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"Linee Guida sulla fondazione eterologa adottare criteri di qualità e sicurezza", di Luigi Ripamonti

Martedì 8 Luglio, 2014CORRIERE DELLA SERA© RIPRODUZIONE RISERVATA
Linee Guida sulla Fondazione eterologa adottare Criteri di Qualità e Sicurezza Il ministro della Salute vuole ritardare l’introduzione della fecondazione eterologa in Italia? Questa è l’intenzione che è stata attribuita a Beatrice Lorenzin dopo un’intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera .
Un’interpretazione corroborata, in alcuni casi, come quello dell’Associazione Luca Coscioni, da analisi tecniche e giuridiche approfondite. La decisione del ministro di aspettare linee-guida e passaggi in Parlamento per partire con la fecondazione eterologa può prestare il fianco alla critica di voler normare qualcosa per cui le norme già esistono.
Il rischio sarebbe quello di avviarsi su un percorso scandito da una successione di sentenze che potrebbero poi smontare pezzo per pezzo ciò che in fase di attuazione è stato modificato, o forzato, a partire dalle leggi esistenti. Un percorso già visto proprio con la legge 40. Detto questo, non si può non concedere che quello del ministro possa essere invece un legittimo esercizio di prudenza. Non è un mistero, per esempio, che recenti casi di cronaca, come quello dello scambio di embrioni all’ospedale Pertini di Roma, abbiamo minato la fiducia dei cittadini nei confronti delle procedure di fecondazione assistita. E i medesimi casi di cronaca hanno presentato problematiche inedite, che possono e devono essere risolte in base alle norme vigenti, ma che sono anche cariche di aspetti giudicati da diversi osservatori meritevoli di una discussione ad hoc per il futuro.
Casi e problematiche, questi, che rendono anche cogente la responsabilità , e quindi il diritto-dovere, delle istituzioni di stabilire in modo inequivocabile criteri di qualità e sicurezza che devono essere garantiti dai centri autorizzati alla fecondazione assistita, a maggior ragione ora che anche quella eterologa è possibile. Una discussione volta a evitare incertezze su questi aspetti sembra dunque giustificata. Anche per non far correre a chi vorrà accedere alla fecondazione eterologa in Italia, i rischi che sono stati invece costretti ad affrontare coloro che, per praticarla, si sono dovuti recare in alcuni Paesi dove pretendere sicurezza e qualità sarebbe stato certamente più difficile.

da Il Corriere della Sera

Carcere S.Anna di Modena, Pd “Risolto il sovraffollamento, il problema è il lavoro”

Sopralluogo dei parlamentari Pd insieme alla responsabile regionale Giustizia Zanolini 

Finalmente risolto, grazie al nuovo padiglione e alle misure adottate dal Parlamento, l’annoso problema del sovraffollamento, il carcere di Sant’Anna ora  si trova ad affrontare l’altro grande tema, quello della insufficienza dei trattamenti di recupero, in particolare il lavoro: è quanto sostengono gli esponenti Pd che hanno effettuato un sopralluogo alla struttura carceraria cittadina. Al sopralluogo erano presenti, insieme alla responsabile regionale Giustizia Pd Giovanna Zanolini, i parlamentari emiliani Manuela Ghizzoni, Maria Cecilia Guerra, Sergio Lo Giudice e Stefano Vaccari. Presenti pure il sindaco di Castelfranco Reggianini e l’assessore modenese Giuliana Urbelli.

