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Scuola, Pd: primo giorno nel caos, Gelmini peggior ministro della Repubblica

Ghizzoni: oggi fotografia del dramma in cui il Governo ha cacciato l’istruzione. “Il primo giorno di scuola è la fotografia del dramma in cui questo governo ha cacciato la nostra istruzione pubblica. Tra le proteste di presidi, professori, studenti e famiglie si è avviato oggi un altro anno scolastico all’insegna dell’incertezza: pochi fondi, precarietà, classi pollaio e ancora il tentativo becero di impedire alla scuola di essere luogo di reale inclusione. Per il ministro Gelmini quella di oggi è un’ennesima bocciatura che lo farà di sicuro ricordare come il peggiore ministro dell’istruzione della nostra Repubblica”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

"La riforma Gelmini è fallita, ecco da dove ripartire", di Giovanni Bachelet

Come vediamo dalla caotica apertura di questo anno scolastico, la fallimentare politica della Gelmini riguardo al personale, combinata a riduzionidell’offerta formativa ammantate del nome di riforma, ha precluso ogni prospettiva di pianificazione, reclutamento e autentica riforma, schiacciando la scuola sull’emergenza dei precari, dei continui accorpamenti, delle classi pollaio.
Il Forum nazionale politiche dell’Istruzione del Pd, negli ultimi 2 anni, ha cercato di non lasciarsi intrappolare da questo drammatico presente e guardare al futuro, in un comune sforzo di approfondimento e progettualità con esperti, associazioni professionali, sindacati, movimenti variamente collegati al mondo della scuola, partiti di opposizione. Attraverso gruppi di lavoro e riunioni plenarie abbiamo affrontato il tema di una seria valutazione dell’intero sistema scolastico (luglio 2010) collocandola nel quadro di una futura riscossa della scuola (25-26 settembre 2010) basata su risorse, strutture, valutazione di rango europeo; su interventi organici di contrasto alla dispersione ed educazione all’interculturalità per i cittadini di domani, dalla primissima infanzia al cruciale passaggio delle medie e del primo biennio superiore; e, ultima solo in ordine di elencazione, sulla piena attuazione dell’autonomia scolastica e del Titolo V della Costituzione, cui è stata dedicata un’apposita sessione plenaria (15-16 gennaio 2011). Questo lavoro ha consentito al Pd di formulare le 10 proposte per la scuola di domani approvate dall’assemblea nazionale di Varese (ottobre 2010), confluite nel piano nazionale per le riforme (aprile 2011). Su queste basi il Pd ha affrontato con critiche puntuali e costruttive (oltre alle doverose proteste) sia l’impianto generale delle cosiddette riforme, sia le iniziative propagandistiche messe in campo dal Ministro in relazione a problemi reali, come la circolare del 30% del 2010 legata all’alta concentrazione di studenti stranieri in una singola classe, o la raffica di “conati” valutativi del 2011, i cui punti deboli erano il sistematico definanziamento dell’Invalsi, la sua non terzietà rispetto al Ministero, l’assenza di un progetto credibile e adeguatamente finanziato di valutazione e sostegno al sistema scolastico nel suo complesso. Il percorso del Forum ha avuto anche il merito di mettere in luce una mancanza altrettanto grave dei tagli e della politica del personale, e, insieme, una possibile via d’uscita dallo strangolamento economico e organizzativo del duo Tremonti-Gelmini. La mancanza grave è che in tre anni di governo nessun progresso c’è stato né verso il completamento dell’autonomia scolastica, né verso l’attuazione del Titolo V della Costituzione: a fronte di chiacchiere e sparate “federaliste” è anzi corrisposto da parte del Miur un diluvio di norme e circolari centralistiche, che rendevano la vita impossibile a scuole e dirigenti virtuosi senza intaccare, dove ci sono, distorsioni e cattive abitudini. In tempi di ristrettezze economiche e difficoltà a quadrare i conti dello Stato (tragicamente peggiorati negli ultimi tre anni, malgrado i tagli selvaggi alla scuola), una via d’uscita per il rilancio della scuola potrebbe essere la rimessa in moto dell’autonomia scolastica e del Titolo V: restituendo alla scuola le risorse imprudentemente sottratte, sí, ma non al Ministero, bensí agli enti locali e alle scuole autonome.
Attraverso un’assennata applicazione del principio di sussidiarietà già oggi alcune regioni, province, comuni hanno, con gravi sacrifici, mantenuto un’offerta formativa di qualità, malgrado i tremendi tagli. Qui non parliamo del buono scuola, che è servito ad abbattere il costo delle rette ai ricchi e non rientra nell’orizzonte del Pd; parliamo invece di un governo locale capace di coinvolgere, sostenere e coordinare, dopo un rigoroso accreditamento, l’offerta formativa di tutte le risorse scolastiche presenti sul territorio. In questo spirito il ripristino del modulo alle elementari o del piano nazionale informatica alle superiori potrebbe avvenire rifinanziando e responsabilizzando adeguatamente sia l’autonomia scolastica sia gli enti locali, anziché emettendo un nuovo editto ministeriale che, dopo anni di gestazione, stabilisca di nuovo con infinito dettaglio orari, programmi, curricula uguali per tutti, in barba a un’Europa che da anni parla di
obbiettivi formativi e competenze di uscita. Questa ipotesi ha spinto il Forum ad un approfondimento, appena pubblicato sul sito, dei «Lep» (livelli essenziali delle prestazioni), garanzia di uguaglianza e giustizia sociale nel passaggio al futuro regime di autonoma imposizione fiscale e gestione dell’offerta formativa interamente regionali. La terza assemblea plenaria del Forum fra circa un mese, il 15 e 16 ottobre a Roma, si occuperà a tutto tondo della figura del docente, che Bersani ha giustamente definito eroe del nostro tempo: oggi maltrattato e insultato, domani protagonista della riscossa di una scuola pubblica ormai allo stremo.

