Latest Posts

"Indignati e indennizzati", di Massimo Gramellini

Non sono mica politici. Sono prestigiatori. Uno è lì che si domanda che fine avrà fatto il dimezzamento dei parlamentari e quelli invece con un colpo di mano si dimezzano i tagli allo stipendio. Dopo aver votato senza battere ciglio l’anticipo dell’età pensionabile per le donne e l’inasprimento dell’Iva per tutti, i senatori prendono in esame l’unica parte della stangata che li interessi davvero: la riduzione delle indennità per i parlamentari forniti di un’altra fonte di reddito. La Manovra del 13 agosto (ormai bisogna specificare la data come sulle etichette dei vini) aveva previsto un taglio agli emolumenti del 50 per cento. Un atto di generosità scriteriata, ora sapientemente ridotto al 20% per la parte eccedente i 90 mila euro. Dai, basta il pensiero. D’altronde fra Iva, pensioni e supertasse per superpirla che non possono evadere, la nuova stangata era già sufficientemente sanguinosa. Perché infierire anche su una categoria disagiata come gli onorevoli con doppio lavoro? Avvocati, medici e commercialisti che lasciano sguarnito l’ufficio professionale per due, a volte addirittura tre giorni la settimana. E lo fanno per noi.

Diciamola tutta. I senatori si aspettavano che i cittadini indicessero una sottoscrizione popolare in difesa delle indennità. Ma il clima vacanziero deve averci distratti e così hanno provveduto direttamente loro, allestendo una raccolta di firme «bipartisan» per scongiurare l’attentato alle proprie tasche. Signore, non perdonare loro perché sanno quello che fanno. E continuano a farlo, pur sapendo che anche noi lo sappiamo.

Manovra versione 4: “Le donne dovranno lavorare di più per andare in pensione e ci saranno meno servizi"

“Il governo Berlusconi ha deciso che le donne italiane lavoreranno di più per raggiungere la pensione mentre, per i tagli operati, diminuiranno i servizi. Dunque molto più lavoro e molta più fatica. E siccome il sistema non si regge senza le donne, cui è affidato, tra gli altri compiti, quello di badare a bambini, anziani, non autosufficienti, mi chiedo cosa accadrà”. E’ preoccupata Anna Finocchiaro, capogruppo del PD al Senato.

“Già le donne italiane lavoravano in famiglia assai più di quelle di altri Paesi europei, sono più disoccupate e più inoccupate, guadagnano meno, fanno meno carriera e avendo a disposizione in media meno servizi. Cosa si aspetta questo Berlusconi? Una straordinaria impennata del consenso femminile al governo o uno strepitoso boom demografico?” , si domanda la Finocchiaro.

“Peraltro, e non stupisce, i risparmi di spesa derivanti dall’innalzamento dell’età del pensionamento delle donne sono stati, una prima volta, destinati alle donne e poi ‘scippati’ dal governo. Stavolta l’Esecutivo non voleva fare la fatica, così non li ha nemmeno destinati alle donne italiane. Se li prende e basta. Tutte zitte, per carità”..ha concluso ironicamente.

Roberta Agostini, portavoce della Conferenza delle Donne del PD, si è soffermata in particolare sulla “misura introdotta dal governo, che anticipa al 2014 l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne che lavorano nel settore privato”, definendola come “l’ennesimo schiaffo in faccia da parte di un esecutivo al limite della misoginia”.
“Non c’è niente di più sbagliato che parificare due condizioni che pari non sono – ha notato Agostini – .Se si vuole parificare l’età pensionabile, allora si parifichino anche le retribuzioni e si offrano alle donne servizi e misure che favoriscano l’occupazione femminile e la possibilità di uno sviluppo della carriere”.

La portavoce della Conferenza delle Donne del PD ha poi voluto ricordare che il PD “aveva chiesto, con grande forza, che i risparmi sulle pensioni fossero destinati alle politiche per la conciliazione mentre sono serviti solo a tappare i buchi nelle casse vuote dello Stato. Con buona pace delle promesse di Tremonti e Berlusconi”.