Dai 590 reclusi del dicembre 2013 ai 430 attuali: anche il carcere di Modena ha risentito positivamente delle misure anti sovraffollamento adottate dal Parlamento e dal Governo nei mesi scorsi. L’introduzione della “liberazione anticipata speciale”, la ridefinizione delle misure alternative alla detenzione e la recente sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi hanno consentito alla Casa circondariale di offrire condizioni di vita dignitose all’interno delle sue mura. Le misure anti-sovraffollamento erano state assunte dopo che la Corte europea dei diritti umani aveva sanzionato l’Italia per il trattamento inumano e degradante dei suoi detenuti causato dalla eccessiva sovrappopolazione carceraria. Oggi a Modena la situazione è molto diversa, come ha potuto verificare una delegazione di parlamentari modenesi del Partito democratico in visita alla struttura. Insieme alla responsabile regionale giustizia del Pd Giovanna Zanolini, hanno visitato il carcere i parlamentari modenesi Manuela Ghizzoni, Maria Cecilia Guerra e Stefano Vaccari, il senatore  bolognese, componente  della Commissione Giustizia, Sergio Lo Giudice, il sindaco di Castelfranco Emilia Stefano Reggianini e l’assessore modenese alle politiche sociali Giuliana Urbelli. “La messa a regime del nuovo padiglione aperto nel febbraio 2013 ha  consentito di separare i 121 ristretti in attesa di giudizio dai condannati in via definitiva – spiega l’avvocato Zanolini – Ad oggi nel  padiglione ci sono addirittura posti vuoti rispetto alla capienza regolamentare, cosa che per un carcere italiano costituisce una vera rarità”. La sezione speciale dei sex offender (che raccoglie anche detenuti provenienti  da altre parti della regione) ospita ben 100 detenuti sottoposti a percorsi trattamentali speciali e anche, come ha illustrate la direttrice Rosa Alba Casella, a sperimentazioni di integrazione con gi altri ristretti. II 60% degli ospiti è composto da extracomunitari, il 30% da tossicodipendenti. La sezione femminile ospita 27 detenute. “La  nota dolente – hanno sottolineato i parlamentari Pd – riguarda i trattamenti di recupero e in particolare il tema del lavoro. Al’interno della struttura  sono disponibili solo 80 posti di lavoro (cucina, pulizia, piccole riparazioni) che, grazie alle turnazioni, coinvolgono un centinaio di detenuti. I corsi di formazione professionale organizzati finora dalla Provincia hanno avuti effetti positivi, ma anche una controindicazione: non prevedendo  indennità  oraria, hanno messo spesso i reclusi nella difficile scelta fra formarsi  o riuscire a guadagnare quella poche centinaia di euro che in carcere sono utili magari anche solo per comprarsi le sigarette”. Purtroppo gli effetti  della crisi economica (aggravati da terremoto e alluvioni) hanno fatto calare le offerte di lavoro provenienti dal territorio.  “Auspichiamo che un meccanismo virtuoso – continuano i parlamentari Pd – potrà essere innescato dalle recenti misure di incentivi fiscali per le aziende che assumono detenuti approvate di recente dal Parlamento”. Permangono, poi, anche a Modena i mali storici che affliggono il sistema carcerario italiano, dalla carenza degli organici della polizia penitenziaria alla scarsità delle risorse per la  manutenzione ordinaria. “Va sottolineato però il dato positivo – conclude l’avvocato Giovanna Zanolini – da considerasi pur sempre temporaneo, di una disponibilità di metri quadri per detenuto che non ci costringe più a vergognarci, come in passato, di fronte all’Europa”.

 

 

"Semestre italiano ed errori europei", di Leonardo Becchetti

Il semestre italiano è un’occasione da non perdere dove possiamo giocare un ruolo da protagonisti. Per tentare di raddrizzare la situazione economica del Paese e dell’Unione Europea. La crisi finanziaria è nata negli Usa.

Ma da allora in poi gli americani hanno fatto molto per uscirne in fretta mentre l’Ue che non ne era l’epicentro ne rima- ne ancora oggi investita in pieno. Nel 2009 gli Stati Uniti avevano un tasso di disoccupazione attorno al 9% contro il 7% dell’Italia. Oggi loro sono scesi al 6% mentre noi viaggiamo verso il 13%. Il con- fronto in termini di tassi di crescita cu- mulati dal 2009 ad oggi tra Ue, Stati Uni- ti e Giappone è altrettanto impietoso e, all’interno dell’Ue, le diseguaglianze tra area Nord e area Sud dell’Euro sono esplose. Per usare una metafora è come se in una gara di Coppa America l’equipaggio Usa abbia preso un lato della re- gata e quello nostro l’altro lato. Il primo ha cominciato a correre, mentre il secondo si è impallato e adesso insegue a di- stanza cercando di riprodurre con molte esitazioni e lentezze la strategia della bar- ca in testa alla regata.

Negli Stati Uniti hanno capito subito che il «dividendo sociale» della delicata transizione della globalizzazione per i Paesi ad alto reddito (concorrenza con Paesi a basso costo del lavoro) poteva es- sere compensato dallo sfruttamento di un «dividendo monetario». Ovvero dalla novità di poter di fatto stampare moneta senza creare inflazione. Hanno pertanto lanciato la politica di quantitative easing immettendo ogni mese circa 85 miliardi di dollari. Ancora di più ha fatto il Giappone raddoppiando l’offerta monetaria per uscire dalla trappola della deflazione. Nonostante queste massicce iniezio- ni di liquidità l’inflazione giapponese è ancora sotto il 2% e quella americana viaggia attorno a quella cifra a conferma che il «dividendo monetario» della globa- lizzazione esiste.

