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"La sfida dei giovani", di Alfredo Reichlin

Di fronte alla estrema difficoltà di dominare la crisi che ci attanaglia, io non credo che sia fuori della realtà spostare la riflessione su un terreno più ampio e proporre una analisi meno tecnica, meno economicistica del modo distorto, senza una guida, con cui procede la mondializzazione. È in questo processo che l’Italia è immersa. E se essa rischia di pagare il prezzo più alto che è quello di un declino storico, ciò dipende molto dal fatto che la sua classe dirigente (tutta o quasi) non sa guardare al di là del proprio naso.
È il problema che ha posto di recente Alberto Melloni, lo storico del cristianesimo, che rivolgendosi alle gerarchie cattoliche le invitava a rendersi conto «che la svolta storica che ci sovrasta è di proporzioni superiori al panico che produce». E che ciò che è finito è «lo stile di vita tenuto dall’Occidente, nel quale il debito aveva sostituito altri sistemi di dominio. Per sempre. Come il colonialismo in India, come il bolscevismo in Russia. Non è la fine del mondo: è la fine di un mondo». E rivolgeva al cattolicesimo europeo (germanico in particolare) un appello drammatico per dire ad esso di fare molta attenzione perché se finisce la costruzione europea «finisce la pace». E, al tempo stesso, per incitarlo a mobilitarsi perché questa crisi può essere «l’anticamera del cannibalismo economico» ma può essere anche un modo di vivere «una opportunità di giustizia».
Si può irridere a un simile appello con l’argomento che il degrado italiano impone misure immediate in un orizzonte molto a breve, e di ciò sono convinto. Eppure come ci ha detto un uomo solitamente molto prudente come il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano -, è proprio di fronte a «un così angoscioso presente» che bisogna parlare «con il linguaggio della verità». Soprattutto ai giovani. Perché «solo la verità non induce al pessimismo ma sollecita a reagire con coraggio e lungimiranza». È il discorso fatto a Rimini e che mi ha molto colpito fondamentalmente per una ragione: per il modo come il Presidente si è rivolto agli italiani. Non come il Potere che comanda e rassicura ma come l’uomo politico che ha l’autorità morale per incitare il popolo a costruire una nuova Polis, a prendere in mano il proprio destino, e ricostruire il legame sociale. Questo mi ha colpito. È la Cattedra più alta che non solo chiede «una crescita meno diseguale, che garantisca una più giusta distribuzione del reddito» ma afferma che per determinare il benessere delle persone «gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme a essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana». È che qui sta il problema delle nuove generazioni. Nel come far progredire la loro complessiva condizione umana.
Anch’io penso che questo è oggi il fatto di cui prendere coscienza. È che la crisi dell’economia ha assunto caratteri tali da rimettere in discussione la «complessiva condizione umana». Il discorso pubblico non può restare al di qua di questo livello. So bene che la crisi italiana è peculiare e grava su di essa il peso di grandi problemi irrisolti da anni, compreso il debito pubblico che si è accumulato per colpa nostra, non dei banchieri di Wall Street. E tuttavia mi sia consentito di dire senza nessuno spirito polemico che se una forza come il Pd ha ancora un problema non del tutto risolto di credibilità come alternativa di governo è perché (io credo) non riesce a esprimere una visione più ampia e più adeguata alle sfide di una crisi che davvero non è congiunturale. Tutto è molto difficile ma dopotutto sta venendo in chiaro l’illusione che il mondo possa essere governato come un grande mercato. Ma anche la sinistra deve smetterla di dare la colpa ai mercati. I mercati esistono da millenni e hanno accompagnato il cammino delle società umane e ne hanno perfino consentito la convivenza pacifica. Se le società attuali rischiano di diventare come teme il «Corriere della Sera» una appendice dei giochi di borsa è per ragioni molto profonde, tali, appunto, da richiedere una analisi meno economicista, più storica e più politica. Una analisi che cominci a prendere atto che questa crisi è così poco governabile perché è il venir meno di quella specifica architettura del mondo che si formò con la svolta neo-conservatrice, degli anni 70 del Novecento.
Il grande problema delle finanziarizzazione dell’economia si colloca qui. Non si è trattato di un cambiamento del corso economico come tanti altri. La decisione di trasformare la finanza da infrastruttura dell’economia a una industria in sé con il potere di creare senza più il controllo degli Stati il denaro con il denaro, cioè inventando e mettendo in giro una alluvione di titoli privi di contropartita di beni reali è stato un fatto epocale. Profondamente politico. Si è formata una ideologia. Tra le altre cose ha consentito alla Superpotenza, grazie al «signoraggio» del dollaro, di vivere al di sopra delle proprio risorse attirando i risparmi e consegnandoli al gioco della finanza, i cui attivi in pochi anni sono diventati 4 volte quelli della produzione reale. La conseguenza è stata una enorme produzione di rendite che la società non è in grado di pagare senza insostenibili trasferimenti di ricchezze a danno del lavoro e quindi senza pregiudicare le condizioni stesse dello sviluppo (i beni pubblici, la scuola, la giustizia, ecc.).
Nel suo piccolo è il dramma dell’Italia. Sacrifici, tagli, austerità non servono a nulla se non riparte lo sviluppo reale. Ma questo non può ripartire se non si spezza il circolo vizioso per cui il costo degli interessi sul debito che è oltre il 100 per cento del Pil supera di molto ciò che produciamo. Perciò si bruciano i mobili di famiglia, cioè le risorse reali, le condizioni stesse dello sviluppo.Qui sta la gravità della crisi e la necessità vitale del cambiamento. Ne è consapevole la nuova generazione che, giustamente, ambisce a governare il Pd? So bene che siamo molto lontani dal mondo che fu della mia generazione. Ma noi fummo una generazione vincente perché non solo battemmo la destra fascista con le armi ma imponemmo un compromesso democratico al capitalismo, e quindi la grande stagione della crescita e del benessere. La generazione che ci succedette non ha avuto lo stesso successo anche perché capì poco dell’avvento di quel nuovo «ordine» di cui ho parlato, tanto che scambiò la sua ideologia di fondo il neoliberismo per il riformismo. Fischi per fiaschi. Vedo che adesso viene avanti una nuova generazione che si candida al comando. È giusto, ed è bene.
Ma posso fare una domanda? In nome di che cosa si candidano? Dell’età o di quello che è oggi il compito storico che ci sta davanti, cioè battersi per una grande svolta che è necessaria per salvare l’Italia dal precipizio? Non è una piccola riforma spezzare il circolo vizioso che si mangia le nostre risorse (a cominciare dal futuro dei giovani) e sta rendendo questo Paese sempre più ingiusto. Il potere politico italiano lo ha già fatto nel passato. Il «miracolo economico» non fu solo opera dei mercati. La condizione è rimettere in gioco tutti quei fattori sociali che consentono agli individui di crescere e di contare. Si parla molto di etica e di politica. Ma l’eticità della politica è questo: è dar vita a una nuova condizione umana.