La senatrice del Pd Vittoria Franco in fine ha ribadito come “il maxi emendamento del governo sulla manovra ha fortunatamente raccolto, anche se solo in parte, una proposta di modifica del Pd finalizzata a dare un pò di tranquillità alle famiglie costrette a restituire il bonus bebè, che rischiavano anche sanzioni penali e amministrative. Molte delle famiglie che hanno ricevuto l’ingiunzione di restituire il bonus bebè – ha spiegato Vittoria Franco – non erano consapevoli di non avere le adeguate condizioni di reddito, dal momento che il limite massimo indicato in 50000 euro era da considerare lordo e non netto. Ora, grazie all’intervento del Pd, la manovra stabilisce che questi genitori possano riconsegnare entro 90 giorni la somma ricevuta senza incorrere in sanzioni amministrative o penali. E’ già qualcosa considerando che questa manovra è una stangata per le donne e le famiglie italiane”.

Questo Governo è totalmente irresponsabile, sempre più lontano dalle reali condizioni di vita delle persone e ha condotto il Paese sull’orlo del baratro. Se finalmente si dimettesse ne avrebbero beneficio non solo le donne ma tutti gli italiani.

E prima dell’approvazione della manovra in Senato, con voto di fiducia, il Segretario nazionale del PD, Pier Luigi Bersani aveva detto: “E’ da irresponsabili, cade addosso ai ceti medi. Tremonti venga in Parlamento”

www.partitodemocratico.it

"Articolo 8, sempre peggio", di Tiziano Treu

Con il decreto 138 varato il 13 agosto scorso il nostro legislatore ha fatto un (altro) tentativo di rispondere alla drammatica emergenza del nostro paese. È dal 13 agosto che non solo il Pd e l’opposizione, ma la gran parte delle forze sociali, denunciano l’inadeguatezza delle misure adottate; non solo l’ingiustizia nella distribuzione dei sacrifici richiesti dalla crisi, ma anche la scarsa credibilità dell’insieme e quindi la sua inefficacia.

Dal 13 agosto il Pd e le opposizioni hanno avanzato al senato modifiche che cambiano la manovra, nel segno dell’equità e dell’efficacia.

Invano! I cambiamenti al testo del decreto introdotti da una maggioranza più che mai dilaniata al suo interno, hanno solo peggiorato il risultato.

Tale giudizio, purtroppo, si vede nelle reazioni stroncatorie delle autorità e dei mercati internazionali, che ci indicano “l’orlo dell’abisso” su cui siamo. In questo contesto le vicende dell’articolo 8, sulla contrattazione collettiva di prossimità, sono drammaticamente emblematiche. A nulla sono valse le richieste avanzate da osservatori esperti e non certo estremisti come Franco Marini di stralciare la norma, che non c’entra niente con i saldi della manovra in discussione e non ha nessun carattere d’urgenza. Né sono state accolte le critiche argomentate dei senatori della commissione lavoro, fra cui chi scrive.

Il testo arrivato in aula mantiene tutta la sua gravità. Sono stati corretti alcuni veri e propri errori di “grammatica giuridica” riguardanti i soggetti abilitati a concludere gli accordi aziendali in deroga e la efficacia generale degli stessi, con un rinvio in sé positivo all’accordo interconfederale del 2011.

Ma resta inaccettabile la scelta di fondo per cui il legislatore conferisca alla contrattazione aziendale una delega a derogare, senza limiti e senza criteri direttivi, a norme e diritti fondamentali dell’ordinamento, come quelle dello Statuto dei lavoratori, compreso l’articolo 18 sui licenziamenti; anche se si è precisato che restano salvi i principi costituzionali e vincoli derivanti dalle norme comunitarie e dalla convenzioni internazionali sul lavoro, per evitare le più evidenti obiezioni di costituzionalità.

