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"L'italia bocciata in razzismo", di Vladimiro Zagrebelsky

Chi aprisse in questi giorni la pagina web del Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, sarebbe subito colpito dal primo grande titolo, che dice: «L’Italia deve proteggere meglio i diritti dei rom e dei migranti». Esso è accompagnato da una fotografia, che riproduce un manifesto, divenuto ben noto, largamente affisso sui muri di Milano durante la recente campagna elettorale per l’elezione del sindaco. Vi si legge: «Milano Zingaropoli con Pisapia» e nel testo si stigmatizza anche il progetto di costruzione di una moschea. Dunque l’Italia, la cui immagine già per altro verso non brilla ora in Europa, è nuovamente e negativamente esposta all’attenzione. E’ possibile che in Italia a pochi interessi cosa dice il Consiglio d’Europa e che le questioni legate ai diritti fondamentali siano da molti trattate con sufficienza e fastidio. Ma così non è nell’Europa di cui l’Italia è parte. E tout se tient quanto ad immagine e a opinione che gli altri hanno della sua credibilità e affidabilità.

Il documento reso noto dal Commissario ai diritti umani contiene le sue valutazioni dopo una visita in Italia nello scorso maggio.

Esso riguarda vari aspetti della situazione dei rom e dei sinti e della condizione degli immigrati nel difficile periodo legato al conflitto in Libia.

Tra le tante di cui il governo e la società civile italiana dovranno tener conto, merita attenzione quella cui si riferisce il titolo di apertura del sito del Commissario: la qualità del discorso politico e la frequenza di un tono razzista con riferimento ai rom e sinti (ma anche ai musulmani).

Sperimentiamo ogni giorno la volgarità del lessico (e dei gesti) di tanti politici. Essa caratterizza non solo le loro chiacchiere al telefono con amici e amiche (un aspetto da non trascurare di ciò che emerge dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche ordinate dalla magistratura), ma anche i loro discorsi pubblici. Si tratta di un abbrutimento della dialettica politica, che naturalmente non resta in patria, ma fa subito il giro del mondo, contribuendo anch’esso allo svilimento dell’opinione internazionale sull’Italia. Ma non di questo si occupa il Commissario ai diritti umani. Egli è preoccupato per l’effetto che certi discorsi, certo linguaggio tenuto da responsabili politici, hanno sulla formazione dell’opinione pubblica, con il pericolo che essi stimolino e legittimino atteggiamenti razzisti e discriminatori. Il rapporto del Commissario cita una dichiarazione del ministro dell’Interno Maroni, riportata l’anno scorso dal Corriere della Sera nel periodo in cui la Francia espelleva i rom di nazionalità bulgara e romena. Il ministro esprimeva disappunto poiché molti rom e sinti sono cittadini italiani «e quindi non ci si può far niente». E’ solo un esempio, ma noi sappiamo quanto frequente e spesso anche aggressivo sia il linguaggio denigratorio. Qui è la posizione ufficiale e autorevole del ministro che viene in considerazione e quanto la frase sottintenda su ciò che bisognerebbe fare, se solo fosse possibile. E sul disvalore, che non è nemmeno il caso di dire, delle persone cui si riferisce. La loro dignità (che è un diritto fondamentale, proclamato dal primo articolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) è offesa ed è coltivato il terreno propizio a politiche discriminatorie e di esclusione sociale.

In un mondo che vede gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle persone, potrebbe sembrare eccessiva l’attenzione del Commissario al linguaggio. Ma così non è. Intanto il Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa non è isolato in questa sua denunzia. La stessa preoccupazione e condanna sono già state espresse dal Comitato della Convenzione europea per la protezione delle minoranze e dal Comitato della Carta sociale europea. E poi, chi non vede che il disprezzo che cola, esplicito o implicito, dal linguaggio scelto per esprimersi lascia il segno, offende e discrimina, suggerisce che si tratta di estranei, di gente di poco o nullo valore, che non merita la considerazione che meritiamo «noi»? Razzismo dunque, tanto più condannabile e pericoloso quando si coglie nel discorso politico che in una democrazia dovrebbe essere degno e rispettoso.

