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"FestivalFilosofia. Uomo & Natura. Una sfida infinita di amore e minacce", di Michele Smargiassi

In programma un pacchetto multimedialedi spettacoli, retrospettive, concerti, incontri, tutti gratuiti “È diventato un argomento profondamente politico”, spiega Bodei, ideatore della decennale manifestazione. Venerdì inaugura a Modena, Carpi e Sassuolo l´appuntamento più importante dedicato al pensiero speculativo. Tema di quest´anno, la madre-matrigna di sempre. Affrontato per tre giorni sotto ogni punto di vista. Una forma smisurata di donna seduta in terra”, dal volto “mezzo tra bello e terribile”: una matrigna crudele e sprezzante, così la Natura appare allo sfortunato Islandese nel celebre dialogo di Leopardi che fonda la nostra modernità. Meno di un secolo prima, Voltaire si era ribellato al terremoto di Lisbona, evento tremendamente naturale, in nome della Ragione. No, non è mai stato piacevole per i filosofi maneggiare questo concetto che all´uomo della strada evoca invece idee di relax, pace, benessere. Dev´essere per questo che il FestivalFilosofia di Modena ha atteso dieci anni prima di scegliere questa parola bella e terribile come tema della sua undicesima edizione.
Ma non si poteva attendere oltre: possiamo non occuparci della natura, ma la Natura si occupa di noi, fin nel profondo, sempre di più. «È diventato un argomento profondamente politico», spiega Remo Bodei, ideatore e responsabile scientifico del più importante appuntamento dedicato al pensiero speculativo. Minacciata e fragile nel suo equilibrio ecologico, minacciosa e aggressiva nelle sue manifestazioni catastrofiche (tsunami, terremoti, uragani), la Natura sembra invocare o pretendere qualcosa dall´uomo: «Le cose inanimate sembrano sempre più godere di diritti, e li reclamano». Crolla l´opposizione classica fra natura e cultura, l´imprevista competitiva alleanza tra physis e technè profana il confine sacro del corpo umano e rende fluidi e labili concetti naturali come la vita e la morte. Certo, è giunto il tempo che il festival affronti finalmente, faccia a faccia, come l´Islandese di Leopardi, quell´enorme inquietante figura.
Del resto, non è la prima volta che l´adunata di fine estate dei filosofi deve misurarsi con la ribellione e la sfida dei concetti che di volta in volta evoca. Nacque sotto una stella terribile, il festival, nel settembre 2001. Si inaugurò pochi giorni dopo l´attentato alle Twin Towers, e il tema allora apparve stridente: Felicità; fu la politica del terrore, insomma, a incaricarsi di contraddire l´ottimismo apparente di quel debutto. Oggi sembra accadere l´inverso: è un approccio politico ed etico alla Natura che tenta di aprire le porte a una possibile riconciliazione. Non sarà comunque un festival ottimista, perché la Natura, per quanto “da matrigna crudele ora ci appaia piuttosto come una mater dolorosa violata”, resta imprevedibile, ma la scelta del tema di quest´anno sembra avvertire il vento della riscossa realista dopo qualche decennio di postmodernismo e di “letture strapazzate di quella frase di Nietzsche per cui non esisterebbero fatti, ma solo interpretazioni”.
Tema concreto, quasi facile, ma proprio per questo sterminato. Non basteranno forse a esaurirlo i duecento eventi, tutti gratuiti, tutti in piazza, e i cinquanta e passa relatori (distribuiti nelle tre location tradizionali dell´appuntamento diretto da Michelina Borsari: Modena), alcuni molto assidui (Bauman, Cacciari, Nancy, Bianchi, Severino, Augé, Galimberti, Rodotà, Givone, Galli…), altri alla loro prima visita (Duque, Settis); ma ci si proverà secondo uno schema ormai collaudato: le lezioni sui classici, per scandagliare la genesi e l´evoluzione storica del concetto filosofico di Natura secondo due tradizioni fondamentali. Quella che, dalla Bibbia a Bacon, la vuole soggetta al dominio dell´uomo, e quella, da san Francesco all´ecologia moderna, che viceversa fa dell´uomo una semplice parte del suo regno. Poi le lezioni magistrali, per esplorare le latitudini odierne dell´idea, tenute da vari relatori, tra cui architetti, giuristi, scienziati, ecologisti.
Attorno, secondo la formula fortunata e popolare del festival (oltre un milione di visitatori in questi dieci anni), un pacchetto multimediale di mostre, spettacoli, laboratori per bambini e adulti. Compito apparentemente più semplice del consueto, infine, anche per Tullio Gregory, filosofo e chef del festival: i suoi menu filosofici saranno ovviamente la versione culinaria dell´impresa prometeica dell´homo faber, per scoprire quanto innaturali siano, nonostante tutto, le gioie umane del palato.

La Repubblica 11.09.11

"Dieci anni dopo….. dall’altra parte del mondo…..", di Tiziana Ferrario

E’ difficile scrivere qualcosa di non banale in occasione di un anniversario così importante per tutto il mondo come i dieci anni dall’attacco alle Torri Gemelle di New York. Gli americani vogliono dimenticare,ci dice Di Bella,mentre i giornali ci spingono a ricordare ogni dettaglio. I quotidiani italiani propongono cofanetti,inserti speciali, commenti,persino pseudo quiz per rimarcare l’eccezionalità di quel tragico giorno per gli Stati Uniti e per tutti noi.
” ..ti ricordi cosa stavi facendo?”..chiede un quotidiano, ” dov’eri?” chiede un altro”,mentre tutti ripropongono i video con gli aerei che si abbattono su quello che era il simbolo della potenza americana e le voci registrate quella tragica mattina tra i passeggeri e tra i soccorritori giunti a cercare qualche sopravvissuto tra le macerie.
E’ vero,mentre in queste ore l’allarme terrorismo torna alle stelle per il timore di nuovi attacchi, tutti ci ricordiamo cosa stavamo facendo quell’11 settembre. Non si puo’ dimenticare.

