Latest Posts

"Tirocinio più difficile", di Luigi Olivieri

Non c’è solo l’articolo 8 nella manovra finanziaria a occuparsi delle regole nel mercato del lavoro. L’articolo 11 mette forti vincoli all’utilizzo del tirocinio di formazione, che invece è uno strumento utile per attivare un contatto diretto tra lavoratore e azienda. È vero che troppo spesso viene considerato come un sistema di reclutamento a buon mercato. Ma la nuova norma restringe eccessivamente il novero delle persone ammissibili a diventare tirocinanti, con alcune clamorose esclusioni. Per scongiurare gli abusi sarebbe bastato rendere obbligatorio un compenso minimo.

Se l’articolo 8 del decreto legge 138/2011 (la manovra finanziaria) spinge verso la flessibilizzazione del rapporto di lavoro, favorendo i licenziamenti, con la derogabilità estesa della legge e dei contratti nazionali, l’articolo 11 del medesimo provvedimento spunta le non già affilatissime armi che tentano di favorire l’incontro domanda-offerta di lavoro.
La norma, infatti, pone forti vincoli all’utilizzo del tirocinio formativo e di orientamento, uno strumento assai utile per attivare un contatto diretto tra lavoratore e azienda e facilitare la successiva stipulazione di un contratto di lavoro.

COME SI TUTELA IL TIROCINANTE

Il tirocinio è, indubbiamente, uno strumento controverso, perché può risultare fonte di abusi. Per legge non costituisce un rapporto di lavoro subordinato. Di conseguenza, l’azienda che ospita il tirocinante non deve utilizzarne le energie lavorative adibendolo a mansioni produttive, inserendolo nel pieno ciclo lavorativo, si deve limitare, mediante un tutore, a mostrargli l’organizzazione, indicargli le regole generali del lavoro, metterlo alla prova su singoli segmenti delle attività, formarlo e valutarne le attitudini.
Troppo spesso, invece, il tirocinio viene considerato come un sistema di reclutamento a buon mercato, per attivare un vero e proprio periodo di “pre-prova” del lavoratore, a costi bassissimi, visto che, fermi restando gli oneri per l’assicurazione per gli infortuni, l’azienda ospitante non è obbligata nemmeno ad assicurare il “buono pasto”.
L’articolo 11 della manovra è rubricato “Livelli di tutela essenziali per l’attivazione dei tirocini”. Si introduce il nuovo concetto dei “livelli di tutela essenziali”, evidentemente partendo dal presupposto che il rapporto di tirocinio sia meritevole di tutele utili per scongiurare i rischi di abuso.
Concretamente, tuttavia, la norma si limita a stabilire che i tirocini in futuro potranno essere promossi solo da soggetti dotati di specifici requisiti determinati in via preventiva dalla normativa regionale, che fisserà le garanzie di cui si dovrà dotare il promotore ai fini del corretto svolgimento delle sue funzioni. E aggiunge che potranno assumere il ruolo di tirocinanti, per un periodo massimo di sei mesi, proroghe comprese, esclusivamente neo diplomati e neo laureati, non oltre i dodici mesi dal conseguimento del titolo di studio.

CHI RESTA ESCLUSO

Se una maggiore prudenza e una maggiore tutela dei tirocinanti appare corretta, il rimedio proposto dal Dl 138/2011 sembra da un lato inefficace e dall’altro eccessivo.
La tutela minima per i tirocini andrebbe perseguita non con l’accreditamento di chi lo propone, ma ponendo vincoli molto chiari all’azienda che ne usufruisce. Per evitare la tentazione delle aziende di avvalersi dei tirocinanti per avere prestazioni lavorative gratuite si poteva pensare di rendere obbligatoria una borsa minima di almeno 400 euro e il buono pasto, e un numero massimo di ore significativamente inferiore a quello della giornata lavorativa.
Operando, invece, esclusivamente sui soggetti che possono essere avviati, restringendone eccessivamente il novero, la norma esclude totalmente dai tirocini “virtuosi” un’ampia fascia di persone in cerca di lavoro, tra le quali proprio soggetti di particolare debolezza.
Macroscopica è la dimenticanza di chi proviene da percorsi di formazione professionale e abbia acquisito una qualifica nell’ambito del diritto/dovere allo studio.
Non meno clamorosa è l’esclusione dai tirocini dei cosiddetti lavoratori svantaggiati, cioè chi non ha un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi o sia sprovvisto di un diploma di scuola media superiore o professionale, gli over 50, adulti di famiglie monogenitoriali, lavoratori occupati in professioni o settori con elevati tassi di disparità uomo-donna, migranti, disoccupati da almeno ventiquattro mesi. Per queste tipologie di persone che hanno serie difficoltà di ingresso o reingresso nel mercato del lavoro, dovute a particolari debolezze curriculari o di status, il tirocinio formativo e di orientamento rappresenta un’arma preziosa a disposizione dei servizi per il lavoro, che così riescono a creare un contatto con le imprese e opportunità di lavoro molto concrete.
Risulta, oltre tutto, che l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati abbia scritto ad un nutrito numero di parlamentari invitandoli espressamente a modificare l’articolo 11, che esclude dai tirocini anche la quasi totalità di coloro che richiedono asilo e i titolari di protezione internazionale o umanitaria, altri soggetti deboli per i quali i tirocini formativi rappresentano uno strumento indispensabile per l’inserimento lavorativo e sociale.
Con l’articolo 11 così com’è si finisce per perdere, allora, un istituto, quello del tirocinio che, se ben utilizzato, è una modalità per aiutare concretamente chi cerca il lavoro mediante i “canali ufficiali”, in particolare i servizi pubblici per il lavoro, proprio mentre i morsi della crisi economica e la flessibilizzazione dei licenziamenti rischiano di estendere notevolmente i soggetti che saranno costretti a ripiazzarsi nel mercato del lavoro.
Che il legislatore abbia agito di fretta, lo testimonia la circostanza che sempre l’articolo 11 esclude dalle restrizioni i tirocini formativi e di orientamento promossi in favore di disabili, invalidi fisici, psichici e sensoriali, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti condannati ammessi a misure alternative di detenzione. Evidentemente, si è tenuto conto delle specifiche debolezze di queste categorie, meritevoli di strumenti per la ricerca di lavoro i più ampi possibili. Ma, le fasce deboli di lavoratori sono, purtroppo, ben più estese, tali da richiedere un serio ripensamento della disposizione.