L’Ue ha proceduto su una strada diffe- rente. Le politiche monetarie della Bce sono state molto timide anche per la diffi- coltà di mettere d’accordo Paesi con posi- zioni politiche e congiunture economi- che diverse e per il fatto che da noi più che negli Usa quasi tutto passa attraver- so le banche. Si è addirittura pensato all’inizio, sulla scia dell’idea del rigore espansivo, che bisognasse iniziare dai ta- gli di spesa pubblica che avrebbero indotto i cittadini a spendere di più anticipando la riduzione di tasse futura. Un’idea cervellotica che non si è ovviamente avverata visti i vincoli di liquidità di famiglie e imprese. I risultati delle politiche errate sono stati devastanti proprio sul versante della sostenibilità del debito su cui si riteneva più urgente intervenire. Il rapporto debito/Pil è esploso da noi (dal 103% del 2007 al 132,7% di oggi) come in Portogallo e Grecia dove la politica della «austerità espansiva» ha realizzato il suo capolavoro: la Grecia ha perso un quarto del reddito e, nonostante due condoni parziali del debito si trova oggi con un rapporto debito/Pil schizzato dal 140 al 177%.

Nella Ue non esiste un problema economico del debito (a livello aggregato i fondamentali sono più solidi di Stati Uniti e Giappone) ma solo un problema poli- tico di mancanza di fiducia e di fraternità tra Stati. E un sistema di patti asimmetri- ci dove tutti violano le regole che si sono dati: a partire dalla Germania per tre an- ni con un surplus superiore al 6% del Pil che viola il limite superiore e produce una rivalutazione dell’euro che danneg- gia le economie più deboli nell’area della moneta comune; per seguire con la Bce che è ben lontana dall’obiettivo tenden- ziale di un’inflazione al 2% e che, con i tassi di variazione dei prezzi vicini allo zero, sta facendo esplodere il valore rea- le dei debiti pubblici dei Paesi del Sud dell’eurozona.

In una situazione così difficile ci siamo incartati ancora più di quanto il Fiscal Compact richiedeva mettendo in Costituzione un pareggio di bilancio che non ci era richiesto, violando così un principio di fondamentale ragionevolezza: quello per il quale in Costituzione vanno indicati i fini e non i mezzi, che vanno invece adattati in modo ottimale a contesti mutevoli. È come se invece di scrivere in Costituzione che vogliamo puntare sempre alla vittoria dicessimo che ci impegniamo a giocare sempre con il 4-4-2.

Tutto questo non serve a negare lo sforzo che il Paese deve fare dal lato dell’offerta per colmare gli spread di economia reale che vantiamo rispetto alle migliori economie dei Paesi membri. Siamo in grave ritardo quanto ad efficienza della giustizia civile (durata eccessiva dei processi), della pubblica amministrazione, lotta alla corruzione, livelli di istruzione, investimenti in ricerca, diffusione della banda larga ed altro ancora.

Paradossalmente oggi (ed il premier sembra esserne consapevole) l’Ue si sal- va ed evita l’iceberg verso cui sembra di- retta solo se si alza il livello ideale e il tono dello scontro. Ricordando che le ri- sposte alla crisi che usano solo il bilanci- no dei ragionieri ricordano quelle del far- dello dei debiti che, post Prima Guerra mondiale, venne messo sulle spalle della Germania e che avrebbe poi portato al nazismo. Mentre le risposte che unisco- no giustizia a fraternità, come quelle post Seconda guerra mondiale dove fu lanciato il piano Marshall, producono fertilità economica e solidarietà tra i po- poli.