La Stampa 09.09.11

"Prigioniero di se stesso", di Curzio Maltese

Al culmine di una crisi che rischia di travolgere nell´ordine l´Italia, l´euro, l´Europa e il mondo, il capo del governo trascorre ore di intenso lavoro, chiuso in una stanza con l´avvocato Ghedini, per studiare un decreto anti-intercettazioni. Il terrore del premier non è affatto misterioso. Fra una settimana la procura di Bari deposita le intercettazioni dell´inchiesta Tarantini-escort, nelle quali pare che Berlusconi ne dica di tutti i colori.

Richieste, dettagli, particolari sulla vera natura delle «cene eleganti» di Arcore diverranno di pubblico dominio sui media italiani e stranieri, dove già Berlusconi è considerato, per usare la formula più diffusa, «un tragico clown». Lo squallore della vicenda è tale da augurarsi che ciò non avvenga. Per la pietà che suscitano certi casi umani e la vergogna che ricadrebbe sull´intero Paese. Ma un conto è provare pena da uomini e cittadini, altro è armare una guerra parlamentare, come sta facendo il premier, per arrivare all´ennesima legge ad personam.
Cerchiamo di essere chiari. La vita sessuale del presidente del Consiglio a noi non interessa e ne sappiamo già molto più di quanto vorremmo. Almeno fino a quando non lo spinge a commettere veri e propri reati. Come per esempio l´induzione alla prostituzione di ragazze minorenni e la concussione nel caso Ruby. Ai quali bisogna aggiungere, secondo l´anticipazione dell´Espresso, la telefonata in cui il premier suggerisce al fuggiasco Lavitola di non tornare in Italia. Una circostanza che perfino l´avvocato Ghedini in qualche modo conferma, sia pure alla sua maniera da azzeccagarbugli. Lo scandalo è che il presidente del Consiglio, per coprire le proprie miserie, non esiti a proporre una legge che equivale a un colpo mortale su decine e centinaia di indagini su mafia, camorra, ‘ndrangheta e traffici criminali d´ogni genere.
Per giustificare la follia il Cavaliere ha scatenato la più bugiarda e demenziale campagna mediatica mai affidata al suo apparato avvocatesco e giornalistico. A partire dall´argomento principale, portato dall´ineffabile avvocato Ghedini, secondo il quale «non è normale un Paese dove la magistratura intercetta il presidente del Consiglio». Sarebbe vero, ma non è mai accaduto. Mai nessuna toga rossa, bianca o nera, ha messo sotto controllo i telefoni del premier, ma soltanto quelli di indagati per reati comuni. E allora, caro avvocato Ghedini, la sentenza deve essere rovesciata. Non è normale un Paese dove un magistrato non può intercettare uno spacciatore, un latitante o un corrotto senza imbattersi, prima o poi, nell´inconfondibile voce del presidente del Consiglio. Indaghi su Lavitola e spunta Berlusconi, insegui le piste di cocaina di Tarantini ed ecco il Cavaliere, avvii un´inchiesta sui traffici di Lele Mora o sugli appalti Rai di Saccà e rieccolo. Che cosa dovrebbero fare i magistrati, tapparsi le orecchie, bruciare i nastri non appena riconoscono la voce, dimettersi? Non è colpa dei magistrati di Bari o Napoli se il capo del governo passa ore e ore al telefono con faccendieri, galeotti e pregiudicati.
Sono falsi gli altri argomenti che Berlusconi e la sottostante corte di servi da anni spacciano per dati inconfutabili. È una grossolana fesseria che «il novanta per cento degli italiani sono intercettati». È una favola che «le intercettazioni costano miliardi ogni anno». La nostra magistratura usa le intercettazioni né più né meno di quanto fanno i magistrati stranieri. Se non si è informati sulle grandi inchieste di mafia, e non sarebbe strano visti i telegiornali pubblici e privati, basta pensare al ruolo decisivo che le intercettazioni hanno avuto nei delitti più conosciuti dal pubblico, dalla strage di Novi all´omicidio di Sarah Scazzi.
Ma il presidente del Consiglio se ne infischia della lotta al crimine. È disposto a disarmare la magistratura pur di coprire il suo chiacchiericcio su puttane e tariffe con gentiluomini del calibro di Tarantini o Lavitola. È stato capace a suo tempo, per la stessa ragione, di distruggere l´alleanza di governo con Fini. L´ossessione del premier, in un mondo in fiamme, è salvare quel briciola di apparenza che lo circonda. Per farlo deve censurare se stesso, bruciare le frasi dette e le cose fatte. Il Berlusconi pubblico è atterrito dal Berlusconi privato, e noi da entrambi.