“Siamo tutti americani” avevano titolato il giorno dopo Le Monde, il Corriere della sera e tanti altri quotidiani internazionali, mentre quell’enorme ammasso di cristallo, acciaio, e brandelli di corpi sprigionava un fumo acre e velenoso. Tutti noi, nel mondo occidentale ci sentivamo al fianco dell’America e guardavamo con orrore ad alcune manifestazioni di giubilo che provenivano invece da un’altra parte di mondo. Ci sembrava impossibile che si potesse gioire per quasi tremila morti innocenti.
Una situazione che non prometteva nulla di buono. Se doveva essere un millennio di pace, come tutti speravano dopo la fine della Guerra Fredda, era cominciato proprio male.
A distanza di dieci anni, è proseguito anche peggio,con già due guerre in attivo. Ecco perché in questi giorni non si può parlare dell’11 settembre guardando solo a Ground Zero, e senza chiedersi come questo anniversario sia ricordato proprio in quei paesi che non hanno fatto parte della grande coalizione di 46 nazioni che ha mandato i propri soldati a sconfiggere il terrorismo e i talebani in Afghanistan.
Scelgo tra tutti il Pakistan, con il quale gli americani hanno sempre fatto affari, ma che in quei giorni, di fronte alle macerie fumanti del World Trade Center era attraversato da profondi sentimenti antiamericani, andati via via aumentando.
Il giorno dopo gli attacchi, mentre i cieli del nord America erano chiusi, io sono partita con un volo degli Emirates per il Pakistan passando per Dubai. A bordo oltre all’equipaggio c’eravamo solo io e l’operatore. Nessuno osava prendere un aereo in quelle ore.
A Islamabad,la capitale del “paese dei puri” l’atmosfera era completamente diversa. Nei negozi si vendevano magliette con l’effige di Bin Laden, per le strade era un susseguirsi di manifestazioni di giovani integralisti che bruciavano le bandiere americane e i manifesti con il presidente Bush. Le madrasse erano strapiene di ragazzi che inneggiavano alla guerra santa e si aprestavano a partire per l’Afghanistan al fianco dei fratelli musulmani. In Pakistan, in quei giorni ,non si sentiva americana neanche quella ricca borghesia che mandava i propri figli a studiare nelle università statunitensi. Nessuno credeva che l’attacco fosse partito dal vicino Afghanistan, tutti solidarizzavano con i fratelli musulmani sui quali stavano per cadere le bombe dei B52,nei salotti si sussurrava la teoria del complotto.
Di lì a pochi giorni dall’attacco, il Pakistan sarebbe tornato a diventare un forte alleato degli Stati Uniti che avrebbero ripreso a riversare fiumi di danaro al governo del generale Musharraf nella speranza di averlo al fianco nella lotta al terrorismo.
Che cosa è successo da allora? Questi dieci anni ci dicono che le cose non sono andate come previsto e i sentimenti antiamericani in Pakistan sono aumentati. I giornali pachistani in questi giorni ricordano l’11 settembre condannando l’azione terroristica, ma nei blogs si invita a raccontare anche le storie dei civili sopravvissuti ai bombardamenti degli aerei americani nei villagi pachistani e afgani dove è stata più intensa la caccia ai terroristi di Al Qaida. Anche lì ci sono stati tanti morti innocenti, si legge negli editoriali che ci offrono spunti di riflessione interessanti.
Anche i pachistani e gli afgani- leggo – sono traumatizzati, ma sono troppo poveri per permettersi di andare dal medico e farsi curare per la sindrome chiamata post-traumatic stress disorder e da queste parti, si sottolinea, la gente è troppo occupata a cercare acqua potabile e un pasto al giorno da mettere in tavola per i propri figli.
Continuando così, scrive un altro blogger sul quotidiano Dawn, per ogni civile ucciso dalle truppe americane, nascerà un piccolo Bin Laden.
Il presidente Obama ha chiesto che le cerimonie per l’11 settembre tengano conto delle numerose nazionalità e religioni delle persone morte nelle Torri e ha fatto bene a sottolineare che l’anniversario non passi come una commemorazione solo americana. Da quell’11 settembre 2001 il terrorismo ha colpito ovunque nel mondo, in Europa ma anche nei paesi islamici, i cui governi sono stati accusati di essere troppo vicini all’Occidente.
Ho riletto il discorso di Obama al Cairo all’università Al Azar. Un grande discorso.
“Sono qui per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti ed i musulmani nel mondo, basato sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto. E sulla verità: America e Islam non devono essere in competizione……ma sovrapporsi e condividere principi comuni, di giustizia e progresso, di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani”…… “Qualsiasi cosa pensiamo del passato, non dobbiamo rimanerne prigionieri. I nostri problemi vanno affrontati in partnership e il progresso va condiviso. Ma la prima questione da affrontare è l’estremismo violento in tutte le sue forme. L’America non è e non sarà mai in guerra con l’Islam. Tuttavia, confronteremo senza tregua gli estremisti violenti che pongono un serio rischio alla nostra sicurezza. Il mio primo compito come presidente è proteggere il popolo americano”….
E’ stato un discorso al fronte moderato,un invito a lavorare insieme.
” La guerra ha depresso e svuotato le casse americane, ma anche i musulmani hanno preso una grande batosta, scrive il blogger pachistano di Dawn, oggi chi ha una barba e un copricapo viene visto come un fondamentalista,” ” le donne con il velo sono guardate con sospetto e il radicalismo è aumentato, se c’è qualcuno che quotidianamente è pronto a farsi esplodere.”
“L’Europa ha dovuto prendere atto dei venti milioni di musulmani che vi abitano e si è incominciato a parlare di diritti e di accetazione della diversità” scrive un altro editorialista, ma i diritti lo sappiamo portano insieme anche i doveri.
Ovunque c”è una ferma condanna dell’attacco dell’11 settembre e delle azioni degli integralisti,ma è forte la richiesta di una maggiore attenzione a non archiviare come “danni collaterali” le persone che soffrono e muoiono ancora oggi per le conseguenze di quell’attacco.
E’ evidente a tutti che in questi dieci anni le nostre vite sono peggiorate, anche se il terrorismo è più debole e Bin Laden è morto. Potranno esserci altri attacchi, ma lo scontro tra civiltà, che alcuni consiglieri del presidente Bush avevano previsto, non c’è stato. Solo il dialogo e la conoscenza, e la continua ricerca di quei punti di incontro a cui faceva riferimento Obama, possono portarci verso un orizzonte di pace. Sono i moderati di tutti i fronti che devono darsi da fare, se non vogliono perdere la nuova occasione che si è aperta con le primavere arabe. Già l’Afghanistan è una guerra di occasioni perdute, per gli afgani e per noi. Evitiamo che lo sia anche il Nord Africa. Altrimenti questi dieci anni sarebbero trascorsi invano.

www.articolo21.org

"La carica dei costituenti per caso", di Michele Ainis

La notizia è che non fanno più notizia. Grandi riforme, piccoli titoli: anche l’ultimo esercizio d’ingegneria costituzionale (via le Province dalla Carta, dentro il pareggio di bilancio) è finito in un angolino a fondo pagina. Ma il troppo stroppia, e in conclusione nessuno ti prende più sul serio. Specie quando fai salpare un bastimento che viaggia in tempi biblici, come le leggi di revisione costituzionale. Perché allora dovrai avviare un dibattito fra i partiti e nel Paese, formalizzare una proposta condivisa, ottenere due approvazioni dalla Camera e altrettante dal Senato, probabilmente affrontare un referendum. Meglio farlo agli esordi della legislatura, c’è più tempo. E meglio mettere in mare un’imbarcazione alla volta, per evitare collisioni. D’altronde non è un caso che nelle ultime due legislature l’Italia abbia licenziato due soli emendamenti alla Carta del 1947 (e zero emendamenti in questa).
Invece il governo Berlusconi è rimasto a braccia conserte nei primi tre anni della legislatura, poi ha sparato 4 colpi in 5 mesi. Nell’ordine: per abbassare l’età minima dell’elettorato attivo e passivo (marzo). Sulla giustizia (aprile). Sulle libertà economiche (maggio). Infine quest’ultimo progetto ancora fresco di stampa. Totale: 27 articoli della Costituzione, un quinto della sua cifra complessiva, con un vestito tutto nuovo. E ovviamente senza risparmiare sulla stoffa: per introdurre il pareggio di bilancio il governo ha usato 293 parole, per abrogare le Province ne ha messe in fila 823. Ma la logorrea dev’essere una malattia comune sia a destra che a sinistra: nel 1999 un governo D’Alema gonfiò da 3 a 8 commi l’articolo 111 della Costituzione, allo scopo d’inocularvi un principio (il giusto processo) già iscritto nell’articolo 24.
Di questi tempi ci s’alza la mattina con l’idea di cambiare l’una o l’altra regola della nostra Carta, ha detto Napolitano; sicché l’improvvisazione si coniuga all’approssimazione. Come dargli torto? Da Capodanno sono già 59 i disegni di legge costituzionale depositati in Parlamento; ma diventano 371 se contiamo dall’inizio della legislatura. Proposte qualche volta eroiche, come quella del senatore Divina: mentre tutti vogliono cancellare le Province, a maggio lui ha chiesto d’istituire la Provincia autonoma di Ladinia. Più spesso esotiche o bislacche, come le fantasie costituzionali che oppongono il deputato Cirielli alla senatrice Poli Bortone: il primo vorrebbe battezzare la Regione dei due principati, la seconda opta per il Principato di Salerno. Sempre meglio di Iannarilli, che trasformerebbe Roma in Regione, con buona pace della geografia. Di Massidda, che pretende un nome sardo per lo statuto sardo («Carta de logu de Sardigna»). O di Malan, secondo il quale ogni nuovo Parlamento dovrà insediarsi obbligatoriamente di giovedì, giorno dell’Ascensione.
È il festival dei costituenti per caso: il vincitore ottiene in premio un cappello da Napoleone. Ma a perdere, ahimè, siamo noi tutti. Perché questo virus riformatore corrode l’autorità della Costituzione, ci abitua a considerarla un ferro vecchio. Perché abusa della leva costituzionale, quando in molti casi basta e avanza una legge (Bersani fece le sue liberalizzazioni senza scomodare la Carta, Tremonti non le ha fatte e se la prende con la Carta). Perché sovente la riforma è un trucco (quella governativa che abolisce 108 Province farebbe sorgere almeno 200 associazioni tra Comuni). E perché infine basta, non ci crediamo più. D’altronde il nostro scetticismo è anche una difesa: con questi padri (af)fondatori, pensa che guai, se putacaso il loro bastimento arriva in porto.