Una simile delegificazione senza limiti non ha riscontro in nessun ordinamento moderno, neppure nei più liberisti. Inoltre gli accordi aziendali sono abilitati a negoziare deroghe non solo alle leggi ma ai contratti nazionali su tutte le materie indicate. Il che contrasta palesemente con le indicazioni dell’accordo del 2011 e rischia di snaturare il ruolo del contratto nazionale più volte affermato da tutti i sindacati e dalla stessa Confindustria.

Il testo dell’articolo 8 approvato in aula ha introdotto una ulteriore “rottura” nel sistema, attribuendo la legittimazione a concludere gli accordi derogatori alla legge e al contratto nazionale, ai sindacati rappresentativi sul piano non solo nazionale ma anche territoriale. La “rappresentatività” nazionale finora è stata richiesta per legittimare soggetti sindacali in grado di rappresentare interessi dell’intero paese, secondo l’orientamento generalista proprio del nostro sindacato Dare rilievo a una rappresentatività “territoriale” contrasta con tutta la tradizione sindacale e aggrava il rischio, già insito nella norma, di una frammentazione arbitraria del sistema di rappresentanza.

Ed è del tutto contraddittorio con il richiamo all’accordo interconfederale del 28 giugno contenuto nella stessa norma: un’ulteriore prova della contraddizione e della confusione del legislatore.

D’altra parte non vale il richiamo, fatto dalla Lega Nord al federalismo. A parte le incertezze e gli equivoci del progetto federalista leghista, il federalismo istituzionale, coerente con la nostra Costituzione, presuppone una definizione condivisa da tutto il sistema circa i poteri e gli obblighi delle diverse autonomie territoriali.

Il riferimento dell’articolo 8 è invece del tutto indeterminato, per cui la rappresentatività ivi prevista può essere riferita ad ambiti territoriali variabili, anche molto circoscritti: provincia, comuni, oppure ambiti più ristretti, senza nessun ancoraggio a dimensioni e parametri significativi. Di qui la possibile rottura del sistema, che dovrebbe preoccupare tutti, non solo i sindacati, ma anche le associazioni imprenditoriali.

La criticità e le forzature dell’articolo 8 hanno indotto molti osservatori e alcuni sindacalisti a ritenere che anche ove fosse approvato, l’articolo sarebbe di difficilissima applicazione (come del resto si sta verificando con il collegato lavoro).

Anzi c’è chi assicura che le parti più ostiche della norma come gli accordi di modifica dell’articolo 18 non avranno seguito. Sarà! Ma non è un bel commento per chi crede nelle istituzioni e nella legge.

da Europa Quotidiano 07.09.11

Per sempre scuola

Pesaro in piazza del popolo si discute della situazione e del futuro della scuola italiana. E’ di scena il dibattito dal titolo “L’Italia di domani: una scuola che non lascia nessuno indietro”, con Francesca Puglisi – responsabile nazionale del settore scuola per il Pd, Giovanni Bachelet – deputato e presidente del Forum Nazionale Politiche dell’Istruzione del Pd, Andrea Gavosto – direttore della fondazione Giovanni Agnelli. Coordina il giornalista Mediaset Alessandro Banfi. Al centro delle osservazioni iniziali degli ospiti l’articolo di Marco Lodoli, apparso su Repubblica il 31 Agosto scorso, “Basta con la scuola del cuore, ricominciamo a far pensare”. Concetto principale di questo scritto è la convinzione secondo cui la situazione della scuola italiana è iniziata a precipitare da quando l’emotività è stata considerata l’unico campo in cui si realizza un giovane in formazione. Bisognerebbe pertanto ritornare a concentrarsi sulla ragione. Francesca Puglisi si dichiara parzialmente d’accordo con questa posizione, aggiungendo però che “come afferma anche il presidente Napolitano prima della ragione viene il desiderio”. Entra poi decisamente nel merito della questione: “secondo le direttive dell’UE, il paese deve dimezzare il proprio tasso di dispersione scolastica.

Serve una scuola diversa e spetta al PD crearla. Abbiamo a che fare coi nativi digitali, non possiamo più puntare su ordine e disciplina come nell’800, ne su un modello di scuola trasmissiva, ma sull’educare nel senso di far emergere, tirare fuori le qualità dei ragazzi.” Ragazzi con cui “dobbiamo imparare a dialogare in modo differente, senza nasconderci dietro a loro presunti deficit di attenzione”.