La Repubblica 09.08.11

Festa Pd Modena, un’altra università è possibile

Dibattito questa sera alle ore 19.30 nello spazio Cabò. Un’altra università è possibile? A questa domanda cercheranno di dare risposta i partecipanti al dibattito in programma questa sera, alla Festa del Pd di Modena. Nello spazio Cabò dei Giovani democratici si confronteranno l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera; Marcello Pinti, ricercatore dell’Università; Giuditta Pini, responsabile Università dei Giovani democratici di Modena. L’appuntamento è alle 19.30 nello spazio Cabò dei Giovani democratici.

Manovra: "Governo contro i disabili e le loro famiglie"

“Dopo tanta retorica sulla difesa della vita, i fatti dimostrano quale sia l’atteggiamento del Governo per garantire il diritto alla vita delle persone: colpire i disabili”, ha dichiarato amaramente Cecilia Carmassi, responsabile Politiche Sociali e Terzo settore del PD. “Il Governo ha avviato l’iter per la legge delega sulla riforma fiscale e dell’assistenza con cui prevede di fare cassa per 40 miliardi”, ha spiegato Carmassi e “l’obiettivo è colpire i disabili e le loro famiglie, colpevoli di vivere alle spalle della collettività, sostenendo di aiutare solo gliautenticamente bisognos’, ultimo neologismo giuridico per avere le mani libere nell’abbassare l’asticella”.

I disabili hanno nella maggior parte dei casi hanno tetti di reddito molto bassi e con i soldi che prendono dallo Stato non ci coprono certo i costi dell’assistenza.

Ecco le cifre a grandi linee:

– 2000 euro mensili è il costo medio per una badante assunta a tempo pieno;

– 480 euro l’importo mensile dell’indennità di accompagnamento;

– 33% è la percentuale minima per essere considerati invalidi civili;

– Il 74% è però il minimo per contare su qualche provvidenza economica;

– 256,67 euro mensili è l’importo dell’assegno di assistenza riconosciuto agli invalidi civili parziali (dal 74% al 99% di invalidità accertata), che non superino i 4.408,95 euro di reddito annuale;

– lo stesso importo vale per la pensione agli invalidi civili al 100%, con un reddito annuale non superiore a 15 mila euro.

“Chi sono allora gli ‘autenticamente bisognosi’ per il Governo? – ha domandato la responsabile Politiche Sociali e Terzo settore del PD – non è concepibile una riforma che ha l’obiettivo di tagliare il 40% delle risorse per l’assistenza. O è una provocazione oppure è istigazione al suicidio. Di fronte a questo non stupisce che il livello di esasperazione cresca: l’iniziativa di contestazione della manovra messa in atto questa mattina a Roma è un grido d’allarme che non deve essere ignorato”.

www.partitodemocratico.it

"E Berlusconi disse a Lavitola: 'Non tornare'" di Lirio Abbate

Il faccendiere chiamò il premier dalla Bulgaria dopo la fuga di notizie e chiese: mi presento ai giudici? “No, resta all’estero”. Ecco l’ultima telefonata tra i due prima della latitanza Il faccendiere Valter Lavitola suda freddo, non tanto per il caldo di Sofia in cui si trova il 24 agosto, ma per le notizie che apprende dai siti Web che rilanciano lo scoop di “Panorama”, il settimanale della Mondadori. Ha appena scoperto che contro di lui c’è un’inchiesta pesantissima della procura di Napoli: lo accusano di estorsione nei confronti del presidente del Consiglio. E quell’articolo è pieno di dettagli giudiziari: ci sono particolari sulle intercettazioni dei dialoghi tra lui e Giampaolo Tarantini, il Giampi che nel 2008 portava prostitute e amiche a casa del Cavaliere. Nell’indagine è coinvolta anche la moglie di Giampi, Angela Devenuto, che gli amici più intimi chiamano “Ninni” o “Nicla”.