L’Unità 08.09.11

"Superata la stangata di Amato", di Tonia Mastrobuoni

È la misura più pesante degli ultimi vent’anni: ma è costruita su stime di crescita ottimistiche. Incassata la 49esima fiducia dall’inizio della legislatura, il governo ha licenziato ieri la manovra di agosto al Senato. Con i ritocchi dell’ultima ora il quarto provvedimento correttivo dell’anno approda alla Camera con una cornice finanziaria impressionante. Ammonta a 54,265 miliardi di euro l’impatto previsto per il 2013, l’anno dell’agognato pareggio di bilancio.

In teoria si tratta della correzione più pesante degli ultimi vent’anni, superiore anche alla stangata da oltre 96 mila miliardi di lire (48 miliardi di euro) del governo Amato del ‘92. Ma va considerato che fino a questa legislatura i provvedimenti correttivi dei conti, le famose finanziarie, non solo erano disegni di legge e mai decreti ma quantificavano soltanto le correzioni necessarie per l’anno successivo, non si spingevano oltre. È stato Tremonti a inaugurare le manovre triennali. E l’effetto sul 2013 somma l’impatto di questo ma anche delle precedenti. Le novità giunte ieri hanno influito molto positivamente sui saldi, migliorandoli di 700 milioni di euro già quest’anno (l’effetto dell’aumento dell’Iva al 21% è infatti immediato), di 4,342 miliardi nel 2013, di 4,399 nel 2013 e 4,389 nel 2014.

Gran parte di quella correzione viene dall’imposta sul valore aggiunto: secondo la relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato vale 4,236 miliardi all’anno. Una delle voci, tra l’altro, che ha ulteriormente squilibrato il rapporto tra tagli alla spesa e nuove entrate. Secondo l’economista della Bocconi Tito Boeri il contributo delle tasse all’aggiustamento del deficit nel 2012 è salito alla bellezza del 73 per cento e la pressione fiscale aumenta così al 44,5 per cento. Nel maxiemendamento è contenuto anche l’anticipo al 2014 dell’aumento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore privato per allinearle ai 65 anni che l’Europa ci ha già imposto per il settore pubblico. Un effetto trascurabile nel primo anno, quando la correzione sarà di un solo mese, ma che a partire dal 2015 crescerà da 90 a 720 milioni di euro nel 2021. La terza novità del maxiemendamento riguarda l’introduzione del contributo del 3 per cento per i redditi oltre i 300 mila euro. Ma vale appena 53,8 milioni nel 2012 e poi 144,2 milioni all’anno. Per fare un paragone: il vecchio contributo del 5 per cento sopra i redditi da 90mila euro e raddoppiava sopra i 150 mila, valeva oltre dieci volte tanto: un miliardo e mezzo.

Poi, grazie alla Ragioneria siamo anche in grado di capire che prima del maxiemendamento le micromodifiche del fine settimana avevano mosso ben poco i bilanci. La spending review, la colossale operazione di classificazione della spesa pubblica, è calcolata per ora avere «zero» impatto sui bilanci. Idem, «prudentemente» il tanto strombazzato bollo sulle rimesse degli immigrati. Ma anche l’ennesima furbata dell’ultima ora, il recupero sulle rate mai pagate del condono del 2002, per citare la Ragioneria, «si ritiene in ogni caso prudenziale non considerare maggiori introiti». Mirevole cautela, si direbbe. Salvo che nelle poste resta misteriosamente salva la tabella che mette in conto rilevanti somme di gettito dalle liste di contribuenti che l’Erario potrà chiedere alle banche: addirittura 665,4 milioni nel 2014.

Infine, ieri l’Fmi ha rivisto le stime di crescita a ribasso, un po’ come tutti compresa la Banca d’Italia, allo 0,8 per cento per il 2011. Per il governo cresceremo dell’1,1. Ed è su stime altrettanto ottimistiche per i prossimi anni che è costruita la manovra quater. Ora sembra poco più di un’illusione ottica, ma nei prossimi mesi potrebbe diventare una bomba ad orologeria.

La Stampa 08.09.11

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La tassa sui consumi costerà 385 euro in più a famiglia

I genitori che hanno ricevuto- senza averne diritto- il bonus bebè avranno tre mesi a disposizione per restituire l’intera somma ricevuta È questa la stima del Codacons per un nucleo di quattro personemAi Comuni andranno gli 1,8 miliardi previsti con la Robin Hood tax

L’Iva passa dal 20 al 21%
L’aumento dell’Iva dell’1% (dal 20 al 21%) per l’aliquota ordinaria scatta subito dall’entrata in vigore della manovra: il gettito previsto per il 2011 è pari a 700 milioni, mentre dal prossimo anno salirà a 4,2 miliardi. Secondo le stime del Codacons una famiglia di 3 persone pagherà 290 euro in più nel 2012: 209 euro per l’aumento diretto di un punto dell’Iva e 81 euro per via degli arrotondamenti al rialzo dei commercianti. Per una famiglia di 4 persone il conto sale a 385 euro.

Il taglio ai salari pubblici
Il taglio previsto dalla manovra 2010 era stato «mutato» in contributo di solidarietà. Con la modifica della norma torna il taglio del 5% per gli stipendi superiori ai 90.000 euro e del 10% per i redditi oltre 150.000 euro. Dai tagli per i redditi oltre 90.000 euro sono escluse la presidenza della Repubblica e la Corte dei conti. Per i parlamentari la riduzione dell’indennità è pari al 20% per i redditi oltre 90.000 e del 40% per i redditi oltre 150.000 euro.

Salvi i piccoli enti culturali
Salve le Accademie della Crusca e dei Lincei. Con un emendamento bipartisan alla manovra, viene cancellata la soppressione, prevista dal decreto legge, degli enti di ricerca e culturali sotto i 70 dipendenti. Salvo anche il parco geominerario della Sardegna. Via libera anche al riordino degli uffici giudiziari su base territoriale. La riduzione degli uffici comporta risparmi complessivi pari a 60 milioni di euro, solo per le spese di gestione e funzionamento delle strutture.