da lavoce.info

"Contro la crisi si può fare di più", di Valerio Onida

In queste settimane siamo bombardati dalle considerazioni e dalle proposte che gli esperti di economia formulano sulla crisi italiana e sui rimedi praticabili. Le manovre si succedono a ritmo frenetico, e quel che si capisce bene sono solo i veti e le resistenze di questo o di quello su ogni possibile intervento, con un effetto finale di confusione e di scarsa equità. Da “cittadino incompetente” vorrei provare a mettere in riga alcune semplici e magari semplicistiche riflessioni capaci di orientare il giudizio che, alla fine, anche gli elettori, non solo i “mercati”, dovranno dare sulle scelte compiute o non compiute.
Una cosa l’abbiamo capita bene: il debito pubblico che ristagna intorno al 120% del Pil è una palla al piede che il Paese non può ulteriormente permettersi. Il problema è come ridurne l’entità. Ci dicono che la via maestra sarebbe l’aumento del Pil (la famosa “crescita”) con ritmi che, nel volgere degli anni, ridurrebbero l’incidenza relativa del debito, pur costante in termini assoluti, se si riesce nel frattempo a evitare un nuovo disavanzo annuale. Ma poi ci spiegano che molte delle misure che riducono la spesa pubblica o che aumentano il prelievo fiscale sono destinate ad avere effetti contrari alla crescita del Pil. Sembra un circolo vizioso.
Il coro invoca la riduzione dei “costi della politica”: e va bene, era ora. Non ha senso che i parlamentari paghino i pasti al prezzo di una mensa operaia (a spese delle Camere). Ma tutti sappiamo che se anche smettessimo da un giorno all’altro di pagare compensi a tutti i titolari di cariche elettive, o abolissimo queste ultime, avremmo ridotto di poco il problema finanziario (e, forse, avremmo ridotto anche il tasso di democrazia del Paese: attenzione, prima di entusiasmarsi per i dimezzamenti delle “poltrone”, senza domandarsi quali dovrebbero essere i rapporti numerici congrui fra rappresentanti e rappresentati!).
Eliminare gli sprechi? È sacrosanto (in genere, però, sono visti come “sprechi” solo i soldi spesi per altri, non quelli spesi per interventi che finanziano le nostre imprese o le nostre famiglie). Ma poi, combattuti gli sprechi, siamo sicuri di volere (e che sia accettabile) uno Stato che riduca ancora la spesa per l’istruzione, per la salute, per l’assistenza sociale a chi ne ha bisogno, per la cultura?
L’incompetente allora si domanda: c’è un’altra strada per abbattere il debito pubblico o il suo onere eccessivo? Lo Stato potrebbe vendere beni (o asset, come oggi si dice), salvo poi trovarsi impoverito di strumenti e risorse per perseguire i suoi scopi (che non sono solo quello di mantenere l’ordine pubblico). In ogni caso non sembra una strada semplice né rapida (intanto, però, si cedono gratuitamente alle imprese televisive frequenze dell’etere, che sono un bene pubblico limitato). Oppure si potrebbe chiedere ai cittadini di contribuire una tantum ad abbattere il debito, secondo la logica per la quale “lo Stato siamo noi”, e quindi, se lo Stato ha un fabbisogno straordinario, noi dobbiamo concorrere a colmarlo.
Ci hanno spiegato a lungo che la forza dell’Italia, nella claudicante economia dei Paesi sviluppati, era che noi abbiamo sì un grande debito pubblico, ma relativamente poco debito privato, e cioè i cittadini hanno un patrimonio netto (beni meno debiti) più cospicuo che altrove. Bene, allora perché non si chiede ai cittadini titolari di questo patrimonio di sacrificarne una piccola parte ciascuno, in progressiva proporzione all’entità del possesso individuale, per consentire allo Stato di ridurre significativamente il suo debito, vuoi attraverso un prelievo straordinario, vuoi attraverso un prestito, spontaneo o “forzoso”, da restituire a lungo termine e a interesse inferiore a quello che i “mercati” pretenderebbero? O immediatamente, o in prospettiva, per effetto della riduzione degli interessi, l’onere del debito pubblico diminuirebbe.
Subito si leva il coro: altre tasse, per di più sul patrimonio? Vade retro! Lo Stato ha fatto il debito, lo Stato lo ripaghi. Com’è noto, quando una persona s’indebita troppo rispetto alle sue possibilità economiche, o fallisce subito o finisce nelle mani degli strozzini, che gli prestano sì nuovo denaro, ma a interessi sempre più alti (e alla fine fallisce lo stesso perché non è più in grado di rimborsare i debiti contratti). Nel nostro caso i prestatori sono i “mercati”, che di fronte alle difficoltà dello Stato alzano la misura degli interessi richiesti per continuare a finanziarne il debito. E dunque?
Non vorremmo che finisse come altre volte nella storia: il debito pubblico evapora come neve al sole perché, o con l’inflazione (se non dovessimo più avere la protezione dell’euro) o con la “ristrutturazione”, i titoli di Stato diventano carta straccia. Ci perderebbero i mercati, e poco male, visto che molti sono professionisti del rischio finanziario, ma ci perderebbero anche i cittadini normali che hanno investito tutti o parte dei loro modesti risparmi (pensando che lo Stato non è la Cirio né la Parmalat) in titoli di Stato: in quel debito pubblico che, come diceva lo Statuto albertino (la Costituzione repubblicana non lo ripete, ma in qualche modo lo presuppone) è – deve essere – «guarentito» (perché «ogni impegno dello Stato verso i suoi creditori è inviolabile»).
L’unica cosa che dovremmo esigere è che alle “dolorose” operazioni necessarie presieda un Governo (sorretto da una maggioranza parlamentare più ampia possibile) degno di questo nome, cioè credibile.