La donna ha una relazione con Lavitola nata tra i fornelli di casa del faccendiere, mentre lui le cucinava il coniglio. Oggi Lavitola è diventato lepre in fuga per il mondo, mentre i coniugi Tarantini sono stati arrestati. E la sua latitanza è cominciata, forse per coincidenza, dopo aver parlato al telefono proprio il 24 agosto scorso con Silvio Berlusconi, che già in quel momento sembra essere a conoscenza – come lo erano i giornalisti del settimanale mondadoriano – del lavoro riservato dei pm napoletani e della richiesta di arresto che avevano presentato al gip Amelia Primavera.

Il faccendiere è a Sofia per concludere affari per conto di Finmeccanica ma si rende subito conto del pericolo. Per questo si attacca al telefono e comincia a comporre ripetutamente il numero di Marinella Brambilla, la storica assistente personale del premier. Dall’inchiesta emerge come la Brambilla conosca perfettamente lo stretto rapporto che lega Lavitola al Cavaliere. La donna spiega che “lui” è impegnatissimo tra crisi economica e turbolenze politiche: non può rispondere. Lavitola dalla Bulgaria però insiste e, preso dall’ansia per le notizie che rimbalzano su tutti i media, continua a chiamare. E dopo vari tentativi, gli passano al telefono Silvio Berlusconi.

Il premier si mostra calmo, la voce è serena: rassicura Lavitola, spiega che tutto sarà chiarito e gli dice di “stare tranquillo”. A quel punto – come se fosse un’anticipazione della sua autodifesa – gli espone quella che sarà la linea: la stessa in parte pubblicata alcuni giorni dopo sullo stesso settimanale autore dello scoop sull’inchiesta. Berlusconi ricorda a Lavitola che attraverso lui ha “aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trovava e si trova in gravissime difficoltà economiche”. E sottolinea: “Non ho nulla di cui pentirmi, non ho fatto nulla di illecito”.

Da Sofia Lavitola sembra comprendere: capisce quale è la linea difensiva e concorda su questi punti. Appare però sconfortato e in qualche modo anche dispiaciuto per le intercettazioni. E’ rammaricato per essere stato registrato mentre parlava con il premier. Lavitola, a quanto sembra, aveva assicurato a Berlusconi che le utenze panamensi usate per i loro dialoghi telefonici erano a prova di intercettazione e quindi sicure. Ma così con è stato. La Digos di Napoli è riuscita a captarle tutte su delega dei pm Piscitelli, Woodcock e Curcio. Il premier anche in questo caso mantiene un tono di voce calmo e risponde a Lavitola in modo sarcastico: “Te lo avevo detto che ci avrebbero intercettati”.

A quel punto il faccendiere è “giudiziariamente” con le spalle al muro, e chiede consiglio al premier: “Che devo fare? Torno e chiarisco tutto?”. Berlusconi risponde: “Resta dove sei”. Il messaggio è chiaro, non richiede commenti. Già pochi mesi fa Lavitola si era rifugiato a Panama dopo avere saputo dell’arresto di Luigi Bisignani per l’inchiesta sulla P4: lui stesso ammette, parlando con la moglie di Tarantini, di avere responsabilità penali in questa storia collegata a Finmeccanica. E anche dopo la telefonata con Berlusconi i piani di viaggio dell’ex direttore dell'”Avanti” cambiano improvvisamente. Organizza la fuga, cercando la meta più ostica per la giustizia italiana: il Brasile. Lui aveva già in tasca un biglietto per Roma, destinato a non essere usato perché compra di corsa un volo per il Paese sudamericano scelto per trascorrere la latitanza.
La procura napoletana sostiene che lo scoop del settimanale di casa Berlusconi ha favorito gli indagati. E forse anche Berlusconi che in questa vicenda compare formalmente come parte offesa. Per il procuratore aggiunto Francesco Greco che coordina l’inchiesta, le indagini sono state “fortemente compromesse” proprio “dalla criminosa sottrazione di numerosi e rilevanti contenuti della richiesta di misura cautelare ad opera di ignoti a cui ha fatto seguito la pubblicazione degli stessi su alcuni giornali nazionali”.