Il Corriere della Sera 11.09.11

"Il turismo abbandonato", di Cesare De Seta

Nella congiuntura assai difficile dell´economia italiana ci sono sprazzi di luce imprevisti che non vanno sottovalutati. Dopo tre lunghi anni di vacche magre il turismo nel mese d´agosto ha segnato una lenta ripresa, ma il dato più significativo è che sono le tradizionali città d´arte a registrare i dati più positivi secondo quanto riferito dalla Federalberghi-Apra.
Venezia è in cima con un incremento del 10%, di cui l´80% è costituito in prevalenza da americani, russi e mediorientali; segue Roma con un incremento del 9%, di cui il 70% costituito da stranieri; a seguire Firenze con 8,3%, e anche qui i turisti sono per larga maggioranza americani. Napoli è scomparsa dalle classifiche se non dobbiamo ad essa associare Capri, Ischia, la costiera e il Vesuvio. Città come Torino e Milano, che non sono mai state mete particolarmente presenti in queste classifiche, nella settimana di Ferragosto hanno registrato un´impennata di turisti provenienti in particolare dai Paesi della Ue. Il fatto più positivo è che l´incremento è dovuto prevalentemente agli americani che sono ritornati alla grande nel nostro Paese, seguiti da Russia, Cina, Brasile e India. Il turismo a quattro o cinque stelle proviene non dall´Europa ma dal resto del mondo: il presidente della Fondazione Altagamma Antonio Cacace, in un´intervista al Sole 24 ore, nota anche che a differenza di Francia, Spagna e Grecia che ci hanno sorpassato, in Italia è mancato un “indirizzo unitario”, ovvero una politica per il turismo.
Nei Paesi che s´indicano con l´acronimo Bric è in notevole crescita una popolazione che sa apprezzare le bellezze del nostro Paese e in particolare quell´assieme di beni culturali che si concentrano nelle città privilegiate. D´altronde è largamente noto che in tutto il mondo, a cominciare dagli Stati Uniti ma anche nei Paesi della Ue, è in forte crescita quella fetta di popolazione che possiamo dire mediamente colta: capace cioè di apprezzare patrimonio storico-artistico e archeologico. La crescita scolare a scala mondiale, e dunque, l´affinarsi della domanda, fa sì che le nostre città guadagnino punti nella distribuzione del turismo. Siamo in una posizione certamente privilegiata perché le nostre città, e non solo quelle oggi in ascesa, sono capaci di offrire aree archeologiche, musei, monumenti, luoghi storicamente consolidati nei secoli, unici al mondo. Ciò esigerebbe che si approntasse una strategia idonea per incrementare questo flusso di danaro fresco ma questo non accade. Le stesse città privilegiate sono piagate da infiniti malanni strutturali che vanno dalla carenza di personale nella gestione del patrimonio di beni di cui sono ricche, alla assai flebile capacità di creare attività stagionali capaci di richiamare flusso turistico.
Tutto va bene? Non è così, visto che si destina solo lo 0,18% del nostro Pil e lo 0,23% del bilancio statale all´immensa risorsa dei beni culturali. Ci sono campanelli d´allarme inquietanti: il più clamoroso è stato l´atto di vandalismo contro la Fontana del Moro e la Fontana di Trevi. Il gesto di chi s´accanisce su un´opera d´arte – i precedenti non si contano: dalla Pietà di Michelangelo alla scultura dell´Ammannati a Firenze – non è gesto di un folle: ma di un nichilista, inconsapevole vittima di un mito romantico. Il suo gesto mette in crisi modelli di comportamento che si ritenevano immutabili: la convinzione che l´opera d´arte debba suscitare ammirazione, e quindi rispetto; nel corso dei secoli si è stipulata una solida intesa tra produttori di merci particolari (i manufatti d´arte) e chi si riconosce in quei valori. Nel momento in cui il concetto di Bello subisce trasformazioni (piccole o grandi, transitorie o permanenti) questo circuito si interrompe, con tutte le conseguenze del caso: compreso il fisico annientamento dell´oggetto scaduto di valore.
Dell´esercito che ogni anno si muove per l´Italia sappiamo poco o nulla, la sua avanzata sgomenta perché né la cultura, né tanto meno lo Stato si è preoccupato di studiarne le pulsioni. Ci dobbiamo rallegrare che in Italia questo esercito sia sempre più numeroso, ma la crisi più grave che attanaglia il patrimonio storico-artistico e le città d´arte è proprio in ciò: nel fatto che questo complesso di “valori” non è più riconosciuto come tale da una larga massa di inconsapevoli consumatori. Qualificare la domanda turistica interna ed estera è un obiettivo prioritario. Non bastano cancelli, né cavalli di frisia, né telecamere: è indispensabile un lento meticoloso radicale lavoro di formazione che sia capace di rimettere in circolo una moneta che oggi rischia di essere fuori corso. Ed essa è costituita dai valori complessivi che esprime il Bel Paese e sta a noi, non certo a chi viene in Italia, dedicarci a questo compito di educazione civile.