Contributo di solidarietà
Torna il contributo di solidarietà, con un’aliquota del 3% per i redditi oltre 300.000 euro. Il contributo di solidarietà sarà in vigore «fino al raggiungimento del pareggio di bilancio» anche per gli anni successivi al 2013. Il gettito atteso è pari a 54 milioni di euro nel 2012 e 144 milioni a partire dal 2013. Il prelievo non si applica ai redditi dei dipendenti pubblici e ai pensionati d’oro, per i quali resta in vigore il taglio del 5% della quota di reddito superiore a 90 mila euro e del 10% della quota che va oltre i 150 mila.

Quota 65 anni per le donne
L’incremento dell’età pensionabile per le donne nel settore privato partirà dal 2014, con un anticipo di due anni rispetto alle vecchie regole. L’allineamento tra l’età di pensionamento nel settore pubblico e in quello privato «è previsto con la medesima gradualità (per completarsi a partire dal 2026) con seguenti passi di incremento a decorrere dal primo gennaio di ogni anno». I risparmi arriveranno a partire dal 2015 (90 milioni) e arriveranno fino a 720 milioni di euro all’anno nel 2021.

Mano leggera con chi evade
Saranno pubblicati on line, sui siti dei comuni, le dichiarazioni riferite a determinate categorie di reddito. Cancellata invece la possibilità di rendere note le generalità dei contribuenti. Sparisce anche l’obbligo di indicare nel 730 i riferimenti dei propri conti bancari, e si allenta la stretta sugli evasori, per cui è prevista la reclusione. Il carcere scatterà nei casi in cui ricorrano congiuntamente un’evasione superiore ai 3 milioni di euro ed il superamento del 30% del fatturato.

Bonus bebè da restituire
I genitori che hanno ricevuto il bonus bebè, la famosa misura prevista della legge finanziaria del 2006, senza averne diritto, avranno tre mesi di tempo per restituire le somme che hanno ricevuto negli anni scorsi. La misura chiude così il caso che interessa circa 8000 famiglie: queste ultime infatti sono «accusate» dal ministero dell’Economia e delle Finanze di aver autocertificato in maniera sbagliata il proprio reddito, ottenendo 1000 euro per la nascita di un bebè.

Immobili in vendita
Le somme in arrivo dalla vendita degli immobili della Difesa saranno divise tra ministero dell’Economia, a cui andrà il 55% (somma che sarà destinata al fondo ammortamento dei titoli di Stato), per il 35% al ministero della Difesa e per il 10% agli enti territoriali. L’Agenzia del demanio potrà porre in essere interventi «di permuta di beni appartenenti allo Stato, con immobili adeguati all’uso governativo ovvero con immobili da realizzarsi con fondi statali già stanziati e non ancora impegnati».

Lavoro, si volta pagina
I contratti aziendali e territoriali «operano anche in deroga alle disposizioni di legge» e alle regolamentazioni contenute nei contratti nazionali di lavoro. Questo sancisce l’articolo 8 della manovra che tante contestazioni ha suscitato da parte della Cgil, del Pd e delle altre forze di sinistra. Gli accordi aziendali e territoriali non potranno riguardare i licenziamenti discriminatori delle lavoratrici che si sposano o in gravidanza. Viene inoltre recepito l’accordo interconfederale del 28 giugno.

Farmacie e negozi
Via libera a una norma che mantiene il «numero chiuso» delle farmacie. Dalle misure di liberalizzazione sono esclusi anche i servizi di trasporto pubblico non di linea, vale a dire i taxi. Il passaggio al Senato ha anche cancellato le norme che consentivano la liberalizzazione dell’intero settore del commercio: le nuove norme, che consentono ampi margini di azione soprattutto per gli orari di apertura degli esercizi, restano in vigore solo per le città d’arte e le località turistiche.

Tracciabilità dei rifiuti
Cancellata dalla manovra la proposta di abolizione del Sistema di tracciabilità dei rifiuti. Richiesto a gran voce dal ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, l’innovativo sistema permette di seguire i rifiuti speciali e pericolosi dall’origine al luogo di destinazione attraverso dei meccanismi che prevedono l’uso del satellite e l’analisi del percorso compiuto dai mezzi di trasporto. Il nuovo sistema verrà dunque introdotto in base al calendario originale a partire dal 9 febbraio 2012.

Imposta sulle rimesse
Imposta del 2% con un minimo di prelievo di 3 euro su tutte le operazioni di trasferimento di valuta verso i Paesi extra-europei effettuati presso sportelli money transfert, istituti bancari ed altri agenti che operano nel settore delle attività finanziarie. Previste poche eccezioni alla norma inserita nella manovra su iniziativa della Lega: saranno esenti i trasferimenti effettuati da persone fisiche munite di matricola Inps e codice fiscale ed i cittadini appartenenti all’Unione Europea.

La tassa sull’energia
Il gettito di 1,8 miliardi di euro derivante dalla Robin Hood tax andrà tutto ai Comuni. Resta quindi il taglio integrale delle spese per i ministeri. Per quanto riguarda invece Roma Capitale è stato deciso che il commissario straordinario titolare della gestione dell’ente non può essere il sindaco. Il commissario straordinario può affidare alcune attività finalizzate all’attuazione del piano di rientro a una società totalmente controllata, direttamente o indirettamente, dallo Stato.

Condono tombale
Le somme non riscosse del condono tombale 2002 saranno recuperate, attraverso «ogni azione coattiva necessaria», entro il 31 dicembre 2011. Ai fini dell’accertamento dell’Iva, per i casi pendenti al 31 dicembre 2011 i termini sono prorogati di un anno. In caso di omesso pagamento, l’emendamento votato ieri, prevede l’applicazione di una sanzione pari al 50%. Secondo le stime dell’Agenzia delle entrate potrebbe essere recuperato circa un miliardo.

Società di comodo
Per le società di comodo arriva l’Ires maggiorata del 10,5%. L’aliquota si applica al reddito «imputato per trasparenza». La norma prevede anche l’applicazione di una sorta di «minimun tax», l’imponibile sarà calcolato in base ad alcuni parametri e non alle risultanze delle imprese. La tassazione maggiorata viene applicata anche sulle imprese che decidono di tassare gli utili dei soci. Ai Comuni, che parteciperanno alla lotta all’evasione, andrà il 100% delle entrate derivanti dalla caccia agli evasori.

“Ok” alle feste laiche
Dovevano sparire tutte le feste, escluse quelle previste dal Concordato StatoChiesa, invece in extremis il Senato ha deciso di salvare le feste laiche: la ricorrenza della Repubblica del 2 Giugno, le celebrazioni del 1˚ Maggio e del 25 Aprile. Non si salvano invece le feste patronali, cosa che ha suscitato notevoli polemiche in molte città italiane. Le ricorrenze civili, quindi, non saranno più accorpate alle domeniche, come previsto dalla manovra. Unica festa patronale che si salva è San Pietro e Paolo, l’unica che è inclusa nel Concordato.

