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Serravalle, Penati accusa: «Ricostruzioni false e parziali», di Pino Stoppon

Sulla vicenda Serravalle continuano le ricostruzioni parziali e false da parte dei miei accusatori».È quanto sostiene l’ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, accusato di concussione e corruzione. «Ricostruzioni parziali e false da parte dei miei accusatori». Filippo Penati torna di nuovo all’attacco. E lo fa con un comunicato stampa affidato alle agenzie dopo che, nei giorni scorsi, erano state riportate da diversi quotidiani le accuse dell’imprenditore Di Caterina che aveva parlato di incontri segreti per determinare il prezzo dell’acquisto del 15% di azioni dell’autostrada Serravalle appartenenti al gruppo Gavio. «All’interno di queste ricostruzioni – sostiene Penati, accusato dall’imprenditore Di Caterina – ci sa- rebbero riunioni convocate nell’ aprile del 2005 per stabilire il sovra-prezzo delle quote azionarie acquistate dalla Provincia. Di queste riunioni non ho mai saputo e non so nulla, anche perché in quei giorni era ancora lontana anche la sola ipotesi di acquisto delle azioni». Penati – già accusato dai pm di Monza di concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti per un presunto giro di mazzette per le ex aree Falck, e indagato per concorso in corruzione anche per il filone dell’inchiesta che riguarda l’ acquisto della Milano-Serravalle – ri- corda che i fatti raccontati, che accadevano tra il marzo e l’aprile del 2005, «sono altri e facilmente riscontrabili». Ad esempio: «Il 21 marzo ci fu una riunione a palazzo Marino, presenti io, Albertini (l’allora sindaco di Milano, ndr) e i rispet- tivi collaboratori, riunione in cui, come si può leggere in un comunicato
stampa congiunto di Provincia e Comune di Milano di quello stesso giorno, si giudicava interessante per entrambi l’ipotesi di cessione/acquisto di una quota delle azioni possedute dall’ amministrazione milanese (18%)». «Contestualmente, come dichiarato pubblicamente dal gruppo Gavio – aggiunge ancora Penati -, fu aperta una trattativa con la Camera di Commercio di Milano e il5maggio il gruppo Gavio steso formalizzò l’offerta di 7,5 euro ad azione per la quota della Camera di commercio (4%) in Serravalle, una cifra maggiore di quella da lì a pochi mesi pagata dalla Provincia al gruppo Gavio stesso per il15%delle quote, se si esclude il premio di maggioranza». «Ancora una volta – conclude l’ex presidente della Provincia di Milano – i fatti smentiscono clamorosamente i miei accusatori».
INCHIESTA
Intanto l’inchiesta va avanti. Oggi l’imprenditore Luigi Zunino sarà sentito dai PM di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia, titolari delle indagini sulle presunte mazzette al centro del cosiddetto «sistema Sesto». Il fronte delle indagini è vasto. Si va dalle tangenti «a favoredi politici del Comune di Sesto San Giovanni» in cambio di «benefici ed agevolazioni» per realizzare il progetto di riqualificazione dell’area ex Falck che puntava al raddoppio, ottenuto in parte, alla vicenda della sede di Sky nonpiù costruita sui terreni dove una volta si sorgeva il polo siderurgico maa Milano, a Santa Giulia. Fino a questo momento le indagini hanno portato in carcere l’ex assessore all’edilizia privata Pasqualino di Leva e l’architetto Marco Magni, e hanno iscritto nel registro degli indagati oltre venti persone. Tra queste,come ricordato, anche Filippo Penati e il suo ex «braccio destro» ed ex capo di gabinetto a palazzo Isimbardi, Giordano Vimercati. Per l’ex presidente della Provincia di Milano i pm avevano chiesto l’arresto, respinto dal gip Anna Magelli.
Richiesta che il prossimo 21 ottobre verrà discussa davanti al Tribunale del Riesame. Zunino in qualità di ex presidente di Risanamento – la società proprietaria anche del quartiere milanese Santa Giulia che nel 2005 aveva acquistato l’area ex Falck dall’imprenditore Giuseppe Pasini – dovrà rispondere, a meno che non si avvalga,nonsolo alle domande su un presunto accordo per oliare i politici locali, in particolare Di Leva, con un milione e mezzo di euro (effettivamente versati 710 mila tra il 2006 e il 2007) ma su un’altra vicenda: il trasferimento della sede di Sky da Sesto a Santa Giulia consentito dall’amministrazione a Grossi e a Zunino, procurando così, come ha messo a verbale Di Caterina «un altro danno (…) a Pasini», perché avrebbe dovuto costruire i palazzi per la tv sull’area ex Marelli di sua proprietà, al posto degli uffici di Banca Intesa il cui progetto era evaporato. Di questo cambiamento di «programma», ne parla anche Paolo Fondrini, concessionario d’auto anch’egli indagato, al telefono con un amico.