La Repubblica 11.09.11

"L´arte della fuga", di Concita De Gregorio

Non può ricevere i PM a Palazzo Chigi, perché deve andare a Strasburgo. È stata una ricerca frenetica, venerdì sera, a Palazzo Grazioli: tutti lì a cercare fra la posta già buttata le mail cancellate gli inviti nemmeno aperti. Ci sarà pure un invito istituzionale, no? Trovatelo, guardate anche nel cestino. Eccolo presidente, ci sarebbero Barroso e Van Rompuy disponibili. Chi? Van Rompuy, il presidente del Consiglio europeo. Va bene, funziona. Prendete appuntamento con questo. Preparatemi una scheda personale. “Van Rompuy, fiammingo, cultore di poesia ed esperto di Haiku giapponesi, amante dell´ornitologia, nel tempo libero solito ritirarsi in preghiera in un´abbazia benedettina”. Sarebbe bello assistere al colloquio riservato, sì. Caldamente sconsigliate battute ornitologiche. Meglio, nel caso, la zia suora.
Meglio improvvisare un haiku piuttosto che spiegare ai due magistrati napoletani perché tiene a libro paga due ceffi del calibro di Lavitola e Tarantini. Parte offesa, certo. In questo caso Silvio B. è la vittima: ricattato, si suppone. Ma la figura del ricattato in giurisprudenza, glielo avrà spiegato Ghedini, è diversa da quella del concusso. È una tipologia precisa e di confine. Un ricatto si esercita su qualcuno che sa di essere ricattabile: si chiede a chi si sa che dovrà dare, per qualche motivo noto ad entrambi. Infatti il ricattato dà: paga. In caso contrario, se non ha niente da temere, denuncia il tentativo e fa arrestare i malfattori proclamando la sua estraneità al motivo del ricatto. Questo non è avvenuto, assolutamente no. Al contrario: i due stipendiati avevano con lui un filo diretto, accesso continuo al suo numero di telefono privato del resto in possesso di moltitudini di transessuali brasiliane e giovani bisognose di aiuto di varie nazionalità. Al contrario, all´impressionante direttore dell´Avanti! già visto in azione nel reperimento di carte sul conto di Fini e assai spesso in viaggio di lavoro per conto della vittima del ricatto medesimo, ha detto proprio al telefono: “Resta dove sei”. Non tornare in Italia, ti stanno per arrestare, non hai letto Panorama? Te lo dico io: resta lì, lontano da questo “Paese di merda”.
Il telefono, che dannazione. Si convochi subito una riunione a Palazzo per scrivere questa maledetta legge bavaglio. Presto, Verdini. Presto Lupi, Alfano, che vi ho nominati a fare? Vogliamo smetterla di leggere sui giornali quel che dico? Sono due anni che ve lo chiedo, e allora? Perché vedete, se uno è parte lesa – vittima di un ricatto, appunto – non rischia nulla in teoria ma c´è sempre la possibilità che cada in contraddizione durante il racconto, che so?, che non sappia spiegare bene perché Marinella dava i soldi a quel tipo o perché gli ha detto di non tornare, appunto, se era vittima di un sopruso. E allora, in flagranza di reato, ti arrestano. Scoprono che menti, e non ci sono immunità che tengano. E´ automatico, proprio. Meglio non rischiare. Meglio gli uccelli di Van Rompuy.
Sarebbe grottesco, tutto questo, se non fosse tragico. Tragica l´indifferenza degli italiani cullati nel sonno dagli editoriali del Tg1 per cui l´arte della fuga si declina solo in musica, altrimenti è una parola tabù. Silvio B. è un uomo in fuga, invece. L´Italia ha un presidente del consiglio che molto probabilmente un giorno sparirà. Se falliranno scudi, legittimi impedimenti, lasciapassare concordati con le opposizioni – sottovoce da tempo se ne parla – un giorno fuggirà. Il referendum di maggio è stato un segnale ignorato. C´è una parte del Paese che lo sa. Come diciamo da tempo, oltre e prima che politico il danno devastante di questo esempio di condotta è culturale. Noi qui a convincere i nostri figli che la decisione dei professori non si discute, che se in greco o in disegno ti bocciano non si fa ricorso ma si studia di più, che se ti fanno la multa perché hai parcheggiato in terza fila la devi pagare, che le regole si rispettano, che non si salta la coda con un trucco e non importa se gli altri lo fanno. Che le decisioni delle autorità si rispettano. Un lavoro di resistenza improbo, nel mondo dei Lavitola. Facciamolo per i nostri figli, per il tempo che verrà: resterà traccia, sappiatelo, di chi ha detto di no. Mandiamo una mail a Van Rompuy, che a Berlusconi martedì una domanda la faccia anche lui: what about Tarantini, mr. president?

La Repubblica 11.09.11

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“Da vittima a imputato per corruzione il premier teme un nuovo processo Mills”, di Liana Milella

È giudiziariamente stretto il crinale su cui si muove Berlusconi. Un passo, una svista, un minimo errore e… oplà, dall´estorsione si precipita nella corruzione di un testimone. Il premier nelle vesti di chi dà i soldi al imprenditore barese Tarantini per garantirsi una versione favorevole sulla vicenda delle escort. Estate 2008, notti calde a Roma e in Sardegna. Una versione in cui risulti che solo lui, il medesimo Tarantini, pagava le donne, mentre il capo del governo non ci ha messo una lira. Pensava, questo finora ha raccontato Tarantini ed è scritto nei verbali di Bari, che le ragazze erano «amiche sue» e non escort di professione. Versione preziosa, un salvavita per il Cavaliere. Se Tarantini cambiasse versione e dicesse che Berlusconi sapeva tutto e ha pagato, si aprirebbero subito due porte: quella dell´incriminazione per favoreggiamento della prostituzione e quella delle dimissioni da palazzo Chigi.
È con il fantasma del caso Mills, dell´avvocato londinese David Mills per cui il premier è accusato di corruzione, che il Cavaliere si sveglia e va a dormire in questi giorni. E sta qui la ragione, tutta giudiziaria e non politica, che ha spinto i suoi consiglieri giuridici a metterlo in guardia e a guidarlo verso il rinvio dell´interrogatorio di martedì. Nel quale, lui da solo di fronte ai pm senza i fidi Ghedini e Longo, sarebbe bastata mezza parola in più per precipitarsi in un nuovo caso Mills. Dal quale, merita ricordarlo, il presidente del Consiglio non è ancora uscito. Anzi, cerca viuzze legislative, tipo processo lungo, per bloccare una possibile condanna per corruzione. La stessa subita da Mills, ben quattro anni e sei mesi.
S´innesta in questa paura – l´estorsione che può diventare corruzione – la decisione, pure questa “made in Ghedini”, di addossare alla procura di Napoli e di conseguenza denunciare la fuga di notizie sull´inchiesta Lavitola-Tarantini, attraverso un´interpellanza urgente firmata da Costa e Contento, ma anche dal vice capogruppo Pdl Baldelli. Quindi espressione dei vertici Pdl a Montecitorio. Attenzione, perché lo snodo è delicato. Dicono ottime fonti Pdl: «Berlusconi è vittima di un´estorsione, ma la procura fa uscire carte che lo presentano e lo sputtanano come colpevole». Colpevole di che? Giust´appunto di una possibile corruzione. Ecco i verbali della fedele segretaria Marinella Brambilla, interrogata senza avvocato e senza aver ottenuto copia del suo verbale, sui versamenti di denaro a Lavitola. Tanti soldi, sempre cash, con un´evidente violazione delle regole sul contante. Ecco interrogare Tarantini e farci cader dentro una risposta di un precedente interrogatorio dell´avvocato Perroni, dal quale risulta che Berlusconi gli ha imposto di difendere l´imprenditore barese che gli procurava le escort. Stesso avvocato, stessa versione. O comunque controllo sulla versione possibile. Ecco la telefonata del 24 luglio con Lavitola, scoperta dall´Espresso, in cui gli si dice di non tornare in Italia.
Tutte carte che possono generare domande assai imbarazzanti per Berlusconi. Del tipo. Perché procurava e pagava un avvocato, il suo stesso avvocato, per Tarantini. Era, o non era un modo per avere la certezza che il manager della sanità pugliese finito in carcere per un anno, non lo avrebbe mai tradito. E ancora. Tanti, troppi soldi. A quale scopo? Estorsione o corruzione? Tutto propende per la seconda ipotesi, soprattutto a sentire quanto rivela Tarantini. Quando, come se nulla fosse, nell´ultimo interrogatorio, rivela ai pm una frase del Cavaliere: «Io sono dispiaciuto, comprendo che la tua situazione è avvenuta per cause indirette, per cause mie, perché sono coinvolto con te». Proprio così, «coinvolto con te». In che cosa gli avrebbero chiesto i pm. E allora meglio rinviare.

La Repubblica 11.09.11

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“Berlusconi fugge all’estero ed evita audizione coi pm”, di Claudia Fusani

Dicono che è una questione di «slot temporale». S’è aperta all’improvviso «questa finestra utile» martedì mattina per incontrare il presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy e nel pomeriggio il Commissario europeo Manuel Barroso entrambi poi subito in partenza per impegni internazionali uno dei quali in Sudafrica. Un incontro «indifferibile» perchè tanto Barroso che Van Rompuy si sono «esposti personalmente sulla manovra economica del governo italiano ed è necessario non solo ringraziarli ma andare a riferirne contenuti e modalità. Onorarne l’impegno».

E insomma, tra palazzo Chigi e palazzo Grazioli è tutto un correre e un darsi da fare per trovare le parole giuste per spiegare l’ennesima fuga del premier dai pm. Parole giuste e anche un po’ pompose tra le quali è difficile cogliere la motivazione reale di questo improvviso viaggio a Bruxelles e poi a Stasburgo se non la necessità di evitare l’interrogatorio con i pm di Napoli sul caso Lavitola-Tarantini, estorsione subìta e filoni conseguenti come quello della fuga di notizie con la telefonata a Lavitola in cui il premier lo consiglia di «restare pure lì dov’è», cioè all’estero evitando l’arresto.