L’Unità 12.09.11

Borse europee a picco, spread italiano vola

Forte calo per la Borsa di Milano a metà seduta, con gli indici scesi ai nuovi minimi da due anni e mezzo sui timori per un default della Grecia. Il Ftse Mib cede il 3,8% a 13.489 punti e l’All Share il 3,61% a 14.377; in Europa solo Parigi perde più di Milano, con la scure del taglio di rating da parte di Moody’s che pende sulle banche francesi: al giro di boa di metà giornata è a -4,7%. vanno a picco i titoli delle banche: Bnp Paribas lascia sul terreno oltre il 13%, Societe Generale e Credit Agricole del 9%. Rimane alto il differenziale Btp-Bund, fermo intorno ai 375 punti; attesa in rosso anche l’apertura di Wall Street.

A piazza Affari soffrono, in particolare, le banche, a causa di voci di un possibile dclassamento delle banche francesi che penalizza maggiormente il settore del credito: Unicredit, che in mattinata era stata congelata al ribasso, cede il 7,21% e Intesa Sanpaolo il 6,31%. Peggiorano anche le popolare, con Bpm -2,03% e Ubi Banca -2,26%; in risalita Mps (-0,32%) dopo l’annuncio di una cessione. Peggiora anche Fonsai, di nuovo sospesa per eccesso di ribasso con un teorico -7,06%; Generali cede il 2,74%. In campo energetico in calo Eni (-3,29%) ed Enel (-3,18%); giù anche A2a (-4,28%). Peggiora anche Buzzi (-5,31%). Tra gli industriali, Fiat cede il 4,42% e Fiat Industrial (-5,49%). Flessioni sull’intero listino principale, con telecom -3,98% e Mediaset -3,82%.

AVVIO IN CALO
Stamane all’avvio delle contrattazioni il FtseMib registrava una flessione del 2,9% a 13.607 punti, per poi perdere oltre il 3% con le prime contrattazioni, mentre il Ftse All Share perdeva il 2,77% a 14.508 punti. Apertura in forte calo anche per le altre Borse europee: l’Ftse 100 di Londra -2,21%, Dax di
Francoforte -2,39%, Cac 40 di Parigi -2,76%, mentre l’Ibex-35 di Madrid cede il 2,21%% a 7.735,4 punti.