La Stampa 08.09.11

"Supertassa solo per il 5% dei ricchi così si evade tra titoli, auto di lusso e yacht", di Roberto Mania

La pagheranno in 34 mila, ma sono in 600 mila a possedere oltre mezzo milione. Anche i 34 mila italiani con un reddito superiore a 300 mila euro e che pagheranno il contributo di solidarietà previsto dalla “manovra 4” del governo, appartengono alla categoria dei “tartassati” dal fisco. Sì, certo, sono ricchi, ma non più di altri. Anzi. La differenza è che – rispetto agli “altri” – loro sono conosciuti al fisco: per oltre il 60 per cento sono lavoratori dipendenti con tanto di prelievo mensile in busta paga e aliquota marginale di fatto superiore al 45 per cento per effetto delle addizionali Irpef locali. Lavoratori dipendenti che non sfuggiranno al contributo di solidarietà. Che, invece, non verseranno quelli – ricchi – che le tasse le evadono o le eludono. Quelli degli yacht, delle ville e delle macchine di lusso intestati a nullatenenti o a società di comodo. E anche questo è un segno – o la conferma – di quanto sia bislacca la manovra messa in campo dal governo. Per sfuggire alla patrimoniale, che avrebbe colpito una platea assai più vasta – Berlusconi & co – si sono rifugiati in un mini-contributo simbolico dal gettito poco significativo (144 milioni in tre anni contro i 3,8 miliardi attesi dal contributo prima versione richiesto al ceto medio alto). Preleveranno, già per il 2011 con efficacia retroattiva, il 3 per cento dal reddito complessivo (non solo quella derivante dal lavoro ma escludendo però la prima casa) eccedente i 300 mila euro; lo faranno per tre anni. Ma se nel 2013 il pareggio di bilancio (ce l´ha imposto la Banca centrale europea) non sarà raggiunto il prelievo automatico proseguirà ancora.
Ma, appunto, i ricchi sono solo 34 mila (lo 0,075 per cento di tutto i contribuenti) nel Paese dove – dati della Banca d´Italia – il 10 per cento più ricco della popolazione possiede ben il 44 per cento della ricchezza nazionale? Difficile crederlo. E infatti è difficile anche sovrapporre i 34 mila ricchi, secondo le stime del ministero dell´Economia, con i 611 mila italiani – dati dell´Associazione italiana private banking – che possiedono un patrimonio finanziario (esclusi quindi i beni immobili) superiore a 500 mila euro, cioè mezzo milione. Qualcosa non torna. Perché è come se a pagare il contributo di solidarietà fosse solo il 5 per cento dei ricchi. E torna anche poco – o forse spiega molto – il fatto che tra i super-investitori ci siano sempre più casalinghe così identificate dall´indagine dell´Aipb: vedove, divorziate, ereditiere con un´età media di 65 anni. È un pezzo importante dell´Italia che vive di rendita, sfuggendo alle tasse. E forse è la stessa Italia a cui pensava il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, quando per rassicurare sulla saldezza finanziaria dell´Italia e sulla sua solvibilità ricordava «la grande ricchezza privata». Forse inconsciamente pensava anche lui a una patrimoniale. Ma, ormai, è acqua passata.
Dunque possiamo dire che una bella fetta di super-ricchi, invisibili al Fisco ma assai visibili nei consumi di lusso, la farà franca anche questa volta. Non, invece, i pensionati e dipendenti pubblici. Perché loro il contributo – che scatta da 90 mila euro in su e non da 300 mila euro – lo stanno già pagando i secondi da gennaio, i primi dallo scorso mese. Pagano il 5 per cento fino a 150 mila euro e poi il 10 per cento. E mentre per i 34 mila ricchi il contributo sarà deducibile, per i dipendenti pubblici no. Il perché non si sa.
Si dirà, infine: il provvedimento deciso dal governo italiano non è molto diverso da quello adottato ultimamente da Nicolas Sarkozy, terrorizzato dall´idea di una retrocessione da parte delle agenzie di rating. Vero, ma in Francia l´evasione fiscale non si avvicina minimamente ai nostri 120 miliardi di mancati introiti l´anno. Questa continua a essere la nostra anomalia. Anche con il contributo a carico del 5 per cento dei super-ricchi.