Il Sole 24 Ore 09.09.11

"Corruzione per la Serravalle nuova accusa dei pm a Penati", di Davide Carlucci e Sandro De Riccardis

Caccia alla tangente per la Milano-Serravalle. La procura di Monza ha iscritto nuovamente nel registro degli indagati Filippo Penati, con l´accusa di concorso in corruzione, per l´acquisto delle quote dell´autostrada da parte della Provincia nel 2005. E la Finanza, su ordine del pm Walter Mapelli, ha perquisito a Lido di Camaiore la sede della Salt, la Società autostrada ligure-toscana che fa capo al gruppo Gavio, lo stesso che nel 2005 cedette il 15% delle sue azioni.
Per l´accusa, quelle azioni, acquistate a 8,83 euro l´una da Gavio – che le aveva comprate a meno di 3 euro – crearono un sovrapprezzo dietro il quale si celerebbe una tangente a Penati. A raccontarlo ai pm è stato l´imprenditore Piero Di Caterina, che ha parlato di trattative riservate per determinare il prezzo e l´entità della mazzetta da versare all´esponente dei Ds – oggi sospeso dal Pd – e al suo braccio destro Giordano Vimercati (che però, parole di Di Caterina, sarebbe stato “fregato” da Penati). I finanzieri stanno analizzando i flussi finanziari che hanno portato 240 milioni di euro dalla Provincia al gruppo Gavio, alla ricerca di anomalie che conducano alla tangente. Una parte consistente della cifra – 102 milioni – finì nella Satap, società di Gavio. Altre somme andarono alla Salt, perquisita ieri, e alla Astm (la Torino-Milano). Il denaro della Satap ha preso poi strade diverse: 47 milioni sono finiti in conto dividendo 2005 alla holding Argo (sempre Gavio), 31 alla Banca di Roma, altri 15 alla Banca popolare italiana, mentre dei rimanenti 9 finora non è stata trovata una traccia chiara. Altri accertamenti saranno svolti sui 138 milioni di euro arrivati dalla vendita delle quote.
È nelle pieghe di quei bilanci che si nasconde la mazzetta a Penati? Di Caterina racconta di aver appreso dall´ex segretario della Provincia Antonino Princiotta della riunione nella quale sarebbe stata discussa la tangente. «Princiotta – ha dichiarato Di Caterina – mi disse che in quegli incontri stavano trattando l´importo che sarebbe stato retrocesso a Penati e Vimercati». Alla riunione, che si sarebbe svolta nello «studio del commercialista Ferruccio di Milano in via Pontaccio», avrebbe partecipato, secondo il racconto dell´imprenditore, anche Maurizio Pagani, manager di Banca Intesa. Il suo difensore, l´avvocato Angelo Giarda, smentisce però la ricostruzione: «Quello studio in quella via non esiste», assicura. Reagisce Filippo Penati. Dice di «non aver ricevuto alcuna comunicazione e di non aver mai sentito parlare di riunioni o trattative su eventuali sovrapprezzi per l´acquisto delle quote di Serravalle. La documentazione è a disposizione dei magistrati da sei anni, dopo l´esposto dell´allora sindaco di Milano Gabriele Albertini».
Ieri è stato interrogato anche l´avvocato Giovanni Camozzi, braccio destro dell´immobiliarista Luigi Zunino. Entrambi sono accusati di aver corrotto l´ex assessore Pasqualino Di Leva per l´acquisto dell´area Falck di Sesto. Camozzi – riferisce l´avvocato Ermenegildo Costabile – ha spiegato che le cene con i politici erano «normali incontri per ragionare sul recupero di un´area così importante per Sesto». E, ieri sera, durante la discussione in Comune sull´area Falck, quando il sindaco Giorgio Oldrini (indagato) ha preso la parola, è partita la contestazione con un coro “Dimissioni, dimissioni” che si è alzato dal pubblico. Per far passare il piano, Oldrini ha accolto le dimissioni del segretario generale Marco Bertoli, accusato di aver ricevuto finanziamenti illegali. In aula c´era anche il grande accusatore Pasini. «Sono stato costretto a pagare Penati» ha detto l´imprenditore.