Sale la tensione anche sui titoli di Stato italiani. Lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi è a 378 punti base a circa due ore dall’apertura dei mercati europei, per poi attestarsi a 375 punti. Il rendimento dei Btp è al 5,52%. Il differenziale tra Bonos spagnoli e Bund tedeschi è invece a 348 punti base.

Ennesima giornata di tensione in Europa sull’onda della crisi del debito sovrano e oggi in particolare per la debolezza della Grecia. L’eventualità di un default ‘pilotatò di Atene, rimbalzato dalle indiscrezioni della stampa tedesca, ha colpito di nuovo le banche e quelle francesi in modo ancora più marcato.

ATENE – Nella culla e nell’epicentro della crisi del debito europea si avvertono decisi ribassi in Borsa, che soffre forti incertezze sul salvataggio della Grecia. Fin dall’avvio di seduta, il principale indice della Borsa ellenica, Athens Stock Exchange (Ase), ha segnato perdite consistenti, superiori al 3% per poi ampliare il ribasso al 4,5%. A pesare sui listini sono soprattutto le vendite sui bancari, a partire da National Bank of Greece e Alpha Bank, in un mercato che vede più concreto il rischio di un collasso finanziario di Atene, a dispetto della nuova manovra di austerity varata dal governo greco. Per gli analisti di Moody’s, le ipotesi che la Grecia possa fallire a causa del debito pubblico sono cresciute di nuovo, dal momento che «la crisi dovuta al debito sovrano dell’area dell’euro è ancora lontana da trovare una soluzione». Sotto pressione i titoli ellenici con i tassi di rendimento dei bond a 2 e 10 anni schizzati a nuovi massimi dai tempi dell’introduzione dell’euro.

BRUXELLES – Dalla capitale europea si cerca di gettare acqua sul fuoco. Lo scenario di default non è in agenda, si affrettano a dire mentre i mercati crollano: la Commissione «non sta lavorando» su questa ipotesi, dice Amadeu Altafaj, portavoce del commissario per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn. «È una questione di impegno politico» – conclude – assunto nei confronti di Atene.

LONDRA – Il FTSE 100, il principale listino borsistico europeo, è in debole recupero dopo un’altra apertura al ribasso. A inizio giornata il London Stock Exchange segnava infatti un netto -2,5%. Verso mezzogiorno, però, le perdite si sono ridotte e oscillano intorno al 2%. Al centro delle preoccupazioni della City la crisi del debito sovrano – Grecia in testa. «Stiamo tenendo d’occhio solo e soltanto la Grecia», afferma Satoshi Tate, trader di valute alla Mizuho Corporate Bank. «La situazione sta diventando seria e tutti sono preoccupati per come andr… a finire». «I funzionari tedeschi paiono aver scelto un atteggiamento distruttivo e in pubblico si parla apertamente di un default della Grecia o persino la sua uscita dall’euro. Non ce la possiamo prendere coi mercati per quest’ultima corsa ai bunker e agli elmetti».

BERLINO – Dopo una partenza in forte calo, l’indice Dax dei 30 principali titoli quotati alla Borsa di Francoforte continua a perdere terreno in mattinata spinto al ribasso soprattutto dall’effetto Grecia: il governo tedesco, intanto, riafferma che Atene deve rimanere nell’euro, ma oltre la metà della popolazione pensa che sia meglio che il Paese dichiari la bancarotta. Deutsche Bank e le Commerzbank, hanno esordito oggi in Borsa entrambe in calo di oltre il 6%. Alle 12:45 circa, l’indice perde 3,08% a quota 5.030 punti, con le Deutsche Bank a -9,01%, le Commerzbank a -5,80% e le Allianz -5,60%. Intanto il governo tedesco cerca di smorzare le polemiche e i toni sul debito greco. Il ministro Roesler, dopo le dichiarazioni di ieri, spiega infatti attraverso il suo portavoce che «Quello che ci interessa è la stabilità dell’euro e vogliamo che la Grecia rimanga nell’euro». Anche il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert sottolineato questa mattina che la Grecia «deve rimanere nell’euro», ma non la pensa così la maggioranza dei cittadini. Secondo un sondaggio della società Emnid pubblicato ieri dal domenicale Bild am Sonntag, infatti, il 53% dei tedeschi è contrario a fornire ulteriori aiuti finanziari alle Grecia e ritiene che il Paese dovrebbe fallire.