Il rinvio per legittimo impedimento s’era fatto strada già venerdì quando il premier, dopo l’ennesima lettura di telefonate intercettate – indiscrezioni dicono abbia già potuto dare un’occhiata al famoso e bollente dossier barese sul giro di escort – ha detto basta. Ha preteso che il ministro Guardasigilli Francesco Nitto Palma prendesse in esame l’ipotesi di spedire gli ispettori a Napoli («un atto dovuto« davanti all’interpellanza dei deputati Pdl Costa e Contento). E che si trovasse il modo di rinviare l’interrogatorio di martedì. In cui il premier è convocato come persona informata sui fatti ma è assai probabile che ne possa uscire indagato.

Jolly Bruxelles
E così è stato calato il jolly Bruxelles. «Barroso e van Rompuy – si spiega a palazzo Chigi – si sono esposti personalmente sulla manovra italiana, il loro sì è arrivato già la notte in cui il testo è stato approvato al Senato. Sembra corretto, oltre che doveroso, incontrarli, spiegare il dettaglio e ringraziare e discutere su quello che deve essere ancora fatto». Il premier esclude correttivi alla manovra («non ce n’è bisogno» ha detto a Vespa che lo ha intervistato per lo speciale di Porta a Porta sull’11 settembre). E però non c’è dubbio che le dimissioni traumatiche di Juergen Stark dal direttorio della Bce (un falco la cui assenza dovrebbe solo tranquillizzare l’Italia), il venerdì nero sui mercati e le aste di Bot e Cct delle prossime settimane sono temi su cui il premier deve potersi confrontare con i vertici della Ue. Certo, colpisce che un incontro così decisivo da un punto di vista diplomatico e dei contenuti avvenga in assenza del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. «Il ministro sarà in aula a Montecitorio per la manovra. Si dividono i compiti» rimbalza dal ministero di via XX Settembre. Berlusconi ieri, sabato estivo di settembre, è stato tutto il giorno a palazzo Grazioli in compagnia dell’instancabile e ormai inseparabile Ghedini. Hanno molto su cui discutere, i due. E parecchio da leggere. Carte, verbali, intercettazioni, Napoli, Bari e la grana più grossa, il processo Ruby, che riprende a Milano il 3 ottobre e dove ogni tanto spuntano giovani donne con bunga bunga da raccontare. Questa volta la preoccupazione è per Catarina, la ragazza del Montenegro che «praticamente viveva ad Arcore» e una sera è stata male. Presenti Faggioli, Minetti e molti altri. Perchè è stata male la ragazza? Quale l’origine del malore?

«Una più, una meno…»
Problema dopo problema, Ghedini presidia i tanti fronti della trincea giudiziaria come può. Ieri mattina ha parlato con il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore per spiegare i motivi del legittimo impedimento. La procura non ha, ovviamente, battuto ciglio, e domani sarà fissato un nuovo appuntamento. Non si esclude che la nuova data «possa cadere già nella settimana che viene». A palazzo Grazioli viene smontata ogni ricostruzione giornalistica che parla del leader solo, furibondo e ossessionato dalle paure. Il timore per le intercettazioni di Bari che potrebbero uscire in settimana? «Tanto, a questo punto, intercettazione più, intercettazione meno… l’hanno capito tutti che è una persecuzione. E il Presidente sta benissimo». Ieri sera è andato alla festa post matrimonio del ministro Brunetta. Un week end tranquillo prima delle barricate della prossima settimana: caso Milanese (voto in giunta per l’arresto), manovra con una nuova fiducia tra martedì e mercoledì, deposito degli atti a Bari, ogni giorno è buono a partire dal 15 settembre. Tra le tante volte che il premier è fuggito davanti ai pm, questa tutto sommato ha una forma di giustificazione. Ci immaginiamo un interrogatorio del premier a mercati aperti e a manovra ancora da approvare? Meglio evitare.

L’Unità 11.09.11

"Un corpo in vendita: la violenza sulle donne e i media", troviamo il coraggio di parlarne

“Un corpo in vendita: la violenza sulle donne e i media”con l’attrice Claudia Mori, Stefano Di Traglia – Responsabile della comunicazione del Pd, Marco Pontecorvo – regista figlio d’Arte, Marina Magistrelli – avvocato e senatrice del Partito Democratico. Incipit del dibattito tutto incentrato sulla polemica relativa alla fiction, o meglio a quello che avrebbe dovuto essere un ciclo di film prodotti da Claudia Mori con la sua casa di produzione Ciao Ragazzi, in co-produzione con Rai Fiction. Si tratta di quattro film che raccontano storie di donne vittime di violenza: “Troppo amore” firmato da Liliana Cavani incentrato sullo stalking, “La fuga di Teresa” di Margarethe Von Trotta, con la sceneggiatura di Andrea Purgatori, sulla violenza familiare, “Il segreto del web”, con la regia di Marco Pontecorvo, che affronta il tema dell’esibizione del proprio corpo a pagamento sul web e “Helena e Glory”, dello stesso regista, sullo sfruttamento della prostituzione dell’Est.
Un prodotto televisivo che non solo è stato ridotto di due episodi (i film avrebbero dovuto essere 6), ma è anche oggetto di un imbarazzante silenzio portato avanti dai vertici RAI sulla sua collocazione nel palinsesto annuale della rete, con una forte possibilità di slittamento di ben un anno. “Non sono molto convinta di questa scelta” dichiara l’attrice, “se fossi stata nei vertici Rai avrei gestito la questione diversamente, visto che si tratta di un prodotto di altissimo livello.”
La visione del trailer del film, proiettato in Piazza, porta a domandarsi sulla vera natura del paese che appare come un paese violento. “Assolutamente si”, conferma l’avvocato Magistrelli. E porta delle cifre: “il 20% della popolazione italiana è stata oggetto di stalking, ogni due giorni una donna muore per una violenza subita. E il 90% delle vittime conosceva l’aggressore.” Di buono però c’è che “lo stato e la legislazione italiana sono capaci di tutelare veramente le persone che hanno il coraggio di denunciare queste violenze”.
Pontecorvo tornando alla presentazione del suo lavoro ha definito comunque buono il clima sul set, in cui il tema coraggioso proposto è stato accolto da tutti gli attori, che hanno creduto fin da subito al progetto. “I film prodotti sono ottimi, e se ne è accorta anche la RAI, che come noi è rimasta contenta”.
La discussione sarà d’ora in avanti monopolizzata dalla questione RAI e i requisiti ritenuti auspicabili per un servizio pubblico di qualità. Di Traglia e la Mori si fanno voce di una diffusa preoccupazione relativa alla televisione di stato, definito “un servizio pubblico che rischia di essere senza pubblico, che commette un suicido lasciando scappare le sue migliori personalità. ” Insomma una televisione che aveva coraggio di osare e mandare in onda nuovi format e contenuti e che invece oggi da risposte vaghe, come quelle che ha ricevuto la produttrice: “non so se possiamo mandare in onda questa cosa, le faremo sapere”. Marina Magistrelli definisce l’industria tv un’industria che torna indietro, e quella dell’informazione come un insieme di meccanismi che distorcono e mistificano la realtà.
“Questo binomio ci cambia la vita in peggio”. Ma il paese secondo Di Traglia “è in grado di reagire, e in parte lo ha fatto: non si fa più tanto abbindolare da tg di partito e notizie inverosimili. Serve però maggiore partecipazione di tutti, non per forza all’interno di un partito ma sfruttando le numerose occasioni che la società offre”.
Il messaggio conclusivo lanciato dagli ospiti del dibattito verte essenzialmente su pochi ma significativi punti.
Claudia Mori auspica un mondo femminile che riesca a volersi bene, e una tv di stato finalmente libera dai meccanismi politici, con il coraggio e l’abilità di trattare al meglio anche i temi più spinosi e significati della nostra società. Idea fortemente appoggiata da Di Traglia e Magistrelli, che si auspica inoltre un ritorno all’impiego di risorse non solo finanziarie nel settore dell’innovazione tecnologica. “Speriamo si volti pagina”.