L’Unità 12.09.11

"Maxi-taglio per l´autonomia e gli istituti chiedono i soldi alle famiglie", di Salvo Intravaia

Maxi-taglio ai fondi per l´autonomia scolastica alla vigilia dell´apertura dell´anno scolastico. Oggi, per 4 milioni di alunni di 12 regioni suonerà la prima campanella, nei giorni successivi toccherà ai compagni delle altre regioni. Ma insegnanti, alunni e genitori troveranno scuole ancora più povere e l´anno scolastico inizia tra le proteste. Rete e Unione degli studenti medi in mattinata daranno vita a volantinaggi e flash mob davanti alle scuole. Alle 15 in 30 città e davanti alla sede del ministero dell´Istruzione è previsto un rumoroso cacerolazo con pentole, cucchiai e coperchi. Nei giorni scorsi, intanto, l´Esecutivo ha trasmesso alla Camera lo schema di direttiva ministeriale che finanzia la cosiddetta autonomia scolastica, con una sforbiciata del 38 per cento sui fondi che arriveranno alle scuole. E i presidi sono costretti a chiedere aiuto ai genitori. Oltre alle spese per il personale, che paga lo stato, le istituzioni scolastiche ampliano l´offerta formativa con una miriade di attività e servizi aggiuntivi che in futuro dovranno pagarsi le famiglie. Basti pensare al servizio pre e post-scuola, che consente ai genitori che lavorano di accompagnare in anticipo e prelevare in ritardo a scuola gli alunni delle materne e delle elementari, alle attività di recupero e sostegno per gli alunni in difficoltà e a quelle per i disabili. Fondi che sono usati anche per il potenziamento della lingua straniera, le gite scolastiche, le attività teatrali e di cineforum e per quelle alternative alla Religione cattolica. Ma per la prima volta il budget che dà un senso all´autonomia scolastica scende al di sotto dei 100 milioni di euro. Per il 2011, sono previsti poco meno di 79 milioni, un anno fa gli istituti si divisero quasi 127 milioni. Dal 2001 il finanziamento si è assottigliato del 71 per cento: erano 521 i miliardi di lire, pari a 269 milioni di euro, che dieci anni fa arrivavano nelle casse scolastiche. L´elenco delle iniziative nazionali e locali remunerate con questa legge è lunghissimo, ma alle scuole interessano due voci: i fondi per la “realizzazione del Pof” (il Piano dell´offerta formativa) e quelli per l´aggiornamento dei docenti, letteralmente falcidiate. In tutto, per le attività del Pof 2011, le oltre 10 mila scuole italiane riceveranno 12 milioni, un anno fa erano 48 i milioni e nel 2001 addirittura 162. Nel 1997 fu varata l´autonomia scolastica, con la quale le scuole potevano, e possono, adattare l´offerta formativa alle esigenze dei territori. Per realizzarla, gli istituti predispongono questo Piano le cui attività vengono remunerate con i fondi provenienti da Roma. Ma i trasferimenti statali sono ridotti all´osso e i presidi si rivolgono ai genitori. Una prassi considerata “illegittima” dalla Ragioneria generale dello stato e “odiosa” dalla stessa Gelmini, che qualche mese fa puntò il dito contro i presidi. Ma sbirciando tra i bilanci di previsione 2011 delle scuole si scopre che in parecchi casi i “finanziamenti dello stato” saranno inferiori ai “contributi volontari” versati dai genitori. Come alla media Giuseppe Moscati di Roma che dei 183 mila euro di “entrate” in bilancio, 100 mila saranno versati delle famiglie e appena 28 mila euro da Stato e regione.

La Repubblica 12.09.11

"Come sostenere i docenti di sostegno", Andrea Gavosto*

Affrontare i problemi degli allievi disabili con logica burocratica tradisce i principi dell’integrazione e, quel che è peggio, danneggia i ragazzi. Purtroppo, ciò avviene sempre più spesso nella scuola italiana, come ci segnala il caso scoppiato a Torino pochi giorni fa. Al momento delle assegnazioni di circa 300 posti di sostegno, si è scoperto che oltre due terzi erano stati attribuiti a docenti «soprannumerari», vale a dire insegnanti curricolari di ruolo che, non potendo più insegnare nella loro scuola a causa della riduzione del monte ore della loro materia, della diminuzione delle classi o dell’arrivo di un collega con maggiore anzianità di servizio, avrebbero accettato una posizione di sostegno nello stesso istituto invece del trasferimento in un’altra scuola. Peccato che la quasi totalità di costoro non avesse la qualificazione per lavorare con i ragazzi con disabilità. Dopo molte polemiche, c’è stata una parziale marcia indietro.