MADRID – L’Ibex 35 scivola del 3,37% a mezzogiorno mentre il differenziale del debito spagnolo raggiunge i 350 punti nella nuova mattinata nera della Borsa di Madrid con l’indice Psi 20 alla borsa di Lisbona fa registrare un calo del 3,58%. L’indice dei 35 principali valori della borsa spagnola cade ai minimi dal marzo 2009, e perde il 22% dall’inizio dell’anno. Le banche, con le due grandi, Santander (-3,80) e Bbva (-4,51), giù di circa il 4%, seguono la tendenza europea, con fra i valori più castigati anche i grandi gruppi Gamesa (-5,49), Sacyr (-6,14) e ArcelorMittal (-5,34). L’Ibex 35 spagnolo aveva già registrato venerdi un tonfo del 4,44% a 7.910,2 punti, sotto pressione per il tonfo dei valori bancari.

da www.unita.it

"La scuola ha costruito il Paese. Ora può renderlo multiculturale", di Tullio De Mauro

Un saggio ci riporta a quel che siamo stati e a quel che siamo. Oggi la sfida è l’integrazione L’istruzione pubblica ha un ruolo fondamentale nella crescita. Ha già fatto moltissimo, anche se spesso non ne è consapevole. Adesso però bisognerebbe investire di più e meglio. Un geniale architetto e urbanista italiano, Luigi Piccinato, per sdrammatizzare il contrasto tra città e campagna ripeteva un bon mot: «Tutte le città sono nate in campagna». Quando si parla di alieni, forestieri, migranti, meticci, vale la pena ricordare che siamo tutti alieni e forestieri per qualcuno, tutti abbiamo il dna di qualcuno venuto da fuori, foresto, nel luogo in cui siamo e dunque tutti siamo un po’ meticci, basta risalire a volte anche poco nel tempo e nelle generazioni.
La bimbetta che con aria solenne dice: «Noi a casa nostra facciamo così» e si riferisce a qualche azione assolutamente comune, ma poi è attenta e curiosa al nuovo e all’ignoto, o il grande, famoso discorso con cui, secondo Tucidide, Pericle esaltava l’orgoglio di essere ateniesi perché cittadini di una città sempre pronta a ospitare gli altri venuti da fuori, riflettono l’ambivalenza che ci accompagna. Siamo noi perché altri, anche assai diversi da noi, ci hanno fatto e fanno così come siamo: vale per le singole persone e per i grandi gruppi umani.
Le mille e mille lingue del mondo riflettono questa ambivalenza. Chi viene da fuori fu, per i Latini, partendo dalla stessa etimologia, hospes e hostis, «ospite» e «nemico». L’estraneo fu ekhthròs e xénos, «esterno» per i Greci, ma poi si dicevano xénia i regali, tipicamente da destinare inizialmente a chi veniva da fuori. Nella Roma primitiva, quelli di fuori porta, stanziati al di là dell’originaria cinta muraria, in opposizione ai nativi interni, gli inquilini, furono detti exquilini. Ma poi le mura si ampliarono e l’Esquilino divenne uno dei sacri Sette Colli. Del resto, sta nei miti delle origini di Roma il deliberato meticciato. E nella parola italiana ospite, «ospitante» e «ospitato», vive ancora un’antica e non rara ambivalenza etimologica altrettanto presente in altre lingue: sembra certo che in latino hospes sia stato dapprima il «padrone di casa che accoglie gli hostes stranieri», l’ospitante, e solo poi l’ospitato.
Se le migrazioni non segnassero la storia del genere umano saremmo ancora arrampicati sugli alberi di una savana nel centro dell’Africa, incerti se scendere e camminare dritti sul suolo. Alcuni milioni di anni fa scegliemmo – scelsero per noi da allora le generazioni suc-
cessive di ominidi, ormai bipedi deambulanti, a ondate successive lasciarono il cuore dell’Africa per diffondersi nei continenti. Ultimi, un po’ più di duecentomila anni fa – già il fuoco veniva acceso e sfruttato e spento e riacceso in Asia ed Europa, già vi erano tecniche sofisticate per costruire strumenti preziosi al vivere, già tutti gli altri ominidi sapevano comunicare e istruire per segni – gli homines sapientes sapientes, quali noi dovremmo onorarci di essere; attraverso il Sinai, intorno a centomila anni fa passarono in Asia e in Europa, in tempi più recenti, attraverso le Aleutine, si spinsero nel continente americano. E sempre conservarono l’ambivalenza: formavano gruppi diversi per sopperire solidalmente alle necessità del vivere e ciascun gruppo, nato da altri, tornava ad aprirsi e fondersi con altri ancora; costruivano lingue diverse per parlare tra loro nel gruppo, ma ogni lingua era ed è la chiave per entrare in ogni altra e capirla, e dalle altre lingue trae ricchezza di espressioni e di nuovi significati.