La Repubblica 08.09.11

"Professioni, altro che liberalizzazione", di Marco De Allegri

L’articolo 3 del decreto legge del 13 agosto, contenuto in una delle prime versioni della manovra economica (nella quale però questo articolo è sempre rimasto) recita: “Liberalizzazioni, privatizzazioni ed altre misure per favorire lo sviluppo”, sottotitolo: “Abrogazione delle indebite restrizioni all’accesso e all’esercizio delle professioni e delle attività economiche”.
Ci siamo! Allora la riforma delle professioni si fa, via alle restrizioni concorrenziali, alle caste, alle frustrazioni che spesso i giovani professionisti o i professionisti senza albero genealogico subiscono, finalmente dopo venti anni siamo al dunque… però che strano non si sente la solita levata di scudi da parte dei presidenti degli ordini professionali, come mai? Andiamo allora a vedere cosa c’è nell’articolo 3, sotto al titolo, nelle parti più significative.
Al comma 5 iniziano le disposizioni in materia: qui si conferma la permanenza dell’esame di stato per le professioni regolamentate senza modificarne meccanismi e modalità; alla lettera a) si confermano i limiti territoriali previsti per farmacie e notai (ma poi su questo aspetto torneremo) e alla lettera b) del medesimo comma la prima sorpresa: l’introduzione per tutte le professioni della formazione permanente continua obbligatoria, gestita dagli ordini, obbligo che se non rispettato da parte degli iscritti verrà considerato un «illecito disciplinare». Già immagino l’architetto Renzo Piano o il giornalista Eugenio Scalfari sui banchi dell’ordine di appartenenza a prendere febbrilmente appunti sulle edotte novità professionali che i loro colleghi (in questo caso direi loro professori) nominati chissà da chi e chissà come, gli spiegheranno… e se poi non si presenteranno che farà il presidente del loro ordine professionale, gli manderà un sollecito? Li sospenderà? Comunque sono stati accontentati i vertici degli ordini e i loro ventennali presidenti, che da decenni battevano su questo punto e ora se passerà, potranno gestire oltre all’esame di stato anche il business dei corsi di formazione in regime di monopolio, obbligatorio come ogni casta che si rispetti.
Alla lettera f) si prova ad abbozzare un organismo disciplinare separato dalle funzioni amministrative ordinarie dell’ordine ma senza convinzione, senza specificare alcunché ma soprattutto senza l’inserimento di altri soggetti in queste commissioni (per es. associazioni consumatori).
In altri commi è tutto un affannarsi a dire che ciò che non è vietato è libero e che l’attività professionale è libera, salvo le normative vigenti, ovvero non modificando le norme attuali il sistema ordinistico resta come e più di prima in virtù delle novità introdotte.
Negli articoli 9 e 10 addirittura è previsto un meccanismo che consente al ministro competente di «revocare l’abrogazione di norme restrittive» entro quattro mesi dall’entrata in vigore del decreto. Tradotto: se per sbaglio abbiamo liberalizzato qualcosa, ditecelo che lo cambiamo subito.
Ma torniamo al comma 5 lettera a), in pratica la norma che consente a notai e farmacisti di dormire sonni tranquilli in quanto si salvaguardia il limite territoriale. La commissione bilancio del senato ha approvato domenica l’emendamento 3.32 testo 2 che aggiunge una piccola postilla “di salvaguardia” per le farmacie sicuramente frutto della competenza del senatore Battaglia Antonio, avvocato cassazionista, del PdL. Tale emendamento non vuole lasciare dubbi sul fatto che le farmacie sono fuori da qualsiasi forma di liberalizzazione quando fa aggiungere che la limitazione del numero di persone che sono titolate ad esercitare una certa professione in tutto il territorio dello stato o in una sua parte è consentita unicamente dove risponda a ragioni di interesse pubblico «… tra cui in particolare quelle connesse alla tutela della salute umana».
Questo perchè nei giorni scorsi qualcuno aveva messo in dubbio la forza della locuzione «d’interesse pubblico» essendo le farmacie imprese a tutti gli effetti. Così per non correre rischi hanno provveduto a chiudere tutti i varchi ancora aperti.
Il caso appena descritto ci illustra in modo lampante il metodo adottato da questa maggioranza confusa nell’azione politica ed economica ma bene attenta a conservare le rendite di posizione e i loro possibili bacini di consenso, sotto un titolo illusorio si prova a prendere per il naso Ue, Bce e Trichet, ma al contempo si appesantisce il settore delle professioni che avrebbe bisogno di una manovra di tuttaltro respiro.

da Europa Quotidiano 08.09.11

"«Il testo è solo un diluvio di tasse». L’opposizione boccia la manovra", di Jolanda Buffalini

Uova contro Palazzo Madama mentre il Senato vota la fiducia sulla manovra con uno scarto di 24 voti. Sono i sindacati di base che, accampati a piazza Navona hanno esercitato il loro pressing sul governo con il lancio delle uova a cui le forze del’ordine hanno risposto con i lacrimogeni. Pronta condanna «delle violenze» da parte del presidente del Senato mentre i manifestanti hanno traslocato, con le tende, a piazza Montecitorio dove la manovra è in discussione da oggi, passando per palazzo Grazioli, residenza del premier.
Il pressing all’interno dell’Aula ha giocato, invece, su due aspetti: l’imposizione della fiducia, ovvero il contrario dell’apertura presupposto della condivisione di scelte gravi, e l’iniquità delle scelte compiute per far quadrare i conti. Per il Pd in Aula ha parlato Luigi Zanda. «Cosa pensa Schifani del voto di fiducia voluto dal governo?», ha chiesto il vice capogruppo, sottolineando che il presidente del Senato «lo aveva più volte escluso e addirittura demonizzato. Coerenza vorrebbe che quella contrarietà fosse ribadita». Zanda polemico anche sull’articolo 8 della manovra, «risposta maligna alla firma del 28 giugno», in tre anni «non c’è stato un solo atto del ministro Sacconi volto alla coesione». Anna Finocchiaro, in una polemica dichiarazione della mattina, era andata oltre, ironizzando sul senso dell’articolo che rende più facili i licenziamenti: «Incomprensibile misura che non porta un euro nelle casse dello Stato. L’unico scopo chiaro è salvare il ministro Sacconi». Il soldato Sacconi è a rischio, secondo la presidente dei senatori Pd, perché «che altrimenti uscirebbe da questa manovra avendo collezionato troppe brutte figure». Il 28 giugno «c’è stato il miracolo dell’accordo di tutti i sindacati e subito il governo ha rotto quel clima, per difendere Sacconi». Anna Finocchiaro attacca anche sulla accelerazione nell’aumento dell’età pensionabile delle donne, «misura punitiva, visto che le donne subiscono anche i tagli all’assistenza».
Francesco Rutelli ha annunciato il «no» alla fiducia di Api e Fli mentre per l’Udc ha parlato il senatore D’Alia. Per l’esponente di Api «La promessa di Berlusconi ‘meno tasse per tutti’ si è capovolta in un diluvio di nuove tasse». Per D’Alia la manovra «confusa» non mette nulla in campo per lo sviluppo. La battaglia parlamentare oggi si sposta alla Camera, alle 12 c’è la conferenza dei capigruppo e ieri si è svolta l’assemblea del gruppo democratico. Dario Franceschini ha annunciato la forte contrarietà del gruppo ad una nuova fiducia: «Presenteremo pochi emendamenti, circa 20, perché la manovra va profondamente cambiata nelle misure economiche che colpiscono i soliti ceti e nell’art. 8». Se la maggioranza non metterà la fiducia il senso di responsabilità del maggiore partito di opposizione si manifesterà nel consentire l’approvazione in un dato giorno della prossima settimana, per esempio mercoledì, «il decreto scade il 13 ottobre – spiega Franceschini – siamo all’8 settembre». La fiducia, polemizza con Fabrizio Cicchitto, il presidente dei deputati Pd, dopo l’offerta della data certa, servirebbe «solo a tenere insieme una maggioranza a brandelli» e ricorda il comportamento «allucinante» tenuto sin qui dalla maggioranza che ha riscritto quattro volte il testo. Anche Massimo D’Alema, intervistato dal Tg3, sottolinea la natura iniqua dei saldi della manovra uscita dal Senato: «All’Europa non interessa come facciamo quadrare i conti, questo è un problema che riguarda noi», l’esponente Pd polemizza anche con Matteo Renzi, sullo sciopero della Cgil. Nel corteo a Firenze c’era uno striscione contro di lui. «Quello striscione non lo ha fatto Bersani», ha replicato D’Alema e le manifestazioni della Cgil sono state «un grande fatto democratico». D’Alema e Renzi potrebbereo incrociarsi oggi a Pesaro, dove sono entrambi invitati a diversi dibattiti. Tornando a Montecitorio, la maggioranza mira a chiudere, con la fiducia, in 72 ore, schivando possibili smottamenti interni e eventuali iniziative del presidente della Camera. Il Pd chiede di cambiare la manovra, diverso l’atteggiamento Udc che, spiega Lorenzo Cesa, voterà contro ma «chiede di fare presto». Intanto sono in arrivo, a piazza San Giovanni a Roma, gli “indignados” viola. È prevista una due giorni di mobilitazione con corteo sabato alle 14.