Numerose le responsabilità attribuite all’attuale governo dalla Puglisi, che lo accusa di aver compiuto un vero e proprio “massacro dell’istruzione, compiuto per mezzo dei pesantissimi tagli, dell’eliminazione della compresenza a favore di un maestro unico onnisciente in classi sovraffollate”. “Dobbiamo dare stabilità di risorse agli insegnanti perché possano sperimentare le migliori didattiche per restituire agli studenti il sapere e il saper essere”. Bachelet ritorna sul concetto di sentimento, distinguendo le emozioni suscitate dai racconti di scrittori come Moccia da quelle suscitate da una genuina curiosità e dalla “molla dell’avventura”. “Citando il fondatore degli scout Robert Baden-Powell è necessario offrire al ragazzo cose che piacciano a lui per fargli fare cose che piacciano a te”, ha dichiarato il presidente del forum delle politiche dell’istruzione.

E sulla scuola del passato compie un elogio agli anni ’60, tanto criticati in maniera di insegnamento dall’attuale ministro Gelmini: “erano gli anni in cui la scuola è stata maggiormente un ascensore sociale, grazie a provvedimenti quali l’unificazione delle scuole medie e la liberalizzazione dell’accesso universitario. Oggi servono altri modi per ridare alla scuola quel ruolo”. Posizione su cui concorda Gavosto, che aggiunge un elenco di competenze indispensabili per i giovani nel mondo di oggi: comprensione del testo, logica matematica, applicazione del metodo scientifico.

Il presidente della fondazione Agnelli sostiene inoltre che sia proprio la scuola media l’incubatrice del meccanismo di divisione sociale che si riscontra nel mondo delle superiori.
Tutto questo per la presenza di docenti vecchi o giovani ma in condizione di estrema precarietà, e per la scomparsa della funzione di orientamento che prima le medie garantivano. E’ inoltre necessario per questa fase educativa accantonare la figura del professore delle medie come professionista distaccato, in favore di dinamiche che coinvolgano maggiormente le famiglie. In chiusura di dibattito considerazioni conclusive dei partecipanti. La Puglisi: “potenziamo la formazione continua in servizio dei professori, non valutando tanto il singolo quanto l’interso sistema scolastico.

Diamo poi ai ragazzi una scuola con le risorse necessarie, aperta tutto il giorno, tutti i giorni, tutta la vita, che garantisca non solo l’accesso ma anche il diritto al successo formativo di ognuno”. Bachelet: “Serve una scuola di qualità, che esalti il principio di autonomia dei ragazzi. Chiediamo e realizzeremo dei provvedimenti che generino anche una ripresa economica”. Gavosto: “esiste un eccesso di livelli di governo che creano un problemi di coordinamento tra le varie istituzioni. Diamo più autonomia ai singoli istituti”. Bachelet: “mettiamo insieme i concorsi pubblici con l’esigenze delle singole scuole di scegliersi i professori”.

Redazione web Feste Democratiche – Francesco Gennari
Foto h224/Toni-Ugolini

"Una proposta per il futuro dell'inclusione scolastica", di Salvatore Nocera *

Il 14 giugno scorso è stato presentato e discusso in un convegno a Roma il rapporto denominato “Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte” – pubblicato da Erickson – a cura dell’Associazione TreeLLLe e della Caritas Italiana, con il sostegno della Fondazione Giovanni Agnelli.

Si tratta di un testo che propone una rivoluzionaria riforma dell’attuale sistema di inclusione scolastica in Italia, prendendo le mosse dalle numerose carenze attuali in termini di mancato coordinamento di tutti gli interventi, dell’eccessiva delega ai docenti per il sostegno, della deriva giudiziaria per l’assegnazione delle ore di sostegno e della mancata valutazione di efficacia e di efficienza dell’intero processo.