La Repubblica 09.09.11

"Le università italiane bocciate da professori poco informati", di Alessandro Schiesaro

Davvero la migliore università italiana (Bologna, al 183° posto) vale un po’ meno, per restare in Europa, di quella irlandese di Cork e a stento scavalca Dundee? Così proclama la classifica delle 300 migliori università del mondo appena pubblicata da una società di consulenza internazionale, la QS, che si è messa in proprio dopo aver a lungo lavorato per il Times di Londra. Prendersela con le classifiche che non vanno bene è uno sport poco simpatico, e non c’è dubbio che anche questa fotografi in parte alcuni problemi reali del nostro sistema universitario.
Il 10% del punteggio, per esempio,
è attribuito sulla base del numero di studenti e docenti stranieri, entrambi punti dolenti per l’Italia, come ha messo in evidenza anche il recente rapporto Ocse: nessun ateneo italiano figura tra i primi 300 quanto a internazionalizzazione del corpo docente, e solo due, il Politecnico di Torino (260) e la Bocconi (270) vi rientrano per gli studenti. È altrettanto vero che la cultura della valutazione della ricerca è arrivata tardi in Italia e si sta diffondendo in modo diseguale, mentre in Paesi dove la valutazione è al centro dell’attività, da molto tempo gli atenei ragionano più spesso in termini di competizione globale.
Vale però la pena di capire meglio com’è costruita questa classifica, se non altro perché ormai i rankings creano una loro realtà virtuale e influenzano in qualche misura la mobilità studentesca, oltre che il morale di chi nelle università lavora e studia. Ben il 40% della valutazione QS è basata sulla “reputazione accademica” di ciascuna istituzione, misurata tramite un sondaggio in cui a studiosi prescelti tra gli abbonati a riviste scientifiche viene chiesto d’identificare le 10 università del proprio Paese e fino a 30 atenei stranieri che spiccano per l’attività di ricerca nei campi di specifica competenza. Il numero complessivo delle risposte, oltre 30mila, è sicuramente elevato, ma l’affidabilità del metodo è molto dubbia, anche perché QS ammette che la mediana di risposte ottenute in relazione a ciascun Paese è bassissima: la metà dei Paesi, 70 su 140, viene infatti valutata sulla base di non più di 27 questionari.
Il vero problema è che cosa i questionari riescono effettivamente a valutare: a meno di non volersi mettere a fare in proprio un lavoro immane, le risposte, specie quelle che riguardano gli atenei stranieri, sono inevitabilmente connotate da uno spettro di conoscenze limitato, che facilmente finisce per premiare i soliti noti (e bravi) al vertice, ma è assai poco affidabile se si pretende di mettere in fila una per una centinaia di università e decine di migliaia di docenti. Quanti professori se la sentono di attestare seriamente, anche solo per le proprie discipline, che l’ateneo X, in una certa disciplina, si merita il 25° posto nel mondo e non il 26°? Sempre a un questionario, rivolto ai datori di lavoro, viene affidato un altro 10% della valutazione. Anche se la Bocconi sale in questo caso al 15° posto e il Politecnico di Milano al 51°, i dubbi non vengono fugati dalla constatazione che tra i 16mila “employer” interpellati solo l’1,5% dichiara una competenza specifica sull’Italia, a fronte del 2,4% titolato a discutere del rapporto tra sistema universitario e mercato del lavoro in Kazakhstan.
Resta invece in ombra un altro criterio: quello dell’impatto della produzione scientifica indicato dal numero di citazioni. QS sostiene che il peso limitato attribuito a questo criterio, il 20%, di contro a quello reputazionale è perché gli indici di citazione favoriscono la ricerca in campo scientifico e penalizzano quella nei settori delle scienze umane e sociali. Verissimo, certo, com’è vero peraltro che il sondaggio è un’esclusiva QS mentre gli indici di citazione, quando non sono liberi, vengono elaborati da altre strutture, e sarebbe difficile rivenderli come merce propria: la classifica di Shanghai, peraltro, opera su indici bibliometrici parametrati alla grandezza dell’istituzione, offrendo risultati meno impressionistici.
Il rischio principale di classifiche metodologicamente discutibili è soprattutto quello di minare la credibilità della valutazione, rischio tanto più grave in un Paese come l’Italia che, si è detto, alla valutazione si affaccia in ritardo e con notevole scetticismo. È quindi bene non confondere operazioni sostanzialmente divulgative con la vera valutazione della ricerca, quella sì laboriosa e costosa, ma anche ben diversamente affidabile. È quella che si fa da molti anni, per esempio, in Gran Bretagna, e cui ora attende l’Anvur. Solo da questo tipo di analisi si possono ricavare indicazioni tarate sul piano metodologico e quindi davvero significative.