Redazione web Feste Democratiche – Francesco Gennari

"Dossier: Istruzione, orizzonti perduti", di Benedetto Vertecchi, Mariagrazia Gerina, Giuseppe Caliceti, Adriana Comaschi e Francesca Puglisi

Cinquant’anni fa solo un allievo su quattro proseguiva il percorso di studi dopo la scuola elementare. Doveva ancora trovare attuazione la norma costituzionale che prevedeva otto anni d’istruzione obbligatoria per tutti. L’ esclusione era prevalentemente l’effetto, diretto o indiretto, dell’agire di un filtro sociale. Solo parte delle famiglie era, infatti, in condizione di assumersi l’onere dell’educazione scolastica dei figli, rinunciando ai proventi derivanti da un inserimento precoce nelle attività produttive. D’altra parte, anche quando la ragione
dell’esclusione si collegava alle difficoltà intervenute nel processo di apprendimento, solo per un senso comune semplificatore (peraltro non troppo diverso da quello che oggi è tornato di moda quando si fa riferimento al merito) si poteva attribuire l’insuccesso alla scarsa attitudine degli allievi verso lo studio. Negli anni sessanta, in un contesto segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, furono poste, con la riforma della scuola media, le condizioni per assicurare a tutti otto anni di istruzione nella scuola. Questo obiettivo fu conseguito abbastanza rapidamente, aprendo la via al passo ulteriore, che consisteva nel favorire, anche per analogia con quanto era avvenuto in altri paesi industrializzati, l’allungamento dell’educazione scolastica fino a comprendere l’intero percorso di studi secondari. In una trentina d’anni (avendo come riferimento l’anno della riforma della scuola media, il 1962) la scuola italiana era diventata la sede per l‘educazione comune dell’infanzia e dell’adolescenza. O, almeno, lo era diventata per le dimensioni
quantitative raggiunte: lo sviluppo successivo avrebbe mostrato la capacità delle scuole di corrispondere anche sul piano della qualità alla domanda di istruzione che si era manifestata.
SE SI CONFRONTANO i dati relativi al funzionamento del sistema scolastico italiano fino alla fine del Novecento con quelli di altri paesi si notano due principali tendenze: la prima consisteva in una certa
compressione della fascia superiore dei risultati, l’altra nella dispersione contenuta nella fascia bassa. In altre parole, si perseguiva una linea di crescita per la scuola attenta in primo luogo a contenere lo svantaggio, e meno decisamente a perseguire risultati molto positivi per la fascia migliore degli allievi. Queste due tendenze si trovano in vari modi combinate nei diversi sistemi scolastici: quella volta a contenere la dispersione rivela attenzione per l’equità della proposta educativa, mentre il conseguimento di risultati molto positivi per la fascia migliore costituisce l’intento dei sistemi competitivi (il riferimento più frequente è ai sistemi educativi del Regno Unito e degli Stati Uniti). Se si tiene conto che il sistema scolastico italiano, almeno al livello secondario, aveva avuto uno sviluppo recente, la presenza di una dispersione contenuta nella fascia bassa indicava il prevalere del criterio dell’equità su quello della competitività. Dati comparativi più recenti, che danno conto grosso modo dell’effetto dei cambiamenti introdotti dai governi della Destra nella politica scolastica, mostrano che il criterio dell’equità è stato lasciato
cadere, senza che abbia avuto successo la sua sostituzione col criterio della competitività. È cresciuta, infatti, la dispersione nella fascia di risultati meno positivi, ma non si sono osservati incrementi apprezzabili nei livelli della fascia migliore. In altre parole, i tagli alle risorse, la riduzione degli orari, l’aumento del numero degli allievi per classe hanno peggiorato le condizioni di educazione degli allievi più deboli, non importa se per ragioni sociali o per difficoltà collegabili allo sviluppo individuale. D’altra parte, i richiami enfatici ad una nozione di merito retorica e ideologica (la meritocrazia) non sono serviti a produrre gli effetti che caratterizzano l’educazione nei sistemi orientati in senso competitivo. Conviene ricordare che il paese che da quando sono state avviate comparazioni periodiche internazionali ottiene i risultati migliori (la Finlandia) si distingue per la dispersione più contenuta nella fascia bassa, ed anche per il minore scarto fra la fascia bassa e quella alta. In pratica, i risultati di qualità elevata si ottengono in un contesto in cui domina il criterio dell’equità. In Finlandia non ci sono sostanziali differenze tra i risultati che si conseguono in un scuola o nell’altra, ovunque sia ubicata nel paese. È il contrario di ciò che accade in Italia, dove, le differenze si manifestano in relazione alle aree geografiche, alle caratteristiche del territorio, alle attività produttive e ad ogni altro aspetto che possa concorrere in positivo o in negativo, ma più spesso in negativo, a determinare i caratteri dell’educazione.

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“Ritorno a scuola nella crisi. Il caos la fa da padrone. Pagheranno gli studenti”, di Mariagrazia Gerina

Il ritorno a scuola ai tempi della crisi, a dispetto delle assunzioni annunciate (e ancora non completate), è pesantemente segnato per insegnanti e alunni dalle scelte del governo. Quella che, a cominciare
dal 12 settembre, aprirà i battenti a quasi 8 milioni di studenti è una scuola con meno insegnanti, meno presidi, meno bidelli, meno ore di lezione. Non c’entrano neppure i tagli previsti dalle “manovre estive”, su cui
le Regioni si preparano a dare battaglia. Il fatto è che la scuola il conto ha iniziato a pagarlo con largo anticipo, a partire dagli 8 miliardi di tagli in tre anni decisi con la legge 133 del 2008. L’ultima tranche, pesantissima, sono i quasi ventimila insegnanti (19.699 docenti) e i 14.500 tecnici- amministrativi sacrificati anche quest’anno sull’altare dei tagli. All’appello mancheranno 9.245 insegnanti nella sola scuola primaria
e altri 8.959 nella scuola secondaria. Che si sommano ai 68mila docenti e ai 30mila tecnici-amministrativi già lasciati a casa nei due anni precedenti. Più di 130mila posti di lavoro (132.199) persi in tre anni. Un massacro. Altro che la favola a lieto fine delle trentamila assunzioni promesse ad altrettanti docenti precari (più 36mila riservati al personale tecnico amministrativo). Anche lì, per ora, siamo ancora in alto mare. Perché il pasticciaccio della doppia graduatoria e dei circa 3mila ricorsi già vinti dagli insegnanti che erano stati inseriti in coda alle graduatorie provinciali è tutt’altro che risolto. L’indicazione del ministero è di accantonare tutti i posti che dovrebbero essere attribuiti a chi ha fatto ricorso, in attesa che l’inserimento “a pettine” e non in coda nella vecchia graduatoria degli insegnanti aventi diritto venga sancito da una sentenza definitiva. E intanto? Avanti con le supplenze, s’intende. Non solo, ma ancora da dirimere è anche la questione delle cattedre lasciate libere dai docenti che già in ruolo vengono chiamati per scorrimento della graduatoria a insegnare in un altro ordine di scuola. Fin qui, quelli sono stati considerati a tutti gli effetti
posti di ruolo da assegnare in surroga. Ma quest’anno il ministero – diversamente da quanto chiede la Cgil – è intenzionato a tappare eventuali buchi con altre supplenze. Quante saranno in tutto è ancora difficile da prevedere. Di certo, l’organico di diritto, che lo scorso anno contava 620.519 docenti, quest’annoè sceso a quota 600.820. Bisognerà aspettare ottobre per capire quanti saranno chiamati, ancora a tempo determinato, a tappare i buchi. Tra questi molti insegnanti di sostegno. Dei circa 94.469 necessari a colmare le caselle vuote nell’organico di fatto, solo 63.348 sono conteggiati nell’organico di diritto, quindi si sa già che gli altri 27.121 saranno chiamati a tempo determinato. Ma il caos si allarga anche a chi
aveva già un posto. Per effetto dei tagli quest’anno 7.579 docenti a tempo indeterminato si sono ritrovati senza cattedra. Inutile dirlo, si tratta di un popolo, costretto a mettere insieme spezzoni di cattedre o a migrare altrove, molto più diffuso al sud che al nord. La sola Campania nella scuola primaria di docenti sovranumerari ne conta 633, l’Emilia Romagna nemmeno uno. Adeguare la realtà scolastica ai numeri decisi dal ministero dell’Economia non è stato semplice. E ha comportato di fatto una riduzione dell’offerta formativa e delle ore di lezione in ogni ordine e grado. Nella scuola primaria, il tempo pieno di fatto non esiste più. Al suo posto ci sono i salti mortali che fanno gli insegnanti e presidi per coprire le 40 ore settimanali che le famiglie continuano a chiedere. E nella scuola secondaria non va meglio. Il taglio più paradossale è quello che si è abbattuto sugli istituti professionali costretti a sacrificare soprattutto le ore di laboratorio. Mentre nei licei, dove sono state tagliate in media dalle 2 alle 3, è stato cancellato di fatto ogni margine per la sperimentazione. Non basta. Perché all’appello di inizio anno mancano anche 2500 presidi. E altrettanti che saranno nominati “reggenti” dovranno fare la spola tra la loro vecchia scuola e quella del collega venuto meno con i pensionamenti. Una sorta di prova generale, in un certo senso, di quanto prevede la manvora estiva. Ovvero che gli istituti con meno di 500 alunni vengano affidati in reggenza. Mentre le circa 5600 scuole primarie e medie vengano accorpate in 4500 istituti comprensivi. Qualche altra cifra? I fondi per l’ampliamento dell’offerta formativa (legge 440 del ‘97) passano dai 140 milioni di 3 anni fa, ai 78 milioni di quest’anno. Mentre uno studio commissionato dall’associazione dei contribuenti italiani ricorda che appena il34%degli edifici scolastici può vantare insieme il certificato di agibilità statica anche quello igienico- sanitiario e di prevenzione incendi.