Secondo il procuratore capo, Giovandomenico Lepore pubblicare notizie del genere “è come avvisare l’indagato del suo arresto. Vogliamo andare fino in fondo perché è un fatto gravissimo e non è la prima volta che accade”. I pm hanno aperto un fascicolo di indagine sulla fuga di notizie, in cui viene ipotizzato il favoreggiamento: la pubblicazione di ampi stralci della richiesta di custodia cautelare può aver agevolato gli indagati.

Lavitola ha evitato l’arresto ed è latitante ma resta il sospetto che dopo la diffusione della notizia molte persone abbiano potuto far sparire prove compromettenti. Tarantini e sua moglie hanno avuto il tempo di concordare una linea difensiva, tanto da stilare una memoria poi consegnata in carcere al giudice.

Insomma, tutti i protagonisti al momento della retata sapevano cosa dire; compreso Berlusconi, indicato come vittima di un’estorsione che lo ha portato a sborsare in un anno 850 mila euro. Soldi diretti ai coniugi Tarantini ma deviati in buona parte nelle casse di Lavitola, che ne ha intascati ben 400 mila. Per il faccendiere – ritenuto dagli inquirenti la mente del ricatto – la coppia rappresentava la gallina dalle uova d’oro che avrebbe permesso di mettere “con le spalle al muro” Berlusconi. E costringerlo a pagare per far tacere Tarantini su quelle serate nelle residenze romane e milanesi del premier allietate da prostitute ed amiche pronte a tutto. Insomma, un silenzio che vale oro.

Ora dalla latitanza Lavitola parla attraverso i giornali e annuncia che vuol tornare in Italia per farsi arrestare, ma prima lancia un messaggio: “Ho una famiglia da mantenere. Quando entrerò in cella come vivranno mia moglie e mio figlio?” Non è difficile ipotizzare che la domanda sia rivolta a qualcuno che ha già “aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trovava e si trova in gravissime difficoltà economiche”.

L’Espresso 08.09.11

Sacconi e la barzelletta sulle suore. Pd: "Ministro si scusi con le donne"

Polemiche per l’esempio fatto dal ministro del Lavoro per spiegare l’articolo 8 della manovra e rispondere alla Cgil. Insorgono le senatrici del Partito democratico: “Intervento incommentabile e intollerabile”. Il Comitato ‘Se non ora quando’: “Non sarebbe accaduto in nessun altro Paese democratico”. “L’intervento del ministro Sacconi ad Atreju è incommentabile e intollerabile. Sacconi si scusi pubblicamente con tutte le donne, per aver riesumato, nella furia della difesa della propria ideologia e dell’attacco alla Cgil, il peggior armamentario sessista e misogino”. Con queste parole la senatrice del Partito democratico, Rita Ghedini, componente Commissione Lavoro, invita il ministro a chiedere scusa per il paragone fatto ieri davanti alla platea dei giovani del Pdl ad ‘Atreju ’11’. Per difendere l’articolo 8 della manovra economica, Sacconi ha citato una storiella con protagoniste delle suore di un convento del ‘600: “Faccio un esempio un po’ blasfemo – ha detto il ministro – per rispondere alla Cgil rispetto agli scenari apocalittici che ha fatto. Vale quello che disse una suora in un convento del ‘600, dove entrarono dei briganti. Le violentarono tutte tranne una. Il Santo Uffizio la interrogò e le chiese: “Ma come mai non è stata violentata?”. Lei rispose: “Perché ho detto di no..'”.

