incipiente festoso marasma, mentre lui le cantava quanto bene stesse. La crisi planetaria gli guasta il refrain. Dapprima la nega e istiga i poveri diavoli a spendere indebitandosi: dopo un paio d´anni se ne accorge; infine apre gli occhi, brutalmente scosso dalle lettere in cui Ue, Bce, Angela Merkel gl´intimano il risanamento del colossale debito pubblico, da intavolare subito, con riforme strutturali, in termini credibili, faute de quoi l´Italia, malato d´Europa, sarebbe fair game dei lupi in borsa. S´era illuso d´uscire indenne con una manovra da quaranta miliardi, lasciando furbescamente lacrime e sudore ai successori. Stordito dal colpo, la ricalcola in sessanta, non sapendo dove pigliarli: tre testi successivi variano i contenuti, secondo calcoli elettorali e veti leghisti; il pastiche appare sospetto; vedi l´ipotesi ottimistica d´una caccia agli evasori, che porti i miliardi in difetto. Il quarto testo viene fuori, blindato dalla fiducia, nello spavento del lunedì borsistico 5 settembre. Riconsideriamo il precedente tedesco 30 settembre 1938: Chamberlain e Daladier portano i Sudeti a Hitler, sventando un complotto; dei dissidenti volevano deporlo quale guerrafondaio demente, tale dichiarato dai periti. A due passi dalla catastrofe Silvius Caesar s´era definito «l´uomo della crescita» e volerebbe alle stelle se ricchi benefattori prendessero a loro carico i debiti italiani, ma non ci sarà una seconda Monaco; in Europa, anzi nell´intero pianeta, lo conoscono tutti: governo B. significa paese gaglioffo, magliaro, bancarottiero. Forse siamo alle battute conclusive della storia: come lo strapotente pirata, editore dominante, padrone d´un impero televisivo, forte d´un voto plebiscitario, in soli tre anni riesca ad affondarsi; nella cabala mazziniana esistono gli angeli delle nazioni e vegliavano sulla sciagurata Italia. Più sobriamente direi, consola sapere che i cervelli pensanti contino ancora qualcosa.

La Repubblica 13.09.11