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“LA FINE DEL TEMPO PIENO”, di Giuseppe Caliceti

L’attacco alla scuola pubblica del governo, nel Nord Italia, si configura in particolare come un attacco all’esperienza della scuola a tempo pieno. O «tempo totale», come la chiamava l’inventore: il bolognese
Bruno Ciari. Un’organizzazione scolastica che ormai ha 40 anni di storia alle spalle. Non è mai stata una storia facile: basta pensare alle asprezze dei conflitti, soprattutto all’inizio, tra i suoi sostenitori e i suoi
detrattori. La Riforma Gelmini ha soppresso la scuola modulare e buona parte del tempo pieno. Quel che resta, è stato annacquato, snaturato. Vietando ogni forma di compresenza dei docenti. Oggi è un doposcuola, peggiorativo anche rispetto all’esperienza iniziale degli anni ’50 del secolo scorso. Per esempio, lievita in modo esponenziale il numero di docenti che ruota su una stessa classe, creando un vero e proprio paradosso: proprio il Ministro all’Istruzione che nel 2008 parlava della necessità per i bambini della scuola
primaria, dal punto di vista pedagogico e psicologico, di un «docente unico», per ragioni economiche, oggi,
sottopone al piccolo alunno fino sei, sette, otto, nove, in alcuni casi addirittura dieci docenti diversi. E non solo nelle scuole a tempo pieno. Nonostante tutti i dati Ocse parlino da anni di una scuola elementare italiana di assoluta qualità e di una scuola media problematica, si è realizzato di fatto uno smantellamento della scuola primaria in cui i bambini più piccoli si trovano di fronte una primaria modellata come una media. Con tanti saluti alle vere o presunte teorie pedagogiche e didattiche di cui fino a due anni fa il ministro all’Istruzione si riempiva la bocca.

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«La crescita tornerà solo investendo sul capitale umano» intervista a Piero Cipollone di Adriana Comaschi

Economista di fama, presidente dell’Istituto Invalsi fino alla recente nomina alla World Bank, come direttore esecutivo. Piero Cipollone si è occupato di scuola da un’angolazione particolare e quantomai attuale, studiando le ricadute economiche delle risorse investite sul sistema dell’istruzione.
Direttore, cosa significa oggi investire sul “capitale umano” in Italia?
«In questi mesi l’Italia sta affrontando una grave crisi finanziaria, il nodo è quello della sostenibilità del debito pubblico nel lungo periodo. Oltre a correttivi urgenti e necessari, l’uscita da questa fase non può avvenire senza unritorno della crescita. E al centro di ogni strategia di crescita per economie avanzate come quella italiana c’è l’investimento in capitale umano,che significa sostanzialmente la valorizzazione dell’intelligenza, della creatività, dell’inventiva delle persone, soprattutto di quelle più giovani. L’economia italiana può tornare su un sentiero di crescita sostenuto, nel rispetto dei vincoli di bilancio, e ridurre progressivamente il peso del debito pubblico se sarà in grado di tornare a produrre una vasta gamma di beni e servizi sofisticati, a prezzi competitivi, altamente appetibili nei mercati internazionali.
Ma la premessa è una popolazione altamente qualificata, capace di
adattarsi ai continui cambiamenti della tecnologia e dei mercati, alla continua ricerca di soluzioni innovative. In ampi segmenti della nostra economia queste condizioni ci sono: vanno esportate nel resto dell’economia. Ecco perchè è necessario investire sulla parte più dinamica della popolazione, quella più sensibile a interventi formativi: i giovani. Ecco perchè i processi formativi e la scuola devono tornare al centro del dibattito di politica economica. Che tipo di paese saremo in dieci-quindici anni, dipende in gran parte da quale formazione
offriamo ai ragazzi».
Che fotografia scatta del sistema educativo italiano?
«Direi che fatica ad adattarsi a un ambiente esterno profondamente cambiato in pochi anni. In parte
perché non è chiaro cosa si chiede alle nostre scuole. Non si è mai detto con chiarezza quale sia il loro compito fondamentale tra promozione degli apprendimenti vis a vis e altre funzioni (la socializzazione, il ruolo di puro child care). E i criteri che abbiamo adottato per valutare l nostro sistema educativo non hanno aiutato: per anni abbiamo guardato a indicatori di input (quanti insegnanti, quante scuole, quanta spesa per studente), o di successo basati su quantità (numero di promossi, diplomati ecc.), o indicatori di qualità del tutto inaffidabili (voti negli scrutini, voti o giudizi negli esami finali). Così è difficile per le scuole avere una idea chiara del loro mandato. Infatti quando si valutano gli apprendimenti con misurazioni standardizzate e uniformi si osserva un fenomeno molto interessante: a parità di condizioni (economiche degli studenti, di risorse per gli istituti, tipo di scuola e area geografica) alcune scuole sono eccellenti mentre altre, e in alcune aree del paese sono la maggioranza, presentano ampi margini di miglioramento. Questo è il dato che colpisce di più: l’estrema varietà dei livelli di apprendimento dei ragazzi. Oggi allora non è più tollerabile sottoutilizzare il potenziale di ogni singolo ragazzo, ne va del destino del singolo e dell’intera collettività».
Le risorse investite oggi in scuola e università di quanto sono al di sotto del fabbisogno?
«Non ho una risposta precisa. Il confronto internazionale indica che in Italia la spesa per studente è simile,
nella scuola, a quella degli altri paesi Oecd. Forse però è più utile chiedersi se il paese usa al meglio le risorse
investite nelle scuole, cioè se ogni euro che spendiamo nella scuola è utilizzato al meglio per promuovere
i livelli di apprendimenti dei ragazzi. Su questo punto va notato che purtroppo in altri paesi ogni euro
speso nella scuola “produce” livelli di apprendimento più elevati che da noi. Anche qui va rilevato l’estrema
variabilità tra le scuole del paese. Alcune scuole ottengono risultati eccellenti, altri meno, a parità di risorse
investite. Dobbiamo fare di questo punto di debolezza un punto di forza. È difficile reperire risorse aggiuntive
per la scuola in questo quadro dei nostri conti pubblici. Può non piacerci ma questa mi pare la realtà. Allora occorre esercitare la creatività per fare in modo che ogni euro sia utilizzato al meglio, almeno tanto bene quanto fanno la media delle scuole. È un modo diverso di reperire risorse».
Come si colloca l’Italia nel contesto Ue,oggichel’Europadevefronteggiare sempre più la concorrenza di Brasile,
Cina, India?
«Come dicevo prima, il capitaleumano è centrale in ogni strategia di sviluppo. Purtroppo l’Italia è in forte ritardo. Lo denunciano tutte le indagini comparative internazionali finalizzate alla misurazione delle competenze e delle conoscenze della popolazione, sia essa a scuola o no. E questo non è un buon viatico per i prossimi anni. Qualche buona notizia viene però dall’ultima indagine Pisa che segnala un forte recupero
delle nostre scuole rispetto a quelle dei paesi Ocse, grazie anche a un sensibile miglioramento degli apprendimenti nelle scuole del Sud. Segnali confermati dalle indagini Invalsi di questi anni».
L’attuale manovra del governo incide moltissimo sugli enti locali, che così dovranno forse ridurre servizi come
nidi e materne. Un autogol per il sistema Paese?
«Naturalmente un calo delle risorse che compromettesse la qualità dei servizi non giova. Però non c’è un’associazione automatica tra soldi spesi e qualità degli apprendimenti. Non c’é a livello nazionale nè internazionale. Lo dico non per sminuire i possibili problemi che derivano da un calo delle risorse, ma per dare un incoraggiamento: non bisogna disperare di fronte alle difficoltà finanziarie perchè questo ne amplificherebbe l’effetto. È importante sapere che al livello della singola scuola si può fare altrettanto bene anche con meno risorse; è certamente più difficile ma si può fare».
Che interventi raccomanda a un futuro governo di centrosinistra?
«Dare alla scuola l’attenzione che merita».