L’idea di assegnare al sostegno docenti senza una preparazione specifica è sbagliata, doppiamente sbagliata. Da un lato, poiché nessuno penserebbe mai di fare insegnare matematica a chi fino a ieri ha insegnato latino, stupisce che un docente abbia così poca considerazione della sua professionalità da rinunciare alla sua disciplina, pur di non trasferirsi di qualche chilometro. Dall’altro – ed è l’aspetto più preoccupante – la vicenda conferma come il sostegno sia spesso considerato dall’amministrazione scolastica (e dai sindacati) un impiego di serie B, al punto da assegnarlo a chi non è qualificato a farlo, perdendo di vista che l’alunno con disabilità richiede competenze e metodologie didattiche particolari, formazione specifica ed esperienza.

In questo, come in altri campi, nel nostro Paese c’è un conflitto fra principi e pratica. Nei principi, il modello di integrazione è probabilmente fra i più avanzati al mondo: prevede infatti che i ragazzi con bisogni educativi speciali siano pienamente inseriti nella vita quotidiana – non solo didattica, ma anche di relazione – della classe, con l’aiuto dell’insegnante di sostegno. In molti Paesi, come Francia e Germania, esistono invece ancora scuole e classi differenziali. Nella pratica, però, le cose non funzionano bene, come emerge da un recente studio di Associazione Treellle, Caritas italiana e Fondazione Agnelli. Il sostegno si trasforma spesso in una trafila burocratica, che traduce meccanicamente la certificazione di disabilità delle Asl in ore di sostegno, senza una vera lettura dei bisogni dei ragazzi; gli altri insegnanti tendono a delegare in toto l’integrazione scolastica del disabile al docente di sostegno; è ormai pratica frequente che gli insegnanti acquisiscano la specializzazione sul sostegno per accelerare il passaggio in ruolo, salvo poi rientrare nei ranghi «normali» appena possibile, con grande spreco di risorse; infine, il turn-over sul sostegno è perfino più elevato di quello degli altri insegnanti: se la mancanza di continuità didattica è un danno per qualsiasi studente, figuriamoci per uno con disabilità. Insomma, si privilegiano gli aspetti organizzativi della professione insegnante all’aiuto effettivo alle famiglie e ai ragazzi.

Come ritornare allo spirito originario della legge? La nostra proposta è l’opposto di quanto stava per accadere a Torino: invece di assegnare il sostegno a persone non qualificate, tutti gli insegnanti della classe vanno qualificati e coinvolti nell’educazione del ragazzo con bisogni speciali (il disabile, ma anche chi soffre di disturbi specifici dell’apprendimento, come la dislessia, o lo straniero con problemi di lingua), eliminando progressivamente la figura del docente di sostegno. Naturalmente, perché questo si realizzi occorre che gli insegnanti normali ricevano un’adeguata formazione. Inoltre, servirebbero su base territoriale nuclei di esperti altamente specializzati nella pedagogia speciale, che supportino scuole e famiglie nella lettura dei bisogni e nella fatica quotidiana. Lo sappiamo: non è cosa che si faccia dall’oggi al domani. Ma si deve cominciare subito a preparare questa prospettiva, prima che il modello d’integrazione collassi, soffocato dall’effetto congiunto di risorse in calo e aumento degli allievi con bisogni educativi speciali.

La scuola italiana inizia il nuovo anno con il consueto bagaglio di sfide e problemi, inclusa la piena integrazione dei ragazzi disabili. In questo campo l’Italia vanta un primato di civiltà: sarebbe davvero vergognoso se, per esigenze di bilancio, inerzia burocratica o interessi corporativi, la scuola facesse un passo indietro.

*direttore della Fondazione Giovanni Agnelli

La Stampa 12.09.11

Il pianto di una madre italiana "Laura, mi manchi tanto", di Roberto Saviano

Ground Zero è finalmente piena. Il vuoto di quel luogo che spaventava gli americani, il vuoto che andavano a vedere i turisti, era quello il monumento più doloroso da sopportare. Silenzio e vuoto nel luogo di New York dove non esiste silenzio e dove non esistono vuoti. Quel luogo, la Zona Zero appunto, nel cuore di Manhattan, per dieci anni è rimasto vuoto. E da ogni parte d´America sono arrivati in migliaia per colmare quel vuoto. Colmarlo con la presenza. E due vasche costruite nel perimetro delle radici dei grattacieli sono lì ma non si sostituiscono alla presenza dei colossi.