Molto in sintesi, si propone sostanzialmente l’abolizione della figura del docente per il sostegno, così come la conosciamo, in quanto di tutti gli oltre 90.000 docenti per il sostegno, il 10 o il 20% verrebbe selezionato e formato per diventare “figura di tutoraggio e di supervisione” deambulante per le scuole appartenenti a un determinato ambito territoriale, con il coordinamento di un Centro Territoriale per l’Integrazione Scolastica (d’ora in poi CTI), dotato di autonomia amministrativa, organizzativa e personalità giuridica. Tutti gli altri docenti per il sostegno rientrerebbero invece nelle scuole come docenti curricolari, costituendo una sorta di “organico di istituto”, data la loro preparazione per consulenze ai colleghi curricolari.

Ci sarebbe inoltre una formazione iniziale obbligatoria per tutti i futuri docenti curricolari sulla didattica, non solo degli alunni con disabilità, ma anche di tutti gli altri con bisogni educativi speciali (disturbi specifici di apprendimento – DSA, disagio personale, psicologico e socioambientale, culturale ed etnico ecc.).

E ancora, scomparirebbe la certificazione di disabilità e per la valutazione dei bisogni educativi speciali di ciascuno si applicherebbe la diagnosi di funzionamento di cui all’ICF (la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, definita nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità), alla quale dovrebbe seguire per ogni alunno con bisogni educativi speciali il PEI (Piano Educativo Individualizzato), entrambi predisposti in collaborazione con gli ex docenti per il sostegno, divenuti “specialisti” presso i CTI.

Per quanto poi riguarda le attuali risorse per l’inclusione scolastica – i fondi per il sostegno a carico del Ministero, quelli per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione a carico degli Enti Locali e quelli per l’assistenza igienica a carico delle singole scuole autonome -, essa non dovrebbe essere ridotta, ma totalmente destinata a questo nuovo progetto.

Le scuole, infine, dovrebbero coordinarsi in rete nell’ambito del territorio governato dal CTI, presso cui sarebbero incardinati i nuovi “specialisti di tutoraggio”, che avrebbero come “terminali” i Gruppi Lavoro Handicap (GLH) d’istituto i quali verrebbero però integrati anche con una maggiore rappresentanza dei docenti curricolari e dovrebbero occuparsi di tutti i bisogni educativi speciali.

Ebbene, l’ipotesi è indubbiamente affascinante, ma dovrà fare i conti con alcuni grossi problemi. Vediamo quali.

I CTI sembrerebbero dover sostituire – almeno in parte – i GLIP (Gruppi di Lavoro Interistituzionali Provinciali) e forse anche gli Uffici Scolastici Provinciali. Gli stessi CTI dovrebbero tuttavia essere coordinati da un Centro Regionale – attualmente non previsto nella proposta – che assegnasse loro le risorse, una sorta di struttura intermedia fra i CTI stessi e un Coordinamento Interministeriale, affiancato, quest’ultimo, da una Consulta Nazionale sulla Disabilità (questi ultimi, invece, sono previsti). Ma tutta questa organizzazione non è certo semplice.

Interessante è poi l’esplicitazione della necessità di una “valutazione triangolare”, da parte degli utenti, degli operatori delle singole scuole e dei CTI. Ciò però presupporebbe l’individuazione analitica di alcuni indicatori di qualità: strutturali, di processo e di esito.

Sembra strano, invece, che non vi sia alcun cenno al ruolo dei compagni come agenti di integrazione scolastica ed extrascolastica. A tal proposito, per altro, si prevede nella proposta l’intervento del volontariato, sia a scuola che fuori. In tal senso è innanzitutto indispensabile distinguere tra volontariato e altri soggetti del Terzo Settore, come le cooperative sociali e le associazioni di promozione sociale, comprendenti queste ultime quasi tutte le associazioni delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Personalmente sono contrario al volontariato nelle scuole in orario scolastico, mentre lo vedo bene in attività para ed extrascolastiche; ciò perché rischierebbe di portare a un aumento del numero di persone in classe, mentre occorrerebbe stimolare sempre più la presa in carico del progetto inclusivo da parte dei docenti curricolari e dei compagni.