L’Unità 08.09.11

"Le telefonate che fanno paura al premier", di Liana Milella

Non s´era mai letta, pur in tanti anni di succose intercettazioni su di lui, e di “guerra” con lui per mettere il bavaglio alla stampa, una lettera autografa del Cavaliere per fermarle. Adesso è lì, a Montecitorio. Firmata: Silvio Berlusconi. È l´ultimo atto dello strano caso del “Signor B.”. Il suo tentativo disperato, e a sorpresa, per evitare che escano tutte le conversazioni che lo riguardano. Quelle di Bari in primis. Missiva consegnata a mano il primo settembre, giusto quando esplode l´inchiesta di Napoli. E lui si rende conto che quelle telefonate costringeranno la procura di Bari a tirar fuori, finalmente, anche le sue con Tarantini.
Ufficialmente, la richiesta alla Camera serve per il processo Ruby. Ma è la mossa in extremis per stoppare quelle del caso D´Addario, le escort pugliesi portate a palazzo Grazioli e a villa Certosa. Quelle in cui Tarantini e Berlusconi parlano delle «puttane». Conversazioni annunciate come «terrificanti». Lo dice lo stesso Tarantini al giornalista-faccendiere Lavitola il 2 luglio. Sono «una bomba» ripete il 14. «Sta per uscire la bomba» insiste il 17. Invece niente. Le telefonate esplosive non escono, si rinvia di giorno in giorno. Volutamente ritardate per mesi per trascriverle e depositarle, poi segretate dal procuratore di Bari Antonio Laudati che le riceve il 23 giugno. Che ne ordina «il deposito presso il suo ufficio», come denuncia al Csm il pm Pino Scelsi, titolare dell´inchiesta sulla D´Addario. Telefonate che, come dice il 5 luglio Tarantini a Lavitola, riguardano ragazze «coinvolte a Milano» e «confermano il fatto che erano puttane». E dunque «il favoreggiamento della prostituzione ci sta» si dicono i due il 5 luglio. Ci sta anche per il premier, se egli era al corrente che erano «puttane» e ne discuteva al telefono con il procacciatore Tarantini. Quegli atti di Bari, visto che alcune protagoniste sono le stesse, potrebbero finire a Milano e saldare il processo pugliese con quello di Ruby.
Dunque uno, fondamentale, prioritario, vitale è l´obiettivo del premier, che solo ora si muove su Milano mentre avrebbe potuto farlo da mesi. Ormai con l´acqua alla gola, punta a creare il precedente per bloccare poi, con lo stesso sistema, l´uso delle intercettazioni di Bari, dimostrare che esse sono state raccolte abusivamente dai pm, che hanno aggirato e violato l´articolo 68 della Costituzione. Sentire le ragazze, sentire Tarantini, per spiare in realtà la vita del premier. Utilizzare i nastri, sbatterli nelle ordinanze di custodia cautelare, a Milano come a Napoli come a Bari, senza chiedere l´autorizzazione alla Camera.
È qui lo strano caso del “signor B.” Che tenta di dire «basta» e pone un aut aut ai colleghi deputati. Lo dice per Milano, mentre sta per uscire, se il procuratore Laudati la licenzia, la «bomba» di Bari. Mentre lui stesso rischia di essere incriminato per lo stesso reato che scontano quelli che lo facevano «scopare» («L´unica cosa che possono dire di me è che scopo…» dice il premier a Lavitola 13 luglio). Solo un decreto legge, a cui Berlusconi già pensa, gli permetterebbe di bloccare l´uscita sui giornali delle telefonate. Col rischio che Napolitano lo fermi. Come ha sempre fatto in questi anni. E prima di lui Ciampi. Ma può mettere una zeppa. Costringere i pm ad espungere gli ascolti dal processo. Magari ricorrere alla Consulta sollevando un nuovo conflitto, questa volta sulla violazione delle tutele parlamentari.
Un fatto è documentato. La segretazione fino a oggi delle telefonate di Bari. Il ritardo nel chiudere l´inchiesta Tarantini. Tutto ciò ha una spiegazione. Stiamo attenti alle date: giugno-luglio di quest´anno. Quando a Milano si tengono le prime udienze del processo Ruby, il 31 maggio, il 14 giugno, il 18 luglio, in attesa – e nella speranza – che la Corte costituzionale, quanto prima, dichiari la competenza del tribunale dei ministri, tolga il processo a Milano, si cancellino tutti gli atti. In quei giorni, è una coincidenza documentata, Laudati fa depositare «presso il suo ufficio», scrive Scelsi, le intercettazioni. Occhio ai comportamenti del capo della procura che, dice sempre l´ormai ex pm, non consente a lui e ai colleghi «una preventiva lettura dell´informativa della Gdf» neppure prima di una riunione di coordinamento convocata per il 27 giugno, tre giorni prima che lo stesso Scelsi se ne vada in procura generale. Laudati blinda le telefonate nel suo ufficio. Tant´è che Scelsi scrive nell´esposto al Csm: «Con la richiesta del 21 giugno ha di fatto avocato a sé la consegna dell´informativa della Gdf sul procedimento 9322/09 (quello escort-D´Addario), trasferendo su di sé, in qualità di dirigente dell´ufficio, la naturale interlocuzione che le norme processuali e l´interpretazione che il Csm ne ha dato riconoscono a ogni singolo sostituto delegato alle indagini nei suoi rapporti con la polizia giudiziaria». È il procuratore che ha un rapporto strettissimo con la Gdf. Che ha costruito la sua “squadretta”. I cui ufficiali, come Antonio Cecere Quintavalle, comandante del nucleo di polizia tributaria di Bari, sono al corrente, come se si trattasse di una cosa normale e arrivano a dirlo ai pm Scelsi e Pontassuglia, che la direttiva è quella di “frenare” sul caso D´Addario: «Ma non si era detto che (questa inchiesta, ndr.) bisognava lasciarla un po´ da parte?». Lo scrive Scelsi al Csm e ai vertici della magistratura di Bari e d´Italia.
Chi «lo ha detto»? E perché «lo ha detto»? E a chi «lo ha detto»? E con quale obiettivo «lo ha detto»? E perché, effettivamente, per fatti che sono accaduti nel 2008, le «scopate» di Berlusconi a Roma e in Sardegna, per un´indagine esplosa a Bari un anno dopo, siamo ancora qui, nel settembre del 2011, a voler conoscere quelle intercettazioni in cui, a quanto dice Tarantini a Lavitola il 5 luglio, «le ragazze mi dicono che hanno ricevuto soldi da lui»?. L´interrogativo è giudiziario e politico. L´uno e l´altro. Il primo: leggere quelle telefonate, e capire, e decidere, se per Berlusconi è configurabile il reato di favoreggiamento della prostituzione. A Bari come a Milano. Il secondo: può un presidente del Consiglio, sul quale incombe e poi cade addosso il reato di prostituzione, continuare a fare quello che sta facendo. Governare il Paese e rappresentarlo nel mondo.
Se il quadro è questo, e le carte dimostrano che è questo, allora c´è più di un motivo per ritardare l´uscita delle carte di Bari. Per questo, dal suo arrivo nel capoluogo pugliese, Scelsi fa capire che “lavori” il procuratore Laudati. Lo nomina il Csm il 30 aprile. Lui in via Arenula è il direttore generale della giustizia penale. Il Guardasigilli Alfano commenta entusiasta: «Gli avevo proposto di diventare rappresentante italiano ad Eurojust, ma ha scelto di rimanere in trincea e guidare un´importante procura». S´insedia l´8 settembre 2009. Due giorni dopo dichiara: «Da quello che viene pubblicato sui giornali è di tutta evidenza che il presidente del Consiglio Berlusconi è assolutamente fuori da qualsiasi responsabilità penale». I quotidiani riportavano i verbali di Tarantini. Il quale, a telefono con Lavitola il 5 luglio, dice: «Lui ha detto che il suo ruolo è fallito là. Hai capito, perché lui era convinto, ti ricordi, di archiviarla». L´inchiesta, è ovvio. Lavitola di rimando: «Sissignore, il suo ruolo è fallito, ma nelle intercettazioni trascritte non ci sta scritto…». Tarantini lo blocca: «No, lui dice che si evince chiaramente che c´è il reato di favoreggiamento».
È il 5 luglio. Dalla sua stanza di pm a Bari, di pm che ha seguito il caso Tarantini, Scelsi se n´è andato da cinque giorni. Ha consegnato le chiavi «della stanza e della cassaforte» senza leggere l´informativa della Gdf in cui ci sono le intercettazioni tra Tarantini e Berlusconi. Che è rimasta chiusa nella stanza del procuratore. Il quale non gliel´ha fatta vedere ma, a quanto riferisce Tarantini, ne ha parlato diffusamente con altri. Scelsi, a luglio, ha rivelato in una lettera ironica ma pesante quanto avveniva. Nessuno si è mosso. Fino a oggi. Né il Csm, né il pg della Cassazione che fa parte del Csm, né (ovviamente) il ministro della Giustizia. Le intercettazioni sulle «puttane» di Bari finora hanno dormito tranquille nel cassetto di Laudati. Quello che ha fatto in modo, dice sempre Tarantini a Lavitola il 17 luglio, di «non mandare l´avviso di conclusione così non diventano pubbliche». Adesso, mentre Berlusconi invoca il suo diritto di parlamentare per fermare tutto, è tempo – e ce ne sono gli strumenti – per scoprire chi è colpevole dei ritardi. E per quale squadra ha giocato. Se quella dello Stato o quella degli imputati. Prima che Berlusconi se ne inventi un´altra per mandare al macero quelle telefonate.