Il SOle 24 Ore 09.09.11

"Che cosa mi ha insegnato il dolore dell´11 settembre", di Barack Obama

Dieci mesi di settembre sono trascorsi da quella terribile mattina, ma in questo decimo anniversario degli attacchi dell´11 settembre, siamo chiamati ancora una volta a rendere omaggio a coloro che abbiamo perduto mantenendo la nostra nazione forte e fedele alla loro memoria.
Nei prossimi giorni ricorderemo quasi 3.000 vittime innocenti, padri e madri, fratelli e sorelle, figli e figlie che quel martedì non facevano altro che condurre le loro attività di tutti i giorni in una bella mattinata di sole.E parleremo ai nostri figli di quello che successe quel giorno, e di quello che è successo da allora. Come ogni americano io non dimenticherò mai il momento in cui ho sentito quelle notizie terribili, alla radio, mentre ero in macchina e mi recavo al lavoro nella mia città, Chicago. Ma le figlie mie e di Michelle, come tantissimi altri americani più giovani, non hanno nessun ricordo di quel giorno. Malia aveva appena 3 anni e Sasha era nata da poco. Quando sono cresciute, io e Michelle ci siamo dovuti confrontare con la stessa difficoltà con cui si sono confrontati altri genitori: decidere come raccontare ai nostri figli dell´11 settembre.
Una delle cose che abbiamo detto loro è che il peggior attacco terroristico della storia americana ha anche tirato fuori il meglio del nostro Paese. Pompieri, poliziotti e paramedici sono accorsi, correndo dei rischi, per salvare altre persone. Gli americani si sono riuniti con veglie di commemorazione, nei luoghi di culto e sui gradini del Campidoglio, a Washington. La gente ha fatto la fila per donare il sangue, è arrivata dall´altra parte del Paese per dare una mano. I bambini delle scuole hanno donato i loro risparmi. Comitati di quartiere, gruppi di fedeli e aziende hanno raccolto cibo e vestiti. Eravamo uniti, in quanto americani.
Questo è il vero spirito dell´America che dobbiamo ritrovare in questa ricorrenza. La bontà e il patriottismo del popolo americano e l´unità di cui avevamo bisogno per andare avanti insieme, come un´unica nazione.
L´ultimo decennio è stato un decennio difficile per il nostro Paese, ma abbiamo visto anche la forza degli Stati Uniti, nelle città che hanno rifiutato di arrendersi alla paura, nelle comunità che hanno perseverato nonostante le grandi difficoltà economiche, e soprattutto nei nostri uomini e donne in divisa e nelle loro famiglie, che si sono sobbarcati un fardello enorme per difendere la nostra sicurezza e i nostri valori.
Gli autori di quegli attacchi volevano terrorizzarci, ma non possono nulla contro la nostra fermezza. Oggi il nostro Paese è più sicuro e i nostri nemici sono più deboli, ma anche se abbiamo fatto giustizia su Osama bin Laden e anche se al-Qaeda ormai è avviata alla sconfitta, non dobbiamo mai esitare di fronte al compito di proteggere la nostra nazione.
In un giorno in cui altri hanno cercato di distruggere, noi abbiamo scelto di costruire. Ancora una volta l´11 settembre sarà una giornata nazionale di servizio e commemorazione, e su Serve.com ogni americano può prendere un impegno per rendere omaggio alle vittime e agli eroi dell´11 settembre servendo i nostri quartieri e le nostre comunità.
Infine, in un giorno in cui altri hanno cercato di dividerci, noi possiamo ritrovare quel sentimento di un obbiettivo comune che risuonava nei nostri cuori dieci anni fa. Abbiamo di fronte sfide difficili come nazione, e dato che siamo cittadini di una società democratica discutiamo vivacemente del nostro futuro. Ma in queste discussioni non dobbiamo mai dimenticarci dell´insegnamento che abbiamo appreso nuovamente dieci anni fa, e cioè che le nostre divergenze non sono nulla di fronte a quello che ci unisce, e che quando scegliamo muoverci uniti, come una sola famiglia americana, gli Stati Uniti non si limitano a subire, sono in grado di emergere dalle traversie e dalle difficoltà più forti di prima. Questa è l´America che siamo stati l´11 settembre e nei giorni che sono seguiti. Questa è l´America che possiamo e dobbiamo sempre essere.
Traduzione di Fabio Galimberti