Altro problema non da poco sarebbe quello della gestione del passaggio dall’attuale sistema a quello proposto. Si prevede infatti un periodo sperimentale che, penso, non possa essere inferiore ai sei anni, tempo necessario alla conclusione dei primi corsi di laurea con l’obbligo di formazione iniziale per tutti i futuri docenti. In tale periodo occorrerebbe mantenere la continuità didattica almeno degli attuali docenti per il sostegno.

Le associazioni hanno da tempo proposto un aumento dell’obbligo di permanenza su posto di sostegno per i docenti di ruolo e un aumento della durata delle attuali supplenze annuali per un periodo pari a un ciclo scolastico (ad esempio il triennio della scuola dell’infanzia, il primo o il secondo ciclo della scuola primaria, il triennio della scuola media ecc.), in modo da poter seguire lo stesso alunno.

Fondamentale, poi, è il problema della formazione obbligatoria in servizio degli attuali docenti curricolari, sino a quando non arriveranno i nuovi docenti curricolari. Senza questa formazione, infatti, qualunque sperimentazione sarebbe destinata al fallimento.

Un’ulteriore questione strettamente collegata è quella della composizione delle classi: infatti, malgrado l’obbligo di venti alunni per classe, ancora si registrano classi con ventotto o trenta alunni nelle quali, spesso, sono presenti più di due o tre alunni con disabilità, talora anche grave.

Ebbene, se non si risolve concretamente questo problema, qualunque formazione iniziale o in servizio dei docenti curicolari risulta inutile: nessun docente, anche se “superpreparato”, potrà seriamente farsi carico del progetto didattico degli alunni con disabilità.

E così verrebbe vanificata l’ipotesi iniziale e fondamentale della ricerca presentata a Roma: se infatti – come attualmente troppo spesso avviene – gli alunni con disabilità verranno abbandonati a se stessi, a causa dell’eccessivo affollamento delle classi, i genitori pretenderanno sempre più spesso di ottenere dai Tribunali Amministrativi Regionali (TAR) il massimo delle ore di sostegno. E la delega al solo sostegno, che la ricerca vorrebbe superare, continuerà sempre più massiccia.

Occorrerebbe quindi impostare – con negoziazioni sindacali – un piano nazionale di formazione obbligatoria in servizio di tutti i docenti curricolari. D’altro lato, sarebbe necessario che venissero rispettati dagli Uffici Scolastici Regionali i parametri di venti (massimo ventidue) alunni per classe, evitando in modo drastico la concentrazione di più alunni con disabilità nella stessa classe.

E ancora, occorrerebbe evitare l’uscita dalle classi di alunni con gravi disabilità, concentrandoli in una sola classe, ciò che palesemente viola gli stessi princìpi fondativi dell’inclusione scolastica.

Infine si dovrebbe evitare l’uso improprio dei docenti per il sostegno in supplenze di colleghi curricolari assenti, quando l’alunno con disabilità loro affidato sia presente a scuola.

Torno dunque a dire che la proposta è assai interessante e che non si dovrebbe affossarla a priori. Ma anche che per attuarla sarebbe necessario porre in essere tutte le condizioni indispensabili a renderla operativa, per una vera presa in carico del progetto di inclusione da parte di docenti curricolari preparati, sostenuti dai docenti altamente specializzati operanti presso i nuovi CTI.

Se le risorse attualmente esistenti non verranno ridotte – come invece purtroppo sembra dai programmi di tagli alla spesa del Ministero – l’ipotesi della ricerca sarebbe percorribile in via sperimentale, anche se occorrerebbe precisare quale ruolo dovrebbero svolgere i docenti per il sostegno che rientrano nei normali posti disciplinari. Se dunque essi continueranno a supplire alla presa in carico dei docenti curricolari, non si farà alcun passo avanti rispetto all’attuale situazione di delega ai soli docenti per il sostegno. Se invece diventeranno una risorsa stabile nelle singole scuole, a sostegno dei colleghi curricolari e – nei casi più gravi, specie nei primi anni di scolarizzazione – anche a singoli alunni con disabilità, allora l’ipotesi della ricerca potrebbe prendere corpo, prefigurando il futuro di una nuova fase dell’inclusione in Italia che vedrebbe protagonisti i docenti di classe e i compagni.