La Repubblica 08.09.11

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“E il Cavaliere accelera il blitz sulla giustizia”, FRANCESCO BEI

L´incubo del Cavaliere è appena iniziato, la notte è ancora lunga. Non è un caso se ieri, mentre il Senato votava la fiducia al suo governo e approvava la manovra monstre che dovrebbe mettere al riparo l´Italia dalla speculazione, la poltrona del presidente del Consiglio a palazzo Madama sia rimasta vuota.

Per Berlusconi infatti alle pressioni internazionali sul debito si aggiunge in queste ore un´altra preoccupazione: il suo vero cruccio sono le trascrizioni delle intercettazioni in arrivo da Bari (venerdì 16 settembre è il giorno segnato in rosso dagli uomini del premier). Telefonate dai contenuti talmente esplosivi – nel Pdl corre voce di un giudizio poco lusinghiero persino su un leader europeo – da aver costretto il capo del governo a trascorrere l´intera giornata con l´avvocato Ghedini a palazzo Grazioli, disertando il Senato. Si tratta, se possibile, di alzare un argine prima che l´onda di fango lo travolga, portandosi dietro una crisi di governo e l´arrivo di una maggioranza di unità nazionale. «In un periodo normale uno sputtanamento l´abbiamo retto a fatica – scuote la testa un ministro ricordando i giorni del bunga-bunga – ma ora sarebbe diverso. Il combinato disposto della crisi finanziaria e di un nuovo scandalo sessuale stavolta potrebbe mandarci davvero a casa».
Sebbene i suoi consiglieri gli abbiano ripetuto fino alla noia che ogni forzatura su Napolitano sarebbe inutile e controproducente, nei suoi sfoghi privati il premier continua a invocare un decreto legge per porre uno stop a quella che definisce «una barbarie», ossia la pubblicazione delle sue conversazioni con Gianpaolo Tarantini. L´idea sarebbe quella di riprendere parola per parola il disegno di legge dell´allora Guardasigilli Mastella, approvato dal governo Prodi e votato dalla Camera nel 2007, e tradurlo in un decreto a cui il centrosinistra non potrebbe dire di no. «Sono ormai tre anni – ha ripetuto anche ieri – che sono stato preso di mira. L´euro è sotto attacco, io sono impegnato con tutte le mie forze per scongiurare il peggio e invece devo perdere tempo a difendermi da accuse montate ad arte». Accuse e interrogatori, come quello che dovrà sostenere martedì pomeriggio con i pubblici ministeri di Napoli, che gli riempiranno l´ufficio a palazzo Chigi. Così ieri Ghedini, vestendo per un pomeriggio i panni di Woodcock, ha iniziato a prepararlo a tutte le domande che gli potranno essere rivolte e alle quali non potrà stavolta opporre il classico «mi avvalgo della facoltà di non rispondere».
Che siano le inchieste di Napoli e Bari a monopolizzare l´attenzione del premier lo dimostra del resto anche la convocazione a palazzo Grazioli del senatore eletto in Argentina Esteban Caselli, il cui nome compare nelle telefonate tra Berlusconi e Lavitola. In particolare il Cavaliere in un colloquio con il direttore dell´Avanti definiva il senatore del Pdl come una «persona pericolosissima», da tenere addirittura «alla larga». E invece ieri proprio il “pericolosissimo” Caselli ha varcato il portone di via del Plebiscito per conferire con Berlusconi e Ghedini.
Il tempo stringe. E i prossimi dieci-quindici giorni saranno decisivi per capire se il premier riuscirà a sopravvivere alla tempesta che avanza. Anche il caso Milanese sta infatti per arrivare al pettine, con il voto di Montecitorio sulla richiesta di arresto della procura partenopea. E sono in molti nel Pdl a scommettere che proprio questo passaggio sarà l´avvio del processo che porterà alla caduta del governo. La sorte dell´ex collaboratore del ministro dell´Economia è infatti legata all´atteggiamento che deciderà di tenere la Lega, il cui gruppo parlamentare è ormai largamente controllato da Roberto Maroni. E proprio il ministro dell´Interno fu decisivo nell´indicare ai suoi il voto favorevole all´arresto del deputato Pdl Alfonso Papa. Tutto lascia credere che i “maroniti” si comporteranno allo stesso modo con Milanese, stante anche l´aspra rivalità tra Maroni e Tremonti. «Se Milanese va in galera cade Tremonti, se cade Tremonti va a casa tutto il governo», è il sillogismo che ripete un capogruppo del Pdl per dimostrare che, in fondo, nemmeno a Maroni conviene segare il ramo su cui è seduto. «A meno che – prosegue – Maroni non stia pensando a se stesso come successore di Berlusconi, ma noi non potremmo mai dare il nostro voto a chi ha fatto fuori il nostro leader. Quindi non accadrà nulla». Un ottimismo di maniera, che si scontra tuttavia con il clima da 25 luglio che si respira in Parlamento. Oltretutto anche i sondaggi riservati del Cavaliere, dopo quelli indipendenti usciti nei giorni scorsi, illustrano una radicale caduta di consensi per il capo del governo e per la coalizione. Che sarebbe oltre i dieci punti sotto il centrosinistra, tanto che nemmeno l´eventuale apporto di Casini riuscirebbe a scongiurare una sconfitta elettorale.