La Repubblica 09.09.11

"La nostra patrimoniale", di Stefano Fassina

Caro direttore, le difficoltà dell’Italia hanno reso trendy una disciplina quasi esoterica come la finanza pubblica. Oggi, come per la formazione della Nazionale alla vigilia della finale dei mondiali di calcio, tutti si improvvisano esperti. Fioriscono, anche nei commenti di cosiddetti autorevoli economisti, ipotesi strampalate frutto di scarsa conoscenza del bilancio dello Stato e delle tecnicalità della materia fiscale. In tale quadro, il suo editoriale di ieri (“Patrimoniale democratica, allora esiste”) è un’occasione preziosa per tentare di chiarire una proposta del Pd sulla quale, complice la difficoltà tecnica della materia, si continua a fare grande confusione: “la” patrimoniale Primo: “la” patrimoniale non esiste.
Non esiste una versione unica dell’imposta sui patrimoni, come non esiste una versione unica dell’imposta sul reddito. “La” patrimoniale si distingue, innanzitutto, in due fattispecie: un’imposta straordinaria, una tantum, ad aliquota molto elevata su una qualche definizione del patrimonio (complessivo, immobiliare, mobiliare complessivo, mobiliare senza titoli di stato, ecc); un’imposta ordinaria, strutturale (ossia permanente), ad aliquota molto contenuta anche qui su una qualche definizione della base imponibile.
La prima versione è l’ipotesi proposta al Lingotto e, prima, da Amato, Capaldo ed altri. Da ultimo, con insuperabile improvvisazione per le dimensioni annunciate (400 miliardi di euro), da Profumo. La seconda è la proposta presentata dal Pd: un’imposta progressiva sui grandi valori immobiliari, pari allo 0,5% per i valori compresi da 1,2 ad 1,7 milioni di euro e allo 0,8% per importi oltre 1,7 milioni di euro .
Secondo: il Pd rimane convinto che la via della patrimoniale straordinaria (Lingotto e simili) sia una via suggestiva ad uno sguardo superficiale, ma impraticabile sul piano tecnico e comunque marginale ai fini della sostenibilità del debito pubblico. Spingere a vendere forzosamente, in un breve arco di tempo, uno stock di patrimonio tale da consentire di versare al bilancio dello stato 200 miliardi di euro (per rimanere alle ipotesi “minimali”) vorrebbe dire deprimere pesantemente i valori di mercato dell’asset in oggetto, non soltanto per i diretti interessati, ma in generale. Senza contare che, data l’assenza di un’anagrafe dei patrimoni mobiliari, le risorse mobili (azioni, obbligazioni, quote di fondi, ecc) ancora tenute in Italia volerebbero in tempo reale verso lidi sicuri ed ancora inaccessibili (i famosi “paradisi fiscali”). Si chiamerebbe a contribuire, quindi, soltanto i grandi patrimoni immobiliari imponendo una svendita depressiva e difficilmente fattibile.
Inoltre, a proposito dei miracolosi effetti sulla finanza pubblica, va segnalato che un eventuale abbattimento del debito di 200 miliardi, consentito sulla carta da una imposta patrimoniale straordinaria del 10% sulla ricchezza del top 10% di residenti in Italia, consentirebbe a regime un risparmio di circa 10 miliardi di euro all’anno in termini di spesa per interessi. È l’equivalente di 70 punti di base di spread.
Un governo credibile, con una strategia per lo sviluppo e per le riforme strutturali, potrebbe ricondurre rapidamente lo spread dai 350 punti base di oggi al livello della primavera scorsa, ossia 80- 90 punti base, con un risparmio di spesa per interessi che a regime raggiungerebbe intorno ai 40 miliardi all’anno.
Quindi, terzo: non c’è stata nessuna svolta del Pd «nelle ore convulse tra lunedì e martedì per rimettere mano alla contro-manovra». La nostra proposta di patrimoniale ordinaria era già nel documento presentato da Bersani il 13 agosto. Al punto 3 si prevede: «L’introduzione di una imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato, fortemente progressiva, con larghe esenzioni ». Gli equivoci sulla base imponibile, caro direttore, non ci sono. Sin dal 13 agosto e come ripetuto nell’emendamento presentato in commissione bilancio al senato (prima firmataria Finocchiaro), si tratta di valori immobiliari.
In conclusione, nessuna improvvisazione e nessun ripensamento. Una posizione programmatica, discutibile ovviamente, ma coerente con la strategia dello sviluppo sostenibile per abbattere il debito pubblico. Qui, c’è un punto dirimente di cultura politica, prima che di policy: nonostante il fascino esercitato sui neofiti, le scorciatoie per abbattere il debito pubblico non esistono. Come abbiamo indicato nel nostro Programma nazionale di riforma, è lo sviluppo sostenibile l’obiettivo da perseguire per ridurre il debito. È l’economia reale la variabile da aggredire.
Basterebbe leggere i dati sui saldi delle bilance commerciali dei paesi euro per capire che sono le divergenti dinamiche della produttività ad alimentare, giustamente, i dubbi sulla sostenibilità economica, sociale e democratica della moneta unica. È il denominatore dei rapporti, il Pil, il vero problema. Insistere ossessivamente sul numeratore, il deficit, ed affidarsi ideologicamente alle misure supply side per la crescita, come vogliono i conservatori e le tecnostrutture europee ancora imbevute di neo-liberismo, porta l’area euro, non soltanto l’Italia, a sbattere. Come si fa a stupirsi delle previsioni di ulteriore allungamento della stagnazione quando si colpisce, ovunque, sia la domanda pubblica che la domanda privata di famiglie ed imprese? È sufficiente il buon senso, non serve Keynes, per riconoscere che siamo in una trappola di liquidità.
È il Financial Times a ripeterci da almeno un paio d’anni che siamo prigionieri di carenza di domanda aggregata. Soltanto gli irriducibili Alesina&C possono ancora predicare l’expansionary fiscal contraction ed i licenziamenti facili come strada per la ricostruzione.
Per uscire dal tunnel della stagnazione economica, delle drammatiche condizioni del lavoro di padri e figli, dell’anti-politica montante e del debito pubblico, le forze progressiste europee, Pd e Pse, propongono, con ritrovata autonomia culturale, la valorizzazione del lavoro, la redistribuzione del reddito e della ricchezza, il sostegno europeo alla gestione del debito e agli investimenti, la politica industriale.
L’opposto di quanto ciecamente e stupidamente si continua a raccomandare, a volte anche dalle nostre parti.
Stefano Fassina