Il presente testo costituisce la traccia di un intervento che apparirà prossimamente nella rivista «L’integrazione scolastica e sociale» di Erickson. Per gentile concessione.

* Vicepresidente FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)

Tratto da: http://superando.eosservice.com/content/view/7584/116/

"Amo la scuola pubblica tradita non solo da Gelmini e Tremonti", di Mila Spicola

Sto andando al «presidio dei bidelli », davanti la sede del governo regionale siciliano. Perché ho deciso di aderire allo sciopero della fame di Calogero Fantauzzo, di Pietro Musso, di Filippo La Spisa a Palermo e di Pietro Aprile, di Vincenzo Figura edi Giuseppe Agosta a Ragusa? Io, quella del «non ci credo agli scioperi della fame, sono ricatti morali»? E poi perché, dopo anni di affanni e grida, non sai più come rompere le cecità e le sordità. Non solo di coloro che stanno «su di noi», bensì di quelli che stanno accanto a noi. Siamo perfettamente consapevoli che lo scempio della scuola statale non porta un’unica firma, Gelmini, né Tremonti, né Berlusconi, ma porta milioni di firme di italiani e la politica non ha fatto altro che andar dietro. La politica italiana: quella che va dietro. Vorrei, mi batto, ci credo, in tutt’altro: in una politica che preceda, disegni, prefiguri e guidi l’Italia e i suoi italiani. Chedica parole chedisegnino direzioni condivise e condivisibili, credute e credibili, non scatole vuote. La scuola statale di qualità è una di quelle: un modo vero per ridisegnare il sentiero giusto per l’Italia. Molti fanno finta di essere d’accordo, pochi danno prova di crederci davvero: perché pensano che sia la crisi a dover governare le nostre gesta e non viceversa. Mi ritrovo in un week end di caldo infernale sotto i pini a piazza Indipendenza a chiacchierare, mentre siam lì, con Pietro, Filippo, Calogero a bere acqua e succhi. Tre disperazioni ma anche tre passioni. Siamo gente di scuola noi e alla fine di che si parla? Sempre di loro: di figli o di alunni. Di mogli amate e mai tradite, di risparmi e di libri. Di studio e di corridoi. Di registri e di colleghi. E poi giù giù: dei banchi e delle sedie che mancano, «ma lo hai capito che mancano a Palermo 18 milioni di euro di sedie e di banchi e Cammarata ci mette solo 3 mila euro?!». «In Cile sono in milioni ad essere scesi in piazza per la scuola» mi fa Pietro. Anche da noi scenderebbero, se avessero delle facce davanti a cui raccontarlo e non muri. Io non ci credo al racconto della città cattiva e indifferente, ignorante e ostile. Secondo me la colpa è anche nostra, nonabbiamo ancora trovato le parole giuste per raccontarla questa storia, non abbiamo trovato il bandolo della storia e i veri protagonisti, che non siamo noi ma i nostri figli. Cosa stiamo chiedendo? Torno alle radici dei pini che mi circondano: una seduta all’ars dedicata alla scuola : sicurezza e salubrità negli edifici scolastici e il tempo pieno per i ragazzi. Siamo al 2% di tempo pieno qua da noi, altrove raggiungono l’85%. Se anche si arrivasse in Sicilia al 50% saremmo tutti a scuola: i colleghi, ma anche Calogero, Pietro e Filippo e tutti quelli come loro. I ragazzi: starebbero più a scuola, i ragazzi. Cosa manca? La volontà: politica, sociale, culturale, economica. Ma anche un po’ più d’amore per questo Paese e per noi stessi. Se lo capissimo tutti, non soltanto quelli chiusi là dentro, sarebbe fatta.