Nessuno vuole che le cose tornino come prima, perché il rischio è di dimenticare. Never Forget è scritto ovunque. Per arrivare a Ground Zero devi superare diversi check point. La città ne è disseminata. Tutti in fila, spesso per lungo tempo, si lasciano perquisire. Non c´è nervosismo, ma desiderio di far andare bene le cose. Compostezza, disciplina. Gli americani sono qui per mostrare che non hanno paura, anche se Bloomberg, il sindaco di New York, aveva allertato in una conferenza stampa che il rischio di un attentato era «una minaccia credibile».
La commemorazione è scandita dai minuti di silenzio che ricordano il primo aereo schiantatosi contro le torri, poi il secondo, poi l´attentato al Pentagono, e l´aereo precipitato in un campo in Pennsylvania, e ancora un minuto per ogni crollo delle torri. Il silenzio di migliaia di persone riporta al vuoto. Migliaia di teste, migliaia di corpi in silenzio.
Ero arrivato qui con il pregiudizio che fosse una parata nazionalistica, certo che nessuno avrebbe evitato il rischio di cadere nella retorica, e si sarebbe lasciato sfuggire l´occasione di trovare nuova linfa a un consenso che la crisi economica e finanziaria ha ormai profondamente compromesso. Non è stato così. Mi stupisce l´intervento dei presidenti. Di Barack Obama e dell´ex presidente George W. Bush. Obama legge alcuni estratti del salmo 46 della Bibbia, Bush legge la lettera di risposta di Abraham Lincoln a una vedova della guerra civile. Poi si defilano, coperti da un vetro antiproiettile, che è lì come a tracciare le nuove bibliografie visive che dopo l´11 settembre hanno cambiato il mondo. Parlare dietro un vetro, avere una scorta di oltre 11 auto, cecchini disseminati sui grattacieli. Ma non si attendono parole d´ordine, non vengono pronunciati discorsi alla nazione. Tutta l´attenzione è per il ricordo delle vittime. Le istituzioni fanno un passo indietro. Non ci sono comizi. Nessuno ricorda la propria politica di risposta a quell´attacco, Barack Obama non approfitta dell´occasione per rinvigorire i suoi elettori prossimi a quella che racconteremo come la nuova Grande Depressione, e che nessuno più ormai definisce soltanto crisi. Hai la sensazione che nonostante le molteplici contraddizioni che vive questo Paese, gli Usa abbiano ancora chiaro un elemento: che le istituzioni, l´economia, la difesa, il lavoro, tutto è dato dalle persone. Nozione che solo apparentemente è scontata. Le persone non sono annullate nel ruolo simbolico e superiore dell´istituzione. È l´individuo il centro. È questo fondamento che genera per noi europei spesso anche grande smarrimento, abituati come siamo a lacci sociali e paracaduti familiari assai più forti.
La giornata è per le persone cadute. Per loro. Non solo per l´eroismo dei firefighters. Perse le persone, persa ogni cosa. E la cerimonia ha celebrato questo. Ancor prima che l´attacco agli Usa, al simbolo dell´economica mondiale, il World Trade Center, è una cerimonia per ricordare le persone. I portieri, le segretarie, le guardie giurate, i lavavetri. Sarebbe bello se le nazioni potessero apprendere da questa giornata. Se i media del mondo potessero ritrovarsi a raccontare il ricordo non solo di questa tragedia nella capitale del mondo: New York, ma anche il colpo di Stato della destra nazionalista cilena – avvenuto un altro 11 settembre, quello del 1973 – che portò alla destituzione del Presidente Salvador Allende e alla successiva dittatura militare di Pinochet, o le vittime di mafia.
Citare i nomi sembra quasi come realizzare la massima kantiana “l´uomo come fine e mai come mezzo”. L´imperativo categorico che tanto astratto pare quando lo si incontra nelle pagine della Ragion Pura e tanto concreto appare qui, ascoltando queste infinite letture di nomi. Non ridurre tutto a un numero 2977. Il rischio è che la statistica, il numero riduca tutto. Sono cifre che col tempo ti sembrano persino piccole. Cifre che ci si abitua ad ascoltare. Cifre appunto. Le commemorazioni servono, credo, quando non sono un vacuo evento mediatico per acquistare consensi, ma per strappare da quei numeri la carne, la memoria, il ricordo, il dolore, la condivisione di una vita che è stata e spesso continua.
Quel lungo elenco di nomi letti dai parenti delle vittime, che quando arrivavano al nome del loro caro, dedicavano una frase, un ricordo. Tantissimi I miss you. Molti bambini che all´epoca erano neonati. E che raccontano di un padre mai conosciuto o di una madre appena ricordata, morti nell´attentato.
Mentre ascolto sento parlare in italiano: è la signora Dorotea Angilletta. Ricorda in lacrime sua figlia Laura. Pronuncia il nome e il cognome di sua figlia con l´accento americano “Lora Angileda” eppure quando si rivolge a lei, all´amata figlia scomparsa, le parla in italiano. La lingua che usa per dire le cose importanti, per far parlare i sentimenti: «Laura ti voglio tanto bene. Sarai sempre nel mio cuore».
Per qualche strana ragione proprio noi l´avevamo trascurato. Proprio noi italiani avevamo trascurato la presenza di decine e decine e ancora decine di italoamericani. Se ne era fatto cenno qualche volta, ma senza mai dare centralità alla cosa. Le parole della signora Angilletta sollecitano l´attenzione ad ascoltare i nomi letti. Centinaia di nomi italiani. Figli di italiani, nipoti di italiani, discendenti di italiani. Nomi meridionali: Esposito, Spampinato, Cammarata, Amato, Calabro, Cafiero, Ciccone, Curatolo, Coppola, Bocchino, Morabito sono solo alcuni dei nomi degli italoamericani morti qui. E poi parlano due politici americani nipoti di italiani Andrew Cuomo (figlio di Mario Cuomo) il governatore dello stato di NY, originario di Nocera Inferiore, la cui nonna parlava solo napoletano e non imparò mai l´inglese, e Rudy Giuliani.
Eppure questo legame non è abbastanza forte, all´interno il dibattito sulla tragedia delle Torri Gemelle è sempre stato un elemento marginale. Una sorta di rimozione. Gli italiani d´America, considerati americani per gli italiani ma italiani sin nel midollo per molti di loro. Una distanza nata dalla diffidenza italiana per i nipoti e cugini italoamericani diventati troppo potenti e dalla diffidenza italoamericana per una terra matrigna che aveva scacciato i loro genitori, nonni, antenati. E tutto si chiude con le note di Paul Simon, che canta un pezzo immortale, The Sound of Silence, che sembra scritto per l´occasione. E cala il silenzio.
And in the naked light I saw, ten thousand people, maybe more. People talking without speaking, people hearing without listening, people writing songs that voices never share. And no one dare disturb the sound of silence. E nella luce nuda vidi migliaia di persone, forse di più. Persone che parlavano senza parlare, persone che ascoltavano senza ascoltare, persone che scrivevano canzoni che nessuna voce avrebbe mai cantato. E nessuno osava disturbare il suono del silenzio.