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“L’anno che verrà” di Francesca Puglisi

Dobbiamo essere coraggiosi. Dobbiamo prendere in mano il nostro presente e accompagnarlo verso il futuro, lungo la strada che noi avremo tracciato. E la bussola per orientarci non potrà che essere una: la scuola. Perché l’Italia di domani cresce nelle scuole. Ed è a scuola che crescono la democrazia, l’uguaglianza, la libertà, il lavoro. Perché è solo con una scuola pubblica di qualità che potremo tornare ad avere mobilità sociale, prendendoci cura del successo formativo e scolastico di tutti, senza lasciare nessun bambino indietro. È mettendo la scuola, l’università e la ricerca al centro delle nostre politiche per la crescita che potremo garantire un futuro al nostro Paese, salvandolo dal baratro in cui lo sta spingendo questa destra
che non ha più alcuna credibilità. Perché l’Italia, che è un paese povero di materie prime, che non ha grandi estensioni e che non può competere sul basso costo della manodopera, ha un unico, grande vantaggio: la qualità del proprio capitale umano, l’ingegno, la creatività, che si trasferisce in qualità del Made in Italy formando «teste ben fatte» nelle scuole tecnico professionali. Tagliare l’istruzione in Italia? Come bruciare il petrolio per i Paesi arabi. Investire nella scuola in un momento di devastante crisi, è quello che altri paesi europei stanno facendo, Germania e Francia in testa. Al di là dell’oceano, il presidente Obama nella manovra anti-crisi da 300 miliardi di dollari, prevede più soldi sia per gli insegnanti, sia per le strutture scolastiche. I più giovani stanno pagando la crisi e sono stanchi di aspettare un posto di lavoro. Genitori e nonni hanno un’unica domanda: che accadrà domani ai nostri figli? La scuola di domani deve promuovere le persone e le loro competenze lungo tutto l’arco della vita, perché possano acquisire e mantenere i diritti di cittadinanza. Ma davanti abbiamo la terra bruciata dai nuovi barbari: questo governo sarà ricordato per il micidiale attacco sferrato alla scuola pubblica, con il più grande licenziamento di massa mai vissuto nel nostro Paese, che ha cancellato in un sol colpo 132.000 posti di lavoro e modelli educativi eccellenti come il tempo pieno e il modulo a 30 ore con le compresenze. Il Partito Democratico non solo ha svolto in Parlamento e nel Paese
una tenace opposizione,ma ha continuato e continua ad ascoltare il mondo della scuola tutto, per elaborare
proposte affinché si possa rendere il sistema scolastico italiano più efficace e più equo. Lo scriviamo oggi e lo manterremo domani: il Partito Democratico aumenterà le risorse per l’istruzione pubblica riallineandola agli altri paesi europei. Sappiamo dove prendere i soldi: dall’evasione fiscale, dai beni sequestrati alle mafie, tassando i grandi patrimoni, riducendo le spese superflue. Sappiamo cosa fare. Un nuovo piano straordinario per un’educazione di qualità da 0 a 6 anni, trasformando l’asilo nido da servizio a domanda individuale a diritto educativo di ogni bambino e bambina.
Assicurando a tutti i bambini un posto nella scuola dell’infanzia. Se si vuole mettere in moto un vero “movimento” di pensiero e di innovazione didattica per migliorare i livelli di apprendimento degli studenti,
ogni scuola deve poter contare su risorse umane e finanziarie certe per un triennio. Per assicurare continuità e migliorare la qualità della scuola, occorre assegnare un organico funzionale, personale stabile per le supplenze brevi e professionalità specializzate a supporto dei ragazzi con bisogni speciali (disabilità, autismo, dislessia, discalculia).
Questo sistema, a parità di spesa, comporta molti vantaggi: il superamento del precariato scolastico; a programmazione certa dei fabbisogni di insegnanti e il conseguente piano di reclutamento; la piena autonomia delle scuole nell’ organizzazione della didattica per raggiungere l’obiettivo del successo scolastico dei ragazzi e delle ragazze. Occorre sottoporre l’elefantiaco Miur ad una cura dimagrante, trasferendo le competenze degli uffici scolastici alle Regioni, perché il rapporto scuola-territorio è il vero motore della qualità. Il tasso più alto di dispersione scolastica si ha tra gli 11 e i 16 anni. Serve un miglior raccordo tra medie e biennio delle superiori, che vogliamo unitario, per aiutare i ragazzi a fare scelte più consapevoli. Per dimezzare il tasso di dispersione scolastica e alzare i livelli di apprendimento, come ci chiede di fare l’Europa entro il 2020, dobbiamo occuparci dell’ educazione di una nuova “specie” -i nativi digitali- che, rispetto alle generazioni precedenti, ha una mutata percezione del tempo e dello spazio, un’intelligenza visiva superiore, con un gap tra il linguaggio usato nelle attività extrascolastiche e quello che trovano in classe, semplicemente terrificante. La nuova scuola deve saper superare la rigidità della classe, passare dall’aula al laboratorio ad un’ altra aula dove si parla un’altra lingua. Dobbiamo restituire prestigio alla professione insegnante, investendo sulla formazione in servizio, prevedendo un nuovo contratto nazionale che riconosca
in busta paga il lavoro – oggi oscuro perché svolto a casa – di correzione dei compiti, di ricerca didattica e di preparazione delle lezioni, per chi desidera farlo in scuole aperte tutto il giorno, in cui i ragazzi possono studiare da soli o in compagnia, dove possono trovare i libri e i computer che a volte a casa non hanno. Investire nell’infrastrutturazione tecnologica e nella messa in sicurezza delle scuole, altrimenti la LIM resterà pura scenografia. Tutta un’altra storia rispetto ai grembiuli, i cinque in condotta e il maestro unico della Gelmini. Ma questa nuova scuola noi, vogliamo progettarla insieme agli insegnanti, ai dirigenti scolastici, i collaboratori, gli studenti, i genitori, gli amministratori locali. Perché pensiamo che la scuola nuova che serve all’Italia possa nascere solo dal lavoro di chi nella scuola vive e lavora con impegno e con passione. E’ questa la scuola che vogliamo, è questa la scuola che metteremo al centro dell’Italia di domani.

L’Unità 10.09.11