L’Unità 07.09.11

"Donne in pensione a 65 anni nel 2022", di Roberto Mania

Bloccate 334 mila dipendenti private. Pesano anche le altre norme sul rinvio dell´uscita. La misura non darà risparmi immediati ma a regime taglierà le spese di 4 miliardi. Aumenta l´età per la pensione di vecchiaia delle donne anche nel settore privato. Il governo ha deciso di anticipare dal 2014 (era il 2016) l´incremento graduale dell´età che porterà le donne ad andare in quiescenza a 65 anni, contro gli attuali 60, a partire dal 2022 per effetto anche di altri due criteri previsti dalle ultime leggi: l´adeguamento alle aspettative di vita e il meccanismo delle cosiddette finestre mobili che fanno slittare di un anno l´uscita dal lavoro una volta raggiunti i requisiti per il pensionamento. Nell´arco di circa un decennio, dunque, le donne dipendenti di aziende private andranno in pensione con 65 anni, mentre quelle del pubblico impiego raggiungeranno lo stesso obiettivo nel 2012. E saranno 334 mila circa, secondo le prime stime, le donne “bloccate” al lavoro.
Nonostante il no dei sindacati (ieri l´hanno ribadito tutti, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti) il governo, schiacciato dalla pressione dei mercati e della Banca centrale europea, è intervenuto per la terza volta sulle pensioni delle donne in poco più di due mesi. A luglio aveva avviato l´aumento dell´età pensionabile, ad agosto aveva deciso di accelerare il percorso, ieri ha annunciato di voler ridurre ulteriormente i tempi. Lo stesso ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, si era sempre mostrato tiepido su un eventuale nuovo intervento sulle pensioni delle donne, ma dopo la retromarcia sui riscatti per la naia e gli anni di laurea, ha accettato il nuovo ritocco. La misura non darà risparmi immediati, ma via via, dovrebbe consentire un taglio delle spese intorno ai 4 miliardi nel 2026. Un intervento a carattere strutturale in linea con ciò che chiede la Banca di Francoforte per continuare ad acquistare, se necessario, i nostri titoli pubblici. Ieri la Confindustria, che aveva duramente criticato la versione del decreto licenziata dalla Commissione Bilancio del Senato, ha apprezzato il cambio di passo sull´Iva (l´aumento di quella ordinaria dal 20 al 21 per cento) e sulle pensioni delle donne. Restano ancora fuori le pensioni di anzianità, il cui blocco garantisce fin da subito risparmi non indifferenti, ma non è escluso che, se fosse necessario nei prossimi mesi, possa cadere anche l´ostruzionismo della Lega e di Cgil, Cisl e Uil. La tempesta sui mercati finanziari cominciata con l´estate non consente di escludere più nulla.
L´età di pensionamento delle donne crescerà lentamente attraverso un meccanismo di piccoli scalini: dal 2014 di un mese, l´anno successivo di due, poi di tre e così via fino al 2019, quando l´aumento sarà di sei mesi e resterà immutato per i successivi sette anni. Dal 2026 un ultimo scalino di un mese nel 2027. Il sistema degli scalini va incrociato poi con altri due fattori che allungano la permanenza al lavoro delle donne. Il primo riguarda le aspettative di vita. Dal 2013 (era il 2015) l´età per andare in pensione aumenterà in relazioni all´andamento della demografia. Sarà il ministero dell´Economia a fissare l´incremento per un massimo di tre mesi ogni tre anni. Il secondo fattore è quello delle “finestre mobili”, introdotto per frenare la dinamica della spesa previdenziale. Il risultato è che c´è uno scarto temporale tra la maturazione dei requisiti per l´accesso alla pensione e la possibilità effettiva di andare in pensione. Per i lavoratori dipendenti questo momento slitta di dodici mesi, per gli autonomi di diciotto. L´incrocio di tutti questi elementi porterà l´età effettiva di pensionamento delle donne a 65 anni e sei mesi nel 2022, e poi a 66 anni nel 2023 per arrivare, nel 2026, a 67 anni e sette mesi. L´anno in cui uomini e donne andranno in pensione di vecchiaia alla stessa età.

La Repubblica 07.09.11