Questa storia naturale del migrare sta scritta nella struttura più profonda della nostra specie e nella lunga storia di cui siamo figlie e figli. Non dovremmo mai dimenticarlo. Qua e là nell’Europa di oggi c’è chi cerca di dimenticarlo e farlo dimenticare. C’è chi alimenta la paura di altri nuovi e la sfrutta per carpire qualche voto. Capita perfino in Paesi che sono stati e sono Paesi di larga e civile ospitalità, dalla Francia ai Paesi scandinavi. E capita in Italia. Ma non capita in generale nelle nostre scuole.
Bisogna, per la verità, dire che lo sfruttamento a fini elettorali delle paure è cominciato in Italia relativamente tardi. Mattarella, ministro dell’Istruzione del sesto governo Andreotti, tra il 1989 e il 1991, mentre era ormai chiaro ai più attenti che l’Italia, antico Paese di emigrazione, stava diventando, anzi era diventata terra di immigrazione, emanò un primo testo normativo, una «circolare», indirizzata alle scuole perché predisponessero quanto era necessario all’accoglienza dei bimbi e ragazzi immigrati o figli di immigrati. Le scuole già erano su questa lunghezza d’onda e, anche se forse più nessuno ricorda quel benemerito atto, lo sono rimaste. E un altro tratto importante del ceto dirigente è il comportamento delle università, che dagli anni Novanta, e in qualche caso già anni prima, si sono attrezzate per studiare sistematicamente gli aspetti demografici, sociologici, linguistici e educativi della crescente immigrazione, da Pavia a Siena (l’Università per Stranieri), da Bergamo e Venezia (Università Ca’ Foscari) a Napoli e «Roma Tre», da Palermo all’udinese Centro per il Plurilinguismo, per ricordare almeno alcuni dei centri più attivi.
Vinicio Ongini va al concreto e viaggia attraverso le scuole italiane documentando difficoltà, scacchi e successi della scuola multiculturale. Chi, dall’informazione corrente, è frastornato da notizie di casi di xenofobia faebbe bene a seguirlo nel suo viaggio, a leggere i suoi concreti e suggestivi «casi di studio». Non è l’unico aspetto per cui la scuola non si può dire che rifletta meccanicamente tendenze e umori appariscenti nella società o, per dir meglio, se riflette la società è capace di espungere e spurgare quanto c’è in essa di deteriore. Prendete il caso della lettura. Ormai dagli anni Sessanta possiamo seguire i progressi (lenti, è vero) dell’abitudine alla lettura nel nostro Paese. E a ogni indagine si verifica che bambini e giovani leggono assai più delle generazioni anziane. Le alte percentuali, quasi europee, di lettura di libri non scolastici tra ragazze e ragazzi declinano tra gli adulti che hanno varcato la soglia dei trent’anni. Queste percentuali positive non possono avere altra matrice che l’impegno educativo delle scuole. Oppure prendete il caso della comprensione dei testi. Fanno notizia, ma danno luogo a sciocchezze (anche di qualche ministro), i dati periodici che l’Ocse accerta e diffonde ogni tre anni sulle capacità di comprensione di testi tra i quindicenni. Alti lai perché il 40% dei ragazzi mostra difficoltà di comprensione. Certo, bisognerà che migliorino. Ma attenzione: gli adulti con analoghe difficoltà, tra i 18 e i 65 anni, non sono il 40%, sono una percentuale che, secondo l’ultima indagine comparativa internazionale, raggiunge e supera l’80%. Il doppio dei ragazzi a scuola. Se la scuola registrasse meccanicamente le (in)competenze degli adulti dealfabetizzati e non leggenti, le percentuali Ocse dovrebbero darci l’80% di ragazzi in difficoltà. Il 40% di scarto esprime l’enorme lavoro in salita che la nostra scuola sa fare e fa. Potrebbe aumentare se ci decidessimo a investire di più nella e per la scuola: di più in termini di finanziamento e di più in termini di attenzione simpatetica, circostanziata e fattiva come quella, esemplare, di Vinicio Ongini.
Se un rimprovero si può muovere alla nostra scuola è che non sempre essa è ben consapevole di quanto ha fatto, sa fare e fa per l’intero Paese. Il libro di Ongini, tra gli altri meriti, può essere d’aiuto, può stimolare il giusto orgoglio della nostra scuola pubblica