da L’Unità

"I ricorsi inutili che affondano la giustizia", di Gian Antonio Stella

Da secoli, la giustizia italiana è alle prese con arretrati da spavento: quasi 8 milioni di processi pendenti.
«Vogliamo e ordiniamo che al fine di limitare le spese ai sudditi ed ai litiganti», stabilì alla fine del Trecento Eleonora d’Arborea, «circa vertenze o liti che non superano i 100 soldi sia vietato appellarsi a Noi o ad altri funzionari regi…». E se qualche cocciuto litigante voleva andare a tutti i costi in appello? «L’appello inoltrato non deve essere accettato, e la sentenza pronunciata dai nostri funzionari deve considerarsi definitiva…». Un solo processo, per le bagatelle, bastava e avanzava.
Era chiarissimo, quel codice di leggi noto come la «Carta de Logu», sulla necessità che uno Stato serio non perda tempo e soldi nelle dispute piccole piccole incoraggiando alle risse tribunalizie i cittadini più rissosi. Tanto più in un Paese come il nostro che, come avrebbe notato molto tempo dopo Montesquieu, è da sempre esposto alla tentazione di andare per vie legali: «Non c’è palazzo di giustizia in cui il chiasso dei litiganti e i loro accoliti superi quello dei tribunali di Napoli: lì si vede la Lite calzata e vestita».
Sono passati secoli, da quell’antico codice. E la giustizia italiana è ancora alle prese, nonostante l’incoraggiante ma modesta riduzione negli ultimi anni, con arretrati da spavento: quasi otto milioni di processi pendenti, per circa due terzi nel civile. Anche per colpa di una massa spropositata di cause assurde o ridicole.
C’è la signora che denuncia la vicina per un irridente sms: «Perepe qua qua qua qua perepe». L’anziana contadina trascinata in sei anni di dibattimenti (assolta) per «furto di una zappa con un dente mancante». Il suocero che querela la nuora per un piatto di agnolotti. E via così. Centinaia di migliaia di baruffe da ballatoio che rischiano di finire in Cassazione. Chiamata in questi anni a decidere per due volte se esista una «servitù di stillicidio» per le camicie sgocciolanti sul pianerottolo di sotto e per due volte sulla brucatina sul campo altrui di un’asina, che benché solitaria va per legge considerata mandria. C’è da stupirsi se la Cassazione, tirata in ballo da una quantità di ricorsi immensamente superiore a quella dei colleghi britannici o francesi, impieghi da 42 a 43 mesi per sbrigare una causa civile e non riesca a smaltire un arretrato di 98 mila appelli che si rivelano poi inammissibili nel 64% dei casi?
Quanto costa, in soldi e tempo e decoro della Giustizia che potrebbe concentrarsi sulle cose serie, una causa per i panni stesi? Quanto pesò sui bilanci il tormentone giudiziario per una mosca che partita da un letamaio punzecchiò malvagia un’anziana signora trevigiana? Per la prima volta, par di capire, stanno facendo i conti.
Ne parleranno giovedì il ministro Andrea Orlando e i vertici della Cassazione. Auguri, perché il tema scotta.
Guai a sfiorarlo: giù le mani dalla Costituzione! Non dice forse all’articolo 111 che «contro le sentenze e i provvedimenti sulla libertà personale (…) è sempre ammesso ricorso in Cassazione»? E ti domandi: quanto peserà, nell’arroccamento su questo tabù, la presenza in Italia di 56 mila avvocati cassazionisti che nella sola provincia di Rieti, come rivelò due anni fa il presidente della Suprema corte, sono 125 contro i 103 dell’intera Francia? E noi qui, a rileggere con un sospiro la «Carta de Logu»…

"Riforme, i dieci finti sì del M5S al Pd", di Rudy Francesco Calvo

In serata il blog di Beppe Grillo pubblica la risposta scritta chiesta dai Democratici. Ma la convergenza appare molto lontana