Ringrazio Stefano Fassina, responsabile del Pd per le politiche economiche, per questa dettagliata messa a punto della differenza fra una «patrimoniale straordinaria» (che il Pd esclude) e una «patrimoniale ordinaria», come ora propriamente Fassina definisce l’imposta proposta dal partito fin da metà agosto. Quanto all’equivoco sulla base imponibile, non l’abbiamo certo ingenerato noi. Nel suo ruolo formale di relatore di minoranza sulla manovra, in una sede formale come l’aula del senato, Enrico Morando appena quattro giorni fa così descriveva la proposta del Pd: «Un’imposta patrimoniale ad aliquota molto moderata sulla quota di patrimonio privato (tutto, mobiliare e immobiliare), pari al 47 per cento del totale, posseduta dal 10 per cento delle famiglie più dotate di ricchezza patrimoniale». Qualche volta fanno confusione i giornali, più spesso fanno confusione i politici. (s. me.)

da Europa Quotidiano 09.09.11

"La barzelletta di Sacconi ministro che fa pena", di Adriano Sofri

Allora per i pochissmi – nessuno, spero – che non l´avesse guardato e ascoltato sul sito del giornale. C´è un convento del Seicento in cui entrano dei briganti e violentano tutte le suore, tranne una. Il Sant´Uffizio la interroga: «Come mai solo lei non è stata violentata?». «Perché io ho detto di no».

(Qui ho chiesto al redattore di lasciare una riga vuota, per emulare il gelo che lascia la recitazione esagitata di una simile perla).