L’Unità 12.09.11

Milano – Festa Pd Assemblea degli universitari regionale della Lombardia, Gd-RUN

Assemblea degli universitari regionale della Lombardia, Gd-RUN.
Presso lo stand dei Giovani democratici della Festa democratica di Milano.

Mentre l’università precipita sempre più in fondo alle priorità del governo, i Giovani democratici e la Rete Universitaria Nazionale organizzano un pomeriggio per discutere di come poter migliorare l’università italiana e di come riorganizzare le forze di sinistra rispetto all’autunno che verrà.

Didattica, diritto allo studio, manifestazioni, cittadinanza dello studente, rappresentanza studentesca, internazionalizzazione degli atenei, riscatto del sapere, lavoro dopo la laurea.
Tra di noi, e fuori di noi. Con i Gd, con i rappresentanti delle liste milanesi, con chi vuole parlare con noi. Per parlare al di fuori di noi.

16.15 Assemblea regionale dei Gd-RUN. Partecipa Federico Nastasi, coordinatore della Rete Universitaria Nazionale, Pietro Virtuani, esecutivo della Rete Universitaria Nazionale

18.15 Tavola rotonda con l’on. Manuela Ghizzoni (capogruppo Pd nella VII commissione cultura, scienza e istruzione della Camera) ed Enrico Lippo (capogruppo udu-run al CNSU)

"Il federalismo è un'altra cosa", di Massimo Bordignon

Con l’approvazione della manovra al Senato diventano più chiari gli effetti degli interventi sulle amministrazioni pubbliche. Per gli enti locali non sono buone notizie. Nonostante il pressing sul governo di sindaci e presidenti di Regioni, i tagli restano pesanti, cumulando gli interventi già previsti l’anno passato per il prossimo biennio, con quelli decisi nel decreto di luglio e poi anticipati con quello di agosto.