La Repubblica 12.09.11

Rischio di “classi pollaio”: nasce un numero verde, di Carlo Gregori

Le “classi pollaio” non si potranno fare: lo ha ribadito anche il Tar del Molise che i dirigenti scolastici non possono superare la soglia di 25 studenti più un insegnante per classe. E a Modena, secondo quanto ha riferito l’ex dirigente provinciale Gino Malaguti a inizio mese davanti ai sindacati (proprio mentre andava in pensione), di “classi pollaio” non ce ne saranno: nessuna classe supererà i 29 studenti. Tuttavia, i sindacati mantengono lo stato di allerta e hanno già chiesto all’Ufficio scolastico provinciale (ex Provveditorato) i tabulati con la composizione delle classi di tutti gli istituti. In attesa che arrivino, è già anche stata attivata la commissione provinciale mista, che comprende sindacati e Rls (responsabili lavoro e sicurezza) per monitorare le condizioni di sicurezza e di agibilità delle classi e degli istituti. Ma non tutti sono allineati coi sindacati. L’associazione di insegnanti modenesi Politeia e il Codacons fanno appello alle misure previste dalla legge e sono categoriche sui tetti massimi di studenti per classe: non 29, ma 25+1. E per questo motivo il Codacons ha attivato un osservatorio regionale rivolto alle scuole che raccoglierà le segnalazioni di sforamenti e anomalie gravi per le classi programmate dell’Emilia-Romagna. È stato anche istituito un numero verde: 800.050800. «Facciamo questo – spiega Fabio Galli del Codacons Modena, uno dei promotori dell’iniziativa – perché da un lato ci sono già alcune segnalazioni in arrivo da verificare e dall’altro almeno due casi noti. Uno è quello delle medie San Carlo riferito da Politeia: 17 studenti in esubero dopo la chiusura di una classe. L’altro arriva da Parma: ben due lassi in una singola scuola elementare che sforano i tetti di legge». Malaguti ha garantito agli insegnanti che di casi di “classi pollaio” a Modena non ce ne sono né ce ne saranno, per tutti gli istituti dalle primarie alle secondarie di secondo grado. Eppure qualche dubbio resta, come esprime il professor Ioannis Lioumis di Politeia: «Si è parlato di tetti da 29 alunni per classe, ma colgo l’occasione per ribadire che non è questo quanto prevede la legge. Siamo chiari: la legge del 1975 contro gli incendi parla di 25 allievi più l’insegnante per ogni classe. Anzi, se si è in presenza di classi con studenti certificati (svantaggiati, disabili ecc) il tetto va abbassato a 25 e possibilmente a 20 allievi. Questo è quanto prevede la legge ed è previsto per la composizione degli organici. Invitiamo chi è a conoscenza di sforamenti di farcelo sapere. Procederemo non più con segnalazioni ma con denunce: si tratta di abusi che possono avere gravi conseguenze e mettere in pericolo vite». Nonostante le rassicurazioni del dirigente provinciale ora in pensione, qualche perplessità resta anche tra i sindacati scolastici. Spiega Stefano Colombini, segretario modenese di Flc Cgil: «Contiamo di monitorare la situazione anche con la commissione per verificare se ci sono violazioni nelle norme sulla sicurezza sia per le uscite antincendio, che per i piani di evacuazuione ma soprattutto per la cubatura delle aule (prevista in quasi 2 mc per persona, ndr). Nei casi dubbi manderemo a controllare vigili del fuoco, Ausl, Provincia o chiunque sia competente per poi chiedere di ripristinare le condizioni per poter seguire le lezioni. Quanto a casi concreti, per ora non ne sono noti, ma attendiamo di conoscere l’organico classe per classe» La conferma arriverà il 19 settembre con la prima campanella.