Dopo una giornata di tira e molla, con l’appuntamento annullato tra le delegazioni del Pd e del M5S, l’attacco di Grillo e poi il mezzo passo indietro, è arrivata la risposta scritta dei Cinquestelle ai quesiti posti dal Pd sul tema delle riforme, come pre-condizione per il dialogo. Si tratta di dieci sì, che però nascondono qualche “ni” e tanti “ma”, che difficilmente possono conciliarsi con le posizioni espresse da Matteo Renzi. Ecco quali sono i principali punti controversi.
Premio di maggioranza. Il M5S accetta la sfida del ballottaggio, ma alza la soglia per la vittoria al primo turno fino al 50 per cento (nell’Italicum è al 37, ma si ipotizza di portarla a 40) e concede un premio alla lista più votata, che non raggiungerebbe comunque più del 52 per cento dei seggi. Troppo poco per assicurare una governabilità che duri per tutta la legislatura, senza sottoporre governo e maggioranza ai ricatti di gruppetti di dissidenti.
Sbarramento. Inoltre, il M5S punta a una legge proporzionale pura, senza soglie di accesso alla camera. In questo modo, si favorirebbe la frammentazione, accrescendo ulteriormente il potere di ricatto delle piccole liste.
Collegi. La riduzione delle dimensioni è accettata, ma è subordinata alla valutazione dell’«impianto complessivo della legge e da come si vuole realizzare». Insomma, un sì che vuol dire tutto e niente.
Titolo V. Alla disponibilità a intervenire sulle competenze di stato e regioni segue una lunga serie di osservazioni che, al di là del merito, mette in dubbio una reale disponibilità di convergenza.
Senato. È il punto forse più delicato, che viene liquidato dal M5S con un sì seguito da due semplici righe molto criptiche. La riforma, infatti è accettata «a condizione che l’esistenza di tale assemblea abbia ancora una precisa funzione nel disegno istituzionale». È evidente che il ddl Boschi preveda delle funzioni per il nuovo senato, a cosa si riferiscono allora i grillini?
Eleggibilità dei senatori. A rafforzare questo dubbio è la risposta successiva, che riguarda il ruolo non «a tempo pieno» dei nuovi senatori, che dovrebbero essere «semplicemente espressione delle autonomie territoriali». È il nodo dell’eleggibilità indiretta, al quale il M5S replica definendo «irrinunciabile l’elettività di primo grado dei senatori». Un sì che nasconde quindi un enorme no.

da www.europaquotdiano.it

"La forza della politica", di Claudio Tito

La politica ha sempre una logica. È quella che fa riferimento ai numeri e al consenso. E quindi ai rapporti di forza. E quel che è successo ieri dentro il Movimento 5Stelle è esattamente la dimostrazione che la politica alla fine trova la sua utilità in quella logica.

ERA diventato impossibile anche per un “istrione” come Beppe Grillo confinare i consensi del suo movimento nel congelatore dell’inazione e dell’isolamento. Ibernarli per un presunto futuro radioso che però non stava sorgendo all’orizzonte.
Le aperture al dialogo cui l’ex comico è stato costretto dai suoi stessi sostenitori trovano la ragion d’essere proprio in quella “logica della politica”. L’ultimo risultato elettorale, quello delle europee, ha lasciato il segno. Il 40,8% del Pd e il sostanziale arretramento dell’M5S hanno decisamente invertito i rapporti di forza. Grillo ha dovuto adesso — forse in maniera definitiva — prendere atto che la sua linea politica ha perso. La trincea del “no” ad ogni confronto era già stata travolta il 25 maggio scorso, quella sconfitta è stata ora metabolizzata. Con un effetto, però, in grado potenzialmente di imprimere una svolta a questa legislatura nata poco più di un anno fa sotto i peggiori auspici. Ossia la possibilità di assegnare un carattere costituente almeno al prossimo biennio di vita parlamentare.
Il presidente del consiglio si trova davanti una chance unica. È forse la prima volta che un capo del governo o un leader di partito in Italia ha la concreta possibilità di modificare la Costituzione e contestualmente di cambiare la legge elettorale con una maggioranza ampia e trasversale. Renzi e il Pd, infatti, possono far valere per intero i rapporti di forza che si sono determinati dopo il 25 maggio. Il rischio della marginalità che ha spaventato prima Forza Italia, ora sta terrorizzando il gruppo dirigente grillino. Il pericolo di essere inessenziale sta unendo i due carissimi nemici, Berlusconi e Grillo, e li fa muovere sulla stessa direttrice. Quella che porta all’intesa con i democratici per le riforme. Compreso l’Italicum. Sulla legge elettorale il premier potrebbe ora ritrovarsi un fronte che mette insieme sostanzialmente la coalizione del suo governo con le due principali opposizioni: Forza Italia e M5S. Trasformando la politica del doppio o del triplo forno in quella del “forno condiviso”. Un’occasione unica ma anche insidiosa se mal utilizzata. Del resto, se davvero le aperture pentastellate verranno confermate e se l’ex Cavaliere non cambierà improvvisamente rotta, il fronte che dirà si alle prossime riforme, formerà il nuovo arco costituzionale di una eventuale terza Repubblica. Non farne parte equivale a autoescludersi dal gioco democratico per molti anni. Non a caso anche la dissidenza all’interno del Partito democratico appare sempre più solo come una battaglia di testimonianza. L’asse del no dentro il Pd si presenta incapace infatti sia di modificare l’impianto della revisione costituzionale, sia di minacciare — come extrema ratio — la vita del governo. E sembra non tenere conto della possibilità di realizzare l’obiettivo per il quale era nato il Pd: diventare un partito a vocazione maggioritaria.
La chance di condurre davvero in porto le riforme sembra — la prudenza è d’obbligo — dunque concretizzarsi. Sprecarla potrebbe rivelarsi esiziale per tutti. Per Renzi che si sta giocando tutto su questa opzione, ma anche per l’intero sistema dei partiti uscito frastornato e umiliato dall’ultimo ventennio.