Non c’è alcun dubbio che la manovra fosse necessaria e che dovesse essere pesante; ma che finisse con il colpire così tanto gli enti locali è invece più discutibile.
Qualche vantaggio, rispetto alla prima formulazione della manovra, gli enti locali l’hanno avuto. In particolare, hanno ottenuto che il maggior gettito derivante dalla Robin Tax sulle società energetiche venga attribuito interamente a loro. Ma si tratta comunque di un gettito incerto. Nella migliore delle ipotesi, il sacrificio richiesto agli enti territoriali di governo con l’attuale manovra supererà comunque nel solo 2012 i 4 miliardi, che si cumulano agli 8,5 già imposti per il prossimo anno dal decreto 78/2010. E poiché i trasferimenti erariali non sono toccati dalla presente manovra, significa che questi ulteriori risparmi dovranno essere raggiunti con il miglioramento dei saldi di bilancio. Cioè, paradossalmente, Regioni e Comuni si troveranno nei prossimi anni a chiedere più soldi ai propri cittadini (o a ridurre i servizi), per accumulare risorse che non potranno spendere, con grave danno della trasparenza fiscale. A questo punto, una strategia migliore sarebbe stata quella di tagliare direttamente e proporzionalmente i trasferimenti erariali.

Forse ancora più penalizzante dei tagli, è l’incertezza che accompagna il provvedimento. Non si sa quando e in che forma i gettiti della Robin Tax verranno distribuiti agli enti locali; non si sa quando e in che modo i risparmi per comparto si trasformeranno nel sacrificio richiesto a ciascun singolo ente locale. Di più, la previsione che dai tagli saranno esclusi gli enti “virtuosi” (che dovranno solo mantenere l’equilibrio di bilancio), di per sé una buona idea, produce però nel contesto dato solo ulteriore incertezza. Infatti, mentre i criteri per la virtuosità sono ora stati definiti nella manovra (alcuni inapplicabili, come il rispetto di costi standard che non esistono ancora), non lo sono i pesi relativi, e dunque non è possibile sapere al momento chi sono i virtuosi. Ma poiché i saldi per comparto dovranno essere raggiunti comunque, ogni ente riconosciuto come virtuoso impone una esternalità negativa sugli altri.

Se per esempio, virtuosa fosse una grande città, gli oneri per gli altri comuni cresceranno di più che se virtuoso fosse un piccolo comune. Per evitare il problema, era meglio almeno per il 2012 definire ex ante l’entità dei benefici riconosciuti agli enti virtuosi, piuttosto che lasciare che si determino ex post con l’identificazione dei virtuosi.
A fronte di questi interventi, gli enti locali hanno ottenuto un’accelerazione del processo di federalismo fiscale. L’addizionale comunale Irpef è stata sbloccata e resa articolabile per scaglioni; anticipata al 2012 anche quella regionale.

Facile la previsione che i tagli di spesa si tradurranno in buona parte in ulteriori incrementi di imposte, per di più tutti su un tributo che è composto quasi interamente da redditi da lavoro e in particolare da lavoro dipendente, già strapazzato dal fisco statale. Incomprensibilmente, non è stata invece liberalizzata l’Ici sulle seconde case e sugli uffici commerciali, né anticipata l’introduzione dell’Imu, benché richiesta a gran voce dai comuni. Il governo ha perso anche un’occasione d’oro per correggere, senza perdere la faccia, un errore di populismo, l’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Incolpando la crisi, sarebbe bastato semplicemente lasciare ai comuni la facoltà di reintrodurla.

Infine, per i comuni la pillola è stata addolcita dalla previsione di un incremento della partecipazione dal 50 al 100% dell’evasione recuperata grazie alle segnalazioni dei municipi all’agenzia delle entrate. Quanto sia efficace il ruolo dei comuni in questo campo è discutibile; non è chiaro quali vantaggi informativi abbiano davvero gli enti locali rispetto agli uffici tributari statali. Tuttavia, per massimizzare gli effetti, è opportuno che ai comuni sia ora consentito l’accesso a tutte le banche dati relative ai propri contribuenti, fiscali e contributive. Si noti anche che la previsione di una partecipazione al 100% del gettito recuperato può risultare controproducente. Potrebbe infatti disincentivare l’agenzia delle entrate a perseguire le segnalazioni dei comuni, dato che comunque i maggiori gettiti finirebbero interamente nei bilanci comunali e non in quello statale. Per evitare il problema, è bene che l’accertamento di almeno una certa quota delle segnalazioni dei comuni sia introdotta in futuro negli obiettivi annualmente assegnati dal Tesoro all’agenzia.