VIDEO – La barzelletta di Sacconi 1

“Speravo che certe categorie – sottolinea la senatrice Ghedini- fossero ormai inutilizzabili (non oso sperare che non siano ‘pensabili’ da chi svolge un ‘ministero’ pubblico, evidentemente sono tutte, pienamente e strutturalmente parte della cultura paternalista ed autoritaria che il governo di cui Sacconi è parte incarna- conclude Ghedini – in ogni sua scelta, che riguardi le donne, il lavoro, la salute o la libera determinazione.”.

Alla senatrice Ghedini fa eco un’altra senatrice del Pd, Mariapia Garavaglia: “Stona in bocca a Sacconi una barzelletta sulle suore! Si possono fare paragoni meno ‘sacrileghi’, ma soprattutto è inaccettabile che venga violata la dignità delle suore, donne che sanno dare esempi di autentica immolazione. Con una inutile gaffe si è evocato un atto criminale che suore martiri hanno subito davvero durante la recente tremenda guerra in ‘Kosovo’ “.

“In nessun altro Paese del mondo democratico un esponente di governo sceglierebbe la metafora dello stupro – incompatibile con qualunque forma di ironia – per esprimere una sua valutazione politica, svelando la sua visione del rapporto tra donne e uomini. La violenza dello stupro è la forma più brutale di negazione dell’altro. Non comprende nessuna forma di linguaggio, non ammette nessun sì e nessun no. Come scrisse in occasione del 13 febbraio Suor Rita Giarretta, ripetiamo tutte insieme al Ministro Sacconi: “Non ti è lecito!”, si legge in un comunicato del Comitato “Se non ora quando”.