La Gazzetta di Modena 12.09.11

"Apriamo il cantiere della speranza", di Marco Rossi Doria

Riaprono le scuole. Bisogna raccontare tutto quello che non va. Ma c’è anche da immaginare possibilità, sogni da costruire, speranze. Parlare di scuola oggi vuol dire immaginare una sua rinascita, un cambiamento. Del resto si apprende solo grazie ai cambiamenti. E se lo fanno i nostri ragazzi lo deve fare il Paese. Bisogna partire da una constatazione: non si può guardare alle generazioni future senza permetterne i sogni. Ed è la scuola ben fatta la prima sorgente di quei sogni. Ovunque nel mondo. Eppure, in questa brutta stagione italiana, due tsunami si stanno abbattendo sulle scuole. Il primo tsunami è partito dai tagli lineari del governo. Otto miliardi in tre anni. Che riducono classi, numero dei dirigenti e docenti, ore di scuola e per l’integrazione dei bambini in difficoltà. Il secondo ci arriverà addosso come diretta conseguenza dei tagli agli enti locali, che li costringerà a ridurre i soldi per asili nido, mense, progetti per i giovani, scuole d’infanzia, assistenza ai disabili, edilizia scolastica e sicurezza. Nessun Paese occidentale o emergente lo ha fatto, nonostante la crisi. Oggi siamo a 4,2% del Pil investito in istruzione, penultimi in Europa. E il Def prevede di far scendere gli investimenti alla scuola fino al 3,4% del Pil. La media Ocse è 5,7%. E tutti conservano o aumentano i soldi per la scuola. Obama ha appena annunciato investimenti per rispondere alla crisi e tra questi vi sono aumenti agli insegnanti ed edilizia scolastica. Il governo ha operato una scelta folle. Che l’Italia non aveva mai fatto. Né quando, poverissima, iniziò la sua vita di nazione cento cinquanta anni fa, né durante le crisi e le guerre dello scorso secolo. Mai. Perché l’investimento in istruzione contribuisce grandemente allo sviluppo. Infatti ha favorito il nostro boom economico e ora quello di India, Cina, Corea, Brasile.

Ci sono sprechi da tagliare? Certamente sì. Ma un conto è fare una seria disamina degli sprechi e metterci mano e altro sono tagli che rivelano un massiccio disinvestimento e che, inoltre, si sono operati in modo lineare, senza alcun criterio pedagogico, nella mera ottica del risparmio.

Quando togli cifre così grandi in questo modo, succedono molte cose e gli effetti sono maggiori della loro somma. Se aumentano gli alunni per classe diminuisce la possibilità di attenzione rivolta a ciascuno, cala la probabilità di differenziare gli approcci didattici e mettere su laboratori, c’è meno tempo per mettere in contatto le competenze da costruire in classe e le tante cose che i ragazzi imparano anche fuori da scuola. Diventa più difficile creare buone situazioni di verifica e correggere i compiti di ognuno, ecc. Se diminuiscono le ore questi effetti negativi si moltiplicano e, inoltre, c’è meno tempo per parlarsi tra scuole e famiglie. Se, poi, le nuove immissioni in ruolo dei docenti coprono appena i posti di chi è andato in pensione, allora a gestire le nuove difficoltà sono un numero immutato di precari. I quali cambiano scuola quasi ogni anno. Così diminuisce ancor più la possibilità di costruire una relazione e una costanza di lavoro tra docenti e ragazzi. Se chi ha difficoltà ha meno sostegno, ciò punisce i più deboli ma anche tutti gli altri. Se, in aggiunta, questa situazione è governata da un dirigente che non si occupa più di una sola scuola ma di tre – un terzo delle scuole è oggi in questa situazione – allora aumenta il caos e il senso di solitudine di scuole, docenti, genitori. Fin quando se ne parla così è un conto. Quando si pensa al proprio figlio è un’altra cosa. «Perché il prof. non ti ha ancora restituito il compito corretto?». «Perché si sono chiusi i laboratori?». «Perché a Angelina hanno tolto le ore nonostante stesse faticosamente affrontando la dislessia?». «Perché si va meno in palestra?». «Perché non fate più i gruppi di livello di inglese?».