La Repubblica 08.09.11

"Il prezzo maggiore pagato dalle donne", di Chiara Saraceno

Tra i tanti difetti e ingiustizie della manovra varata dal governo una sta passando sotto silenzio: i costi della manovra saranno pagati direttamente e indirettamente in modo sproporzionato dalle donne, come lavoratrici e come principali responsabili del lavoro famigliare. Le donne costituiscono infatti una grossa fetta dei dipendenti pubblici, che, dopo lo svillaneggiamento sistematico cui sono stati sottoposti come nullafacenti dal “loro” ministro, si sono visti bloccare i rinnovi del contratto, i trattamenti economici integrativi per il 2011-2013 e, nel caso degli insegnanti di ogni ordine e grado, gli scatti di anzianità. All´ultimo momento sembra che abbiano salvato tredicesima e Tfr; ma rimangono gli unici a dover pagare il contributo di solidarietà se superano i 90 mila euro di reddito annuo. Il fatto che siano poche le donne che raggiungono quel reddito è una scarsa consolazione. Sempre nel pubblico impiego, le lavoratrici hanno subito la beffa di vedere sparire il fondo costituito dai risparmi prodotti dall´innalzamento dell´età alla pensione. Esso avrebbe dovuto essere destinato al rafforzamento dei servizi, necessari per poter conciliare lavoro remunerato e lavoro famigliare.
Il governo, tuttavia, non è stato ai patti e si è appropriato del fondo per altri scopi. Un precedente di cattivo auspicio per l´estensione dell´età pensionistica anche alle lavoratrici nel privato, che costituisce uno dei piatti forti dell´ultima versione della manovra. Consapevole, forse, del tradimento di quell´impegno, questa volta il governo non offre nessuno scambio tra equiparazione dell´età pensionistica tra uomini e donne e politiche di conciliazione famiglia-lavoro. Oramai si tratta solo di fare cassa. Sono del tutto scomparse dal dibattito pubblico le questioni su cui si è dibattuto e ci si è scontrati finora rispetto alla equiparazione dell´età alla pensione tra uomini e donne: il doppio carico di lavoro, remunerato e non, che sopportano le lavoratrici con responsabilità famigliari, la necessità di servizi di conciliazione per sostenere l´occupazione femminile e così via. Anzi, la forte riduzione dei trasferimenti agli enti locali produrrà una ulteriore riduzione della offerta di servizi. Ciò a sua volta avrà il duplice effetto di rendere più difficile alle donne con responsabilità famigliari stare sul mercato del lavoro e di ridurre una domanda di lavoro – appunto nei servizi – che si rivolge prevalentemente alle donne. Saranno colpite soprattutto coloro che non hanno un reddito individuale e famigliare abbastanza alto da potersi permettere di acquistare servizi sul mercato e/o che non possono contare su una rete famigliare di sostegno e più precisamente su mamme, suocere, sorelle, cognate, che possano sostituire servizi mancanti o insufficienti e accettino di farlo.
Non stupisce che nessuna voce nel governo, pur nella generale cacofonia che accompagnato questa manovra, non abbia sollevato queste questioni. Da notare in particolare il silenzio tombale della ministra delle Pari Opportunità, la cui utilità appare sempre più dubbia. Stupisce un po´ di più che non le abbia sollevate nessuno/a nell´opposizione, ove al più si è sentito parlare della famiglia come soggetto da difendere dai tagli. Come se, anche e soprattutto nella famiglia, la divisione del lavoro non avesse effetti differenti e disuguali sulle opportunità e i vincoli sperimentati dalle donne rispetto agli uomini. Non si tratta di difendere ad oltranza una più bassa età alla pensione delle donne, come fa la Cisl. Al contrario, si tratta di affrontare la questione di come sostenere efficacemente l´occupazione femminile, al tempo stesso riconoscendo i bisogni di cura e la necessità che qualcuno la presti.
A febbraio sembrava che la presenza massiccia di donne in tutte le piazze d´Italia avesse posto le premesse perché non ci si potesse più dimenticare di loro nel formulare l´agenda politica e le scelte economiche e sociali. A qualche mese di distanza, ancora una volta, e nel silenzio del movimento, le donne appaiono nell´agenda politica solo come lavoro gratuito dato per scontato (e se possibile intensificato) e come responsabili di una spesa pubblica fuori controllo. Cittadine diseguali cui si chiede di pagare costi aggiuntivi per la propria disuguaglianza.

La Repubblica 08.09.11