Lui, Sacconi, probabilmente si aspettava un applauso. Raffaele Bonanni, che gli sedeva accanto, si è grattato la testa. Il video non mostra le facce del pubblico, composto di giovani Pdl.
Ho guardato il video e ascoltato la barzelletta, poi l´ho riguardato, poi mi sono detto che bisognava cercare di capire. In fondo, io sono un uomo come Sacconi. Cioè, non esageriamo: io, come Sacconi, sono un uomo. Ecco. È chiaro che se non fosse un uomo, non gli sarebbe passato per la testa di dire quella barzelletta. Però altri uomini si sarebbero fatti piuttosto tagliare la lingua, sicché la questione non può finire qui. Lui ha creduto di cautelarsi premettendo che il suo apologo sarebbe stato «forse un po´ blasfemo»: bigotto com´è, pensava che bastasse, dal momento che scherzare coi santi – con le sante – è l´essenza del bigottismo, come insegna la lunga lezione di Andreotti.
Dunque pensava che la cosa si riducesse alle sole suore, e le suore non sono donne, sono monache: se non per quel dettaglio, che anche loro sono stuprate solo perché ne hanno una gran voglia. Non ha riso nemmeno lui, Sacconi: ha continuato con l´enfasi impressionante che mette in ogni esternazione, che voglia rottamare lo Statuto dei diritti dei lavoratori o chiedere che ora è. «Il sindacato può dire di no», ha concluso. La sua morale (chissà quanto se l´era preparata) è questa: che se un intrusissimo emendamento alla manovra dà ai sindacati la possibilità di concorrere ad autorizzare un licenziamento, il sindacato può dire di no, esattamente come la monaca obiettrice della barzelletta.
Non deva averla seguita fino in fondo, la sua storiella, perché se ne ricava che la Cgil, “capace solo di dire dei No”, è la monaca casta, e le altre confederazioni, care al ministro, non vedono l´ora di essere stuprate. A parte questa orrenda e inavvertita conclusione, quello che soprattutto a Sacconi è sfuggito – rivelandone il mistero, perché costui era finora misterioso – è che la sua barzelletta non era blasfema perché toccava le suore e le celle e i conventi, ma era infame perché toccava le donne e le case e le strade. Un riflesso così volgarmente maschilista si sarebbe del resto iscritto dentro la cultura governativa e il catalogo sterminato delle sue barzellette e giochi di mano, senza l´ulteriore coincidenza, la più rivelatrice di tutte, della quale Sacconi non s´è accorto nemmeno alla lontana, mostrando per una volta che la psicoanalisi elementare ha ragione: e cioè che a capo della Cgil c´è una signora. Sicché un diavoletto lo faceva sbracciare scompostamente e gli faceva tortuosamente dire che Susanna Camusso dice No per dire Sì, e non vede l´ora eccetera. Il destino per giunta gli ha messo di fronte proprio un nome casto e minacciato per eccellenza; e qualche volta, benché la signora segretaria generale della Cgil sappia il fatto suo e nostro, si ha la sensazione che i calabroni le ronzino attorno come i vecchioni al bagno di Susanna.
Non è la prima volta che mi interrogo su Sacconi. Lui era socialista, e “di sinistra”: nome già onorato. Non è un vecchione, benché sia entrato in Parlamento 32 anni fa. Dopo che ci rientrò con Berlusconi, tutto quello che c´era di meglio, simbolicamente e di fatto, nell´eredità socialista italiana, diventò il bersaglio della sua rivalsa: dallo Statuto dei diritti dei lavoratori da mutare in dei lavori – dei lavoretti, insomma – alla Costituzione fondata sul lavoro. La laicità – vanto peculiare di radicali socialisti azionisti liberali e repubblicani – è diventata la sua bestia nera, dalle circolari ricattatorie contro medici e amministratori nella tragedia degli Englaro all´oltranza sull´idratazione forzata di tutti noi. In fatto di fanatismo clericale, ha voluto lasciarsi indietro colleghe già stupefacenti come Eugenia Roccella (cui la barzelletta, promossa a “metafora”, è piaciuta, mannaggia). Di qualunque cosa parli, è ispirato come un hodjatoleslam – come quando racconta la barzelletta, guardate. Come se avesse preso roba molto forte: il rancore è fortissimo. Ha promosso il caso “unico, irripetibile”, di Pomigliano in modello erga omnes.
Ha infilato di prepotenza l´articolo 8 dentro la manovra. Dice che ce l´ha chiesto l´Europa. Chissà se a Bruxelles hanno tradotto la barzelletta, e che risate. Appena prima, aveva fatto passare in consiglio dei ministri (poi ha un po´ smentito, lì sono tutti smentitori) la bravata che aboliva il riscatto degli anni di servizio militare e università: si sono scusati dicendo che pensavano che riguardasse solo 3 o 4 mila persone, e non 600 mila e passa: non male, come contabilità, e anche moralmente. Come se rapinarne tre invece di seicento fosse ragionevole. Ho trovato in rete un intervento, enfatico come questo, in cui Sacconi grida sbracciandosi: «Noi vogliamo governare! Noi vogliamo governare! Abbiamo un forte mandato a questo! Abbiamo un forte mandato a questo!». Del puro Brunetta, solo che Sacconi abbassa la mano col microfono e, con un tono improvvisamente normale, bofonchia: “Vaffanculo”.
Ogni volta che guardo e ascolto Sacconi, mi dico che lui scherza. Però questa volta, quando ha scherzato sulle suore stuprate e il convento della Cgil, ho capito che no. Faceva sul serio. Ho guardato e sentito anche Rita Giaretta, che è una donna e fa la suora e combatte lo sfruttamento sessuale. A febbraio, alla manifestazione delle donne, aveva detto: «Credo che dentro questo mondo maschile, dove le relazioni e i rapporti sono spesso esercitati nel segno del potere, c´è un grande bisogno di liberazione». Ora, col suo bell´accento di vicentina a Caserta, ha detto che il ministro le fa «un po´ pena».

La Repubblica 09.09.11