Sì, è una follia. Ma anche una miseria umana. Perché qualsiasi comunità che non sa puntare sui suoi figli ha poco cervello ma anche poco cuore. E questo è ancor più vero perché le sfide educative sono aumentate e non diminuite. I modelli educativi sono diventati più fragili e cresce il bisogno di accordarsi tra genitori e docenti. I bambini poveri e la dispersione scolastica non diminuiscono. L’uso diffuso dei media, l’aumento delle complessità del sapere, e delle interconnessioni tra discipline una volta ben distinte o tra teorie e costruzioni pratiche sono tutte cose che comportano un più ricco uso di spazi, tempi e modi di apprendimento. Le rivoluzioni culturali, politiche, tecnologiche in atto richiedono una scuola più ricca e non certo ridotta a meno ore svolte come ai tempi dei nostri padri.

Si impone una radicale riflessione su come cambiare a fondo l’idea stessa di scuola. Un esame di sprechi e conservatorismi inaccettabili è urgente. Molti propongono finalmente stimoli all’innovazione. Ma una stagione di tagli lineari non favorisce affatto queste cose. Si deve subito invertire una rotta basata sul disinvestimento e mettersi nel solco delle politiche internazionalmente accreditate: investimenti efficaci e innovazione. Molte idee già ci sono. Molte scuole creano cose promettenti. E’ tempo di aprire un cantiere che ridia speranza e opportunità ai docenti, ai genitori e soprattutto ai ragazzi. L’agenda-scuola deve ritornare in cima alla lista.