Il Sole 24 Ore 12.09.11

"Oggi riparte la scuola. Caos, problemi e contestazioni", di Fabio Luppino

Lunedì 12 settembre è il ritorno a scuola in gran parte degli istituti. Suona la prima campanella dell’anno in Calabria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto e nelle province autonome di Trento e Bolzano. Per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori ci sarà una novità: il test Invalsi (controverso) alla Maturità. Per ora si tratta di una sperimentazione – i test si svolgeranno in scuole-campione su base volontaria – ma la nuova prova entrerà in pianta stabile nell’esame di Stato che chiude il ciclo delle superiori. Per l’anno 2011/2012 gli studenti iscritti sono 7 milioni e 830mila.
Moltissimi i problemi. In tanti, soprattutto alle elementari al sud, troveranno il loro istituto accorpato: 900 delle attuali 10.500 istituzioni scolastiche verranno unite a sedi scolastiche con almeno 500 alunni. Secondo `Tuttoscuola’ tutto ciò avrà conseguenze: verrà eliminato il 30% dell’organico di dirigente scolastico. Salterà anche l’11% dei posti di direttore amministrativo (1.130 posti) e verranno tagliati 1.100 posti di assistente amministrativo. A tutte le scuole, inoltre, il Miur (il Ministero dell’istruzione, università e ricerca) ha chiesto di tirare la cinghia, riducendo ulteriormente il cosiddetto Fis (fondo d’istituto), attraverso cui preside e docenti finanziano le attività progettuali extra-didattiche, le visite culturali e i corsi di recupero.

Le famiglie degli alunni disabili avranno oltre 94mila insegnanti di sostegn. Per il ministro Gelmini, «il dato è destinato a crescere». E probabilmente molte famiglie avranno problemi a vedersi concedere la quota massima di ore di sostegno settimanali, ad esempio 18 alle superiori. Anche per il 2011/2012, da viale Trastevere hanno confermato il diktat contro le classi ghetto: la percentuale massima di alunni stranieri per classe potrà essere del 30%. Ma la disposizione non potrà essere applicata in tutti i casi: nei poli industriali (in particolare di Veneto, Emilia e Toscana) e nelle città (su tutte Torino, Milano e Roma) con un’alta densità di famiglie di origini non italiane la presenza di alunni stranieri sarà inevitabilmente alta. Gli alunni stranieri, del resto, nell’ultimo decennio sono passati da 147mila ad oltre 700mila. Con il risultato che, secondo la fondazione Migrantes, vicina alla Cei, anche nel prossimo anno scolastico almeno in 2mila casi il loro numero supererà il tetto del 30% imposto dal Miur.

PROTESTE DAGLI STUDENTI

Sarà un primo giorno di scuola contrassegnato dalle proteste studentesche: lo promettono rappresentanti della Rete degli studenti medi andranno davanti agli istituti superiori armati di calcolatrici, scontrini e striscioni. Per la Rete degli studenti quella sarà solo la prima tappa di proteste fatto di flash mob, assemblee e manifestazioni che culminerà, il 7 ottobre, nella prima data nazionale di mobilitazione studentesca a cui hanno già aderito diverse altre associazioni. Alg

MENO ISCRITTI AL SUD
Le iscrizioni tendono a diminuire nel Nord-est, nel Sud e nelle Isole; aumentano nel Nord-ovest e nel Centro. Il numero di studenti per classe rientra nella media Ocse. Tutti i nuovi licei introdotti dalla Riforma registrano una crescita delle iscrizioni. In cattedra ci saranno nuovi prof: ne sono stati immessi in ruolo 30.300 (36mila Ata).

AL VIA PRIMI 59 ITS
Partono i primi 59 Istituti Tecnici Superiori, strutture speciali di alta tecnologia costituite con l’intento di riorganizzare il canale della formazione superiore non universitaria. Gli Its consentono di conseguire il Diploma di Tecnico Superiore.

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