"Se le soprintendenze rischiano di chiudere", di Francesco Erbani

La data fatale è il 2014. Forse il 2015. Con una coda al 2020. Entro il decennio, comunque, il ministero per i Beni culturali potrebbe restare senza personale. O quasi. Bastano alcuni dati: l´età media dei funzionari è di 58 anni, sei dirigenti su dieci sono nati negli anni Quaranta e Cinquanta, le assunzioni sono poche e ancora meno lo saranno in futuro. Molto prima di quella data, chi dice gennaio prossimo, chi marzo, una ventina di soprintendenze, in particolare storico-artistiche, potrebbero sparire accorpate a quelle architettoniche. Ed è anche andata bene: l´eliminazione era prevista per Ferragosto, con un blitz, poi scongiurato, di Salvatore Nastasi, onnipotente capo di gabinetto con il ministro Sandro Bondi e ora con Giancarlo Galan molto in ombra.
Sono tanti i nuvoloni neri che si addensano sul nostro patrimonio e su chi svolge la tutela. Domani e dopodomani si incontreranno nella Certosa di Padula, in provincia di Salerno, una sessantina di neo-soprintendenti oltre a dirigenti di altri istituti del ministero, di archivi e biblioteche. È la prima volta che si riunisce un´assemblea così ampia. Verrà fuori il malessere di cui soffrono la protezione del paesaggio, dei siti archeologici, dei musei, di biblioteche e archivi. Un malessere dovuto a tagli che impediscono missioni e sopralluoghi, a un carico burocratico ossessivo che impedisce la conoscenza e la cura dei territori da tutelare. E che chiama in causa politici e governi di tutti gli schieramenti. Ma nelle intenzioni di alcuni dei partecipanti c´è anche di evitare autofustigazioni e geremiadi e di rilanciare il profilo culturale di un mestiere che negli ultimi anni, andata in pensione la generazione degli Adriano La Regina e dei Pier Giovanni Guzzo, si è sbiadito.
I soprintendenti che saranno a Padula hanno frequentato un corso di formazione, seguito da uno scambio fitto di mail. Poi l´idea di un convegno molto low profile, organizzato senza che nelle stesse soprintendenze se ne sapesse nulla e che pian piano è cresciuto nelle dimensioni fino a cambiare forma. Saranno infatti presenti anche il segretario generale del ministero Roberto Cecchi, e i direttori generali Antonia Pasqua Recchia e Luigi Malnati.
Come sopravvivere in una condizione di assoluto disagio e come esercitare al meglio gli obblighi che la legge, a cominciare dalla Costituzione, impone loro? Racconta Luca Caburlotto, soprintendente storico-artistico del Friuli e con due incarichi ad interim che coprono tutto il Veneto tranne Venezia (di fatto regge l´intero nord-est): «A luglio hanno tagliato al mio ufficio il 35 per cento dei fondi. Mi domando: o erano inutili prima oppure ci stanno tagliando il minimo indispensabile». Negli ultimi tempi sono diventati impellenti i rendiconti di spesa e delle attività svolte. «Fra un monitoraggio e l´altro cerchiamo di fare tutela», insiste Caburlotto. «Sono misurazioni puramente quantitative. E inoltre vale di più la rapidità con la quale rispondiamo a una richiesta di verifica di interesse avanzata da un privato che, poniamo, vuol vendere un bene, anziché quanti vincoli mettiamo». «Sulla base di questi dati veniamo valutati», dice Marta Ragozzino, soprintendente a Matera. E se sono insufficienti si può essere rimossi o trasferiti.
Una struttura come i Beni culturali ha bisogno di ricambi periodici, anagrafici e culturali. Che da anni sono impossibili, visto che almeno due generazioni di architetti, storici o archivisti sono rimaste fuori dalle strutture pubbliche di tutela. «Ricordo quant´era importante, per me giovane funzionaria, seguire il collega più anziano nei sopralluoghi», insiste Ragozzino. «Un sapere fresco di studi si intrecciava con l´esperienza, la conoscenza di luoghi e persone. Noi siamo le sentinelle di un territorio. Da quando sono a Matera ho imparato quant´è importante fare le cose insieme. Insieme nell´ufficio e insieme agli enti locali e alle fondazioni. E quanto è decisivo portare per mano un privato e farlo diventare agente diretto della tutela di un bene». Ma anche a Matera si è abbattuta la scure: 55 per cento in meno i fondi, pochissimi custodi e il Museo nazionale che, senza custodi, potrebbe chiudere nel fatidico 2014.
Da più parti si sente il bisogno anche di rivedere il proprio ruolo. La carenza di soldi e l´impressione di essere su una nave alla deriva, rende però difficile riflettere sulle ragioni per le quali è indispensabile incrementare la protezione di un patrimonio che a sua volta è in continuo incremento. «I beni crescono, ma noi diminuiamo», dice Maura Picciau, soprintendente ad Avellino e Salerno, fra le organizzatrici dell´incontro, che ogni lunedì è a Cagliari perché non ci sono altri storici dell´arte in Sardegna che possano firmare i vincoli. Gli scavi archeologici sono il segnale di un patrimonio che sfugge a ogni controllo e a ogni conoscenza: se ne compiono tantissimi, a causa dei lavori per un elettrodotto o per un parcheggio, ma quanto del materiale rinvenuto viene schedato, restaurato e reso pubblico? I magazzini delle Soprintendenze sono pieni di pezzi impolverati. «Ci si muove solo per emergenze», interviene Micaela Procaccia, soprintendente archivistico di Piemonte e Val d´Aosta, «e solo quando si deve fronteggiare il pericolo che corre un bene immediatamente percepibile». E per questo gli archivi sono la cenerentola di un settore che è cenerentola a sua volta. «Noi siamo meno visibili, meno spendibili in termini di mercato. L´anno scorso il mio ufficio aveva 38 mila euro per finanziare interventi in archivi non statali. Quest´anno sono 26 mila. Nel 2004 avevamo 19 dipendenti, 5 dei quali archivisti, oggi ne abbiamo 10 e 4 sono archivisti. Ognuno di loro cura 300 comuni. E solo un paio sono quarantenni».

La Repubblica 08.09.11