La Stampa 12.09.11

""Exit strategy" per il premier", di Claudio Tito

«Ragioniamo su una exit strategy. Pensaci, se concordi un´uscita puoi trattare. Ma soprattutto il clima di assedio si attenuerà solo per il fatto che non stai più a Palazzo Chigi».
Nella fase di torpore che sta paralizzando il governo e la maggioranza, solo due autorevoli esponenti del mondo berlusconiano hanno avuto il coraggio di parlare con schiettezza e sincerità al presidente del consiglio. Si tratta di Gianni Letta e Fedele Confalonieri. Gli “amici di sempre”, gli unici in grado di rivolgersi al Cavaliere senza dover temere l´accusa di tradimento o di intelligenza con il nemico. Entrambi lo hanno esortato a considerare un percorso che lo guidi fuori dalla presidenza del consiglio senza scossoni e soprattutto con un iter concordato. In tutti i suoi aspetti.
Sia il sottosegretario alla presidenza del consiglio, sia il presidente di Mediaset hanno rotto gli indugi la scorsa settimana. E non è un caso che Confalonieri abbia esposto le sue riflessioni all´”amico Silvio” mercoledì scorso. Dopo un lungo faccia a faccia con il leader dell´Udc, Pier Ferdinando Casini.
Nessuno nella coalizione governativa si era spinto a tanto negli ultimi giorni. Il passo di “Gianni e Fedele” rientra nei suggerimenti “amichevoli” e non in quelli “politici”. Sta di fatto, però, che il tema dell´”exit strategy” per la prima volta ha spalancato le porte di Palazzo Chigi. Nella consapevolezza che sul tavolo del confronto possono arrivare provvedimenti come quello sulle intercettazioni o il processo breve. Norme che, in un quadro politico nuovo, godrebbero di una corsia preferenziale.
Ma intanto il tabù si è infranto definitivamente: in tutta la maggioranza – a cominciare proprio dal Pdl – non c´è un solo ministro o deputato che ormai non inserisca nel novero delle cose “necessarie” o “possibili” il passo indietro di Berlusconi. Sebbene nessuno abbia avuto fin qui il coraggio di esplicitare l´invito. A parte il presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu. «Qualcuno glielo deve dire», è la frase di cui un po´ tutti abusano tra i banchi della maggioranza.
Per una volta il capo del governo ha ascoltato le motivazioni di Letta e Confalonieri. Sa che dietro le loro parole non si cela un doppio gioco. «L´unica cosa che posso rimproverare a Gianni – è la frase che il premier ripete ogni volta che deve difendere il suo sottosegretario – è l´aria condizionata. La tiene troppo alta».
Ma, per il momento, non si è lasciato convincere dal discorso degli «amici di sempre». «Io non mollo – ha ripetuto – . Voi dite che l´assedio si dissolverà. Io invece penso che mi porterebbero direttamente in galera». Insomma la parola d´ordine a Palazzo Grazioli rsta per ora una sola: «resistere». Anche il viaggio di domani a Bruxelles e Strasburgo è stato organizzato in quest´ottica. «Quella testimonianza può essere rinviata – ripete con una certa dose d´ira – perché ho già spiegato che non sono vittima di un´estorsione. E perché c´è un problema di competenza. Non è la procura di Napoli a dover indagare. Comunque a Bruxelles ci vado per riparare al danno provocato dall´opposizione e dai giornali che sputtanano la manovra. Devo spiegare che le nostre misure sono credibili».
Insomma il refrain berlusconiano non cambia. Nonostante gli “amichevoli” suggerimenti. Ma il tema dell´exit strategy – al di là della volontà del Cavaliere – rappresenta ormai la cornice entro la quale quasi tutti si stanno muovendo. Anche nel centrodestra. Basti pensare alle dichiarazioni pubbliche di uomini come Gianni Alemanno. La flotta dei “malpancisti” non dichiarati va via via ingrossandosi: con tanto di ministri e capigruppo. Per non parlare della Lega. Che si ritrova con una base ormai in rivolta. Con la componente guidata da Roberto Maroni sempre più innervosita e con Umberto Bossi sempre più incapace di orientare il malessere.
Ma, appunto, ormai il “piano d´uscita” sta diventando il cuore dei contatti informali tra alcuni dei big della maggioranza e i leader dell´opposizione. E nell´orizzonte di un esecutivo tecnico o di larghe intese molti inseriscono nella trattativa provvedimenti come le intercettazioni o il processo breve. Sapendo, inoltre, che il caso Mills si prescrive tra breve, a febbraio prossimo. Un´opzione però – spiegano i diretti interessati – che non potrà mai diventare pubblica. «Si può concordare con Berlusconi – spiega Pier Ferdinando Casini senza entrare nello specifico – un´agenda delle cose da fare da qui alla fine della legislatura». E in molti nel Partito democratico ricordano l´operazione compiuta 15 anni fa da Massimo D´Alema. Il 4 aprile 1996 – alla vigilia della vittoria di Romano Prodi – andò in visita nella sede di Mediaset e rassicurò: «Non ci sarà alcun day after. State tranquilli: non ci saranno liste di proscrizione. Avremo la serenità sufficiente per trovare intese».
Del resto, nei pensieri del Cavaliere il futuro delle sue aziende è una costante. E lo stesso segretario del Pd, Pierluigi Bersani, da giorni va ripetendo ai suoi: «E´ chiaro che non sarà alcuna ritorsione. Cosa c´entra un´azienda con la politica?». «Ma – puntualizza il vicesegretario Enrico Letta – non accetteremo baratti». Ma le precisazioni contemplano e non escludono quelle possibilità. Anche perché l´idea di un governo di larghe intese presieduto da un “tecnico” come Mario Monti per qualcuno potrebbe prevedere pure il coinvolgimento diretto dei leader dei principali partiti. Nel Pdl qualcuno si spinge a chiedere come contropartita l´elezione del Cavaliere al Quirinale come “suprema garanzia”. Ma il progetto è già stato scartato: né Casini né Bersani sono intenzionati ad accettare una soluzione del genere.
Tant´è che il fattore principale su cui Confalonieri e Gianni Letta hanno insistito la scorsa settimana è il clima complessivo che si è creato intorno a Palazzo Chigi. E che potrebbe mutare rapidamente proprio in presenza di un passo indietro. Del resto, tutti nel Popolo della libertà hanno capito che la reazione dei mercati alla manovra economica risente in primo luogo dell´ostilità che circonda il premier a livello europeo (a via del Plebiscito sono impauriti anche della reazione che avrà domani il presidente del consiglio europeo Van Rompuy durante il faccia a faccia). La distanza che si è formata con la cancelliera Merkel e il presidente Sarkozy, ad esempio. O i dubbi della Bce che potrebbero acuirsi con la nuova presidenza di Mario Draghi. Gli uomini di Berlusconi, poi, sono terrorizzati da quel che potrà accadere oggi in Borsa e da quello che potrà uscire dalle famigerate intercettazioni di Bari (a partire dalle voci su una colorita battuta proprio sulla Merkel). Una miscela esplosiva. Cui si aggiunge il dietrofront di Confindustria e Cisl, e la diffidenza della Chiesa.
Insomma tutto sembra confezionato per rendere percorribile l´”exit strategy”. Ma per ora manca il tassello principale: Berlusconi non ha alcuna intenzione di farsi da parte. «Io vado avanti. Sono un combattente e non ci penso a mollare. Se cado si va alle elezioni. Dite che prendo il 20%? Non sarà così, ma anche se fosse, quel 20% mi consentirà di trattare». Del resto, quando qualche settimana fa un autorevolissimo rappresentante delle istituzioni italiane chiese ad Angelino Alfano di «considerare la sua giovane età e il suo futuro politico», il neosegretario Pdl rispose: «Ma lei non capisce che dopo Berlusconi non ci sarà nessuno di noi».

La Repubblica 12.09.11