da La Repubblica

"C’è un cuoco un po’ miope nella cucina delle riforme", di Michele Ainis

La legge elettorale? A bagnomaria, cucinata a fuoco lento. E il Senato? Al forno, ma attenti alle ustioni. Intanto, mentre le pietanze cuociono, c’è già chi accusa un mal di pancia. Colpa degli ingredienti, anche se nessuno li ha ancora assaggiati. Oppure colpa delle pance. D’altronde non ce n’è una uguale all’altra: per saziarle, servirebbero mille menu per i nostri mille parlamentari.
Le soglie di sbarramento, per esempio: Bersani le trova troppo basse, Berlusconi troppo alte. O le immunità: sì da Alfano, sì da Forza Italia in coro, no da Grillo e Vendola, Pd non pervenuto. L’elezione diretta del Senato: a favore la minoranza della maggioranza (da Chiti a Minzolini), però stavolta la maggioranza rischia d’andare in minoranza. E le preferenze? Bersani le vuole, Berlusconi le disvuole, Renzi forse le rivuole, Grillo preferisce le spreferenze (un voto per promuovere, un voto per bocciare).
Troppi cuochi, verrebbe da obiettare. E troppa carne al fuoco. Ma per ottenere un piatto commestibile, bisogna anzitutto scegliere un’unica ricetta. È questo il nostro problema culinario: pencoliamo dalla nouvelle cuisine (il doppio turno in salsa francese) ai crauti (un Senato che scimmiotta il Bundesrat tedesco). Senza un’idea precisa, senza un progetto consapevole. Eppure in questi casi gli ingredienti sono solo due: rappresentanza e governabilità. Si tratta perciò di miscelarli per cavarne un buon sapore. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Specie in Italia, dove manca persino la bilancia. Come d’altronde testimonia la nostra stessa storia.
Durante la Prima Repubblica c’era una legge elettorale superproporzionale. Risultato: il massimo di rappresentatività del Parlamento (aperto a tutti, dai radicali ai neofascisti), il minimo di stabilità (i governi duravano in media 10 mesi). Ma anche il massimo di garanzie costituzionali, nella scelta dei custodi così come delle regole; difatti in 45 anni furono appena 6 le revisioni della Carta, peraltro su aspetti marginali. Dopo di che l’avvento del maggioritario battezza la Seconda Repubblica, e qui i pesi s’invertono. Diventa fin troppo facile emendare la Costituzione (10 interventi in vent’anni, senza contare la maxiriforma del 2005, bocciata poi da un referendum). I presidenti delle Camere perdono il loro abito neutrale, perché la maggioranza se li accaparra entrambi. Fino alla tragedia nazionale andata in scena l’anno scorso, durante i 5 voti nulli per eleggere il capo dello Stato. Perché ormai ci eravamo abituati a scelte rapide, sonore, muscolari. Eppure Scalfaro e Pertini vennero eletti al 16º scrutinio, Saragat al 21º, Leone dopo 23 votazioni.
Morale della favola: urge trovare un equilibrio fra rappresentanza e governabilità. Per esempio: il combinato disposto fra l’Italicum e il nuovo Senato permette al vincitore di mettere il cappello sul Quirinale. Non va bene, ma basta diminuire i deputati. E magari aumentare i collegi, per consentire all’elettore di conoscere il faccione dell’eletto. Abbassare le soglie di sbarramento, perché l’8% è una montagna. Innalzare il 37% con cui scatta la tombola elettorale: siccome un italiano su 2 marina ormai le urne, quella maggioranza è fin troppo presunta, e dunque presuntuosa. Ecco, la presunzione. È il nemico più temibile, perché nessuno può cucinare le riforme in solitudine. Mentre i 5 Stelle aprono al Pd, mentre Berlusconi offre collaborazione, sarebbe un delitto se il governo vedesse solo il proprio ombelico. Ma dopotutto, basta regalare al cuoco un paio d’occhiali.

da Il Corriere della Sera